mercoledì, febbraio 11, 2026

VIVERE IN UN AMBIENTE DI “SUPER CONFORT”, CI FA VIVERE MEGLIO, RISULTA POSITIVO, OPPURE - AL CONTRARIO - CI RENDE LENTAMENTE POCO CAPACI?


Oristano 11 febbraio 2026

Cari amici,

La vita moderna, complice la tecnologia sempre più avanzata, sta togliendo all’uomo la gran parte delle fatiche fisiche, rendendogli la giornata così leggera, e lasciandolo praticamente senza fare niente! In casa (ma spesso anche in azienda), possiamo dire di vivere immersi in un grande, straordinario comfort. Abbiamo il riscaldamento intelligente che anticipa il nostro rientro a casa, l’aria condizionata che annulla sia l’estate che l’inverno, e, quanto al cibo, ci basta schiacciare un’’app nel telefonino e ci viene recapitato il cibo che gradiamo di più. E questa è solo una piccola parte!

Con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con poche mosse sul computer o sul telefonino, possiamo ordinare di tutto in pochi secondi: dall’abbigliamento all’arredamento, con l’A.I. che ci consiglia il prezzo migliore, evitandoci così la fatica della ricerca, del valutare, del ponderare, in quanto sono le macchine che fanno tutto questo al posto nostro. Si, amici, viviamo una realtà in cui la tecnologia si è sostituita a noi, nel senso che non dobbiamo più nemmeno pensare, coordinare, decidere, Diciamoci la verità: viviamo un mondo in cui tutto ci appare facile, semplice, veloce.

Amici, nel Terzo millennio che stiamo percorrendo, l’uomo appare davvero immerso in un mondo dove non deve più pensare, trovare soluzioni, impegnarsi a risolvere situazioni particolarmente ostiche; insomma, l’uomo vive in una società che i sociologi chiamano “SOCIETÀ FRICTIONLESS”, una civiltà senza frizioni, senza attrito. Ma tutto questo è da ritenersi un bene, un vantaggio, oppure no? La risposta non è facile, perché, in realtà, un problema c’è, eccome! In un mondo dove tutto appare facile, semplice e immediato, l’uomo sta perdendo la capacità di trovare le soluzioni, perché non deve risolvere più nulla! Si, l’uomo, in un certo senso, sta diventando inerte, senza stimoli, più fragile e incapace.

Eppure, in un’epoca altamente tecnologica, continuiamo a vivere nell’illusione di avere infinite possibilità. La realtà è che vivere in una “CONFORT ZONE”, aldilà dell’apparenza, ci sfugge che  c’è nascosto l’inganno! Al comfort, come ben sappiamo, ci abituiamo in un istante, ma quello che ci sfugge è che non ci rendiamo conto che, se non abbiamo problemi da risolvere, il nostro cervello perde i giusti stimoli. Quando i problemi che si trovano intorno a noi sono risolti dall'A.I., i nostri “muscoli emotivi”, oltre che quelli fisici, si atrofizzano.

Senza lo stimolo delle difficoltà da affrontare la creatività ristagna, e la resilienza, ovvero la capacità di sforzarsi davanti a un problema da risolvere, scompare. Come un bambino che non impara mai l’equilibrio perché i genitori iperprotettivi gli impediscono di cadere! Allo stesso modo noi rischiamo di non sapere più chi siamo, quando le cose smettono di funzionare perfettamente. Se in casa i collegamenti internet vanno in tilt, la robotica non funziona, noi non siamo in grado di prepararci da mangiare, e quindi, ci sentiremo perduti. Che dire, poi, del lavoro in ufficio quando i computer si bloccano?

Amici, la psicologia ci insegna che la crescita non avviene mai nel riposo assoluto. Esiste un principio, chiamato “LEGGE DI YERKES-DODSON”, che dice che “La nostra performance (e la nostra crescita) migliora proporzionalmente allo stress, ma solo fino a un certo punto”. In pratica: Poco stress (Comfort totale): noia, stagnazione, declino delle abilità, Troppo stress: burnout, ansia paralizzante. Poi in mezzo c'è lo “Sweet Spot”: quella zona di moderato disagio dove siamo vigili, concentrati e pronti a imparare.

In sintesi, cosa ci consigliano gli esperti? La risposta è una sola: uscire più spesso dalla nostra comfort zone! È in questa zona di “disagio ottimale” che il nostro cervello rilascia dopamina. Contrariamente a quanto si pensa, LA DOPAMINA non viene rilasciata solo quando otteniamo un premio, ma soprattutto mentre lottiamo per ottenerlo. Lo sforzo è, biologicamente, una forma di ricompensa. La realtà, amici, è che vivere stabilmente nella “Confort zone” riduce le nostre capacità, perché impedisce la crescita personale e professionale.

Cari amici, l’uomo è nato con una mente pensante, le cui capacità sono quelle di aiutarlo a superare gli ostacoli che la vita gli pone davanti; se deleghiamo alle macchine le nostre capacità, nel nostro cervello inizierà la stagnazione, per cui avremo ridotta resilienza e creatività, e una visione più limitata del mondo, poiché i "muscoli" emotivi e cognitivi si atrofizzano senza avere sfide da affrontare. Sebbene la Confort Zone ci possa offrire sicurezza e stabilità, l'eccessivo suo utilizzo ci rende meno capaci di affrontare l'incertezza e il cambiamento, limitando il nostro pieno potenziale. Amici, non restiamo ingabbiati nella "Confort Zone", usciamone spesso, in questo modo utilizzeremo sempre al meglio il nostro cervello!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 10, 2026

ASTROLOGIA, L'ARTE DI PREVEDERE IL FUTURO. DA MILLENNI L'UOMO CERCA DI LEGGERE NEGLI ASTRI IL PROPRIO DOMANI. LA STORIA DELL’OROSCOPO.


Oristano 10 febbraio 2026

Cari amici,

L’uomo fin dall’antichità ha cercato di conoscere in anticipo il proprio futuro. Lo ha fatto legando il proprio destino agli astri, alla loro posizione e alla loro influenza. È nata così L'ASTROLOGIA, una pratica antica che, interpretando la posizione dei pianeti e delle stelle, ne traeva le previsioni sull’umano destino. L’Astrologia, tuttavia, non è mai stata considerata una scienza, ma, comunque, considerato il costante bisogno dell’uomo di conoscere in anticipo il proprio futuro queste previsioni hanno avuto sempre un grande successo, oggi come ieri.

La STORIA DELL'OROSCOPO, cari amici, affonda le radici nel tempo; nell'antica Mesopotamia Sumeri e Babilonesi erano dediti all'osservazione del cielo, lo studiavano cercando di interpretare la volontà divina. Questa pratica nel tempo ebbe una grande evoluzione, in quanto era uno studio che associava le costellazioni alla vita umana; questo legame del destino dell’uomo agli astri successivamente influenzò altri popoli, come i Greci, i Romani e la cultura araba, fino a raggiungere la forma moderna di previsione personalizzata nel Rinascimento e nel Novecento. Seppure, come accennato prima, l’oroscopo non abbia mai avuto basi scientifiche, l’uomo continuò ad utilizzare queste previsioni.

L'oroscopo, amici, si basa sui 12 segni zodiacali (Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci), che corrispondono alle costellazioni dello zodiaco e indicano, secondo l'astrologia, le grandi influenze astrali sulla vita delle persone, in base al momento della nascita. Ogni segno ha date specifiche e caratteristiche associate, legate al suo elemento (Fuoco, Terra, Aria, Acqua) e alla posizione degli astri, con l'oroscopo solare che si focalizza sulla posizione del Sole al momento della nascita.

Seppure l'oroscopo, legato come detto prima ai segni zodiacali, non abbia validità scientifica, continua ad essere, oggi come ieri, ampiamente consultato, in quanto risponde ai bisogni psicologici del “conoscere in anticipo il nostro domani”, offrendo quindi un segno di speranza, di conforto, ovvero delle risposte alle incertezze del futuro, seppure esse siano previsioni prive di qualsiasi riscontro scientifico.  In sintesi, l’OROSCOPO è visto come uno strumento di riflessione: che spinge proprio a riflettere su sé stessi, sulle proprie relazioni e sugli obiettivi di vita.

Amici, oggi sono in vena di curiosità, e, considerato che una di queste mi ha alquanto colpito, voglio rendere edotti anche Voi fedeli lettori. Nell’Oroscopo, sarebbero contenuti anche, a larghe tinte, le diverse specificità del nostro carattere, tra cui la nostra naturale predisposizione verso gli altri, ovvero l’essere ALTRUISTI oppure EGOISTI. Da ciò se ne ricava che "ci sono segni particolarmente dediti all’altruismo" e altri, invece, considerati più inclini ai propri bisogni e quindi all’egoismo. Vediamo quali, in un caso e nell’altro.

L'altruismo, amici, è una qualità alquanto ammirata, ma non appartiene allo stesso modo a tutti. Ci sono persone che danno spontaneamente senza aspettarsi nulla in cambio e altre che, più o meno consapevolmente, tendono a mettere sempre i propri bisogni al centro. In astrologia, questo atteggiamento non è necessariamente un difetto assoluto: in alcuni casi rappresenta una forma di autodifesa, in altri una spinta potente verso il successo personale. Secondo le caratteristiche astrologiche, ci sono 3 segni che più di altri faticano a mettere da parte il proprio interesse personale, ovvero risultano molto più EGOISTI.

Al primo posto troviamo l'ARIETE, il segno che più di tutti incarna l'energia dell'IO. Diretto, competitivo e impulsivo, l'Ariete non ha paura di mettersi al centro della scena. Vuole vincere, emergere e ottenere ciò che desidera. Questo atteggiamento può renderlo egocentrico e travolgente, soprattutto nelle relazioni. L'Ariete vive la vita alle proprie condizioni e difficilmente rallenta per adattarsi agli altri. Solo quando riesce a bilanciare il suo forte ego, può diventare un leader capace di ispirare, non solo di imporsi.

Anche il segno del CAPRICORNO risulta particolarmente EGOISTA: ambizioso, determinato e fortemente orientato al risultato; questo segno di terra vive con una chiara idea di ciò che vuole ottenere dalla vita. Il problema nasce quando la concentrazione sugli obiettivi diventa così intensa da lasciare poco spazio all'empatia. Questa visione rigida può renderlo poco flessibile e, a volte, eccessivamente controllante. Imparare a considerare l'impatto delle proprie decisioni sugli altri è la vera sfida per questo segno.

Infine c’è il SAGITTARIO, un segno noto per il suo spirito libero, l'entusiasmo e la voglia di esplorare. Tuttavia, questa spinta costante verso l'indipendenza può trasformarsi in EGOISMO, soprattutto quando il desiderio di seguire il proprio istinto supera l'attenzione verso chi gli sta accanto. Spontaneo e poco incline ai compromessi, il Sagittario tende a vivere secondo le proprie regole. Questo lo porta spesso a non considerare fino in fondo i sentimenti altrui, soprattutto se percepisce che qualcuno sta limitando la sua libertà.

Cari amici, personalmente non credo molto alle previsioni fatte dall’Oroscopo. Tuttavia, curiosamente mi capita spesso di leggerlo, sia per il mio segno che per quelli delle persone a me vicine. Indubbiamente leggerlo mi fa sorridere, anche se, come spesso succede a tutti, se alcune cose appaiono coincidenti con la realtà, qualche dubbio sulla sua validità a volte affiora…

A domani.

Mario

 

 

lunedì, febbraio 09, 2026

CERTI NOSTRI COMPORTAMENTI EVIDENZIANO IL CARATTERE: CAMMINARE ABITUALMENTE IN MODO SVELTO, PER ESEMPIO....


Oristano 9 febbraio 2026

Cari amici,

Per tutti noi “CAMMINARE” è un atto necessario: ci consente di muoverci, spostarci, raggiungere altri luoghi. Ebbene, per molti filosofi del passato, il camminare non era ritenuto solo un atto fisico, ma anche una metafora dell'esistenza umana. I filosofi greci, per esempio, riflettevano spesso sul fatto che la vita umana altro non era che un “personale cammino” che ciascuno di noi è chiamato a percorrere durante la propria vita, ricco sia di tratti agevoli e piacevoli, ma anche di altri fatti di incertezze e difficoltà.

I modi di camminare, tuttavia, - come ben sappiamo - sono diversissimi: c’è chi cammina a passo lento, cadenzato, senza alcuna fretta, e chi, invece, seppure non abbia necessità, cammina sempre a passo svelto, come se il tempo fosse sempre poco, e perciò necessiti di essere portato avanti in velocità. Secondo diversi studi psicologici, la persona che cammina sempre velocemente, a ritmo sostenuto, non lo fa solo perché è angosciato dagli impegni, ma perché questo modo di camminare veloce fa parte del suo carattere particolare.

Secondo alcuni specialisti, come la psicologa Leticia Martin Enjuto, le persone che camminano velocemente appartengono spesso alla categoria delle persone molto dinamiche, determinate e orientate all'azione. Sono persone a cui piace sempre andare dritto al punto, soggetti che non sopportano l'inefficienza, e il muoversi velocemente dà la sensazione di avere sempre sotto controllo gli impegni della giornata. Un soggetto di questo tipo ha grande fiducia in se stesso, è determinato e proattivo.

Amici, quelli che camminano sempre molto velocemente, trasmettono l'idea di una loro quotidianità intensa e piena di impegni, con una marcata determinazione a raggiungere gli obiettivi in tempi rapidi. In alcuni casi, tuttavia, un'andatura decisa può essere associata a grande sicurezza di sé e a un'attitudine da leader. Sono persone capaci di prendere con facilità le decisioni, e in possesso di una radicata abitudine a ottimizzare ogni minuto. Il loro ritmo costante non è solo una questione di spostamenti, ma riflette un particolare modo di vivere la loro vita.

Che la vita, in questo millennio ipertecnologico, sia caratterizzata da una forte necessità di efficienza, determinazione, orientamento agli obiettivi e produttività, è una realtà incontestabile, una vita costituita da una forte organizzazione e disciplina. Camminare veloci può indicare anche estroversione, desiderio di interazione e vitalità (in cerca di nuove esperienze), oppure essere consci di vivere un mondo interiore frenetico, con costante necessità di controllo, ma anche caratterizzata da una forte resilienza allo stress.

Il camminare a passo svelto, amici, può anche essere una via di fuga. Un modo per trasformare lo stress in movimento. Una strategia inconscia, per evitare di rimanere soli con i propri pensieri o le proprie emozioni per troppo tempo. Gli psicologi parlano di "dipendenza dal fare": ovvero un bisogno quasi compulsivo di concatenare azioni per sentirsi validi, utili e vivi. In questo contesto, la produttività diventa una forma di valore personale; il corpo accelera per tenere il passo con il ritmo mentale, per dissipare la pressione che si accumula senza che ce ne accorgiamo.

Lo psicologo Richard Wiseman ha osservato, attraverso uno studio condotto in diverse grandi città, che l'aumento della velocità di camminata nel corso degli anni è accompagnato da un aumento significativo dei segnali di nervosismo quotidiano. In altre parole: il nostro mondo si muove più velocemente e i nostri passi tengono il passo, ma a volte, però, a scapito del nostro benessere emotivo. È a quel punto che bisognerebbe darsi “un alt”, scegliendo di rallentare il ritmo, creando naturalmente una pausa.

Cari amici, riuscire ad imparare a modulare il proprio ritmo, riuscire a dare più spazio alle proprie risorse, alla propria lucidità mentale e al proprio benessere emotivo, diventa davvero necessario. In questo modo si matura la capacità di scegliere quando accelerare, anziché lasciarsi travolgere, contro la propria volontà, da una velocità che riesce a  sopraffarci. Rallentare il ritmo significa dare alla mente l'opportunità di respirare, di percepire ciò che ci circonda, allontanando così l’ansia e lo stress. Non viviamo sempre accelerati!

A domani.

Mario

domenica, febbraio 08, 2026

L'IMPORTANZA DELLA SOCIALITÀ NELL'ETÀ SENILE. ANCHE MANGIARE DA SOLI, DOPO I 65 ANNI, COSTITUISCE UN RISCHIO PER LA SALUTE.


Oristano 8 febbraio 2026

Cari amici,

Vivere a contatto con gli altri, relazionarsi socialmente con gli amici, i vicini e i conoscenti, è un modo di vivere che ci gratifica a tutte le età, facendoci sentire parte di un gruppo. Arrivati all’età senile, poi, vivere questa SOCIALITÀ diventa cruciale, perché contribuisce a combattere la solitudine, evita la depressione, migliorando la nostra salute mentale e cognitiva (prevenendo declino e Alzheimer), aumentando l'autostima e il senso di appartenenza al gruppo. La socialità può persino contribuire ad allungarci la vita, mantenendo corpo e mente attivi attraverso le attività di gruppo e instaurando relazioni significative, arrivando a ridurre lo stress e favorendo uno stile di vita sano.

Amici, il CONVIVIO è uno dei modi più graditi dello “stare insieme”, e le tavolate con amici e parenti sono un piacevole modo di riunirsi e gratificarsi, a tutte le età. Il rito del mangiare insieme, superata una certa età, diventa addirittura ancora più importante, perché per le persone anziane mangiare in compagnia è fonte di importanti benefici, sia per la salute fisica che mentale. Ciò è stato ulteriormente dimostrato da uno studio condotto da ricercatori della Flinders University di Adelaide, in Australia.

Questa ricerca della Flinders University, pubblicata sulla rivista scientifica Appetite, ha infatti elaborato quanto emerso da 24 studi internazionali, che hanno analizzato il legame tra mangiare da soli e il benessere complessivo nelle persone di oltre 65 anni che vivono in comunità. I risultati hanno evidenziato che gli anziani che mangiano abitualmente da soli hanno più probabilità di avere valori nutrizionali e parametri sanitari peggiori rispetto ai coetanei che mangiano invece in compagnia.

Come accennato in premessa, socializzare con gli altri risulta positivo ad ogni età, e mangiare abitualmente in compagnia in senilità aggiunge tutta una serie di benefici. Mangiare da soli, invece, man mano che si va avanti con gli anni, risulta alquanto negativo. Come ha evidenziato lo studio prima ricordato, mangiare in solitudine può produrre "cambiamenti nella funzione fisiologica, nell'ambiente fisico, sociale ed economico", tale da poter influenzare l'assunzione dei nutrienti, e di conseguenza la salute generale delle persone anziane.

Gli autori di questo studio, inoltre, hanno anche voluto indagare ancora più a fondo, arrivando a misurare l’entità degli effetti di questi cambiamenti nelle abitudini alimentari sulla salute degli anziani. Analizzando complessivamente i dati di oltre 80.000 anziani in 12 Paesi, è emerso che mangiare da soli rappresenta un serio fattore di rischio per la salute complessiva degli anziani: la maggior parte degli studi analizzati ha infatti dimostrato che gli anziani che mangiano da soli hanno più probabilità di fare scelte alimentari peggiori con effetti sulla propria salute generale. Gli anziani che mangiano da soli, in particolare, potrebbero ad esempio non assumere abbastanza alimenti proteici, che sono invece fondamentali – hanno sottolineato i ricercatori – per proteggere la capacità muscolare e funzionale. Non solo, secondo alcuni degli studi analizzati, mangiare da soli sembrerebbe associato anche a un rischio maggiore di perdita eccessiva di peso e fragilità, oltre a creare quella depressione che deriva dall'isolamento sociale.

Sempre secondo i ricercatori questi risultati non vanno sottovalutati, perché suggeriscono che oltre ai cambiamenti fisiologici legati all'invecchiamento, come la perdita di appetito e il gusto alterato, anche i fattori sociali, quindi ad esempio la solitudine, potrebbero essere altrettanto importanti nell'influenzare l'alimentazione degli anziani e quindi la loro salute fisica e psichica. Questa consapevolezza potrebbe – confermano i ricercatori – favorire programmi di screening per individuare le persone esposte a un maggior rischio nutrizionale oppure potrebbe favorire la creazione di iniziative sociali, come pasti comunitari, che favoriscano il contatto tra gli anziani.

Cari amici, la senilità andrebbe sempre vissuta partecipando pienamente alla vita sociale, in tutte le fasi della giornata, e principalmente durante il convivio, momento alquanto propizio per la socializzazione. A prescindere dall'impatto sull'alimentazione, l'isolamento sociale negli anziani è un fattore di rischio anche per altre condizioni di salute, tra cui il declino cognitivo: in un ampio studio pubblicato su The Lancet nel 2020 gli scarsi contatti sociali sono stati indicati, infatti, tra i 12 fattori che possono influenzare il rischio di demenza. Il vivere socialmente con gli altri è indubbiamente la scelta più consona per una vita sana e possibilmente lunga e felice!

A domani.

Mario

sabato, febbraio 07, 2026

LA VITA LAVORATIVA E I SUOI CAMBIAMENTI. ECCO COME CAMBIA IL NOSTRO CERVELLO DOPO ESSERE ANDATI IN PENSIONE.


Oristano 7 FEBBRAIO 2026

Cari amici,

Le fasi della vita umana sono costituite da tappe, tutte importanti: c’è l'infanzia, la fase di preparazione iniziale, poi l'adolescenza, che completa la formazione, e infine si arriva alla maturità lavorativa, che consente quella realizzazione socio economica che tutti si aspettano. Qualunque sia l’attività svolta, poi, essa culmina nella fase finale, quella delle PENSIONE. È questa una fase particolare, oserei dire riflessiva, che può essere vissuta in molti modi: da un relax assoluto a quello di “un nuovo inizio”, di un nuovo impegno, capace di dare corpo a quei sogni che magari, per tante ragioni, non si sono potuti realizzare a tempo debito.

Il momento in cui arriva il “PENSIONAMENTO” rappresenta una tappa molto importate nella vita di tutti noi, un momento che, come accennato prima,  viene vissuto in modo diverso da ciascuno di noi; può essere un traguardo agognato, uno spauracchio, un’occasione per ripensare alla propria vita e rimettersi ancora in gioco; è un passaggio molto importante, vissuto anche, psicologicamente, con una certa crisi, dovuta al radicale cambiamento delle abitudini durate tanti anni. Insomma, amici, è un momento particolare, che il nostro cervello vive con tanta ansia e preoccupazione.

Si, nel nostro cervello scatta una rielaborazione delle nostre abitudini consolidate, e, la prima considerazione che gli specialisti fanno è che «il pensionamento è considerato a livello psicopatologico un momento di grande stress che può aumentare in maniera decisiva il rischio di patologie depressive in persone predisposte», come ha avuto modo di spiegare al Corriere Salute il professor Giancarlo Cerveri, psichiatra, Consigliere della Società Italiana di Psichiatria.

Come conferma il professor Giancarlo Cerveri, il pensionamento viene vissuto in modo differente dai diversi soggetti; non è un evento uniforme, nel senso che presenta profonde differenze di ordine psicopatologico, anagrafico e sociale, da cui dipende il successivo periodo ancora da vivere. Le possibili variabili in gioco possono influire, infatti, sul futuro del “Pensionato”: «Tutto si gioca con la capacità di adattamento che un soggetto riesce a mettere in campo nei momenti di cambiamento», afferma lo psichiatra.

Il nuovo percorso che verrà intrapreso deriva molto anche dal tipo di lavoro svolto: se l’occupazione precedente era gravosa dal punto di vista fisico, oppure, al contrario, era un lavoro qualificato con maggiore libertà e soddisfazione personale. «I soggetti coinvolti in queste due tipologie di lavori hanno una modalità  alquanto diversa di affrontare il pensionamento - osserva Cerveri -: mentre per i primi la fine del lavoro offre un profondo alleggerimento rispetto a tutta una serie di sollecitazioni di stress sentite come particolarmente gravose (anche per l'avanzare dell'età), per gli altri il pensionamento rappresenta una perdita di identità e gratificazioni».

Ci sono anche differenze di genere nel modo in cui si vive il distacco dal lavoro: «Da un punto di vista psichiatrico i problemi che seguono il momento del pensionamento riguardano più frequentemente gli uomini - afferma Cerveri -, soprattutto le persone che hanno avuto un percorso lavorativo di grande successo, poi, andati in pensione, non riescono ad adattarsi; questo produce quadri depressivi particolarmente intensi, anche resistenti ai trattamenti farmacologici». Per le donne, da sempre impegnate anche in casa, il passaggio alla pensione risulta meno traumatico. Anche l’età anagrafica può influire in maniera positiva o negativa, nella fase successiva del proprio progetto di vita: «Più precocemente si va in pensione maggiore è l'energia che una persona ha a disposizione per costruirsi una vita alternativa - chiarisce Cerveri -. Molto spesso le persone che vanno in pensione tardi sono anche quelle che hanno investito di più nella carriera. Insomma, tutto si gioca con la capacità di adattamento ai cambiamenti, sia nell’uomo che nella donna.

Amici, quale il consiglio migliore che si può dare per arrivare preparati alla pensione? In fondo la data del pensionamento non arriva all’improvviso e la si conosce un bel po’ di tempo prima! Il segreto sta nel “prepararsi per tempo” alla vita che si andrà a condurre dopo il pensionamento. Ciascuno di noi, in particolare in età giovanile, ha cavalcato dei sogni, la gran parte dei quali non si sono potuti realizzare. Ecco prepararsi qualche tempo prima di andare in pensione, elaborando la realizzazione di uno di questi sogni è indubbiamente la scelta migliore!

Cari amici lettori, io ho già vissuto questa esperienza molti anni fa! Pur essendomi realizzato nella vita in maniera economicamente eccellente, avrei voluto viverla in altro modo, ovvero facendo il lavoro dei miei sogni. Quando a 57 anni mi ritrovai pensionato, ripresi in mano la mia vita e cercai di realizzare quel bel sogno cullato fin da bambino e che purtroppo non si realizzò: occuparmi di comunicazione! Tornai sui banchi dell’Università alle soglie dei 60 anni e coronai il mio sogno: oggi, dopo aver frequentato con successo (… e con lode) i corsi di laurea in Comunicazione, Giornalismo e Politiche Pubbliche, oggi da giornalista pubblicista collaboro con 2 giornali, ho il mio blog dove scrivo tutti i giorni, e fino ad oggi ho scritto e pubblicato 14 libri…. Sapete una cosa? Sono davvero felice di questa nuova vita e voglio continuare!!!

A domani.

Mario

venerdì, febbraio 06, 2026

LA TECNOLOGIA DIGITALE CI STA RIPORTANDO ALL'ORALITÀ DEI TEMPI DI SOCRATE. UN PASSO INDIETRO, DOPO IL PASSAGGIO DALL’ORALITÀ ALLA SCRITTURA?


Oristano 6 febbraio 2026

Cari amici,

Per lungo tempo, nella vita dell’uomo, L’ORALITÀ” era la base della relazione umana. Tutto avveniva con l'utilizzo delle parole, per trasmissione orale: i fatti del giorno, i ricordi degli antenati, le vicende belliche vissute, le conquiste e le sconfitte, in quanto la scrittura ancora non esisteva. Anche i momenti felici del riposo erano cantati dai poeti con la musica e la forza della parola, I due grandi poemi come L’Iliade e l’Odissea, furono trasmessi dagli aedi e dai rapsodi (erano i cantori-compositori professionisti nell'Antica Grecia) che, di città in città, di villaggio in villaggio, decantavano i poemi epici per la gioia degli ascoltatori.

Poi, nella costante evoluzione dell’uomo, arrivò il tempo della scrittura,  e la trasmissione orale iniziò a perdere terreno, lasciando il passo alle pergamene, alla mimesi, alla critica e agli scritti dei poeti  e dei filosofi. Nella colta, antica Grecia, i grandi come Socrate operavano oralmente, e anche Platone, che pure scrisse molto, erano entrambi fautori della superiorità della oralità sulla scrittura, alla quale, però, veniva riconosciuta la capacità di ricordare le cose di maggior valore, conservandole nel tempo. Fu Erodoto a sancire il passaggio dall’oralità alla scrittura: fu lui, per primo, a raccogliere notizie di ogni genere da testimoni oculari e fonti non scritte, avvalendosi del confronto e dell’analisi dei dati che solo la forma scritta poteva garantire.

Col passare dei millenni, la superiorità della scrittura sulla trasmissione orale divenne inattaccabile. Ma, come la storia continua a dimostrarci, nulla è eterno. In questo millennio ipertecnologico viviamo immersi in una vita straordinariamente digitale. Non apprendiamo più le notizie dal giornale cartaceo ma dal computer, dal tablet o dal telefonino; come potremo dunque definirci: una civiltà ritornata all’oralità o ancorata alla scrittura? La vita digitale, amici, diversamente dall’età di Gutenberg, somiglia non poco al V secolo a.C. quando ad Atene oralità e scrittura si miscelavano. Mentre, però, in quel tempo all’oralità subentrò la scrittura, oggi si è innescato il processo inverso: è attraverso la stessa scrittura che rinasce l’oralità.

Amici lettori la cruda realtà è che “L’odierna vita digitale”, non è né scritta né orale ma un mix: è scritta e orale allo stesso tempo. Nell’attuale società delle immagini (che prevalgono fortemente sullo scritto), TV, telefonino e tablet, sono una specie di moderna “Caverna di Platone”, dove tutto scorre in tempo reale, luci, ombre, immagini, informazioni, false e finte verità, che dobbiamo esser capaci di distinguere. Nell’ibrido moderno, come è stato accertato dai sociologi, convivere tra oralità e scrittura, ha comportato un pericoloso “regresso all’oralità”. Sociologi esperti di media e capaci psicolinguisti, hanno evidenziato come il linguaggio televisivo, e in misura minore altre forme di trasmissione delle informazioni per immagini (cinema, internet, fumetti, sms), abbiano comportato un regresso sul piano della ricchezza lessicale e delle conoscenze linguistiche da parte di certe fasce sociali e d’età.

La triste realtà è che la civiltà dell’immagine e della digitalizzazione ha profondamente trasformato il nostro modo di interagire con l’informazione, relegando il libro a un ruolo marginale. Questo fenomeno è evidente in vari contesti quotidiani, dove l'attenzione dei lettori è spesso catturata da smartphone e dispositivi digitali, piuttosto che dalle pagine stampate. La lettura, un'attività che richiede tempo e concentrazione, è stata sostituita da un consumo veloce e superficiale di contenuti visivi, che scorrono rapidamente davanti ai nostri occhi.

Cari amici, viviamo questo Millennio ipertecnologico, angosciati da un "iperattivismo" che ci sta trasformando in soggetti quasi inumani, schiavi di una tecnologia asfissiante, che ci somministra valanghe di informazioni in tempo reale in modo frenetico, quasi compulsivo, con il rischio di perdere la nostra umanità. Lontani i tempi in cui l'esperienza profonda che la lettura di un libro offriva, riempiva i nostri momenti di libertà. La metafora dello psicologo nordamericano, che paragona i libri ai velieri, sottolinea la percezione di un'epoca passata, in cui la lettura era centrale nella cultura, ora sostituita da forme di comunicazione più rapide e immediate, ma angoscianti e deprimenti.

A domani.

Mario