mercoledì, febbraio 18, 2026

IL NOSTRO CERVELLO E LA SUA EVOLUZIONE NEL TEMPO. DELLE CINQUE ETÀ, ECCO LE “QUATTRO (4) FASI CHIAVE” CHE SEGNANO I CAMBIAMENTI PIÙ IMPORTANTI.


Oristano 18 febbraio 2026

Cari amici,

Per lungo tempo gli studiosi sono rimasti convinti che lo sviluppo, l’evoluzione del nostro CERVELLO, abbia seguito una linea continua, con una crescita costante e un lento declino finale. Negli ultimi anni, però, importanti studi internazionali hanno messo in crisi quest’idea, ritenendo, invece che, al contrario, il cervello umano proceda per tappe, attraversando delle vere e proprie soglie, ovvero dei momenti di “riorganizzazione radicale”, capaci di segnare, col passare del tempo,  delle nuove fasi dell’esistenza.

Gli studiosi dell’Università di Cambridge, in una recente ricerca, hanno messo in evidenza un quadro completo di queste fasi di cambiamento, individuando le “QUATTRO ETÀ CHIAVE”, in cui la “cablatura” cerebrale cambia profondamente: a 9, 32, 66 e 83 anni. Questi traguardi, questi passaggi, non vanno letti come semplici tappe dell’invecchiamento, ma come dei veri reboot, ovvero delle fasi di riavvio, in cui il cervello si ristruttura, perde alcune capacità e ne rafforza delle altre, adottando di conseguenza nuove strategie per affrontare la vita che continua. Ma vediamo, almeno in sintesi, questi 4 passaggi del nostro cervello.

La prima fase, quella fino a 9 anni, è quella della fase iniziale della vita, nella quale il cervello è un’esplosione di connessioni, con i neuroni che si moltiplicano e si collegano in modo capillare, creando una rete vastissima ma poco efficiente. È un sistema ridondante, pensato per esplorare il mondo, apprendere il linguaggio, il movimento, le relazioni. Intorno AI NOVE ANNI, però, qualcosa cambia. È il momento in cui il cervello smette di accumulare connessioni e inizia a selezionarle. Le sinapsi superflue vengono eliminate, i percorsi più rapidi e funzionali vengono rafforzati, nascono reti locali specializzate. Dal punto di vista neurologico, è la fine dell’infanzia. Questo passaggio si riflette spesso nel comportamento: maggiore autonomia, una nuova consapevolezza di sé, la sensazione di “non essere più piccoli”. È anche l’inizio di una lunga fase di trasformazione che prepara il terreno all’adolescenza, con tutti i suoi contrasti.

Questa prima “riorganizzazione cerebrale” dura a lungo, per oltre due decenni. È un periodo non facile: l’adolescenza, fatta di sbalzi d’umore, cambiamenti di personalità, è gravida anche di una maggiore vulnerabilità psicologica. Il cervello sta letteralmente riscrivendo le sue priorità. A 32 ANNI arriva la seconda riorganizzazione, età in cui il cervello raggiunge il massimo livello di integrazione ed efficienza. Dopo anni di aggiustamenti, la rete neurale è ottimizzata: le aree comunicano in modo fluido, le funzioni cognitive sono al massimo del loro potenziale. Si è pienamente capaci di decidere, ma proprio per questo le scelte diventano definitive.

Questa stabilità dura a lungo, fino al supero dei sessant’anni. Arrivati Ai 66 ANNI arriva la terza riorganizzazione. Questo terzo passaggio è meno spettacolare, ma altrettanto profondo. Il cervello cambia strategia: invece di funzionare come una rete globale in cui tutto comunica con tutto, diventa più modulare. Le aree cerebrali iniziano a lavorare in gruppi più piccoli e specializzati, riducendo la comunicazione su larga scala. È una scelta adattiva: mantenere una rete completamente integrata richiede molte energie, e il cervello seleziona, preferendo concentrarsi su ciò che conta davvero. L’esperienza accumulata diventa una risorsa centrale, e il cervello impara a usarla in modo più selettivo.

Infine arriva l’ultima riorganizzazione, l’ultimo riassetto: al supero degli 80 anni. A 83 ANNI il cervello deve fare i conti con la perdita di molte connessioni dirette. La risposta non è la resa, ma una nuova riorganizzazione. Emergono strutture centrali, veri e propri hub, che funzionano come snodi di smistamento. I segnali non viaggiano più lungo percorsi diretti, ma passano attraverso nodi intermedi. È un sistema meno efficiente, più lento, ma sorprendentemente funzionale. Permette di compensare le perdite e di mantenere una certa coerenza cognitiva. In questa fase la memoria a breve termine e la capacità di seguire strutture complesse possono ridursi, ma spesso restano intatte le emozioni, le relazioni, il senso di identità.

Cari amici, certamente tutte le 4 riorganizzazioni sono importanti, ma quest’ultima, nella fase di invecchiamento cerebrale, è ancora più importante: la nostra mente cerca di sopperire al declino, con una ulteriore trasformazione, capace di compensare le perdite. Questo studio, amici, ha evidenziato la straordinaria capacità del nostro cervello di riorganizzarsi in continuazione. Ognuna delle 4 fasi comporta un riadattamento per compensare le perdite, ma è una riorganizzazione che permette a tutti noi di affrontare al meglio le nuove sfide. Il nostro cervello è uno straordinario computer che, tempo per tempo, fa un reset per riorganizzarsi, per poter continuare, fino al tramonto, ad andare avanti nel modo migliore!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 17, 2026

LA CINA E LA PESCA ILLEGALE CHE STA SVUOTANDO I MARI. UNA FLOTTA DI BEN 17MILA NAVI SACCHEGGIA GLI OCEANI CON DANNI INCALCOLABILI.


Oristano 17 febbraio 2026

Cari amici,

La Cina è il primo paese al mondo (dal 1989) per tonnellate di pesce catturato. Nel 2021 Pechino è riuscita a pescare (ancora secondo i dati statistici ufficiali, evidentemente sottostimati) 13,14 milioni di tonnellate metriche di risorse ittiche, lasciandosi alle spalle l’Indonesia, con 7,2. Nel 2022, il 40% di tutte le risorse ittiche mondiali era stato catturato da imbarcazioni battenti bandiera cinese o comunque facenti riferimento alla Cina, che consuma circa un terzo del pescato a livello mondiale, di cui il 40% (a parte il pesce derivante da acquacoltura) importato. Insomma in tutti gli oceani, nelle acque internazionali e non solo, la Cina ha sguinzagliato una flotta immensa: ben 17mila immense navi che stanno svuotando le risorse marittime.

Siamo davanti ad una vera e propria guerra commerciale, combattuta a colpi di reti da pesca, che ha come palcoscenico i mari del mondo. Quello che spicca è il maggior peso cinese, che sfrutta la poca trasparenza e una palese condotta ambigua per predare in tutti i mari, mettendo le altre nazioni davanti al fatto compiuto. Non è infatti un caso che si parli della possibilità di estendere la ZEE, comunemente fissata a 200 miglia nautiche, sino a 350 miglia, affinché nazioni che dipendono fortemente dalla pesca, come l’Ecuador o il Perù, possano tutelare meglio le proprie risorse.

Amici, è ben nota in Cina la continua, crescente domanda di materie prime, necessarie per sostenere un’economia in costante espansione, indispensabili per soddisfare le esigenze di una popolazione in continua crescita, di 1,4 miliardi di persone, e l’ambito più importante è forse quello delle risorse del mare. I cinesi stanno letteralmente “dragando” tutto ciò che è possibile estrarre dagli oceani, risorse che si accaparrano senza alcune rispetto per la Natura e spesso neppure dei confini delle nazioni, come è successo nel Mar della Cina e al largo della Corea del Nord.

Come accennato prima, forti di una flotta d’altura organizzata in modo quasi militare e dai numeri strabilianti (i dati del Overseas Development Institute parlano come detto di 17 mila imbarcazioni, contro i circa 300 pescherecci dell’intera flottiglia statunitense d’alto mare. Tuttavia fonti non confermate stimano addirittura il numero dei pescherecci cinesi in 200-800 mila, (ovvero quasi la metà dell’intero parco mondiale)! Queste numerosissime imbarcazioni, in gran parte grosse navi che possono contenere sino a 1000 t. di prodotto,  fanno pensare ad una campagna di lungo periodo.

Infatti dietro ai pescherecci-razziatori si muove ed opera una vera e propria organizzazione, composta da una specie di "città galleggiante", che offre il supporto logistico; supporto fornito da una grande nave-cisterna per rifornire di carburante le navi più piccole e diverse navi speciali (vascelli-fabbrica) che lavorano direttamente in mare il pesce, lo surgelano, permettendo così ai pescherecci di riprendere al più presto la pesca razzia. Amici, la realtà è che i cinesi non si fermano davanti a niente.

Ecco un dato che lo dimostra in modo inequivocabile. Solo nello scorso settembre la flotta “pirata” cinese ha operato per oltre 73 mila ore di pesca intensiva, come ha denunciato l’Associazione ambientalista Oceana, violando così le norme internazionali contro l’eccessivo sfruttamento del mare. L’Ecuador, sentendosi alquanto leso,  ha chiesto aiuto agli Stati Uniti, ma, come noto, non è certo un buon momento nei rapporti tra le due superpotenze e i cinesi proseguono imperterriti il loro programma di sfruttamento intensivo del pianeta.

Come accennato prima, la flottiglia da pesca cinese spazia in tutti  i mari del mondo, praticando una vera e propria guerra che vede coinvolti anche i vicini più prossimi del gigante asiatico, e suoi avversari in campo politico. L’Agenzia per la pesca giapponese si è mossa di recente per garantire la sicurezza dei pescherecci di Tokyo, che operano nelle ricche zone di pesca di Yamatotai, all’interno della Zona di Esclusività Economica nipponica, chiedendo che evitino alcune aree e si rechino altrove a causa di un recente aumento di navi cinesi che incrociano in quelle acque.

Cari amici, credo che il problema sia più serio di quanto appare. La corsa cinese verso il controllo dei mari, almeno di quelli asiatici, africani e sudamericani, ha certificato la presenza di danni ambientali notevoli e irreparabili, a fronte di guadagni crescenti. Ci potranno essere accordi pacifici o anche sul controllo della pesca sui mari si scatenerà una guerra con le armi?

A domani.

Mario

lunedì, febbraio 16, 2026

LA SCARSA NATALITÀ E IL FUTURO DEI PATRIMONI IN ASSENZA DI TESTAMENTO. MANCANDO GLI EREDI DIRETTI, INGENTI PATRIMONI POTREBBERO RIMANERE BLOCCATI O INUTILIZZATI.


Oristano 16 febbraio 2026

Cari amici,

In Italia la “DENATALITÀ” è un fenomeno in costante aumento, un peggioramento derivante da un calo ininterrotto delle nascite, che, oramai da molti anni, sta raggiungendo dei minimi storici mai toccati prima. Insomma, l'Italia si conferma come uno dei Paesi con il tasso di fertilità più basso d'Europa e con una popolazione che invecchia rapidamente, influenzata da fattori economici, sociali e culturali che scoraggiano la genitorialità. Ebbene, uno dei tanti problemi conseguenti a questo fenomeno è la sorte riservata ai “Patrimoni mobiliari e immobiliari”, che, in assenza di eredi diretti, potrebbero rimanere fermi, ovvero bloccati e per molto tempo inutilizzati.

Purtroppo nel nostro Paese non è molto diffusa l’abitudine, in specie nell'età senile, a “Fare Testamento”, ovvero a disporre, quando si è ancora in vita, la futura destinazione del proprio patrimonio. Secondo i dati del 2018 del Ministero della Giustizia, in Italia solo il 12 per cento della popolazione redige testamento! A farlo più spesso sono gli over settanta, in prevalenza donne. Si, amici, statisticamente parlando, senza dettare in vita le ultime volontà, si corre il rischio che, in assenza di eredi diretti, entro il 2040 ben 88 miliardi di euro di beni patrimoniali rimarranno “Fermi, bloccati” per un lungo periodo, e quindi inutilizzati.

In Italia solo chi redige testamento può disporre liberamente di una parte dei propri beni, quindi, in assenza di questa disposizione, il patrimonio viene assegnato per legge ai parenti fino al sesto grado o, in mancanza di questi, allo Stato. I lasciti alle Associazioni Non-profit possono, dunque, provenire solo da chi lascia disposizioni scritte. Oggi le diverse Fondazioni incontrano grandi difficoltà nel convincere i potenziali donatori a mettere per iscritto le proprie ultime volontà, anche perché credo che manchi il sostegno incoraggiante delle strutture pubbliche.

La realtà, amici, è che molte persone, soprattutto le più anziane, non vengono portate a conoscenza delle Fondazioni e degli Enti del Terzo settore presenti sul loro territorio. Le strutture pubbliche di comunicazione dovrebbero informare di continuo sulla presenza di queste strutture, sulle finalità e sugli scopi che esse perseguono. In questo modo, oltre la conoscenza, si creerebbe un serio rapporto di fiducia, con coloro che, in assenza di figli o nipoti, potrebbe destinare parte del loro patrimonio a degli Enti benefici. proprio facendo testamento.

Ma vediamo in dettaglio cosa realmente succede, quando vengono rinvenuti dei beni di chi è senza eredi e senza aver lasciato testamento. La gestione dei patrimoni senza eredi è disciplinata dagli articoli 528 e 586 del Codice Civile. In assenza di testamento, come accennato prima, la legge consente di ereditare fino al sesto grado di parentela; se però nessuno accetta l’eredità, oppure gli eredi non sono rintracciabili o non esistono, i beni vengono dichiarati "vacanti" e passano sotto la gestione dello Stato, tramite l’Agenzia del Demanio. Non esiste un tempo standard prestabilito per l'acquisizione; la procedura può durare mesi oppure anni, protraendosi fino a un massimo di dieci anni, periodo entro il quale eventuali eredi hanno comunque il diritto di reclamare il patrimonio. Quando i beni vacanti sono immobili, terreni o oggetti di valore materiale, l’incertezza e la durata delle pratiche possono causarne degrado e perdita di valore, con il rischio che diventino addirittura inutilizzabili.

Per molto tempo in effetti non è esistito un inventario dei beni immobili o beni vacanti in gestione allo Stato; nel 2022 entrò in vigore il Regolamento previsto dal DM n.128/2022, che introdusse la creazione di un sistema telematico nazionale per raccogliere e monitorare, in modo strutturato, i dati sui beni ereditari vacanti. Stando a quanto dichiarato dall’ultimo report dell’Agenzia del Demanio, pubblicato a fine dicembre 2024, è in corso il lavoro del tavolo tecnico incaricato di progettare il sistema digitale che dovrà identificare, gestire e rendere tracciabili i beni vacanti sul territorio nazionale (denominato SIEG – Sistema Informatico Eredità Giacenti).

Cari amici, quello dei Patrimoni in attesa di assegnazione è indubbiamente un problema mica di poco conto, come accennato in premessa; il fatto che entro il 2040 ben 88 miliardi di beni patrimoniali resterebbero “Fermi, bloccati”, in attesa di essere acquisiti dallo Stato, fa riflettere molto. Un disegno di legge fermo al Senato, se approvato, potrebbe stabilire di destinare questi patrimoni ai Comuni. Tuttavia, risulta molto importante sensibilizzare i possibili anziani senza eredi diretti, affinché vengano portati a conoscenza delle possibilità che i loro beni vengano destinati, effettuando testamento, alle Fondazioni benefiche a loro più vicine, laiche o religiose secondo il loro desiderio, consono al loro pensiero o alla loro fede. L’informazione per ora, in realtà, manca o è molto carente! Bisognerebbe davvero provvedere!

A domani.

Mario 

domenica, febbraio 15, 2026

LAVORARE PER VIVERE O VIVERE PER LAVORARE? GIÀ IL FILOSOFO GRECO DEMOCRITO AMMONIVA SUL SUPERLAVORO.


Oristano 15 febbraio 2026

Cari amici,

Che la società che viviamo, oggi nel Terzo Millennio, sia connotata da una corsa sfrenata e stressante, che interessa tutte le attività economiche, è una realtà inequivocabile. Il fenomeno dell'uomo che lavora "OLTRE MISURA", eccedente rispetto ai ritmi ordinari, ovvero quelli svolti per sopperire alle esigenze della propria vita, ha radici lontane. Gli studiosi dicono che iniziò nel Neolitico (circa 10.000-8.000 anni fa), per proseguire in crescendo col passare degli anni e dei secoli. Nel periodo della Civiltà greca, racconta Democrito (V-IV sec. a.C.), uno dei maggiori rappresentanti della più antica filosofia greca, ben noto per i suoi insegnamenti etici che promuovevano la moderazione (metron) come via per la felicità (euthymia), tuonava ripetutamente contro quelli che lavoravano fuori misura.

La sua opinione su chi "LAVORAVA FUORI MISURA" era assolutamente negativa, per cui ammoniva in continuazione contro gli 'eccessi, l'avidità e l'illusione di quelli che vedevano nel lavoro esagerato il fine ultimo della propria vita. Ecco, in sintesi,  alcuni dei punti chiave del suo pensiero. Egli per ammonire questi soggetti “esagerati”, per esempio, usava la metafora delle api: paragonava le persone eccessivamente avide alle api, note per essere operose fino allo spasimo, osservando che esse lavorano "come se dovessero vivere in eterno". Un modo per ribadire che lavorare senza misura fa perdere sia tempo che la vita.

Il filosofo nei suoi scritti ammoniva che dedicare troppo tempo al lavoro privava la persona dei momenti di sereno relax, vivendo solo per lavorare e non lavorando per vivere. Democrito suggeriva che, per godersi la vita, non bisogna occuparsi di troppe cose e, in ciò che si fa, non si deve mai superare la propria capacità naturale. L'eccesso causa infelicità: Il "lavoro fuori misura" è visto come una fuga, una corsa che lascia fermi e che trasforma il lavoro in un'ossessione, perdendo di vista la vera meta che è la serenità dell'anima.

Amici, la sua indubbia, saggia filosofia, condannava l’accumulo. Democrito sosteneva che la felicità non risiede nei possedimenti o nell'oro, ma nella moderazione e nell'apprezzamento di ciò che si ha. In sintesi, per Democrito, il lavoro deve essere bilanciato e non deve mai eccedere le capacità umane o sottrarre la gioia dell'esistenza presente. È una mentalità stolta  quella di chi accumula oro e ricchezze, vivendo da schiavo e rimandando la serenità della vita a un “poi” indefinito, che mai arriverà!

Democrito, cari lettori, descrive un comportamento che suona attualissimo anche oggi: la convinzione, spesso non dichiarata, che il tempo sia sempre disponibile. Il suo non è un messaggio contro il lavoro, tutt’altro! Egli non invita a rifiutarlo: suggerisce, piuttosto, di ridargli la giusta misura. Lavorare è necessario e può avere valore, persino dare una dignità profonda. Ma quando diventa l’unico perno delle giornate, rischia di trasformarsi in una via di fuga: dal qui e ora, dalle emozioni, dalle relazioni e, alla fine, anche da ciò che siamo.

Anche oggi, amici, sono tanti quelli che lavorano fuori misura “come se si dovesse vivere in eterno”; lavorare senza sosta, rinunciando a godere della vita, significa vivere in modalità accumulo: obiettivi, risultati, denaro, riconoscimenti. È un movimento continuo che spesso non ha un punto di arrivo reale. E proprio qui nasce il paradosso: più si corre, meno si ha la sensazione di avanzare. Il tempo, invece, non si lascia impressionare dalla produttività: Passa comunque! E se tutto viene sacrificato al lavoro, ciò che resta rischia di essere una vita piena di giornate “utili”, ma povera di giorni “vissuti”.

Il problema è che il “poi” non è garantito. Non perché debba accadere qualcosa di drammatico, ma perché la vita cambia: le energie diminuiscono, le priorità si trasformano, le occasioni passano. E ciò che si rimanda troppo a lungo finisce spesso per diventare un rimpianto. Spesso si lavora per sentirsi importanti, per sentirsi “a posto”, per meritare qualcosa. Ma una vita fondata solo su questo equilibrio fragile è sempre vicina al crollo: basta una pausa forzata, un errore o un cambiamento, per mettere tutto in discussione.

Cari amici, ho sempre apprezzato Democrito e la sua filosofia. Il suo concetto del lavoro non è assolutamente negativo, ma deve essere limitato a ciò che serve. Egli ricordava ai greci migliaia di anni fa che bisognava prestare attenzione a non investire tutto in una vita che viene immaginata infinita, perché la vita vera non è domani: è adesso, è oggi! Il lavoro è importante, ma deve avere dei limiti temporali, il resto del tempo va vissuto e goduto vivendo ogni giorno l’oggi, senza rinvii al domani!

A domani, amici lettori.

Mario

 

sabato, febbraio 14, 2026

ASSEGNATA DAL “GREMIO DEL CAVALIERE INFINITO” LA CAMELIA 2026. LA SCELTA È CADUTA SU MIRIAM CONTINI.


Oristano 14 febbraio 2026

Cari amici,

Domenica 15 e martedì 17 febbraio, si correrà anche quest'anno ad Oristano, nonostante le tante polemiche, LA SARTIGLIA. In questo straordinario, antico torneo, dove le donne protagoniste non sono mai state tante, né come cavalieri né come Componidori, molte altre, invece, si sono sacrificate, anno dopo anno, dietro le quinte, per preparare nel modo migliore possibile la somma figura del torneo: SU COMPONIDORI. Ebbene, questo straordinario impegno femminile, a lungo ignorato, è stato invece – con grande lungimiranza – preso in alta considerazione da un personaggio oristanese straordinario: Filippo Martinez, una figura tanto eclettica e impareggiabile, da venire difficile, anche ai più esperti, essere degnamente descritta.

Solo un personaggio come FILIPPO MARTINEZ poteva pensare, infatti, a trovare per queste straordinarie donne di Sartiglia un degno riconoscimento per il gravoso impegno svolto dietro le quinte della storica manifestazione! Esse con grande determinazione operano da sempre nell’ombra: a partire dalle Massaias fino alle Massaieddas. Per loro il grande Filippo Martinez, dopo aver inventato il Gremio del Cavaliere Infinito, ha pensato ad un giusto riconoscimento: “CREARE” un premio particolare, unico nel suo genere; la scelta è caduta su un fiore che orna il Capocorsa: una camelia in ceramica, che rappresenta quel bellissimo fiore che Su Componidori porta con eleganza sul petto. La bellissima ceramica viene realizzata artisticamente, ogni anno, dall'artista Alessandra Raggio.

Fu a partire dall’anno 2015, che venne iniziata l’assegnazione delle Camelie, attribuita ad una delle tante donne che di anno in anno hanno contribuito e contribuiscono, con amore e dedizione, a conservare la tradizione più intima, più sacra e più bella della Sartiglia. Finora sono state assegnate 11 Camelie: ad Angela Solinas (2015), Gabriella Collu (’16), Maria Teresa Mereu (’17), Matilde Carta (’18), Anna Paola Corona (’19), Anna Contini (’20), Stefania Pinna (’21), Pina Soddu (‘22), Patrizia Pala (’23), Giorgia Mugheddu (’24), Franca Fenu (’25).

Quest’anno il Consiglio delle Camelie del Gremio del Cavaliere Infinito ha assegnato all’unanimità il titolo di Camelia 2026 alla grande donna di Sartiglia Miriam Contini. Quando una piccola delegazione del Consiglio delle Camelie, composta da Matilde Carta e Giorgia Mugheddu e guidata dalla priora Gabriella Collu, si è recata a casa di Miriam Contini e le ha comunicato la notizia, lei si è commossa! Proprio non se l’aspettava! E invece avrebbe dovuto, perché il suo è stato sin da bambina un modo intensissimo di “respirare” la Sartiglia, di viverne poeticamente l’incantesimo.

Per capirlo nella sua essenza basti pensare che, mentre era in attesa del figlio Sergio, quando Pino, il marito, le domandò se avesse qualche desiderio, invece che un dolce o un frutto lei chiese una maschera del Componidori. In seguito, rimasta vedova nel 1990, come per incarnare il suo sogno mandò il giovanissimo Sergio da Antonio Casu – benemerito fondatore del “Giara Club” – perché imparasse a cavalcare.  Quando poi il ragazzo terminò gli studi e si diplomò, lei non gli regalò un orologio ma uno stocco. E bisogna dire che Sergio, costretto dall’amore di sua madre a essere un predestinato, l’ha saputa accontentare. Infatti è stato prima Componidoreddu nella Sartigliedda, e poi, nel 2017, Componidori.

La Massaia Miriam Contini sarà proclamata ufficialmente Camelia 2026 al Teatro Garau lunedì prossimo, 16 febbraio alle ore 20:00, durante la rassegna di cori tradizionali sardi “Cantando a Carnevale” che da sempre, generosamente, offre al Gremio del Cavaliere Infinito lo spazio per la premiazione. Anche quest’anno il premio consisterà in una preziosa camelia in ceramica realizzata e regalata da Alessandra Raggio, un’artista sensibile e generosa. Ma quest’anno alcune sue opere potranno essere ammirate anche da chi non sarà presente alla premiazione. Infatti, da venerdì 13 alle ore 19:00 a martedì 17, cinque sue grandi camelie in ceramica saranno esposte presso la casa Cominacini-Falqui Cao in via Parpaglia 38 trasformata per l’occasione dalle luci di Antonio Falchi in uno spazio metafisico perfetto per accogliere quei petali colorati che, come dice l’autrice, “ho plasmato uno per uno con una terra che da sempre mi riempie il cuore”.

Cari amici, mi inchino riverente di fronte allo straordinario eclettico, impareggiabile Filippo Martinez, per me un particolare, grande “GENIO DELLA LAMPADA”, personaggio capace di creare e stupire con la sua BACCHETTA MAGICA, inventore nel grande, unico torneo della SARTIGLIA, del Gremio del Cavaliere Infinito!

A domani, fedeli lettori!

Mario

venerdì, febbraio 13, 2026

PER SENECA “GENTILEZZA” E “AMICIZIA VERA” SONO STRETTAMENTE LEGATE. LA GENTILEZZA NON È INDICE DI FRAGILITÀ, MA È L’ARMA DEI FORTI.


Oristano 13 febbraio 2026

Cari amici,

Spesso l’essere gentili è visto come un segno di debolezza, di fragilità, di arrendevolezza. Niente di più sbagliato! Essere gentili non è un segno di debolezza, ma anzi una manifestazione di forza interiore, intelligenza emotiva e coraggio, soprattutto in un contesto sociale che vede LA GENTILEZZA come un segno di ingenua debolezza. La persona gentile, invece, è dotata di un grande autocontrollo, di empatia e di consapevolezza, che le consente di poter rispondere con calore e rispetto anche a chi agisce da maleducato, a chi mette in atto provocazioni e maleducazione, spiazzando chi si aspetta durezza, riuscendo a creare sempre un ambiente più positivo e umano.

Viviamo, purtroppo, un mondo in cui la prepotenza sembra essere diventata la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, dovremmo trovare il coraggio di rileggere il passato, per esempio focalizzare la nostra attenzione sul pensiero di LUCIO ANNEO SENECA, filosofo, drammaturgo e politico romano, tra i massimi esponenti dello stoicismo eclettico di età imperiale. Per Seneca la gentilezza non è un segno di debolezza ma di forza, non è un segno di cedimento, ma è la vera forza del potere e della stabilità.

Seneca riesce a scardinare il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria serena, gentile benevolenza, interrompe il circuito della violenza. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere padroni del proprio stato d’animo. Insomma, la gentilezza è la forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti.

Seneca, amici, lega strettamente la gentilezza all'amicizia autentica, sottolineando che deve essere sempre disinteressata, una scelta virtuosa, basata sulla comune condizione umana, non su calcoli o vantaggi. La gentilezza, come l'amicizia, non si misura, non si mercanteggia; un atto gentile è una ricompensa in sé e una manifestazione di forza morale, che si traduce nel non aspettarsi gratitudine e nel perdonare con bontà. Chi è gentile e saggio è anche amico di sé stesso, potendo così donare amore agli altri senza aspettare nulla in cambio, rendendo l'amicizia un "altro io" e un esercizio di virtù.

Per il grande Seneca la gentilezza è sempre possibile: "Ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza". È una scelta che si può fare in ogni situazione; è un Atto disinteressato: Non deve essere un'operazione contabile; un beneficio dato non deve essere registrato per riscuotere. In sintesi, la gentilezza è una “Ricompensa in sé”: La vera gentilezza è una ricompensa per chi la compie, non un investimento per il futuro. Dialogare, rispondere con gentilezza, protegge la mente e il cuore, a differenza della collera.

Ecco perché, cari lettori, l'amicizia e la gentilezza sono strettamente legate. L’amicizia è una scelta, non un’imposizione: è un dono, non qualcosa che si può imporre. L’amico si sceglie aprendosi e dando fiducia, ovviamente dopo un’attenta valutazione, ma una volta scelto, bisogna fidarsi e aprirsi completamente, come con se stessi. L’amicizia è rivolta al bene altrui: Il vero saggio cerca l'amico per assisterlo, non per essere assistito. Con lui nasce una condivisione totale: l'amicizia vera mette tutto in comune, anche le avversità, perché unisce gli uomini in una volontà comune. Non è mai basata sull'utile: l'amicizia per interesse (traffico) finisce quando l'interesse cessa; quella vera è un vincolo che non cerca profitto.

Cari amici che mi leggete, facendo una sintesi del pensiero di Seneca, che mette sul podio la gentilezza e la considera strettamente legata all’amicizia, possiamo dire che l'approccio di Seneca alla gentilezza è intrinsecamente legato alla sua etica stoica: la virtù è il fine, e la gentilezza, come l'amicizia, sono manifestazioni di una vita vissuta secondo ragione e umanità, dove l'azione buona è fine a se stessa e genera valore interiore, non solo vantaggi esterni.  Se davvero in questo millennio trovassimo la forza di rileggere il passato…

A domani.

Mario