domenica, agosto 02, 2026

PER CERCARE DI CAMBIARE IL MONDO CHE CI CIRCONDA, DOBBIAMO, PRIMA, OPERARE IL CAMBIAMENTO DENTRO DI NOI. UNA RIFLESSIONE SUL PENSIERO DI SOCRATE.


Oristano 2 agosto 2026

Cari amici,

L'uomo è, per natura, un "animale sociale", parte attiva di una Comunità dentro la quale coopera, partecipa, apportando anche nuove idee e cambiamenti. L’evoluzione, infatti ha dimostrato che è proprio attraverso la partecipazione attiva e il confronto che le Comunità crescono e si evolvono, superando le sfide e adattandosi ai cambiamenti storici e culturali. Ovviamente, questo significa che per cercare di migliorare le cose o cambiare ciò che nella Comunità è migliorabile, bisogna essere capaci di “migliorare prima se stessi”.

Ad affermare questo, molti secoli fa, fu il grande filosofo greco SOCRATE, uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale, con la famosa citazione «Se vuoi muovere il mondo attorno a te, devi prima muovere te stesso», un celebre invito alla trasformazione interiore. Per il filosofo greco ogni vero cambiamento parta dalla nostra evoluzione personale, prima di poter impattare la realtà esterna. Il pensiero socratico si fonda sul celebre motto "conosci te stesso". Questo significa che, per cambiare il mondo non serve affidarsi a soluzioni miracolose esterne, ma è necessario fare un lavoro su se stessi, coltivando virtù come la saggezza, l'onestà e l'autenticità.

Amici lettori, questo insegnamento implica, per l’uomo, un ribaltamento di prospettiva: il potere di incidere sulla realtà non deriva dal controllo degli eventi, ma dalla capacità di modificare il proprio atteggiamento, le proprie convinzioni e il proprio modo di agire. Certo, l’idea di intervenire per cambiare il mondo che ci circonda affascina, perché promette risultati immediati e visibili, mentre il lavoro su “se stessi” è quasi sempre invisibile e maledettamente faticoso. Eppure, è proprio in questa dimensione nascosta che si decide la qualità di ogni cambiamento. Spesso si tende a credere che ciò che non funziona dipenda dagli altri, dalle circostanze o dal contesto, senza considerare che il modo stesso in cui si interpreta la realtà è già una costruzione interiore.

Volgere il nostro sguardo dentro di noi, analizzare la nostra interiorità, trova delle resistenze incredibili, praticamente invisibili, fatte di automatismi che proteggono l’immagine di sé. Cosa accade quando questa immagine viene messa in discussione? Perché è così difficile accettare di non coincidere del tutto con ciò che si crede di essere? Cercare di “Muovere se stessi” significa attraversare questa resistenza e rinunciare all’idea di stabilità. Quando si dice “sono fatto così”, spesso si sta solo evitando di cambiare! Se una persona si convince di essere “timida”, quella convinzione inizia anche a influenzare il modo in cui si muove nel mondo. A scuola evita di intervenire, nelle conversazioni si trattiene, nelle occasioni in cui potrebbe esporsi sceglie di restare in disparte, non perché manchino le idee, ma perché si è già formata un’immagine di sé che precede l’azione. Col tempo, quella rinuncia ripetuta diventa abitudine, e l’abitudine si trasforma in identità. A quel punto non è più solo una sensazione iniziale: è un modo di stare nelle situazioni che si auto-conferma.

Gentili lettori, quando si smette di pensare il mondo come qualcosa da affrontare o correggere, cambia anche il modo di viverlo. Non appare più come uno scenario separato, ma come uno spazio che prende forma insieme allo sguardo di chi lo attraversa. Le situazioni presenti non arrivano “da fuori” in modo neutro: acquistano significato nel momento in cui vengono da noi interpretate. Alla fine, non c’è una separazione netta tra interno ed esterno: ciò che si vive fuori porta sempre con sé la traccia di ciò che abbiamo dentro.

Cari amici, ho sempre apprezzato il grande filosofo greco Socrate, e la sua affermazione «Se vuoi muovere il mondo attorno a te, devi prima muovere te stesso»,  perchè era ed è sempre una grande verità. Nessuno può sperare di cambiare il mondo senza aver prima avuto il coraggio di cambiare se stesso. Magari non si riuscirà a trasformare l’umanità, né a risolvere i grandi problemi del nostro tempo, ma se anche una sola persona, grazie al nostro esempio, riuscirà a migliorare un frammento della realtà che la circonda, allora quel cambiamento interiore avrà già iniziato a muovere il mondo. Perché ogni grande trasformazione, in fondo, nasce sempre da un essere umano che ha deciso di fare qualcosa per sé e per gli altri.

A domani.

Mario

 

sabato, agosto 01, 2026

NEL MONDO L’UOMO CAMBIA, MA NON DIVENTA MIGLIORE. UNA RIFLESSIONE SU PIRANDELLO E “LE MASCHERE E I POCHI VOLTI” CHE INCONTRIAMO NEL CAMMINO DELLA VITA.


Oristano 1° agosto 2026

Cari amici,

Inizio le mie quotidiane riflessioni di agosto parlando di relazioni sociali sempre più aride e di facciata. La vita è come un lungo viaggio, percorso su strade in gran parte sconosciute, che ci porta ad incontrare persone spesso non facili da definire. In questo cammino della vita, vissuta tra apparenza e realtà, prende corpo e anima la realtà che ciascuno di noi vive, così definita dal grande Pirandello: «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti». Una tagliente ma cruda e chiara affermazione, la sua, che evidenzia e mostra “Quello che siamo”, ovvero CHI SIAMO nel mondo, la vita che viviamo, indossando spesso e volentieri la maschera, impersonando il ruolo imposto dalla società, mentre resta nell’ombra, nascosto, il nostro vero volto, la nostra vera, autentica identità.

Per LUIGI PIRANDELLO, grande scrittore, poeta e drammaturgo siciliano, nato alla fine dell’Ottocento e vincitore nel 1934 del Premio Nobel per la letteratura, l'uomo vive imprigionato in "forme e convenzioni sociali” che lo costringono a “recitare”, a fare una continua rappresentazione, nel corso della sua vita. Una recitazione che necessita di una “Maschera”, con la quale rappresentiamo il personaggio che siamo costretti a impersonare, per il ruolo svolto o per sopravvivenza sociale (sul lavoro, in famiglia, tra gli amici).

Nel suo romanzo “UNO, NESSUNO E CENTOMILA”, il protagonista Vitangelo Moscarda scopre di non essere "uno" per gli altri, ma centomila figure diverse, perdendo ogni certezza sulla propria identità. Nel mondo ci sono tante Maschere e pochi Volti, ecco la triste realtà! Nella celebre frase con la quale afferma che «nel lungo tragitto della vita si incontrano tante maschere e pochi volti», Pirandello, scrittore di grande sensibilità, evidenzia come la maggior parte delle persone si limita ad agire secondo il copione sociale. Diventa, infatti, una rarità incontrare un vero "volto", nel senso di imbattersi in “chi non recita”, ovvero in un soggetto che ha il coraggio di spogliarsi delle finzioni e che recita se stesso.

Amici, in un mondo fatto sempre più di apparenza, trovare soggetti che esibiscono senza timore se stessi, senza filtri, accettando la propria vulnerabilità, è diventata una rarità. Quello di oggi non è un mondo che appare migliorato, rispetto al passato, ma tutto il contrario: Il forte cambiamento tecnologico e sociale in atto non si è evoluto in positivo, né ha migliorato l’animo umano; l’uomo del Terzo Millennio continua, come in passato, a rinnovare le recite, rendendo la solitudine e la falsità dell'uomo moderno ancora più pesante e opprimente.

A ben pensare, cari lettori, “Indossare la maschera” non è necessariamente sinonimo di falsità o cattiveria. In tanti la indossano per non mostrare le loro debolezze, sia nel lavoro che in società e in famiglia, ma per cercare di corrispondere alle aspettative degli altri. Maschera che serve per nascondere le proprie paure, per non rivelare la propria fragilità, o anche per nascondere l’angoscia interiore di attraversare un momento difficile. Ogni contesto richiede un “comportamento mascherato”, vissuto in modo diverso: quello di figlio responsabile, di amico disponibile, di studente brillante, di lavoratore instancabile.

I rischi di vivere con la maschera, però, esistono, non mancano. Quando la maschera diventa così rigida da sostituirsi al volto, quando a forza di interpretare una parte, dimentichiamo chi siamo, cosa pensiamo realmente e cosa desideriamo davvero, perdiamo la nostra identità, e iniziamo a vivere seguendo esclusivamente il volere e i desideri degli altri. Mostrare il proprio volto, amici, richiede coraggio! Significa esporsi al rischio di non essere compresi, accettati o amati. Per questo molte persone preferiscono presentare una versione controllata di sé, finta, costruita per ottenere approvazione o evitare il giudizio, ma perdendo se stessi.

Cari amici, è da tanto che conosco e apprezzo gli scritti di Pirandello. Anche io nella mia lunga vita di lavoro ho incontrato molte (TROPPE) maschere e pochi volti. Quei pochi “Veri volti” che ho incontrato erano genuini, veri, sinceri, appartenevano a quelli che non sentivano il bisogno di impressionare gli altri. Erano i volti di persone serie e responsabili, capaci di ammettere sempre un errore, di esprimere liberamente il loro pensiero e le loro emozioni. Appartenevano a persone capaci di restare coerenti anche quando mettere la maschera  sarebbe stato più conveniente!

A domani, amici lettori.

Mario

venerdì, luglio 31, 2026

LA SARDEGNA E LE RISORSE MINERARIE NASCOSTE. NEGLI SCARTI DI GRANITO PRESENTI MATERIE RARE OGGI UTILISSIME.


Oristano 31 luglio 2026

Cari amici,

Chiudo le mie riflessioni giornaliere di questo mese di Luglio parlando con Voi, amici lettori, delle risorse inespresse della mia amata SARDEGNA. La nostra isola è una terra fra le più antiche, con rocce che superano l'età di 500 milioni di anni. Questa straordinaria storia geologica ha reso il suo sottosuolo uno dei più ricchi d'Europa, con giacimenti sfruttati dall'uomo fin dal Neolitico e una varietà di minerali di rilevanza mondiale. Il patrimonio minerario sardo è immenso e si articola attorno a diverse peculiarità geologiche e storiche. Oltre l’Ossidiana, particolare vetro vulcanico estratto fin dal 6000 a.C. sul Monte Arci, piombo, zinco, argento e carbone, oltre ad una straordinaria varietà di pietre tra cui il granito.

Il sottosuolo sardo, come accennato prima, ospita migliaia di specie mineralogiche, alcune delle quali uniche al mondo: come l’Ichnusaite, un minerale scoperto a Sarroch (CA) considerato tra i più rari e preziosi in assoluto del pianeta; presente anche l’Aragonite Azzurra, uno dei minerali più identitari dell'isola, considerato una vera icona a livello internazionale. Che dire, poi, della Barite, presente con splendide cristallizzazioni trasparenti e color ambra, presente in particolare nell'area del Sarrabus-Gerrei. Ma non è tutto.

Di recente, con nuovi strumenti, è avvenuta la straordinaria scoperta della presenza di “giacimenti di terre rare”, presenti negli scarti di lavorazione del granito, in particolare a Buddusò, scoperta che rappresenta una svolta per l'economia circolare e l'approvvigionamento di quelle "materie rare" oggi assolutamente necessarie per la moderna tecnologia, e che in Europa risultano alquanto carenti. I ricercatori hanno individuato questi materiali preziosi negli immensi cumuli di scarti della lavorazione del granito, quindi direttamente in superficie, arrivando in questo modo a trasformare decenni di "rifiuti industriali" in una preziosa risorsa strategica!

La zona interessata è, come accennato, quella di BUDDUSÒ, in provincia di Sassari, dove si produce circa il 70% del granito estratto in Italia. A tutt’oggi l'accumulo di materiali di scarto (sfridi) è davvero immenso, considerato che vi è concentrato da decenni. Poi è arrivata la scoperta: Nell'ambito del progetto europeo REGS II dell'Università di Ferrara, in questi scarti è stata rilevata una presenza di ALLANITE (un minerale ricco di terre rare) fino al 15% all'interno dei cumuli di granito. Questi cumuli contengono elementi essenziali per la transizione energetica e l'alta tecnologia, tra cui Neodimio, Cerio, Lantanio, oltre a Germanio, Gallio, Tantalio e Niobio.

Questa scoperta appare sotto molti aspetti eccezionale, con un grande vantaggio ambientale: Non essendo necessaria una nuova attività estrattiva dal sottosuolo, i costi di recupero diminuiscono drasticamente, così come l'impatto ambientale, permettendo nel contempo il recupero paesaggistico dei cumuli di scarto. Per decenni, amici, a Buddusò abbiamo buttato via qualcosa che oggi il mondo cerca disperatamente! Si, qualcosa che non era nascosto a chilometri di profondità, era pronto e a vista in superficie! Non serviva scavare una nuova montagna, in quanto il materiale era lì, ammucchiato ai bordi delle cave: milioni di frammenti di granito considerati semplicemente scarti.

I ricercatori del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Ferrara dentro quelle rocce considerate inutili hanno trovato qualcosa di veramente sorprendente: una presenza importante di minerali e terre rare leggere, indispensabili per la moderna tecnologia. Sono elementi dai nomi quasi sconosciuti al grande pubblico, come indicati prima, ma dei quali oggi non si può fare a meno, perchè sono tra i materiali che alimentano la tecnologia moderna. Ecco alcuni esempi: Il neodimio viene utilizzato nei magneti permanenti dei motori elettrici e delle turbine eoliche, il cerio trova impiego in diversi processi industriali e tecnologie energetiche, il lantanio è presente in alcune applicazioni legate alle batterie e ai materiali avanzati.

Il paradosso, amici lettori, è proprio questo: mentre l’Europa cerca nuove fonti di materie prime strategiche, una parte di queste potrebbe trovarsi in materiali e in luoghi che per anni abbiamo considerato solo come rifiuti. Materie prime che non sono celate sotto una foresta incontaminata, o dentro una montagna da distruggere, ma in materiali che abbiamo considerato di scarto, che avevamo già estratto e poi abbandonato come rifiuto.

Cari amici lettori, il nostro futuro (e quello dei nostri figli), se vorremmo davvero smettere di continuare a devastare il pianeta, deve necessariamente provvedere a “riciclare e recuperare” le tante materie per anni sconsiderate scarto. Trasformare gli scarti industriali in nuove risorse, riducendo la necessità di nuove estrazioni, darà nuove opportunità alla salvaguardia di questo pianeta, al quale di problemi ne abbiamo già creato anche troppi!

A domani.

Mario

giovedì, luglio 30, 2026

CON L'AUMENTO DELLE TEMPERATURE CRESCE NEL MONDO LA NECESSITÀ DI AVERE PIÙ ACQUA POTABILE. L'INTERESSANTE PROGETTO CAU-10-H. PER ESTRARRE ACQUA DALL'ARIA.


Oristano 30 luglio 2026

Cari amici,

Che il clima stia pericolosamente cambiando lo possiamo constatare tutti i giorni, visti i crescenti, pericolosi aumenti della temperatura che, in primis, portano le Comunità ad avere un maggior bisogno di acqua potabile. Questo pericoloso aumento termico, come possiamo constare in questi giorni, a cui si aggiunge la siccità crescente, stanno accelerando la ricerca di nuove fonti idriche, usando tecnologie anche innovative, che vanno dalla desalinizzazione all’osmosi inversa, dal recupero delle acque reflue agli innovativi sistemi che consentono di estrarre acqua dall’umidità dall'aria.

Su quest’ultimo campo la ricerca scientifica è orientata verso soluzioni non convenzionali, nell’intento di aumentare l'approvvigionamento idrico. Lo studio dell'Istituto di Chimica Inorganica dell'Università di Kiel, in Germania, va proprio in questa direzione, focalizzando l’attenzione sullo sviluppo e la scalabilità di “materiali porosi avanzati”, in grado di catturare l'umidità atmosferica, trasformandola in acqua. I primi risultati, pubblicati in due distinti lavori sulle riviste scientifiche Journal of Materials Chemistry A e Industrial & Engineering Chemistry Research, descrivono il superamento di uno dei principali colli di bottiglia della tecnologia: il passaggio dalla sintesi di laboratorio alla produzione su scala industriale.

Il team operativo, guidato dal Prof. Norbert Stock dell'Istituto di Chimica Inorganica dell'Università di Kiel (CAU) è riuscito ad ottimizzare un materiale rivoluzionario chiamato CAU-10-H. Si tratta di una struttura metallo-organica (MOF) altamente porosa che agisce come una spugna molecolare: assorbe l'umidità dall'aria, e ogni struttura rilascia fino a 1,8 litri di acqua potabile al giorno. Il materiale CAU-10-H, appartiene alla classe dei Metal-Organic Frameworks, noti anche con l'acronimo MOF. Si tratta di strutture metallo-organiche caratterizzate da una fitta rete di cavità microscopiche interconnesse che agiscono come vere e proprie spugne su scala molecolare. La chimica fondamentale alla base dei MOF è valsa a Omar Yaghi il Premio Nobel per la Chimica nel 2025.

A differenza dei comuni materiali igroscopici, che richiedono alti tassi di umidità relativa per poter funzionare, il CAU-10-H è straordinariamente efficiente anche in condizioni di estrema secchezza. Il processo di assorbimento delle molecole d'acqua a temperatura ambiente si attiva infatti non appena l'umidità relativa dell'aria raggiunge o supera la soglia minima del 18%, una percentuale che la maggior parte dei sistemi tradizionali riterrebbe troppo bassa per poter essere sfruttata.

Altrettanto efficiente è il processo inverso di “desorbimento”, ossia il rilascio dell'acqua precedentemente catturata. Per liberare l'umidità intrappolata è sufficiente riscaldare il materiale a una temperatura di circa 70 °C. Si tratta di una soglia termica talmente bassa da poter essere facilmente raggiunta sfruttando il semplice calore solare o il calore di scarto dei processi industriali, eliminando la necessità di ricorrere a costosi riscaldatori elettrici alimentati dalla rete di distribuzione. Su base giornaliera, questa efficiente sistema riesce a produrre giornalmente fino a 1,8 litri di acqua potabile per ogni chilogrammo di materiale composito impiegato.

Oltre alla generazione di acqua potabile, il CAU-10-H ha dimostrato di avere enormi potenzialità nel settore della climatizzazione ecologica attraverso i sistemi di raffrescamento ad adsorbimento. In questo tipo di applicazioni, il nuovo composto ha registrato prestazioni fino a tre volte superiori rispetto al gel di silice, che rappresenta lo standard industriale storicamente utilizzato per questo scopo. La vera rivoluzione risiede nella possibilità di alimentare questi impianti di condizionamento utilizzando esclusivamente il calore residuo, come prima accennato.

La vera novità del lavoro coordinato da Norbert Stock, e condotto insieme al primo autore Lasse Wegner e al responsabile della scala pilota Kalle Mertin, non risiede solo nelle proprietà chimiche del materiale, ma nella sua effettiva fattibilità commerciale. Spesso i materiali sintetizzati in laboratorio faticano a trovare uno sbocco reale perché troppo complessi o costosi da produrre in grandi quantità. Il team tedesco è riuscito a produrre un primo lotto di circa 30 chilogrammi di CAU-10-H, una quantità circa 60 volte superiore a qualsiasi precedente lotto sintetizzato in laboratorio.

Cari amici, credo che l’innovativo progetto prima evidenziato sia valido e realizzabile "a costi accettabili": la produzione di questo materiale può assestarsi su costi decisamente competitivi, compresi tra i 12 e i 14 dollari al chilogrammo, rendendo l'applicazione su larga scala finalmente accessibile alla produzione in serie. L’intelligenza dell’uomo, amici lettori, troverà sempre soluzioni valide per le esigenze di oggi e di domani, per un futuro nel quale le nuove generazioni possano vivere senza troppi patemi d’animo!

A domani.

Mario

mercoledì, luglio 29, 2026

L'UOMO E LA RELAZIONE CON I SUOI SIMILI. PERCHÈ C'È CHI PREFERISCE ISOLARSI IN CASA ANZICHÈ DIALOGARE CON GLI ALTRI?


Oristano 29 luglio 2026

Cari amici,

Anche i filosofi del passato hanno sempre affermato che “L'uomo è un animale sociale”. Lo hanno affermato anche il grande Aristotele e tanti altri studiosi. Fin da bambino l'essere umano si rapporta e si realizza attraverso le costanti relazioni con gli altri, un aspetto quest’ultimo che sta alla base di ogni tipo di "azione pedagogica" orientata in primo luogo alla persona. Si, l’uomo è biologicamente e psicologicamente predisposto alla vita di gruppo. Questa natura, già definita dallo storico concetto aristotelico di “ZOON POLITIKON”, indica che l'identità e la sopravvivenza della specie umana dipende dall'interazione.

La socialità è la linfa che modella il cervello, che genera il benessere emotivo attraverso la cooperazione e la reciprocità. La teoria secondo cui l'uomo è un "animale sociale" data da secoli, e si articola in diverse dimensioni che creano la vita sociale: Evoluzione: Vivere in Comunità ha garantito protezione dai predatori, consente la condivisione delle risorse derivanti dalla caccia cooperativa, migliorando le probabilità di sopravvivenza della specie. Neurologia e Psicologia: Il cervello umano si sviluppa attraverso lo specchio delle relazioni. L'isolamento prolungato genera stress e attivazione di aree cerebrali associate al dolore fisico. Linguaggio e Cultura: La capacità di comunicare è nata per facilitare la vita in società. Tutto il patrimonio culturale, artistico e scientifico è il risultato della collaborazione tra individui nel corso delle generazioni. Dimensione Politica: Dal bisogno di regolare la convivenza nascono le strutture sociali e le forme di governo.

Amici, ciò nonostante, spesso, l’uomo sceglie di isolarsi in casa, evitando il dialogo ed il confronto con gli altri. Questo bisogno nasce spesso dal desiderio di proteggersi, derivato da ansia sociale, stress e aspettative esterne. In questo caso la propria casa funge da "rifugio sicuro" dove ricaricarsi senza l'obbligo di recitare ruoli o temere il giudizio altrui. Questa dinamica psicologica, nei casi più estremi, può evolvere in vere e proprie forme di ritiro sociale. Ma vediamo meglio le motivazioni psicologiche principali che spingono l'uomo all’isolamento.

Oltre all’Ansia sociale e alla paura del giudizio degli altri prima accennati, l’uomo è spinto ad isolarsi dal timore di non essere all'altezza o di subire critiche, che possono rendere le interazioni interpersonali logoranti e fonte di profonda angoscia. Altro elemento importante è  il Sovraccarico emotivo (Burnout): L'iperconnessione e le pressioni della vita moderna spingono le persone a percepire il mondo esterno come ostile e caotico, rendendo la solitudine domestica una via di fuga. Contribuiscono anche la Bassa autostima (la convinzione di essere inadeguati nei confronti dei propri pari), che porta ad evitare il confronto per non sentirsi difettosi o imperfetti.

Preferire di restare a casa, invece di uscire per incontrare gli altri e dialogare, è un comportamento sempre più comune nella società moderna. La psicologia cerca di aiutarci a comprendere se si tratta di una sana necessità di ricarica o di un potenziale problema di isolamento. Nel mondo iperconnesso e frenetico di oggi, scegliere di stare a casa non è sempre sinonimo di pigrizia o asocialità. Molti individui trovano nel proprio spazio domestico, come accennato prima, un rifugio rigenerante, dove coltivare interessi personali senza le pressioni esterne.

Comprendere questi meccanismi permette di vivere questa scelta in modo positivo, evitando che diventi limitante. La preferenza di restare a casa può derivare da tratti di personalità come l’introversione, ma anche da fattori ambientali o emotivi. Stare a casa allora diventa una strategia adattiva, quando bilanciata con interazioni significative, magari virtuali o selezionate. Molti riportano maggiore produttività e serenità quando preferiscono restare a casa. Attività come leggere, meditare o dedicarsi a hobby riducono i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.

Cari amici, Preferire di restare a casa, invece di uscire, rivela molto sulla nostra psiche: un bisogno di equilibrio, di ricarica e di autenticità. La psicologia insegna che non è né giusto né sbagliato in assoluto, ma questo bisogno va ascoltato con consapevolezza. Quando è bilanciato, arricchisce la vita, quando è eccessivo, richiede un serio intervento psicologico. Abbracciare questa preferenza, quando fatta con intelligenza emotiva, porta a vivere un'esistenza più serena e consapevole.

A domani, fedeli lettori.

Mario

martedì, luglio 28, 2026

IL CRESCENTE PERICOLO DELLE BABY GANG NEI GRANDI CENTRI URBANI. LE RIPETUTE AGGRESSIONI SONO IL SINTOMO DI UN PROFONDO DISAGIO SOCIALE. LA RIFLESSIONE DI FEDERICO QUARANTA.


Oristano 28 luglio 2026

Cari amici,

Il problema della devianza minorile non è solo preoccupante, ma sta diventando addirittura DRAMMATICO! Nei grandi centri urbani, oramai da tempo, sono operative delle “BABY GANG”, composte da minorenni provenienti da famiglie disagiate, che, col favore delle tenebre aggrediscono anche per rubare pochi spiccioli o oggetti anche di poco valore.  Il fenomeno, tra l’altro in crescita, è diventato una vera e propria “emergenza sociale” di preoccupante complessità. Le numerose analisi sociologiche messe in campo dimostrano che non si tratta della sola “criminalità ordinaria”, ma del risultato di un profondo disagio urbano, marginalità economica e ricerca di affermazione attraverso l'emulazione e i social media.

Per capire meglio questa violenza giovanile, dobbiamo partire dalle teorie economiche ortodosse sul ruolo delle città; la sempre più alta concentrare di tante persone in grossi centri urbani dovrebbe stimolare la proliferazione di nuove idee e tecnologie, capaci di migliorare la produttività e la crescita economica di quello stesso territorio. In realtà però ciò non avviene. L’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città – il cosiddetto spillover – risulta alquanto diseguale, nel senso che privilegia pochi lasciando indietro nuclei di persone sempre più numerosi.

Si, amici, la città contemporanea appare come il risultato dello sviluppo capitalistico fondato sul presupposto dell’illimitatezza delle risorse (per pochi) e sulla "illusoria" prospettiva di crescita infinita, che si oppone all’idea di centro urbano quale motore di aggregazione sociale. Oltre il centro, in periferia sono presenti centinaia di famiglie che vivono  in contesti di forte deprivazione economica, dove i figli giovani percepiscono un'assenza di futuro e opportunità. Il profondo disagio di questi giovanissimi viene scaricato attraverso l’uso della violenza, che viene spesso filmata e condivisa in rete per ottenere ammirazione, status e potere all'interno del proprio gruppo di pari.

Milano è una città che vive ogni giorno questo pericoloso problema. Di recente anche il noto conduttore Federico Quaranta è stato aggredito in strada da una banda di ragazzini, mentre rientrava di sera a casa. “Mi sono difeso, ho reagito – ha detto – ma ho rischiato grosso”. Poi ha così commentato: “Stanotte ho capito una cosa. Non mi hanno aggredito per un orologio. Quel vecchio Omega di mio padre era soltanto il pretesto. Lo hanno fatto tre ragazzi, giovanissimi. Per uno zaino. Una valigia”.

Attraverso la sua pagina Instagram Quaranta ha voluto fare una seria riflessione sul tema sicurezza a Milano e sulla trasformazione della città tra crescente insicurezza, disuguaglianze e degrado urbano. “Tornando a casa ho continuato a farmi una domanda: che città stiamo costruendo?". Perché Milano, ormai, assomiglia sempre più a una moderna Commedia di Dante. Solo che abbiamo invertito l’Inferno. Al centro ci sono i recinti dorati. Le vetrine blindate. Le case che costano quanto una vita. I quartieri dove il lusso non è più un privilegio ma un sistema di difesa. Poi, cerchio dopo cerchio, la metropoli cambia pelle. I marciapiedi si consumano. Le serrande si abbassano. I servizi scompaiono. Le scuole arrancano. Le occasioni diminuiscono. E la distanza fra chi ha tutto e chi pensa di non avere più niente diventa un abisso. L’antropologia ci insegna che ogni Comunità ha bisogno di sentirsi parte di un destino comune. La sociologia ci ricorda che, quando quel destino si spezza, nasce la frammentazione.

Focalizzando la sua attenzione sulle Baby Gang, Quaranta ha sostenuto con forza che dietro queste pericolose aggressioni c’è un serissimo problema sociale di ribellione, che vede come nemici i ceti più alti, che – di consegue3nza – crea quella carica di violenza che porta "dal quartiere alla banda, poi al branco", fino a trasformare in "nemico" una persona qualunque che torna a casa. Secondo il conduttore, tra molti giovani "il marchio sostituisce l'identità, la violenza diventa linguaggio e il furto diventa riscatto". Per Quaranta, il problema non è solo la criminalità, bensì "il fallimento di un'idea di convivenza"; in una società che presenta differenze abissali di benessere, i ceti meno abbienti arrivano alla convinzione che per affermarsi sia necessario togliere qualcosa agli altri.

Cari amici, in questo Millennio viviamo in una società malata, troppo egoista e poco disposta a sostenere chi ha bisogno. La violenza giovanile è il frutto avvelenato di questo nostro egoismo. Credo che "TUTTI" dovremmo riflettere!

A domani.

Mario

lunedì, luglio 27, 2026

L’UOMO E IL PERICOLOSO AVANZARE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. SOLO LA RISCOPERTA DELLA FILOSOFIA, LO SALVERÀ, DANDO UN SIGNIFICATO PROFONDO ALLA SUA VITA.


Oristano 27 luglio 2026

Cari amici,

Il costante avanzare, praticamente incontrollabile, dell’Intelligenza Artificiale sta portando l’uomo ad un pericoloso annichilimento, che sta minando la sua capacità cognitiva con una pericolosa, potenziale regressione emotiva e relazionale. Oramai sono le macchine quelle che stanno sostituendo le nostre capacità di giudizio, per cui già dipendiamo dagli algoritmi, rischiando di atrofizzare il nostro spirito critico, buttando alle ortiche anche la nostra creatività. Sostituire la nostra capacità cognitiva con l’A.I. costituisce un pericolo reale, concreto e dalle conseguenze inimmaginabili.  

L'A.I., in realtà, sappiamo che eccelle nell'elaborazione e nell'efficienza, ma manca di determinanti requisiti: empatia, coscienza ed esperienza fisica. Proprio per questo quando deleghiamo decisioni etiche e relazionali a strumenti che non comprendono il significato umano dell'esistenza, stiamo sbagliando alla grande, impoverendo fortemente la nostra capacità cognitiva. Numerosi studiosi e filosofi, come Paolo Ercolani, evidenziano come l'era degli algoritmi e delle tecnologie digitali coincida con una regressione delle abilità logiche e critiche dell'uomo, che viene "macchinizzato" a vantaggio dell'efficienza.

Amici lettori, in un futuro ormai dominato dall'algoritmo, la salvezza dell'uomo del Terzo Millennio risiede in gran parte nella riscoperta della  “FILOSOFIA”, perché essa rappresenta l'unico baluardo di pensiero critico, etica e di autoconsapevolezza. Se è pur vero che  l'Intelligenza Artificiale svolge compiti ad enorme velocità, ed è in grado di ottimizzare e calcolare in tempi brevissimi, manca però di “coscienza”! Al contrario, la pratica filosofica coltiva costantemente il dubbio, il senso del limite e la ricerca di un significato profondo, tutti elementi inaccessibili alle macchine.

L'Intelligenza Artificiale, anche se è in grado di elaborare in tempi brevissimi i dati, lo fa in modo asettico, senz’anima, non comprendendo il valore delle cose. La filosofia, invece, ci spinge a interrogarci sul perché dei nostri comportamenti e sul valore dell'esistenza. Che dire, poi, dell’Etica e della Responsabilità personale? Di fronte a dilemmi morali complessi, le macchine non sono in grado di gestirli, mancando delle necessarie capacità che invece solo l'uomo possiede, ed è, quindi, in grado di guidare le scelte attraverso l'etica e l'empatia.

Cari lettori, c'è da chiedersi: ma il pensiero dell’uomo del Terzo Millennio come riesce a far convivere il proprio libero pensiero nell'epoca dell’invasione delle intelligenze artificiali? Negli ultimi anni abbiamo iniziato a delegare alle intelligenze artificiali attività che fino a poco tempo prima consideravamo esclusivamente umane: scrivere e-mail, sintetizzare documenti, produrre testi, trovare idee, organizzare informazioni. La questione non è se questi strumenti siano utili, certamente lo sono. La domanda è un'altra: che cosa accade alla nostra capacità di ragionare quando una parte crescente del lavoro mentale viene automatizzata? Indubbiamente è l'intelligenza umana a risentirne in modo pericoloso!

Ecco perché la filosofia continuerà ad essere per l’uomo una materia alquanto valida in futuro: un antidoto verso una cancellazione – in tutto o in parte – delle proprie capacità. Da oltre due secoli la Francia considera la filosofia una disciplina fondamentale per la formazione dei cittadini. Non perché produca risposte definitive, ma perché insegna a convivere con la complessità. In un contesto in cui siamo continuamente esposti a opinioni, contenuti generati automaticamente e flussi infiniti di informazioni, la capacità di distinguere un argomento solido da uno superficiale potrebbe diventare una delle competenze più preziose.

Cari amici, come ben sa chi mi legge con costanza, considero l’A.I. uno strumento di grande utilità per l’uomo, ma certamente come aiuto e supporto alle nostre capacità umane, ma non certo per essere un sostituto di noi stessi! Affidare in toto la nostra vita all’Intelligenza Artificiale, significa quasi accettare un “suicidio assistito”, perché delegare ad uno strumento senz’anima la nostra vita significa decidere di “morire dentro”, cancellando il proprio pensiero, la propria empatia e la propria coscienza! Facciamo dell’A.I. un valido strumento di supporto al nostro operare, ma MAI un nostro sostituto!

A domani.

Mario