venerdì, luglio 03, 2026

IL GRANDE BUSINESS DELLE “RINNOVABILI”, CHE VEDE AL CENTRO LA SPECULAZIONE SULLA SARDEGNA E CHE I SARDI STANNO PAGANDO MOLTO CARO!


Oristano 3 luglio 2026

Cari amici,

La SARDEGNA è al centro del grande Business delle energie rinnovabili, un assalto quasi all’arma bianca che sta mettendo in ginocchio un’isola che viene devastata e che sta perdendo importantissime tracce della sua storia millenaria. Questo assalto ha praticamente generato un paradosso: la Sardegna è diventata l'hub principale della transizione energetica nazionale, ma i suoi abitanti pagano addirittura le bollette dell’energia elettrica  come le più salate d'Italia! Si, nonostante la massiccia produzione di energia, i sardi continuano a subire i rincari, complici la mancata metanizzazione dell'isola, l'isolamento dalle grandi reti di trasmissione e un'eccessiva dipendenza dalle fonti fossili tradizionali.

Insomma, sulle Rinnovabili si è scatenato uno straordinario business che, però, pesa massicciamente sulle tasche dei cittadini sardi! Si tratta di un affare da 1,6 miliardi di euro, considerando solo il surplus di energia che non serve all’Isola e che non si può esportare. Su questo particolare business, l’ingegnere GIOVANNI COSSU, intervistato dal nostro quotidiano “L’UNIONE SARDA” ha voluto chiarire e spiegare come funziona in realtà la grande speculazione in atto nella nostra Isola, nei confronti sia dell’eolico che del fotovoltaico.

Il professionista, per far intendere meglio questo marchingegno è voluto partire dall’inizio, ricordando che «alla nostra Isola fu assegnata una quota di rinnovabili, da attivare entro il 2030, pari a 6,2 gigawatt». Ma le richieste di connessione presentate nell’Isola sono arrivate a ben 44,98 gigawatt: «Vuol dire che c’è una domanda di impianti superiore di oltre sette volte rispetto all’obiettivo regionale di decarbonizzazione». Vediamo meglio la situazione partendo dallo scenario attuale.

Oggi in Sardegna sono attivi il SAPEI e il SACOI (con quest’ultimo in fase di potenziamento nella versione tre). «Una volta concluso il TYRRHENIAN LINK, al massimo dell’utilizzo, i cavidotti sarebbero in grado di trasportare quasi 21mila gigawattora in un anno». Aggiungendo i circa 8.400 che sono il fabbisogno dell’Isola, si arriva a 30mila, «quindi con un surplus annuo di 10mila, considerando le richieste di connessione presentate a Terna».

Ed è proprio qui che entrano in gioco i meccanismi della speculazione. «Una volta che i progetti sono autorizzati – ricorda l’ingegner Cossu –, ai titolari degli impianti l’energia viene pagata in base alla producibilità dichiarata, a prescindere dal suo utilizzo o meno». «Il surplus sardo dei 10mila gigawattora può generare ricavi medi per 80 milioni di euro annui», e siccome i contratti delle aste sono ventennali, «il business si può stimare in 1,6 miliardi». Un business a spese di tutti, visto che «i costi energetici derivanti delle cosiddette "fonti verdi" sono caricati sulle nostre bollette». Amici, ecco perché a noi sardi l'energia costa così cara! L'energia prodotta in eccesso viene esportata, come accennato, tramite il Tyrrhenian Link ed elettrodotti esistenti, ma il prezzo in bolletta continua a essere ancorato alle oscillazioni del gas fossile nazionale. Di fatto, la Regione Sardegna non trattiene i benefici economici della produzione!

Il braccio di ferro istituzionale tra la nostra isola e lo Stato continua: dopo le limitazioni imposte dalla Regione sulle aree idonee, si susseguono sentenze del TAR Sardegna e ricorsi costituzionali che cercano di definire dove e come installare gli ulteriori impianti richiesti. La nostra isola, insomma continua ad essere colonia (anche energetica), facendo ricadere sui sardi un notevole impatto sociale: il paradosso energetico grava direttamente sulle famiglie e sulle PMI sarde, che subiscono costi dell'elettricità superiori del 30% rispetto alla media nazionale e un'emergenza carovita che interessa oltre 240 mila persone.

Cari amici, considerato l’improbabile aumento dei consumi energetici nell’isola, i sardi oggi si trovano davanti a un curioso e penalizzante paradosso: pagare in bolletta oneri di sistema più alti del costo dell’energia! Sono questi, amici lettori, gli scenari e le conseguenze dell’assalto delle rinnovabili sulla nostra isola. Il risultato? SARDEGNA, sempre e comunque, COLONIA, anche energetica! Gridiamo il nostro forte NO, facciamoci valere!!!

A domani.

Mario

 

 

giovedì, luglio 02, 2026

L’UOMO E IL DIFFICILE “COMPROMESSO” TRA EGOISMO E ALTRUISMO. PER PLATONE NON SI POSSONO SEMPRE ACCONTENTARE GLI ALTRI, MA BISOGNA PENSARE ANCHE A SE STESSI.


Oristano 2 luglio 2026

Cari amici,

Il filosofo PLATONE (Atene, 428/427 a.C. – 348/347 a.C.) è stato uno dei più grandi e influenti protagonisti della storia del pensiero occidentale. Discepolo di Socrate e maestro di Aristotele, fondò l'Accademia di Atene, ponendo le basi della filosofia, della politica e della metafisica occidentale. La sua filosofia fu sempre orientata alla ricerca della verità assoluta e del Bene, per superare il relativismo dei sofisti. Il suo pensiero era fondato sulla Teoria delle Idee, che divideva la realtà in due mondi: il mondo sensibile (mutevole e imperfetto) e l'Iperuranio (regno eterno e perfetto dei modelli ideali).

Indubbiamente una filosofia, quella di Platone, che fa riflettere l’uomo: una filosofia che parla del rispetto verso se stessi, senza cercare sempre di accontentare tutti, in quanto questa sarebbe la via sicura per l'insuccesso. Vivere assecondando continuamente le aspettative degli altri porta a smarrire il proprio valore. In quest’ottica il filosofo greco ci invita a non scendere a compromessi continui, focalizzandoci invece sui propri principi e sul raggiungimento della giustizia e della verità.

Il pensiero di Platone è un pensiero coerente, che si scontra chiaramente con il relativismo e con la ricerca del consenso a tutti i costi. Platone, nella sua visione (espressa in opere fondamentali come la Repubblica), invita ad agire per il bene comune, cosa che richiede un’analisi introspettiva razionale, tale da rendere la persona perfettamente conscia del proprio valore, e non sempre pronta ad assecondare gli altri, comprimendo le proprie esigenze ed il proprio pensiero- Per Platone ogni uomo deve essere sempre fedele a se stesso, la sua mente deve essere sempre guidata dalla ragione, non dalle passioni o dal bisogno di approvazione sociale.

C’è una frase, attribuita a Platone, che invita a riflettere su una delle abitudini più diffuse e difficili da riconoscere: il bisogno di piacere agli altri. “Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti”. La realtà è che passiamo la vita andando costantemente a caccia di un'approvazione che ci metta al riparo da critiche e conflitti, sacrificando il proprio IO. Il vero pericolo, però, scatta quando l'ossessione di non scontentare nessuno finisce per soffocare la nostra stessa identità.

Amici, se riflettessimo ci accorgeremo che è impossibile accontentare tutti. La verità è che non esiste una scelta capace di mettere d’accordo chiunque. Ogni persona vede il mondo in modo diverso, ha sensibilità diverse e desidera cose diverse. Cercare continuamente il consenso diventa quindi una corsa inutile, dove sarà impossibile arrivare al traguardo. Ed è proprio questo il senso della filosofia di Platone: quando si vive solo per ottenere approvazione, si smette di scegliere davvero. Dire sempre “sì”, perchè si ha paura di deludere qualcuno, alla fine si finisce per svilirsi, e stare male con sé stessi.

In realtà, amici, il pensiero di Platone risulta validissimo anche oggi, nella società ultra tecnologica che viviamo. Proviamo a pensare ai SOCIAL NETWORK, che ormai la gran parte di noi utilizza costantemente, e dove, sempre più spesso, il valore di una persona viene misurato attraverso like, commenti e visualizzazioni. Molti sentono il bisogno di mostrarsi sempre perfetti o di dire ciò che gli altri vogliono sentirsi dire. Ma vivere costantemente alla ricerca del consenso può diventare alquanto frustrante. Perché il giudizio degli altri cambia continuamente, mentre costruire una propria identità richiede tempo, sicurezza e anche il coraggio di non piacere a tutti.

Da grande filosofo qual era, Platone mise in discussione anche l’idea stessa di successo. Per Lui avere successo non significava essere approvati da chiunque, ma piuttosto, riuscire a vivere in modo autentico, senza sentirsi obbligati a cambiare continuamente opinione per ottenere conferme. Le persone che lasciano il segno, nella storia come nella vita quotidiana, - per Platone - sono spesso quelle che hanno avuto il coraggio di esporsi, di prendere posizione e di accettare il rischio delle critiche.

Cari amici, ciascuno di noi, per quanto altruista e rispettoso delle opinioni degli altri, dovrebbe anche mettere in conto e accettare che qualcuno possa non essere d’accordo con il nostro pensiero. Anzi, spesso, l’accettazione della diversità è il primo passo per costruire rapporti più sinceri e una vita più libera e rispettosa di se stessi e degli altri. Ed è probabilmente per questo motivo che anche oggi il pensiero e la filosofia del grande Platone sono ancora validi, senza se e senza ma!

A domani.

Mario

mercoledì, luglio 01, 2026

LA DESERTIFICAZIONE DEI CENTRI URBANI A SEGUITO DELLA SCOMPARSA DELLE BOTTEGHE. I POSSIBILI RIMEDI.


Oristano 1° luglio 2026

Cari amici,

Ho pensato di iniziare i post di luglio parlando con Voi, amici lettori, di "DESERTIFICAZIONE", sia abitativa che commerciale, considerato che la Sardegna in particolare vive una pericolosissima desertificazione in tutti i sensi. Chi, come me, ha vissuto anche nella prima metà del secolo scorso, sa bene che una volta, sia in città che nei centri più modesti, era presente un tessuto commerciale e artigianale che riusciva a soddisfare praticamente tutte le esigenze della Comunità. Poi, lentamente ma inesorabilmente, il prepotente avanzare della grande distribuzione e dell’industria dell’usa e getta, hanno cancellato migliaia di attività minori costringendole alla morte. Con la chiusura delle botteghe artigiane e dei negozi di vicinato, sono scomparsi dai centri urbani i fondamentali presidi sociali, aumentando il degrado e la percezione di insicurezza nei quartieri, arrivando anche alla desertificazione abitativa.

Si, la desertificazione commerciale e artigianale è oggi diventata un'emergenza molto seria, se pensiamo che dal 2012 in Italia sono scomparsi oltre 156.000 negozi, oltre all’azzeramento delle botteghe artigiane. Le cause, come accennato prima, sono da attribuire alla crescita dell'e-commerce, oltre che alla diffusione della GDO e, soprattutto, a causa dai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori. La scomparsa delle botteghe di quartiere (oggi definiti meglio negozi di prossimità) non sono da considerare un semplice problema economico, ma che si ripercuote fortemente anche sulla perdita di socialità che esse consentivano.

Amici, la “desertificazione commerciale” è ormai un terribile dato di fatto. Basti pensare che ora Amazon sta cercando di dare il colpo di grazia al commercio di prossimità, senza che la classe politica faccia sentire la sua voce e che anche le associazioni di categoria appaiono incapaci di interpretare le profonde trasformazioni economiche e sociali originate da internet e poi delle piattaforme. Così ora ci troviamo a rimpiangere il negozio sotto casa, il fruttivendolo all’angolo e il fornaio della piazza, il bar tabacchi e il ciabattino. Oltre l’aspetto commerciale, infatti, è scomparsa la socialità che ne derivava.

Dal rapporto “Città e demografia d’impresa”, condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo ma tra i più popolosi del nostro Paese, si rileva che sono 156 mila i punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante scomparsi tra il 2012 e il 2025. In Italia negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 21 mila bar e caffè e il fenomeno ha riguardato soprattutto i piccoli centri, i territori marginali che già scontavano una povertà di relazioni sociali. Senza addentrarci in analisi specifiche, mi limiterò a sottolineare che bar e negozi sono per eccellenza i luoghi nei quali le persone entrano in contatto, sia pure per brevi attimi e casualmente, con sconosciuti o persone che appena si conoscono.

Amici lettori, è proprio nei piccoli negozi, nelle barberie, nei bar, che è presente questa “socialità minore”, ma essenziale per la tenuta dei legami sociali, che trovano la più chiara espressione nei “legami deboli”, teorizzati dal sociologo Mark Granovetter e intesi come “funzioni ponte” che uniscono e collegano cerchie sociali differenti e attraverso scambi di notizie, idee e suggerimenti, che arricchiscono il capitale sociale degli individui. Ovviamente i legami deboli non sono una prerogativa esclusiva di bar e negozi, però ne sono una componente rilevante.

Ci domandiamo “Quali i possibili rimedi?”. La desertificazione commerciale e sociale dei quartieri e dei centri minori è un problema serio e molto sentito, in particolare per la seria conseguenza che porta all'isolamento e alla perdita di identità urbana. Per invertire questa tendenza, le città stanno puntando su modelli di “rigenerazione urbana partecipata”, facendo in modo che i servizi essenziali e i luoghi di socialità tornano a prendere possesso dei centri urbani ora deserti, in modo che gli abitanti possano ritrovarli a breve distanza da casa.

Cari amici,  ecco le possibili strategie e le soluzioni più efficaci che potrebbero essere adottate per ridare vita ai quartieri: Riapertura di botteghe di vicinato: Attraverso sgravi fiscali e bandi comunali per l'apertura di nuove attività artigianali, commerciali e negozi di prossimità che fungono anche da presidi di sicurezza e relazione; Spazi di coworking e incubatori sociali: Trasformazione di locali sfitti o edifici dismessi in hub di quartiere, luoghi aperti al pubblico dove i residenti possono lavorare, studiare o incontrarsi; "Portinerie di quartiere": Negozi multi-servizio che offrono supporto quotidiano (ritiro pacchi, aiuto per le pratiche, socializzazione) e fungono da punto di riferimento per gli abitanti. Se vogliamo, possiamo dare nuovo spazio alla socialità!

A domani.

Mario

martedì, giugno 30, 2026

IL MALE DEL TERZO MILLENNIO? LA CRESCENTE SOLITUDINE DEGLI ANZIANI! SERVIREBBE UNA STRUTTURA CENTRALE, UN “MINISTERO PER LA CONNESSIONE SOCIALE”.


Oristano 30 giugno 2026

Cari amici,

Dedico l'ultimo post di Giugno agli anziani, quelli che come me hanno conosciuto un "modo di vivere" ben diverso da quello attuale! Un mondo dove la socialità era quotidiana, dove in povertà ci si aiutava l'un l'altro, mentre oggi l'arida vita sociale è costituita solo da una "FOLLA SOLITARIA", come ben l'ha descritta il grande Riesman, incapace di amare. In questo Terzo Millennio, caratterizzato oramai da una crescente tecnologia, la vita media dell’uomo si è allungata e gli anziani, ormai, considerato anche il forte rallentamento delle nascite, sono diventati una popolazione sempre più numerosa e messa da parte. L’aumento della durata della vita è certamente un ottimo traguardo, ma oggi c’è un problema che angustia gli anziani, un problema alquanto serio: LA SOLITUDINE. Si, nella Terza Età la solitudine costituisce, oramai, un'emergenza riconosciuta. Gli anziani, infatti, oltre all'assistenza materiale, hanno costante necessità di socializzazione attiva, di supporto psicologico, e di reti di prossimità, tutti strumenti atti a prevenire il decadimento cognitivo.

In Italia questo problema è alquanto sentito, e, a livello nazionale, sul pericoloso fenomeno dell’isolamento degli anziani, è intervenuto il portavoce nazionale della rete ADA - ASSOCIAZIONI PER I DIRITTI DEGLI ANZIANI: Antonio Derinaldis. Ecco come si è espresso: «Per raggiungere l’obiettivo è necessario costruire una forte strategia nazionale, che preveda l’attivazione “trasformativa” delle strategie regionali, comunali, metropolitane e municipali. Non più agire con interventi frammentati, ma costruendo un ecosistema di innovazione sociale coordinato, che riconosca la solitudine come un fenomeno pluridimensionale: psicologico, sociologico, pedagogico ed inter-disciplinare»

Nel 2025 la Commissione sulla connessione sociale dell’Organizzazione mondiale della sanità-Oms, ha pubblicato un Paper sul tema, così come, sempre sul tema, anche la ricerca effettuata dall’Oregon State University recentemente resa nota, ha affermato che i social media ci fanno sentire sempre più soli; sulla stessa lunghezza d’onda anche il “Marco Estrategico Estatal de Las Soledades”, appena varato in Spagna, e interventi pedagogici sull’educazione alle solitudini, come quello di Micaela Castiglione, oltre a numeroso altri interventi che ci fanno davvero riflettere sullo stato della “Senilità”, un pezzo ampio di società che non fa rumore, che soffre. Il fulcro del problema altro non è che l’assenza – per gli anziani - di connessione sociale, di solitudine e di isolamento, con punte di disconnessione sistemica.

I diversi report, amici, evidenziano in modo univoco che “lo stato di isolamento e di disconnessione sociale” favorisce l’insorgenza della depressione, oltre ad un aumento delle malattie cardiache, rischio di ictus e di demenza, arrivando anche a portare il soggetto ad una morte prematura. L’Italia, amici, è uno dei Paesi più longevi al mondo: oggi gli over 65 sono 14,5 milioni (24,7% della popolazione), mentre gli over 80 superano i 4,6 milioni. Le proiezioni indicano che entro il 2050 gli over 65 saranno 17,7 milioni, pari o superiore al 35% della popolazione.

Amici, la solitudine degli anziani è oramai un fenomeno dirompente. Di anno in anno  cresce il numero delle persone che vivono sole: le famiglie unipersonali rappresentano ormai il 36,2% del totale, e tra gli over 75 quasi il 40% vive da solo. La solitudine degli anziani è un’emergenza serie e pervasiva di disagio sociale, che ha registrato circa 3mila richieste di aiuto nei primi mesi dell’anno, Le conseguenze? Tra le persone anziane over 65 si stimano tassi di 10 decessi ogni 100mila abitanti.

La triste realtà è che LA SOLITUDINE È “UNA QUESTIONE PUBBLICA SOCIALE E POLITICA”, non più un disagio privato! È necessaria mettere in atto una “strategia nazionale per la connessione sociale e il contrasto alle solitudini”. Un “PRIORITY ACTION PLAN con un arco temporale direi 2027-2037. Una linea d’azione che segni una svolta dirompente e di rottura, prima che politica. Non una strategia tecnica, ma una nuova grammatica trasformativa di impatto. In sintesi, una visione di Paese che rimetta al centro ciò che ci rende umani, “la relazione sociale”.

Cari amici, il problema è serio e andrebbe affrontato quanto prima. Per contrastare l’epidemia della solitudine e della disconnessione sociale è necessario, come accennato prima, un coordinamento nazionale, che metta insieme Istituzioni pubbliche e reti associative avanzate del Terzo settore,  sindacati riformisti e di prossimità, Università orientate verso la quarta missione,  istituzioni educative open, volontariato generativo e di confine. Insomma, la soluzione potrebbe essere quella di creare un “Dicastero alla connessione sociale”, capace di contrastare le solitudini, creando strutture adeguate non solo per gli anziani ma anche per i giovani, e incaricato di coordinare tutte le politiche riguardanti questo terribile problema.

A domani, amici lettori.

Mario

lunedì, giugno 29, 2026

STIAMO VIVENDO UN'ESTATE BOLLENTE: UTILIZZIAMO I PIATTI DI MARE CHE AIUTANO A CONTRASTARE LA CALURA DELLA STAGIONE. UNA SAPIDA RICETTA? IL GATTUCCIO DI MARE ALLA BOSANA!


Oristano 29 giugno 2026

Cari amici,

L'estate, specialmente nell’Oristanese, dove l’umidità estiva ha livelli alquanto alti, a livello culinario si affronta in cucina con la preparazione di piatti di mare freschi e leggeri, perfettamente adatti a contrastare il caldo. Le specialità presenti includono pesci dello stagno e di mare, come insalate di polpo, la classica fregula con i frutti di mare e gli spaghetti con le arselle o con la bottarga di Cabras. Ecco la bella ricetta di cui voglio parlarvi oggi, amici lettori: il “GATTUCCIO DI MARE” preparato alla bosana. Vediamo come lo possiamo preparare.

Il Gattuccio alla bosana è un piatto tipico della città di Bosa, risalente addirittura ai fenici. La ricetta originale prevedeva la preparazione utilizzando sempre una razza o un  gattuccio, che, dopo essere stato lessato, veniva ricoperto con una particolare salsa, preparata con un soffritto d'aglio e prezzemolo, il fegato del pesce e aceto; successivamente, con l'avvento del pomodoro, la ricetta venne modificata, portandola a quella che possiamo gustare noi oggi. Questa pietanza può essere servita sia come antipasto che come secondo.

Si, amici, una delle ricette di origine molto antica è proprio quella di cuocere il pesce e ricoprirlo con una salsa agrodolce dai mille sapori. Il gattuccio, per chi poco lo conosce, è un piccolo squalo diffuso nel Mediterraneo con delle carni molto saporite. Ecco come possiamo prepararlo con questa ricetta, che, tutto sommato non presenta grandi difficoltà (difficoltà media) Come tempo di cottura richiede circa 35 minuti, più le 24 ore per la macerazione. Andiamo avanti.

INGREDIENTI: gattuccio 800 gr, olio extravergine d’oliva mezzo bicchiere, aglio 4 spicchi, pomodori secchi 5, aceto di vino bianco mezzo bicchiere, prezzemolo 1 mazzetto; per accompagnare, fette di mela (facoltativo).

LA PREPARAZIONE. Partiamo iniziando a lessare il gattuccio lasciandolo poi raffreddare. Iniziamo, poi, a spellarlo, provvedendo anche ad eviscerarlo. Dopo la pulitura lo tagliamo a tranci non tanto piccoli e li rosoliamo nell’olio già caldo, a fuoco medio, per circa 5 minuti, togliendoli non appena ci appariranno ben dorati, e mettendoli a scolare sulla carta per alimenti, lasciandoli raffreddare. Ora sciacquiamo i pomodori secchi dal sale in eccesso, e li tritiamo molto finemente insieme all’aglio e al prezzemolo (5 minuti). Poi soffriggiamo nello stesso olio il trito di aromi per circa 5 minuti.

Al termine, aggiungiamo l’aceto e lo facciamo sfumare a fuoco alto per circa 5 minuti, abbassando poi la fiamma e continuando per altri 5 minuti. Verifichiamo ora se il sugo ha iniziato a raddensarsi, altrimenti dobbiamo continuare per qualche altro minuto. Versiamo ora di nuovo nel tegame il gattuccio, lasciando andare a fiamma bassa e cucinandolo ancora per altri 5 minuti, mescolando molto delicatamente; alla fine il sugo deve risultare denso; la salatura è data dai pomodori secchi.

Cari Amici, siete praticamente arrivati al termine: spegnete e lasciate raffreddare, passando poi in frigo per 1 giorno, mescolando, meglio, di tanto in tanto. Trascorso il tempo di macerazione, potete servire a tavola il pesce a temperatura ambiente, o anche fresco! Nella tradizione, il piatto si può accompagnare con delle fette di mela! Per gustare al meglio questa ricetta consiglio di portare a tavola un sapido Karmis, della Cantina CONTINI, fresco, profumato e capace di soddisfare anche i palati più raffinati! Naturalmente, auguro a tutti Voi un sincero “BUON APPETITO”!

A domani.

Mario

domenica, giugno 28, 2026

ANTICHI RITI E CREDENZE: IL “MALOCCHIO”, MITI E VERITÀ. LA SUA PRESENZA NELLA CULTURA ITALIANA.


Oristano 28 giugno 2026

Cari amici,

Il "MALOCCHIO", detto anche “Affascino”, è una credenza popolare antichissima, millenaria, secondo cui lo sguardo invidioso o malevolo di determinate persone può causare sfortuna, malessere o problemi fisici di varia natura. La Credenza risulta alimentata dall'invidia e dal risentimento. Il Malocchio affonda le sue radici nell'antichità classica, fondendosi poi con la tradizione popolare, la magia contadina e i rituali cattolici, diffondendosi e radicandosi in quasi tutte le culture.

I Greci e i Romani temevano il Malocchio, (per loro "fascinazione", dal latino fascinum, legata al verbo fari, cioè parlare/incantare). Figure come Plutarco e Plinio il Vecchio documentarono il potere dello sguardo invidioso. Nei secoli successivi l'antropologo Ernesto De Martino esplorò a fondo questa credenza, radicata nelle Comunità rurali del Sud Italia; il Malocchio in realtà rappresentava una reazione culturale all'ansia e all'incapacità di spiegare le avversità. Con l’arrivo del cristianesimo, la Chiesa trasformo la “Fascinazione” in “Sincretismo Religioso”: lo fece integrando le paure dell’uomo, ovvero trasformando gli antichi scongiuri pagani in preghiere, benedizioni e pratiche di "esorcismo popolare".

In Sardegna, queste antiche tradizioni evidenziano quanto questo fenomeno fosse presente nella vita quotidiana, in particolare ai tempi della civiltà contadina. I sintomi tradizionalmente associati al "malocchio" includono spossatezza, mal di testa, insonnia e un generale senso di malessere fisico e mentale. Per proteggersi o sconfiggere il malocchio, la tradizione sarda prevede rituali specifici: i Brebus: Si tratta di formule magiche di guarigione, tramandate oralmente e spesso recitate dalle anziane del paese. Poi si aggiungeva il rito dell'acqua: prevedeva l'uso di un piatto con acqua e olio. Se l'olio si allargava o formava delle figure, si riteneva che il malocchio era presente, e attraverso specifiche preghiere si procedeva a "tagliare" il malocchio.

Amici lettori, su questo blog il 28 novembre del 2011 affrontai in modo completo questo argomento, relativamente alla SARDEGNA. Chi fosse interessato può andare a leggere quanto scrissi, cliccando sul seguente link: https://amicomario.blogspot.com/2011/11/la-nostra-magica-e-scaramantica-cultura.html. È stata una difficile ricerca che, credo, valga la pena di leggere.  Ebbene, ma il Malocchio nella tecnologica società moderna ha ancora spazio e credenza?

Oggi il malocchio sopravvive tra generazioni anziane e in Comunità emigrate. Molti dicono “non ci credo, ma non si sa mai”. I Social media amplificano discussioni su invidia e negatività, mentre gli Influencer condividono amuleti trendy. Quanto agli aspetti Psicologici e Antropologici, gli antropologi vedono nel malocchio un meccanismo per mantenere l’uguaglianza sociale: chi eccelle rischia l’invidia, mentre gli psicologi considerano il malocchio e i suoi rituali come qualcosa capace di fornire rassicurazioni sull’ansia che ne deriva.

Nel nostro Paese c’è una forte differenza tra Regioni, circa la credenza nel Malocchio. Al Nord è meno radicata, ma presente, al Sud, specialmente Campania e Calabria, è presenza quotidiana. In Sicilia si parla di uocchie sicche. In Sardegna di “ocru malu”. Napoli vanta i rituali più elaborati con donne anziane custodi delle formule. Come Proteggersi Quotidianamente dal malocchio? A questa domanda le risposte sono ben più di una! Sulle protezioni sarde, andate a leggere il post del mio blog!

Un’ultima considerazione, amici lettori: il Ruolo delle Donne nelle Tradizioni del Malocchio. Nonne e “streghe buone” custodiscono le conoscenze. Tramandano preghiere solo a una persona per generazione, spesso a Natale. Femminilità e cura sono centrali nei rimedi. In conclusione: Il malocchio esiste? Possiamo rispondere in questo modo: Il malocchio esiste come potente elemento della tradizione, intrecciato a miti, riti e verità psicologiche. Non è magia nera, ma specchio di dinamiche umane come invidia e bisogno di protezione. Comprenderlo arricchisce la consapevolezza culturale e aiuta a navigare emozioni moderne.

Cari amici, personalmente credo che mantenere vivo questo patrimonio culturale senza paura eccessiva sia il vero equilibrio. Malocchio, jettatura e amuleti continuano ad affascinare, perché toccano paure universali. Nella società iperconnessa, ricordano l’importanza di relazioni genuine e positività.

A domani.

Mario

sabato, giugno 27, 2026

L'INTELLGENZA UMANA SFIDATA DA QUELLA ARTIFICIALE. ECCO COME DIFENDERSI DAL COGNITIVE HACKING (O HACKERAGGIO COGNITIVO).


Oristano 27 giugno 2026

Cari amici,

Con il dirompente avanzare dell’Intelligenza Artificiale, spesso la nostra mente appare quasi incapace di fronteggiare il pericolo rappresentato da questa strapotenza artificiale. Giorno dopo giorno, l’A.I. cerca di applicare, in modo sempre più perfezionato una tecnica invasiva, il “COGNITIVE HACKING” (o hackeraggio cognitivo), una vera e propria manipolazione della nostra mente che mira a sfruttare le vulnerabilità del pensiero e della percezione umana. Il suo vero scopo non è quello di rubare una password, ma quello di influenzare il nostro comportamento, le nostre convinzioni o le decisioni elaborate dalla nostra mente.

Per rendere noto a tutti noi questo pericolo Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco hanno elaborato un saggio (pubblicato da  "Il Sole 24 Ore") che parla in dettaglio sia delle tecniche di condizionamento algoritmico che della "persuasione industriale" elaborata dall'IA: una guida per difendere la libertà di pensiero nell'era degli inganni digitali. Il saggio, già in libreria, porta il titolo ““Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale”, ed espone in dettaglio cos’è il “cognitive hacking” e perché l’AI è una pericolosa '”arma di persuasione” che porta alla manipolazione digitale.

Amici, con il costante miglioramento dell’A.I. la nuova frontiera della sicurezza informatica ha smesso di concentrarsi esclusivamente su codici, virus e furti di password, per puntare direttamente alle vulnerabilità del pensiero umano. È la tesi alla base del saggio prima citato, scritto da Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco e pubblicato da Il Sole 24 Ore. Il libro parte da un presupposto tecnico e sociale preciso: nel mondo iperconnesso contemporaneo, il vero punto debole delle infrastrutture digitali non è il software, ma l’utente. Gli autori analizzano il fenomeno del cognitive hacking, una forma di attacco mirata non a violare reti informatiche, ma a influenzare percezioni, emozioni e processi decisionali della nostra mente.

Il saggio mette il dito nella piaga! Le piattaforme tecnologiche, sfruttando l’enorme mole di dati raccolti sulle abitudini e le preferenze del pubblico, arrivano a conoscere le vulnerabilità dei singoli. In questo scenario, interfacce, notifiche, chatbot e algoritmi predittivi si trasformano in vettori di manipolazione, progettati per orientare i nostri comportamenti in modo quasi invisibile, spostando il problema dalla semplice tutela della privacy alla manipolazione della libertà di scelta.

Un focus centrale del saggio di Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco è dedicato al potere del linguaggio e al suo intreccio con le nuove tecnologie. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale generativa, la capacità di produrre messaggi persuasivi è diventata adattiva e scalabile. I modelli linguistici sono in grado di generare contenuti iper-personalizzati e coerenti su scala globale, dando vita a una vera e propria “persuasione industriale” che rende le forme di manipolazione estremamente sofisticate e difficili da riconoscere. Il problema è davvero molto serio. Alla crescita travolgente dell’immagazzinamento dei nostri dato da parte dell’A.I. contribuiamo tutti noi: non solo volontariamente attraverso l’uso quotidiano degli strumenti digitali, ma anche con tutti i mezzi che ne consentono l’utilizzo: satelliti, sensori, cavi sottomarini, data center, applicazioni mobile. La custodia di dati così importanti dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere quanto prima. Certi dati sono il valore autentico di un Paese, dei suoi princìpi morali e della democrazia stessa. Ed è anche molto di più: il dato è oggi sicurezza nazionale.

Difenderlo significa garantire la resilienza delle infrastrutture critiche, proteggere la capacità di decisione autonoma di uno Stato e assicurare la continuità della sua stessa sovranità. La custodia del dato diventa così parte integrante della strategia di difesa nazionale. Il dato non solo racconta chi siamo oggi. È la materia prima che decide chi saremo domani. Nel mondo nuovo, dove l’informazione è sovrana e il dato regna, la materia prima strategica non è solo la fabbrica di chip: è il dato.

Cari amici, le conclusioni degli autori del saggio  arrivano alla difficile domanda: “Come difendersi? Oltre agli strumenti di cui è possibile dotarsi — antivirus, aggiornamenti software, uso di sistemi a doppia autenticazione, copie di backup — è necessario utilizzare una risorsa di cui tutti disponiamo: il tempo. Quando ci si prende il tempo necessario, si è consapevoli di cosa si sta facendo. E si diviene efficaci custodi della propria identità digitale. Difendere lo spazio digitale diventa così una responsabilità collettiva, in cui ognuno agisce diventando un vero custode della propria identità digitale.

A domani, fedeli lettori!

Mario