giovedì, novembre 21, 2019

LA PARITÀ RETRIBUTIVA TRA UOMINI E DONNE RESTA SEMPRE UN MIRAGGIO. DAL LAVORO ESECUTIVO A QUELLO DIRETTIVO, POCO RISULTA CAMBIATO.


Oristano 21 novembre 2019

Cari amici,

Le donne, che siano operaie, impiegate, funzionarie o manager, anche nel Terzo Millennio non hanno ancora raggiunto la parità con i colleghi uomini. Certo, con il passare del tempo diverse cose sono cambiate, ma per ora, quanto a retribuzione, restano differenze sostanziali tra uomini e donne, anche nelle posizioni apicali, quelle dell’alta direzione aziendale.
Lo ha confermato uno studio dell'Executive Compensation Outlook 2019, che, pur confermando la crescita della presenza femminile nei Board dell’Alta dirigenza, in termini retributivi rimane ancora un enorme “gender gap"; lo studio, ha preso in esame (entrando nei dettagli) i compensi degli executive manager e dei membri dei Board delle società italiane quotate in Borsa, messi poi a confronto da Badenoch + Clark Executive in collaborazione con l'Osservatorio JobPricing.
Nell’accurato studio sono stati evidenziati anche fattori positivi. Uno di questi è il fatto che il numero delle donne nei board aziendali è "cresciuto di circa 6 volte nell'ultimo decennio, arrivando al 36,3 per cento; il positivo trend è, in grandissima parte, frutto dell’applicazione della Legge n. 120 del 12 luglio 2011, inerente alla promozione dell'equilibrio di genere negli organi sociali delle società quotate". 
Tuttavia, anche questo trend positivo ha mostrato sia luci che ombre. Gli analisti hanno evidenziato che i membri femminili con cariche esecutive nei board delle società quotate sono appena l'11,9 per cento. Un dato che risulta decisamente inferiore alla percentuale di dirigenti donna nel mercato del lavoro italiano (32 per cento) e alla percentuale di donne in profili non esecutivi (40,4 per cento). Quanto alla posizione di Amministratore delegato, questa è ricoperta nell’88,8 per cento dei casi da uomini e solo nell’11,2 per cento da donne; a ricoprire la carica di presidente, invece, il 90,2 per cento sono uomini.
Quello che scaturisce chiaramente dallo studio è che in busta paga le differenze retributive sostanziali uomo/donna, restano! Di conseguenza il minore accesso femminile alle posizioni di vertice si traduce automaticamente in minore opportunità di guadagno, con un ampliamento, per le società quotate, del differenziale retributivo fra maschi e femmine; se tra i dirigenti italiani in generale il delta è in media poco superiore al 8 per cento, guardando alle società listate in Borsa Italiana si arriva quasi al 70 per cento (circa 200.000 euro l'anno). Se si considerano i profili non esecutivi si scende al 42,5 per cento (circa 20.000 euro l'anno)", spiega ancora il report.
Per fare un esempio pratico, in Italia un dirigente donna guadagna circa 9 mila euro lordi in meno del collega uomo. Il divario di genere, inoltre, cresce in modo considerevole al crescere del volume di affari della società quotata, passando - per i manager con funzioni esecutive - dal 50,3 per cento in aziende con fatturato fino a 100 milioni, all'86 per cento in aziende con oltre 800 milioni. Diego di Barletta, head of executive di Badenoch + Clark, annota come "il gender gap assuma dimensioni enormi nel caso di società quotate e la forte discrepanza non accenna a diminuire. Tuttavia, lascia ben sperare l'aumento delle donne nei board di società quotate che mostra trend positivo".
Cari amici, se la donna manager non sorride, perché considerata “meno pregiata” e quindi meno retribuita dell’uomo, immaginiamoci cosa succede nei gradini sottostanti! Insomma, a tutti i livelli le donne sono pagate meno degli uomini, nonostante sia dimostrato, che le lavoratrici risultano essere più istruite, più preparate dei loro colleghi maschi, ma purtroppo risultano meno retribuite. A questo bisogna aggiungere un altro dato poco felice: anche le loro pensioni risultano inferiori rispetto a quelle maschili. Circa le pensioni, infatti, a percepire una pensione inferiore ai 1.000 euro sono per lo più le donne: 50,5 per cento contro il 31 per cento degli uomini; un fossato dunque sempre più largo, che porta, come evidenziato prima, fino alle grandi aziende quotate a Piazza Affari. 
In realtà, per aggirare il contenuto della Legge n. 120 del 12 luglio 2011, tendente ad eliminare le inique differenze tra i due generi, si è arrivati all’escamotage del “Super Minimo”, ovvero il grande responsabile del “Pay gap”. Il “super minimo”, da tempo in uso nelle grandi aziende, è un bonus del tutto discrezionale che, guarda caso, le aziende erogano soprattutto ai dirigenti uomini. Più alto è il ruolo ricoperto, più grosso diventa così il divario. Basti pensare che, nelle retribuzioni più alte, per le donne il divario con il quantum percepito dagli uomini arriva a superare il 17 per cento in meno.
Cari amici, cercare di raggiungere la parità retributiva tra uomini e donne, a parità di mansioni, è un vecchio problema che continua a rimanere irrisolto.  La direttiva emanata dalla Comunità Europea sulla parità retributiva tra uomini e donne risale al 1975, e, tuttavia oggi, ad oltre quarant’anni di distanza dall’introduzione dei primi provvedimenti legislativi per la parità di stipendio, il differenziale salariale per sesso (gender Pay gap) rimane un aspetto praticamente irrisolto, che vede le donne soccombenti anche nel Terzo Millennio.
Si riuscirà mai ad arrivare ad una reale parità in tutti i sensi? Ai posteri l’ardua sentenza!
A domani.
Mario





mercoledì, novembre 20, 2019

LA GRANDE DISTRIBUZIONE FA STRAGE DEI NEGOZI DI QUARTIERE. SARDEGNA IN TESTA ALLA CLASSIFICA DELLE CHIUSURE.


Oristano 20 novembre 2019

Cari amici,

L'Ufficio studi della Associazione Artigiani e Piccole Imprese (C.G.I.A) di Mestre ha di recente reso noti alcuni dati significativi, relativi all'andamento economico delle famiglie e dei negozi in Italia. L’esame statistico ha riguardato il confronto tra il periodo pre-crisi e quelli intermedi per arrivare infine a quello odierno, mettendo in luce aspetti davvero molto preoccupanti. Rispetto al 2007 le famiglie italiane hanno tagliato i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. Nel 2018 la spesa complessiva dei nuclei familiari è stata di poco superiore ai 1.000 miliardi di euro. 
Per quanto i consumi delle famiglie italiane abbiano evidenziato la contrazione prima accennata, i beni di consumo continuano a rappresentare la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale). L’analisi dettagliata ha messo in luce che la riduzione più rilevante si è registrata al Sud, dove la spesa mensile media è diminuita di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all'anno); le famiglie del Nord l'hanno tagliata invece di 78 euro (936 euro all'anno); quelle del Centro di 31 euro (372 euro all'anno).
Queste statistiche sono state fornite da “Il Giornale Online SRL”, nell’inserto ‘crisi, disoccupazione e burocrazia’. Il coordinatore dell'Ufficio studi, Paolo Zabeo, nelle interviste rilasciate ha sottolineato come a pagare il conto siano stati in modo particolare gli artigiani e i piccoli negozianti: "I piccoli negozi e le botteghe artigiane faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono". Nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini, al contrario, le vendite sono aumentate. 
A colpire i consumi è anche "l'aumento della disoccupazione conseguente alla crisi economica". Inoltre, sulla base dei dati relativi all'artigianato e al piccolo commercio, appare evidente come fare impresa sia diventato sempre più difficile: "Il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna", si legge nello studio.
Le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70 per cento circa del totale dei consumi delle famiglie, negli ultimi 11 anni, sono scese del 5,2 per cento. Tuttavia, quelle registrate presso la grande distribuzione sono aumentate del 6,4 per cento, mentre nella piccola distribuzione (botteghe artigiane e piccoli negozi) sono precipitate del 14,5 per cento. Sebbene il gap si sia decisamente ridotto, anche in questi primi 9 mesi del 2019 i segni sono rimasti gli stessi: +1,2 per cento nella grande e -0,5 per cento nella piccola distribuzione.
Secondo il ricercatore dell'Ufficio studi, Daniele Nicolai, "anche a seguito di questa forte diminuzione dei consumi delle famiglie, la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio è scesa di numero”. Tra il settembre 2009 e lo stesso mese di quest'anno le aziende/botteghe artigiane attive, calcola lo studio, sono diminuite di 178.500 unità (-12,1 per cento), mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unità (-3,8 per cento). Complessivamente, pertanto, abbiamo perso oltre 200 mila negozi di quartiere (vicinato) in 10 anni!
Nell’analisi delle varie Regioni, la Sardegna appare la più colpita. Si, nella nostra isola la morte delle imprese artigiane ha raggiunto livelli record: in termini percentuali negli ultimi 10 anni il numero delle aziende è sceso del 19,1 per cento. Seguono l'Abruzzo con il 18,3 per cento e l'Umbria con il 16,6 per cento. Il segretario della CGIA, Renato Mason ha così commentato: "Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l'aumento dell'Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale, il peso del fisco continua ad essere troppo elevato. L'aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Inoltre, come dimostrano i dati relativi all'artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre più difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna". 
Cari amici, la lotta che ogni giorno connota l’analisi della finanziaria in corso, denota la poca chiarezza e coesione dell’attuale compagine di governo. Certe misure varate (come Quota 100 e Reddito di cittadinanza) assorbono una montagna di miliardi, senza che siano stati avviati incentivi alle imprese per assumere e sgravare i lavoratori dipendenti e i pensionati da aliquote di tasse che ormai hanno toccato limiti assolutamente fuori misura. I pochi miliardi destinati nella finanziaria al “Cuneo fiscale” appaiono solo come una goccia d’acqua fresca, in quanto poche decine di euro al mese come possono cambiare la vita di una famiglia che non riesce a cucire un 27 con l’altro?
Superare l’attuale crisi dei consumi e di molto altro (basti pensare ai pochi soldi destinati all’istruzione), sarà davvero molto difficile e credo a questo “autunno caldo” farà seguito una primavera rovente…
A domani
Mario

martedì, novembre 19, 2019

COM’È CAMBIATO LO STILE DELLA SCRITTURA NELL’ERA DIGITALE? ECCO IL “DIGITAL WRITING”, DA USARE PER COMUNICARE CON COMPETENZA NEL TERZO MILLENNIO.


Oristano 19 novembre 2019

Cari amici,

L’evoluzione della scrittura in realtà non si ferma mai. La Comunicazione scritta ha dimostrato di essere un sistema variabile nel tempo, da adattare alle diverse necessità della Società che anch’essa cambia in continuazione. Mettere nero su bianco (si fa per dire) su quanto succede nella Società, comunicare in modo non verbale ma scritto, fu la vera, prima grande rivoluzione tecnologica dell’umanità nella trasmissione del pensiero. Nonostante la critica platonica contenuta nel Fedro (275a), secondo cui essa avrebbe costretto gli uomini a richiamare le cose alla memoria meccanicamente dall’esterno e non più per introspezione, la conservazione scritta del pensiero ha permesso alle numerose generazioni che hanno fatto la storia, di trasmettere ai posteri quanto loro accaduto.
Le origini della scrittura risalgono a circa 5.500 anni fa, come hanno dimostrato gli archeologi durante le loro ricerche, svolte in almeno 4 punti del pianeta: in Medio Oriente, in Egitto, in Cina e nell’America precolombiana. In Mesopotamia, per esempio, la scrittura compare tra il 3500 e il 3300 a.C., come è testimoniato dalle tavolette d’argilla trovate intorno al luogo dove sorgeva il tempio della dea Inanna a Uruk; in Egitto il sistema di scrittura per geroglifici è testimoniato verso il 3150 a.C., (come è attestato dalla tavolozza di Narmer), mentre a Creta la scrittura risulta presente tra il 2000 e il 1200 a.C. 
Col passare dei secoli l’evoluzione è continuata senza sosta: nascono i primi alfabeti fonetici, che si sviluppano nell’area delle città fenicie o comunque sulla costa orientale del Mediterraneo. L’alfabeto greco, che fu tra l’altro alla base dei moderni sistemi di scrittura, si sviluppò tra IX e VIII secolo a.C., partendo dalla base dell’alfabeto fenicio. Successivamente il più diffuso alfabeto discendente da quello greco fu l'alfabeto latino, che si diffuse rapidamente in tutto il mondo allora conosciuto, conquistato quasi per intero dai romani. Per farla breve, nei secoli successivi avvennero quei numerosi perfezionamenti e cambiamenti ulteriori, che hanno portato la scrittura allo stato attuale.
Ebbene, per chi pensasse che l’evoluzione della scrittura, quello straordinario sistema di trasmissione del pensiero umano, fosse terminata, che la scrittura fosse ormai arrivata al top, al capolinea, si può rispondere con un sicuro "NO", perché essa continua senza sosta a modificarsi ulteriormente, e in futuro certamente lo farà anche in maniera più forte e innovativa, visti i costanti, nuovi sistemi che la tecnologia mette sul tappeto. 
L’evoluzione di cui voglio parlare con Voi oggi è quella più recente, quella enormemente innovativa, che è stata definita, con un termine mutuato dall’inglese, “Digital Writing”, avvero scrittura digitale, che, rispetto alle forme precedenti dello scrivere, ha al suo interno delle sue particolari, nuove e diverse regole.
Luciana De Laurentiis, senior manager of Internal communication di Fastweb, e autrice del libro Digitaliano, conosce perfettamente il nuovo sistema, in quanto è costantemente impegnata in corsi di formazione per parlare delle diverse tecniche che qualificano il Digital Writing, oltre che delle nuove sfide che nell'era digitale ci troviamo ad affrontare. La Fastweb, azienda per cui opera Luciana De Laurentis, ha deciso di dedicare all'universo digitale un’attenzione particolare, tanto da aver creato recentemente la Fastweb Digital Academy, una realtà (che opera in modo totalmente gratuito) nata per far conoscere in modo pratico “i trucchi” della moderna scrittura digitale. 
Amici, certo è che dalle “tavolette d’argilla” di cinquemila anni fa al “Cloud” dell’era moderna, di acqua ne è passata tanta sotti i ponti! Anche facendo il confronto con i tempi abbastanza recenti, gli impegni lavorativi di oggi (lettere commerciali o personali battute a macchina, stesura di conferenze o scrittura di libri o romanzi), sono straordinariamente diversi da quelli di 10 anni fa. Rispetto ad ieri c’è da mettere in luce che la scrittura corrente, nell'era del digitale, presenta una linea di confine sottilissima tra la realtà e la percezione; il para-verbale della scrittura, per esempio, finirà per parlare di noi a qualcuno che di fatto non ci conosce, e che fatica a capire che cosa vogliamo veramente comunicare. Ecco allora la necessità di utilizzare un linguaggio semplice e immediatamente comprensibile.
In quest’ottica le regole della scrittura digitale sono semplici ma rigorosissime. Regole che in primo luogo perdono, senza possibilità di recupero, fronzoli e abbellimenti, in quanto il messaggio deve arrivare dritto al cuore di chi lo legge. In realtà l’idea dello snellimento del messaggio non è una fantasiosa ipotesi nata oggi, ma mutuata da un pensiero di 70 anni fa, fatto da un grande uomo del passato, quel paffuto signore passato alla storia come uno dei più grandi politici inglesi: Winston Churchill. Sir Winston, nel 1945, emanò una circolare per insegnare a scrivere i telegrammi con le stesse regole che usiamo oggi nel digitale. Incredibile ma vero! 
Le regole del “Digital Writing” sono molto chiare: bisogna cercare di mettersi sempre nei panni di chi legge quanto scriviamo, facendo sempre una scelta accurata di parole con l’utilizzo di una sintesi efficace, ristrutturando i contenuti e ipertestualizzando il testo, sfruttando il più possibile l’utilizzo dei link; queste sono le tre regole chiave da seguire per avere una scrittura di buon livello nell'universo del digitale. Regole di sintesi, valide non solo per quanto scritto, ma anche per il discorso parlato, anche in questo caso cercando di essere il più possibile: concisi, cortesi e convincenti.
Cari amici, che scriviamo una lettera o una email, un post sui social, o un commento a quanto pubblicato da altri, la regola è sempre la stessa: brevi, chiari e sintetici. Lo possiamo fare utilizzando sempre un linguaggio positivo, semplice, evitando l'utilizzo delle parole straniere e dei luoghi comuni. Chi ci legge deve capire subito il nostro pensiero, perché il tempo è sempre più prezioso! 
Chiudo ricordando di non dimenticare mai che "le parole sono e rimangono sempre pietre", a volte anche pesantissime (che una volta lanciate non si possono richiamare per farle tornare indietro), per questo vanno usate e soppesate bene, soprattutto oggi nell’era digitale dove ogni pagina dei social è una lavagna aperta sul mondo! 
A domani.
Mario

lunedì, novembre 18, 2019

L’ITALIA E IL MANCATO BUSINESS DEI RIFIUTI. PERCHÉ CERTI STATI GUADAGNANO ACQUISENDO ANCHE I RIFIUTI DI ALTRI E NOI, INVECE, PAGHIAMO PER ESPORTARLI?


Oristano 18 novembre 2019

Cari amici,

Che sullo smaltimento dei rifiuti in Italia ci sia da tempo un forte contrasto, con due visioni contrapposte, è noto e arcinoto! Basti pensare alla spazzatura di Roma, solo per citare il caso più eclatante, accompagnato dal fatto che la diatriba incentrata sugli inceneritori è una telenovela che sembra non finire mai. Tutto ciò ha comportato decisioni anche abbastanza costose, con trasferimento di tonnellate di rifiuti all’estero, che succhiano danari pubblici che potrebbero, invece, essere destinati ad altro, oltre a perdere eventuali guadagni nel caso fossimo stati in grado di riciclarli.
A mancare in effetti sono gli impianti di smaltimento, gli inceneritori, e questo comporta la necessità del trasferimento dei rifiuti, prima da una Regione all’altra e poi con il trasferimento all’estero. Insomma, la gestione dei rifiuti nel nostro Paese non decolla, in quanto senza costruire impianti di smaltimento, seppure di "nuova generazione", continueremo a tenere le città sporche e pagando inoltre fior di quattrini per far smaltire la nostra spazzatura fuori dai confini nazionali, trasferendola in quegli Stati che, invece, della spazzatura hanno fatto un business milionario!
A lanciare l’allarme su questo particolare stato di cose è stata in primo luogo Fise Asso-ambiente, l’associazione delle imprese del trattamento dei rifiuti, focalizzando l’attenzione soprattutto su tre Regioni: il Lazio, la Campania e la Sicilia. Il Presidente dell’Associazione, Chicco Testa, ha più volte denunciato i rischi che l’Italia sta continuando a correre per la mancanza di adeguati impianti di smaltimento. 
Da un recente rapporto (di Assoambiente e Ispra) viene focalizzato, come detto, soprattutto il fenomeno rifiuti presente nel Lazio, Regione amministrata da Nicola Zingaretti, che più di altre alimenta il fenomeno del turismo dei rifiuti. La differenziata è al 46 per cento, ma il 64 per cento dell’umido prelevato va fuori Regione. Se il Lazio piange, la Campania del Governatore Vincendo De Luca, certo non ride, in quanto questa Regione risulta essere sull’orlo di un'emergenza pericolosa per la salute. 
Ma quali le reali motivazioni che hanno portato l'Italia ad una situazione così grave? In realtà, alla base di questo caos, vi sono soprattutto gli irremovibili “Pregiudizi ideologici”, portati da chi, fuori da ogni logica, continua ad opporsi alla costruzione dei necessari nuovi impianti, seppure innovativi e non pericolosi per la salute, tanto che oramai la situazione sta sfuggendo di mano.
Eppure ci sono Stati che sui rifiuti fanno davvero un bel business! Il grave problema che attanaglia il nostro Paese è che manca una concreta visione d’insieme, sia politica che industriale. Ciò è ampiamente dimostrato dal fatto che all’estero, da anni, il settore dei rifiuti genera milioni di euro di profitti! Come è possibile tutto questo? Sicuramente utilizzando la nuova tecnologia, che è andata tanto avanti rispetto agli studi degli anni ’90 sugli inceneritori di vecchia generazione. In Europa, per esempio, a Parigi come a Vienna, non sono così gonzi da tenersi gli impianti in città, perciò, seppure sicuri, li collocano a distanza dai grossi centri abitati, in luoghi a basso impatto ambientale, sottoposti a controlli severi e che, oltretutto, aiutano la rigenerazione energetica. 
“Se vogliamo concretamente realizzare la circular economy – ha commentato Chicco Testa, presidente Fise Asso-ambiente – è necessario superare da un lato l’approccio pregiudiziale verso la realizzazione di qualsiasi tipo di impianto di gestione rifiuti e dall’altro la diffidenza nei confronti dell’uso di prodotti derivati dal recupero dei rifiuti che ancora oggi vincola in molti casi la domanda”. Senza una nuova mentalità, aperta alle nuove tecnologie, i problemi resteranno irrisolti!
Cari amici, mentre noi paghiamo fior di euro per far smaltire da altri i nostri rifiuti, i Paesi nordici ci guadagnano! Sborsiamo ogni anno circa 150 milioni di euro per esportarli, soprattutto in Austria e Olanda, dove li usano (gratis) per riscaldare case e uffici. Due, tre volte la settimana, treni carichi di immondizia risalgono lentamente la Penisola fino al confine austriaco; molti si fermano in riva al Danubio, non lontano da Vienna, altri proseguono fino in Ungheria o in Slovacchia. Poi ci sono le navi, stracolme di pattume: partono di solito dalla Campania e attraccano in Olanda, vicino a Rotterdam, o in Spagna, a Palma di Maiorca.
Un bel business per chi riceve i nostri rifiuti, non certo per noi che li inviamo, pagando caro e salato! Altri guadagnano fior di quattrini, sfruttando la nostra incapacità e, forse, ridendo di noi che regaliamo quest’oro particolare agli altri! Basti un esempio: in Danimarca, nel nuovo termovalorizzatore di Copenaghen, è stata realizzata sul tetto una pista da sci, che consente di fare Slalom sui rifiuti, il tutto alimentato con l’energia prodotta dall’impianto! E noi, invece?
Noi esportiamo, secondo il rapporto Ispra, oltre 400 mila tonnellate di rifiuti all’anno, che ci costano, come detto prima una bella cifra, a cui dobbiamo addirittura aggiungere le multe che periodicamente l'Unione europea ci appioppa per l'ostinazione nel non voler rispettare le norme europee sui rifiuti, per le discariche abusive e lo smaltimento irregolare. Insomma, dopo il danno subiamo pure la beffa!
Cari amici, il problema dello smaltimento dei rifiuti è diventato davvero grave, ma per colpa nostra! Tra considerare un prodotto “uno scarto da eliminare”, pagando ovviamente un costo e, invece, considerarlo “una materia prima industriale” che può far guadagnare, c'è una bella differenza! Differenza che (quello che fanno all’estero docet) sta soprattutto nell’aspetto ideologico, che, quando prevale sull’economia, non può che portare a conseguenze dannose, che fanno perdere anziché guadagnare!
A domani.
Mario
L'impianto di termovalorizzazione di Copenaghen





domenica, novembre 17, 2019

L’ALOE, UNA ANTICA E STRAORDINARIA PIANTA DALLE INCREDIBILI PROPRIETÀ TERAPEUTICHE.


Oristano 17 novembre 2019

Cari amici,

L''ALOE è una pianta antica e l'uomo fin dalla notte dei tempi ne ha fatto uso, come testimoniano diversi, importanti ritrovamenti archeologici, a partire da alcune tavolette d'argilla incise con caratteri cuneiformi, ritrovate da un gruppo di archeologi nella città mesopotamica di Nippur (Iraq, nei pressi di Bagdad), databili attorno al 2000 a.C. In una di queste tavolette, si legge, tra l’altro: «... le foglie assomigliavano a foderi di coltelli». Anche presso gli egizi l'Aloe era conosciuta e utilizzata, come si può rilevare dalla lettura del "papiro Ebers", databile al 1550 a.C., che evidenzia l’utilizzo di questa pianta per preparare gli unguenti per l'imbalsamazione (è per questo che l’Aloe è anche chiamata "pianta dell'immortalità"), oltre che per la cura e l'igiene del corpo e come cicatrizzante. 
Anche nei testi della Civiltà Ebraica e Cristiana troviamo menzionata la pianta dell’Aloe, che risulta citata più di una volta (es. Giovanni 19:39: «...e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre»), certificandone l'utilizzo come pianta aromatica e in particolare per la preparazione degli unguenti prima della sepoltura. In data più recente la pianta viene anche descritta nell'Acta Eruditorum, la prima rivista scientifica in lingua tedesca, pubblicata mensilmente tra il 1682 e il 1782.
In natura l'Aloe è presente con numerose varietà (se ne contano oltre 350), ma quelle con maggiori proprietà salutari e medicinali sono due: l'Aloe Vera (A.barbadensis) e l'Aloe Arborescens, utilissime entrambe in campo curativo, ma con una quantità differente di principi attivi. L'Aloe, dunque, pianta dalle molteplici proprietà medicinali, tanto che essa fu definita la regina delle piante fitoterapiche! Ma vediamo insieme di conoscere meglio le due varietà e le differenze tra di loro.
L'Aloe Arborescens è una pianta che si sviluppa bene in altezza (può superare i 2 metri) su un tronco legnoso centrale, con intorno una numerosa presenza fogliare alternata. La pianta si presenta sotto forma di folto cespuglio pieno di steli; le foglie sono filiformi, hanno una lunghezza massima di 60 cm ed un peso cha va dai 10 ai 100 gr cadauna. L’Aloe Vera, invece, a differenza dell’Aloe Arborescens, non ha un tronco centrale, in quanto cresce e si sviluppa in modo strisciante, a forma di cespo, con grosse foglie carnose e succulente di colore verde chiazzato, con contorni delicati, a volte chiazzati di rosa durante i periodi freddi. Le foglie hanno una lunghezza compresa tra 60 e 90 cm con una larghezza di 8 cm. Ogni foglia può pesare da 1 a 2 kg.
La differenza sostanziale tra le due varietà consiste nella maggiore concentrazione di principi attivi, che sono nettamente superiori nell'Aloe Arborescens. Questo fatto farebbe presupporre un maggior consumo della varietà Arborescens, mentre invece succede il contrario.  La motivazione sta tutta nella lavorazione industriale, in quanto l'Aloe Vera, ai fini produttivi, garantisce una maggiore quantità di prodotto, per cui la quasi totalità delle aziende produttrici mette in commercio prodotti ricavati dall’Aloe Vera, in quanto minori risultano i costi di produzione. 
Si, amici, i costi di produzione sono Vangelo per le aziende, per cui l’Aloe Vera, vista l'alta resa delle foglie e la maggiore facilità per trasformarle in polpa e in gel da bere, risulta la più redditizia e quindi la più utilizzata e conosciuta al mondo. Al contrario, l'Aloe Arborescens, vista l'accennata, maggiore difficoltà di lavorazione, che può essere eseguita solo manualmente, è stata relegata in secondo piano pur essendo di gran lunga superiore in termini di principi attivi! Ma veniamo alle eccellenti proprietà contenute in questa antica pianta.
In commercio (farmacie ed erboristerie) si trovano diversi estratti e preparati a base di aloe vera, che vanno dal gel al succo, dall'olio alla polvere, preparati diversamente utilizzati per lenire o curare tutta una serie di disturbi, viste le dichiarate proprietà medicamentose possedute. Ecco una breve elenco (seppure non esaustivo) delle proprietà di questa pianta. 
Proprietà rigeneranti: l’aloe stimola la crescita dell'epitelio sulle ferite; Proprietà proteolitiche e cicatrizzanti: dissolve e assorbe le cellule morte o danneggiate; Proprietà Antinfiammatorie: accompagna e aiuta a superare il processo infiammatorio; Proprietà Umettanti: risulta idratante e favorisce l'idratazione dei tessuti della pelle; Proprietà Analgesiche: dà sollievo al dolore; Proprietà Fungicide: ostacola la crescita dei funghi; Proprietà Virostatiche: ostacola la crescita dei virus; Proprietà Antibiotiche: ostacola la crescita dei batteri; Proprietà Emostatiche: riduce la fuoriuscita di sangue nelle lesioni; Proprietà Lenitive: dà grande sollievo nel prurito, come nelle scottature solari; Proprietà Disintossicanti: aiuta la disintossicazione del corpo dalle tossine.
Cari amici, nel mio giardino al mare sono presenti entrambe le varietà della pianta di Aloe: la Vera e l’Arborensis. Sono entrambe bellissime (esteticamente l’Arborensis arreda di più il giardino), perché magari godono di una posizione per loro congeniale e, gli amici lo sanno, sono a disposizione di chi eventualmente avesse bisogno di utilizzare le foglie per lenire, d’estate in particolare, le bruciature del primo sole. L’estate appena trascorsa, come ho potuto constatare di persona, in 48 ore ha sistemato una bruttissima scottatura solare che Santino, mio figlio, incautamente si era procurato!
L’Aloe, insomma fa davvero bene e migliora la nostra salute. D’estate, per esempio, anche un frullato con frutta mista e aggiunta di Aloe consente di fare il pieno di vitamine, minerali e amminoacidi, con grande felicità anche del nostro fegato per le proprietà purificanti possedute; l'applicazione di gel di Aloe può aiutare a rallentare il processo di invecchiamento della pelle, in quanto gli elementi antiossidanti della pianta combattono i radicali liberi responsabili dell'invecchiamento (il gel di Aloe contiene ormoni naturali che stimolano la produzione di collagene e di nuove cellule). Infine, l'Aloe risulta efficace anche nel trattamento delle dermatiti seborroiche e accelera pure la guarigione delle afte che si formano nel cavo orale! 
Amici una pianta eccezionale, un vero, grande dono di Dio!
A domani.
Mario



sabato, novembre 16, 2019

LA DISUGUAGLIANZA SOCIALE? NON È NATA, OGGI, MA È PRESENTE NEL MONDO FIN DAL NEOLITICO!


Oristano 16 novembre 2019

Cari amici,

Nella storia dell'umanità, le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza hanno iniziato a manifestarsi fin dalle epoche più remote; le ricerche archeologiche hanno evidenziato che fin dal “Neolitico”, col passaggio dall’uomo cacciatore e raccoglitore all’uomo dedito all’attività agro pastorale, le differenziazioni hanno preso il sopravvento. Si, amici, anche tra gli uomini primitivi c’erano i privilegiati e i poveri, il nepotismo e lo schiavismo! Insomma, i “semi” della disuguaglianza nel possesso dei beni materiali, sono antecedenti addirittura a 5.000 anni fa! 
Ad affermarlo con buona certezza è una recente ricerca condotta da un gruppo internazionale di archeologi che hanno pubblicato un articolo su “Proceedings of the National Academy of Sciences”. Questi archeologi, guidati da Alex Bentley dell’Università di Bristol e primo firmatario dell’articolo, studiando più di 300 scheletri umani provenienti da diversi siti sparsi in tutta l’Europa centrale, hanno infatti scoperto le prove dello sviluppo di una differenziazione economica, ovvero di differenti classi sociali, in parallelo al diffondersi delle prime pratiche agricole nell’Europa neolitica, e prima di quanto finora ipotizzabile sulla base dei reperti rinvenuti precedentemente nelle sepolture preistoriche.
È stata l’analisi eseguita sugli scheletri con degli isotopi dello stronzio, a far capire agli studiosi le differenti condizioni di vista dei sepolti; quelli inumati con particolari strumenti in pietra (asce neolitiche utilizzate per levigare o scolpire il legno) mostravano “firme isotopiche” meno variabili rispetto agli uomini sepolti senza asce. Questa differenza ha fatto capire che i personaggi sepolti con le asce avevano condotto una vita migliore rispetto a quelli sepolti senza quegli strumenti. “Gli uomini sepolti con le asce sembrano aver vissuto grazie al cibo coltivato in zone di loess, il suolo fertile e produttivo favorito dai primi agricoltori. Ciò indica che avevano un accesso costante alle aree agricole privilegiate”, ha commentato Bentley. Una chiara dimostrazione dell'esistenza di classi sociali differenti.
In uno dei più antichi insediamenti agricoli nella cosiddetta mezzaluna fertile (nell'attuale Siria), risalente all'8.000 a.C., questa differenziazione è apparsa in modo ancora più chiaro, tanto che, a dimostrazione della differenza economica esistente tra i diversi gruppi, anche le abitazioni circostanti erano realizzate di dimensioni diverse: grandi per i facenti parte delle classi abbienti e piccole per quelli delle classi inferiori. A stabilirlo è stato lo studio di un gruppo di ricercatori diretto da Timothy A. Kohler della Washington State University di Pullman negli Stati Uniti, pubblicato su "Nature".
Kohler e colleghi hanno messo in relazione proprio la diversa dimensione delle abitazioni, con la differente capacità reddituale e di rango dei componenti di una Comunità. In una società dove le abitazioni sono tutte uguali, si sostiene, c’è certamente più equità ed uguaglianza anche economica, mentre in una Comunità dove le dimensioni delle case tendono ad avere dimensioni diverse, significa che alcuni (quelli delle case più ampie) sono in possesso di una ricchezza maggiore di quelli che vivono nelle abitazioni più piccole.
Gli studi archeologici effettuati su insediamenti relativi alle epoche successive, hanno dimostrato l'esattezza di quanto detto prima: col passare del tempo, infatti, il divario tra le classi sociali era diventato addirittura più ampio, con il conseguente aumento delle disuguaglianze sociali. La presenza o l’assenza di oggetti preziosi nelle sepolture dell’Età del bronzo lo dimostra inequivocabilmente: nelle tombe riservate a un’élite di privilegiati, c’erano molti oggetti di valore, contrariamente alle altre, praticamente spoglie. 
Cari amici, la storia dell’Umanità dimostra dunque, inequivocabilmente, che nei millenni l’uguaglianza in realtà non c’è mai stata! Le diverse epoche analizzate ci hanno praticamente rivelato che quella che noi oggi consideriamo una grande “iniquità sociale”, in verità c'è sempre stata! In tempi lontani lo sfruttamento delle classi sociali più povere non solo era una condizione imposta e praticata dai ceti più abbienti, ma addirittura accettata e riconosciuta da tutti. In Egitto, nell’Antica Grecia e nell’Antica Roma, la differenziazione sociale era la norma, con una larga presenza di servitori e di schiavi.
Oggi gli studiosi si interrogano sui motivi del lento, lentissimo, percorso che l’uguaglianza, da tanti richiesta a parole si sia poi poco concretizzata nei fatti; essi cercano di fare, seppure a fatica, un'analisi del perché questa differenziazione continua a perdurare, quali le vere cause che hanno portato l'uomo a dividere la Società in ricchi e poveri. Il perdurare dei “due pesi e delle due misure”, ovvero la differente distribuzione della ricchezza tra chi possiede tanto (e spesso troppo) e chi non possiede nemmeno il necessario per sopravvivere, non ha una causa ben definita, ma è sicuramente frutto di un complesso di cause. 
Il Prof. Michele Alacevich, autore con Anna Soci del libro “Breve storia della disuguaglianza”, edito da Laterza, sostiene non solo che l’uguaglianza non è scomparsa, ma che, tra alti e bassi, sta nuovamente crescendo in molti Paesi del mondo. E questo lo si può rilevare da tanti comportamenti.
Lo si può constatare, dice il professore, guardando la differenza tra il nostro Nord e il nostro Sud nazionale, oppure mettendo a confronto l'Italia con gli altri Paesi d’Europa. Anche oltre oceano, negli Stati uniti per esempio, dopo il crollo delle borse del 2008, la disuguaglianza si è riaccesa, tornando agli stessi, altissimi livelli in cui si trovò alla vigilia del famoso crollo del ’29. 
Cari amici, con l’avvento della Globalizzazione, come sappiamo bene, i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, con l’aggravante che la solidarietà si sta assottigliando sempre di più, e l’egoismo e l’individualismo aumentano spudoratamente, schiacciando e cancellando in buona parte l’altruismo. Uno degli esempi più eclatanti di questo attuale momento è il terrificante fenomeno dei migranti, che lasciano i Paesi sottosviluppati (sfruttati oggi come ieri dalle potenze economiche che ben conosciamo) alla ricerca della sopravvivenza, anche a costo di mettere a repentaglio la vita. 
La domanda che mi pongo (ed alla quale è impossibile dare una risposta) è questa: Saremo mai capaci di creare le condizioni per riportare sulla terra almeno un minimo di convivenza accettabile, anche se non proprio ugualitaria, tra le diverse classi sociali? Il dilemma è grande, e, a mio avviso, se non si troverà una soluzione accettabile, tutto potrebbe accadere…anche una nuova gigantesca rivoluzione, seppure molto diversa dalla ben nota “Rivoluzione francese”!
A domani.
Mario