Oristano 8 luglio 2026
Cari amici,
Inutile negarlo: l’uomo
vive la sua vita costantemente assillato da un imperativo: “Essere sempre
felice e vivere con gioia”. Una ricerca vana, quella umana, una chimera
irraggiungibile, come ha dimostrato uno dei più grandi filosofi e psicoanalisti: SIGMOND FREUD, profondo conoscitore dell’animo umano e universalmente
riconosciuto come il padre fondatore della psicoanalisi. Per Freud la vera
felicità non è per sempre, ma un traguardo sfuggente, difficile da raggiungere,
ma, soprattutto, aleatorio, che non dura per sempre.
L'essere umano è alla ricerca costante della FELICITÀ, guidato dal "principio di piacere", ma che si scontra
inevitabilmente con il "principio di realtà" e con le regole che governano la
società, regole che impongono continue rinunce. Freud attraverso i suoi studi,
in particolare nel suo famoso libro “IL DISAGIO DELLA CIVILTÀ”, analizza
questa costante ricerca umana del piacere che porta alla felicità. Nel Capitolo
II del libro, ci svela chiaramente che la convinzione umana "che la felicità debba essere un
traguardo da raggiungere e mantenere", è la fonte delle principali cause di un suo malessere, che lo porta inevitabilmente ad una profonda frustrazione.
Per il grande filosofo la ricerca per gli esseri umani della felicità “è un’estasi che brucia nel
contrasto e muore nella durata”. Un’affermazione, la sua, contenuta nel celebre
saggio prima citato, che può essere considerata una bussola che permette all'uomo di orientarsi nel
cammino della vita, per evitare che il voler essere a tutti i costi felice,
diventi invece motivo solo di dolore. In senso stretto, per l’uomo la felicità trae
origine dall’improvviso soddisfacimento di bisogni lungamente accumulati, e, per
sua natura, è possibile solo come fenomeno episodico. Ogni continuità in una
situazione vagheggiata dal principio di piacere procura solo una sensazione di
moderato benessere.
Il libro “IL DISAGIO
DELLA CIVILTÀ”, non è solo un testo di psicologia, ma una delle opere più
influenti del Novecento, descritta dallo storico Peter Gay come uno dei testi
più studiati della moderna psicologia, capace di ridefinire radicalmente il
rapporto tra l’individuo e la massa. Il cuore del saggio risiede in una
tensione drammatica e ineludibile: lo scontro tra l’ardente desiderio di
individualità e le confliggenti aspettative della società. Freud nel libro spiega con brutale chiarezza che la libertà non è affatto un beneficio della
cultura; al contrario, essa era massima prima di ogni forma di civiltà e ha
subito restrizioni costanti con l’evolversi della vita comune. “La libertà,”
scrive ancora Freud, “non è un beneficio della cultura: era più grande prima di
qualsiasi cultura”.
La teoria freudiana,
amici, ci pone davanti a uno specchio scomodo: poiché l’essere umano tende per
natura a seguire il principio di piacere (egoistico e immediato), la regolare vita
sociale equilibrata, invece, risulta possibile solo attraverso la repressione
degli egoistici istinti individuali. Allora la vita sociale diventa per l’umano
egoista una macchina di frustrazione permanente. È in questo scenario di
“disagio sociale” che Freud, nel secondo capitolo del libro prima richiamato,
focalizza la sua attenzione sulla domanda più intima: se la civiltà ci castra,
come possiamo, allora, trovare la felicità?
Amici, la ricerca del
benessere perenne, quindi della felicità, in una società ricca di regole, risulta
essere solo utopia, nel senso che non potrà mai essere una felicità duratura,
ma solo un flash temporaneo, un lampo che dura ben poco. Solo, dunque, un fenomeno
episodico, come spiega Freud, in quanto noi umani siamo biologicamente incapaci
di godere per periodi prolungati. Ogni continuità in una situazione vagheggiata
dal principio di piacere, procura solo una sensazione di moderato benessere.
Cari amici, cercare di
rendere la felicità duratura è, come afferma Freud, “un errore tecnico”. Una
volta che la situazione vagheggiata diventa continua, essa procura solo una
sensazione di “moderato benessere”. Il risultato è quella frustrazione tipica
dell’uomo contemporaneo: cerchiamo nel “sempre” una gioia che può esistere solo
nel “momento”. In questo scenario, l’uomo finisce per accontentarsi di un
obiettivo molto più modesto e rassegnato: “Essere felice per il solo fatto di
essere scampato all’infelicità”!
A domani.
Mario



































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