Oristano
10 Maggio 2017
Cari amici,
Credo che il “caso Alitalia” abbia raggiunto una
notorietà che non ha bisogno di molte ulteriori precisazioni. Non è da ieri che
la nostra compagnia di bandiera macina debiti, fino ad oggi
ripianati dalla mano pubblica. La storia delle sue difficoltà economiche
affonda le radici nel tempo e, nonostante i pesanti interventi finanziari fatti
con grosse iniezioni di pubblico danaro, poco o niente è stato fatto per "cambiare rotta". L’opinione pubblica
giustamente si domanda il perché di tanto disastro, interrogandosi su “cosa
differenzia” la nostra compagnia di bandiera dalle altre, che invece stanno sul
mercato con le loro forze. Proviamo a rivederne insieme la complicata storia
della nostra compagnia di bandiera.

Nel 1957 Alitalia si
fonde con la LAI e diventa Alitalia – Linee Aeree Italiane con 3.000 dipendenti
e una flotta di 37 aerei. Nella classifica internazionale delle compagnie aeree
Alitalia passa dal ventesimo al dodicesimo posto. Nel 1960 Alitalia è la
compagnia ufficiale delle Olimpiadi di Roma. Entrano a far parte della flotta i
primi jet e, per la prima volta la compagnia raggiunge il traguardo di oltre un
milione di passeggeri. In quell’anno viene inaugurato l'aeroporto Leonardo da
Vinci a Fiumicino. Di anno in anno Alitalia diventa sempre più un punto di
riferimento nel trasporto aereo internazionale: il suo marchio trasmette l’identità
e lo stile italiano nel mondo.

Lo sviluppo importante
raggiunto in questi anni, lungi dal convincere la compagnia a fare tesoro del successo ottenuto e accumulare gli utili dei bilanci
positivi, la spinge invece a privilegiare il personale in modo
straordinariamente prodigo. Dagli alti stipendi ai benefit, tutto sembra
muoversi in un inarrestabile esborso economico di erogazioni che sembra non
finire mai.
Negli anni ’90 però arrivano le prime avvisaglie della crisi: il
mercato italiano si apre alla concorrenza di nuovi vettori, in particolare le
low cost come Ryanair, mentre l’assenza di investimenti porta Alitalia alla riduzione delle
tratte intercontinentali gestite. Con i bilanci che iniziano a segnare il rosso,
diventa difficile adeguare la propria offerta, a prezzi competitivi, nei
confronti della domanda crescente, che viene soddisfatta da altri vettori.

Negli anni Novanta,
Alitalia, comunque, trasporta ancora quasi 28 milioni di passeggeri annui, ma le tensioni
sindacali e l'eccessivo piano di investimenti producono risultati di bilancio
assai deludenti (nel 1996 le perdite furono di 1.217 miliardi). Fino al 2.000,
tra alleanze (KLM) prima nate e poi dismesse, Alitalia si barcamena tra bilanci
parte in rosso e parte in leggero utile. Dal 2001, però, iniziano gli ‘anni
neri’ per la nostra compagnia. Con il costante avanzare delle low cost, la concorrenza si
fa sempre più agguerrita e i ‘privilegi’ di cui gode il personale Alitalia non
aiutano certo a far quadrare i conti.
Dopo il tentativo
(fallito) di privatizzare la compagnia nel 2006, nel 2008 Alitalia accetta
l'offerta vincolante fatta da Air France-KLM, ma l’accordo alla fine salta: sia
a causa del mancato accordo con le parti sociali, che prevede oltre 3.000
esuberi, che per le difficoltà manifestate dal nostro Governo di “accettare” la
vendita a terzi della compagnia di bandiera. Infine, il 12 Dicembre del 2008 è
la CAI, Compagnia Aerea Italiana S.p.A. ad acquistare gli asset di volo
Alitalia - Linee Aeree Italiane S.p.A. al prezzo di 1,052 miliardi. Il costo
diretto sostenuto dallo Stato per la vendita a CAI ammontò a 1.700 milioni di
euro per la mancata vendita ad Air France, più 1.200 milioni di debiti rimasti in
capo alla cosiddetta "bad company" statale Alitalia-LAI dopo la
vendita di tutte le attività.

Cari amici, non sto a
riepilogare in dettaglio i “fatti recenti” che praticamente vedono Alitalia ad
un passo dal baratro del fallimento vero e proprio, cosa possibile, in quanto
non sarà facile trovare un compratore disposto a farsi carico di una pletora di
dipendenti che sono ancora convinti di poter continuare a mantenere i vecchi
privilegi, retaggio dei tempi d’oro, quello delle vacche grasse. La recente
bocciatura dell’accordo sindacale lo dimostra in modo inequivocabile: ognuno è
figlio del suo tempo e quando è necessario bisogna stringere la cinghia: non è
sempre tempo di vacche grasse!
Credo basti un esempio
per dimostrarlo: Alitalia oggi ha 10 volte i dipendenti di RyanAir, per far
volare lo stesso numero di passeggeri. I dipendenti di Alitalia hanno un bel
coraggio a sostenere che il piano di ristrutturazione proposto era troppo
drastico (erano previsti circa 2.500 licenziamenti per arrivare ad averne
18.000)! Se Alitalia licenziasse non 2.500 ma 18.000 dei sui 22.500 dipendenti,
continuerebbe ad averne il triplo di Ryanair.
E siamo dunque arrivati
così alla terribile situazione attuale: mancano anche i soldi per il
carburante. L’ennesimo intervento-ponte dello stato è stato già disposto: sono
stati nominati i 3 Commissari e stabilita un’iniezione di denaro fresco, necessario
per coprire le attività dei prossimi sei mesi. Lo spettro del fallimento però
resta dietro la porta. Oggi Alitalia continua perdere circa 1 milione al
giorno, in quanto in mancanza di un serio piano industriale e con i costi fuori
controllo non potrebbe essere altrimenti! Basti pensare che un’ora di volo di
Alitalia costa, in media, a parità di capacità trasportata, circa il 35% in più
rispetto a Ryanair.

A domani.
Mario
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