sabato, ottobre 03, 2026

UNA SERIA RIFLESSIONE SUL VALORE DELL’AMICIZIA. PARTENDO DA QUELLA VERA, SANA, FATTA DI RECIPROCITÀ, FIDUCIA, RISPETTO DEI CONFINI E AUTONOMIA.


Oristano 3 ottobre 2026

Cari amici,

Al giorno d’oggi, purtroppo Il termine “AMICIZIA”  è come un grande elastico, così estensibile da essere in grado di poter essere utilizzato per comprendere anche quei rapporti di conoscenza e di formali relazioni che nulla hanno a che vedere con la vera Amicizia. L’amicizia, quella vera, è un legame forte: scelto e mai imposto. È molto differente, per esempio, dei rapporti familiari, ovvero quelli della famiglia in cui si nasce, o della coppia, dove entrano in gioco anche attrazione e progettualità; l’amico, invece, è qualcuno che viene attentamente selezionato e confermato nel tempo. Nell’amicizia non si cerca il possesso, perché in realtà si nutre della libertà dell'altro. L’amico vero offre un rifugio sicuro, dove sentirsi se stessi senza paura di essere giudicati, arricchendo la vita di entrambi attraverso una condivisione autentica e silenziosa.

I forti “Pilastri” dell'AMICIZIA AUTENTICA sono: La Reciprocità: Il dare e il ricevere trovano un equilibrio naturale e spontaneo. La Fiducia: è fondata sulla certezza di esserci l'uno per l'altro, in particolare nel momento del bisogno. Il Rispetto dei confini: L’accettazione dei limiti altrui, senza mai pretendere di invadere gli spazi personali. L’Autonomia: Promuove la crescita personale e l'indipendenza di entrambe le persone coinvolte. Il Valore del Silenzio e della Presenza: Saper stare insieme anche senza parlare, evidenzia la profondità del legame.

Amici, lo stare insieme in "vera amicizia" non soffoca nessuno, perchè lascia spazio alla vita privata e ai progetti di ciascuno. In questa amicizia non esistono obblighi pesanti, ma si gusta il piacere sincero di condividere il cammino portato avanti. A differenza dei legami tossici, l’amicizia autentica non è contaminata dalla gelosia e dal controllo ossessivo; inoltre, non chiederà mai all’altro di annullarsi per compiacere se stessi. Infine, l’amico vero accetta i cambiamenti e le distanze temporanee che dovessero sorgere, mantenendo l’amicizia senza rompere l'affetto di fondo.

Come ho accennato prima, il termine amicizia è molto largo, in teoria. Infatti, non tutte le persone che di norma frequentiamo possiamo considerarli nostri amici. Spesso la frequentazione riguarda soggetti con i quali abbiamo rapporti basati solo sulla condivisione di attività (colleghi con cui si parla solo di lavoro, compagni di palestra, compagni di corso); poi avvengono i contatti, prevalentemente virtuali, che non sempre evolvono in un legame profondo; infine, ci sono anche diverse altre relazioni che chiamiamo impropriamente “di amicizia”, ma in cui, però, mancano fiducia o parità.

Fedeli lettori, l’amicizia vera è una cosa tremendamente seria. In un’ottica psicologica, le amicizie vere risultano alquanto limitate, perché non conta il numero delle persone che abbiamo nella propria rubrica, ma la qualità ed il senso di sicurezza che si prova vicino al vero amico. Anche un solo amico autentico può avere un impatto significativo sul benessere emotivo! Le eccellenti relazioni amicali non sono solo “belle da avere”: sono un vero e proprio fattore di protezione per la salute mentale e fisica.

È ampiamente dimostrato che una buona rete di amici può: ridurre lo stress: condividere pensieri difficili o paure con qualcuno di cui ci fidiamo abbassa la tensione e rende più gestibili le emozioni; gli amici ci aiutano a sostenere l’autostima: sentirsi apprezzati, cercati e considerati, aumenta la percezione del proprio valore; l’amico vero ci aiuta a favorire la nostra regolazione emotiva: un amico che ci ascolta con attenzione, è un valido aiuto a riorganizzare le idee, a dare un nome alle emozioni e a ridimensionare i pensieri a volte catastrofici; inoltre l’amico vero alimenta il senso di appartenenza: percepire di avere un posto nella vita di qualcuno contrasta il vissuto di inutilità e isolamento.

Cari amici, avere un’amicizia autentica è un vero dono nella vita, anche se le amicizie hanno bisogno di essere coltivate e di essere mantenute; certo, ci vuole tempo, continuità e piccole, positive azioni ripetute. Al contrario, invece, le amicizie false ci feriscono, creando intorno a noi solitudine, ansia sociale e stress. Allora, sappiamole distinguere da subito, eviteremo pericolose delusioni!

A domani.

Mario

venerdì, ottobre 02, 2026

LA STORIA DELLA MISURAZIONE DEL TEMPO. ANCORA OGGI LA MISURAZIONE ATTUALE È A BASE 60, E RISALE ALLA CIVILTÀ SUMERA DI OLTRE 4MILA ANNI FA.


Oristano 2 ottobre 2026

Cari amici,

L’uomo, fin dagli albori della sua esistenza, ha cercato di organizzare la misurazione del tempo, e le ricerche più recenti hanno messo in evidenza che i più avanzati in questo campo sarebbero stati i babilonesi. Già grazie a loro la divisione dell'anno fu di dodici mesi, così come le dodici fasi lunari, e quindi risultava logico dividere anche il giorno e la notte in dodici fasi di luce e dodici di buio, cioè le ventiquattro ore come noi oggi le conosciamo. A questo i babilonesi aggiunsero la divisione del tempo in ore di sessanta minuti e i minuti in sessanta secondi, perché sessanta era il numero più grande a cui i babilonesi avevano dato un nome (sistema sessagesimale).

Si, amici lettori, i Sumeri scelsero la base sessanta (sistema sessagesimale) oltre 4.000 anni fa in Mesopotamia. Il motivo principale fu la straordinaria divisibilità del 60, che facilitava enormemente i calcoli astronomici, le divisioni in parti uguali e la gestione commerciale senza l'uso di numeri decimali periodici. Il numero 60, infatti, è divisibile per un numero altissimo di interi: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20 e 30; niente, dunque, resti complessi: poter dividere facilmente un intero per 3 o per 4 senza ottenere virgole o cifre periodiche (come invece accade nel sistema decimale) era perfetto per le suddivisioni di beni, tasse e terreni.

Questo semplificato metodi di calcolo consentiva l’utilizzo del sistema manuale: secondo una teoria anatomica, si può contare fino a 60 usando la mano destra: il pollice tocca le 3 falangi delle altre 4 dita (12 parti). Le 5 dita della mano sinistra servono invece a contare quante volte si è arrivati a 12 (5 × 12 = 60). Amici, ancora adesso noi, uomini e donne del Terzo Millennio, usiamo l'eredità dei Sumeri nella vita di tutti i giorni: il tempo calcolato con 60 minuti in un'ora e 60 secondi in un minuto. Anche la geometri segue il sistema sessagesimale: 360 gradi in un cerchio (6 × 60).

La storia, però, ha cercato anche altri sistemi di misura. Nel 1793, fu fatto un tentativo per utilizzare il sistema decimale anche per le ore e i minuti. Il Consiglio della Repubblica francese decise che il giorno andava diviso in due fasi di dieci ore ciascuna, ogni ore divisa in cento minuti di cento secondi. L'anno cominciò nell'anniversario della fondazione della Repubblica, l'equinozio autunnale, ed era composto da dodici mesi di trenta giorni, più cinque giorni (sei negli anni bisestili) “complementari” che non facevano parte di nessun mese in particolare. La riforma abolì anche la settimana in favore della decade, tre decadi componevano un mese. Furono anche prodotti orologi con la divisione decimale, ma dopo tredici anni, il 31 dicembre 1805, Napoleone abolì la riforma facendo tornare tutto alla normalità.

L'ora decimale, ossia l'uso di decimi, centesimi, millesimi di giorno, venne riproposta alla fine 1998 dalla Swatch che la ribattezzò "Beat" per misurare il tempo su Internet. Anche questo esperimento, però, non ha funzionato. Insomma, l’idea dei Sumeri, nata oltre 4mila anni fa, era qualcosa di ineguagliabile, e ciò è confermato anche dai grandi matematici dell’era moderna. Questo capacità matematica, indubbiamente di altissimo livello, fa presumere che i Sumeri potessero essere arrivati alla scoperta del teorema di Pitagora, ovvero circa 1.300 anni prima di Pitagora stesso.

Cari amici, fra tutti i materiali che sono stati usati per scrivere dalle civiltà del passato (carta, pergamena, papiro) l'unico che ha resistito all'usura del tempo è l'argilla, in particolare le tavolette d'argilla sulle quali gli scribi incidevano i documenti, ora uniche tracce della loro millenaria cultura! Ecco perché la matematica dei Sumeri ci è arrivata integra. A New York, presso l'Institute for the Study of the Ancient World della New York University, di recente sono state esposte tredici tavolette dell'antica Mesopotamia, risalenti al 1900-1700 a.C., nelle quali sono riportati gli studi di Matematica degli scribi basati su testi della civiltà Sumera. Indubbiamente una civiltà davvero avanzata!

A domani fedeli lettori.

Mario

giovedì, ottobre 01, 2026

VIVIAMO IN UN MILLENNIO IPERTECNOLOGICO, MA PRIVO D’AMORE. PER UMBERTO GALIMBERTI, SENZA AMORE PERDAIAMO UNA PARTE DI NOI.


Oristano 1° ottobre 2026

 Cari amici,

La MODERNITÀ sempre più avanzata, dominata dalla razionalità tecnica e dall'efficienza, ha influito alquanto negativamente sull’uomo e i suoi sentimenti. La razionalità e l’efficienza hanno soffocato un sentimento chiave dell’essere umano: L’AMORE! Questa la ragione più importante: perché l'amore, è per sua natura irrazionale, imprevedibile e ingovernabile, quindi inconciliabile con l’efficienza razionale. È la vittoria della dittatura della ragione e dell'efficienza: La società moderna si basa sull'utilità e sul calcolo, mentre l'amore, al contrario, risulta apparentemente improduttivo!

A sostenere con forza questo ragionamento è il grande filosofo, psicologo e saggista Umberto Galimberti. Per Galimberti, viviamo in una società sempre più orientata alla produttività, dove l’uomo rischia di perdere centralità; da ciò ne deriva “un collasso dei sentimenti, delle relazioni autentiche, dell’umanità, perché le categorie prevalenti della tecnica e dell’economia globalizzata sono quelle della ragione strumentale: ‘raggiungere il massimo obiettivo con il minimo utilizzo di mezzi’. Al di fuori di questo non c’è pensiero: tutto il resto appare come sovrabbondanza, come eccesso, come spreco. Ma la dimensione umana non è solo razionalità, è anche sentimento che finisce invece per essere trascurato come valore”.

Amici, come sostiene Galimberti, “La vita non è solo razionalità: è anche sentimento, ed è proprio questo che oggi rischia di scomparire.” Ognuno di noi dovrebbe impegnarsi per rendere la propria vita degna di essere vissuta, facendo rifiorire le proprie passioni ed ambizioni, sperimentando le proprie attitudini personali, esaudendo i propri sogni, così da vivere pienamente ed intensamente senza mai voltarsi indietro ma volgendo lo sguardo in avanti dove tutto è ancora possibile. Ecco, per raggiungere questo obiettivo, per continuare a vivere da uomini e non da automi, c’è un solo antidoto: L’AMORE!

L'aveva detto bene il grande Sigmund Freud, uno dei pensatori più influenti: “La vita funziona se qualcuno ci ama”. Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. Noi viviamo finché c'è qualcuno che ci ama. L’amore non è uno strumento oneroso, nasce e vive totalmente gratuito, mentre oggi mancano le condizioni dell’amore perché siamo dominati dall’interesse come valore! la gratuità viene derisa e vista con sufficienza, come qualcosa di patetico”, queste le significative parole utilizzate da Umberto Galimberti per continuare la sua ragguardevole disamina.

L’amore appartiene alla sfera del sacro, del folle e dell'improduttivo. Quando cerchiamo di inserire l'amore nei ritmi efficienti della vita quotidiana, lo svuotiamo della sua forza eversiva. Nell’individuo prevale il narcisismo e l’individualismo; oggi l'individuo è spinto a mettere al centro se stesso, la propria autorealizzazione e la propria carriera. L'amore vero richiede invece un "esproprio" di sé: significa fare spazio all'altro, accettare la vulnerabilità e la possibilità di soffrire. Spesso, oggi, cerchiamo nell'altro solo una conferma del nostro valore (narcisismo), anziché un incontro reale.

Per l’uomo, secondo Galimberti, la condizione fondamentale ed imprescindibile per continuare a vivere è proprio l’amore: si tratta di un sentimento profondo, capace di arricchire la nostra vita, rendendola degna di essere vissuta. D’altronde “l’amore è un’opera d’arte, è scoprire il segreto dell’altro, essendone curioso, nella sua continua cangianza”. Perdere l’amore significa perdere se stessi!

Cari amici, ho apprezzato molto il pensiero di Umberto Galimberti, perché lo condivido in toto. Spesso, se ci pensiamo, basta un piccolo gesto d’amore per permettere a chi ci sta accanto di rifiorire: si pensi, ad esempio, agli anziani che alle volte avrebbero solo bisogno di un caldo abbraccio o di una dolce carezza per continuare a vivere serenamente, perché l’amore riempie il cuore di gioia e può salvarci veramente; anche i bambini hanno bisogno di sentirsi amati, protetti, desiderati dai propri genitori, perché ciò che conta è l’affetto ricevuto ed ogni attenzione è una forma di amore. L’amore, anche oggi, in piena tecnologia, deve continuare a vivere!

A domani.

Mario

martedì, settembre 15, 2026

COMBATTERE L'ANSIA DELLA VITA MODERNA CON L'ANTICA FILOSOFIA. GLI INSEGNAMENTI DI LUCREZIO PER RITROVARE LA SERENITÀ.


Oristano 15 settembre 2026

Cari amici,

In questo millennio sempre più ipertecnologico la vita dell’uomo è sempre più in balia dell’ANSIA e dello STRESS. Un male, l’ansia, ben nota fin dai tempi più remoti, e uno degli importanti studiosi del passato, TITO LUCREZIO CARO (circa 94-50 a.C.), filosofo e poeta romano, noto per il suo capolavoro “De rerum natura”, ha affrontato con grande competenza il problema. Egli usò anche la poesia per liberare l'uomo dalla paura (all’epoca quella degli dèi e della morte, spiegando come tutto debba essere vissuto e affrontato.

Il pensiero di Lucrezio sull'ansia, magistralmente esposto nella sua opera immortale prima richiamata, offre anche oggi una validissima filosofia contro l’ansia e lo stress, capace di trasformare radicalmente il modo in cui viviamo la nostra quotidianità e le nostre prestazioni. Analizzando il “De rerum natura” e soffermandoci sui temi psicologici più profondi, scopriremo che è nello studio attento della natura l'antidoto perfetto contro la paura del fallimento e l'affanno della competizione, proponendo una vera e propria terapia dell'anima, capace di attraversare indenne i secoli per arrivare luminosa fino alle generazioni successive.

Per Lucrezio l’ansia che affligge l’uomo deriva in particolare dall'ignoranza e dalla superstizione, elementi che affondano le radici nella mente umana. Egli, analizzando con grande lucidità l'animo umano, paragona gli uomini in preda all'angoscia ai bambini che tremano nel buio: "Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis in tenebris metuunt" (traduzione: come i bambini hanno paura di tutto nelle tenebre cieche). Allo stesso modo noi, in preda all’ansia, temiamo, seppure alla luce del sole, cose che non sono certo più spaventose di quelle immaginate dai bimbi.

Amici, l'oscurità dell’uomo ansioso, di cui parla Lucrezio, non è uno stato fisico, ma mentale. È la cecità intellettuale, quella vissuta dall’uomo. È, questo meccanismo psicologico, alla base di quel senso di inadeguatezza, di taedium vitae (noia e disgusto della vita) e di tormento continuo che logora l'essere umano, portandolo a desiderare sempre nuovi futili piaceri o a fuggire disperatamente da ipotetiche minacce divine del tutto inesistenti.

La vita di oggi, seppure alquanto diversa da quella del passato, continua a soffrire degli stessi mali. La competizione sfrenata e l'ansia da prestazione prendono il sopravvento, togliendo all’uomo la necessaria serenità. Allora, utilizzare l'antica filosofia del passato contro l’ansia e lo stress significa adottare esattamente la stessa prospettiva razionale suggerita da Lucrezio per disinnescare la pressione quotidiana. Adottare quegli antichi rimedi diventa un passaggio fondamentale per tutelare la propria condizione e promuovere proattivamente il benessere psicologico.

Cari amici, Il Pensiero di Lucrezio, il grande filosofo romano che aveva elaborato una dottrina centrata sulla ricerca della felicità tramite il piacere (inteso come assenza di dolore) e la serenità d’animo, acuto pensiero ben espresso nella sua famosa opera, il capolavoro “De rerum natura”, cercava di portare l’uomo ad una più ampia conoscenza della natura, capace di portarlo alla liberazione dalle paure irrazionali.

Il “De Rerum Natura”, è un poema suddiviso in sei libri, scritti in versi esametri, che presentano in maniera sistematica la “visione epicurea” del mondo. La scelta di esprimere una complessa filosofia attraverso la poesia riflette il desiderio di Lucrezio di rendere accessibile e accattivante un suo forte messaggio filosofico. Il suo messaggio principale è quello di liberare l’umanità dalle catene della superstizione e della paura attraverso la comprensione razionale della natura. La scienza e la filosofia diventano, in questo senso, non solo strumenti di conoscenza, ma mezzi per vivere una vita migliore. Filosofia valida oggi quanto ieri!

A domani.

Mario

 

sabato, settembre 12, 2026

IL GIAPPONE E LA SUA CULTURA. LA FILOSOFIA ORIENTALE DELL'“ICHIGO ICHIE”, METODO CHE INSEGNA A VIVERE AL MEGLIO LA PROPRIA CASA RENDENDO OGNI MOMENTO UNICO.


Oristano 12 settembre 2026

Cari amici,

L’espressione giapponese “ICHIGO ICHIE” letteralmente significa “una volta, un incontro”. Il suo reale significato va ricercato nel contesto della cerimonia del tè giapponese. Ogni incontro tra maestro e allievo, o tra ospite e padrone di casa, è visto come un’opportunità unica e speciale, un'occasione che non si ripeterà mai più nella stessa forma e nello stesso modo. E anche se avverrà di nuovo, le persone che ne prenderanno parte non saranno uguali e identiche nel loro spirito a quel preciso momento. È una frase brevissima, ma che racchiude un’idea potente: ogni momento è unico e non tornerà più identico.

Negli ultimi anni è uscita dalle sale da tè giapponesi ed è arrivata nei libri, nei social, persino nei discorsi di interior design. Si, amici, giorno dopo giorno, questo principio dell’unicità di ogni momento che viviamo si è allontanato dal solo ambito della cerimonia del tè, diventando una filosofia di vita più ampia, che può essere applicata a tutti gli aspetti della quotidianità, dalle relazioni personali agli incontri casuali. Questa filosofia, applicata alla casa, modifica il concetto che di solito diamo alla dimora dove abitiamo: non è tanto importante come l’abbiamo arredata, ma come viviamo i momenti che trascorriamo fra le sue mura.

Al giorno d’oggi le nostre giornate scorrono fra convulse riunioni in videochiamata, notifiche, pulizie e lavatrici da stendere. La casa rischia di diventare solo il luogo in cui incastrare faccende e lavoro. La filosofia giapponese ICHIGO ICHIE, invece, applicata alla casa, sposta il focus: vivere qualitativamente tutti i momenti condivisi e gli spazi in cui ci si muove. Nel nostro concetto occidentale la casa viene vissuta come un oggetto inanimato, osservato, senza anima ne passione.

La filosofia giapponese non suggerisce di vivere la casa curando i colori, sistemando i mobili, vivendoci asetticamente, passando in soggiorno distratti, guardando lo schermo del telefono, la cucina con la tv di sottofondo, la camera da letto con il computer sul comodino. Ichigo Ichie suggerisce di usare l’interior design come cornice per momenti speciali, anche minuscoli: una luce più calda a tavola, una sedia girata verso la finestra, un oggetto che cambia con le stagioni. Non serve cambiare stile o comprare tutto nuovo, basta cambiare intenzione.

Al rientro a casa dopo una lunga giornata di lavoro, l’Ichigo Ichie, prima di buttare la borsa sul divano, suggerisce di aprire almeno una finestra e fare qualche respiro profondo. Sentire l’aria, i suoni esterni, la luce, diventa un micro rituale di passaggio fra “fuori” e “dentro” che viene riportato nel corpo, non solo nella testa. Altro elemento importante è trasformare il pasto in un incontro unico. Si inizia spegnendo la televisione e silenziando il cellulare, anche quando si mangia da soli. Una tovaglietta, una candela accesa e il tavolo il più possibile sgombro. Poi, osservate il colore del cibo, masticate con calma, ascoltate chi avete davanti o, se siete soli, la vostra stessa voce interiore.

Al termine, dedicate una sedia alla contemplazione. In soggiorno scegliete una seduta che non guardi la tv, ma la vista migliore che avete: una finestra, il terrazzo, persino il cortile interno. Sedetevi lì per leggere, ascoltare musica o semplicemente osservare come cambia la luce lungo la giornata. In ogni stagione scegliete un unico elemento protagonista. Può essere un vaso sul tavolo, un ramo appoggiato in ingresso, una ciotola con frutta di stagione, un tessile sul divano. Cambiatelo ogni mese o ogni stagione. Vi ricorderà che il tempo si muove, e che anche la vostra casa è viva.

Una volta terminata la giornata e andati a letto, proteggete i primi e ultimi cinque minuti in camera. Al risveglio, niente telefono. Aprite le tende, sentite il tessuto delle lenzuola, stiracchiatevi con calma. La sera, spegnete gli schermi un po’ prima, accendete una luce morbida, magari una candela, e fate tre respiri profondi seduti sul letto. Sono due momenti Ichigo Ichie che danno ritmo alla giornata. Infine, tenete un mini diario dei momenti in casa. Una volta al giorno annotate su un quaderno un momento speciale vissuto fra le mura domestiche: una risata in cucina, il sole sul pavimento, una telefonata fatta dal vostro angolo preferito. Rileggendolo, vedrete che la casa non è solo il posto in cui “fate delle cose”, ma il teatro dei vostri istanti migliori.

Ichigo Ichie non chiede di diventare minimalisti estremi né di fotografare ogni angolo per i social. Invita a scegliere che cosa tenere in vista, come apparecchiare, dove sedersi, in modo che ogni giorno contenga almeno un momento di presenza piena. La casa smette di essere scenografia da catalogo e torna ad essere ciò che dovrebbe essere: il luogo in cui vi ricordate che questo, proprio questo istante, non si ripeterà più.

Cari amici, La felicità, nella filosofia giapponese, non è un traguardo lontano, ma un percorso interiore quotidiano, fatto di istanti irripetibili e incontri che ci arricchiscono. Comprendere che ogni singolo momento è prezioso è lo scopo di ICHIGO ICHIE, la filosofia che può aiutarci ad apprezzare di più ciò che ci succede.

A domani.

Mario

 

mercoledì, settembre 09, 2026

UNA RIFLESSIONE SUL PENSIERO DI VICTOR HUGO SULL'ESSERE AMATI PER QUELLO CHE SI È. INSOMMA, “ESSERE AMATI ANCHE A DISPETTO DI QUELLO CHE SI È".


Oristano 9 settembre 2026

Cari amici,

Considerato il padre del romanticismo francese, VICTOR HUGO (Besançon, 1802 – Parigi, 1885) è stato poeta, drammaturgo e scrittore di grande rilievo. Nel 1869 nel suo libro “L’UOMO CHE RIDE”, il celebre  scrittore (ma anche rivoluzionario e patriota), riporta una sua curiosa ma tagliente frase: “La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è, o meglio, di essere amati a dispetto di quello che si è”. Considerato uno dei più grandi scrittori del XIX secolo, e forse il più celebre che la Francia abbia avuto, Victor Hugo fu molto amato dai francesi, in particolare  per le sue scelte di vita, la sua penna e il suo impegno politico, in quanto testimone e narratore dell'Europa dell'Ottocento. Scrisse numerosi libri, tra cui nel 1827 “Cromwell”, nella cui prefazione illustra le sue teorie sul teatro e sulla letteratura, teorie che metterà pienamente in pratica con “Hernani”, pubblicato nel 1830, che segna convenzionalmente l'inizio del Romanticismo in Francia. Nel 1831 pubblica “Notre Dame de Paris”, il suo primo grande romanzo, affresco di una Parigi medievale e della sua cattedrale gotica. Nel 1862, pubblica “I Miserabili”, opera colossale e fra le più lette del suo secolo.

Tornando alla sua famosa frase, presente nel libro “L’UOMO CHE RIDE”, Victor Hugo sostiene che per l’essere umano la più grande fortuna nella vita, è quella di essere amati, per quello che si è, ovvero con tutti i pregi e difetti, senza badare alle nostre crisi di nervi, alle nostre paure e angosce; insomma, essere amati per quello che si è, a prescindere da tutto! Ecco, essere amati per come siamo, nel senso di non dover indossare maschere o fingere di essere diversi per compiacere gli altri, restando sempre liberi nella propria autenticità.

Amici, l’affermazione “essere amati a dispetto di quello che si è” rappresenta il livello più alto dell'amore, quello che accoglie anche i nostri difetti, le nostre fragilità, i nostri errori e le nostre ombre, senza condizioni. Si, la suprema felicità nella vita dell’uomo è arrivare ad essere amato “sempre e comunque”, ovvero nonostante tutto! Questo è un passaggio cruciale, che supera gli standard, perché di norma si è amati per la capacità, per l’abilità, per il proprio successo, per ciò che sappiamo fare, mentre Victor Hugo immagina e vuole portare l’amore ad arrivare ad un’estensione totale.

L’amore ideale proposto da Victor Hugo parte da un principio fondamentale: La luce non si perde dove entra l'amore. E che amore! Un amore interamente fondato nella purezza. Non c'è cecità dove c'è certezza. In qualsiasi rapporto equilibrato c’è armonia nel dare e nel ricevere amore. Le relazioni umane sane si basano sullo scambio, sull’equilibrio tra dare e ricevere, dove i bisogni di ognuno vengono rispettati. Così l’amore vero rimane un meraviglioso dono che riesce a fra felici entrambi.

Cari amici, “Essere amati a dispetto di quello che si è”, è, indubbiamente, il livello più profondo dell'amore. Significa che l'amore più autentico non è quello che riceviamo quando siamo perfetti o irreprensibili, ma quello che ci accoglie anche con i nostri difetti, le nostre ombre e le nostre fragilità; significa che la persona che ci ama continua ad amarci con i nostri errori, le nostre incoerenze e i nostri momenti bui.  L’amore vero e di chi decide di amarti lo stesso, senza chiederti di indossare maschere. Vuol dire vivere un legame forte, che non si spezza di fronte alle umane debolezze. Ed è questa, per l’uomo, la felicità suprema.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, settembre 06, 2026

LE CAPACITÀ DEL CERVELLO UMANO E LA “TRAPPOLA DI PLATONE”. IL NOVELLO TIMORE DELL’AVANZARE DELL’A.I., RITENUTA CAPACE ADDIRITTURA DI DISTRUGGERE LA NOSTRA MEMORIA.


Oristano 6 SETTEMBRE 2026

Cari amici,

Da che mondo è mondo, quando un nuovo strumento utile all’uomo si inserisce tra quelli prima esistenti, si scatena sempre un certo panico. Succedeva migliaia di anni fa e succede ancora oggi. Duemila quattrocento anni fa, il grande filosofo Platone, visto l’avanzare dello sviluppo della scrittura sulla cultura orale, ebbe a scrivere nel suo “FEDRO” che questo nuovo strumento avrebbe distrutto la memoria e dato solo l'apparenza della sapienza. Platone, però, in questo caso, aveva ragione soltanto su un aspetto marginale della sua tesi: la memoria; questa, col progredire della scrittura, smise di essere l’unico archivio del sapere, ma senza perdere la propria capacità e potenza! Egli sottovalutò il cambiamento, perchè  la scrittura non solo non impoverì affatto la mente, ma addirittura la ristrutturò.

Il pensiero scritto contribuì alla sviluppo della logica, dell'analisi e della filosofia stessa. È indubbiamente la paura del nuovo che crea, oggi come ieri, ansia e preoccupazione, per cui alla comparsa di ogni nuovo medium cresce il timore del cambiamento. Questo timore è stato definito “LA TRAPPOLA DI PLATONE”: per  evidenziare quel parziale, errato giudizio espresso dal filosofo nel giudicare una nuova tecnologia come “Dannosa” solo per il fatto che sembrava danneggiare lo status quo precedente, ignorando lo sviluppo, in positivo, che avrebbe potuto avere.

Amici, l’innovazione ha sempre creato scompiglio, ansie e trasformazioni. Nel primi del Novecento, Il “Fordismo” con  le “catene di montaggio”, mise fuori gioco gli artigiani delle carrozze, ma non fu di certo un danno, ma un guadagno. La meccanizzazione che continuava ad avanzare continuò a ridurre la fatica fisica dell’uomo, ma il lavoro, così riorganizzato, migliorò anche qualitativamente. Nel suo libro, “L'inizio dell'infinito”, il fisico ed epistemologo David Deutsch scrive che i problemi sono inevitabili, ma sono anche risolvibili, e che ogni soluzione genera a sua volta nuovi problemi, in un ciclo senza fine.

Il “Cambiamento” non è da considerare mai un “Fallimento”. Cambiare significa aumentare la conoscenza, oggi come ieri. Ai giorni nostri siamo un po’ tutti terrorizzati dall’avanzare dell’Intelligenza Artificiale. Se anche l'I.A. generasse problemi nuovi per la formazione o il pensiero critico, non è detto che automaticamente la nostra mente entrerebbe in declino cognitivo; certo, come in passato, allo shock iniziale seguirebbero correttivi, come già avvenuto in passato con la meccanizzazione.

Oggi già un gran numero di studenti scrive con ChatGPT, ma questo non dimostra che le loro capacità critiche si indeboliscano, così come leggere non atrofizza la mente solo perché è meno impegnativo che scrivere. ChatGPT è uno strumento che, usato con capacità, può essere d’ aiuto a chi lo usa, ma sempre “Cum Judicio”, ovvero usando discernimento, controllo, attenzione e quant’altro. In questo modo il nostro cervello non potrà subire nessun declino cognitivo, dall’uso e dall’aiuto dell’Intelligenza Artificiale.

Cari amici, la realtà è che nell’uomo la paura del cambiamento c’è sempre stata. Ogni nuovo mezzo viene accolto come una minaccia al pensiero, finché, poi, non scopriamo che, invece, ne ha ampliato le possibilità. Il punto, allora, non è demonizzare l’avanzare e l'uso dell'Intelligenza Artificiale, ma accettare il cambiamento continuando a svolgere il compito che la scuola assolve da millenni e l'università da secoli: educare al pensiero critico, cioè alla capacità di valutare fonti, argomenti e affermazioni, qualunque sia il mezzo che li trasmette.

A domani.

Mario