venerdì, ottobre 09, 2026

ORIANA FALLACI: PER DARE SENSO AL VIAGGIO DELLA VITA NON BASTA L'INTELLIGENZA E LA CULTURA, CI VUOLE “PASSIONE”.


Oristano 9 ottobre 2026

Cari amici,

Oriana Fallaci è stata, a mio avviso, certamente la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata nel mondo. Indubbiamente una personalità di altissimo livello,  vera protagonista della cultura italiana del ‘900. Di certo era anche un personaggio dalla vita privata al quanto avventurosa, una donna dal carattere molto difficile e mai addomesticabile, e proprio per questo fu spesso attaccata per le sue idee alquanto radicali. Scrisse diverse opere, ma, purtroppo, certe ultime importanti sono in parte rimaste inespresse. Scomparsa nel 2006 a 77 anni, resta senza dubbio un personaggio straordinario!

Neanche negli ultimi anni della sua vita, seppure stanca e malata, smise di combattere, con la forza della sua penna, senza alcun timore: in un suo interessantissimo discorso (scritto) destinato ai giovani, che purtroppo non riuscì mai a pronunciare, affermò che “L’intelligenza non basta, L’erudizione non basta.. La ragione, la forza della ragione, non basta. Per dar senso al viaggio della vita ci vuole PASSIONE, la forza della passione”. Queste forti parole furono da lei affidate ad una lettera del 6 ottobre 2005; Oriana Fallaci racchiudeva il cuore di un discorso destinato proprio ai giovani, che, come accennato prima, non riuscì a pronunciare. Aveva lavorato “giorni e giorni, senza riposo” a quell’intervento e aveva immaginato persino come concluderlo: con “un invito alla PASSIONE”.

Oggi, a vent’anni dalla sua morte, quelle parole riemergono in tutta la loro forza. Nel recente libro pubblicato da Piemme “LA FORZA DELLA PASSIONE, lettere a Mons. Fisichella”, che raccoglie lo scambio epistolare rimasto privato per vent’anni tra la Fallaci e Rino Fisichella, affronta proprio quel discorso che avrebbe voluto rivolgere direttamente ai giovani, ma ne fu impedita dalla malattia che la stava consumando.

Colpisce che una donna come Oriana Fallaci, che della parola, dell'intelligenza e della ragione aveva fatto gli strumenti di una vita intera, volesse dire proprio questo a dei ragazzi: non basta la Ragione. Non basta sapere, essere preparati, avere imparato a ragionare in modo corretto, se poi non esiste qualcosa di forte capace di accenderci, come la PASSIONE! Una forza capace di farci prendere posizione e, soprattutto, di farci sentire che quella vita ci appartiene davvero. Per spiegarsi la Fallaci sceglie una fiaba. Avrebbe voluto parlare ai giovani con l’”inesorabilità o l’innocenza del bambino” di Andersen che, mentre tutti ammirano i vestiti inesistenti del sovrano, trova il coraggio di gridare: “Ma il re è nudo!”. È proprio qui che la passione di cui parla assume un significato diverso. Non è soltanto entusiasmo, è anche un invito a non diventare indifferenti.

Oriana Fallaci scrive queste forti parole mentre sta combattendo contro la malattia. Nei mesi successivi le sue lettere diventeranno sempre più dolorose. Nel maggio 2006 confesserà a Fisichella quanto persino stare seduta le costasse fatica e quanto il loro rapporto l'avesse aiutata prima a vivere e poi ad affrontare la morte. Eppure, pochi mesi prima, pensando ai tanti ragazzi che avevano quasi tutta la vita davanti, non aveva scelto di parlare loro della morte, aveva scelto di parlare della passione.

Nella risposta, Monsignor Fisichella sembra raccogliere proprio quel filo: “Dici che ci vuole passione per la vita; quanta ne hai tu e quanta ne ho io!”. Poi scrive una frase che, sapendo ciò che sarebbe accaduto meno di un anno dopo, oggi pesa ancora di più: “La passione per la vita va oltre qualsiasi forza ostile, anche la morte”. Vent'anni dopo rimane quel discorso mai pronunciato. Non sappiamo quali parole avrebbe scelto salendo in cattedra davanti a quei giovani, né come le avrebbe dette. Ma sappiamo dove voleva arrivare: alla passione! 

Cari amici, Oriana Fallaci non riuscì mai a pronunciare quel discorso, ma oggi, vent'anni dopo, quelle parole dirette ai giovani sono arrivate comunque. Oriana ha voluto lasciare loro una vera traccia per poter affrontare e vivere pienamente e con soddisfazione la loro vita.

A domani.

Mario

giovedì, ottobre 08, 2026

FILOSOFIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: UN CONNUBIO FONTE DI IMPORTANTI OPPORTUNITÀ. LE AZIENDE INFORMATICHE GIÀ ALLA RICERCA DI FILOSOFI.


Oristano 8 ottobre 2026

Cari amici,

Che la continua innovazione tecnologica stia cambiando profondamente la nostra società e, di conseguenza, il mondo del lavoro e quello della formazione è una realtà inequivocabile. In particolare, la tecnologia più dirompente degli ultimi anni è oggi rappresentata DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, anche conosciuta come AI, sintesi della terminologia anglofona Artificial Intelligence. Ebbene, di recente, un risvolto inaspettato, legato alla crescente diffusione dell’AI, è stato quello di abbinare all’intelligenza “Non umana”, la FISOLOFIA, un connubio apparentemente strano, ma che offre importanti opportunità a chi intende puntare su nuovi orizzonti formativi, integrando le competenze in campo umanistico e quelle in ambito tecnico-scientifico.

Se è pur vero che l’AI è una tecnologia che sta avanzando rapidamente, rivoluzionando la società contemporanea, sostituendo gli esseri umani negli impieghi più disparati e cambiando il modo di lavorare delle aziende in tantissimi settori, allo stesso tempo sta creando non poche preoccupazioni. In primis l’AI sta sollevando tutta una serie di questioni etiche, che le aziende che operano con l’intelligenza artificiale devono inevitabilmente affrontare; questioni spinose, che richiedono competenze specifiche in ambiti non prettamente scientifici.

Ed è proprio in questo contesto che i laureati e le laureate in filosofia stanno diventando delle figure molto ricercate dalle imprese che lavorano con l’AI, poiché possono aiutare le aziende a gestire il dibattito etico sia sul lato filosofico che sociale. Nel dettaglio, questo bagaglio di conoscenze è ritenuto fondamentale per capire come utilizzare l’intelligenza artificiale in modo corretto, valutando in maniera approfondita l’impatto sociale ed economico dello sviluppo e dell’implementazione di queste tecnologie.

L’interdisciplinarità tra cultura umanistica e scientifica non è nata oggi ma è cresciuta lentamente, in quanto il mettere insieme questi due mondi del sapere ha visto gli albori già nel XVII secolo, con la nascita del metodo scientifico sperimentale e della scienza moderna. Questa divisione che era ancora netta tra l’Ottocento e il Novecento, tanto da portare Charles Percy Snow a interrogarsi sulla necessità di un dialogo tra questi due campi del sapere attraverso la pubblicazione del saggio Le due culture nel 1959. Oggi, l’AI ha reso di nuovo attuale l’esigenza di colmare questa separazione.

Si, amici, l’Intelligenza Artificiale oggi ha un grande bisogno dei filosofi. Per anni la filosofia è stata considerata l’esempio per eccellenza di una disciplina culturalmente prestigiosa, ma poco spendibile sul mercato del lavoro. L’avanzata dell’intelligenza artificiale sta, però, contribuendo a ribaltare questo luogo comune. Alcuni dei più importanti laboratori tecnologici stanno reclutando direttamente filosofi, talvolta offrendo loro un impiego prima ancora che abbiano completato gli studi. Secondo i dati del 2024 della Federal Reserve Bank di New York, tra i giovani laureati negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione di chi aveva studiato informatica era del 7%, tra i laureati in filosofia si fermava invece al 5,1%.

Aziende come Anthropic, OpenAI, Google DeepMind e IBM cercano persone formate nella logica, nell’etica, e nella filosofia della mente e in alcuni casi i filosofi lavorano stabilmente all’interno di questi laboratori e partecipano direttamente alla definizione del comportamento dei modelli. Amanda Askell ad esempio, è la filosofa interna di Anthropic e si occupa dei principi che dovrebbero guidare sistemi come Claude; Iason Gabriel e Henry Shevlin lavorano invece per Google DeepMind, dove affrontano questioni legate all’etica dell’intelligenza artificiale, alla mente e alla possibile coscienza dei sistemi; Sam Altman ha dichiarato che OpenAI avrebbe consultato “centinaia di filosofi morali” per contribuire alla definizione delle regole di ChatGPT.

Cari amici, questo connubio tra FILOSOFIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE cerca di colmare un vuoto: quello esistente tra uomo e macchina! Unire il concetto filosofico alle capacità dell’AI significa progettare un’Intelligenza Artificiale che al suo interno contenga le regole etiche da seguire, quali limiti debba rispettare e come debba comportarsi davanti a richieste ambigue o contraddittorie. Solo in questo modo, i grandi passi che l’umanità si accinge a compiere consentirà di non arrivarci impreparati. Le novità sconvolgenti che affronteremo nei prossimi decenni sono tali che esigono di essere affrontate con quanta più consapevolezza, quanta più cognizione, quanta più saggezza e quanto più spirito etico sarà possibile.

A domani, amici lettori.

Mario

mercoledì, ottobre 07, 2026

VIENE DA SENECA L'INSEGNAMENTO ALL'UOMO PER VINCERE L'ANSIA E LA TRISTEZZA. “BASTA PIANGERSI ADDOSSO”, MA RIPRENDERE A VIVERE FELICI.


Oristano 7 ottobre 2026

Cari amici,

Che la filosofia antica sia validissima anche oggi, è ampiamente dimostrato ogni giorno che passa. Viviamo in un’era tecnologica carica di ansia e stress, dove l’uomo, senza gli opportuni rimedi, può davvero rendere la propria vita un vero, invivibile inferno. Ebbene, la saggezza antica ci può venire in soccorso, riprendendo in mano le lezioni filosofiche di grandi filosofi come SENECA, che nel suo “DE VITA BEATA” ci invita a smettere di “piangerci addosso”, pronti ad iniziare o riprendere a vivere, allontanando l’ansia e la tristezza, e ritrovando così la tanto desiderata felicità.

Lucio Anneo Seneca (Corduba 4 a.C. – Roma, aprile 65), il grande filosofo, drammaturgo e politico romano, ha parlato spesso del destino dell’uomo. Per lui “inveire contro la sfortuna, incolpare il lavoro, gli altri o il destino, per tutto quello che non va è assolutamente errato. Spesso l’uomo spende una quantità enorme di energie a piangersi addosso e a fare la vittima, con la convinzione che la serenità sia un premio che la vita continua ingiustamente a negare. Eppure, quel senso di insoddisfazione resta lì, immobile, immutabile.

Per Seneca IL VITTIMISMO è una trappola seducente ma terribilmente sbagliata! Addebitare ogni colpa all’esterno  sembra assolverci da ogni colpa: ci deresponsabilizza e ci convince che la causa dei nostri mali sia sempre all’esterno. Niente di più errato! Certo, è più comodo pensare di essere sfortunati che ammettere di essere pigri, codardi o semplicemente immobili di fronte al cambiamento. Ci rifugiamo nella lamentela per anestetizzare il dolore dell’inerzia, trasformando la nostra insoddisfazione in un’identità.

Nel suo celebre libro prima citato “La vita felice" (De vita beata), il filosofo latino smonta pezzo per pezzo l’illusione che la serenità sia un dono del caso o una concessione delle circostanze favorevoli. La felicità, al contrario, è un atto di responsabilità individuale, un muscolo che va allenato rifiutando la passività. Dobbiamo arrivare a cercare qualcosa che sia un bene reale, non solo apparente, solido e costante. Certo, spesso è difficile trovarlo, ma basta aspettare: non è lontano e si troverà, basta cercarlo con lucidità. Spesso, invece, non ci impegniamo a cercarlo, passiamo oltre, perché ci manca la determinazione.

Nel periodo in cui scrisse il De Vita beata Seneca era politicamente impegnato: era il precettore e il consigliere più ascoltato del giovane imperatore Nerone. Un ruolo di primissimo piano che gli attirava l’invidia spietata dei circoli conservatori romani. Accusato da Publio Suillio Rufo, un personaggio tutt’altro che limpido, di ipocrisia, Seneca non si nasconde. Nel 58 d.C. risponde su due fronti: sul piano giudiziario contrattacca, promuovendo il processo che porterà alla condanna di Suillio per malgoverno; sul piano intellettuale firma il De vita beata, dedicato al fratello maggiore Anneo Novato, trasformando un’autodifesa personale in una pietra miliare della filosofia.

Amici, il De Vita Beata è un libro da leggere con attenzione anche oggi: “piangersi addosso è comodo perché ci assolve da ogni colpa”, affermazione anche oggi validissima. Quella di Seneca è una diagnosi spietata: il filosofo romano non concede “carezze consolatorie”, ma va a smontare una per una le quattro scuse preferite con cui continuiamo a sabotarci la cercata felicità e a giustificare la nostra immobilità. Fin dal primo capitolo del De vita beata, Seneca mette a nudo l’assurdità di chi pretende di essere felice copiando gli altri. Il filosofo usa un’immagine volutamente spietata: ci regoliamo sulle dicerie, pensando che le cose migliori siano quelle che riscuotono grande consenso, e del fatto che noi gli esempi numerosi li prendiamo per buoni esempi e non secondo ragione, ma viviamo per imitazione.

Nell’uomo l’ossessione di scovare le pagliuzze negli occhi altrui tradisce l’incapacità di guarire le proprie travi. Trasformare gli errori e le incoerenze degli altri in una giustificazione per non cambiare mai la nostra vita non fa altro che cronicizzare la tristezza, trasformando la frustrazione in un’identità rassegnata. Se all’uomo basta un contrattempo, una perdita o un’aspettativa tradita per farlo sprofondare nella disperazione, significa che ha consegnato le chiavi della sua vita a ciò che non può controllare. Seneca individua in questa dipendenza la radice di ogni fragilità. Una mente matura, al contrario, non pretende che il mare sia sempre calmo, ma impara a navigare anche nella tempesta.

Cari amici, credo che Seneca vada riletto con grande attenzione anche oggi. Il dolore e gli imprevisti fanno parte del tessuto stesso dell’esistenza. Pretendere un mondo su misura per noi è un’illusione che genera solo rabbia e impotenza; l’unica vera libertà risiede nella nostra capacità di governare la risposta interiore a ciò che ci accade. La grande lezione del De vita beata non è una formula magica, ma una presa di coscienza radicale: la felicità non è l’assenza del dolore, ma la scelta di non farsi annientare da esso.

A domani fedeli lettori.

Mario

 

martedì, ottobre 06, 2026

I METODI ADOTTATI DAL CERVELLO PER RISPARMIARE ENERGIA. UNO DI QUESTI È L'UTILIZZO DELLE NOSTRE “ABITUDINI”.


Oristano 6 ottobre 2026

Cari amici,

Il cervello umano, pur rappresentando solo il 2% del nostro peso corporeo, consuma circa il 20% dell'energia totale del corpo e per questo motivo utilizza diverse strategie per non sovraccaricarsi. La più importante risorsa a cui ricorre è l’utilizzo delle “ABITUDINI”, trasformando così sequenze complesse di azioni in “automatismi” che non richiedono un costante controllo consapevole. Oltre all’utilizzo delle abitudini, comunque, il cervello applica altri metodi per cercare di ridurre il forte consumo energetico.

Col passare degli anni, quando lentamente ma inesorabilmente l’età passa dalla maturità alla vecchiaia, le “ROUTINE”, OVVERO LE ABITUDINI, quel meccanismo biologico con cui il cervello si orienta, risparmia energie e protegge la propria efficienza, diventano ancora più importanti, per cui, soprattutto nelle persone anziane e fragili, stravolgere le consolidate abitudini sedimentate nel corso degli anni, può avere profonde conseguenze negative. Vediamo meglio perché.

Il cervello opera in questo modo non certo per pigrizia, in quanto – come accennato prima – a contare maggiormente è il risparmio energetico. La nostra mente è una vera e propria “macchina predittiva”: ogni giorno elabora una mole immensa di informazioni e, per risparmiare energia, trasforma i gesti ricorrenti in automatismi. Allacciamo la cintura senza pensarci, chiudiamo la porta d'istinto, recuperiamo un oggetto sapendo già dove trovarlo. Le abitudini non sono pigrizia: sono un potente meccanismo di efficienza che libera risorse cognitive da investire in compiti più impegnativi.

Come accennato prima, col passare degli anni, tutti invecchiano, e anche il possibile “cambio di abitudini”, come l'ambiente, gli orari, i punti di riferimento, i volti, costringe la nostra mente a dover ricostruire da zero il precedente programma impostato. In un soggetto giovane, di solito, basta qualche giorno di assestamento, ma in un soggetto anziano i problemi risultano ingigantiti. Per un anziano, soprattutto se fragile o con un iniziale decadimento cognitivo, lo sforzo può diventare gravoso. Non è raro che un trasloco, un ricovero ospedaliero o l'ingresso in una struttura residenziale si accompagnino a disorientamento e perdita di autonomia.

Quando ci capita di sentire un familiare dire: "Non spostate il nonno dalla sua casa, ne morirebbe.", in quella frase, colma di affetto, c’è una sacrosanta verità. Man mano che il tempo passa, amiamo ripetere gli stessi gesti. Posare la tazza sempre nello stesso posto, osservare il mondo che si muove sempre dalla stessa finestra, fare sempre lo stesso tragitto per muoversi in casa tra le stanze, la cucina e il salotto, brevi tragitti sempre uguali per anni. Anche il giornale letto sempre nello stesso tavolo, sedersi nella stessa panchina o entrare nello stesso bar ordinando “il solito”. Tutti dettagli che la mente ripete in automatico.

Amici l’adozione da parte del cervello delle ABITUDINI, risulta davvero salutare e risparmioso. Invece di analizzare ogni singolo dettaglio proveniente dall'ambiente, il cervello si basa sulle esperienze passate. Elabora solo le differenze o gli errori di previsione (ciò che è inatteso), ignorando la routine visiva o sensoriale prevedibile. Anche durante il sonno e nel corso della vita, il cervello elimina le connessioni sinaptiche (le sinapsi) che non vengono usate frequentemente. È in questo modo che avviene il “Risparmio”: si riduce il numero di neuroni e percorsi da attivare, rendendo i circuiti rimasti più efficienti e veloci. In questo modo gli altri neuroni rimangono in uno stato di riposo energetico, riducendo drasticamente il consumo di glucosio e ossigeno.

Cari amici, Non pensiamo che “LE ABITUDINI” rendano la nostra vita monotona, perché in realtà rendono la nostra vita sostenibile. Viviamo in un'epoca che esalta il cambiamento continuo, la velocità, l'imprevisto; eppure il cervello continua ad avere bisogno di qualcosa di antico: LA STABILITÀ. Per questo, quando vediamo un anziano smarrirsi dopo aver lasciato la propria casa, non assistiamo alla semplice nostalgia di un luogo: perchè è la sua mente che ha perso, tutta insieme, la sua mappa del mondo! LA STABILITA', LA RIPETIZIONE, RIMODELLANO IL NOSTRO CERVELLO.

A domani, fedeli lettori.

Mario

lunedì, ottobre 05, 2026

UN MALE SEMPRE PIÙ DIFFUSO: L'AGEISMO, OVVERO LA DISCRIMINAZIONE PER ETÀ. COME SI MANIFESTA E COME SI COMBATTE.


Oristano 5 ottobre 2026

Cari amici,

A coniare per primo il termine “AGEISMO” fu il medico e psichiatra statunitense Robert Neil Butler, vincitore, nel 1976, di un premio Pulitzer. La parola fa riferimento ai comportamenti discriminatori messi in atto nei confronti di persone che appartengono ad una fascia d’età diversa dalla propria. Si, l’Ageismo è praticato non solo nei confronti dei singoli ma anche sui “Gruppi di persone” con un’età diversa da quella di chi li giudica, utilizzando proprio la differenza anagrafica. I dati del Global Report on Ageism (ONU, 2021) parlano chiaro: in Europa una persona su tre, sia giovane che anziana, viene considerata vittima di questo tipo di discriminazione, sempre più diffusa.

Sebbene in origine l’ageismo era rivolto quasi esclusivamente alla fascia anziana, oggi a fronte di uno scenario lavorativo sempre più multigenerazionale; i pregiudizi anagrafici infatti colpiscono anche la fascia più giovane, seppure con sfumature e motivazioni di volta in volta differenti. Il termine YOUNGISM, ad esempio, indica l’atteggiamento ageista verso i giovani adulti, ovvero coloro che si ritrovano all’inizio della loro carriera lavorativa, e il cui grado di maturità e capacità non viene identificato per il valore ma per l’età.

A tutt’oggi sono diversi gli studi su questo fenomeno, in particolare quelli effettuati da “Women of Influence” con “Exploring the Impact of Ageism on Women in the Workplace”, dal quale si rileva che l’ageismo non colpisce in egual misura donne e uomini, intersecandosi con fenomeni culturali radicati come gli stereotipi di genere. A parità di età, infatti, le donne risultano più svantaggiate e l’ageismo diventa quindi “agesimo di genere”. In realtà quasi l’80% delle donne che hanno partecipato allo studio hanno dichiarato di aver subito, nel corso della propria carriera lavorativa, discriminazioni legate all’età.

Amici lettori, l’Ageismo non riguarda solo l’età in sé, ma sembra valere in particolar modo per le donne nel lavoro, le quali, all’inizio mancano di credibilità, venendo addirittura, percepite come potenzialmente vicine ad una maternità, mentre in età matura, ovvero dopo i 65 anni, vengono considerate già vecchie. Basti pensare a Madonna e ai suoi 67 anni, dove ad un uomo della stessa età nessuno porrebbe il tema relativo all’opportunità nel mostrarsi. L’ageismo, poi, è davvero forte nel mondo del lavoro: avere un capo di 30 anni è socialmente accettato, ma averne uno di 70 non è proprio lo stesso!

L’Ageismo non colpisce solo la capacità fisica, in particolare quella senile, sempre più spesso si parla anche di “Ageismo digitale”, intendendo l’insieme dei comportamenti e dei pregiudizi nei confronti degli over 65, e non solo, circa la loro capacità di approcciarsi e utilizzare le tecnologie, navigare su Internet, ma anche sulla capacità di usare i social media e tutte le attività legate alla sfera del digitale. Eppure nella tecnologica società di oggi, saper ben utilizzare talenti di ogni età risulta cruciale per il successo delle imprese. In Italia, a fronte di un invecchiamento sempre più rapido, una percentuale in crescita di anziani vede allungarsi propria la vita lavorativa. Un fattore quest’ultimo che deve prendere in seria considerazione l’eliminazione dell’Ageismo, una discriminazione da contrastare assolutamente.

Come combattere l’Ageismo? Una ricerca, realizzata da Valore D in collaborazione con il centro di ricerca Behave Lab dell’Università degli Studi di Milano  (“Oltre le generazioni: esperienze, relazioni e lavoro”), ha analizzato non solo la quantità e la qualità delle differenze generazionali presenti nelle organizzazioni italiane, ma anche i possibili punti di contatto tra di esse. Perché è di questo che si tratta: cercare di andare oltre, di favorire scambi tra generazioni che siano costruttivi, in grado di superare gli stereotipi anagrafici e capaci di valorizzare i talenti di ognuno. È importante, inoltre, che anche la sfera politica emani leggi e direttive mirate a combattere l’Ageismo e le forme di discriminazione per età. Proprio per questo la Fondazione Longevitas di Roma, insieme ad altre 21 organizzazioni firmatarie, ha presentato al Parlamento Europeo il “Manifesto Europeo contro L’Ageismo”, un documento di 9 punti in cui sono sintetizzate le misure necessarie da prendere.

Cari amici, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, dove le opportunità di lavoro e di crescita personale sono molteplici, dobbiamo smettere di considerare gli anziani solo un numero, nel senso che arrivati ad una certa età essi non contino più nulla. Gli anziani sono in possesso di memoria storica e risorse vissute, e ciò vuol dire che possono ancora dare molto, sia nel mondo lavorativo che in quello sociale. Non dimentichiamo mai che il presente è figlio del passato e che il futuro ha bisogno di radici antiche!

A domani.

Mario

domenica, ottobre 04, 2026

“L'INVIDIA”, IL NEGATIVO SENTIMENTO UMANO CHE COLPISCE TANTI DI NOI. CON SAGGEZZA, PERÒ, L’INVIDIA PUÒ ESSERE TRASFORMATA IN “MOTIVAZIONE”.


Oristano 4 ottobre 2026

Cari amici,

L'invidia è quel sentimento umano negativo, derivato dal desiderio di avere qualcosa che altri possiedono e che al soggetto, invece, manca. Questo desiderio, alimentato da una forte emozione interiore complessa, di norma è vissuto in modo alquanto negativo, anche se, opportunamente elaborato e riconosciuto, non solo può essere represso, ma può, addirittura, diventare un potente indicatore dei nostri desideri inespressi e trasformarsi in una sana spinta al miglioramento personale. Ebbene, come possiamo trasformare l'invidia in motivazione? Partendo dal fatto che l'invidia, spesso, rivela ciò che desideriamo profondamente ma che non abbiamo ancora raggiunto.

Con intelligenza possiamo davvero trasformare l'invidia nel nostro migliore alleato. È luogo comune definire l’invidia come un "sentimento cattivo", un nostro negativo difetto d'animo da reprimere a tutti i costi. La psicologia, tuttavia, ci offre una prospettiva completamente diversa: l’invidia non è un semplice sentimento negativo di colpevolezza, ma un segnale emotivo elaborato dal nostro cervello che ci parla di noi, dei nostri desideri e dei nostri bisogni inascoltati. Siamo noi che dobbiamo imparare a decifrare questo sentimento, facendo sì che, invece di soffocarlo, possiamo iniziare ad usarlo a nostro favore. L’invia, amici lettori, scatta dentro di noi quando vediamo un altro arrivare a traguardi che noi abbiamo solo sognato; ebbene, anziché concentrarci sul successo di chi stiamo invidiando, proviamo a spostare lo sguardo su di noi. L’invidia che proviamo non riguarda tanto la persona che invidiamo, ma è come se guardassimo attraverso uno specchio: vediamo riflesso ciò che noi desideriamo o che sentiamo di non poter raggiungere. Ecco il vero motivo che ci porta ad invidiare l’altro!

Amici, dal punto di vista psicologico, l'invidia nasce da tre elementi principali: Il confronto sociale: tendiamo a confrontarci con persone che percepiamo come simili a noi (amici, colleghi, coetanei). Più l'altro ci è vicino, più il suo successo rischia di mettere in discussione il nostro valore. Il senso di privazione: crediamo erroneamente che il successo o la felicità altrui tolgano spazio alle nostre possibilità. Bisogni non realizzati: invidiamo ciò che tocca un nostro tasto dolente o un sogno accantonato nel cassetto e non realizzato.

Ecco qualche esempio. Quando proviamo invidia per la promozione di un collega, in realtà non stiamo necessariamente desiderando il suo male: stiamo solamente prendendo atto di quanto noi saremo stati felici di essere al suo posto, vedendo riconosciuto il nostro impegno. La morale fondamentale sull'invidia è che essa ferisce prima di tutto chi la prova, consumando l'animo umano senza togliere nulla a chi ha successo.

Gli effetti dell'invidia non sono da sottovalutare. Chi è invidioso si rode il fegato e vive male, sprecando il proprio tempo a guardare la vita degli altri anziché costruire la propria. Altro elemento importante è che, osservando con invidia gli altri, non apprezziamo e non godiamo di quello che possediamo, in quanto desiderosi di “avere” quello posseduto dal vicino! Amici, l'invidia è alquanto insidiosa, perchè rischia di rovinare le nostre giornate o le nostre relazioni, penalizzando fortemente noi stessi.

Come accennato in premessa, l’invidia può anche diventare, opportunamente elaborata e riconosciuta, uno stimolo alla nostra crescita personale. Usiamo allora l’invidia come una “Bussola emotiva”. Invece di chiederci "Perché va avanti proprio lui?", domandiamoci: "Quale mio desiderio irrealizzato sta portando a galla questa situazione d’invidia? ". Amici, l'invidia consuma tantissima energia mentale. Invece di spenderla a monitorare i traguardi degli altri, incanaliamola nei nostri progetti: impostiamo un piccolo obiettivo concreto ogni giorno per avvicinarci a ciò che desideriamo davvero.

Cari amici, cambiamo direzione e obiettivo: quando vediamo qualcuno che ottiene ciò che noi abbiamo desiderato, non è la fine del mondo, ma, al contrario, è la prova tangibile che quel traguardo è umano ed è raggiungibile. Cambiamo, allora, “Gli occhiali” con cui guardiamo il mondo, e, anche se non è facile, trasformiamo L’INVIDIA in un carburante straordinario per portare avanti la nostra crescita personale!

A domani.

Mario

sabato, ottobre 03, 2026

UNA SERIA RIFLESSIONE SUL VALORE DELL’AMICIZIA. PARTENDO DA QUELLA VERA, SANA, FATTA DI RECIPROCITÀ, FIDUCIA, RISPETTO DEI CONFINI E AUTONOMIA.


Oristano 3 ottobre 2026

Cari amici,

Al giorno d’oggi, purtroppo Il termine “AMICIZIA”  è come un grande elastico, così estensibile da essere in grado di poter essere utilizzato per comprendere anche quei rapporti di conoscenza e di formali relazioni che nulla hanno a che vedere con la vera Amicizia. L’amicizia, quella vera, è un legame forte: scelto e mai imposto. È molto differente, per esempio, dei rapporti familiari, ovvero quelli della famiglia in cui si nasce, o della coppia, dove entrano in gioco anche attrazione e progettualità; l’amico, invece, è qualcuno che viene attentamente selezionato e confermato nel tempo. Nell’amicizia non si cerca il possesso, perché in realtà si nutre della libertà dell'altro. L’amico vero offre un rifugio sicuro, dove sentirsi se stessi senza paura di essere giudicati, arricchendo la vita di entrambi attraverso una condivisione autentica e silenziosa.

I forti “Pilastri” dell'AMICIZIA AUTENTICA sono: La Reciprocità: Il dare e il ricevere trovano un equilibrio naturale e spontaneo. La Fiducia: è fondata sulla certezza di esserci l'uno per l'altro, in particolare nel momento del bisogno. Il Rispetto dei confini: L’accettazione dei limiti altrui, senza mai pretendere di invadere gli spazi personali. L’Autonomia: Promuove la crescita personale e l'indipendenza di entrambe le persone coinvolte. Il Valore del Silenzio e della Presenza: Saper stare insieme anche senza parlare, evidenzia la profondità del legame.

Amici, lo stare insieme in "vera amicizia" non soffoca nessuno, perchè lascia spazio alla vita privata e ai progetti di ciascuno. In questa amicizia non esistono obblighi pesanti, ma si gusta il piacere sincero di condividere il cammino portato avanti. A differenza dei legami tossici, l’amicizia autentica non è contaminata dalla gelosia e dal controllo ossessivo; inoltre, non chiederà mai all’altro di annullarsi per compiacere se stessi. Infine, l’amico vero accetta i cambiamenti e le distanze temporanee che dovessero sorgere, mantenendo l’amicizia senza rompere l'affetto di fondo.

Come ho accennato prima, il termine amicizia è molto largo, in teoria. Infatti, non tutte le persone che di norma frequentiamo possiamo considerarli nostri amici. Spesso la frequentazione riguarda soggetti con i quali abbiamo rapporti basati solo sulla condivisione di attività (colleghi con cui si parla solo di lavoro, compagni di palestra, compagni di corso); poi avvengono i contatti, prevalentemente virtuali, che non sempre evolvono in un legame profondo; infine, ci sono anche diverse altre relazioni che chiamiamo impropriamente “di amicizia”, ma in cui, però, mancano fiducia o parità.

Fedeli lettori, l’amicizia vera è una cosa tremendamente seria. In un’ottica psicologica, le amicizie vere risultano alquanto limitate, perché non conta il numero delle persone che abbiamo nella propria rubrica, ma la qualità ed il senso di sicurezza che si prova vicino al vero amico. Anche un solo amico autentico può avere un impatto significativo sul benessere emotivo! Le eccellenti relazioni amicali non sono solo “belle da avere”: sono un vero e proprio fattore di protezione per la salute mentale e fisica.

È ampiamente dimostrato che una buona rete di amici può: ridurre lo stress: condividere pensieri difficili o paure con qualcuno di cui ci fidiamo abbassa la tensione e rende più gestibili le emozioni; gli amici ci aiutano a sostenere l’autostima: sentirsi apprezzati, cercati e considerati, aumenta la percezione del proprio valore; l’amico vero ci aiuta a favorire la nostra regolazione emotiva: un amico che ci ascolta con attenzione, è un valido aiuto a riorganizzare le idee, a dare un nome alle emozioni e a ridimensionare i pensieri a volte catastrofici; inoltre l’amico vero alimenta il senso di appartenenza: percepire di avere un posto nella vita di qualcuno contrasta il vissuto di inutilità e isolamento.

Cari amici, avere un’amicizia autentica è un vero dono nella vita, anche se le amicizie hanno bisogno di essere coltivate e di essere mantenute; certo, ci vuole tempo, continuità e piccole, positive azioni ripetute. Al contrario, invece, le amicizie false ci feriscono, creando intorno a noi solitudine, ansia sociale e stress. Allora, sappiamole distinguere da subito, eviteremo pericolose delusioni!

A domani.

Mario