mercoledì, luglio 15, 2026

COME RINFRESCARE LE CITTÀ NELLE ESTATI SEMPRE PIÙ CALDE? A ROMA SI SPERIMENTA L'ALBERO BIOCLIMATICO.


Oristano 15 luglio 2026

Cari amici,

Che il clima stia pericolosamente cambiando è una realtà inequivocabile! Di colpe l'uomo ne ha tante, tra le quali la grande distruzione delle superfici boschive. Le conseguenze sono, ormai, tanto note e difficili da rimediare. In particolare nei grandi centri urbani il conseguente cambiamento climatico sta amplificando le “ondate di calore estivo”, arroventando le città che, di giorno in giorno, d’estate, stanno diventando invivibili. Queste isole di calore, oramai insopportabili, sono conseguenza dell'asfalto e del cemento presente, che assorbono l'energia solare rilasciandola poi lentamente di notte, portando spesso a temperature percepite fino a 10°C superiori rispetto alle aree rurali e causando disagi, rischi per la salute e notti tropicali.

Nelle metropoli questo fenomeno si aggrava ulteriormente per diverse cause strutturali. Uno di questi è L’EFFETTO CANYON: L'altezza degli edifici ostacola la ventilazione, impedendo all'aria calda di disperdersi; un altro è L’IMPERMEABILIZZAZIONE: La mancanza di suolo nudo, privo di vegetazione, che impedisce il naturale raffreddamento per evaporazione (evapotraspirazione); poi le ATTIVITÀ ANTROPICHE: Il traffico veicolare, gli impianti industriali e l'uso continuo dei condizionatori, che rilasciano ulteriore calore nell'atmosfera. Come cercare di rimediare a questo circolo vizioso che rende le nostre città in determinati periodi praticamente invivibili?

Un recente esempio ci viene dalla Città di Roma, che sperimenta una soluzione alquanto innovativa per mitigare le isole di calore presenti nella nostra capitale. In Piazza dei Cinquecento (davanti alla Stazione Termini), è stata proposta l'installazione di un ALBERO BIOCLIMATICO. L'albero bioclimatico è un'installazione tecnologica ispirata all'architettura antica, progettata per abbassare le temperature nelle isole di calore urbane. Sfruttando il principio del raffrescamento adiabatico, queste strutture offrono un'oasi di refrigerio nelle aree cementificate senza l'uso di energia elettrica per i compressori.

Il funzionamento si basa su meccanismi naturali: Struttura porosa: Un cilindro centrale in materiali naturali e porosi (come laterizio riciclato o bambù) viene mantenuto costantemente umido; Evaporazione: L'aria calda della città attraversa il cilindro. L'acqua evapora, assorbendo il calore e raffreddando l'aria; Rinfresco: L'aria più densa e fresca viene convogliata verso il basso (effetto downdraft), riducendo la temperatura percepita; Autonomia: L'acqua e i sistemi di ricircolo possono essere alimentati tramite piccoli pannelli fotovoltaici integrati. Questi dispositivi sono progettati per abbassare la temperatura dell’aria fino a 10° C rispetto alle aree circostanti senza consumare elettricità. Come accennato, in cima alla torre sono previsti pannelli fotovoltaici che alimentano sia il sistema di ricircolo dell'acqua sia l'illuminazione.

L'idea (in corso d’opera al Comune di Roma) non è, comunque, una novità: il principio fisico utilizzato è noto da millenni. Nell'antico Egitto i palazzi di nobili e faraoni sfruttavano le alte pareti con finestre strette e lunghe collocate in cima: l'aria calda entrava da lì e, scendendo, si raffreddava. Lo stesso concetto si ritrova nel Castello della Zisa di Palermo, residenza estiva dei re normanni. Il Campidoglio sta completando gli approfondimenti tecnici ed economici necessari a sostenere l'investimento, stimato in circa 500 mila euro. Solo al termine di queste verifiche si saprà se e quando l'opera diventerà realtà. In caso positivo, sarebbe il primo esemplare del genere installato in Italia.

Amici, l'albero bioclimatico nasce anche come risposta all’errata impostazione dello sviluppo delle città negli ultimi decenni, considerata la mancanza di progettazione di aree di verde pubblico: l’albero bioclimatico, dunque, sarebbe un modo per offrire refrigerio in tempi rapidi, dove il verde vero manca, o comunque fatica ad arrivare. Ovviamente l'albero bioclimatico è una soluzione temporanea, che va integrata con altre strategie di raffrescamento urbano, a partire da quanto detto prima: aumentare considerevolmente le superfici alberate. Amici lettori, che gli alberi contribuiscano notevolmente a rinfrescare l’aria, è ben noto. Uno studio del Joint Research Centre su oltre 600 città europee ha rilevato che gli alberi urbani abbassano la temperatura dell'aria in media di circa 0,8 °C, con effetti ben maggiori in contesti favorevoli. Ricercatori del CNR, insieme alla State University of New York, indicano nel 30% di copertura arborea una soglia in grado di ridurre sensibilmente gli effetti delle ondate di calore. E non solo.

Usare Pavimentazioni drenanti e "città spugna". Superfici permeabili e materiali che non trattengono il calore permettono all'acqua di infiltrarsi e di alimentare il verde, riducendo l'accumulo termico. Usare materiali riflettenti. Pavimentazioni, rivestimenti e coperture chiare respingono la radiazione solare invece di assorbirla, abbassando la temperatura superficiale di edifici e strade e riducendo anche i consumi energetici per il condizionamento. Infine, Acqua e raffrescamento evaporativo. Fontane, nebulizzatori e installazioni come l'albero bioclimatico, che sfruttano l'evaporazione per creare zone di comfort mirate negli spazi più esposti.

Cari amici, ho appreso con molto piacere l’idea che sta portando avanti la Città di ROMA, ma in futuro credo che dovremmo rivedere gli spazi delle nostre città, aggiungendo quel verde che per troppo tempo abbiamo ignorato.

A domani.

Mario

martedì, luglio 14, 2026

I GIOVANI E LA SERIA PREOCCUPAZIONE PER IL LORO FUTURO: SONO ALLA VANA RICERCA DEL LAVORO CHE NON C'È!


Oristano 14 luglio 2026

Cari amici,

In questo millennio ipertecnologico, che ha cambiato in modo drastico l’avvicendamento nel mondo del lavoro, si è incredibilmente interrotto il passaggio generazionale; molti giovani, infatti, crescono preoccupati, sviluppando la percezione che il loro futuro risulta fumoso e imprevedibile, molto diverso dalla generazioni del passato. Si, nonostante gli ottimi percorsi di studio effettuati, che in passato garantivano sicuri ingressi nel mercato del lavoro, oltre ad una buona carriera, oggi, a prescindere dalle lauree conseguite con il massimo dei voti il lavoro per loro sembra diventato una chimera.

Terminati gli studi, l’inserimento nel mondo del lavoro, spesso, resta solo un sogno. Quelle ricevute, infatti, sono solo offerte poco remunerate e precarie, incapaci quindi a garantire una certa stabilità socio-economica. Questa percezione appare sempre più diffusa, ed è alimentata da diversi elementi concreti che si possono riscontrare all’interno del mondo lavorativo, che sembra offrire loro, nonostante la preparazione acquisita, solo le briciole.  Alla grande precarietà e alle remunerazioni modeste si deve aggiungere, inoltre, la maggiore difficoltà economica derivata dall’aumento costante del costo della vita. Per loro, in realtà, un futuro nebuloso.

Amici, a leggere con attenzione le statistiche sul mondo del lavoro giovanile, si rileva che il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (fascia 15-24 anni) si aggira intorno al 16,9%. Sebbene questo dato segni un modesto trend in miglioramento su base nazionale, la situazione rimane critica soprattutto nel Mezzogiorno, dove la precarietà, i salari bassi e la fuga di cervelli all'estero alimentano una seria preoccupazione per il futuro delle nuove generazioni.

Focalizzando la nostra attenzione sulla Sardegna, la nostra isola sconta un forte divario strutturale, con tassi di disoccupazione under 35 elevati (che viaggiano storicamente vicino o superiori alla soglia del 18%) e un preoccupante tasso di spopolamento giovanile che impoverisce in modo alquanto pericoloso il tessuto sociale dell'isola. Una percentuale significativa di giovani è classificata come NEET (non studia, non lavora e non fa formazione), un fenomeno legato al disallineamento tra i percorsi di studio e le reali richieste del mercato. Per cercare di contrastare questa emergenza, la Regione Sardegna ha attivato fondi e bandi specifici finalizzati al miglioramento dell’occupazione Giovanile ma, per ora, con modesti risultati.

In un simile contesto negativo, il futuro delle Nuove Generazioni appare alquanto fragile e interrogativo, non solo nei riguardi del mondo del lavoro, ma più in generale per la programmazione della loro vita futura, che, oltre il lavoro, significa creare una famiglia e contribuire a realizzarsi come cittadini onesti e laboriosi. Se la visione del futuro continuerà ad apparire loro sempre più instabile, diventa molto complesso immaginarsi come potranno gestire il mondo e la vita sociale dopo di noi.

Amici, nei sogni dei giovani di oggi, non risulta dominante solo la necessità di costruire la propria identità esclusivamente attorno alla carriera, ma essi sognano anche un maggior equilibrio tra lavoro e vita privata, immaginando questa orientata a godere spicchi importanti della loro vita, con la realizzazione di nuove esperienze, maggior tempo libero, maggiori relazioni sociali, e, soprattutto, orientata a tutelare la propria salute e il benessere mentale. Nel loro concetto il lavoro non deve occupare il centro assoluto della loro vita, ma avere a disposizione spazi per soddisfare anche bisogni e desideri non orientati solo alla carriera e alla produttività.

Cari amici, i giovani di oggi, rispetto alle precedenti generazioni, vedono la loro vita da ben altra angolazione! Questo loro importante cambiamento di prospettiva, per quanto desiderabile, può rappresentare per alcuni la fonte di conflitti interni che vedono da un lato il desiderio di equilibrio, dall’altro la costante pressione sociale a essere performanti, produttivi e sempre competitivi. Che ne sarà delle generazioni future? Credo che una giusta via di mezzo, tra la situazione attuale e le loro aspettative, sarebbe la soluzione ottimale!

A domani.

Mario

 

 

lunedì, luglio 13, 2026

I TRADIZIONALI MENU POVERI DELLE PICCOLE ISOLE: A LAMPEDUSA, LA STRAORDINARIA INSALATA DI MARE ALLA LAMPEDUSANA.


Oristano 13 luglio 2026

Cari amici,

Se oggi l’isolamento delle piccole isole può essere considerato solo un ricordo, in passato la vita in questi piccoli e isolati lembi di terra era di certo molto più difficile di oggi. Questo fatto, dal punto di vista alimentare, riuscì a creare, utilizzando i soli prodotti locali, delle ricette diventate col tempo di grande bontà, tanto che oggi possiamo considerarle di grande eccellenza. Per questo, oggi, fedeli lettori, voglio parlarvi di una gran bella ricetta elaborata tanto tempo fa dagli abitanti dell’isola di LAMPEDUSA.

L’ISOLA DI Lampedusa è la più meridionale d'Italia; fa parte dell'Arcipelago delle Pelagie (che comprende anche la vicina isola di Linosa e l'isolotto di Lampione), arcipelago legato alla Sicilia, e che appartiene amministrativamente alla provincia di Agrigento. Vicinissima all’Africa, in quanto dista poco più di 100 chilometri, l’isola di Lampedusa ha spiagge d'incanto, con acqua e fondali paradisiaci, oltre ad una natura rimasta selvaggia, e oggi è meta di visitatori e turisti anche di alto livello.

Ebbene, amici, in questa isola meravigliosa, i visitatori possono, oltre che godere di un mare unico, gustare prodotti d’eccellenza, come ad esempio un piatto straordinario di antica fattura: “L’INSALATA ALLA LAMPEDUSANA”.  È un tipico piatto della tradizione dei pescatori dell’isola, che il visitatore deve assolutamente provare una volta arrivato sull’isola. Indubbiamente è un piatto gustosissimo, che assomma i profumi e i sapori dell’isola; un piatto non solo da mangiare sull’isola, ma anche da ricreare in casa, una volta rientrati, per non dimenticare quei meravigliosi sapori e poter così continuare a sognare lo straordinario mare di Lampedusa.

So che Voi lettori siete curiosi, per cui ora cerchiamo di vedere insieme come realizzare questa meravigliosa ricetta con i profumi del nostro mare! L'insalata lampedusana è un trionfo di sapori mediterranei. Questo piatto, di norma consumato come piatto unico, può essere utilizzato anche come contorno; esso unisce la semplicità degli ingredienti poveri della tradizione isolana: patate lesse, pomodori, cipolla rossa, tonno sott'olio, olive nere e capperi. Il tutto esaltato da un'emulsione di olio extravergine d'oliva, aceto e origano. Per un tocco ancora più esclusivo, i pescatori di Lampedusa “sostituiscono spesso il tonno con la bottarga (di tonno o di muggine)” tagliata a fettine o a dadini. In questo caso, il sapore diventa più intenso e salmastro.

Il segreto di questa insalata risiede nell'eccellente materia prima utilizzata, e poi nella possibilità di farla riposare, permettendo ai sapori di amalgamarsi alla perfezione. Ed ecco Gli Ingredienti Tradizionali utilizzati: 4 patate a pasta gialla, 2-3 pomodori maturi (o pomodorini), 1 cipolla rossa (preferibilmente di Tropea), 150g di tonno di qualità (meglio se in filetti), o bottarga, Una manciata di capperi dissalati, Olive nere (denocciolate o intere), Olio extravergine d'oliva, aceto di vino bianco e origano q.b., Sale e pepe.

LA PREPARAZIONE. 1. Lessa le patate: Fai bollire le patate con la buccia finché non risultano tenere ma sode. Scolale, lasciale raffreddare, sbucciale e tagliale a tocchetti. 2. Preparate ora le verdure: Tagliate i pomodori a spicchi o a cubetti, affettate la cipolla sottilmente (se preferite un gusto più delicato, lasciala in ammollo in acqua e aceto per 10 minuti prima di scolarla). 3. Unite poi il tutto in un'ampia insalatiera; mettete le patate, i pomodori, la cipolla, le olive e i capperi, poi aggiungete il tonno sgocciolato e spezzettato grossolanamente, oppure la bottarga a fette o a cubetti.

A questo punto siete quasi arrivati al termine: Ora c’è da condire il tutto. Preparate un'emulsione sbattendo l'olio, l'aceto, il sale, il pepe e l'origano. Appena l’emulsione è pronta, versatela sull'insalata e mescolate delicatamente. Avete terminato, ma prima di portare in tavola, dovete lasciare riposare l'insalata in frigorifero per almeno un'ora prima di servirla. In questo modo i succhi si amalgameranno per bene fondendosi in un unico meraviglioso sapore, rendendo questa insalata davvero speciale! A Lampedusa di certo avrebbero consigliato di accompagnare il piatto con un bianco sapido: come un Grillo o un Catarratto.

Cari amici, devo dirvi con grande sincerità che questa ricetta mi tenta non poco! Credo che si possa realizzare anche qui in Sardegna, che quanto a ricette non è da meno! Io qui ad Oristano e dintorni realizzerei la ricetta utilizzando la bottarga di muggine, e a tavola accompagnerei questo piatto con un bianco d’eccellenza: un Karmis della Cantina Contini, fresco e sapido! Provare per credere!

A domani, amici lettori!

Mario

domenica, luglio 12, 2026

IL SENTIMENTO DELL'AMORE NELLETÀ SENILE, CHE OSCILLA TRA SOLITUDINE E RIFLESSIONE. I DIVERSI CAMBIAMENTI DELL’AMORE NELLA TERZA ETÀ.


Oristano 12 luglio 2026

Cari amici,

Col passare degli anni, quando anche l’età adulta diventa SENILITÀ, il sentimento dell'amore subisce una lenta ma costante trasformazione; variazione importante, nel senso che evolve, passando da una passione travolgente ad un legame più sereno e riflessivo, più intimo, perdendo la focosità e assestandosi sulla condivisione, sulla cura, sul rispetto verso l’altro. Insomma, quel bollente sentimento, paragonabile ad un mare in tempesta, diventa placido, calmo, diventando un sereno stare insieme, un placido rifugio contro la solitudine, capace anche di migliorare il benessere psicofisico e favorendo l'equilibrio emotivo.

Si, cari lettori, nella senilità, l'amore evolve verso una dimensione meno irruente  ma più profonda, più selettiva e disinteressata. Col il passare alla fase senile, il cambiamento è guidato da una maggiore consapevolezza del tempo limitato, che spinge la persona a concentrarsi sulle relazioni autentiche, scartando quelle “usa e getta”, in quanto cresce e si consolida un forte bisogno emotivo di reciprocità, nella consapevolezza che l’amore vero è quello autentico, capace di curare e trasmettere i valori alle nuove generazioni.

Ci domandiamo: perché avviene questa “Trasformazione amorosa”, nella Terza Età? Le motivazioni sono alquanto diverse. Intanto l’avanzare dell’età ci fa diventare più Maturi e Profondi: I sentimenti perdono l'ansia e i tormenti tipici della giovinezza. L'esperienza di vita accumulata porta a relazioni più serene, fondate su una profonda complicità. Avviene, poi, la trasformazione della "Tenerezza Ardente" in “Tenerezza placida”: Il desiderio fisico da irruente si calma, si trasforma, mancando l'urgenza della procreazione o la pressione delle aspettative sociali; l'intimità focosa si placa, esprimendosi attraverso la tenerezza, il contatto fisico e la vicinanza emotiva.

Col passare degli anni, anche le coppie più affiatate riservano importanti spazi personali da godere: alcune coppie over 60 o 70 scelgono di non convivere pur amandosi, per preservare i propri spazi e le abitudini consolidate in una vita, mentre altre, invece, trovano sicurezza nel condividere ogni momento della quotidianità. È, amici, una vita senile vissuta tra ampi spazi di solitudine e molti altri di serena riflessione.

Cari amici, è “LA SOLITUDINE” una delle sfide più grandi dell'età senile, che può derivare da varie cause: da vedovanza, dall’allontanamento dei figli o da un certo isolamento sociale. È questa una solitudine derivata, una solitudine subita: Quando vissuta senza progetti o relazioni gratificanti, può portare a tristezza e malinconia, diventando un fattore di rischio per il declino cognitivo. Se è vissuta, invece, con una serena riflessione e consapevolezza, la solitudine può trasformarsi in un'opportunità preziosa per la crescita personale. Permette, infatti, di dedicarsi ai propri interessi, di riscoprire il valore del proprio tempo e di elaborare il passato.

Per trascorrere una vecchiaia serena, tale da favorire un invecchiamento sano, è importantissimo mantenere vivo il sentimento dell'amore! Che esso sia rivolto ad un partner, verso i familiari o verso gli amici, poco importa, sarà sempre un vero e proprio elisir di lunga vita. Nutrire l'affettività e la socialità aiuta a non sentirsi mai inutili o invisibili. Nella senilità l’amore passa dalla manifestazione focosa e spesso esagerata, a quella placida, serena, nella quale si riduce il tempo per le interazioni superficiali e aumenta il desiderio di godere appieno della famiglia stretta, in particolare dei figli e dei nipoti.

Si, il ruolo dei nonni nei confronti dei nipoti è basilare e costruttivo: l'amore per i nipoti diventa un affetto di tipo generativo; i nonni offrono un supporto emotivo ed educativo unico, spesso mediato da una minore ansia da prestazione rispetto al ruolo genitoriale. Cambia anche, con l’avanzare dell’età, il rapporto con i figli, con una vera “inversione dei ruoli”: l'amore si esprime attraverso l'accettazione della propria vulnerabilità, affidandosi all'aiuto dei figli senza perdere la propria dignità.

Cari amici, è, come accennato prima, la consapevolezza che il tempo che si ha da vivere è diventato limitato a creare i cambiamenti più importanti: è questa consapevolezza ad agire come un filtro naturale (teoria della selettività socio-emotiva), eliminando le relazioni tossiche o superflue per privilegiare quelle che offrono un immediato benessere emotivo. Con l’avanzare dell'età si tende a dare maggiore peso alle emozioni positive e si sviluppa una migliore capacità di regolare i propri stati d'animo, rendendo i legami più stabili e pacifici. Insomma, possiamo dire con serena ironia, che, in realtà, la vera saggezza arriva sempre quando il tempo sta per finire!

A domani.

Mario

sabato, luglio 11, 2026

LE VERDURE E LA LORO CONSERVAZIONE NEL TEMPO. L’INVENZIONE DELLA FERMENTAZIONE AI TEMPI DELLA CIVILTÀ CONTADINA, QUANDO IL FRIGORIFERO NON C'ERA.


Oristano 11 luglio 2026

Cari amici,

Ai tempi della civiltà contadina la conservazione dei cibi non era certo semplice come oggi! Prima dell’avvento del  frigorifero, nelle famiglie l’unico modo per difendersi dal deperimento dei cibi era quello di non fare scorte eccessive di alimenti e usare metodi di conservazione come la salatura, l’essiccazione, la fermentazione, l’aceto, l’alcol e il miele. In particolare, per le verdure, soggette a rapido decadimento, uno dei sistemi che garantiva una conservazione ottimale era la FERMENTAZIONE.

Si, amici, la fermentazione delle verdure è una delle tecniche di conservazione più antiche al mondo, utilizzata nei tempi in cui il frigorifero ancora non esisteva. Il processo di conservazione ha come base la “fermentazione lattica”, un meccanismo naturale in cui i batteri presenti sulle verdure trasformano gli zuccheri in acido lattico. È proprio questo acido a conservare l’alimento, abbassando il pH e creando un ambiente sfavorevole ai microrganismi dannosi.

Un processo, dunque, sotto certi aspetti alquanto naturale, senza l’utilizzo di acidi esterni, come ad esempio l’aceto; sono, infatti, le stesse verdure, insieme al sale, ad avviare il processo. Il risultato è un prodotto dal sapore complesso, leggermente acidulo, con una consistenza croccante e un profilo aromatico che evolve nel tempo. La fermentazione non è identica per tutte le verdure: quelle più compatte, come cavolo e carote, tendono a mantenere meglio la croccantezza, mentre altre possono diventare più morbide.

Amici lettori, oggi, con gli attuali apparecchi refrigeranti disponibili sul mercato, non ci sarebbe certo bisogno di ricorrere alla fermentazione, ma c’è da dire che le verdure sottoposte a questo trattamento di "Latto-fermentazione" consente non solo di allungare la vita degli alimenti di mesi, ma consente anche di aumentare il valore nutrizionale delle verdure trattate. Insomma, le verdure fermentate sono non solo buone ma da considerare come un vero elisir di lunga vita.

So che siete curiosi e vi domandate: come preparare, oggi, le verdure fermentate a casa? La tecnica di base, pur non essendo le verdure diverse tra loro, è sempre la stessa. Cavoli, carote, cetrioli, ravanelli, finocchi e cavolfiori sono tra i più adatti, perché hanno una buona struttura e resistono bene alla fermentazione; verdure più acquose o delicate, invece, richiederanno maggiore attenzione, perché possono ammorbidirsi troppo. Per ottenere un buon risultato è importante rispettare la proporzione di sale e mantenere le verdure sempre sommerse.

Quanto alla sicurezza, se l’operazione di fermentazione è eseguita correttamente, è abbastanza sicura. Richiede, però, il rispetto di alcune regole fondamentali. Il sale è essenziale (circa il 2% rispetto al peso degli ortaggi). Anche l’assenza di ossigeno è importante: le verdure devono rimanere completamente immerse nel liquido per evitare muffe superficiali. Uno degli errori più frequenti è utilizzare poco sale, che rende instabile la fermentazione, oppure l’esposizione all’aria. Anche la temperatura incide: un ambiente troppo caldo accelera il processo ma può portare a sapori sgradevoli, mentre uno troppo freddo lo rallenta eccessivamente.

Nella preparazione, oltre il sale, possono essere aggiunti altri aromi a piacere. Le varianti per preparare le verdure fermentate sono infinite: sperimentare ortaggi e aromi diversi sarà un'autentica avventura. Potete utilizzare spezie come pepe, semi di senape, aglio o peperoncino, mentre erbe come aneto o alloro sono tipiche di alcune tradizioni del Nord ed Est Europa. Il principio resta lo stesso: creare le condizioni ideali perché la fermentazione avvenga in modo naturale, trasformando ingredienti semplici in conserve vive, ricche di sapore e profondità.

Cari amici, le verdure fermentate sono certamente ottime, soprattutto se usiamo quelle prodotte nell’orto e non quelle che compriamo al supermercato e di cui nulla sappiamo sulla provenienza! Prepararle richiede, ovviamente, una certa esperienza e chi è curioso e vorrebbe provare, deve iniziare con l’aiuto di una massaia esperta che, magari, ha avuto la regole della preparazione da zie e nonne! Però, riuscire a realizzare le verdure fermentate è sicuramente una cosa buona e salutare! Provare per credere!

A domani.

Mario

 

venerdì, luglio 10, 2026

IL GRANDE CORAGGIO DI VIVIANA SIRIGU, SARDA VERACE DI ORROLI. HA LASCIATO IL POSTO FISSO PER SALVARE L’ANTICO PANE DEL SUO PAESE.


Oristano 10 luglio 2026

Cari amici,

Per prendere decisioni forti, come quella presa da VIVIANA SIRIGU, bisogna avere un forte DNA assolutamente sardo, ovvero essere una sarda verace, dalla testa ai piedi! La sua storia, che oggi voglio raccontare a Voi, fedeli lettori, merita davvero di essere resa nota, perché dimostra un amore non comune per la nostra amata terra. Viviana è di ORROLI, un piccolo paese con meno di 2mila abitanti, che si trova nel sud della Sardegna, nella subregione storica del Sarcidano. Primogenita di cinque fratelli, fin da piccola aiutava la mamma a preparare il pane, alquanto necessario in una famiglia numerosa come la sua. «Da piccola non ci vedevo nulla di poetico nello stare tutto quel tempo a impastare con mia madre – racconta -; in casa eravamo in tanti e mi sembrava un sacrificio, ma lo facevo perché ci volevamo bene, di un bene indefinito». Come ogni figlia femmina, in passato l’arte della panificazione si apprendeva in casa, e così fu per lei. Poi, crescendo, l’arte appresa da sua madre rimase nel limbo dentro di lei,  senza sapere che un giorno quegli insegnamenti li avrebbe riscoperti e ripresi.

Viviana, personaggio vivace e intelligente, crescendo studia e si diploma, e al termine degli studi, conseguiti con profitto, riesce anche a realizzare il traguardo del posto fisso come contabile in Regione, con sede di lavoro ad Isili. Ma l’amore per il suo paese, per le sue tradizioni che, giorno dopo giorno si stavano perdendo, la tengono in ansia. I ricordi del passato, in particolare quelli legati alla panificazione, quando Lei bambina aiutava sua madre Melinda a preparare il pane, la tormentano, constatando che ormai quel pane meraviglioso non esiste più! Lei  quel “Pane Bio”  fatto con il grano Senatore Capelli”, come si faceva una volta, vorrebbe riportarlo in tavola, ricreandolo magari con la riapertura di un bel forno!

Detto fatto: senza pensarci due volte decide di abbandonare il posto fisso e mettersi in gioco. Si licenzia, abbandonando il posto sicuro, e torna ad Orroli. La sua idea è quella di aprire un forno, per riprendere a panificare alla vecchia maniera. Il forno decide di chiamarlo “KENTOS”, contrazione di chent’annos, “cent’anni”, per rendere omaggio a Orroli, che rientra tra le cosiddette zone della longevità, per via dell’alta presenza di centenari.  La Sardegna, come molti di Voi sanno, è l’unica regione italiana a vantare questo primato, presente nello specifico tra l’Ogliastra e la Barbagia. Come ha avuto modo di raccontare lei stessa, sorridendo, «Ho scelto questo nome per il nonnino Giovanni Frau, il più anziano d’Europa».

La longevità, secondo Viviana, è dovuta per molti versi all’alimentazione e, di conseguenza, la “lunga vita dei centenari”  è resa possibile grazie ad un combinato disposto di vita comunitaria, attività fisica, clima e alimentazione. Ed ecco, grazie a Viviana, la rinascita dell’antico pane nel nuovo forno di “Kentos". Il pane realizzato da Kentos è fatto con gli stessi ingredienti del passato, è identico a quello consumato dai «nonnini» quando lei era bambina: Grano duro “Senatore Cappelli”, acqua di fonte e quel prodigioso segreto che le donne della sua famiglia si sono tramandate per trecento anni: “su Framentu”, il lievito madre.

La grande, coraggiosa idea di Viviana, è stata, da subito, quella di voler costruire una filiera bio nel suo paese, Orroli. «Puoi immaginare cosa voleva dire parlare di bio qui: nessuno ci credeva», spiega Viviana. Oggi invece Kentos, attorno al quale ruotano sessanta famiglie, ha ricevuto i Tre Pani del Gambero Rosso nella guida “I Migliori Panifici d’Italia 2027”. Un riconoscimento che arriva quasi vent’anni dopo l’apertura del laboratorio, l’ingresso nella grande distribuzione e tre anni dopo l’inaugurazione del punto vendita di Cagliari. Un vero successo!

Amici, Viviana nel suo laboratorio porta avanti diverse preparazioni di pane: come su MODDIZZOSU, chiamato così per via dell’arbusto di lentischio (Moddizzi) usato per profumare il forno a legna in cui viene cotto; nel suo forno Kentos Viviana prepara e vende anche su PISTOCCU, dalla consistenza secca e croccante, su  COCÓI A PITZUS, unico pane decorato in Sardegna e su CIVRAXEDDU, di piccole dimensioni. Questo tipo di pane mantiene la sua fragranza per giorni, e, a Orroli lo chiamano anche “pane dei centenari”.

Viviana Sirigu con i figli Simona e Davide   

Cari amici, plaudo con grande gioia all’iniziativa portata avanti da Viviana, vera sarda che ha uno smisurato amore per la Sardegna e le sue specialità. L’iniziativa di Kentos, da lei portata avanti, è oggi un grande progetto etico, attorno al quale gravitano trentacinque agricoltori, due mugnai e diciannove dipendenti. Tutto il grano usato, il Salvatore Capelli, è coltivato in Sardegna, è macinato a pietra e trasformato secondo i principi dell’agricoltura biologica certificata. «Kentos puntava a creare valore in un territorio fragile», ripete Viviana. Nelle sue parole Orroli – e la sua comunità – sono sempre in primo piano; non è un caso, infatti, che anche il laboratorio si trovi all’interno di una casa campidanese, abitazione del sud della Sardegna, nota per le ampie corti in terra cruda. Grazie Viviana, della tua forza e del tuo coraggio di vera sarda che ama fortemente la sua terra!

A domani.

Mario