domenica, novembre 08, 2026

IL FISICO MAX TEGMARK E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. ALLINEATO CON CHI PAVENTA IL PERICOLO SERIO E MORTALE DELL’AUTONOMIA INCONTROLLATA DELL’I.A., SPERA IN INTERVENTI RISOLUTORI.


Oristano 8 novembre 2026

Cari amici,

Che il pericoloso avanzare dell’Intelligenza Artificiale, sempre più autonoma e in grado di autogestirsi, stia preoccupando non poco gli scienziati è una concreta realtà. Si, amici, uno di questo personaggi che teme seriamente questo pericolo è il fisico MAX TEGMARK, svedese trapiantato in USA (nato a Stoccolma il 5 maggio 1967), cosmologo e accademico oltre che professore  di fisica al Massachusetts Institute of Technology (MIT). Particolarmente noto per i sui studi su Cosmologia e Multiverso, sostiene l’ipotesi dell'Universo Matematico: "la realtà fondamentale è di natura puramente matematica", e, di conseguenza, la struttura matematica esiste indipendentemente dalla mente umana.

Studioso di Intelligenza Artificiale ed Etica, negli ultimi anni ha spostato gran parte della sua attenzione sull'impatto dell'intelligenza artificiale. È cofondatore e presidente del Future of Life Institute, un'organizzazione che si occupa di mitigare i rischi esistenziali legati alle tecnologie avanzate. La sua convinzione sulla pericolosità dell’I.A. senza controlli, lo ha portato a dialogare con i membri della Commissione vaticana sull’intelligenza artificiale presieduta dal cardinale Michael Czerny.

In Vaticano sono infatti in corso i lavori di un seminario (a porte chiuse) organizzato dalla Pontificia accademia per la vita assieme al Future of Life Institute, unitamente ad un gruppo di esperti che arrivano da tutto il mondo. È questo, in realtà, il “secondo tempo”: il primo si è svolto nel settembre dello scorso anno, quando gli stessi esperti hanno predisposto per il Pontefice un «Appello» per lo sviluppo dell’AI. Nel frattempo sono successe moltissime cose: è arrivata l’enciclica Magnifica Humanitas, si sono scoperti decine di incidenti in cui agenti di intelligenza artificiale sono entrati in sistemi informatici senza autorizzazione; e la Casa Bianca ha escluso qualunque forma di controllo internazionale sulla corsa che considera decisiva per dominare il mondo. In questo contesto complicato la Santa Sede ha deciso di riconvocare alcuni esperti per sentire la loro opinione su cosa dovrebbe accadere adesso.

Di questo gruppo di esperti Max Tegmark è forse la figura più nota: 59 anni, fisico del Massachusetts Institute of Technology e fondatore, come accennato prima, del Future of Life Institute, è stato il primo a suonare l’allarme, nella primavera del 2023, lanciando un appello per una moratoria di almeno sei mesi. Sono passati invece tre anni e mezzo: che bilancio si può fare di quella lettera aperta che venne firmata da moltissimi scienziati famosi e da Elon Musk? È stato un fallimento? «Ricordo perché prendemmo quella iniziativa. ChatGPT era appena arrivato, tutti dicevano in privato che era pericoloso proseguire su quella strada ma nessuno aveva il coraggio di uscire allo scoperto. Lo facemmo noi e oggi penso che sia stato un grande successo anche se non abbiamo ottenuto la moratoria: ma tutte le persone che erano preoccupate, quando hanno visto questo elenco di scienziati famosi dirlo, si sono sentite legittimate. Da allora è diventato socialmente accettabile dire: sono preoccupato».

E come considerare la firma di Elon Musk, il quale tre mesi più tardi avrebbe lanciato la sua impresa per vincere la corsa dell’intelligenza artificiale? «Conosco Elon Musk da più di dieci anni, e potrei dire lo stesso della maggior parte degli altri amministratori delegati delle aziende che sviluppano AI. Vedo tutta la vicenda come una tragedia greca. Anthropic, Google, e anche OpenAI: tutte hanno infranto promesse che avevano fatto. E Elon, Sam Altman, Dario Amodei e Demis Hassabis sono chiaramente convinti che sia una cosa così pericolosa al punto da non fidarsi di nessuno degli altri tre. Ogni singolo protagonista è intrappolato in questo destino: anche se capisce qual è la maledizione, non riesce a spezzarla. Per questo il resto del mondo deve intervenire e aiutarli a uscire da questa situazione».

Cari amici, come si fa ad essere ottimisti in una situazione così pericolosa? Ecco le parole di Max Tegmark: «In realtà sono ottimista. Negli ultimi tre mesi ho visto più cambiamenti nel discorso politico americano su questo tema che negli ultimi dieci anni. Ora parlare di perdita di controllo dell’AI è una discussione su qualcosa che è già successo. Così è arrivato il movimento pro-umani. Che un anno fa sarebbe sembrato ridicolo. Che cosa vuol dire, poi, essere pro-umani? Non siamo tutti pro-umani? All’improvviso è diventata una cosa reale. Il mese scorso a Washington abbiamo tenuto la prima Pro-Human Assembly. È stato surreale. Ero sul palco e mi è toccato presentare Bernie Sanders e Steve Bannon. Quasi mi veniva da darmi un pizzicotto per dirmi: sto sognando? C’è stata una sveglia potentissima. C’è fame di leadership morale, perché la maggior parte degli argomenti che sentiamo sono motivati solo dal profitto, o da come dare più potere a questo o a quel Paese. In questo scenario arriva il Papa che parla invece di qual è la cosa moralmente giusta da fare. Prevedo che ci sarà un enorme cambiamento».

Amici lettori, come ha confermato MAX TEGMARK, a giorni Il Papa vola in Argentina, il primo Paese al mondo ad aver proposto di legalizzare aziende gestite dall’intelligenza artificiale, senza esseri umani. «Spero che dica al Presidente Javier Milei la stessa cosa che ha detto a noi. Ha anche detto che "dovremmo puntare a costruire strumenti, non esseri coscienti o che meritino qualche tipo di diritto". Insomma, oggi si è collegato in pieno ai dibattiti reali che attraversano la società in questo momento.

Amici, il pericolo credo sia concreto, e la paura di certo non manca…

A domani.

Mario

 

sabato, novembre 07, 2026

L'UOMO E LE DIVERSITÀ CARATTERIALI, CHE VANNO DALLA RABBIA ALLA MALINCONIA. IPPOCRATE CERCÒ DI SPIEGARNE LE MOTIVAZIONI BEN 2.000 ANNI FA.


Oristano 7 novembre 2026

Cari amici,

Il genere umano, nelle sue reazioni emotive, mostra diversi caratteri, alcuni dei quali completamente diversi e lontani, che vanno dalla RABBIA alla MALINCONIA. Queste diversità furono ben percepite dagli antichi studiosi, tanto che il medico greco IPPOCRATE fu uno dei primi a cercare di approfondire questi diversi caratteri dell'uomo e le sue reazioni emotive (in primis rabbia e malinconia), cercando di dare una spiegazione scientifica e biologica, Ippocrate formulò la celebre teoria dei “QUATTRO UMORI”. Secondo il medico greco, la salute del corpo e l'equilibrio della mente dipendono dal corretto bilanciamento di quattro fluidi corporei (chiamati appunto "umori").

Ippocrate di Cos, nato sull'isola di Cos intorno al 460 a.C. e morto a Larissa verso il 377–370 a.C., è considerato il padre della medicina scientifica. Il medico greco, vissuto nel V-IV secolo avanti Cristo, è tradizionalmente considerato uno dei padri della medicina occidentale Secondo la sua teoria degli UMORI,  il corpo umano è regolato da quattro umori (SANGUE, FLEGMA, BILE GIALLA E BILE NERA) il cui equilibrio determina la salute, mentre il loro squilibrio causa la malattia. Quando, infatti, uno di questi umori prende il sopravvento sugli altri (instaurando uno stato di discrasia), determina sia la predisposizione alle malattie fisiche sia il temperamento psicologico dell'individuo. La teoria fu poi perfezionata da Galeno nel II secolo d.C.

Il principio base dei suoi studi era semplice: il corpo non poteva essere compreso attraverso un singolo organo o un’unica causa, ma doveva essere considerato come un insieme di componenti in relazione tra loro. La salute derivava dalla loro corretta mescolanza, mentre la malattia era interpretata come una condizione di squilibrio. Questa concezione aveva anche un significato culturale importante. La medicina ippocratica cercava spiegazioni naturali dei disturbi e attribuiva un ruolo all’alimentazione, all'ambiente, alle stagioni e alle abitudini quotidiane. Non era ancora la medicina sperimentale moderna, ma rappresentava un modo di osservare la malattia che non si affidava soltanto a cause soprannaturali. Tornando ai 4 umori, vediamoli in dettaglio.

La BILE NERA: era associata alla malinconia. Tra i quattro umori, la bile nera è probabilmente quella che suscita più curiosità. Il suo nome deriva dal greco melaina cholé: da questa espressione nasce la parola «malinconia», che conserva ancora oggi il riferimento a uno stato d'animo triste, pensieroso o incline alla riflessione. Nella medicina antica, alla bile nera venivano attribuite qualità fredde e secche, in relazione al sistema filosofico che collegava gli umori ai quattro elementi naturali: terra, acqua, aria e fuoco. Quando questo umore era considerato predominante, si riteneva che potesse favorire un temperamento malinconico, caratterizzato da tristezza, chiusura e una maggiore inclinazione alla riflessione.

La BILE GIALLA era associata al carattere collerico. Se la bile nera era associata alla malinconia, quella gialla era collegata alla collera. Il temperamento collerico veniva descritto come impetuoso, energico, irritabile e incline a reagire rapidamente. Nella visione umorale, la bile gialla possedeva qualità calde e secche e veniva messa in relazione con il fuoco. Questa associazione rispecchiava un modo di interpretare le emozioni attraverso immagini fisiche facilmente comprensibili: il calore richiamava l'agitazione, l'intensità e l'ira; il freddo, invece, veniva associato a stati più cupi o passivi. Non si trattava di misurazioni fisiologiche nel senso moderno, ma di un sistema teorico che cercava di organizzare osservazioni e analogie in una spiegazione complessiva dell'essere umano.

Per gli altri due temperamenti, SANGUE E FLEGMA, il sangue era considerato caldo e umido ed era associato al temperamento sanguigno, descritto come vivace, socievole e incline all'entusiasmo. Il flegma, invece, era ritenuto freddo e umido e veniva collegato al temperamento flemmatico: una persona calma, paziente, poco incline agli scatti emotivi. Queste categorie non erano semplicemente quattro etichette psicologiche. Nella medicina umorale, gli stessi umori servivano a interpretare sintomi fisici, predisposizioni alle malattie e risposte dell'organismo alle condizioni ambientali. Il corpo e il carattere erano considerati manifestazioni differenti di un medesimo equilibrio interno. Nel tempo, questa teoria venne sviluppata e sistematizzata da altri medici, in particolare Galeno, vissuto nel II secolo dopo Cristo. La sua interpretazione esercitò un'influenza enorme sulla medicina europea e araba e contribuì a mantenere in vita il modello umorale per molti secoli.

Cari amici, La teoria umorale non è scomparsa da un giorno all'altro. Per secoli ha offerto una spiegazione complessiva della salute, della malattia e delle differenze individuali, in un periodo in cui mancavano strumenti per osservare cellule, ormoni, microrganismi e processi biochimici. Con lo sviluppo dell'anatomia, della fisiologia sperimentale e delle nuove conoscenze sulla circolazione sanguigna, il modello ha progressivamente perso credibilità. Amici lettori, la medicina di oggi affonda le sue radici nel lontano passato!

A domani.

Mario



 

 

venerdì, novembre 06, 2026

LE MERAVIGLIE DEL NOSTRO CERVELLO: IN REALTÀ È “DOPPIO”, COME SOSTIENE LA GRANDE RITA LEVI MONTALCINI.


Oristano 6 novembre 2026

Cari amici,

Chi è stata per la scienza RITA LEVI MONTALCINI lo sappiamo bene, essendo l’unica italiana ad essere stata insignita del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1986, per la scoperta del Nerve Growth Factor (NGF), oltre ad essere stata la prima donna ammessa all’Accademia Pontificia delle scienze. Neurobiologa di fama, possiamo affermare che è stata una delle più grandi scienziate italiane del XX secolo.

La Levi Montalcini nacque a Torino il 22 aprile 1909 da una famiglia ebrea sefardita. Secondo il padre la carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di moglie e madre: nonostante ciò, si iscrisse alla facoltà di medicina all’Università di Torino, dove si laureò con il massimo dei voti nel 1936. Si specializzò in neurologia e psichiatria ma con l’emanazione delle leggi razziali nel 1938 dovette emigrare in Belgio, dove continuò i suoi studi ospite dell’Istituto di Neurologia dell’Università di Bruxelles. Nel 1940 tornò a Torino. In questa sua città natale operò a lungo al Dipartimento di Neuroscience dell’Università di Torino, (oggi a Lei intitolato), dove la grande scienziata parlava spesso di un concetto particolare e affascinante: Dentro di noi convivono due cervelli!

Cosa certamente non facile da spiegare LA TEORIA DEI DUE CERVELLI, ma – secondo la Montalcini – uno dei cervelli – il primo -  è considerato “antico, impulsivo e istintivo”, mentre l’altro, più moderno e razionale, risulta capace di autocontrollo. Tra i “due cervelli” nasce un duello continuo tra impulso e ragione, istinto e pensiero consapevole. Ecco come definisce i due cervelli la Rita Levi Montalcini.

“Quello che in molti ignorano è che queste due componenti del cervello sono alquanto diversi. Quello arcaico, limbico, è localizzato nell’ippocampo, e praticamente non si è evoluto da tre milioni di anni fa a oggi, e non differisce molto tra l’homo sapiens e i mammiferi inferiori. È un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell’ambiente e degli aggressori”.

“L’altro cervello, quello cognitivo, è molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150.000 anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie – la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero quando non è così.

Poi la Montalcini prosegue (lo ha scritto su "Repubblica" il 19 febbraio 2009): “Il cervello arcaico ha salvato l’australopiteco, ma porterà l’homo sapiens all’estinzione. La scienza ha messo in mano all’uomo potenti armi di distruzione. La fine è già alla portata. Non sono una futurologa.  Posso solo vedere quello che capita oggi. Il passato lo conosco. Il futuro… posso solo dire: speriamo! Bisognerebbe spiegarla ai giovani, l'esistenza dei due cervelli. I giovani di oggi si illudono di essere pensanti. Il linguaggio e la comunicazione danno loro l’illusione di stare ragionando. Ma il cervello arcaico, maligno, è anche molto astuto e maschera la propria azione dietro il linguaggio, mimando quella del cervello cognitivo. Bisognerebbe spiegarglielo."

Cari amici, debbo dirvi che quanto studiato dalla Montalcini mi ha intrigato non poco, e mi preoccupano anche le sue conclusioni che considero alquanto veritiere…. Credetemi, relativamente al futuro mi ha fatto venire una certa paura…..

A domani.

Mario

giovedì, novembre 05, 2026

IN GIAPPONE C'È UN UFFICIO POSTALE UNICO AL MONDO: RICEVE POSTA CHE NON SI PUÒ CONSEGNARE...


Oristano 5 novembre 2026

Cari amici,

Che la civiltà orientale abbia delle particolarità uniche al mondo credo che sia proprio vero! Oggi voglio parlare con Voi, amici lettori, di una struttura pubblica particolare, un “UFFICIO POSTALE” giapponese dove arrivano in continuazione lettere, cartoline e corrispondenza “IMPOSSIBILE DA CONSEGNARE”! Per quanto possa sembrare particolare è una struttura vera, esistente e anche abbastanza utilizzata! Vediamo un po’ perché.

Quelle che arrivano sono lettere e cartoline che non hanno bisogno di mittente e, in realtà, neanche di un ben definito destinatario, in quanto basta indirizzarla a questo particolarissimo Ufficio Postale: “C/o The Missing Post Office 1317-2 Awashima  -  Takuma-cho Mitoyo-shi   -  Kagawa  -  ken 769-1108   -  Japan.”. Questo particolare ufficio postale è ubicato sull’isola che ha il nome di “Awashima”, una piccola isola del Mare interno di Seto, che fa parte della prefettura di Kagawa.

Un tempo su quest’isola funzionava un vero Ufficio Postale, e quest’ufficio, costruito in legno, rimase inutilizzato a partire dal 1991. Nel 2013, durante la Triennale di Setouchi, l’artista Saya Kubota lo trasformò in una particolare installazione: un ufficio postale per le lettere senza destinatario, il “Missing Post Office” (in giapponese Hyoryu Yubinkyoku, “ufficio postale alla deriva“). Questa particolare trasformazione doveva durare il tempo del festival, e, finita la manifestazione, l’installazione artistica era destinata alla demolizione. A salvarlo fu il suo proprietario, Katsuhisa Nakata, ex direttore delle poste di Awashima, che si accordò con l’artista per far continuare il progetto.

Nakata ha oggi novant’anni. Ha passato una vita a maneggiare le lettere di sconosciuti e oggi, in pensione, ha scelto di prendersi cura di quelle che non potevano andare da nessuna parte. Indossa la divisa da postino, accoglie i visitatori e fa da custode a un archivio di emozioni che non appartengono a lui, ma di cui si occupa come se fosse il suo lavoro. Il suo compito è ricevere e riconoscere quelle emozioni.

Lettere e cartoline, infatti, sono tutte particolari. Contengono Rimpianti, ringraziamenti, auguri, rancori; Scuse arrivate troppo tardi, dichiarazioni mai fatte, saluti a chi non c’è più. Le lettere sono indirizzate a famigliari, amici, animali domestici, a sé stessi com’erano o come saranno. Ne arrivano da tutto il mondo, in media dieci o venti al giorno e ne sono state raccolte in totale più di sessantamila. Leggerle è possibile: basta andare di persona  (ed è questo che rende il posto così particolare): ad Awashima le parole di sconosciuti sono lì, a portata di mano, in scatole di latta appese al soffitto con corde di pianoforte. Tra tutte le lettere, può capitare di leggere frasi che sembrano essere state scritte proprio per noi. Ecco perché la gente ci va!

Il Missing Post Office si trova a quattro minuti a piedi dal porto di Awashima. Sull’isola ci vivono poche centinaia di persone, quasi tutte anziane. Ci si arriva con un piccolo traghetto. Questo particolare ufficio postale apre al pubblico di sabato, a settimane alterne. Bisogna solo controllare bene il calendario aggiornato, per non rischiare di trovare la porta chiusa. L’isola, per questa particolarità, risulta abbastanza visitata, e, chi visita l'isola, molto spesso, piange leggendo la lettera di una persona che non conoscerà mai.

Cari amici, in realtà l’uomo fin da piccolo ha voluto scrivere a personaggi fantastici, da Babbo Natale alla Befana, e da grande prova a scrivere a qualcuno che non può rispondere. A volte è un genitore, a volte un amore mancato, a volte a se stessi come si era magari molti anni prima, a volte anche al cane di casa che ci guardava come fossimo unici. Missing Post Office, amici lettori, non è un luogo triste: è un salotto dove ci si scopre simili. E se vi state chiedendo se una struttura di questo tipo “serve davvero?”, la risposta è nell’effetto collaterale più felice: chi legge una lettera scritta da altri non spia, si riconosce. È il paradosso gentile di Awashima: un archivio anonimo che restituisce identità.

A domani.

Mario

mercoledì, novembre 04, 2026

LA ZUPPA FRANTOIANA. L'ANTICO PIATTO POVERO DELLA TRADIZIONE TOSCANA È IDEALE PER RESTARE IN FORMA D’INVERNO! ECCO I SUOI NUMEROSI BENEFICI.


Oristano 4 novembre 2026

Cari amici,

La “ZUPPA FRANTOIANA” è un piatto tradizionale della cucina toscana (in particolare della zona di Lucca e della Garfagnana); la ricetta, considerata “povera” della civiltà contadina, nasce per valorizzare le verdure dell'orto e, soprattutto, l'olio extravergine di oliva nuovo appena spremuto. Fu chiamata proprio così in quanto i contadini la preparavano al momento della frangitura delle olive. È una zuppa ricca di verdure e di legumi, con un  gusto molto gradevole e con un soave profumo, tanto da essere considerata perfetta da portare a tavola quando i primi freddi iniziavano a farsi sentire.

Nata, dunque, come ricetta rustica, questa zuppa è fatta quasi esclusivamente con le verdure dell'orto, ma, ciò nonostante, è un piatto che può andare tranquillamente davanti a un Re, tant'è ricca e saporita e gustosa. Questo piatto con verdure (non mancano certo i fagioli, il cavolo nero e le bietole) è una coccola per gli occhi e il palato. Un piatto antico ma che non passa mai di moda. Una zuppa di verdure così buona e semplice da essere considerata perfetta per l'inverno e le giornate più fredde.

Amici, dal punto di vista nutrizionale, questa Zuppa frantoiana è un felice mix di ingredienti tutti utili al nostro organismo. Un piatto ricco di fibre (legumi, cavoli, bietole, pane integrale se usato), con un buon apporto di proteine vegetali (fagioli), con grassi prevalentemente insaturi, grazie all’olio extravergine d’oliva, con una gamma varia di vitamine, minerali e antiossidanti tipici degli ortaggi. Si tratta quindi di una preparazione che si inserisce perfettamente nel modello di dieta mediterranea, soprattutto se accompagnata da uno stile di vita attivo e da un’alimentazione quotidiana equilibrata. Vediamo meglio, ora i valori nutrizionali, i benefici e il ruolo degli ingredienti chiave. Legumi: proteine vegetali e salute metabolica. I fagioli borlotti rappresentano il cuore proteico della zuppa frantoiana. Forniscono: Proteine vegetali di buona qualità, utili per chi riduce o limita il consumo di carne, Fibre solubili e insolubili, che contribuiscono a modulare l’assorbimento di zuccheri e grassi, Minerali come ferro, potassio, magnesio, Una quota di carboidrati complessi a lento assorbimento.

Verdure a foglia e ortaggi: fibre, vitamine e antiossidanti; Cavolo nero, cavolo verza, bietole, zucca, carote, sedano e cipolla apportano un vero assortimento di micronutrienti: I cavoli sono ricchi di vitamina C, vitamina K, acido folico e composti solforati tipici delle crucifere, associati a una maggiore protezione cellulare, Le bietole forniscono folati, magnesio e potassio, utili anche per la salute cardiovascolare, La zucca è una fonte di carotenoidi (precursori della vitamina A) e di fibre, con un apporto calorico contenuto, Cipolla, sedano e carota (classico “soffritto”) aggiungono ulteriori fitocomposti antiossidanti e aromi naturali che riducono il bisogno di sale in eccesso

Infine, l’Olio extravergine d’oliva: grassi buoni e polifenoli. L’ingrediente che rende caratteristica la zuppa frantoiana è l’olio extravergine di oliva, in particolare quello “nuovo” ottenuto dalla molitura delle olive appena raccolte. Dal punto di vista nutrizionale: È una fonte importante di acidi grassi monoinsaturi, in particolare acido oleico, associato a un migliore profilo lipidico. Contiene polifenoli e vitamina E, con azione antiossidante.

Come preparare e conservare la zuppa frantoiana. Partiamo dalla cottura dei fagioli.: i fagioli secchi vanno ammollati e cotti con aromi (aglio, salvia, alloro) senza esagerare con il sale. In alternativa si possono usare fagioli già lessati, risciacquati per ridurre il sodio in eccesso. Soffritto controllato: carota, sedano e cipolla possono essere rosolati con una quantità moderata di olio, eventualmente allungando con un po’ di acqua o brodo vegetale per limitare la formazione di composti indesiderati da frittura..

Aggiunta delle verdure a foglia: cavolo nero, verza e bietole vengono tagliati sottili per favorire una cottura uniforme e una migliore digeribilità. Parte cremosa: una frazione dei fagioli può essere frullata con il loro liquido di cottura per ottenere una consistenza più densa, riducendo il bisogno di aggiungere patate in grandi quantità. Cottura lenta: la zuppa sobbolle a fuoco basso per permettere alle verdure di ammorbidirsi e ai sapori di fondersi.

La zuppa frantoiana si presta bene ad essere: Preparata in quantità maggiori e consumata in 2–3 giorni, conservandola in frigorifero in contenitori chiusi. Congelata in porzioni singole, da scongelare e scaldare all’occorrenza, mantenendo così un’opzione sana sempre pronta. Nei giorni successivi tende a diventare più densa: in questi casi è possibile: Aggiungere un po’ di acqua calda o brodo vegetale per riportarla alla consistenza desiderata; Utilizzarla come base per altre preparazioni, ad esempio arricchita con un cereale integrale (farro, orzo) per creare un piatto ancora più completo.

Cari amici, questa zuppa, preparata con attenzione e con i giusti ingredienti può diventare uno dei piatti cardine dell’inverno per chi desidera unire gusto, comfort food e attenzione alla salute, sfruttando al meglio le risorse dell’orto e le proprietà dell’olio extravergine di oliva. Personalmente sono curioso di provarla, avendomi assicurato (amici toscani) che “Sazia a lungo, aiuta l'intestino e tiene anche a bada la glicemia”! Io la consiglio anche a Voi.

A domani.

Mario

 

martedì, novembre 03, 2026

SI PUÒ FUGGIRE DA TUTTO E DA TUTTI, MA NON SI PUÒ FUGGIRE DA SE STESSI. LA MASSIMA È DEL GRANDE SENECA: “I MALI CHE FUGGI SONO IN TE”!


Oristano 3 Novembre 2026

Cari amici,

Qualcuno di Voi mi accuserà di parlare troppo di SENECA su questo Blog, ma, credetemi, certe sue affermazioni certi suoi studi sono validissimi anche oggi, come lo erano ai suoi tempi, praticamente oltre 2 mila anni fa! E io in realtà l’ho sempre ammirato! Lucio Anneo Seneca (in latino Lucius Annaeus Seneca nacque a Corduba nel 4 a.C. e morì a Roma nell’aprile del 65. Fu indubbiamente un grande filosofo, drammaturgo e anche un capace  politico romano.

Seneca studiò l’uomo in tutte le sue sfumature, compresa quella del desiderio di  trovare la pace andando lontano, cambiando ambiente e città, chiudendo una relazione, lasciandosi alle spalle il passato per ricominciare da zero. L’essere umano spesso si illude che la felicità sia altrove, lontano da ciò che lo fa soffrire. Eppure, anche quando troviamo il coraggio di andare via, ci accorgiamo che certe paure e inquietudini continuano a seguirci, ovunque andiamo. Per una ragione molto semplice: perché non tutto quello da cui vorremmo fuggire si trova fuori di noi!

Seneca già duemila anni fa aveva capito che i mali che ci assillano non sono all’esterno, ma in gran parte sono dentro di noi! Il filosofo in una sua frase breve ma potentissima mette l’uomo davanti a una verità difficile da accettare: «I mali che cerchi di fuggire sono in te». Un pensiero che invita a guardarsi dentro e a riconoscere ciò che spesso preferiamo ignorare. Perché cambiare luogo, abitudini o persone, può aiutarci a ricominciare, ma non sempre basta a ritrovare la serenità. A volte, il viaggio più importante è proprio quello che continuiamo a rimandare: imparare a fare pace con noi stessi.

Amici, Seneca aveva già allora compreso qualcosa che ancora oggi noi facciamo fatica ad ammettere: cambiare luogo non significa necessariamente cambiare stato d'animo. Possiamo trasferirci dall'altra parte del mondo, incontrare persone nuove, modificare completamente le nostre abitudini. Ma se dentro di noi continuano a vivere le stesse paure, queste finiranno per riaffiorare anche nella vita che abbiamo appena costruito. È come portare con sé una valigia invisibile, piena di tutto ciò che non abbiamo mai avuto il coraggio di affrontare.

Quante volte pensiamo che saremo felici soltanto quando avremo ottenuto qualcosa? Quando avremo trovato la persona giusta, raggiunto un traguardo importante o lasciato alle spalle un periodo difficile? Il rischio è quello di rimandare continuamente la nostra serenità, convincendoci che dipenda sempre da una condizione esterna. Eppure, se non impariamo a fare pace con noi stessi, anche il posto più bello del mondo può diventare una nuova prigione.

Fuggire, in fondo, è spesso più facile che fermarsi. È più semplice attribuire tutta la nostra infelicità a una situazione, a una persona o a un errore del passato, piuttosto che interrogarci su ciò che accade dentro di noi. Guardarsi davvero “DENTRO” richiede coraggio, perché significa riconoscere anche le proprie fragilità, le contraddizioni e quelle ferite che abbiamo cercato a lungo di ignorare. Bisogna trovare il coraggio di guardarsi davvero dentro, invece di continuare a scappare!

Cari amici, il messaggio di Seneca non è un invito a battersi il petto e colpevolizzarsi. Non significa che ogni sofferenza sia una nostra responsabilità o che dobbiamo sopportare situazioni che ci fanno davvero male. Indubbiamente allontanarsi da un ambiente tossico, interrompere una relazione dolorosa o cambiare strada, spesso è proprio necessario. Il punto dolente, però, è un altro: non possiamo guarire, non possiamo ritrovare la felicità, se non ci guardiamo dentro di noi, senza falsi nascondimenti. A volte il primo passo verso una vita diversa, più serena e felice, non è cercare di andare lontano, ma fermarsi a riflettere, dandosi il giusto tempo per capire “da cosa stiamo cercando di scappare”! 

A domani amici lettori.

Mario