mercoledì, marzo 04, 2026

CARTE DI CREDITO E BANCOMAT: LA CURIOSA STORIA DELLA LORO NASCITA E DEL RELATIVO PIN DI SICUREZZA A 4 CIFRE.


Oristano 4 marzo 2026

Cari amici,

L’idea di trovare un sistema per non dipendere totalmente dal denaro contante nacque negli USA nel 1950. A ideare il giusto marchingegno fu un certo Frank McNamara. Un giorno l’uomo, trovandosi in difficoltà dopo aver dimenticato di portarsi appresso il contante per pagare una cena importante, iniziò a pensare ad un metodo di pagamento universale che potesse consentire di pagare acquisti e servizi senza l’uso del contante. L'obiettivo era quello di eliminare il disagio di trasportare sempre con se il denaro necessario, ipotizzando un particolare sistema per poter pagare ristoranti e servizi in modo semplice e veloce.

Dall’idea di Frank McNamara nacque la prima “CARTA DI CREDITO”: nel 1950 nacque il "Diners Club", accettato inizialmente in 27 ristoranti di New York, basato su un cartoncino che garantiva il pagamento. Nel 1958 la Bank of America lanciò la BankAmericard (poi Visa) a Fresno, in California, che fu la prima, vera carta "generalista", realizzata in plastica. La diffusione di massa avvenne negli anni '60 con l'introduzione della banda magnetica e la nascita di circuiti internazionali come MasterCard. Ma vediamo il concreto funzionamento di queste “Carte” sostitutive del contante.

Per poter erogare denaro le Carte hanno necessità di una macchina (il Bancomat), che funzioni senza intervento di impiegati, e, per poter prelevare, di digitare un apposito codice che ne legittima il titolare. L’inventore di questo codice fu, nel 1967, lo scozzese John Shepherd-Barron, che progettò il primo bancomat della storia, che fu installato per la Barclays Bank. Indubbiamente l’idea del codice era rivoluzionaria: permettere alle persone di prelevare contanti senza l’intervento di un impiegato e a qualsiasi ora del giorno o della notte era una novità assoluta! Insomma, una vera e propria rivoluzione!

Seppure in apparenza tutto appaia facile, c’era un problema fondamentale da risolvere: come identificare con certezza l’utente in modo sicuro e pratico? Indubbiamente fornendo, per l’utilizzo, un codice numerico. Ma, composto come e a quante cifre? 6 o 4 CIFRE? Inizialmente, Shepherd-Barron era convinto che un codice di 6 cifre fosse il giusto compromesso tra sicurezza e protezione contro le frodi. Era un codice ispirato al proprio numero di identificazione militare, composto proprio da sei caratteri.

Prima di standardizzare il sistema, però, Barron fece una prova molto semplice: chiese a sua moglie Caroline di memorizzare diversi codici numerici. Il risultato fu sorprendente. Caroline riusciva a ricordare i codici a 6 cifre solo per breve tempo. Dopo pochi minuti, però, ricordava con certezza solo le prime 4 cifre, mentre le altre diventavano confuse. Quella osservazione sul comportamento della moglie portò John Shepherd-Barron a una conclusione fondamentale: per essere adottato su larga scala, un sistema tecnologico deve essere intuitivo, facile da usare e ricordare, e quindi non frustrante.

La scelta di un codice di 4 cifre fu giustificata dal fatto che un codice troppo lungo avrebbe causato: errori frequenti, blocchi delle carte, frustrazione negli utenti e rifiuto della tecnologia. Per questa ragione Shepherd-Barron prese una decisione cruciale: adottare il codice a sole 4 cifre, che così divenne lo standard. Si, uno standard che ha resistito a lungo nel tempo, davvero in modo sorprendente, tanto che è ancora in uso oggi! Basti pensare che a tutt’oggi miliardi di persone nel mondo utilizzano ogni giorno un PIN di 4 cifre.

Cari amici, è pur vero che alcune banche (come in Svizzera) ora usano PIN a 6 cifre, dato che i sistemi moderni aggiungono ulteriori livelli extra di sicurezza (chip, limiti, antifrode, etc.), ma la struttura base è rimasta fedele a quella scelta iniziale. Certo, è curioso, addirittura affascinante, pensare che una delle decisioni tecniche più importanti della storia finanziaria moderna, che protegge il denaro di miliardi di persone nel mondo, sia nata da una conversazione informale tra Shepherd-Barron, a colazione con sua moglie, in una casa scozzese qualunque, per verificare la capacità di memorizzazione di una donna!

A domani, amici lettori.

Mario

martedì, marzo 03, 2026

L'IMPORTANZA DEL “SONNO” E DELLE ORE DEL RIPOSO. TU IN QUALI ORE DORMI? SEI GUFO O ALLODOLA? LE DIFFERENZE E LE CONSEGUENZE.


Oristano 3 marzo 2026

Cari amici,

Il SONNO è una necessità ineludibile, perché il corpo ne ha bisogno per ricaricare le energie, riparare i tessuti, consolidare la memoria e regolare il metabolismo e il sistema immunitario. È un processo vitale di rigenerazione fisica e mentale che, attraverso le fasi REM e non-REM, elimina le tossine cerebrali e regola ormoni cruciali come quelli della crescita. Il momento migliore per far riposare il nostro corpo, garantendo un sonno di qualità e rispettando il ritmo circadiano, è generalmente tra le 22,00 e le 06,00, con l'orario ideale per coricarsi fissato tra le 22,00 e le 23,00. Gli adulti necessitano in media di 7-9 ore di sonno per una corretta rigenerazione fisica e mentale.

Eppure la gran parte delle persone dedica al riposo gli orari più diversi, spesso mandando all’aria le necessità del nostro corpo. Su questo fronte le persone si dividono in due categorie ben definite: I MATTINIERI E I NOTTAMBULI. La prima è composta da persone che amano svegliarsi presto la mattina e che nello prime ore della giornata si sentono più produttive; la seconda categoria comprende, invece, quelli che preferiscono ritardare la sveglia e sono maggiormente attivi dal pomeriggio in poi. I mattinieri sono definiti ALLODOLE, mentre i nottambuli GUFI. È utile sapere, però, che queste differenze di abitudini, incidono sullo stile di vita, creando problemi anche seri.

Amici chiariamo meglio chi sono i nottambuli, quelli che vengono definiti GUFI e quelli mattinieri, che, invece, vengono definiti ALLODOLE. Le persone che vengono definite allodole rispecchiano queste caratteristiche: amano andare a letto e svegliarsi presto; si sentono al meglio all'inizio della giornata; hanno meno energia nel tardo pomeriggio e la sera; fanno fatica a restare svegli oltre una certa ora. Generalmente si può affermare che i mattinieri facciano meno fatica ad adattarsi agli orari standard diurni imposti dalla società e questo può rendere più facile l'inserimento nei luoghi di lavoro tradizionali. Anche le allodole, però, debbono affrontare qualche problema. Ad esempio perseguire e mantenere relazioni e altre connessioni sociali potrebbe essere più complesso, se si ha difficoltà a rimanere sveglio dopo le 21.

Vediamo meglio, ora, quelli che vengono definiti GUFI. Quelli che si riconoscono nella categoria dei GUFI tendono a: andare a letto tardi la sera e posticipare la sveglia la mattina; si sentono al meglio più tardi, nel corso della giornata in quanto tendono ad avere più energia di notte. Essere nottambuli presenta notevoli aspetti negativi, rispetto all'essere allodole. Poiché la maggior parte della società è strutturata attorno a un programma diurno, i nottambuli potrebbero infatti avere difficoltà a svolgere un lavoro tradizionale. Secondo uno studio le persone gufo, inoltre, sono più inclini allo stress.

Amici, uno studio del 2019 ha ipotizzato che i nottambuli potrebbero dover affrontare anche altri svantaggi, tra cui un aumento del rischio delle loro condizioni di salute: stanchezza mentale e diversi a problemi cardiaci e metabolici. La preferenza per le ore serali però non è sempre un male. Molti artisti, scrittori e professionisti creativi scoprono di ottenere il loro miglior lavoro mentre il mondo dorme tranquillamente intorno a loro. Amici, a prescindere dall'essere gufi o allodole, la cosa fondamentale è riuscire a dormire ogni giorno le ore sufficienti per mantenere un buon livello di salute.

Gli studi sul sonno non si fermano certo, anzi continuano. Una ricerca svolta nel 2020 ha confermato una tesi che già circolava da tempo: a causare le preferenze del riposo è la GENETICA, che fa sì che c’è chi preferisce l'alba e chi il tramonto. Gli autori dello studio hanno anche riscontrato che le donne sono più propense ad alzarsi presto la mattina, in percentuali molto maggiori rispetto agli uomini. La ricerca ha anche messo in luce che le persone ambiziose e altamente motivate di norma hanno maggiori probabilità di essere attive all'inizio della giornata.

Cari amici lettori, se volete verificare se fate parte dei GUFI o delle ALLODOLE, vi basta fare questo esperimento: accantonate la sveglia per qualche giorno e assecondate i vostri desideri di sonno o veglia a prescindere dagli impegni. Con il passare dei giorni vi dovreste accorgere di svegliarvi e andare a dormire sempre alla stessa ora in modo naturale. Ebbene, se raramente vi sentite assonnati prima di mezzanotte molto probabilmente fate parte del gruppo dei gufi, mentre se di solito vi ritrovate a sbadigliare poco dopo il tramonto di sicuro rientrate in quello delle allodole!

A domani.

Mario

lunedì, marzo 02, 2026

LE CURIOSITÀ DEL NOSTRO CERVELLO: PER LE DECISIONI MOLTO IMPORTANTI NON CI AVVALIAMO DEI CONSIGLI DEGLI ALTRI, MA PREFERIAMO DECIDERE DA SOLI.



Oristano 2 marzo 2026

Cari amici,

Tutti noi, nel percorso della nostra vita, in determinati momenti abbiamo dovuto prendere decisioni molto importanti. Sono quelle decisioni che riguardano il futuro, sia personali che della famiglia, decisioni così importanti e particolari che debbono essere prese in piena scienza e coscienza, per cui non possono essere delegate ad altri, anche se della cerchia familiare. Certo, non sempre si arriva a fare la scelta più giusta, ma una decisione che può "sindacare il domani" va sempre presa solo ed esclusivamente da soli, senza interventi esterni. Quando ci troviamo di fronte ad un bivio, può essere nel lavoro o nella vita familiare, la decisione, seppure sofferta e molto complicata, è giusto che venga sempre presa in solitario.

Amici, spesso siamo chiamati a prendere decisioni complesse che condizionano il nostro futuro, per esempio come investire i propri risparmi, oppure cambiare sede di lavoro o della famiglia; decisioni importanti, che in tanti pensano che debbano essere prese affidandoci ad altri, magari ad esperti, ma la risposta è NO! Di fronte alle scelte davvero importanti, tutti, sia di bassa che alta cultura, sono concordi nel ritenere che le decisioni debbano essere affidate al proprio giudizio, piuttosto che avvalersi dei consigli degli altri. Questo comportamento è stato studiato e analizzato anche da un recente studio internazionale, appena pubblicato su Proceedings of the Royal Society B, Biological Sciences, che ha coinvolto oltre 3.500 persone in 12 diversi Paesi.

Questo studio ha preso in esame un campione variegato: da persone residenti nelle frenetiche megalopoli orientali agli abitanti delle città occidentali, fino ai membri delle più remote Comunità amazzoniche, come gli Shipibo-Conibo in Perù e gli abitanti del villaggio di Shiwiar in Ecuador. Nonostante le marcate diversità culturali, i ricercatori hanno riscontrato che le decisioni più complesse venivano tendenzialmente prese in autonomia, seguendo approcci di auto-sufficienza (intuizione o riflessione personale), che sono le basi più comuni di norma adottate, in quanto considerate le più sagge.

Come hanno spiegato i ricercatori, guidati dagli studiosi dell’Università di Waterloo, in Canada, “Il nostro lavoro ha rappresentato il più ampio esperimento sulle preferenze in termini di metodi decisionali nelle diverse culture mai condotto fino ad oggi. Comprendere che anche nelle società interdipendenti la maggior parte delle persone preferisce attenersi alle proprie decisioni, indipendentemente da ciò che dicono gli altri, può aiutare a chiarire i malintesi interculturali e a comprendere che tutti noi sembriamo essere alle prese con dibattiti interni simili”.

La realtà accertata è che la gran parte delle persone nel mondo, nel prendere decisioni difficili, tendono a riflettere da sole, piuttosto che chiedere consiglio agli atri. Anche nelle società  in cui i processi decisionali avvengono in Comunità, le scelte importanti della maggior parte delle persone sono il frutto di una decisione personale e indipendente da ciò che dicono o consigliano gli altri. Amici, prendere atto che la maggior parte di noi istintivamente ‘decide da solo' aiuta a spiegare perché spesso ignoriamo i buoni consigli, che si tratti di consigli sulla salute o di pianificazione finanziaria, nonostante le crescenti prove che tali consigli possano aiutarci a prendere decisioni più sagge.

Secondo il dottor Igor Grossmann, professore presso il Dipartimento di Psicologia di Waterloo e primo autore dello studio, questa consapevolezza “può aiutarci a progettare meglio il lavoro di squadra, lavorando con questa tendenza all'autosufficienza e lasciando che i dipendenti ragionino in privato prima di condividere consigli che potrebbero rifiutare”. I risultati dello studio ribaltano la convinzione che gli occidentali risolvano i problemi da soli, mentre nel resto del mondo si faccia affidamento sugli altri, mostrando come l’intuizione e l’auto-riflessione siano gli approcci più frequentemente adottati ovunque.

Cari amici, farci carico del prendere da soli le decisioni più importanti che ci riguardano, significa assumerci tutte le responsabilità conseguenti. Oggi siamo abituati a condividere le nostre esperienze personali e professionali sui social, e la condivisione, in realtà, è un grande valore; ciò non significa, però, che, anche ascoltare le opinioni degli altri, ci vincoli a decidere, in quanto, alla fine, la decisione finale è sempre quella dettataci dalla nostra intuizione e dalla nostra convinzione. E decidere, amici lettori, a volte significa anche sbagliare…

A domani.

Mario

 

domenica, marzo 01, 2026

È IN SARDEGNA IL DESERTO CON LE DUNE PIÙ ALTE D’EUROPA. È LO STRAORDINARIO, UNICO DESERTO EUROPEO, ED HA UN SUO ECOSISTEMA UNICO AL MONDO.


Oristano 1° marzo 2026

Cari amici,

Inizio i post di marzo, dialogando con Voi sulle straordinarie caratteristiche della nostra amata SARDEGNA. Che questa nostra "Patria" sia un luogo unico, ricco di fascino, di storia e di luoghi ameni, con una cucina impareggiabile, con un mare meraviglioso e delle spiagge tra le più belle del mondo, è una verità sacrosanta! Ebbene, tra tutte queste meraviglie, indubbiamente straordinarie, una è addirittura stratosferica: in Sardegna è presente anche l’unico deserto d’Europa, con un ecosistema unico al mondo. Questo luogo straordinario si trova in località PISCINAS, lungo la costa sud-orientale dell’isola (nota come Costa Verde), e si sviluppa lungo la costa, adagiandosi di fronte ad una meravigliosa spiaggia, caratterizzandola con il particolare, insolito aspetto sahariano.

Questa particolarissima zona è bagnata da un mare splendido, dalle tipiche acque azzurrissime e trasparenti, che contribuiscono a consacrare la Sardegna come delle mete più belle e gettonate tra gli amanti del mare, essendo qualcosa di unico in Europa. Il mare della Sardegna, lo sappiamo, è in gran parte bellissimo, ma quello di Piscinas è unico nel vasto panorama delle spiagge sarde. Solo qui la spiaggia rappresenta il confine del mare con un grande deserto, che dal mare si inoltra nell’entroterra per diversi chilometri! Si, quello sardo è un vero deserto, con dune alte anche 60 metri che cambiano forma e si muovono continuamente!

Le Dune di Piscinas, veri monumenti di sabbia dorata modellati dal maestrale, sono il cuore selvaggio della Costa Verde: un deserto vivente che si estende per chilometri fino a scomparire nel blu dell'Atlantico sardo. Nel deserto di Piscinas, spesso definito il "piccolo Sahara italiano", le alte dune si sono modellate nel corso dei secoli, in seguito all'abbassamento del livello del mare durante le glaciazioni. Oggi si può assistere ad uno scenario unico: il particolarissimo paesaggio che unisce la sabbia finissima alla macchia mediterranea (in particolare ginepro e lentisco) che si estende fino a toccare un mare azzurrissimo, creando un contrasto surreale.

In questa straordinaria oasi, il visitatore rimane stupito dalla Fauna e dall’Ambiente presenti: Il deserto è l'habitat naturale del cervo sardo, oltre ad essere il luogo in cui le tartarughe marine depongono le uova. Muoversi in un luogo così particolare risulta affascinante: per il visitatore, camminare su colline d'oro morbido, circondato da ginepri secolari contorti dal vento, con il ruggito del Maestrale nelle orecchie e l'azzurro intenso del Mediterraneo che riempie l'orizzonte, è una sensazione difficile da descrivere! In miniatura può ricordare il Sahara, perché le alte dune di Piscinas sono uno straordinario monumento naturale, un ecosistema vivo e, soprattutto, una delle esperienze di trekking più affascinanti che si possano fare in Italia.

Muoversi in questo mini deserto, magari aiutati da una guida, significa fare scoperte meravigliose. È davvero curioso e interessante, camminare sui sentieri tra le dune, tra una natura incontaminata, accompagnati dal profumo intenso della macchia mediterranea: il lentisco, la ginestra e il ginepro fenicio, che con le sue radici aiuta a consolidare la sabbia. In primavera, lo spettacolo si tinge di bianco con la fioritura dei gigli di mare. Al calar della sera, al tramonto, se si è fortunati si potrà scorgere il vero re di queste terre: il cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus), che spesso scende dalle montagne circostanti fino alla spiaggia, regalando ai fortunati presenti avvistamenti emozionanti.

Amici, il fascino di Piscinas deriva anche dal suo passato (l'intera area oggi fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, inserito nel patrimonio UNESCO). Camminando nei sentieri sabbiosi si potranno vedere vagoni arrugginiti abbandonati tra la sabbia e diverse strutture in rovina che sembrano cattedrali nel deserto. Nella vecchia miniera di Ingurtosu, un tempo centro direzionale minerario che ospitava migliaia di persone, oggi spiccano i resti di  un borgo semi-fantasma dall'atmosfera surreale, dominato dal "Castello" (la palazzina della direzione) che svetta sulla valle.

Cari amici, raggiungere Piscinas, purtroppo, non è molto semplice, manca purtroppo una viabilità decente, ma la natura è davvero meravigliosa e incontaminata! Da Arbus, bisogna seguire la SS126 in direzione Fluminimaggiore e svoltare per Ingurtosu. Superato il borgo minerario, la strada diventa sterrata. Si devono percorrere dai 7 ai 9 chilometri di sterrato che scende verso il mare. La raccomandazione è sempre quella di guidare con prudenza, e, in questo modo lento, si gode meglio anche il paesaggio! Tranquilli, amici lettori, PISCINAS è un luogo che vale davvero la pena di visitare!

A domani.

Mario

sabato, febbraio 28, 2026

LA STORIA DELLE “BEGHINE”: UNA DELLE PRIME FORME DI EMANCIPAZIONE DELLA DONNA NELLA SOCIETÀ MEDIOEVALE.


Oristano 28 febbraio 2026

Cari amici,

Chiudo le mie riflessioni di febbraio dedicando il mio pensiero all'emancipazione della donna, un percorso straordinariamente lungo, iniziato molti secoli fa e ancora incompleto. La donna ha sempre cercato di liberarsi dal forte giogo dell’uomo, per molti secoli assolutamente dominante nella società, e definita, proprio per questo, “Patriarcale”. Liberarsi, emanciparsi è stato, per la donna, un percorso lunghissimo, tant’è che non è ancora arrivato al termine. L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE è ancora, dunque, un lunghissima lotta, intrapresa da milioni di donne che hanno lottato e continuano a lottare per affermare i propri diritti, ovvero per avere quella parità di genere con l'uomo e la loro autonomia. La storia delle loro lotte è lunga e laboriosa. Nel Medioevo, ad esempio, le donne erano considerate creature fragili, non autonome e quindi da proteggere; erano un universo femminile privato della libertà di pensiero e di decisione, incapace di compiere lavori in autonomia; insomma, le donne erano considerate "adatte soltanto a prendersi cura dei figli e della casa", costrette a stare subordinate in tutto e per tutto al volere maschile.

In questo rigido contesto medioevale, per le donne la società prevedeva solo due strade: il matrimonio o il convento. La donna che si sposava veniva messa sotto il rigido controllo del marito, svolgendo solo il lavoro casalingo e l’educazione dei figli;
la donna che andava in convento, invece, doveva professare voti rigorosi, osservare l’obbedienza e accettare per sempre la separazione dal mondo esterno. Spesso l’ingresso in convento richiedeva anche una dote consistente. In questo contesto poco simpatico, però, alcune donne scelsero un’altra strada! Queste rinnegarono le due possibilità: ne mogli ne suore e ne scelsero un'altra: quella di vivere insieme gestendo una Comunità, formata da sole donne.

In questa nuova Comunità le donne vivevano insieme, lavoravano, si autogestivano, praticando anche la religione ma senza essere suore (quindi senza fare “Promesse perpetue”, ovvero per tutta la vita). Le donne che sceglievano questa curiosa “Terza via” erano chiamate “BEGHINE”. Questo modello di Comunità comparve tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, soprattutto nei Paesi Bassi e in alcune zone della Francia e della Germania. Erano Comunità create da donne che non volevano sposarsi ma neanche diventare suore; volevano vivevano insieme, seguire una vita spirituale e sentirsi indipendenti, rimanendo nubili e laiche.

Le Comunità dove esse vivevano erano chiamate “Beghinaggi”; si trattava di gruppi di piccole case costruite attorno a cortili comuni; spesso includevano una cappella e spazi condivisi. I Beghinaggi assomigliavano più a quartieri che a conventi, anche se seguivano alcune esemplari regole e, talvolta, erano sotto la protezione della Chiesa o delle Istituzioni cittadine. Una beghina era una donna libera: non aveva una famiglia da cui dipendere, non pronunciava voti per tutta la vita, in quanto poteva allontanarsi, ovvero andarsene quando voleva. Poteva, infatti, successivamente sposarsi, tornare dalla propria famiglia o scegliere un percorso diverso. Il suo impegno era volontario e poteva cambiare nel tempo.

Le beghine, amici, si guadagnavano da vivere svolgendo lavori qualificati. Tessevano stoffe, realizzavano merletti, curavano i malati, insegnavano ai bambini, producevano birra e si prendevano cura degli altri. Pregavano insieme e praticavano la carità, ma la maggior parte di loro lavorava anche per mantenersi. Per l’epoca questa combinazione di fede, lavoro e indipendenza era davvero insolita. Molte beghine si dedicavano all’assistenza dei malati, all’istruzione dei giovani e alla cura dei poveri. Alcune divennero importanti scrittrici e mistiche, influenzando anche il pensiero religioso.

Tuttavia, la loro struttura flessibile, la loro autonomia, era una libertà che suscitava grande preoccupazione, in particolare nella Chiesa. Tra il XIII e il XIV secolo, i concili ecclesiastici indagarono su alcuni gruppi. Alcuni furono limitati o addirittura condannati, soprattutto quando singole beghine venivano accusate di idee non ortodosse. Nonostante ciò, molte comunità sopravvissero e continuarono a crescere. Nel loro periodo di massimo sviluppo, nel XIII secolo, migliaia di donne vivevano come beghine in tutta Europa. Grandi beghinaggi esistevano in città come Gand, Lovanio, Colonia, Strasburgo e Parigi.

Cari amici, queste strutture create dalle donne in cerca di libertà durarono per secoli. Diversi complessi in Belgio sono oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO. Lo stile di vita delle beghine, seppure sotto varie forme, continuò fino all’età moderna. Queste avveniristiche donne, in un’epoca alquanto difficile per l'emancipazione, riuscirono a dimostrare che anche all’interno di sistemi restrittivi le donne potevano trovare spazi per vivere in modo diverso. Esse, in un mondo che spingeva le donne solo verso il matrimonio o il convento, mostrarono al mondo che una terza via era possibile: una vita fondata sulla Comunità, sul lavoro e sulla devozione. Era, a ben vedere, una delle prime, vere forme di emancipazione femminile!

A domani.

Mario

 

venerdì, febbraio 27, 2026

GLI STRAORDINARI TRAGUARDI POLITICI E DI CARRIERA DEL NOSTRO LUIGI (GIGINO) DI MAIO, DIVENTATO DI RECENTE “ HONORAY PROFESSOR”.


Oristano 27 febbraio 2026

Cari amici,

Come cambia il mondo! Una volta anche solo per fare il Maestro di scuola, era necessario un titolo specifico, così come anche di più per insegnare al Liceo o all’Università, ma a quanto pare, tutto cambia. Lo scorso 20 febbraio 2026, è stato annunciato ufficialmente che Luigi Di Maio, ex ministro degli Esteri italiano ed ex leader del Movimento 5 Stelle, è stato nominato “HONORARY PROFESSOR” (professore onorario) presso il King's College di Londra. Gigino, come è più noto, collaborerà con il Dipartimento di studi sulla Difesa (Defence Studies Department) della prestigiosa università londinese, all'interno della facoltà di scienze sociali, portando la sua precedente esperienza istituzionale.

Nel Regno Unito viene nominato "Honorary Professor" un personaggio riconosciuto “di alto livello” che abbia maturato una non comune esperienza in determinati campi. Per Di Maio la nomina è arrivata durante il suo incarico come Inviato Speciale dell'Unione Europea per il Golfo Persico. La notizia dell'incarico a di Di Maio ha suscitato un ampio dibattito, con reazioni contrastanti tra chi ha sottolineato la carriera politica (da vicepresidente della Camera a Ministro), in possesso, quindi, di una certa competenza pratica, e chi, invece, ha criticato il prestigioso riconoscimento accademico, concesso ad una figura senza un regolare percorso di studi universitari tradizionali.

Sul versante del percorso culturale, ecco – in sintesi – il percorso di studi del nostro neo professore onorario. Luigi Di Maio è nato ad Avellino il 6 luglio 1986, ma è cresciuto a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli, città d’origine della sua famiglia. Dopo aver conseguito la licenza media, si è iscritto al Liceo classico "Vittorio Imbriani" di Pomigliano d’Arco, dove ha conseguito il diploma di Maturità nel 2004. Successivamente si è iscritto all’Università degli Studi di Napoli "Federico II": scegliendo prima il corso di laurea in Ingegneria informatica, preferendo, poi, passare alla facoltà di Giurisprudenza.

Nonostante il periodo trascorso all’Università, Luigi Di Maio non ha mai conseguito la laurea, preferendo scendere in campo nel mondo dell’attivismo politico con il Movimento 5 Stelle. Dal 2007 è anche giornalista pubblicista e nel corso della sua vita ha fatto diversi lavori (webmaster, tecnico informatico, assistente alla regia, agente di commercio, cameriere, assistente allo stadio San Paolo di Napoli e manovale per la ditta di famiglia). Amici, nonostante questo zoppicante percorso di formazione , Gigino Di Maio ha scalato "vertici" che difficilmente riesce a raggiungere anche chi ha fior di lauree conseguite nel modo tradizionale.

Nel 2013, a soli 26 anni, divenne il più giovane vicepresidente della Camera nella storia repubblicana. Poi leader del M5S, vicepremier nei governi Conte I e II, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, ministro degli Esteri nei governi Conte II e Draghi. Ha poi presieduto riunioni G20, negoziato su crisi internazionali, presieduto il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Oggi, come rappresentante speciale UE per il Golfo (nomina proposta da Josep Borrell nel 2023, prorogata fino al febbraio 2027 con possibilità di rinnovo), gestisce dialoghi strategici su energia, sicurezza e relazioni Europa-Golfo in un contesto geopolitico complesso. La partecipazione a eventi come la Munich Security Conference e il contributo a think tank internazionali, completano un profilo di esperto pratico, non teorico.

Cari amici, questa inusuale, straordinaria carriera ha fatto nascere un’infinità di reazioni, tra positive e negative. C’è chi gli accredita un “successo meritato” apprezzandone la concretezza pratica, ma anche chi gli ha rivolto feroci critiche, sottolineando l’assenza di titoli formali, esprimendo grande delusione per la scelta fatta del prestigioso ateneo inglese. Eppure, il King's College di Londra ha scelto il nostro Gigino Di Maio basandosi sull’esperienza reale maturata: crisi gestite, negoziati condotti, relazioni internazionali costruite. In questo caso credo che valga sempre l’antico detto “VALE PIÙ LA PRATICA DELLA GRAMMATICA”!

A domani.

Mario

giovedì, febbraio 26, 2026

DOBBIAMO SEMPRE RISPETTARE LA NATURA! INTERVENIRE SUI CICLI NATURALI, DANDO AIUTI FUORI MISURA, SIGNIFICA "ADDOMESTICARE" LE SPECIE SELVATICHE, COME NEL CASO DEGLI UCCELLI.


Oristano 26 febbraio 2026

Cari amici,

Viviamo un’epoca in cui stare a contatto con la Natura è sempre più difficile. Abitiamo in città superaffollate, soffocati tra traffico e smog, e l’idea di passeggiare in un bosco è un desiderio alquanto difficile da appagare. Per questo motivo, in molti di noi, scatta il desiderio di riavvicinarci alla Natura, ma in modi spesso poco consoni. Tra questi, un po’ per moda, un po’ perché lo crediamo educativo, un po’ per puro piacere, cerchiamo di interagire con gli animali selvatici, in particolare con gli uccelli, che, avendo la capacità di volare, trovano spesso rifugio nelle nostre città.

In tanti vediamo questi volatili nelle nostre città: si raccolgono nei terrazzi e nei balconi, facendoci sorridere. Ed ecco che noi  interveniamo appendendo delle “eleganti mangiatoie”, attrezzate per fornire a questi uccelli cibo in abbondanza; questa moda è diventata così contagiosa che continua ad aumentare. In questo modo in tanti forniamo a questi volatili selvatici non più un aiuto sporadico ma fisso, quasi da allevamento! È un rito, in particolare d’inverno, che appare sempre più radicato, quasi una vera e propria istituzione! Indubbiamente è di certo un modo sbagliato di interagire con le specie selvatiche, in quanto un animale selvatico non è “programmato” per interagire con l’Uomo.

Questo forte sentimento, da noi così diffuso, risulta condiviso da milioni di persone, una iniziativa che trasforma i nostri giardini in ristoranti non-stop, dimenticando che la vita di questi acrobati dell’aria è il frutto di millenni di evoluzione, cosa che ha consentito loro di sopravvivere in qualsiasi condizione “da soli”, senza aiuti esterni. Amici, nella nostra cultura, questo comportamento, seppure fatto a fin di bene, è sicuramente dannoso, in quanto col passare del tempo crea nei volatili una pericolosa “dipendenza”, mettendo a rischio la  loto natura selvatica. Inconsciamente, trattiamo l’avifauna del nostro giardino come un ospite che dipende da noi, creando un legame affettivo molto forte che, purtroppo, snatura la loro libera forma di sopravvivenza.

Se proviamo a confrontare il nostro comportamento con quello, per esempio dei norvegesi, dove il freddo e le condizioni di vita dell’avifauna sono ben più difficoltose delle nostre, troviamo – al contrario – una filosofia completamente diversa. Quella norvegese è impregnata di un rapporto molto più diretto e pragmatico con la natura. Lì, un uccello rimane un animale selvatico, un’entità libera la cui sopravvivenza dipende dalla sua capacità di adattamento, non dalla carità umana. I norvegesi rispettano una distanza necessaria, convinti che intervenire massicciamente nel regime alimentare di una specie selvatica significhi addomesticarla, privandola della sua resilienza. L’aiuto, se c’è, è marginale e limitato a eventi climatici estremi, mai una routine quotidiana!

Amici lettori, questa divergenza culturale tra la nostra cultura e quella norvegese solleva una questione biologica fondamentale. La nostra, volendo fare troppo bene, crea fittiziamente un ambiente artificiale, che interferisce pesantemente su queste specie selvatiche, e che può avere conseguenze deleterie sul loro comportamento naturale! Col nostro intervento, l’equilibrio millenario di questi gioielli del cielo risulta minato e messo in forte difficoltà. Queste specie selvatiche, che noi vogliamo a tutti i costi proteggere,  si trovano, invece, a non avere più la loro consolidata capacità di sopravvivenza in tutte le condizioni, fornita dalle leggi naturali.

Il rischio del nostro intervento è senz’altro molto pericoloso. L’abbondanza di cibo facile modifica i comportamenti delle specie selvatiche. Perché passare ore a ispezionare cortecce o a scavare nel terreno gelato quando un distributore offre calorie illimitate senza sforzo? Si rischia di creare una generazione di uccelli “assistiti”, le cui competenze di foraggiamento si indeboliscono. Se la fonte artificiale si esaurisce all’improvviso, questi volatili dipendenti si trovano in grave difficoltà, incapaci di riattivare i loro naturali e consolidati istinti!

Cari amici, dovremmo davvero riflettere non poco! La filosofia norvegese ci dovrebbe invitare all’umiltà. Ci costringe a interrogarci sulla natura del nostro amore per il mondo selvatico: amiamo davvero gli uccelli o amiamo il piacere di vederli alla nostra finestra? Amare la natura significa rispettare la sua capacità di autoregolarsi. Le specie selvatiche hanno sviluppato incredibili strategie di adattamento. Intervenire costantemente significa dubitare della loro resilienza. La vera benevolenza consiste nel ritirarsi quando la nostra presenza diventa superflua, se non addirittura dannosa. Lasciare che la natura faccia il suo corso è il gesto più ecologico che possiamo compiere!

A domani.

Mario