sabato, febbraio 21, 2026

IN DETERMINATI MOMENTI IL NOSTRO LINGUAGGIO CAMBIA: USIAMO LE PAROLACCE! MA QUALI LE MOTIVAZIONI, LE CAUSE?


Oristano 21 febbraio 2026

Cari amici,

Le PAROLACCE in determinati momenti della nostra vita, sono in tanti a dirle, ad usarle, ma quasi sempre evitando di usarle in presenza dei bambini. Considerate una volgarità, in realtà le parolacce rispondono a funzioni psicologiche e sociali della persona che le usa; esse, infatti, in determinati momenti aiutano a gestire la rabbia, il dolore, e vengono elaborate dal cervello più rapidamente delle altre parole ordinarie. Socialmente, le imprecazioni, quasi sempre soggette a tabù e convenzioni, possono rafforzare i legami ,oltre ad arricchire il linguaggio, trasmettendo emozioni intense ed enfatizzando concetti.

Uno studio di Neuro Report circa gli effetti delle parolacce sul cervello, sembra dimostrare, come accennato prima, che imprecare distragga in qualche modo il cervello dal dolore, aiutandolo a gestirlo meglio, come se queste attivassero una risposta fisiologica che aumenta la resistenza al male fisico. Tuttavia, l'efficacia di questo effetto diminuisce nelle persone che usano frequentemente parolacce nella vita quotidiana, suggerendo in queste un fenomeno di assuefazione.

Amici, ogni lingua vanta il suo vasto repertorio di parolacce che, lungi dall’essere semplice espressione di volgarità, grazie alla loro capacità di veicolare rapidamente e accuratamente lo stato emotivo del parlante, riesce a gestire il momento negativo. Le imprecazioni rappresentano una forma di espressione personale utilizzata per liberare tensione, rabbia o frustrazione. Spesso emergono in risposta a situazioni spiacevoli, come il dolore fisico, ma possono anche servire a manifestare sorpresa o incredulità di fronte ad eventi inaspettati.

Nella nostra società le parolacce sono, in linea di massima, soggette a tabù e convenzioni sociali che ne regolano l'uso in base al contesto, alla cultura e all'educazione, e sono spesso accettate in ambienti informali ma considerate inappropriate in situazioni formali o pubbliche, e in particolare in presenza di bambini. Le recenti ricerche effettuate dal Centro di Neurolinguistica e Psicolinguistica dell’Università Vita-Salute San Raffaele, hanno effettuato, per la prima volta, un’indagine su come il nostro cervello elabori le parolacce, cercando di rispondere a due domande principali: se il nostro cervello comprende le parolacce così come comprende le altre parole, e se la comprensione cambi se queste vengono prodotte nella nostra lingua o in una lingua straniera.

Il Dott. Simone Sulpizio ha così spiegato i risultati. “Sebbene l’elaborazione delle parolacce avvenga attraverso le stesse regioni cerebrali utilizzate per le altre parole, esse vengono riconosciute più facilmente ed elaborate più efficientemente: questo vantaggio per le parolacce è probabilmente dovuto alla loro rilevanza sociale ed emotiva, che le rende riconoscibili dal nostro cervello immediatamente e senza sforzo”. Per quanto riguarda invece la ricezione di queste ultime in una lingua straniera, è emerso come le parolacce ascoltate in un’altra lingua risultino meno offensive per due motivi:  la comprensione è meno immediata e richiede il coinvolgimento di regioni cerebrali aggiuntive che ci aiutino a comprendere la rilevanza emotiva e sociale delle parole.

Cari amici, in realtà le parolacce rivestono anche un ruolo fondamentale sia nella comunicazione sociale che linguistica; esse possono rafforzare i legami tra individui, potenziando il senso di appartenenza e solidarietà ad un gruppo, purché il loro uso sia adeguato al contesto per evitare malintesi. Esse, poi, colorano e arricchiscono il linguaggio, regalando una buona varietà di espressioni per comunicare emozioni intense ed enfatizzare un punto di vista. Pertanto, invece di considerarle come universalmente dannose o moralmente sbagliate, sarebbe opportuno adottare un’altra prospettiva: usare la riflessione per chiedersi quali obiettivi comunicativi esse riescono a raggiungere.

A domani.

Mario

 

venerdì, febbraio 20, 2026

LA NOSTRA MENTE E I PREGIUDIZI. ECCO COSA SONO “I NEGATIVITY BIAS” (PREGIUDIZI NEGATIVI) E PERCHÉ RESTANO PIÙ IMPRESSI DEI BIAS POSITIVI.


Oristano 20 febbraio 2026

Cari amici,

La nostra mente ha sempre cercato di memorizzare i fatti di cui siamo protagonisti, ovvero le nostre esperienze di vita, sia positive che negative. Questo accantonare nel nostro cervello le esperienze fatte, per evitare in futuro di ripetere quelle negative, ha creato, in senso protettivo, quello che noi oggi comunemente chiamiamo PREGIUDIZIO. Ebbene, la risultante di questo accantonamento è che la nostra mente memorizza in modo più forte le esperienze negative fatte, oggi correntemente definite “NEGATIVE BIAS”.

L’uomo nella sua evoluzione non ha dimenticato il suo antico, difficile passato, per cui nella sua mente ha mantenuto l’antico sistema. Il risultato? Anche le esperienze negative di oggi sono rimaste fortemente presenti per cautelarci. Come i nostri antenati, che vivevano in ambienti ostili, imprevedibili e potenzialmente pericolosi, memorizzavano tutto ciò che poteva costituire pericolo, ovvero minaccia per la propria sopravvivenza, anche oggi le esperienze negative vengono memorizzate e tenute in primo piano.

Si, amici, Per l’uomo delle caverne, memorizzare “I NEGATIVITY BIAS” era vitale; ricordare che un determinato animale era molto aggressivo, che una certa pianta era velenosa o che uno specifico luogo nascondeva dei rischi di sopravvivenza, aumentava drasticamente le probabilità di sopravvivere. Invece, il ricordo delle esperienze positive vissute, come una giornata tranquilla, una caccia fruttuosa, o un pasto abbondante, poteva anche essere collocato nella mente in secondo piano, in quanto l'eventuale dimenticanza non poteva arrecare danni o conseguenze minime.

Amici, passando dal passato al presente, uno dei contributi scientifici di maggior rilevanza sul tema dell'odierno “pregiudizio di negatività” è l’articolo Bad is Better than good (2001), scritto dagli psicologi sociali Roy F. Baumeister, E. Bratslavsky, C. Finkenauer e K. Vohs. In questo lavoro, gli autori spiegano come in quasi tutti gli ambiti della vita, “i tratti negativi di un individuo hanno più peso dei suoi tratti positivi e, anche quando si equivalgono in termini di numerosità e valore, plasmano il nostro giudizio in maniera del tutto squilibrata.” In altre parole, anche quando bene e male sono equivalenti in termini di quantità o valore, il loro effetto psicologico non lo è. Vediamo perché.

Per esempio: perdere una somma di denaro ha un impatto emotivo maggiore rispetto alla gioia di guadagnare la stessa somma; ricevere una critica colpisce più profondamente che ricevere un complimento; un evento negativo in una relazione può influenzarla più di molti momenti positivi. Secondo gli studiosi, il bene può prevalere sul male solo grazie alla superiore forza dei numeri: solo molti eventi positivi possono superare gli effetti psicologici di un singolo evento negativo. Quando sono presenti uguali misure di bene e male, tuttavia, gli effetti psicologici di quelli negativi superano quelli positivi.

Nel nostro cervello, ciò che è negativo tende sempre a fissarsi più facilmente nella memoria. Ciò può essere dimostrato da tanti esempi. Eccone alcuni. Sia nel lavoro che nella vita privata, si impara più dagli errori che dai successi. Diversi studi mostrano che i bambini apprendono più rapidamente in seguito a punizioni per le risposte sbagliate rispetto alle lodi per le risposte corrette. Le persone sembrano quindi predisposte ad apprendere più velocemente le conseguenze associate a esperienze negative, perché, dal punto di vista evolutivo, riconoscere ed evitare l’errore era fondamentale per la sopravvivenza.

Nella vita ciascuno di noi è valutato per la sua reputazione. Quando prevale il giudizio negativo, questo è più difficile da cancellare. Le informazioni negative risultano più potenti di quelle positive, nella formazione dei giudizi degli altri. In altre parole, le cattive reputazioni sono facili da acquisire ma difficili da perdere, mentre vale il contrario per le buone reputazioni. Una volta che una caratteristica negativa entra a far parte di uno stereotipo, tende ad essere resistente al cambiamento, perché servono numerose osservazioni per metterla in discussione.

Cari amici, nella riflessione di oggi possiamo arrivare ad una conclusione chiara e univoca: il male esercita un’influenza più forte del bene nella vita psicologica dell’essere umano. Questo non significa che il bene non abbia valore, ma che per contrastare un evento negativo sono necessari molti eventi positivi. Il nostro cervello, modellato dall’evoluzione, continua a dare priorità a ciò che può farci del male, anche quando il pericolo odierno non è più quello fisico, quello reale di una volta, ma solo simbolico!

A domani.

Mario

giovedì, febbraio 19, 2026

SPIGOLATURE DI SARTIGLIA. LE MERAVIGLIOSE CAMELIE DI ALESSANDRA RAGGIO, ARTISTA PER PASSIONE, DEDICATE ALLE INFATICABILI DONNE DI SARTIGLIA.


Oristano 19 febbraio 2026

Cari amici,

La SARTIGLIA DI ORISTANO è indubbiamente un evento unico e straordinario. L’antica giostra equestre ha per protagonista SU COMPONIDORI, il mitico cavaliere che guida gli altri cavalieri alla conquista della stella; durante la vestizione, indossa quegli indumenti speciali che lo trasformano in una specie di Semidio, un tramite tra terra e cielo, per implorare la benedizione celeste. La giostra non annovera solo bravissimi cavalieri che cercano la vittoria infilzando la stella, ma anche un certo numero di donne, che in gran parte operano dietro le quinte, e che risultano fondamentali per la perfetta riuscita dell’antica giostra. Sono le Massaias e le Massaieddas che curano, con amore, dedizione e attenzione, l'intero rito della vestizione di Su Componidori, oltre che dedicarsi alle altre numerose incombenze.

Si, amici, la SARTIGLIA anche quest’anno, domenica 15 e martedì 17 febbraio, si è corsa secondo la tradizione, nonostante le tante polemiche innescate dalla possibile applicazione del Decreto Abodi. In questo straordinario, antico torneo, dove le donne protagoniste come cavalieri non sono mai state molte (la prima a vestire i panni di Componidori fu la compianta Anna Dina Cozzoli nella Sartiglia di domenica 4 marzo 1973),  tante altre, invece, si sono sacrificate e si continuano a sacrificare, anno dopo anno, dietro le quinte, per preparare nel modo migliore possibile l’eccelsa figura del torneo: SU COMPONIDORI.

Ebbene, a cercare di mettere in risalto e premiare questo straordinario impegno femminile, a lungo ignorato, è stata la lungimiranza di uno straordinario personaggio oristanese, Filippo Martinez, una figura tanto eclettica e impareggiabile, da venire difficile, anche ai più esperti, definire in modo completo! Si, Filippo Martinez, dopo aver inventato il "Gremio del Cavaliere Infinito", pensò anche a dare un giusto riconoscimento alle trascurate “Donne di Sartiglia”, creando al suo interno “L’Ordine della Camelia”, un sodalizio che ha voluto istituire per dare loro un premio particolare, unico nel suo genere. Il premio da assegnare loro di anno in anno è costituito da una meravigliosa CAMELIA in ceramica, destinato ad una speciale Donna di Sartiglia, selezionata annualmente dall'Ordine della Camelia. La scelta sul simbolo del premio è caduta sulla Camelia perchè rappresenta quel bellissimo fiore che Su Componidori porta con eleganza sul petto. E così, le splendide Camelie in ceramica sono state realizzate per loro dall’artista ALESSANDRA RAGGIO.

Fu a partire dall’anno 2015, che venne iniziata l’assegnazione alle Donne di Sartiglia delle Camelie; la prima fu assegnata ad Angela Solinas (2015), poi a Gabriella Collu (’16), Maria Teresa Mereu (’17), Matilde Carta (’18), Anna Paola Corona (’19), Anna Contini (’20), Stefania Pinna (’21), Pina Soddu (‘22), Patrizia Pala (’23), Giorgia Mugheddu (’24), Franca Fenu (’25) e quest’anno a Miriam Contini. La premiazione è avvenuta al Teatro Garau lo scorso 16 febbraio durante la rassegna di cori tradizionali sardi “Cantando a Carnevale” che da sempre, generosamente, offre il giusto spazio al Gremio del Cavaliere Infinito, autore del premio.

Amici, di questo premio ho già parlato su questo blog il 14 di febbraio, oggi invece voglio parlarvi della grande artista che realizza di anno in anno questo splendido premio-riconoscimento alle Donne di Sartiglia: Alessandra Raggio! Lei è artista per passione, nel senso che ha potuto realizzare concretamente il suo sogno artistico al termine della sua vita lavorativa, ben diversa dal suo sogno giovanile! Lei, per oltre trent'anni, ha svolto l'attività di giornalista, (è stata anche responsabile della Redazione del nostro quotidiano L’Unione Sarda di Oristano). Poi, nel 2022, cessati gli impegni di lavoro, Alessandra è riuscita finalmente ad appagare in modo concreto il suo sogno artistico, che da tempo aveva mantenuto nel cuore: realizzarsi ed esprimersi anche nella difficile arte della ceramica.

La sua grande passione l’ha portata a realizzare cose straordinarie come ceramista! Ha dedicato anima e corpo, alla realizzazione di meravigliose opere ceramiche da tutti apprezzate! Per lei la ceramica è diventata una vera pratica artistica, di ricerca e di insegnamento. Quest’anno Alessandra non si è limitata a realizzare la camelia dedicata alla scelta "Donna di Sartiglia", consegnata a Miriam Contini. Ha deciso anche di far conoscere al pubblico alcune sue opere sempre sul tema Sartiglia; ha così allestito la sua “MOSTRA DI CAMELIE” in Oristano, Via Parpaglia, nell’androne di casa Falqui-Cao - Cominacini, mostrando così, in modo ancora più forte, la sua dedizione alle straordinarie “DONNE DI SARTIGLIA!

Cari amici, apprezzo molto Alessandra Raggio e quanto ha fatto e continua a fare per le donne che da sempre dedicano il loro tempo e la loro grande professionalità alla Sartiglia. Ma in Alessandra ho anche apprezzato un fatto che ci accomuna: Lei, dopo una vita di lavoro, ha voluto caparbiamente realizzare il suo sogno artistico nel campo della ceramica, allo stesso modo in cui io, al termine della mia vita lavorativa, ho voluto concretizzare il mio sogno giovanile rimasto inappagato: quello di fare Comunicazione e operare come giornalista. Ormai vicino ai 60 anni, sono tornato all'Università, completando la formazione necessaria con ben 3 lauree! Cari lettori, la vita, spesso, ci porta su strade diverse da quelle desiderate, ma mai abbandonare i sogni non realizzati: custodire dentro di noi i nostri sogni giovanili, per poi realizzarli in età matura, è semplicemente meraviglioso! È una gioia straordinaria! Invito tutti a realizzare i propri sogni! (Nella foto la consegna della CAMELIA 2026 a Miriam Contini).

A domani.

Mario

mercoledì, febbraio 18, 2026

IL NOSTRO CERVELLO E LA SUA EVOLUZIONE NEL TEMPO. DELLE CINQUE ETÀ, ECCO LE “QUATTRO (4) FASI CHIAVE” CHE SEGNANO I CAMBIAMENTI PIÙ IMPORTANTI.


Oristano 18 febbraio 2026

Cari amici,

Per lungo tempo gli studiosi sono rimasti convinti che lo sviluppo, l’evoluzione del nostro CERVELLO, abbia seguito una linea continua, con una crescita costante e un lento declino finale. Negli ultimi anni, però, importanti studi internazionali hanno messo in crisi quest’idea, ritenendo, invece che, al contrario, il cervello umano proceda per tappe, attraversando delle vere e proprie soglie, ovvero dei momenti di “riorganizzazione radicale”, capaci di segnare, col passare del tempo,  delle nuove fasi dell’esistenza.

Gli studiosi dell’Università di Cambridge, in una recente ricerca, hanno messo in evidenza un quadro completo di queste fasi di cambiamento, individuando le “QUATTRO ETÀ CHIAVE”, in cui la “cablatura” cerebrale cambia profondamente: a 9, 32, 66 e 83 anni. Questi traguardi, questi passaggi, non vanno letti come semplici tappe dell’invecchiamento, ma come dei veri reboot, ovvero delle fasi di riavvio, in cui il cervello si ristruttura, perde alcune capacità e ne rafforza delle altre, adottando di conseguenza nuove strategie per affrontare la vita che continua. Ma vediamo, almeno in sintesi, questi 4 passaggi del nostro cervello.

La prima fase, quella fino a 9 anni, è quella della fase iniziale della vita, nella quale il cervello è un’esplosione di connessioni, con i neuroni che si moltiplicano e si collegano in modo capillare, creando una rete vastissima ma poco efficiente. È un sistema ridondante, pensato per esplorare il mondo, apprendere il linguaggio, il movimento, le relazioni. Intorno AI NOVE ANNI, però, qualcosa cambia. È il momento in cui il cervello smette di accumulare connessioni e inizia a selezionarle. Le sinapsi superflue vengono eliminate, i percorsi più rapidi e funzionali vengono rafforzati, nascono reti locali specializzate. Dal punto di vista neurologico, è la fine dell’infanzia. Questo passaggio si riflette spesso nel comportamento: maggiore autonomia, una nuova consapevolezza di sé, la sensazione di “non essere più piccoli”. È anche l’inizio di una lunga fase di trasformazione che prepara il terreno all’adolescenza, con tutti i suoi contrasti.

Questa prima “riorganizzazione cerebrale” dura a lungo, per oltre due decenni. È un periodo non facile: l’adolescenza, fatta di sbalzi d’umore, cambiamenti di personalità, è gravida anche di una maggiore vulnerabilità psicologica. Il cervello sta letteralmente riscrivendo le sue priorità. A 32 ANNI arriva la seconda riorganizzazione, età in cui il cervello raggiunge il massimo livello di integrazione ed efficienza. Dopo anni di aggiustamenti, la rete neurale è ottimizzata: le aree comunicano in modo fluido, le funzioni cognitive sono al massimo del loro potenziale. Si è pienamente capaci di decidere, ma proprio per questo le scelte diventano definitive.

Questa stabilità dura a lungo, fino al supero dei sessant’anni. Arrivati Ai 66 ANNI arriva la terza riorganizzazione. Questo terzo passaggio è meno spettacolare, ma altrettanto profondo. Il cervello cambia strategia: invece di funzionare come una rete globale in cui tutto comunica con tutto, diventa più modulare. Le aree cerebrali iniziano a lavorare in gruppi più piccoli e specializzati, riducendo la comunicazione su larga scala. È una scelta adattiva: mantenere una rete completamente integrata richiede molte energie, e il cervello seleziona, preferendo concentrarsi su ciò che conta davvero. L’esperienza accumulata diventa una risorsa centrale, e il cervello impara a usarla in modo più selettivo.

Infine arriva l’ultima riorganizzazione, l’ultimo riassetto: al supero degli 80 anni. A 83 ANNI il cervello deve fare i conti con la perdita di molte connessioni dirette. La risposta non è la resa, ma una nuova riorganizzazione. Emergono strutture centrali, veri e propri hub, che funzionano come snodi di smistamento. I segnali non viaggiano più lungo percorsi diretti, ma passano attraverso nodi intermedi. È un sistema meno efficiente, più lento, ma sorprendentemente funzionale. Permette di compensare le perdite e di mantenere una certa coerenza cognitiva. In questa fase la memoria a breve termine e la capacità di seguire strutture complesse possono ridursi, ma spesso restano intatte le emozioni, le relazioni, il senso di identità.

Cari amici, certamente tutte le 4 riorganizzazioni sono importanti, ma quest’ultima, nella fase di invecchiamento cerebrale, è ancora più importante: la nostra mente cerca di sopperire al declino, con una ulteriore trasformazione, capace di compensare le perdite. Questo studio, amici, ha evidenziato la straordinaria capacità del nostro cervello di riorganizzarsi in continuazione. Ognuna delle 4 fasi comporta un riadattamento per compensare le perdite, ma è una riorganizzazione che permette a tutti noi di affrontare al meglio le nuove sfide. Il nostro cervello è uno straordinario computer che, tempo per tempo, fa un reset per riorganizzarsi, per poter continuare, fino al tramonto, ad andare avanti nel modo migliore!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 17, 2026

LA CINA E LA PESCA ILLEGALE CHE STA SVUOTANDO I MARI. UNA FLOTTA DI BEN 17MILA NAVI SACCHEGGIA GLI OCEANI CON DANNI INCALCOLABILI.


Oristano 17 febbraio 2026

Cari amici,

La Cina è il primo paese al mondo (dal 1989) per tonnellate di pesce catturato. Nel 2021 Pechino è riuscita a pescare (ancora secondo i dati statistici ufficiali, evidentemente sottostimati) 13,14 milioni di tonnellate metriche di risorse ittiche, lasciandosi alle spalle l’Indonesia, con 7,2. Nel 2022, il 40% di tutte le risorse ittiche mondiali era stato catturato da imbarcazioni battenti bandiera cinese o comunque facenti riferimento alla Cina, che consuma circa un terzo del pescato a livello mondiale, di cui il 40% (a parte il pesce derivante da acquacoltura) importato. Insomma in tutti gli oceani, nelle acque internazionali e non solo, la Cina ha sguinzagliato una flotta immensa: ben 17mila immense navi che stanno svuotando le risorse marittime.

Siamo davanti ad una vera e propria guerra commerciale, combattuta a colpi di reti da pesca, che ha come palcoscenico i mari del mondo. Quello che spicca è il maggior peso cinese, che sfrutta la poca trasparenza e una palese condotta ambigua per predare in tutti i mari, mettendo le altre nazioni davanti al fatto compiuto. Non è infatti un caso che si parli della possibilità di estendere la ZEE, comunemente fissata a 200 miglia nautiche, sino a 350 miglia, affinché nazioni che dipendono fortemente dalla pesca, come l’Ecuador o il Perù, possano tutelare meglio le proprie risorse.

Amici, è ben nota in Cina la continua, crescente domanda di materie prime, necessarie per sostenere un’economia in costante espansione, indispensabili per soddisfare le esigenze di una popolazione in continua crescita, di 1,4 miliardi di persone, e l’ambito più importante è forse quello delle risorse del mare. I cinesi stanno letteralmente “dragando” tutto ciò che è possibile estrarre dagli oceani, risorse che si accaparrano senza alcune rispetto per la Natura e spesso neppure dei confini delle nazioni, come è successo nel Mar della Cina e al largo della Corea del Nord.

Come accennato prima, forti di una flotta d’altura organizzata in modo quasi militare e dai numeri strabilianti (i dati del Overseas Development Institute parlano come detto di 17 mila imbarcazioni, contro i circa 300 pescherecci dell’intera flottiglia statunitense d’alto mare. Tuttavia fonti non confermate stimano addirittura il numero dei pescherecci cinesi in 200-800 mila, (ovvero quasi la metà dell’intero parco mondiale)! Queste numerosissime imbarcazioni, in gran parte grosse navi che possono contenere sino a 1000 t. di prodotto,  fanno pensare ad una campagna di lungo periodo.

Infatti dietro ai pescherecci-razziatori si muove ed opera una vera e propria organizzazione, composta da una specie di "città galleggiante", che offre il supporto logistico; supporto fornito da una grande nave-cisterna per rifornire di carburante le navi più piccole e diverse navi speciali (vascelli-fabbrica) che lavorano direttamente in mare il pesce, lo surgelano, permettendo così ai pescherecci di riprendere al più presto la pesca razzia. Amici, la realtà è che i cinesi non si fermano davanti a niente.

Ecco un dato che lo dimostra in modo inequivocabile. Solo nello scorso settembre la flotta “pirata” cinese ha operato per oltre 73 mila ore di pesca intensiva, come ha denunciato l’Associazione ambientalista Oceana, violando così le norme internazionali contro l’eccessivo sfruttamento del mare. L’Ecuador, sentendosi alquanto leso,  ha chiesto aiuto agli Stati Uniti, ma, come noto, non è certo un buon momento nei rapporti tra le due superpotenze e i cinesi proseguono imperterriti il loro programma di sfruttamento intensivo del pianeta.

Come accennato prima, la flottiglia da pesca cinese spazia in tutti  i mari del mondo, praticando una vera e propria guerra che vede coinvolti anche i vicini più prossimi del gigante asiatico, e suoi avversari in campo politico. L’Agenzia per la pesca giapponese si è mossa di recente per garantire la sicurezza dei pescherecci di Tokyo, che operano nelle ricche zone di pesca di Yamatotai, all’interno della Zona di Esclusività Economica nipponica, chiedendo che evitino alcune aree e si rechino altrove a causa di un recente aumento di navi cinesi che incrociano in quelle acque.

Cari amici, credo che il problema sia più serio di quanto appare. La corsa cinese verso il controllo dei mari, almeno di quelli asiatici, africani e sudamericani, ha certificato la presenza di danni ambientali notevoli e irreparabili, a fronte di guadagni crescenti. Ci potranno essere accordi pacifici o anche sul controllo della pesca sui mari si scatenerà una guerra con le armi?

A domani.

Mario

lunedì, febbraio 16, 2026

LA SCARSA NATALITÀ E IL FUTURO DEI PATRIMONI IN ASSENZA DI TESTAMENTO. MANCANDO GLI EREDI DIRETTI, INGENTI PATRIMONI POTREBBERO RIMANERE BLOCCATI O INUTILIZZATI.


Oristano 16 febbraio 2026

Cari amici,

In Italia la “DENATALITÀ” è un fenomeno in costante aumento, un peggioramento derivante da un calo ininterrotto delle nascite, che, oramai da molti anni, sta raggiungendo dei minimi storici mai toccati prima. Insomma, l'Italia si conferma come uno dei Paesi con il tasso di fertilità più basso d'Europa e con una popolazione che invecchia rapidamente, influenzata da fattori economici, sociali e culturali che scoraggiano la genitorialità. Ebbene, uno dei tanti problemi conseguenti a questo fenomeno è la sorte riservata ai “Patrimoni mobiliari e immobiliari”, che, in assenza di eredi diretti, potrebbero rimanere fermi, ovvero bloccati e per molto tempo inutilizzati.

Purtroppo nel nostro Paese non è molto diffusa l’abitudine, in specie nell'età senile, a “Fare Testamento”, ovvero a disporre, quando si è ancora in vita, la futura destinazione del proprio patrimonio. Secondo i dati del 2018 del Ministero della Giustizia, in Italia solo il 12 per cento della popolazione redige testamento! A farlo più spesso sono gli over settanta, in prevalenza donne. Si, amici, statisticamente parlando, senza dettare in vita le ultime volontà, si corre il rischio che, in assenza di eredi diretti, entro il 2040 ben 88 miliardi di euro di beni patrimoniali rimarranno “Fermi, bloccati” per un lungo periodo, e quindi inutilizzati.

In Italia solo chi redige testamento può disporre liberamente di una parte dei propri beni, quindi, in assenza di questa disposizione, il patrimonio viene assegnato per legge ai parenti fino al sesto grado o, in mancanza di questi, allo Stato. I lasciti alle Associazioni Non-profit possono, dunque, provenire solo da chi lascia disposizioni scritte. Oggi le diverse Fondazioni incontrano grandi difficoltà nel convincere i potenziali donatori a mettere per iscritto le proprie ultime volontà, anche perché credo che manchi il sostegno incoraggiante delle strutture pubbliche.

La realtà, amici, è che molte persone, soprattutto le più anziane, non vengono portate a conoscenza delle Fondazioni e degli Enti del Terzo settore presenti sul loro territorio. Le strutture pubbliche di comunicazione dovrebbero informare di continuo sulla presenza di queste strutture, sulle finalità e sugli scopi che esse perseguono. In questo modo, oltre la conoscenza, si creerebbe un serio rapporto di fiducia, con coloro che, in assenza di figli o nipoti, potrebbe destinare parte del loro patrimonio a degli Enti benefici. proprio facendo testamento.

Ma vediamo in dettaglio cosa realmente succede, quando vengono rinvenuti dei beni di chi è senza eredi e senza aver lasciato testamento. La gestione dei patrimoni senza eredi è disciplinata dagli articoli 528 e 586 del Codice Civile. In assenza di testamento, come accennato prima, la legge consente di ereditare fino al sesto grado di parentela; se però nessuno accetta l’eredità, oppure gli eredi non sono rintracciabili o non esistono, i beni vengono dichiarati "vacanti" e passano sotto la gestione dello Stato, tramite l’Agenzia del Demanio. Non esiste un tempo standard prestabilito per l'acquisizione; la procedura può durare mesi oppure anni, protraendosi fino a un massimo di dieci anni, periodo entro il quale eventuali eredi hanno comunque il diritto di reclamare il patrimonio. Quando i beni vacanti sono immobili, terreni o oggetti di valore materiale, l’incertezza e la durata delle pratiche possono causarne degrado e perdita di valore, con il rischio che diventino addirittura inutilizzabili.

Per molto tempo in effetti non è esistito un inventario dei beni immobili o beni vacanti in gestione allo Stato; nel 2022 entrò in vigore il Regolamento previsto dal DM n.128/2022, che introdusse la creazione di un sistema telematico nazionale per raccogliere e monitorare, in modo strutturato, i dati sui beni ereditari vacanti. Stando a quanto dichiarato dall’ultimo report dell’Agenzia del Demanio, pubblicato a fine dicembre 2024, è in corso il lavoro del tavolo tecnico incaricato di progettare il sistema digitale che dovrà identificare, gestire e rendere tracciabili i beni vacanti sul territorio nazionale (denominato SIEG – Sistema Informatico Eredità Giacenti).

Cari amici, quello dei Patrimoni in attesa di assegnazione è indubbiamente un problema mica di poco conto, come accennato in premessa; il fatto che entro il 2040 ben 88 miliardi di beni patrimoniali resterebbero “Fermi, bloccati”, in attesa di essere acquisiti dallo Stato, fa riflettere molto. Un disegno di legge fermo al Senato, se approvato, potrebbe stabilire di destinare questi patrimoni ai Comuni. Tuttavia, risulta molto importante sensibilizzare i possibili anziani senza eredi diretti, affinché vengano portati a conoscenza delle possibilità che i loro beni vengano destinati, effettuando testamento, alle Fondazioni benefiche a loro più vicine, laiche o religiose secondo il loro desiderio, consono al loro pensiero o alla loro fede. L’informazione per ora, in realtà, manca o è molto carente! Bisognerebbe davvero provvedere!

A domani.

Mario 

domenica, febbraio 15, 2026

LAVORARE PER VIVERE O VIVERE PER LAVORARE? GIÀ IL FILOSOFO GRECO DEMOCRITO AMMONIVA SUL SUPERLAVORO.


Oristano 15 febbraio 2026

Cari amici,

Che la società che viviamo, oggi nel Terzo Millennio, sia connotata da una corsa sfrenata e stressante, che interessa tutte le attività economiche, è una realtà inequivocabile. Il fenomeno dell'uomo che lavora "OLTRE MISURA", eccedente rispetto ai ritmi ordinari, ovvero quelli svolti per sopperire alle esigenze della propria vita, ha radici lontane. Gli studiosi dicono che iniziò nel Neolitico (circa 10.000-8.000 anni fa), per proseguire in crescendo col passare degli anni e dei secoli. Nel periodo della Civiltà greca, racconta Democrito (V-IV sec. a.C.), uno dei maggiori rappresentanti della più antica filosofia greca, ben noto per i suoi insegnamenti etici che promuovevano la moderazione (metron) come via per la felicità (euthymia), tuonava ripetutamente contro quelli che lavoravano fuori misura.

La sua opinione su chi "LAVORAVA FUORI MISURA" era assolutamente negativa, per cui ammoniva in continuazione contro gli 'eccessi, l'avidità e l'illusione di quelli che vedevano nel lavoro esagerato il fine ultimo della propria vita. Ecco, in sintesi,  alcuni dei punti chiave del suo pensiero. Egli per ammonire questi soggetti “esagerati”, per esempio, usava la metafora delle api: paragonava le persone eccessivamente avide alle api, note per essere operose fino allo spasimo, osservando che esse lavorano "come se dovessero vivere in eterno". Un modo per ribadire che lavorare senza misura fa perdere sia tempo che la vita.

Il filosofo nei suoi scritti ammoniva che dedicare troppo tempo al lavoro privava la persona dei momenti di sereno relax, vivendo solo per lavorare e non lavorando per vivere. Democrito suggeriva che, per godersi la vita, non bisogna occuparsi di troppe cose e, in ciò che si fa, non si deve mai superare la propria capacità naturale. L'eccesso causa infelicità: Il "lavoro fuori misura" è visto come una fuga, una corsa che lascia fermi e che trasforma il lavoro in un'ossessione, perdendo di vista la vera meta che è la serenità dell'anima.

Amici, la sua indubbia, saggia filosofia, condannava l’accumulo. Democrito sosteneva che la felicità non risiede nei possedimenti o nell'oro, ma nella moderazione e nell'apprezzamento di ciò che si ha. In sintesi, per Democrito, il lavoro deve essere bilanciato e non deve mai eccedere le capacità umane o sottrarre la gioia dell'esistenza presente. È una mentalità stolta  quella di chi accumula oro e ricchezze, vivendo da schiavo e rimandando la serenità della vita a un “poi” indefinito, che mai arriverà!

Democrito, cari lettori, descrive un comportamento che suona attualissimo anche oggi: la convinzione, spesso non dichiarata, che il tempo sia sempre disponibile. Il suo non è un messaggio contro il lavoro, tutt’altro! Egli non invita a rifiutarlo: suggerisce, piuttosto, di ridargli la giusta misura. Lavorare è necessario e può avere valore, persino dare una dignità profonda. Ma quando diventa l’unico perno delle giornate, rischia di trasformarsi in una via di fuga: dal qui e ora, dalle emozioni, dalle relazioni e, alla fine, anche da ciò che siamo.

Anche oggi, amici, sono tanti quelli che lavorano fuori misura “come se si dovesse vivere in eterno”; lavorare senza sosta, rinunciando a godere della vita, significa vivere in modalità accumulo: obiettivi, risultati, denaro, riconoscimenti. È un movimento continuo che spesso non ha un punto di arrivo reale. E proprio qui nasce il paradosso: più si corre, meno si ha la sensazione di avanzare. Il tempo, invece, non si lascia impressionare dalla produttività: Passa comunque! E se tutto viene sacrificato al lavoro, ciò che resta rischia di essere una vita piena di giornate “utili”, ma povera di giorni “vissuti”.

Il problema è che il “poi” non è garantito. Non perché debba accadere qualcosa di drammatico, ma perché la vita cambia: le energie diminuiscono, le priorità si trasformano, le occasioni passano. E ciò che si rimanda troppo a lungo finisce spesso per diventare un rimpianto. Spesso si lavora per sentirsi importanti, per sentirsi “a posto”, per meritare qualcosa. Ma una vita fondata solo su questo equilibrio fragile è sempre vicina al crollo: basta una pausa forzata, un errore o un cambiamento, per mettere tutto in discussione.

Cari amici, ho sempre apprezzato Democrito e la sua filosofia. Il suo concetto del lavoro non è assolutamente negativo, ma deve essere limitato a ciò che serve. Egli ricordava ai greci migliaia di anni fa che bisognava prestare attenzione a non investire tutto in una vita che viene immaginata infinita, perché la vita vera non è domani: è adesso, è oggi! Il lavoro è importante, ma deve avere dei limiti temporali, il resto del tempo va vissuto e goduto vivendo ogni giorno l’oggi, senza rinvii al domani!

A domani, amici lettori.

Mario