mercoledì, luglio 22, 2026

CON L'AUMENTARE DEGLI ANNI DI VITA AUMENTA, PER I GENITORI DI MEZZA ETÀ, LA RESPONSABILITÀ: QUELLA NEI CONFRONTI DEI FIGLI E QUELLA VERSO I GENITORI ANZIANI.


Oristano 22 luglio 2026

Cari amici,

L'aumento dell'aspettativa di vita è sicuramente un traguardo straordinario, ma a ben guardare c’è una contropartita assolutamente non trascurabile: la "gestione delle persone anziane", impegno che pone le famiglie di fronte a sfide importanti. In Italia, la speranza di vita supera gli 81 anni per gli uomini e gli 85 per le donne, e, sappiamo bene, che superata una certa età, l’autonomia delle persone diminuisce notevolmente. Questo fatto crea, nelle famiglie collegate ( i figli sono da tempo ormai fuori casa, e con una vita propria), una ulteriore responsabilità aggiuntiva a quella ordinaria, ovvero quella relativa alla cura della nuova famiglia creata, ovvero nei confronti dei figli.

Questa doppia responsabilità  ricade su quella che oggi viene definita la "GENERAZIONE SANDWICH", ovvero su quegli adulti (solitamente tra i 40 e i 60 anni) ora impegnati sia nella cura dei figli che nell'assistenza ai genitori anziani. Gestire contemporaneamente queste due responsabilità non è semplice: richiede un grande impegno, oltre ad un particolare equilibrio, per evitare di arrivare ad un pericoloso "burnout", emotivo e fisico, capace di vanificare i possibili sforzi per assolvere nel modo corretto alle nuove responsabilità.

Di norma le persone tra i 40 e i 60 anni sono nel pieno svolgimento della loro carriera professionale, per cui questa responsabilità aggiuntiva ha pericolose ripercussioni anche sulle loro carriere professionali e sul modo in cui esse affrontano la giornata di lavoro. A ciò si aggiunge la crescente diminuzione delle risorse assistenziali, statali e non. Miscelare questa nuova responsabilità con la responsabilità della cura dei figli, crea ulteriori impegni difficili da gestire.

I servizi dedicati alla genitorialità, infatti, sono pochi o costosi, mentre le persone giovani tendono a rendersi indipendenti a un’età sempre più avanzata, rimanendo in carico alla famiglia originaria per più tempo: tutte dinamiche che ricadono su Millennial e Gen X. La ricerca di un equilibrio tra la carriera e le mansioni di supporto familiare diventa quindi, per i genitori di mezza età, un fattore con un peso rilevante, sia finanziario sia psicologico.

Il peso di queste doppie responsabilità ha un impatto tangibile non soltanto nella vita personale dell’individuo, ma anche, come accennato prima, su quella lavorativa. Le pressioni psicologiche e l’onere di responsabilità a cui sono sottoposti gli appartenenti a queste generazioni possono aumentare lo stress e rendere più inclini a episodi di burnout. Questo difficile peso si accompagna spesso ad una riduzione della performance e a una produttività più bassa, dovute al carico eccessivo di incombenze.

Amici, mantenere un sano equilibrio tra lavoro e famiglia sta diventando sempre più difficile. Anche dal punto di vista aziendale, questo aumentato carico di responsabilità del personale direttivo dipendente assume un peso rilevante. All’interno di un’organizzazione, la fascia d’età tra i 35 e i 55 anni è centrale sotto molti aspetti, a partire dalla maturità professionale che la caratterizza. Il valore apportato all’azienda da queste persone è elevato, sia in termini di competenze sia di capacità di leadership costruite nel tempo.

Il benessere del personale di questa fascia di età diventa una questione strategica per il management, chiamato a supportarli sia nel percorso professionale sia nella vita personale. In questo contesto può intervenire l’azienda, offrendo sostegno attraverso un’offerta di welfare integrato. Anche nelle realtà medio-piccole, una strategia ben costruita consente di coprire diverse aree di bisogno, integrando i benefit aziendali con quelli pubblici e degli enti bilaterali. Insomma, per rispondere a esigenze complesse come la doppia responsabilità di cura, serve un sistema integrato capace di intercettare i bisogni reali delle persone, con benefici sia per chi lavora sia per l’organizzazione.

Cari amici, se è pur vero che esistono tutele statali per alleggerire il pesante carico derivante dal prendersi cura dei familiari anziani, come i permessi lavorativi e i congedi straordinari previsti dalla Legge 104 per l'assistenza a familiari non autosufficienti, questo non appare sufficiente. Bisogna pensare a strutture più significative, come una assistenza familiare costante da parte di personale specializzato, capace di supportare l’anziano in modo adeguato.

A domani, amici lettori.

Mario

martedì, luglio 21, 2026

IL NOSTRO COMPORTAMENTO E LE MOTIVAZIONI. PERCHÈ SIAMO GENTILI CON GLI ESTRANEI E ALQUANTO RUVIDI CON AMICI E PARENTI? IL FUNZIONAMENTO DEL NOSTRO AUTOCONTROLLO.


Oristano 21 luglio 2026

Cari amici,

Nel nostro cervello, unico e grande, straordinario computer, una delle sue più importanti funzioni è quella dell'AUTOCONTROLLO. La nostra mente, per restare attiva 24 ore su 24, ha bisogno di una grande quantità di energia, per cui per poter adempiere al meglio a tutte le incombenze è costretta a risparmiare energia, per evitare  l'esaurimento delle risorse. (Ego Depletion). Si, riguardo all’autocontrollo, L'EGO DEPLETION (in italiano deplezione dell'Io o esaurimento dell'Io) è una teoria psicologica secondo cui l'autocontrollo e la forza di volontà sono risorse mentali limitate. Come un muscolo si affatica dopo un intenso sforzo fisico, così la mente perde la capacità di resistere alle tentazioni o prendere decisioni dopo un uso prolungato.

Durante la lunga giornata, trascorsa al lavoro o in un impegno pubblico, noi spendiamo molte energie per cercare di rispettare le "regole sociali" nei confronti di tante persone con cui non abbiamo relazione. Quando poi torniamo a casa, stanchi e stressati da una pesante giornata, il nostro cervello ha praticamente esaurito le risorse, ovvero ha il "serbatoio vuoto", per cui risulta molto più difficile trattenere le possibili reazioni impulsive. Insomma, dopo una giornata governata dall’autocontrollo, che ci ha consentito di trattenerci con gli estranei, arrivati a casa tra le nostre persone care, magari senza energia per autocontrollo, esplodiamo!

Amici, la realtà è che la gran parte di noi trascorre la giornata usando la massima gentilezza con gli estranei, mentre con le persone che amiamo ci sfoghiamo e le maltrattiamo. Gentili all’esterno con gli estranei e aggressivi all’interno, con familiari ed amici. È questo un comportamento diventato alquanto comune, come possiamo verificare anche sui Social, dove il dibattito sull’autocontrollo tiene banco. In effetti il tema non è proprio nuovo, tanto che un vecchio proverbio recita “La confidenza toglie la riverenza”. Come dire: con le persone con le quali si è più in intimità si tende a lasciarsi andare. Ma il rischio in realtà è di rovinare proprio questi rapporti.

Come accennato in premessa, l'autocontrollo e la forza di volontà sono risorse mentali limitate. La fatica dell’autocontrollo quotidiano è un peso non indifferente; spesso si passa tutta la giornata concentrati a trattenere l’istinto, le reazioni impulsive e dirette, salvo poi, rientrati a casa, varcare la porta alla sera e prendersela con il partner o i figli per sciocchezze. Secondo gli esperti, questa è una reazione per poter dare sfogo alle frustrazioni accumulate durante il giorno.

Amici, questo comportamento è un po’ simile a quello che accade quando si decide di seguire una dieta alimentare molto restrittiva: ci si trattiene per tutta la settimana, poi ci si sfoga nel weekend, spesso esagerando. È lo stesso meccanismo che si scatena: quando ci si sforza di autocontrollarsi per tutto il giorno, poi si torna a casa e ci si lascia andare. Oramai viviamo ritmi lavorativi alienanti e stressanti, e quando stanchezza e stress diventano esplosivi l’autocontrollo diventa praticamente impossibile.

Ciascuno di noi è costretto a sfoggiare in pubblico la propria immagine come quella di una persona calma, tranquilla e possibilmente gentile e sorridente; ma questo provoca stanchezza e stress. Un recente studio, pubblicato su Pnas, ha messo in evidenza, invece, come la stanchezza mentale rende più irritabili e aggressivi, col risultato che, una volta rientrati nella comfort zone domestica, si rischia di dare libero sfogo al flusso di emozioni represse.

Cari amici, c’è un possibile rimedio per cercare di evitare che lo stress accumulato si scarichi in casa o con le persone a noi care? Uno dei suggerimenti è quello della “Separazione delle sfere”: Quando rientri a casa o ti interfacci con i tuoi cari, applica una pausa di decompressione. Stacca per 20 minuti, cambiando abiti o ascoltando musica, per non scaricare le tensioni della giornata sulla famiglia. Poi, sostituisci le critiche aggressive con messaggi incentrati sui tuoi bisogni, iniziando le frasi con "Io..." (es. "Sono molto stanco e avrei bisogno di silenzio"), anziché colpevolizzare. Infine, Pratica la gratitudine: Introduci l'abitudine di ringraziare o complimentarti per i piccoli gesti quotidiani, riabituando il cervello a trattare i familiari con la stessa cura e rispetto riservati agli sconosciuti. Indubbiamente, questo cambiamento non risulta facile, ma con la costanza direi che funziona!

A domani.

Mario

 

lunedì, luglio 20, 2026

LA COPPIA E L’INTELLIGENZA DEI FIGLI: NON DERIVA PARITARIAMENTE DA ENTRAMBI I GENITORI, MA IN PREVALENZA DALLA MADRE.


Oristano 20 luglio 2026

Cari amici,

Quanti genitori, oltre a nonni e nonne, di fronte ad un bambino particolarmente talentuoso hanno orgogliosamente dichiarato “Che bravo è davvero tutto il padre!”, così come, spesso, in particolare per le bambine la stessa lode viene espressa per l’intelligenza, derivata, però, dalla madre. Ma queste simpatiche affermazioni fanno sorgere una domanda: “Chi dei due genitori trasmette l'intelligenza ai figli? La scienza dice che l'intelligenza è determinata per circa il 50% dalla genetica, quindi dai genitori, ma non con le stesse percentuali.

La scienza, infatti, afferma che la madre ha un'influenza biologica maggiore: i geni legati alle capacità cognitive risiedono nel cromosoma X, che le donne possiedono in duplice copia (XX), mentre il padre ha un solo cromosoma X (XY). Addirittura alcune ricerche evidenziano che i geni paterni legati al pensiero razionale verrebbero poi disattivati nel cervello, rendendo predominante l'eredità materna. Tale comportamento asimmetrico suggerisce una maggiore probabilità di trasmettere le capacità cognitive prevalentemente per via materna.

Un lavoro di ricerca, pubblicato nel 2018 e ripreso dal blog scientifico Psychology Spot, ha provato a fare chiarezza su questo difficile versante cognitivo: l’eredità dell’intelligenza. La ricerca ha preso in esame i cosiddetti geni condizionati, sequenze di DNA provviste di un’etichetta biochimica che ne indica l’origine parentale. Alcuni di questi geni si attivano soltanto se arrivano dalla madre; altri, al contrario, restano silenti o funzionano solo se ereditati dal padre. Nel caso dell’intelligenza, gli studiosi hanno osservato una concentrazione significativa di geni attivi sul cromosoma X, di cui le donne posseggono due copie, mentre gli uomini una (ereditata esclusivamente dalla madre).

Amici, come accennato in premessa, l'intelligenza è determinata dalla genetica solo per circa il 50%, la parte restante dipende da fattori esterni, come l’istruzione ricevuta, le stimolazioni precoci, il contesto sociale di riferimento e persino l’alimentazione. Un bambino, ad esempio, può ereditare una buona base neurologica, ma senza essere inserito in un ambiente che la coltivi – insegnanti capaci, libri in casa, dialogo familiare – quella potenzialità di base rischia di rimanere inespressa.

La scoperta portata avanti dallo studio prima citato non rovescia completamente quanto già ipotizzato da biologi e psicologi, ma aggiunge un tassello importante. Per anni si è discusso se l’intelligenza avesse un “sesso” genetico prevalente. Ora le evidenze indicano la madre come principale vettore, pur lasciando ampio spazio all’esperienza esterna, quella vissuta giorno per giorno dal bambino. Così, quando un ragazzo mostra una spiccata attitudine per il ragionamento astratto, la domanda corretta non è “da chi l’ha presa?”, ma piuttosto “come l’ha sviluppata?”.

Come evidenziato prima, oltre la genetica l’intelligenza si costruisce giorno dopo giorno attraverso quello che viviamo, impariamo e sperimentiamo. È come avere gli ingredienti per una torta, ma il risultato finale dipende da come li mescoliamo. L'educazione, l'ambiente in cui cresciamo e persino il modo in cui i nostri genitori interagiscono con noi contribuiscono a plasmare il nostro carattere e le nostre abilità mentali.

Amici lettori, nell’intelligenza dei figli la genetica ha la sua figura di riferimento importante nella madre, che indubbiamente ha il suo peso, ma non è tutto. Secondo gli esperti, le funzioni cognitive si sviluppano all’interno delle esperienze vissute, soprattutto attraverso il rapporto con le figure di riferimento. In altre parole, anche se la mamma può trasmettere più geni dell’intelligenza, papà, insegnanti, amici e contesto familiare fanno la loro parte nel trasformare quel potenziale in realtà.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, luglio 19, 2026

LE CURIOSE RICETTE DELLA ROMAGNA: CON L’UTILIZZO DELLE ROSOLE, "I CASSONI ROMAGNOLI", UN MIX DI PIADINA CON LE ROSOLE.


Oristano 19 luglio 2026

Cari amici,

Che la Romagna sia una Regione alquanto particolare è a tutti ben noto! Feste, musica, balli, e cibo sono ingredienti davvero unici al mondo! Tra i numerosi cibi particolari di questa regione ci sono “I CASSONI (CHIAMATI ANCHE CRESCIONI)”, considerati uno dei più famosi e amati street food dell'Emilia-Romagna. Consistono in un disco di impasto per piadina (farina, acqua, sale, olio o strutto), che viene farcito a crudo, chiuso a forma di mezzaluna (come un calzone) e successivamente cotto sulla piastra o sulla tipica "teglia".

Ebbene, il riempimento di questi CASSONI è davvero vario, arrivando ad annoverare anche le ROSOLE! Per chi non le conoscesse, le Rosole sono le piante del papavero al primo stadio, quando ancora non hanno cominciato ad allungarsi e a produrre i boccioli. Sono particolarmente apprezzate per il loro sapore mite, per nulla amaro, a differenza di tante altre erbe selvatiche. La ricetta più tradizionale ne prevede l'utilizzo a crudo. Ma vediamo meglio, insieme la preparazione di questa curiosa ricetta.

In Romagna le rosole sono presenti in molti giardini, e per l’utilizzo culinario si possono raccogliere all’inizio della Primavera. Si presentano come delle rosette di foglie allungate e molto frastagliate, piuttosto aderenti al terreno. Vanno raccolte tagliandole alla base, conservando la prima parte della radice per mantenere la rosetta intatta. Una volta raccolte, le rosole costituiscono l’ingrediente base per il ripieno dei cassoni. Ora iniziamo a mettere da parte tutto il necessario.

INGREDIENTI (per n. 5 cassoni). Per la Piadina/Cassone: 500 g. di farina (il tipo 1, ma va bene anche la 0), 50 g. di strutto, 220/250 di acqua tiepida, 2 pizzichi di sale, 1 pizzico di bicarbonato di sodio.  Per il ripieno: 500/600 g. di Rosole, 2 spicchi di aglio, sale e pepe, q.b. di olio extra vergine d'oliva buono, 200 g. di formaggio che fonde.

PREPARAZIONE: Per prima cosa preparare il ripieno:  mondare le rosole dalle impurità, dalle foglie rovinate e dalle radici. Lavare più volte finché l'acqua risulta pulita. Grondare ed asciugare. Tritarle piuttosto finemente con un coltello abbastanza grande (trinciante). Trasferirle poi in uno scolapasta e condirle con sale, pepe e l'aglio tritato molto finemente. Coprirle con un coperchio e lasciarle insaporire a freddo per minimo 2 ore. Si passa poi alla preparazione della PIADA/CASSONE. Disporre la farina a fontana sul tagliere. Al centro mettere lo strutto a pezzetti, il sale, il bicarbonato e l'acqua tiepida ed amalgamare tutto cominciando dal centro verso l'esterno, per poi impastare fino ad ottenere una palla liscia ed omogenea. Coprire con pellicola o un nylon e far riposare circa 1/2 ora.

Nel frattempo tritate sottilmente i formaggi (oppure grattugiarli con la mandolina a fori grossi), riprendere l'impasto, allungarlo e tagliarlo in cinque parti uguali. Tirare col matterello tutti i pezzi di impasto all'altezza di 2/3 mm, dando forma tonda per formare le piadine/cassone. Su metà superficie disporre un po' di formaggio e poi sopra ad esso le rosole, dopo averle un po' strizzate per liberarle dall'acqua in eccesso che hanno prodotto e condite con del buon olio extra vergine di oliva. Piegare ora le piade in due coprendo la parte farcita con quella libera e con una forchetta  schiacciare i bordi, sigillando il ripieno all'interno. Sempre con la forchetta bucherellare anche la superficie esterna per permettere la fuoriuscita di aria e vapore.

Una volta chiuse le piadine/cassone con all’interno le rosole, scaldare sul fuoco una teglia di ghisa o terracotta  (in Romagna si chiama "testo") o, in mancanza, una padella antiaderente pesante, e porvi sopra i Cassoni. Muoverli leggermente dopo qualche secondo e cuocerli 2/3' per parte. Alla fine, metterli in piedi sul testo e tenerli per il bordo affinché si cuocia anche la linea di piegatura. Arrivati a questo punto, eccoli pronti! Sono da gustare ben caldi!  Se dovessero avanzare, conservateli in frigo chiusi in un contenitore e, all'occorrenza, scaldateli in un fornetto. Saranno ugualmente buoni.

Cari amici, credetemi mai mi sarei sognato di considerare le piante di papavero selvatico buone da mangiare, eppure un mio amico romagnolo mi ha assicurato che i cassoni con le rosole sono non solo buoni ma eccellenti! Sono tentato di provare…

Cia amici lettori, a domani.

Mario

sabato, luglio 18, 2026

LA FILOSOFIA ANTICA PER I PROBLEMI DELL'UOMO DEL TERZO MILLENNIO. LA METAFORA DI SENECA, DEL VENTO E DELLE VELE.


Oristano 18 luglio 2026

Cari amici,

Lucio Anneo Seneca (noto come Seneca il Giovane) è stato il massimo filosofo latino dell'età imperiale; grande studioso dell’animo umano, fu anche un influente politico, drammaturgo e consigliere dell'imperatore Nerone. Vissuto tra il 4 a.C. e il 65 d.C., fu il principale esponente dello stoicismo a Roma. Il suo pensiero si focalizzò in particolare sull'etica, sull'introspezione e sulla ricerca della saggezza interiore. Per Seneca, l’uomo doveva smettere di cercare di “voler controllare l'incontrollabile” per raggiungere la serenità interiore, lasciandoci una bussola infallibile per i momenti di caos: Una massima chiara e forte: «Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele».

Questa metafora esprime perfettamente il cuore della filosofia stoica: l’uomo deve accettare ciò che non si può controllare (il vento/gli eventi), concentrandosi, invece, su ciò che dipende dalla sua volontà: ovvero “orientare le vele/le nostre reazioni”. Un monito valido anche oggi per l’uomo del Terzo Millennio ossessionato dalla pianificazione, indubbiamente utile, da utilizzare come un potente antidoto all'ansia. Seneca ci ricorda che la vita è fatta di variabili esterne (il vento) su cui non abbiamo potere, per cui la nostra vera forza risiede altrove: nella capacità di gestire la nostra reazione (le vele). Imparare questa distinzione significa smettere di subire gli eventi e iniziare a navigare utilizzando la nostra resilienza, trasformando ogni tempesta in un'opportunità di crescita.

Amici, l’insegnamento di Seneca ci ricorda che, anche nelle giornate più instabili, possiamo ritrovare equilibrio e consapevolezza. Nella vita, proprio come in mare, il vento rappresenta tutto ciò che non dipende da noi: il destino, le circostanze, gli imprevisti. Orientare le vele, invece, è la parte che possiamo controllare: il nostro atteggiamento, le nostre scelte, la direzione che decidiamo di prendere. Seneca ci invita ad accettare la realtà con saggezza e a non sprecare energie nel tentativo di cambiare ciò che è fuori dal nostro controllo. È, come accennato prima, un invito alla serenità e alla resilienza: non possiamo decidere la forza del vento, ma possiamo sempre scegliere come navigare orientando le vele.

Questa frase, seppure scritta duemila anni fa, è incredibilmente moderna. Oggi più che mai ci troviamo di fronte a situazioni che non possiamo prevedere: esami, relazioni, scelte di futuro. Seneca ci insegna che la vera forza non è nel controllo, ma nell’adattamento. Chi sa “orientare le vele” è colui che riesce a trasformare un ostacolo in opportunità, chi non si lascia abbattere dagli eventi, ma impara a usarli per crescere. Seneca, in realtà, ci invita a diventare padroni delle nostre vele: a non lamentarci del vento, ma a imparare a navigare con fiducia, anche quando il mare è in tempesta.

Amici lettori, tutti noi, uomini e donne del Terzo Millennio, come possiamo applicare – oggi - il pensiero di Seneca nella vita quotidiana? Applicare questa filosofia non significa arrendersi, ma trovare equilibrio e lucidità anche nei momenti difficili, che praticamente tutti attraversiamo. Ecco alcuni esempi pratici, capaci di applicare, giorno dopo giorno, di volta in volta, questo illuminato pensiero del grande, antico pensatore.

Tutti, a tutte le età, in un modo o nell’altro, siamo sottoposti ad “Esami”. Ebbe, quando un esame va male, inutile arrendersi, ma cercare di capire come e dove migliorare la nostra preparazione, anziché colpevolizzarci. Allo stesso modo, quando una situazione cambia all’improvviso, mai gettare la spugna, ma imparare a rimodulare i nostri obiettivi, invece di piangerci addosso. Insomma, accanirsi a cercare di cambiare ciò che non dipende da noi, è solo fiato e tempo sprecato! Bisogna decidere, in vece, di concentrarci su ciò che possiamo controllare.

Cari amici, ho sempre apprezzato il lucido e lungimirante pensiero di Seneca, valido oggi quanto e più di ieri! Tutti noi, dovremmo ogni giorno applicare la sua metafora prima ricordata: e, come un buon marinaio, che sa che non può fermare il vento ma ha imparato ad usare le vele, anche noi usiamo lo stesso sistema per “navigare” nell’impetuoso mare della vita, usando con capacità le vele giuste!

A domani.

Mario

venerdì, luglio 17, 2026

ANTICHE PROFESSIONI ARTIGIANE CHE SCOMPAIONO: UNA DI QUESTE È L'ARTE DELL'INTRECCIO. IL RAMMARICO DI UNA DELLE ULTIME PROTAGONISTE: ROSALBA PIRAS.


Oristano 17 luglio 2026

Cari amici,  

Un tempo L’ARTE DELL’INTRECCIO, in particolare per la confezione dei cestini, realizzati in giunco e altre fibre, era diffusa in tanti paesi della Sardegna, tanto da costituire una buona integrazione del reddito delle famiglie. Un’arte che, però, la crescente industrializzazione ha messo al tappeto, facendo morire un settore artigianale di grande valore e pregio. Al giorno d’oggi sono pochissimi gli artigiani ancora in attività, tanto che se ne contano proprio un paio, tra cui Rosalba Piras, una delle ultime a custodire questo antico sapere: un lavoro impegnativo, lento e preciso, che racconta la storia della Sardegna e difende il valore dell'artigianato.

L'artigiana Rosalba Piras, che ha acquisito questo  sapere dalla sua famiglia, tramandato di generazione in generazione, è di  San Vero Milis, paese posto nel cuore dell’Oristanese, oggi più famoso per le sue meravigliose spiagge poste nella Penisola del Sinis, ma in passato più noto per la tradizione millenaria dell’intreccio, che per secoli ha alimentato botteghe e famiglie. Intervistata, per il fatto di continuare a praticare questa nobile arte, oramai in estinzione, si è così espressa: “Siamo rimaste in due in tutta la Sardegna”. Nelle sue parole, alquanto dolenti, c’è l’immagine di una donna che ama il suo lavoro, che realizza opere con le sue abili mani, china sui fasci di giunco essiccato, mentre il ritmo dell’intreccio si confonde con il respiro lento del territorio.

Il suo più che un  lavoro è una missione, quasi un servizio svolto per la conservazione dei saperi del passato, anche se alle conoscenze del passato Lei aggiunge una certa innovazione. Oggi Rosalba crea borse sartoriali che uniscono l’intreccio tradizionale a tessuti prodotti esclusivamente in Sardegna, trasformando un oggetto prima domestico in un pezzo di design contemporaneo. Tra corsi professionali, laboratori e mostre – come quelle realizzate a Sa Manifattura di Cagliari o durante i “Cammini della Sardegna” – Rosalba tenta di tenere viva una pratica che, senza interventi e formazione, rischierebbe di sparire.

Amici lettori, l’Artigianato dell’intreccio è un’arte millenaria, che parla di orgogliosa identità, che può ancora rappresentare una fonte interessante di economia locale, di Comunità e di futuro: ogni cesto è un’opera unica, un intreccio delicato, tra cultura, territorio e persone. L’industrializzazione, per quanto necessaria, non può e non deve cancellare il lavoro artigiano, perché anche nell’innovazione i valori del passato sono la linfa vitale di ogni Comunità che si rispetti: il passato non può essere cancellato dal presente, ma, anzi, deve essere l’ingrediente necessario per aspirare ad un futuro degno di essere vissuto.

Oggi, purtroppo, si vive nella logica dell’omologazione e dell’USA E GETTA”. Tutto ciò che ci circonda non è fatto per durare, per essere trasmesso alle generazioni successive, ma usato e gettato via. Eppure un oggetto fatto a mano, realizzato con lentezza, tempo e maestria, è qualcosa di meravigliosamente unico, da usare con cura e, poi, trasmettere a chi verrà dopo di noi. È possibile che in in un mondo che si muove senza sosta, che corre tra digitale, algoritmi e Intelligenza Artificiale, non ci sia più spazio per  la lentezza, per la manualità, per una vita calma e serena?

In questo mondo angosciato e frastornato dalla fretta, dall’ansia e dallo stress, Rosalba Piras è riuscita eroicamente a dare vita alla sua piccola impresa sartoriale: “Erre di Rosalba”. È solo da una decina d’anni che l’artigiana sanverese si dedica esclusivamente alla produzione di borse, accessori femminili e suppellettili per la casa, come lampade e paralumi. Non solo, Rosalba collabora anche con altri laboratori e designer che rivendono borse e accessori che spesso varcano non solo i confini regionali ma anche quelli nazionali. Ecco uno straordinario modo di mettere insieme TRADIZIONE E INNOVAZIONE!

Cari amici, l’impegno di Rosalba ha anche una prospezione futura: cercare di tramandare quest’antica arte alle generazioni successive. Ecco il suo pensiero: “Per questo continuo nel mio lavoro, perché sento dentro di me la voglia di tramandare quest’arte alle generazioni future. Credo che l’arte dell’intreccio non possa e non debba mai morire: nel mio piccolo, poi, cerco sempre di fare dei pezzi quanto più possibile unici, non omologati, ma sempre legati in qualche modo ai fili della tradizione sarda e dell’arte dell’intreccio del mio paese d’origine che fa parte di me”. Grazie di cuore, carissima Rosalba, ti apprezzo e ti stimo per essere una vera, valida e determinata donna sarda!

A domani.

Mario

giovedì, luglio 16, 2026

I MILLENNIALS E IL MANCATO ABBANDONO DELLA CASA DEI GENITORI. QUALI LE MOTIVAZIONI? IN PRIMIS, LA MANCATA INDIPENDENZA ECONOMICA.


Oristano 16 luglio 2026

Cari amici,

Oggi si potrebbe dire, con una certa nostalgia, che... “C’era una volta…” che i giovani, addirittura anche prima del compimento della maggiore età, non vedevano l’ora di abbandonare la casa dei genitori, desiderosi di crearsi una nuova vita ed una nuova famiglia. Quelli di oggi, invece, notoriamente definiti “Millennials”, addirittura anche dopo aver superato la soglia dei 40 anni, continuano a vivere nella casa dei genitori.  L'età media per l'indipendenza abitativa in Italia, infatti, supera i 30 anni, a causa di un mercato del lavoro caratterizzato da precariato e salari bassi, e un mercato immobiliare inaccessibile.

Indubbiamente quella evidenziata è una condizione di dipendenza obbligatoria di natura economica, dimostrata chiaramente dai dati ISTAT e EUROSTAT: In Italia, i giovani lasciano il nido familiare a un'età media di circa 30 anni, quasi quattro anni in più rispetto alla media europea (fissata attorno ai 26 anni). Quasi un giovane su due (circa il 50%) nella fascia tra i 25 e i 34 anni continua a vivere con i genitori, rispetto a una media UE del 30%. L'Emergenza Abitativa: Secondo recenti indagini di mercato (come i dati diffusi da Idealista), sono oltre un milione i Millennials che vorrebbero acquistare casa ma ne sono impossibilitati. La difficoltà nel sostenere i costi di affitto e l'impossibilità di accedere ai mutui senza l'aiuto dei genitori bloccano l'emancipazione.

Questa necessaria "Dipendenza Economica", altro non è che un "Boomerang": Molti giovani-adulti che risiedono in famiglia appartengono a un ceto medio-basso. Si registra anche il fenomeno dei "figli boomerang", con oltre il 21% dei giovani che torna a vivere con i genitori dopo un tentativo fallito di emancipazione, a causa della perdita del lavoro o dell'insostenibilità economica dell'affitto. Insomma, amici, la percezione diffusa è che costruire la propria stabilità economica oggi sia molto più complicato rispetto alle generazioni precedenti.

Amici, per le nuove generazioni raggiungere l‘indipendenza economico-finanziaria è diventato significativamente così difficile da sembrare una chimera; questa convinzione è condivisa anche da due terzi dei Baby Boomers. Tra coloro che dipendono ancora economicamente dalla famiglia emergono però differenze generazionali. L’82% dei membri della Generazione Z si dice convinto di riuscire prima o poi a camminare con le proprie gambe, mentre questa fiducia scende al 56% tra i Millennials e al 51% tra gli appartenenti alla Generazione X.

Questa tendenza può avere effetti a catena sulla società nel suo complesso. Ad esempio, il ritardo nell’indipendenza può influenzare il mercato immobiliare, proprio perché i giovani ritardano l’acquisto di case proprie. Ma questo può influire non poco sulla natalità, poiché i giovani tendono a rimandare la formazione di una famiglia fino a quando non raggiungono una maggiore stabilità economica. Quali le possibili soluzioni? Per affrontare il problema del ritardo nell’indipendenza dei giovani italiani, è importante considerare differenti alternative. Tra queste vi sono: Migliorare le opportunità di lavoro per i giovani, creando posti di lavoro stabili e ben retribuiti, cosa che potrebbe aiutarli a diventare economicamente indipendenti più rapidamente. Poi attivare politiche abitative: Favorire politiche abitative accessibili può facilitare l’acquisto di case per i giovani e ridurre la dipendenza dalla casa dei genitori.

Anche promuovere l’imprenditorialità giovanile può essere utile: Sostenere con appositi sostegni i giovani imprenditori può creare nuove opportunità di lavoro e incoraggiare l’indipendenza economica. Infine, creare strumenti per cambiare la mentalità culturale: Promuovere una cultura che valorizzi l’indipendenza giovanile e la crescita personale può aiutare i giovani a prendere decisioni più consapevoli riguardo al momento in cui lasciare casa.

Cari amici, affrontare questa sfida, che può rendere i giovani più autonomi, aiutandoli a volare da soli, richiede ovviamente un forte impegno da parte del Governo, della società e delle famiglie stesse, per creare un ambiente favorevole, tale da supportare i giovani nel loro percorso verso l’indipendenza e l’autosufficienza. Sarà qualcosa di possibile? C’è da ben sperare!

A domani.

Mario