giovedì, maggio 07, 2026

LA RISCOPERTA DELLA “PASTA ALLA CARDINALE”, L’ANTICA RICETTA DEL “RISTORANTE DEL COLONNATO”, NELLA ROMA PAPALINA DEL NOVECENTO.


Oristano 7 maggio 2026

Cari amici,

Che la cucina popolare romana sia caratterizzata dall'utilizzo di ingredienti semplici e poco raffinati è certamente una realtà da tempo nota. Ebbene, stante ciò, capaci ristoratori sono riusciti a trasformare quella cucina semplice in “raffinata”, adattandola a palati nobili, in particolare legati al Vaticano. Uno di questi grandi artisti della Cucina nobile romana fu Cesare (“Cesaretto”) Simmi, figura centrale della ristorazione capitolina del Novecento, che operava nel suo “Ristorante del Colonnato”, locale oggi scomparso, che si trovava in via del Mascherino, a pochi passi da Piazza San Pietro. Nella foto a lato, Aldo Fabrizi con Cesare Simmi e Maria Pirolli-Simmi.

Il “Ristorante al Colonnato” era un locale eccellente, divenuto punto di riferimento per la Roma del Vaticano, frequentato da prelati, intellettuali e personalità di rilievo. Le specialità di Cesaretto, alquanto abile nello stemperare gli aspetti più ruspanti della cucina romanesca in modo da renderla appetibile a palati più “aristocratici”, erano diverse, tutte parecchio apprezzate negli ambienti vaticani e dagli ospiti illustri che frequentavano il locale. Fra queste specialità primeggiavano le note “Fettuccine alla papalina”, a cui, successivamente si aggiunse “La pasta alla Cardinale”. Nella foto: l'Osteria Romana di Simmi

Quest’ultimo piatto, che col tempo è purtroppo caduto in disuso, era particolarmente apprezzato in quanto riusciva a fondere la tradizione popolare romana con le esigenze dell'opulenza dei ceti elevati. La preparazione del piatto era caratterizzata da una salsa rosa a base di panna e pomodoro, spesso arricchita con crostacei. Una ricetta, dunque, nata nei contesti nobiliari o legati al Vaticano, e rappresentava un'elevazione lussuosa della cucina semplice romana; insomma, il piatto rifletteva il lusso della Roma papalina, nobilitando i semplici ingredienti base con l'aggiunta di panna, simbolo di ricchezza.

Questa nobile variazione culinaria, che prese il nome di “Pasta alla cardinale”, nacque ai primi del Novecento, in un momento in cui la cucina romana iniziava a confrontarsi con gusti più eleganti e internazionali. In quegli anni alcuni ristoratori cominciarono a modificare e “francesizzare” ricette popolari per renderle più delicate, introducendo ingredienti come panna, burro o prosciutto al posto di elementi più forti come il pecorino o il guanciale. La pasta alla cardinale si inserisce proprio in questo filone: un piatto dal sapore morbido, dolce e rassicurante, col sugo "non rosso ma rosato" (a vederla ricorda le mitologiche pennette alla Vodka), probabilmente pensata per ospiti stranieri o per ambienti legati alla diplomazia vaticana.

Amici, come accennato prima, la ricetta col tempo è caduta nell’oblio (oggi, purtroppo, si mangia praticamente solo cibo industriale preconfezionato), ma la sua eredità non è andata perduta. La terza generazione della famiglia Simmi, che operava fino a qualche tempo fa all’Osteria Romana (attualmente chiusa) di via San Paolo alla Regola 29, con Elisabetta Simmi, nipote di Cesaretto e figlia di Roberto, mancato a fine 2025, continua a preparare questo delizioso piatto. Oggi è operativo un suo ristorante, avviato negli anni ’90, che resta in linea con le esperienze precedenti della famiglia. In questo caso siamo nella zona di Campo de’ Fiori, in un suggestivo angolo della antica Roma.

La ricetta originale, cari lettori, in realtà è semplice, anche se la preparazione richiede qualche accorgimento. Si parte da un soffritto leggero di olio o burro, con aglio o cipolla, a cui si aggiunge il pomodoro. Dopo una prima cottura si unisce la panna, che trasforma il sugo in una crema rosata e vellutata. A questo punto si possono aggiungere dadini di prosciutto o speck, per un tocco di sapidità. La pasta, poi, scolata al dente, viene saltata nel condimento e completata con formaggio grattugiato. In certi casi si può aggiungere il peperoncino, oppure utilizzare la pancetta o persino completare con frutti di mare.

Cari amici, a me la ricetta sembra alquanto interessante, in particolare quella originale, senza troppe aggiunte. Credo sia una ricetta (quella originale), vera testimonianza di una bella stagione della cucina romana, in cui si riuscì a fondere “tradizione e innovazione”, un connubio che riuscì a soddisfare difficili palati aristocratici, partendo dalla cucina base popolare! Amici lettori, che dite volete provarla la ricetta "PASTA ALLA CARDINALE"? Io ho deciso di SI!

A domani.

Mario

 

 

mercoledì, maggio 06, 2026

LA POSIDONIA SPIAGGIATA: DA RIFIUTO A RISORSA. È NATO AD ALGHERO UN INNOVATIVO IMPIANTO DI TRATTAMENTO E RECUPERO.


Oristano 6 maggio 2026

Cari amici,

La POSIDONIA OCEANICA, quella che tutti noi calpestiamo quando andiamo al mare, ovvero quella che le onde del mare riversano in continuazione sui nostri litorali, è innanzitutto un preciso segno di salute del mare. Certo, spesso non è bella da vedere, ma rendiamoci conto che è sinonimo di salute, come ad esempio le cosiddette “banquettes”, cumuli che proteggono le spiagge dall'erosione e ospitano una grande biodiversità. Certo, in molti litorali la posidonia spiaggiata risulta alquanto in eccesso per la regolare balneazione, per cui è necessario rimuoverla almeno in parte. Ebbene, questa parte rimossa, anziché essere vista come una possibile risorsa, viene purtroppo considerata un vero e proprio rifiuto.

Al giorno d’oggi, infatti, quando viene rimossa (principalmente per motivi turistici) viene classificata come rifiuto urbano (D.lgs. 152/2006). Eppure questo “Rifiuto” può essere trasformato in risorsa,  in diversi modi: utilizzata, per esempio, come compost, come fertilizzante, per la realizzazione di pannelli fonoassorbenti o materiali per la bioedilizia. Proprio per questo diverse strutture pubbliche studiano soluzioni per la creazione di stabilimenti che consentano di portare avanti e risolvere due problemi importanti: smaltire la posidonia spiaggiata in eccesso recuperando in primis la sabbia, e poi utilizzando la posidonia recuperata trasformandola in risorsa come prima accennato.

Nella nostra isola a muoversi per prima, per recuperare nel modo più consono la posidonia spiaggiata, è stato, nel 2020,  il Comune di Alghero, che, con la Provincia di Sassari e il Consorzio Industriale Provinciale, ha siglato un accordo di programma finalizzato a regolamentare il recupero della posidonia in esubero lungo il litorale del Comune di Alghero; l’accordo prevedeva la progettazione, realizzazione e gestione di un impianto in loco di trattamento e recupero. L’accordo consentiva di centrare un obbiettivo importante per l’Amministrazione comunale, con una soluzione tanto attesa quanto efficace.

Durante la firma di quell’accordo VALERIO SCANU, Presidente del Consorzio Industriale, così commentò il progetto: “Quest’azione trasformerà un problema in un’opportunità di larghe vedute, che attiverà un circuito di economia circolare. L’impianto che intendiamo realizzare tratterà la posidonia per restituire almeno il 60 per cento della sabbia sull’arenile di provenienza. Il resto invece consentirà la produzione di materiali ecosostenibili. L’impianto di Alghero, allestito nell’area consortile di San Marco, sarà in grado di fornire il servizio per tutto il nord Sardegna“.

Ebbene, amici lettori, proprio ieri 5 maggio si sono finalmente accesi i motori nell’area di  San Marco, per dare inizio al funzionamento del nuovo impianto di trattamento che separa la sabbia dalle tonnellate di Posidonia presenti nel litorale algherese. Il Consorzio industriale provinciale era rappresentato dalla Presidente Simona Fois, con il direttore generale Salvatore Demontis e il dirigente del settore Ambiente Graziano Mura; presente anche il Sindaco di Alghero Raimondo Caciotto e l'Assessore all'Ambiente Raniero Selva, delegato della giunta municipale quale preposto al decoro e alla gestione ecologica della fascia costiera. Insieme hanno dato il via al nuovo impianto.

L'Assessore Raniero Selva ha voluto affidare alla piattaforma sociale Facebook un commento sull'apertura dell'impianto, cogliendo l'occasione per replicare indirettamente alle polemiche sollevate nei giorni scorsi dagli imprenditori marittimi sui ritardi nello smaltimento della Posidonia presente sui litorali. "Siamo arrivati finalmente - ha detto - a breve daremo ancora una volta tutte le informazioni e spiegazioni sul lavoro che si svolgerà sulle nostre spiagge e le norme che ne regolano le attività”.

Cari amici, di certo questo impianto potrà essere il primo di una lunga serie, non solo in Sardegna. È sicuramente un’opera importante, attesa da tempo, che consentirà di dare nuova vita alla posidonia raccolta ad Alghero – e in futuro sia al Nord che al resto della Sardegna. Riportare la sabbia che prima andava persa, e utilizzare la posidonia non come rifiuto ma come risorsa, credo che darà anche un  contributo sostanziale alla salvaguardia dell’ambiente della nostra meravigliosa isola, amata da tanti vacanzieri.

A domani.

Mario

martedì, maggio 05, 2026

LE BUGIE. QUALI LE MOTIVAZIONI CHE SPINGONO IL NOSTRO CERVELLO A MENTIRE? LA PSICOLOGIA SPIEGA IL PERCHÉ.


Oristano 5 maggio 2026

Cari amici,

Dire le bugie, "MENTIRE", credo che capiti un po’ a tutti. Magari sono piccole bugie, di norma dette a fin di bene. Come è giusto che sia, gli psicologi hanno cercato di analizzare, di comprendere, le motivazioni che ci spingono a farlo.  La prima risultante è che il nostro cervello arriva a dire le bugie dopo aver attivato una strategia psicologica e sociale complessa, messa in atto per aiutarci a gestire le nostre insicurezze, le paure del giudizio degli altri sul nostro operato, così come per cercare di proteggere la nostra autostima. Vediamo meglio questo curioso problema.

Secondo diversi psicologi, nella vita quotidiana di ciascuno di noi dire delle "piccole bugie" è praticamente la norma; sono trascurabili bugie sociali, dette, a volte, addirittura senza neanche pensarci troppo. Dire “STO BENE” anche quando si è a pezzi, fingere interesse per un discorso noioso, inventare una scusa per non uscire: sono tutti esempi di come la menzogna entri nella nostra routine quotidiana. Gli esperti spiegano che il cervello non è programmato solo per dire la verità, ma per gestire i rapporti sociali nel modo più vantaggioso possibile.

Gli studi e le analisi fatte dagli studiosi hanno messo in luce che, quando noi mentiamo, nel cervello si attivano aree legate al controllo cognitivo, alla memoria di lavoro e alle emozioni, perché la nostra memoria deve essere in grado di tenere insieme "la storia inventata", ricordare cosa abbiamo detto e controllare la nostra reazione emotiva. Alcuni studi di neuroimaging indicano che mentire richiede, almeno all’inizio, più sforzo del dire la verità, proprio perché il cervello deve “costruire” una realtà alternativa. Allo stesso tempo, gli psicologi sottolineano che, se una persona mente spesso, questo sforzo può ridursi, perché il cervello si abitua a farlo.

Amici, capire perché diciamo le bugie non serve solo a giudicarci negativi, ma a riconoscere che, quando lo facciamo, quando mentiamo, le bugie servono a proteggerci davvero, in quanto usate per non complicarci la vita. Gli psicologi, insomma, hanno espresso il giudizio che mentire, anziché dire la verità, non è un nostro reale difetto, ma è un particolare comportamento che nasce dalla paura, dalla vergogna, dal desiderio di approvazione degli altri, e il nostro cervello cerca di assolvere al meglio questo compito gestendo il problema.

Ogni volta che mentiamo, il nostro cervello deve fare un lavoro in più rispetto a quando diciamo la verità. Gli psicologi e i neuroscienziati descrivono la menzogna come un processo che coinvolge diverse funzioni mentali contemporaneamente. Per prima cosa il cervello deve inibire la risposta automatica, cioè la verità. Il cervello, infatti, tende a richiamare spontaneamente ciò che è realmente successo; per mentire, invece, devi bloccare questa risposta e sostituirla con una versione alternativa. Questa capacità di “frenare” la risposta naturale è collegata alle funzioni esecutive, che dipendono in gran parte da aree della corteccia prefrontale.

Più la bugia è complessa, più la memoria di lavoro viene messa sotto pressione. È uno dei motivi per cui molte persone si incastrano nelle proprie menzogne: mantenere coerente una storia falsa è cognitivamente impegnativo. Nel cervello poi si attiva la parte emotiva. Mentire può attivare stress e senso di colpa, soprattutto se stiamo violando una regola importante. Questo spiega perché, in certe situazioni, il battito cardiaco accelera, la voce cambia leggermente e, inoltre, ci sentiamo a disagio.

Cari amici, mentire non è certo facile, richiede attenzione, impegno e superlavoro per il nostro cervello. La motivazione principale, insomma, è, come accennato prima, che diciamo le bugie per salvaguardare la nostra autostima, per la paura del giudizio degli altri e per tenere salva la nostra identità. Si, molti psicologi sottolineano che dietro le menzogne quotidiane c’è spesso un tema di grande importanza: proteggere l’immagine di noi stessi. Mentire serve a difendere la nostra autostima, per evitare di sentirci inadeguati o inferiori agli altri.

A domani cari amici lettori.

Mario

lunedì, maggio 04, 2026

LA STORIA DEL “GRANONE LODIGIANO”, L'ANTENATO DEI FORMAGGI GRANA ITALIANI. NATO NEL MEDIOEVO, DOPO UN LUNGO ABBANDONO, È ARRIVATA LA RISCOPERTA.


Oristano 4 maggio 2026

Cari amici,

In Italia il formaggio “GRANA” è indubbiamente uno dei formaggi più noti e utilizzati. Il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, formaggi a pasta dura, granulosa e a lunga stagionatura, sono i due giganti DOP, noti in tutto il mondo. Ebbene, il capostipite di questo eccellente formaggio fu inventato nel Medioevo ed ebbe origini Monastiche: la tradizione, infatti, ne attribuisce la nascita ai monaci cistercensi dell'Abbazia di Chiaravalle Milanese (intorno al 1135). Questi frati bonificarono le terre paludose del lodigiano, trasformandole in grandi pascoli, dove esercitarono l’allevamento di bovini.

Nella Comunità le grandi quantità di latte disponibile, spesso in eccedenza, avevano necessità di essere conservate e furono trasformate in formaggio. Proprio da questa conservazione nacque il “GRANONE LODIGIANO”, che è considerato il capostipite storico di tutti i formaggi grana italiani. Un formaggio nato dall'ingegno dei monaci cistercensi, che si diffuse ben oltre il territorio di produzione, diventando una delle eccellenze casearie più antiche della Lombardia.

Questo eccellente formaggio a lunga stagionatura uscì presto dalle mura del Monastero, superando i confini delle campagne originarie espandendosi anche in Emilia-Romagna. Nel Seicento Bartolomeo Stefani scrisse in “L’arte del ben cucinare” di «formaggi così squisiti che il lodigiano non si può nominar che non si lodi». Un affresco seicentesco dell’esponente del Manierismo cremonese, Antonio Campi, nella chiesa di San Sigismondo a Cremona lo prova in maniera tangibile, ritraendo una tavola imbandita, dove una fetta di Granone Lodigiano dalla crosta scura spicca accanto a delle pere succose.

Quel rapido successo attirò anche l’attenzione di Napoleone Bonaparte, che nel corso della prima campagna d’Italia, nel 1796 inviò un suo scienziato, Gaspard Monge, a indagare i segreti del formaggio proprio in virtù della sua longevità per risolvere i problemi di conservazione dei rifornimenti per il suo esercito. Partito da Parigi e arrivato a Parma, Monge scrisse una lettera all’imperatore dicendo, «A Parma scopro che questo formaggio si produce invece a Lodi». In quelle campagne lo scienziato francese scoprì i segreti della produzione e annotò ogni passaggio di quell’antica ricetta, creando un importante vademecum.

La maggiore espansione del formaggio avviene però nell’Ottocento. Ogni grande cascina della zona custodiva il proprio “cason”, il luogo dove si trasformava il latte delle proprie vacche e dove si produceva il Granone. Nell’epoca dei Grand Tour, l’ubiqua guida di viaggio Baedeker, la Michelin dell’epoca, conferma che il “formaggio rinomato” nasceva non a Parma ma in territorio lodigiano; perfino Giacomo Leopardi, in versi scherzosi del 1812 che raccontavano le ricchezze della tavola imbandita italiana, esalta il “lodigiano cacio” degno compagno di “pugliesi maccheroni”. Nelle sue memorie, scritte in lingua francese, tra il 1789 e il 1798, e pubblicate postume attorno al 1825 in una versione censurata, persino il celebre seduttore veneziano Giacomo Casanova attesta la qualità e la provenienza del Granone Lodigiano.

Col passare del tempo, grazie al crescente gradimento che questo tipo di formaggio riceveva, la sua produzione aumentò, e grazie all’abilità dei commercianti di Parma, il nome di questo formaggio da Lodigiano divenne “PARMIGIANO”, prendendo il posto di quell’originale formaggio nato a Lodi, e conquistando velocemente i mercati d’Italia e il resto d’Europa. La spietata concorrenza del Parmigiano iniziò a far calare la produzione del “Lodigiano”, fino a farla scomparire. la produzione andò via via riducendosi, fino quasi a scomparire. Col passare del tempo i grandi CASON chiudevano uno dopo l’altro e la notorietà del formaggio nero rimase un segreto custodito da pochissimi casari.

Amici, nella prima metà del secolo scorso (1947) La famiglia POZZALI, composta da tre giovani fratelli da poco laureati, decidono di trasformarsi in imprenditori del settore caseario. All’interno dell’azienda agricola paterna strutturano il loro primo caseificio per trasformare il latte di loro produzione e di alcune cascine dei dintorni. Il successo è immediato. Nel 1958 il secondogenito, l’architetto Giovanni Pozzali, inaugura il nuovo caseificio a pochi chilometri da Lodi, a Casaletto Ceredano in provincia di Cremona.

L’azienda crebbe velocemente e iniziò a diversificare la produzione fino ad arrivare al lancio della specialità casearia che riportò in auge il “GRANONE LODIGIANO. Oggi è la nuova generazione (è la terza) dei Pozzali a guidare la produzione, che nel frattempo ha cambiato nome all’azienda chiamandola “Bella Lodi”. Grazie a loro quell’antico formaggio oggi è un Prodotto Alimentare Tradizionale che segue un rigido disciplinare e risponde a standard attuali: latte da vacche unicamente nutrite con foraggi di origine vegetale, naturalmente senza lattosio, a ciclo produttivo certificato con energie rinnovabili, e un packaging 100% compostabile. Sono loro gli unici produttori del GRANONE LODIGIANO PAT, rispettando rigorosamente il disciplinare di produzione.

Cari amici, quella del GRANONE LODIGIANO è proprio una gran bella storia! Dopo l’oblio momentaneo, oggi il Granone Lodigiano è tornato dove merita: tra le grandi eccellenze casearie italiane.

A domani.

Mario

domenica, maggio 03, 2026

“METATHESIOFOBIA”: QUANDO LA PAURA DEL CAMBIAMENTO SI SCONTRA CON IL NOSTRO BISOGNO DI CAMBIARE. PREDOMINA LA PAURA DI SBAGLIARE, E IL PANICO DI RESTARE DA SOLI.


Oristano 3 maggio 2026

Cari amici,

Il desiderio di CAMBIAMENTO, ovvero di trovare soluzioni migliori all'esistente, ha dei freni potenti: il panico di lasciare il certo per l’incerto, che ha sempre condizionato le persone, paventando pericolose, possibili conseguenze, tra cui, in primis, la solitudine derivante. È, questa, una condizione psicologica molto diffusa, alquanto bloccante, definita in termine medico “METATHESIOFOBIA” (paura del cambiamento), che, unita all'atelofobia (paura di sbagliare o di non essere perfetti), blocca le nostre decisioni. Quando non siamo soddisfatti, e sentiamo il desiderio di evolvere, questo si scontra con il terrore di fallire e la paura di restare soli (anuptafobia),

La nostra mente è un computer complesso, che spesso si scontra con la logica, in quanto tende a preferire l'infelicità conosciuta rispetto all'incertezza del cambiamento; il nostro super computer preferisce la prevedibilità, anche se dolorosa, rispetto all'angosciante ignoto. Un ignoto dove giganteggia la trappola della "Solitudine", ovvero il panico di restare soli. Una paura motivata, spesso, da una bassa autostima o dalla credenza di non essere abbastanza forti da farcela da soli. È proprio quest’ansia che ci porta a tollerare situazioni insoddisfacenti (relazioni o lavori) pur di non affrontare il vuoto.

Amici, credo proprio che questa paura colpisca più di quanto appare. Molti di noi, spesso, soprattutto nel silenzio della notte, quando siamo soli con noi stessi e il sonno tarda ad arrivare, ci domandiamo, dopo un primo rifiuto a cambiare, «E se avessi deciso in modo diverso?». Dubbi, quesiti che di norma restano senza risposta e ansiano le nostre giornate togliendoci la necessaria serenità. Gli studi psicologici sull’argomento sono numerosi, e oggi voglio riportare la riflessione di Maria Beatrice Alonzi, scrittrice ed esperta di etica della comunicazione, contenuta nel suo libro, “Hai ancora paura. Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando” edito da (Sperling & Kupfer).

Maria Beatrice Alonzi è un’esperta dell’argomento, avendo conseguito, oltre la laurea in Scienze Umanistiche, un master in Tecniche e Metodi di Analisi Comportamentale e Analisi Scientifica del Comportamento non-verbale. È anche speaker di TEDx, relatrice per l'Università Sapienza di Roma e autrice di tre bestseller, con oltre 250.000 copie all'attivo. Nel suo libro prima citato, analizza a fondo quel meccanismo invisibile che spesso ci tiene bloccati: la paura di sbagliare, di non essere abbastanza forti, della paura di restare soli, elencando e spiegando i meccanismi che ci tengono fermi, tra errori che si ripetono e pensieri che si sedimentano, per arrivare a un punto cruciale: non siamo colpevoli del nostro passato, ma responsabili del nostro futuro.

In questo libro la Alonzi parte da un'idea: spesso pensiamo di aver scelto liberamente, ma in realtà è stata la paura a guidarci. «C'è una domanda che in tanti ci facciamo: “Cosa farei se non avessi paura?”. Se la risposta è diversa da quello che stiamo per fare, stiamo scegliendo per paura. La maggior parte delle nostre scelte non è consapevole, è condizionata dalla paura, lo afferma la scienza. Le nostre sono risposte condizionate, e le nostre decisioni sono prese prima che la mente razionale abbia il tempo di intervenire.

Amici, la realtà è che quella che chiamiamo “libera scelta”, ma è spesso una razionalizzazione a posteriori: «una storia che costruiamo per dare senso a qualcosa che il nostro sistema aveva già deciso, perché la maggior parte delle scelte sono prese in reazione». In sintesi, “le origini delle nostre decisioni prese per paura risalgono alla nostra infanzia:  quando chi doveva insegnarci a stare con le emozioni difficili non era presente, o era imprevedibile, o era lui stesso pauroso, da allora la nostra mente impara a stare in allerta costante, e qualunque stimolo che assomigli anche lontanamente a qualcosa di pericoloso come un silenzio, una critica, o una risposta fredda attiva la stessa risposta che si attivava quando il pericolo risulta reale. Il corpo, oggi, non distingue tra allora e adesso”.  Tutto questo troviamo in questo interessante libro.

Cari amici, scrive la Alonzi: “Come si può smettere di restare intrappolati nel rimpianto di una decisione condizionata dalla paura? Risulta fondamentale provare a dimostrare all’inconscio che ci sono altre strade da percorrere”. La scelta mancata continua a rimanere nella nostra mente in uno stato di sospensione permanente, e quello che non viene elaborato ritorna. Proprio per questo il dialogo con il nostro inconscio deve essere forte, portandolo a ragionare senza troppi condizionamenti. La decisione giusta è: “Ora che so, cosa scelgo?”. Allora, seppure ci appaia difficile, scegliamo senza condizionamenti, «Non restiamo ancorati al nostro lontano passato, perché il passato non si riscrive, ma il presente, sì».

A domani, cari lettori.

Mario

 

sabato, maggio 02, 2026

IL SEDANO E LE SUE ECCELLENTI PROPRIETÀ NUTRIZIONALI. QUESTO ORTAGGIO È PROPRIO UN SUPERFOOD: CON PROPRIETÀ DETOX E OTTIMO ALIMENTO IDRATANTE.


Oristano 2 maggio 2026

Cari amici,

Il “SEDANO” (Apium graveolens), è una specie erbacea biennale appartenente alla famiglia delle Apiacee; il sedano è originario della zona mediterranea, ed è conosciuto come pianta medicinale fin dai tempi di Omero. Le varietà più utilizzate in cucina sono il "sedano da costa" (Apium graveolens var. dulce) di cui si utilizzano i piccioli fogliari lunghi e carnosi, e il "sedano rapa" (Apium graveolens var. rapaceum) di cui si consuma la radice. Le sue eccellenti qualità alimentari fanno sì che il sedano possa essere considerato molto più di un semplice ingrediente per il soffritto o il pinzimonio! Questa pianta croccante, dal sapore fresco e leggermente amarognolo, è, infatti, considerata un superfood naturale grazie al suo profilo nutrizionale unico, al bassissimo apporto calorico e alle numerose sostanze bioattive che contiene.

Partiamo dal suo profilo nutrizionale. Un gambo di sedano crudo fornisce circa 16 calorie, rendendolo uno degli alimenti più leggeri in assoluto. È composto per oltre il 95% di acqua, il che lo trasforma in un eccellente alimento idratante. Contiene quantità significative di vitamina K, vitamina A, vitamina C e folati. Tra i minerali spiccano potassio, manganese e calcio. Il sedano è inoltre ricco di fibre solubili e insolubili che supportano la regolarità intestinale. Queste caratteristiche fanno del sedano un alleato ideale per chi desidera perdere peso senza sacrificare volume e sazietà. Uno degli aspetti che rende il sedano un alimento eccezionale è costituito dai suoi antiossidanti. Contiene luteolina, apigenina, acido caffeico e acido ferulico, composti in grado di contrastare lo stress ossidativo. La luteolina in particolare ha dimostrato proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive. Questi fitochimici rendono il sedano un vero e proprio vegetale anti-età e un supporto naturale contro infiammazioni croniche di basso grado.

Che dire, poi, sugli effetti benefici per la nostra salute cardiovascolare? Il sedano contribuisce al benessere del cuore grazie all’alto contenuto di potassio, minerale essenziale per il controllo della pressione arteriosa. Diversi studi indicano che i composti ftalidi presenti nel sedano possono rilassare i muscoli lisci delle arterie, favorendo una migliore circolazione sanguigna. Consumare regolarmente questo ortaggio croccante può quindi rappresentare una strategia naturale per mantenere valori pressori ottimali e ridurre il rischio cardiovascolare. Come accennato prima il sedano ha importanti proprietà detox e depurative. Grazie alla combinazione di acqua, fibre e antiossidanti, il sedano è considerato un eccellente alimento detox. Aiuta il fegato e i reni nell’eliminazione delle tossine e favorisce la diuresi leggera senza stressare l’organismo. Molti esperti di nutrizione lo consigliano all’interno di succhi verdi o centrifugati proprio per le sue capacità depurative. Il sedano diventa così un pilastro delle diete disintossicanti e dei protocolli di benessere intestinale.

Il sedano risulta utilissimo anche per la digestione e il microbiota. Le fibre del sedano, in particolare la pectina e la cellulosa, nutrono il microbiota intestinale e migliorano il transito. Questo vegetale detox riduce gonfiore e sensazione di pesantezza, rendendolo prezioso per chi soffre di disturbi digestivi lievi. Includere il sedano crudo o cotto nella routine alimentare quotidiana può contribuire a una digestione più efficiente e a un intestino più sano. Importantissimo il ruolo del sedano anche nel controllo del peso. Con sole 16 calorie per 100 grammi e un alto potere saziante, il sedano è uno degli alimenti più amati da nutrizionisti e dietologi per la gestione del peso. La sua croccantezza stimola la masticazione, aumentando il senso di sazietà, mentre il basso indice glicemico evita picchi insulinici. Chi vuole dimagrire o mantenere la linea trova nel sedano un alleato fedele e versatile: bastoncini da pinzimonio, base per smoothie o ingrediente principale di insalate.

I benefici del sedano si estendono anche nel confronti della nostra pelle e dell’aspetto estetico. Il contenuto di vitamina C e di antiossidanti rende il sedano un alimento di bellezza naturale. Questi nutrienti supportano la produzione di collagene e proteggono la pelle dai danni dei radicali liberi. L’idratazione fornita dall’elevato contenuto d’acqua contribuisce a mantenere la pelle luminosa e turgida. Molte persone notano miglioramenti nella texture cutanea dopo aver aumentato il consumo regolare di questo ortaggio croccante.

Amici, il sedano ci aiuta notevolmente anche nello svolgimento dell’attività fisica. Atleti e appassionati di fitness apprezzano il sedano per il suo effetto alcalinizzante e per il ricco apporto di elettroliti naturali, soprattutto potassio e sodio in equilibrio. Dopo un allenamento intenso, un succo di sedano può favorire il recupero muscolare e reintegrare i liquidi persi con il sudore. Per questo motivo è diventato un alimento molto popolare tra chi pratica sport e segue uno stile di vita attivo. Per massimizzare i benefici del sedano è preferibile consumarlo crudo, perché alcuni composti sono termolabili e si conservano meglio.

Amici lettori, come per tanti altri vegetali, anche per il sedano osserviamo alcune precauzioni. Sebbene il sedano sia generalmente sicuro, chi è allergico alle Apiaceae dovrebbe prestare attenzione. Inoltre, in caso di terapia con anticoagulanti, l’alto contenuto di vitamina K richiede un consumo costante per evitare oscillazioni dell’INR. In gravidanza e allattamento il sedano è ben tollerato nelle quantità alimentari normali. Come per ogni alimento eccezionale, la moderazione e l’inserimento all’interno di una dieta varia restano la chiave.

Cari amici, in conclusione possiamo dire che il sedano è proprio un alimento eccezionale, considerato un superfood naturale. Come indicato prima, il suo consumo offre idratazione, antiossidanti, fibre e minerali con pochissime calorie, supportando salute cardiovascolare, digestiva e cutanea in modo completo. Vi sembra poco? Io credo di no! Allora consumiamolo senza timore!

A domani.

Mario