venerdì, ottobre 23, 2026

ATTENZIONE, TRA POCHI GIORNI TORNA L'ORA SOLARE. NONOSTANTE LE PROMESSE, NON SARÀ L'ULTIMO CAMBIO, PERCHÉ L’U.E. NON HA ANCORA PRESO UNA DECISIONE.


Oristano 23 ottobre 2026

Cari amici,

Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 2026 torna l’ora solare: le lancette andranno spostate indietro di un’ora. Ecco cosa cambia e come affrontare il passaggio. Alle 3,00 le lancette degli orologi dovranno essere spostate indietro di un'ora, tornando così alle 2,00. Questo ennesimo cambio d'ora significa quindi che quella notte dormiremo un'ora in più, almeno sulla carta, anche se le variazioni di questo tipo richiedono qualche giorno di adattamento, perché cambia il ritmo delle nostre giornate e l'orario in cui ci esponiamo alla luce. L'ora solare resterà in vigore fino al fine settimana del 27-28 marzo 2027, quando tornerà l'ora legale.

La gran parte dei nostri strumenti elettronici farà automaticamente il cambio: Smartphone, computer e molti dispositivi connessi effettuano automaticamente il cambio, mentre per gli orologi tradizionali bisognerà intervenire manualmente. Il problema certamente più serio è legato, però, al nostro “orologio biologico”, che di conseguenza segue un ritmo quotidiano regolato anche dall'alternanza tra luce e buio. Quando spostiamo le lancette, l'orario ufficiale cambia mentre il nostro organismo deve gradualmente adattarsi alla nuova distribuzione della luce durante la giornata.

Con l'ora solare, inoltre, il buio arriva prima nel pomeriggio e le ore di luce del mattino risultano più vicine alle attività quotidiane. Come prima impressione, le giornate sembrano accorciarsi, e questo è uno degli aspetti più evidenti. Il tramonto arriva un'ora prima rispetto all'ora legale e questo può modificare le abitudini quotidiane, soprattutto per chi lavora o studia fino al tardo pomeriggio. La differenza si nota maggiormente nelle settimane successive, quando le giornate continuano naturalmente ad accorciarsi con l'avvicinarsi dell'inverno.

È da tempo che viene ribadito che questo alternarsi tra orario solare e orario legale crea non poche difficoltà, rappresentate non solo dalla necessità del cambio delle abitudini. Per alcune persone questo può tradursi in sonnolenza, stanchezza o difficoltà ad adattarsi ai nuovi orari nei primi giorni. Da anni diversi Paesi cercano di trovare una soluzione comune per arrivare a stabilire un accordo globale: o mantenere sempre l’orario legale oppure quello solare.

Per ora, però, in Europa nessun accordo è stato raggiunto. L'iter per eliminare il doppio cambio d'ora è bloccato presso il Consiglio dell'Unione Europea per mancanza di un accordo unanime o di una maggioranza qualificata tra i Paesi membri. La discussione sull’opportunità del mantenimento del cambio dell’ora, in realtà, va vanti da anni e trae origine dalla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Europea nel 2018, alla quale parteciparono 4,6 milioni di cittadini europei: l’84% si espresse a favore dell’abolizione del cambio d’ora. Nel 2019 il Parlamento Europeo approvò una proposta di direttiva per lasciare ai singoli Stati la libertà di scegliere tra ora legale o solare permanente ma il processo si è poi arenato a causa della pandemia e delle divergenze tra i Paesi membri, lasciando il tema ancora in sospeso.

Per quanto riguarda il nostro Paese, un po’ tutti i partiti sono d’accordo sull’opportunità del superamento del doppio cambio annuale dell’ora. In Parlamento, come evidenziato dall’approvazione all’unanimità dell’indagine conoscitiva della Camera in Commissione attività produttive «per la prima volta il Parlamento ha affrontato in maniera organica, attraverso dati, studi e audizioni, un tema che interessa direttamente la vita quotidiana di milioni di italiani». La preferita, comunque, appare l’ora legale.

Cari amici, credo proprio che finirà con l’adozione permanente dell’ora legale. Anche dall’altra parte dell’Atlantico, in particolare negli USA, si è favorevoli all’estensione dell’ora legale. «Il buio è deprimente - ha dichiarato venerdì scorso il Presidente degli Stati Uniti - e con la luce c’è meno criminalità: cambiare tutti insieme sarebbe la cosa migliore, dato che anche dall’altra parte dell’Atlantico Donald Trump è favorevole all’estensione dell’ora legale. In realtà non è solo il problema di cambiare l'ora a tutti gli orologi che crea il caos, (basti pensare ai trasporti ed ai diversi orari...) e alle persone che arrivano in ritardo agli appuntamenti». Staremo a vedere cosa succederà!

A domani.

Mario

 

giovedì, ottobre 22, 2026

LA LONGEVITÀ HA RADICI ANTICHE: ANCHE DUEMILACINQUECENTO ANNI FA, GRECI E ROMANI RAGIONAVANO SU COME OTTENERLA.


Oristano 22 ottobre 2026

Cari amici,

La LONGEVITÀ non è un traguardo dei nostri recenti secoli, in quanto già oltre duemilacinquecento anni fa, Greci e Romani, operavano con intelligenza per arrivare in salute fino in tarda età. Greci e romani consideravano la longevità il risultato di uno stile di vita equilibrato, basato su misura, alimentazione controllata e movimento quotidiano, anziché su una semplice ricerca della cura medica. Studi recenti, condotti da Konstantine Panegyres, docente di storia classica all'Università dell'Australia Occidentale, ha provato a ricostruire su The Conversation come Greci e Romani ragionavano sulla longevità. 

La rilettura dei racconti dell’epoca riporta che un certo Gorgias di Leontini, il più celebre oratore della Grecia antica, nacque nel 485 avanti Cristo e morì intorno al 380, a oltre cent'anni. Quando gli chiedevano il segreto di quella longevità, rispondeva con la sua ironia: "Non ho mai fatto nulla per il piacere" e, in un'altra occasione, "Non ho mai fatto nulla per gli altri". Probabilmente erano battute. Secondo alcuni, invece, la risposta vera era molto più semplice: aveva vissuto con moderazione.

Al di là dell'attendibilità di questi racconti, i medici antichi erano soliti osservare le abitudini quotidiane delle persone che vivevano a lungo, ovvero superavano una certa età, cercando schemi ripetibili. Il medico greco Galeno (129–216 d.C.), per esempio, conosceva di persona due anziani romani che considerava esempi da studiare. Il primo era un grammatico di nome Telefo, arrivato quasi a cent'anni. Panegyres ne riporta la dieta nelle parole di Galeno: "Miglio bollito in acqua con miele grezzo di qualità, e questo gli bastava per il primo pasto. Pranzava alla settima ora o poco prima, prendendo prima le verdure e poi assaggiando pesce o pollame. La sera mangiava solo pane, inumidito nel vino allungato". Quanto all'igiene, Telefo "era solito fare il bagno due volte al mese d'inverno e quattro volte in estate" e nei giorni senza bagno si faceva massaggiare con olio d'oliva.

Un altro secondo, curioso esempio viene da un medico di nome Antioco, vissuto fino agli ottant'anni con i sensi intatti. Anche lui, scrive Panegyres, seguiva una dieta semplice e invariabile: pane tostato con miele al mattino, pesce a pranzo — preferibilmente di roccia o di alto mare — e la sera "o miglio con oxymel (un misto di aceto e miele) o pollame con una salsa semplice". Ogni mattina faceva, poi, una lunga passeggiata. Per l'esercizio fisico degli anziani, Panegyres riporta la prescrizione di Galeno: "C'è una cosa che si dovrebbe fare per gli anziani al mattino come esercizio: dopo il massaggio con l'olio, farli camminare e svolgere esercizi passivi senza affaticarsi, tenendo conto della capacità della persona anziana".

Amici, sempre secondo Panegyres, la conclusione di Galeno sulla longevità è questa: "Prendendosi cura di sé stessi come indicato prima, in particolare nella vecchiaia, in questo modo si può arrivare ad invecchiare con i sensi intatti e le membra tutte in buon stato". Panegyres nelle sue ricerche richiama anche il saggio Sugli ottuagenari di Luciano, che scriveva: "Su ogni suolo e in ogni clima, le persone che osservano l'esercizio adeguato e la dieta più adatta alla salute sono vissute a lungo". Luciano consigliava di imitare lo stile di vita di chi era vissuto a lungo. E Seneca, riportato da Panegyres, aggiungeva una condizione che a suo modo chiudeva il cerchio: "Parte della salute è voler essere sani".

Amici lettori, le persone riportate nello studio, ovvero Telefo, Antioco e gli altri longevi dell'antichità avevano insomma alcune cose in comune: mangiavano poche volte al giorno, la loro dieta era a base di carni semplici, cereali integrali, pane e miele, e si mantenevano attivi ogni giorno. Un profilo che la ricerca contemporanea associa ancora oggi a una buona salute in età avanzata. I medici antichi non disponevano di strumenti scientifici moderni, ma usavano un metodo empirico: guardavano a chi era invecchiato bene e annotavano cosa mangiava, come si muoveva, quando si riposava.

Cari amici, come ricorda Panegyres su The Conversation, l'Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce ancora oggi che molte persone si ammalano a causa di stili di vita scorretti, spesso determinati da cattive abitudini consolidate nel tempo. I Romani avevano già una risposta: le buone abitudini quotidiane vanno coltivate. E per capire come, guardavano a chi ci era già riuscito!

A domani.

Mario

 

mercoledì, ottobre 21, 2026

“NESSUNO”, LA STRAORDINARIA POESIA DI SALVATORE QUASIMODO SUL SENSO DI SOLITUDINE E SMARRIMENTO DELL'UOMO.


Oristano 21 ottobre 2026

Cari amici,

Tra i tanti, interessanti scritti di Salvatore Quasimodo c’è una celebre poesia intitolata "NESSUNO". Sono versi che esplorano l'uomo, mettendo in luce, la grande fragilità umana. È una poesia che affronta quella condizione umana sempre più diffusa: il profondo senso di solitudine e di smarrimento che l’uomo prova quando le certezze crollano e il mondo circostante sembra immobile nella sua sofferenza. È quel momento difficile in cui si arriva all’accettazione del proprio limite e della propria fragilità, che l’autore siciliano considera una tappa fondamentale nel percorso dell’esistenza umana.

La vita, com ben sappiamo non è tutta rose e fiori, ma ricca di imprevisti a volte alquanto stressanti e stravolgenti. Imprevisti che succedono nei momenti di cambiamento, di esilio o di crisi personali, con la sensazione di non avere più nulla su cui contare, e niente da offrire agli altri; è un camminare su strade prive di luce, muovendosi a tentoni in spazi sconosciuti. È come sentirsi inermi, privi di qualsiasi forza, quasi in attesa che arrivi l’intima liberazione finale.

Con la sua poesia “NESSUNO”, Salvatore Quasimodo accompagna il lettore nei meandri della propria fragilità per mostrare una verità profonda: riconoscere la propria debolezza! Certo, non è una resa, ma il primo passo per denudare l’anima di fronte all’assoluto. Attraverso l’immagine di un fanciullo impaurito ma desideroso di riscatto, il poeta siciliano mette a nudo la condizione di chi vive lo sradicamento e la nostalgia, cercando nell’essenzialità del dialogo con il divino una risposta al dolore dell’esistenza. Ecco la poesia da leggere e meditare.

“NESSUNO” - poesia di Salvatore Quasimodo

Io sono forse un fanciullo

che ha paura dei morti,

ma che la morte chiama

perché lo sciolga da tutte le creature:

i bambini, l’albero, gli insetti:

da ogni cosa che ha cuore di tristezza.

Perché non ha più doni

e le strade son buie,

e più non c’è nessuno

che sappia farlo piangere

vicino a te, Signore.

La poesia “NESSUNO” è contenuta nella raccolta di poesie Acque e terre, di Salvatore Quasimodo, pubblicata per la prima volta nel 1930 presso le edizioni Solaria. Spesso Salvatore Quasimodo viene ricordato soltanto per la folgorante brevità di “Ed è subito sera” o per l’impegno civile della produzione postbellica. Eppure, in Nessuno, emerge l’ossatura della sua prima poetica: una sensibilità lacerata, segnata dalla nostalgia per la terra natia e dalla ricerca di un senso dentro la solitudine. La poesia si costruisce su un monologo intimo e spoglio, che mette a nudo l’identità del poeta ridotta all’essenziale.

Da un lato si trova l’immagine del “fanciullo”, figura che incarna l’innocenza, la fragilità e lo smarrimento dell’uomo di fronte al mistero della fine e al peso della vita quotidiana. Per il poeta, la giovinezza e l’infanzia non sono soltanto ricordi cronologici, ma uno stato dell’anima esposto alle intemperie dell’esistenza. Osservando il creato che lo circonda, il protagonista non si sente estraneo, ma intimamente legato a ogni sua manifestazione. Tuttavia, questo legame è segnato dalla condivisione del dolore: i bambini, l’albero, persino i piccoli insetti sono accomunati da uno stesso destino, poiché “ogni cosa ha cuore di tristezza”.

Cari amici, l’immagine del “fanciullo” che ammette la propria paura e il proprio limite rompe una delle illusioni più logoranti della vita adulta: la necessità di mostrarsi sempre risolti, autosufficienti e invulnerabili. Di fronte al peso delle aspettative esterne e all’obbligo sociale della prestazione, la poesia di Salvatore Quasimodo rivendica il diritto di sentirsi smarriti. È un inno alla fragilità dell’uomo!

A domani.

Mario

martedì, ottobre 20, 2026

GIAPPONE, TOGLIERSI LE SCARPE PRIMA DI ENTRARE IN CASA NON È SOLO UNA NORMA IGIENICA MA UN RITO CULTURALE.


Oristano 20 ottobre 2026

Cari amici,

C’è proprio una grande differenza tra la cultura occidentale e quella orientale! Differenze in tanti campi, che a volte meravigliano non poco, con l’applicazione di riti che a noi occidentali sembrano alquanto strani e particolari. Oggi, per esempio, voglio parlare con Voi del rito di “Togliersi le scarpe prima di entrare in una qualsiasi casa giapponese”, da effettuare prima di varcare la soglia dell’abitazione. Per noi occidentali questa consuetudine potrebbe sembrare legata principalmente ad una norma igienica, ma in realtà non è esattamente così.

Nella cultura giapponese questo rituale quotidiano riflette una precisa visione del mondo. Quest’abitudine, maturata nei secoli, è frutto di Religione, filosofia, architettura e antropologia, con il risultato di “voler separare”  il confine tra lo spazio pubblico e quello privato. Come osserva l‘antropologa Joy Hendry in Understanding Japanese Society (2013), molti comportamenti della società giapponese acquistano significato solo se interpretati all'interno del loro sistema simbolico, dove anche i gesti più ordinari contribuiscono a preservare armonia, rispetto e appartenenza.

Amici, a separare lo spazio pubblico da quello privato (la casa) c’è il “GENKAN” , la prima parte dell’ingresso della casa tradizionale giapponese, uno spazio ribassato in cui vengono lasciate le scarpe prima di entrare negli ambienti della casa. Questa “soglia simbolica”, posta tra spazio pubblico esterno e lo spazio interno, non rappresenta solo una soluzione architettonica, in quanto attraversare il GENKAN significa abbandonare il mondo esterno, caratterizzato dalla frenesia, dal lavoro e dalle relazioni pubbliche, per accedere a uno spazio privato, dedicato alla famiglia, alla quiete e all'intimità.

L'antropologo Victor Turner, in The ritual process: Structure and Anti-Structure (1969), definisce questi luoghi di passaggio come spazi liminali, ovvero momenti o ambienti nei quali l'individuo modifica temporaneamente il proprio status sociale e simbolico. Sebbene Turner elabori questa teoria studiando i riti di passaggio delle società africane, il concetto di liminalità è stato successivamente applicato anche all'interpretazione della cultura giapponese. Il GENKAN rappresenta infatti un confine tra due ordini differenti: il fuori e il dentro, il profano e il familiare, il movimento e la quiete.

Questa distinzione richiama anche la riflessione dell'antropologa Mary Douglas nel celebre Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo (1966). La Douglas sostiene che ogni società costruisce sistemi di classificazione per distinguere ciò che appartiene a uno spazio da ciò che ne è escluso. La "sporcizia", scrive l'autrice, non è solo materia indesiderata, ma è anche "materia fuori posto". In questa prospettiva, le scarpe non vengono tolte soltanto perché sporche, ma perché appartengono simbolicamente al mondo esterno e non al contesto domestico.

Le origini di questa tradizione affondano nelle credenze dello Shintoismo, la religione autoctona del Giappone. Secondo quanto sostenuto dalla storica delle religioni Helen Hardacre nel volume Shinto: A History (2017), uno dei principi fondamentali dello Shinto è la distinzione tra kiyome (purezza) e kegare (impurità). Quest'ultima non indica una colpa morale, bensì una condizione di squilibrio provocata dal contatto con determinati eventi, luoghi o elementi esterni. Lo storico dell'architettura Arby Brown, nel libro Just Enough: Lessons from Japan for sustainable living (2015), osserva che la casa giapponese è progettata come uno spazio flessibile, in cui la stessa stanza può trasformarsi nel corso della giornata da soggiorno a camera da letto. Il tatami è ciò che rende possibile l'ultimo degli stessi ambienti per scopi molto diversi. Dunque è indispensabile mantenere il pavimento perfettamente pulito, poiché esso costituisce il principale luogo di relazione tra il corpo e l'abitazione.

Cari amici, non usare le scarpe in casa in Giappone, non è quindi solo una regola di buona educazione e di rispetto per l’igiene. Nel mondo giapponese, il semplice gesto di sfilarsi le scarpe prima di entrare in casa delimita il confine tra ordine e disordine, tra pubblico e privato, tra esteriorità e raccoglimento. Anche Claude Lévi-Strauss, nella raccolta L'altra faccia della luna (Scritti sul Giappone -2011), rimase affascinato dalla capacità della cultura giapponese di attribuire profondi significati ai gesti più ordinari. Togliersi le scarpe, dunque, non significava soltanto proteggere un pavimento: significa riconoscere che ogni spazio possiede una propria identità e che il rispetto verso gli altri inizia dalle azioni più semplici. Sono cose che davvero fanno riflettere!

A domani.

Mario

 

lunedì, ottobre 19, 2026

LA “RATATOUILLE”, UNO DEI PIÙ FAMOSI PIATTI POPOLARI DEL SUD DELLA FRANCIA, NATO NELLA SOLEGGIATA PROVENZA.


Oristano 19 ottobre 2026

Cari amici,

LA “RATATOUILLE” (un insieme di tante verdure), nasce come “piatto povero contadino” diversi secoli fa, utilizzato per consumare le verdure fresche di stagione dell’orto avanzate, di norma disponibili in estate. A dare nome a questo piatto il termine occitano ratatolha e il verbo francese touiller, che significa "mescolare" o "agitare", praticamente stando ad indicare una specie di zuppa mista, oppure una miscellanea di verdure. Questo particolare “stufato di verdure estive” nasce originariamente in Provenza, in particolare nella città di Nizza, città portuale e crocevia di culture mediterranee. Non a caso, la versione più antica è conosciuta con il nome di ratatouille niçoise.  

In origine, questo stufato non seguiva una ricetta rigida: i contadini utilizzavano ciò che avevano a disposizione nell'orto. Nasce proprio come piatto semplice, spesso uno stufato rustico servito ai soldati o cucinato nelle case contadine. Un nome che già di per sé evoca l’idea di un piatto conviviale, caldo e senza pretese. In origine, come accennato prima, la ratatouille era un piatto figlio della terra e delle stagioni. I contadini provenzali la preparavano con le verdure che l’orto offriva generosamente durante i mesi estivi: melanzane, zucchine, peperoni, pomodori, cipolle, aglio; tutto veniva cotto lentamente con olio extravergine d’oliva ed erbe aromatiche come timo, rosmarino, basilico o le celebri herbes de Provence: un inno alla cucina mediterranea, semplice ma profumata e saporita.

Nata come ricetta di recupero, nulla veniva buttato via: anche le verdure troppo mature trovavano posto in questa preparazione, che riempiva grandi pentole e sfamava intere famiglie. A differenza delle versioni moderne, in cui le verdure vengono cotte tutte insieme, la preparazione tradizionale prevedeva di cuocere ogni ortaggio separatamente, per rispettarne i tempi di cottura e conservarne consistenza e sapore. Solo alla fine venivano unite in casseruola e lasciate ad amalgamarsi insieme lentamente. Un procedimento lungo, ma che regalava un equilibrio perfetto di aromi e consistenze.

A far diventare famosa questa ricetta ci pensò Il film “Ratatouille”, capolavoro d’animazione firmato Pixar e uscito nel 2007, che ha portato la ratatouille sotto i riflettori internazionali, trasformando un piatto contadino umile in un’icona della cucina francese. Amici, ma perché non vediamo insieme come poter preparare oggi una Ratatouille, magari proprio come quella del film Ratatouille, ovvero un piatto 100% vegetale? Ecco gli ingredienti necessari.

INGREDIENTI (PER 4 PERSONE)

Per le verdure: 1 melanzana lunga (tipo per parmigiana), 1 zucchina verde, 1 zucchina gialla (o un’altra zucchina verde chiara), 2 pomodori rotondi maturi (tipo cuore di bue o perini), 1 peperone rosso (facoltativo, per colore). Per la salsa di base: 1 cipolla, 1 spicchio d’aglio, 4-5 pomodori maturi o una lattina di pelati di alta qualità, Timo fresco, Basilico fresco, Olio extravergine d’oliva, Sale e pepe q.b. Per la finitura: Erbe fresche (basilico, prezzemolo o timo), Un filo d’olio evo a crudo.

PREPARAZIONE

1.Far soffriggere in una padella la cipolla tritata e l’aglio con un filo d’olio. Aggiungere poi i pomodori a pezzi (o pelati), un rametto di timo e fai cuocere finché la salsa si restringe (15-20 min). Frullare poi la salsa o lasciala rustica a seconda dei gusti. Aggiustare di sale e pepe. Versare la salsa sul fondo di una pirofila o padella da forno. 2.Con una mandolina (o un coltello affilato), tagliare tutte le verdure a rondelle sottili (2-3 mm). Cercare di fare in modo che le fette abbiano dimensioni simili, per una cottura uniforme.

3.Disporre le fette di verdura in verticale leggermente sovrapposte, alternando i colori, in cerchio o a spirale (tipo millefoglie di verdure). Completare con un filo d’olio, sale, pepe e foglioline di timo fresco. 4.Coprire la pirofila con carta da forno tagliata a misura, appoggiandola sulle verdure (non alluminio). 5.Infornare a 150-160°C per circa 1 ora e 30 minuti. Le verdure devono cuocere lentamente nei propri succhi) senza bruciarsi.

Siamo arrivati al termine. Ora possiamo servire a tavola il piatto tiepido, o a temperatura ambiente, con erbe fresche e un filo d’olio a crudo. Si può accompagnare con pane rustico, riso, couscous o usarlo come contorno gourmet. Per un tocco ancora più elegante, la Ratatouille la si può rifinire usando qualche goccia di olio al basilico (basilico frullato con olio evo e filtrato) oppure con una spolverata di zeste di limone.

Cari amici, che ne dite, Vi viene voglia di provare la ricetta a casa? Forse siamo ancora in tempo…l’estate non è ancora finita!

A domani.

Mario

 

domenica, ottobre 18, 2026

CICERONE E LA LODE SULLA MODESTIA E L’UMILTÀ. IL MONITO DEL GRANDE FILOSOFO ROMANO SUI PERICOLI DEL SUCCESSO E DELL’ARROGANZA


Oristano 18 ottobre 2026

Cari amici,

Marco Tullio Cicerone, nato ad Arpino il 3 gennaio del 106 a.C., apparteneva ad una agiata famiglia equestre e presto, grazie ai suoi studi, intraprese con successo la vita politica, raggiungendo l’apice di Console nel 63 a. C.  Fu uno più celebri avvocati, politici, scrittori, filosofi e oratori dell'antica Roma. Personaggio illuminato, fece della modestia  uno dei pilastri della sua filosofia morale e politica, espressa magistralmente nel suo celebre trattato DE OFFICIIS (Sui doveri). Durante la sua carica politica, da Console, sventò la congiura di Catilina, meritandosi il titolo di pater patriae (padre della patria). La Potenza di Catilina, però, gli creò grossi problemi: fu esiliato nel 58 a.C. per aver fatto giustiziare i catilinari senza appello, ma rientrò l'anno seguente. Nelle lotte di potere della crisi della Repubblica, si oppose a Marco Antonio con le sue celebri Filippiche. La potenza di Marco Antonio, però, gli fu fatale: fu ucciso dai sicari di Antonio il 7 dicembre 43 a.C. a Formia.

La saggezza di Cicerone sapeva bene che Il potere inebria. Quando un essere umano raggiunge l’apice della propria carriera, qualunque sia il campo in cui opera, il suo ego tende a gonfiarsi come una mongolfiera sul punto di esplodere. Questo suo concetto lo mise per iscritto, ipotizzando un antidoto contro questa superbia. Marco Tullio Cicerone, il grande filosofo, giurista e politico romano, lo riassunse in questa citazione: «Quanto più in alto ci troviamo, tanto più dobbiamo abbassarci verso chi è al di sotto di noi, con umiltà». Vediamo meglio che cosa intendeva dire con questa massima.

Cicerone, da uomo colto qual era, sapeva perfettamente che cosa significasse arrivare «in alto»; era però anche un erudito profondamente influenzato dalle scuole filosofiche greche, in particolare dallo stoicismo moderato e dall’Accademia platonica. Comprendeva che la fortuna è capricciosa e che persino il potere politico è effimero. Dopo l’assassinio di Giulio Cesare, nel caos che stava divorando Roma, Cicerone si rifugiò nella filosofia per trovare conforto.

La sua celebre citazione prima riportata sull’umiltà, che abbiamo scelto tra quelle più importanti del filosofo romano, proviene dalla sua opera De Officiis (Sui doveri), un trattato etico scritto nel 44 a.C. sotto forma di lettera indirizzata al figlio Marco, che all’epoca studiava nella grande Atene. Nel Libro I, sezione 90, Cicerone affronta il tema di come dovremmo comportarci quando la vita ci sorride. Il filosofo ci mette in guardia: quando il corso degli eventi è favorevole, dobbiamo evitare a ogni costo di diventare arroganti e orgogliosi. Al contrario, Cicerone sostiene che lasciarsi travolgere dalle emozioni, tanto nelle avversità quanto nei momenti di successo, è un segno di debolezza.

Per chiarire meglio il concetto, mette a confronto Filippo di Macedonia, re di Macedonia, con suo figlio Alessandro Magno. Mentre Alessandro fu spesso vittima della propria superbia e della propria cattiva condotta, Filippo, nonostante l’immenso potere, seppe mantenersi affabile. La conclusione di questo saggio romano è chiara: quanto più in alto ci troviamo, tanto più umilmente dobbiamo camminare. Cicerone ci ricorda che gli esseri umani, quando si inebriano di prosperità, diventano ostinati ed eccessivamente sicuri di sé. È proprio in quel momento che abbiamo più bisogno della "palestra" della ragione e della filosofia, per comprendere quanto siano fragili le nostre vicende umane e terrene.

Gli stoici, dai quali Cicerone attinse ampiamente il proprio pensiero, attraverso figure come Panezio di Rodi, maestro di Posidonio di Apamea ed Ecatone di Rodi, ritenevano che la vera grandezza d’animo non risiedesse nel sopraffare il prossimo, bensì nell’autocontrollo e nella giustizia. «Quanto più in alto ci troviamo, tanto più dobbiamo abbassarci» significa che il vero saggio utilizza la propria posizione privilegiata non per guardare gli altri dall’alto in basso, ma per aiutarli a elevarsi. Ricorda: se un giorno riuscirai a raggiungere la vetta, non dimenticare che il suolo si trova ancora esattamente nello stesso posto.

Cari amici, ho sempre apprezzato Cicerone, che pur avendo scalato le vette del potere, non ha mai dimenticato l’umiltà (termine etimologicamente legata alla parola humus ‘terra’); umiltà che non è mai sinonimo di debolezza. Come la definiscono gli psicologi contemporanei, è la virtù che consiste nel riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze, comportandosi di conseguenza. In altre parole, significa esercitare la temperanza, essere sempre modesti e prudenti.

A domani.

Mario

 

sabato, ottobre 17, 2026

PROPRIETARI DI CASE E TUTELA LEGALE. SE L'INQUILINO, OLTRE IL TERMINE CONCORDATO, NON VA VIA, NON SOLO NON PUOI SBATTERLO FUORI MA PAGHI PURE LE UTENZE...


Oristano 17 ottobre 2026

Cari amici,

In Italia per i “Proprietari di case d’abitazione”, esiste una tutela legale alquanto morbida, molto più favorevole a chi la occupa, considerato che al locatore è severamente vietato farsi giustizia da solo e che i tempi previsti dalla giustizia, per poter rientrare in possesso dell'immobile, sono, molto spesso, assai lunghi. La legge italiana, infatti, vieta l'uso della forza privata: per riprendere possesso di un immobile, quando l'inquilino - al termine della locazione - non se ne vuole andare, è obbligatorio seguire un apposito “procedimento giudiziario di sfratto” (per morosità o per finita locazione) e attendere il lento iter procedurale previsto dalle norme di legge.

Nelle more dell’avvio della procedura, il proprietario deve astenersi da qualsiasi intervento: non può cambiare la serratura, entrare in casa senza autorizzazione, buttare fuori i mobili o staccare le utenze (acqua, luce, gas). Fare ciò, infatti, costituisce un reato penale, come l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni o la violazione di domicilio. Insomma, non gli resta che mettersi nelle mani di un avvocato per attivare la procedura di sfratto davanti al Tribunale competente, che porterà, poi, all'intervento dell'ufficiale giudiziario e, se serve, anche della forza pubblica.

Considerati i “tempi lenti della nostra giustizia”, anche dopo la convalida dello sfratto, il rilascio effettivo con gli accessi dell'ufficiale giudiziario richiede mediamente dai 60 ai 90 giorni (o più a seconda dei casi e del carico dei tribunali).  A rimarcare questa situazione poco felice, voglio portare a Vostra conoscenza, amici lettori, un recente caso, avvenuto in Provincia di “La Spezia”, precisamente a Vezzano Ligure. In questa cittadina, certo Marco Rebecchi, gestore di un’attività di affitti brevi, si è ritrovato un ospite che, una volta terminato il soggiorno, si è rifiutato di lasciare l’alloggio.

Questo fatto ha messo in seria difficoltà il Rebecchi, che, con l’immobile occupato, non ha potuto più locarlo, perdendo all’incirca una cifra vicina ai 10mila euro.  Inoltre, ha dovuto continuare a pagare le utenze dell’appartamento, instaurando nel contempo una lunga procedura legale (con costose spese) per rientrare in possesso dell’immobile. Avvelenato da questa poco simpatica situazione, il Rebecchi, ha deciso di fare qualcosa: in primis si è dato da fare per cercare di far promuovere una proposta di legge per colmare quello che, per i tanti proprietari di immobili,  considera un vero "vuoto normativo".

Amici, purtroppo la legge che regola le occupazioni abusive ha in Italia dei grossi limiti. Al momento il punto cruciale delle attuali norme è l’articolo 634-bis del Codice penale, introdotto nel 2025. La disposizione prevede pene fino a sette anni di reclusione e procedure più rapide per determinate forme di occupazione illegale, ma riguarda specifiche situazioni, tra cui l’occupazione è realizzata con violenza o mediante inganno dell’abitazione in cui vive il proprietario. Ma solo in questi casi ben determinati. Ma negli altri casi?

Il problema, secondo quanto denunciato da Rebecchi, riguarda, invece, i casi in cui una persona entra legittimamente in un immobile grazie a una prenotazione e, una volta terminato il soggiorno, decide di non restituirlo. Situazioni di questo tipo possono richiedere un lungo procedimento civile per ottenere il rilascio dell’alloggio, con tempi che rischiano di protrarsi per diversi mesi. Nel frattempo, il proprietario deve anche continuare a sostenere i costi delle utenze in quanto non può decidere autonomamente di interromperle, rischiando altrimenti delle conseguenze legali.

Cari amici, credo proprio che nel reparto immobiliare ci sia necessità di una concreta riforma, che consenta maggiore tranquillità a chi ha fatto tanti sacrifici per costruire uno i più immobili. La speranza è quella di una seria riforma, ovvero l’approvazione di una legge capace di offrire maggiore certezza a chi affitta immobili. La sua battaglia, come ha spiegato Rebecchi, non riguarda soltanto il danno economico personale, ma anche la possibilità di evitare che altri proprietari si trovino nella stessa situazione che si trovato lui. Amici, chissà! Se son rose…fioriranno….

A domani.

Mario