lunedì, marzo 30, 2026

ANCHE LE MENTI ATTIVE DIMENTICANO! CAPITA A TANTI DI NON RICORDARSI DELLE COSE ORDINARIE, MA CIÒ NON VUOL DIRE CHE LA MEMORIA SIA SCARSA O POCO ATTIVA!


Oristano 30 marzo 2026

Cari amici,

Quante volte ci sarà capitato di chiederci dove possono essere finite le chiavi di casa o dell’auto, oppure dove abbiamo appoggiato il cellulare che poco prima avevamo tra le mani! Succede spesso a tanti di noi, così come capita di dimenticare l’appuntamento col dentista, oppure col meccanico. Ci siamo passati tutti, in questi vuoti di memoria, chiedendoci se il cervello stesse giocandoci un tiro mancino! La nostra mente, cari lettori, è un computer straordinario e particolare, in quanto ha una gestione dei ricordi che funziona in modo non lineare ma selettivo.

Lo psicologo William James ebbe modo di affermare: “Guai a noi se ricordassimo tutto quello che è penetrato nella nostra memoria: saremmo più confusi che se ci dimenticassimo di tutto”. La memoria, amici, in generale funziona in modo selettivo, in quanto non ricorda tutte le informazioni allo stesso modo. La nostra mente filtra, fa selezione, e quindi certi ricordi possono essere immagazzinati nella mente in modo molto intenso, e quindi essere ricordati alla perfezione, mentre altri, invece, possono non essere memorizzati bene e quindi dimenticati con facilità.

Il nostro cervello, quindi, sceglie cosa tenere ben presente e cosa lasciare da parte. Ne consegue che accantonare e non ricordare non è da considerarsi “Pigrizia mentale”, ma le conseguenze di una selezione, l’utilizzo di un filtro, che decide delle precedenze. In neuropsicologia c’è una linea chiara: il cervello non è un hard disk, è un editore che taglia dove è necessario per dare senso ai ricordi. La nostra è una mente straordinaria, capace di scegliere, di cancellare il superfluo, in quanto sta continuamente lavorando per proteggere la nostra capacità di decidere.

Ecco un esempio che può fare chiarezza. Osserviamo Marta, una product manager con tre progetti aperti e un cane che la guarda con occhi amorosi. Le capita di dimenticare le forbici quando le servono, poi, però, al meeting connette due informazioni lontane e fa svoltare la roadmap. Sembra caos, in realtà è selezione: la sua memoria “lascia cadere” dettagli a bassa utilità mentre tiene viva la mappa grossa, pronta a ridisegnarsi se la realtà cambia.

Amici, gli studi sul “valore dell’oblio” dicono che il cervello aggiorna modelli, non collezioni di fatti isolati. L’ippocampo comprime, il resto del cervello generalizza, le tracce vecchie vengono indebolite per far spazio a quelle più utili nell’ambiente di oggi. A volte dimenticare è un atto di igiene mentale. Non è magia: è economia dell’attenzione, con la memoria che privilegia ciò che serve all’azione. Ecco la selezione che la nostra mente è in grado di fare!

C’è da sfatare un teorema che sostiene che la smemoratezza denota persone poco intelligenti. Si pensa che una mente che a volte inciampa su cose che avremo dovuto ricordare, che fa saltare qualche impegno preso, sia una mente poco affidabile, quindi poco capace. Non è così. La mente  che lascia indietro delle cose è una mente che seleziona, dando importanza alle cose più importanti. La memoria programma e aggiorna, le cose meno importanti le accantona, altre cerca, invece, di tenerle vive. La memoria è alla costante ricerca del futuro, non è un museo del passato.

Amici, chi apparentemente dimentica spesso, risulta addirittura in possesso di una mente più attiva! Sì, in molti casi la smemoratezza quotidiana segnala un cervello che seleziona e aggiorna nuovi modelli rapidamente. Una mente più attiva non significa sempre “più intelligente”, ma evidenzia un funzionamento agile e orientato agli obiettivi, dove conta la sintesi più della collezione di dettagli. Perché spesso ricorda i volti ma dimentica i nomi? Perché i volti hanno molte caratteristiche ridondanti che offrono più appigli alla memoria, mentre i nomi propri sono etichette arbitrarie con pochi indizi.

Cari amici, ciò non significa che dobbiamo "fare di tutta l’erba un fascio"! Ovviamente c’è anche la smemoratezza che deve preoccupare. Ad esempio, quando ciò che dimentichiamo interferisce con la nostra sicurezza e/o l’autonomia, se perdiamo l’orientamento in luoghi familiari, se dimentichiamo eventi successi di continuo, se risulta evidente un “cambio” della nostra personalità, se c’è in atto un trauma o condizioni mediche in corso, allora dobbiamo preoccuparci. In questi casi serve un confronto clinico, senza rimandare. Per il resto, invece, vale quanto detto prima!

A domani.

Mario

domenica, marzo 29, 2026

IL PERCORSO E L’EVOLUZIONE STORICA DEL MODO DI RIVOLGERSI AGLI INTERLOCUTORI NELLE DIVERSE EPOCHE. LA STORIA DEL PERCHÉ CI DIAMO DEL TU, DEL VOI E DEL LEI.


Oristano 29 marzo 2026

Cario amici,

Credo che la relazione umana, fin dalle sue origini, abbia previsto un unico modo per rivolgersi agli altri componenti la Comunità: semplice e cordiale. Un approccio che, idealmente, posso immaginare costituito da un semplice “TU”. Storicamente, focalizzando l’attenzione sul primo periodo della vita dell’Impero Romano, è accertato che tutti interagivano usando un antenato del "TU" italiano, ossia quel pronome che si usa  per indicare una singola persona. Non c'era alcun tipo di distinzione di classe o di ruoli: si dava del "TU" al padre, al magistrato, al prefetto e perfino all'imperatore, e loro rispondevano nel medesimo modo.

Col consolidarsi dell'Impero Romano, che si espanse in modo crescente verso l’Oriente, da cui derivarono importanti contatti con le grandi monarchie come quelle della Persia e dell'Armenia, durante il regno dell'imperatore Diocleziano, si iniziò ad introdurre il "VOI", aggiungendolo al TU, riservando il Voi nei confronti dell'imperatore. Era come se, in sostanza, ci si rivolgesse a lui come rappresentante di più persone, facendo una distinzione che esiste ancora nelle lingue neolatine. L'imperatore, invece, continuava a rivolgersi agli altri usando il "TU", mentre, quando parlava di “SE STESSO”, usava il "NOI", proprio come se parlasse non solo per se stesso ma per tutti i suoi amministrati.

Nel periodo medievale il TU era assolutamente interdetto: il “tu” stava ad indicare familiarità o inferiorità, ed era del tutto inadatto a rapporti asimmetrici. Per marcare, evidenziare la distanza, e dare il dovuto rispetto agli esponenti altolocati, si ricorreva a forme indirette, spesso perifrastiche. E allora erano usuali appellativi come “vostra signoria”, “vostra grazia”, “vostra eccellenza”. Si trattava di titoli onorifici che collocavano l’interlocutore su un piano superiore, senza nominarlo direttamente.

In parallelo, nel periodo tra il XIII° e XIV° secolo, si affermò il “VOI” di cortesia, importato dalla cultura cortese della vicina Francia. Il francese VOUS, a sua volta, affondava le radici nel latino tardo e nel plurale maiestatis, cioè l’uso del plurale per indicare autorità, dignità e superiorità. Dire “VOI” a una sola persona significava, simbolicamente, riconoscerle una statura che trascendeva l’individuo. Questo uso attecchì soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, dove il “VOI” divenne il pronome formale per eccellenza nei secoli a venire.

Amici la diffusione dell’uso del VOI nel rivolgersi agli esponenti importanti, ebbe come conseguenza la nascita della forma corrispondente: il PLURALIS MAIESTATIS, della persona che riceveva il VOI. “NOS” fu per lungo tempo una prerogativa del potere. L’esempio che balza subito in mente è quello dei Papi, dei Re, dei principi e degli imperatori, i quali parlavano di sé non come soggetti singoli, quindi con l’IO, ma usando il NOI (il NOS latino), incarnando l’idea che l’autorità non fosse personale ma istituzionale. Non è un caso che questo uso sopravviva fino al Novecento, sia in ambito ecclesiastico che giuridico.

Con il passare dei decenni, il "VOI" si estese rapidamente, rivolgendosi anche agli esponenti delle famiglie altolocate, alle alte cariche dello Stato, ai Patrizi e in tutti i rapporti con persone di una certa importanza. Nell'Alto Medioevo si iniziò, addirittura a dare del "VOI" anche ai genitori e alle persone autorevoli; questa allargata forma di cortesia e rispetto, però, non era una vincolante regola fissa, tanto che il "TU" rimase la forma più usata al di fuori dei contesti ufficiali e di corte e in simili consessi. Poi, lentamente ma inesorabilmente, il “VOI” iniziò a diventare marginale.

Quanto al “LEI”, la sua introduzione inizia in Italia nel periodo della dominazione spagnola. Il LEI è una sorta di copiatura dell'USTED spagnolo, in sostanza una forma di cortesia che si rivolge ad una singola persona, nella sostanza identico al "tu" che diventa rapidamente popolare. Per lungo tempo “VOI” e “LEI” coesistettero, con una distribuzione geografica e sociale: il “voi” più diffuso al Nord e nei contesti tradizionali, il “lei” più presente al Sud e nei registri urbani e borghesi.

Prima di chiudere questa riflessione, riporto una curiosità. Nel 1938 il regime fascista guidato da Mussolini impose per legge l’uso del “VOI” negli atti pubblici, nella scuola e nei mezzi di comunicazione, bollando il “LEI” come straniero, e per questo poco italico, poco virile, infine decadente. La scelta non era linguistica, converrete con me, ma strettamente ideologica. Dare del “VOI” evocava un senso di gerarchia, disciplina e romanità. Valori abbastanza cari alla retorica fascista.

Cari amici, nel nostro Pese, con la caduta della dittatura, il “VOI”, considerato segno di autoritarismo, finì presto dimenticato, soppiantato dal “LEI”, considerato più neutro e meno gerarchico, imponendosi come forma standard della cortesia nell’Italia repubblicana. Oggi il “LEI” continua ad essere usato nei contesti formali, lavorativi e istituzionali. mentre, quanto all’uso del “TU”, questo è ben utilizzato nella comunicazione digitale e nei rapporti informali.

A domani, amici lettori.

Mario

 

sabato, marzo 28, 2026

ORISTANO E I SUOI PERSONAGGI ILLUSTRI: L’ARCHITETTO GIORGIO LUIGI PINTUS, INSEGNANTE, PITTORE E PROGETTISTA DI IMPORTANTI PALAZZI STORICI DELLA CITTÀ.


Oristano 28 marzo 2026

Cari amici,

Che Oristano abbia avuto nei secoli personaggi di grande spessore, in particolare nel periodo giudicale (a partire dalla grande Eleonora D'Arborea), è cosa ben nota, ma anche nei secoli successivi non sono stati pochi i personaggi che hanno brillato nelle varie arti: dall’architettura (come Giorgio Luigi Pintus), al teatro (come Antonio Garau), dalla poesia (come Pepetto Pau), alla pittura (Antonio Corriga), solo per citare i più noti. Spesso, però, questi illustri personaggi sono caduti nell’oblio, dimenticati e, soprattutto, non fatti degnamente conoscere alle nuove generazioni.

Si, amici, le nuove generazioni dovrebbero essere edotte su questi nostri eccellenti predecessori, che hanno dato lustro e fama alla nostra Oristano. Ebbene, oggi, amici lettori, voglio ripercorrere con Voi la straordinaria vita di un grande architetto oristanese, GIORGIO LUIGI PINTUS, a cui Oristano ha dedicato una antica Piazza, quella dove in passato si svolgeva il mercato del bestiame. Giorgio Luigi Pintus (1887-1970) è stato una figura artistico-culturale di spicco nella Oristano del Novecento, noto in particolare come progettista del Palazzo Falchi in via Dritta. Artista versatile, fu anche pittore, modellatore e insegnante, contribuendo attivamente alla vita culturale cittadina. Per evitare omissioni, cari lettori, riporto quasi integralmente la recensione scritta dai figli Alvise e Alfeo Pintus, con la collaborazione di Benito Contu, in occasione di una commemorazione della sua morte, pubblicata anche da Beppe Meloni, dietro autorizzazione della famiglia Pintus, su “Oristano. Novecento e dintorni”, editrice S’Alvure.

Giorgio Luigi Pintus, come prima accennato, fu il progettista di quel grande palazzo che segue la linea curva della Via Dritta, chiamato Palazzo Falchi; fu una tra le figure più rappresentative del piccolo mondo artistico-culturale Oristanese del secolo scorso. Nasce a Milis il 29 novembre 1887, ma per esigenze di lavoro della sua famiglia trascorre i suoi primi anni lontano dalla nostra città, a La Maddalena. Poi i primi studi ad Oristano e una brillante maturità classica. Pintus frequenta successivamente l'Accademia delle Belle arti a Firenze, dove si laurea giovanissimo in architettura, ottenendo altresì l'ambito riconoscimento di "ragazzo più studioso d'Italia". Frequenta e lavora negli studi di pittori affermati come Giovanni Fattori, Adolfo De Carolis e Saporetti e di scultori del calibro di Gavello e del grande architetto Ristori, del quale diventa allievo prediletto. Forte di queste esperienze maturate nel "cenacolo" fiorentino, Pintus fa rientro in Sardegna nel 1911 andando ad insegnare disegno nella scuola tecnica "Umberto I" di La Maddalena. E di questi anni la nomina di Pintus come "disegnatore straordinario di costruzioni militari e di carte topografiche" presso l'ufficio fortificazioni di La Maddalena.

Rientrato definitivamente ad Oristano, Giorgio Pintus insegna, dipinge, modella e progetta. Assieme ai fratelli Ibba, proprietari dell'unica sala cinematografica, il cinema "Ideal" di via De Castro, dietro le "loggette" del mercato di piazza Roma, diventa l'animatore di spettacoli d'arte varia, disegnando e realizzando le scenografie. E il periodo migliore della vita artistica di Giorgio Pintus e anche il più fecondo. Pubblica un "quaderno di studi geometrici" e dà spazio alle opere più significative di scultura, pittura e ceramica. Molte di esse sono state conservate dai suoi figli ed altre sono finite nelle case private. Sicuramente importante quella serie di lavori che hanno fatto parte della bella "collezione" della famiglia Molino.

Si, amici lettori, dell'ingegno artistico di questo degno esponente del piccolo mondo culturale arborense (e al quale il Comune ha intestato la piazza dell'ex foro boario), ancora oggi si possono ammirare numerose strutture architettoniche sempre vive e sparse nella città e nella provincia. Pintus è "Artista di valore", antesignano di quel rispetto ambientale già nel primo Novecento, e al quale ancora oggi molti progettisti fanno fatica ad adeguarsi. Un altro palazzo sempre commissionato dalla famiglia Falchi è quello progettato da Pintus nella centralissima via Tirso, dove è sorto al piano terra il famoso ristorante di "Cocco & Dessì", conosciuto e apprezzato in tutta l'isola. Poi la villetta Sanna, splendido esempio di "stile liberty", in piazza Manno, all'angolo con il viale San Martino, la cappella funeraria della famiglia Falchi nel cimitero monumentale di San Pietro, le decorazioni e gli arredi del "palazzo del podestà" in piazzetta Tre Palme e della sala del consiglio comunale nel vecchio palazzo di piazza Eleonora.

Pintus ha progettato anche fuori dalle mura amiche. A Macomer si può ammirare il bel "palazzo Ravasi" assieme ad altre opere minori. A Santa Giusta e Milis ha progettato il monumento ai Caduti e a Laconi quello dedicato a Sant'Ignazio. Nel 1930 Pintus prende parte alla prima Mostra d'ingegneria a Cagliari, in occasione della quale Guglielmo Marconi viene in Sardegna a collaudare a Golfo Aranci la stazione radiotelefonica che collega l'isola al continente. Pintus presenta alla Mostra di Cagliari un tipo di "marmo sintetico" di sua invenzione, che verrà inserito, tra l'altro, nell'arredo interno dell'asilo infantile di via Sant'Antonio.

C'è da ricordare infine la lunga attività di insegnante svolta da Pintus in diverse scuole dell'isola. A Oristano Dirige la Scuola di Avviamento Professionale, di viale San Martino Accanto alla chiesa dei Cappuccini, e quella Magistrale Femminile. A Cagliari è preside del Liceo Artistico e contemporaneamente del Liceo degli Scolopi di Sanluri. Infine il rientro ad Oristano , dove Giorgio Pintus , uomo di profonda fede sardista si gode la meritata pensione circondata dall’amore dei suoi 12 figli nati da tre matrimoni: Maria Rosa, Antonio, Fosca, Falco, Nice, Alceo, Lucina, Alvise, Curio, Prisca, Alfeo e Maria, e dalla stima dei suoi amici più cari Carlo Manis, Bruno Stiglitz, Piero Soggiu, Orlandino Usai e Bustiano Satta di Samugheo. Sino alla sua morte, avvenuta il 5 giugno del 1970, alla bella età di 83 anni, tutti vissuti intensamente nel segno di un vigore artistico profondo e dall’amore per la sua grande famiglia.

Cari amici, l'architetto oristanese Giorgio Luigi Pintus è stato, indubbiamente, un grande personaggio, a cui la città avrebbe dovuto dedicare più attenzione e un maggiore ricordo, non solo per il sacro dovere di onorare una persona straordinaria, ma anche, cosa ben più importante, per farlo conoscere come fulgido esempio alle nuove generazioni.

A domani.

Mario

 

venerdì, marzo 27, 2026

DELIZIE DOLCIARIE DI SARDEGNA: “IS MORETTUS”, PARTICOLARI DOLCI PRESENTI SOLO (GLI ORIGINALI) A VALLERMOSA!


Oristano 27 marzo 2026

Cari amici,

Si avvicina la PASQUA e i dolci sono certamente un prodotto alquanto utilizzato! Che la Sardegna annoveri straordinarie eccellenze alimentari, in particolare dolciarie, non sono certo io il primo a dirlo, e tra le varietà di questa grande ricchezza, oggi voglio parlare con Voi di una curiosa specialità dolciaria, presente in un piccolo paese del Cagliaritano, precisamente Vallermosa. Questi particolari dolci sono “IS MORETTUS”,  dei particolari biscotti che si narra siano nati dall’ingegno di una signora del paese che, utilizzando degli ingredienti semplici della tradizione contadina, riuscì a creare questo dolce alquanto rinomato.

Amici, VALLERMOSA è un paese del Cagliaritano alquanto piccolo, contando poco meno di 2mila anime; lo si raggiunge soprattutto nel periodo delle feste paesane, e risulta alquanto gradito perché il visitatore  riesce subito ad immergersi in un paesaggio tranquillo, silenzioso, domestico, circondato da vigne, olivi e una dimensione prettamente rurale. È qui che è nato questo straordinario biscotto che è entrato qualche anno fa ufficialmente nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Sardegna, un riconoscimento che certifica ciò che a Vallermosa era già chiaro: questo dolce non è solo buono, ma fortemente identitario.

I dolci sardi, in linea di massima, sono i dolci della tradizione, in quanto si fondano su un sistema culturale e rituale profondamente radicato nel tempo, legato alle feste religiose, ai passaggi della vita sia in letizia che nel dolore. Gli ingredienti? mandorle, miele, spezie e agrumi, che danno forma a un patrimonio di identità locali forti, spesso condivise da più paesi attraverso ricette simili, tramandate negli stessi contesti e con gli stessi rituali. A questa logica, però, fanno eccezione IS MORETTUS, in quanto non appartengono a una geografia ampia né a una famiglia di dolci replicabili, ma vivono una vita esclusiva a Vallermosa, legati in modo inscindibile a un luogo, a una Comunità, e praticamente ad una sola pasticceria che ne custodisce la memoria.

Is Morettus, in realtà, sono una curiosa eccezione alla regola generale, e vivono la loro vita particolare  che li rende celebri, prodotti da una piccola bottega artigianale: LA PASTICCERIA S’OFFELLERIA, dove da oltre vent’anni Is Morettus sono il vero simbolo dolce della tradizione locale. Un caso raro, quasi anacronistico, che restituisce al cibo il suo ruolo più autentico: quello di custode della memoria. A raccontare ai tanti curiosi la storia di come è nato questo biscotto è Luca Zorco, titolare della pasticceria e custode di questa storia«Questo dolce è nato da mia nonna – dice Luca Zorco – e in antichità era una crostata. Successivamente siamo riusciti a ritrasformarlo in un fagottino, per renderlo vendibile, ma soprattutto per raccontarlo»; «Fu la scoperta di un vecchio quaderno di ricette della nonna a far venire l’idea di provare a ricostruire un dolce che avesse il sapore e il profumo del dolce di casa, quello della nostra infanzia, spiega Zorco, e questo, nei dolci sardi, non è così comune! Un dolce ha dei valori, delle fondamenta, e noi abbiamo investito tanto tempo e tanta voglia per poterlo tramandare alle future generazioni».

Is Morettus si presentano con l’involucro di pasta frolla dal colore bruno lucido che richiama il nome, mentre il ripieno, umido e speziato, avvolge il palato: mandorle, uva passa, cannella, Marsala e altre spezie. La ricetta di Zorco è ovviamente segreta, ma gli ingredienti sono più o meno questi, per un dolce che è come le ciliegie: uno tira l’altro. Chi entra in pasticceria spesso non sa cosa aspettarsi. La forma non rivela il contenuto, il nome incuriosisce.  Così commenta Luca Zorco: «La prima cosa che facciamo è farlo assaggiare. Dopo che lo gradiscono, iniziamo a raccontarlo: dal principio, dalla famiglia, dal paese. E quando lo leghi a Vallermosa, viene apprezzato di più».

Cari amici, questo particolare biscotto mi ha incuriosito non poco e penso che possa essere anche un buon richiamo turistico!! La domanda è: “Può un semplice biscotto fare da traino per il turismo”? Chi si intende di turismo dà una risposta che è affermativa, tanto che non è un caso che una parte significativa della produzione della pasticceria sia dedicata proprio ai Morettus e, in ottobre, ci sia anche una sagra dedicata, che richiama un gran numero di turisti e golosi. Portarli fuori dall’isola significa portare con sé Vallermosa, senza separare il dolce dal luogo che lo ha generato. Credo che i lettori curiosi siano già pronti ad andare ad assaggiarli!

A domani, amici lettori.

Mario

giovedì, marzo 26, 2026

IL NOSTRO CERVELLO E LA SUA CAPACITÀ DI DISTINGUERE LE NOTIZIE VERE DA QUELLE FALSE. MOLTO DIPENDE DALLA FONTE DA CUI LE NOTIZIE PROVENGONO.


Oristano 26 marzo 2026

Cari amici,

Il nostro CERVELLO è sicuramente uno straordinario “Super-computer”, capace di analizzare e filtrare, giorno dopo giorno, la montagna di notizie di cui veniamo costantemente a conoscenza. Questa capacità cognitiva consente alla nostra mente di distinguere le notizie vere da quelle false; in che modo? selezionando e distinguendo il vero dal falso, essendo il nostro cervello dotato di un’abilità non comune. Si, è, indubbiamente, un’abilità straordinaria,  una capacità cognitiva fra le più complesse, quella del cervello umano.

In che modo e con quali mezzi, dunque, il nostro cervello riesce a destreggiarsi in questo difficilissimo compito? Innanzitutto interpretando i sottili e complessi segnali sociali ricevuti, e analizzando e valutando le intenzioni di quelli che ci circondano, ricavando, infine, da tutto questo calderone informativo un ponderato giudizio sulla credibilità delle informazioni ricevute. Su questo interessante argomento, un nuovo studio di neuroimaging è stato di recente portato avanti da un gruppo di ricerca guidato dal professor Yingjie Liu della North China University of Science and Technology.

Questo gruppo di studio ha esaminato l'attività cerebrale di 66 adulti sani attraverso tecniche di neuroimaging, mentre questi erano impegnati in interazioni sociali controllate. Il protocollo sperimentale prevedeva che coppie di partecipanti, seduti uno di fronte all'altro ma comunicanti esclusivamente tramite schermi computerizzati, si scambiassero informazioni in contesti definiti come situazioni di "guadagno" o di "perdita". Questa distinzione metodologica ha permesso ai ricercatori di isolare l'effetto che la prospettiva di un risultato positivo o negativo esercitava sui processi decisionali legati alla fiducia.

L’interessante studio, pubblicato su “The Journal of Neuroscience JNeurosci”, getta una nuova luce sui meccanismi cerebrali che regolano questi processi, rivelando come il contesto emotivo e la relazione interpersonale possano alterare profondamente la nostra capacità di riconoscere l'inganno, rendendola paradossalmente più vulnerabile alle bugie “quando queste provengono da persone a noi vicine”. L'aspetto più rilevante della ricerca ha riguardato il ruolo delle relazioni interpersonali nell'elaborazione dell'inganno. Quando la fonte dell'informazione potenzialmente falsa proveniva da un amico, entrambi gli individui della coppia manifestavano pattern di attività cerebrale sincronizzati, un fenomeno questo che variava significativamente in funzione del contesto.

Amici, seppure desti meraviglia, la ricerca ha messo in luce che il cervello elabora le informazioni sociali attraverso circuiti distinti, a seconda della natura delle relazioni interpersonali intercorse, e che quando le notizie, anche se possibilmente false, ci pervengono da un amico, i meccanismi delegati alla valutazione critica, anche di fronte a segnali che dovrebbero suscitare sospetto, abbassano la guardia, ignorando il pericolo. Insomma, il nostro cervello, seppure in possesso di filtri capaci e collaudati, nei casi di cui sopra allenta i controlli, e le Reti Neurali deputate alla cognizione sociale sembrano entrare in una vulnerabilità specifica: quando aspettative positive e legami affettivi convergono, la capacità di discernere la verità dall'inganno risulta significativamente ridotta.

Cari amici, il nostro cervello, questo nostro straordinario super-computer, è costantemente impegnato a elaborare enormi quantità di informazioni e, nel distinguere le notizie vere da quelle false (fake news), agisce spesso attraverso "scorciatoie" cognitive che possono renderci vulnerabili. Le neuroscienze e la psicologia cognitiva evidenziano che, sebbene siamo in grado di riconoscere le informazioni false, quando queste ci arrivano da persone amiche di cui ci fidiamo, il controllo si allenta e finiamo per non attivare il processo di selezione! Amici lettori, la mente umana ha una naturale tendenza a credere nell’amicizia, e spesso capita - purtroppo - che questa tendenza riesca a sedurci abbassando la guardia!

A domani.

Mario

 

mercoledì, marzo 25, 2026

LA SERIA MALATTIA SOCIALE DEL TERZO MILLENNIO: “LA SOLITUDINE”. È UNA VERA EPIDEMIA MONDIALE DIFFICILE DA CURARE.


Oristano 25 marzo 2026

Cari amici,

La SOLITUDINE è oggi ampiamente riconosciuta dagli studiosi come una delle principali "MALATTIE SOCIALI" del Terzo Millennio; è un'epidemia silenziosa, che colpisce a livello globale, nonostante viviamo immersi nell'iperconnessione tecnologica. Solitudine che non è solo una condizione emotiva soggettiva, ma un alto "fattore di rischio" significativo per la salute fisica e mentale, paragonabile per impatto ad altri gravi problemi di salute pubblica. Insomma, trattasi di una vera e propria epidemia mondiale, considerato che gli studi condotti in 142 Paesi indicano che circa un miliardo di persone sperimenta e vive un isolamento sociale significativo.

È stato il  medico americano VIVEK MURTHY, nel 2023, a definire la solitudine un'epidemia, elencando, tra i rischi più importanti le malattie cardiovascolari, la demenza, l’ictus, la depressione, l’ansia e anche la morte prematura. "Sicuramente la solitudine è uno dei fattori di rischio per la salute più documentati dalle agenzie internazionali e più importanti – ha avuto modo di affermare – in quanto facilita l'insorgenza di diverse malattie. Le ricadute sulla salute psichica ma anche su quella fisica sono molto importanti".

Amici, c’è da dire, però, che c'è solitudine e solitudine. "Se l'isolamento è una scelta, per esempio, fatta in maniera consapevole, non produce quella pericolosa sensazione di sofferenza, e quindi non ha ricadute sulla salute. La vera, pericolosa solitudine è quella “subita”, quella che deriva dal comportamento sociale di appartenenza, ovvero generata dal contesto sociale dove si vive, e che lascia "da solo" chi non vorrebbe esserlo. David Lazzari, Presidente dell'Osservatorio Nazionale benessere psicologico e salute, psicoterapeuta, specialista in psicosomatica, così chiarisce: "Dobbiamo distinguere tra la solitudine fisica, che può essere anche un isolamento felice, e il fatto di sentirsi soli. Il senso di solitudine è una sensazione psicologica". Il problema parte tutto da qui.

Focalizzando l'attenzione sul nostro Paese, sull’Italia, possiamo dire a gran voce che purtroppo l'Italia è sempre più un paese di single, e di conseguenza la derivante solitudine, oggi, può essere considerata un pericoloso fattore sociale di rischio. David Lazzari così esprime il suo pensiero: "Diciamo che negli ultimi decenni chi si occupa di salute in tutto il mondo ha parlato di solitudine in questo senso, perché è una condizione molto diffusa. C'è il fenomeno dell'inurbazione, di stili di vita che portano a minori aggregazioni sociali, di un allentamento delle reti familiari. Forse è banale dirlo ma è così".

A varare la prima strategia contro la solitudine è la Spagna. Di recente questo Paese iberico ha fatto un importante passo avanti nella lotta contro la solitudine non desiderata, un fenomeno che colpisce circa 1 persona su 5 nel Paese. Sebbene venga spesso associata agli anziani, un Barometro del 2024 ha rilevato che è proprio tra i giovani dai 18 ai 24 anni che si annida il tasso più elevato di percezione della solitudine: il 35% di questa fascia di età vive questo problema, con due su tre giovani che lo soffrono da più di due anni, mentre nella fascia degli 'upper' settantenni, la percentuale scende al 20%. Un dato, quest’ultimo, che evidenzia l'esigenza di intervenire quanto prima per combattere l'isolamento sociale, come ha sottolineato il Ministro per i Diritti Sociali Pablo Bustinduy, nell'illustrare, nella conferenza stampa successiva al Cdm, la Strategia Nazionale approvata dal governo progressista di Pedro Sanchez, per combattere la solitudine non desiderata (2026-2030). Un piano trasversale, che coinvolge una dozzina di Ministeri, Comunità autonome, Enti locali e Terzo Settore, per promuovere la coesione sociale.

"La solitudine non è solo un problema individuale, ma una sfida sociale che dobbiamo combattere assieme", ha evidenziato Pablo Bustinduy, della sinistra Sumar, alleata del Psoe nell'esecutivo di coalizione. Il piano, volto a incidere sulle condizioni che provocano la cronicizzazione e l'aggravamento dell'esperienza della solitudine indesiderata, si inserisce in un contesto globale, ha segnalato il ministro. Madrid segue infatti la scia del Giappone, che ha creato un Ministero dedicato alla solitudine, e del Regno Unito, che ha deciso di affrontare il fenomeno come un problema di salute pubblica.

Cari amici, credo che la Spagna sia all’avanguardia su questo pericoloso fenomeno, avendo adottato una strategia che consente ad ogni cittadino - sia giovane che anziano – di poter trovare il supporto di cui ha bisogno; una strategia che dovremmo adottare anche noi in Italia! Tra le misure previste, la rilevazione precoce della solitudine attraverso i medici di base, i sistemi sanitario, educativo e i servizi sociali. La creazione di una rete di supporto comunitario, che aiuti a integrare chi vive in isolamento - nelle aree rurali o urbane - con l'attivazione di politiche di inclusione basate sulla prossimità, sulla partecipazione inter-generazionale e la creazione di spazi pubblici inclusivi, atti a favorire la coesione, promuovere la solidarietà e abbattere le barriere sociali.

A domani, cari amici lettori!

Mario

martedì, marzo 24, 2026

ESSERE SENSITIVI: LA STRAORDINARIA FACOLTÀ UMANA DI AVERE BEN PIÙ DEI 5 SENSI. C’È ANCHE CHI PREVEDE IL FUTURO. LA STORIA DI ISABELLA LA MAGA DEL VILLAGGIO FANTASMA D. S. CHIARA.



Oristano 24 marzo 2026

Cari amici,

Oggi la maggior parte dei neuroscienziati concorda sul fatto che abbiamo un numero molto più alto dei classici 5 sensi: c’è chi sostiene 14, chi addirittura 33. C’è, infatti, chi sostiene di essere in grado di prevedere il futuro (ed è per questo che viene comunemente definito indovino), quindi veggente o chiaroveggente. A seconda del metodo o contesto, questo soggetto può essere chiamato anche profeta, mago, oracolo, cartomante, o, in ambito di studi strategici, futurologo o futurista.

Chi è in possesso di queste particolari capacità,  è definito “SENSITIVO”, ovvero in possesso di una capacità che, secondo la credenza popolare, viene definita “extrasensoriale” (percezione extrasensoriale - PES), cosa che consente al soggetto di captare informazioni al di fuori dei cinque sensi tradizionali. Chi è dotato di questa “capacità sensitiva” sostiene di poter percepire eventi futuri, passati o nascosti, spesso interpretando segni, energie o ricevendo rivelazioni. Molti di noi hanno avuto occasione di incontrare persone sensitive, e, dopo il primo impatto di meraviglia, si arriva alla conclusione di essere di fronte a delle persone davvero particolari!

Amici lettori, nelle mie giornaliere scorribande su Facebook, sono incappato in un bell’articolo, tratto da La stampa e a firma di Nicola Pinna. Il pezzo parla di un personaggio davvero interessante:  ISABELLA FLORE. Isabella, che ha 86 anni, è definita più che Sensitiva “MAGA”; lei abita in un borgo praticamente disabitato: il villaggio di S. CHIARA, sorto vicino alla grande diga del Tirso; fu costruito al tempo della costruzione della diga, dalla Società Elettrica Sarda per le 30 famiglie degli operai che lavoravano all costruzione degli impianti elettrici. Il villaggio, dopo la chiusura dell’impianto (nel 1997) fu abbandonato, diventando un paese fantasma. Ebbene, è in questo borgo deserto che abita Isabella, definita la maga del borgo, in quanto capace di prevedere fatti importanti, come omicidi e terremoti.

Isabella, come dettagliatamente ha raccontato il giornalista Nicola Pinna, è un'anziana di ormai 86 anni, che ha già detto ai visitatori che la sua vita finirà ai 93 anni. Isabella su questo non ha dubbi: «Morirò a 93 anni, ne sono certa, questo è tutto previsto da tempo. Sono pronta a scommettere, ma la fregatura è che se vinco non potrò riscuotere il premio», dice, con grande ironia, parlando della sua sorte. Come lo abbia capito, o chi le abbia confidato la data della morte, non è dato sapere. Ma i misteri sono l’essenza della vita di una sensitiva! Lei è così creduta e apprezzata, tanto che qualche maresciallo continua a interpellarla per cercare di dare un nome a certi assassini difficili da scovare e per catturare i latitanti.

Isabella vive serena in questo villaggio fantasma; a Santa Chiara sul Tirso l’unica luce accesa è quella della sua cucina. Le altre case, quelle che ancora sono in piedi, sono tutte vuote: le porte e le finestre lasciate chiuse dagli ultimi abitanti, sono state abbattute dai vandali. Della vita di questo piccolo borgo affacciato sul lago Omodeo, al centro della Sardegna, sono rimaste davvero pochissime tracce: un vecchio materasso, due o tre pentole arrugginite, una forchetta sommersa dai calcinacci e una panchina corrosa dagli anni e nascosta dai cespugli.

Dentro il vecchio cinema resistono soltanto quattro sedie in legno, l’unico angolo sottratto all’incuria, ma non all’assalto dei teppisti, è la chiesetta. Isabella l’ha fatta ristrutturare e la tiene pulita, ma il parroco del paese vicino viene a celebrare qui soltanto due volte all’anno. «Io sono una donna molto religiosa, ma questo non basta per farmi traslocare – dice Isabella – Gesù Cristo lo incontro ogni giorno, ci parlo durante la notte, è sempre presente nella mia casa. Certo, se il prete venisse più spesso a celebrare sarebbe per me una grande gioia, ma non posso avere la messa quotidiana solo per me. Da qui, comunque, non vado via per nessuna ragione: questo è il mio paradiso, è l’unico luogo al mondo che mi può rendere felice. Non ho vicini di casa, è vero, ma non mi sento sola».

Isabella non è impensierita dalla solitudine. «Anche mio padre lavorava nella centrale e io qui sono cresciuta. Era bello una volta, eravamo tutti amici, le nostre famiglie andavano sempre d’accordo. Ci si aiutava a vicenda. A Santa Chiara avevamo tutto: adesso sembra un luogo fantasma, ma in passato questo era un paese vivo, vivace, allegro. Stavamo bene, non siamo fuggiti neanche quando abbiamo subito i bombardamenti, alla fine della Seconda guerra mondiale. La diga per fortuna ha resistito, altrimenti mezza Sardegna sarebbe stata inondata. Da molti anni, quando giro il villaggio, non entro più nelle altre case, sono distrutte, ed è una disperazione vederle così».

Quella di Isabella è la prima casa entrando a Santa Chiara: «Chiunque venga in pace è benvenuto», è scritto in un cartello affisso accanto al cancello. Le pareti sono tappezzate di vecchie fotografie e rosari. Nel grande giardino ci sono piante di ulivo e albicocche. Un tempo c’era anche un orto, ma ora è tutto regno di dieci gatti e un piccolo cane. «Quando ero in forma mi prendevo anche cura della terra, il terreno lo aravo io. Ho fatto di tutto nella mia vita: ho cresciuto tre figli con le mie forze, ho lottato per i diritti della mia bambina disabile e da sola ho pianto per la sua morte, mi sono ristrutturata questa casa, sono andata a scuola da grande, ho aiutato molta gente e pregato tanto. Ma non sono mai stata felice: prima sono finita nelle mani di un uomo che diceva di amarmi e che invece mi malmenava e mi violentava. Sono fuggita dalla sue grinfie e l’ho abbandonato, ma cinquant’anni fa le difficoltà per una donna separata erano tantissime. Anche dal punto di vista dei pregiudizi. Insomma, ho affrontato sempre nuove difficoltà e ora che sono vecchia sto continuando a soffrire».

Ai dolori fisici e a quelli dell’anima, la "regina-veggente del lago Omodeo" ha trovato sempre la stessa spiegazione: «Sono prove che Gesù Cristo mi sta dando, diciamo che me l’ha fatto capire tante volte. In cambio mi ha dato il privilegio di vedere e prevedere ciò che sta per accadere. È lui che mi sveglia la notte e mi mostra situazioni che ancora non sono avvenute. Non sono una folle, ve lo assicuro. Provate a chiederlo ai parenti di un uomo venuto qui da un paese vicino: gli avevo detto che qualcuno voleva ucciderlo e puntualmente è avvenuto. Oppure, chiedetelo al maresciallo che si è presentato più volte per farsi aiutare a stanare i delinquenti. Venticinque anni fa, in primavera, avevo visto una nave in fiamme: qualche giorno dopo c’è stato il dramma della Moby Prince nel porto di Livorno. E nei giorni scorsi, questo non l’ho confidato ancora a nessuno, avevo anche visto il terremoto. Ma certo non potevo sapere dove sarebbe successo».

Cari amici, un sincero grazie al collega giornalista Nicola Pinna, che mi piacerebbe anche conoscere, considerato che io, personalmente, so bene cosa significa essere SENSITIVI. La mia nonna materna, infatti, era sensitiva e nei tempi andati, quando il banditismo ed i furti di bestiame erano all’ordine del giorno, lei era molto consultata, in quanto era in grado di indirizzare le ricerche sia verso i ladri che per il ritrovamento del bestiame rubato! Avere questo dono è privilegio di pochi, e le poche persone che hanno questo potere, sono davvero uniche!

A domani.

Mario