Oristano 7 ottobre 2026
Cari amici,
Che la filosofia antica
sia validissima anche oggi, è ampiamente dimostrato ogni giorno che passa. Viviamo in
un’era tecnologica carica di ansia e stress, dove l’uomo, senza gli opportuni
rimedi, può davvero rendere la propria vita un vero, invivibile inferno. Ebbene, la
saggezza antica ci può venire in soccorso, riprendendo in mano le lezioni
filosofiche di grandi filosofi come SENECA, che nel suo “DE VITA BEATA” ci invita a smettere di “piangerci addosso”, pronti ad iniziare o riprendere a vivere,
allontanando l’ansia e la tristezza, e ritrovando così la tanto desiderata felicità.
Lucio Anneo Seneca (Corduba
4 a.C. – Roma, aprile 65), il grande filosofo, drammaturgo e politico romano, ha
parlato spesso del destino dell’uomo. Per lui “inveire contro la sfortuna,
incolpare il lavoro, gli altri o il destino, per tutto quello che non va è
assolutamente errato. Spesso l’uomo spende una quantità enorme di energie a
piangersi addosso e a fare la vittima, con la convinzione che la serenità sia
un premio che la vita continua ingiustamente a negare. Eppure, quel senso di
insoddisfazione resta lì, immobile, immutabile.
Per Seneca IL VITTIMISMO è
una trappola seducente ma terribilmente sbagliata! Addebitare ogni colpa
all’esterno sembra assolverci da ogni
colpa: ci deresponsabilizza e ci convince che la causa dei nostri mali sia
sempre all’esterno. Niente di più errato! Certo, è più comodo pensare di essere
sfortunati che ammettere di essere pigri, codardi o semplicemente immobili di
fronte al cambiamento. Ci rifugiamo nella lamentela per anestetizzare il dolore
dell’inerzia, trasformando la nostra insoddisfazione in un’identità.
Nel suo celebre libro
prima citato “La vita felice" (De vita beata), il filosofo latino smonta pezzo
per pezzo l’illusione che la serenità sia un dono del caso o una concessione
delle circostanze favorevoli. La felicità, al contrario, è un atto di
responsabilità individuale, un muscolo che va allenato rifiutando la passività.
Dobbiamo arrivare a cercare qualcosa che sia un bene reale, non solo apparente,
solido e costante. Certo, spesso è difficile trovarlo, ma basta aspettare: non è
lontano e si troverà, basta cercarlo con lucidità. Spesso, invece, non ci
impegniamo a cercarlo, passiamo oltre, perché ci manca la determinazione.
Nel periodo in cui
scrisse il De Vita beata Seneca era politicamente impegnato: era il precettore
e il consigliere più ascoltato del giovane imperatore Nerone. Un ruolo di
primissimo piano che gli attirava l’invidia spietata dei circoli conservatori
romani. Accusato da Publio Suillio Rufo, un personaggio tutt’altro che limpido, di ipocrisia, Seneca non si nasconde. Nel 58 d.C. risponde su due fronti: sul
piano giudiziario contrattacca, promuovendo il processo che porterà alla
condanna di Suillio per malgoverno; sul piano intellettuale firma il De vita
beata, dedicato al fratello maggiore Anneo Novato, trasformando un’autodifesa
personale in una pietra miliare della filosofia.
Amici, il De Vita Beata è un libro da
leggere con attenzione anche oggi: “piangersi addosso è comodo perché ci
assolve da ogni colpa”, affermazione anche oggi validissima. Quella di Seneca
è una diagnosi spietata: il filosofo romano non concede “carezze consolatorie”,
ma va a smontare una per una le quattro scuse preferite con cui continuiamo a
sabotarci la cercata felicità e a giustificare la nostra immobilità. Fin dal
primo capitolo del De vita beata, Seneca mette a nudo l’assurdità di chi
pretende di essere felice copiando gli altri. Il filosofo usa un’immagine
volutamente spietata: ci regoliamo sulle dicerie, pensando che le cose migliori
siano quelle che riscuotono grande consenso, e del fatto che noi gli esempi
numerosi li prendiamo per buoni esempi e non secondo ragione, ma viviamo per
imitazione.
Nell’uomo l’ossessione di
scovare le pagliuzze negli occhi altrui tradisce l’incapacità di guarire le
proprie travi. Trasformare gli errori e le incoerenze degli altri in una
giustificazione per non cambiare mai la nostra vita non fa altro che
cronicizzare la tristezza, trasformando la frustrazione in un’identità
rassegnata. Se all’uomo basta un contrattempo, una perdita o un’aspettativa
tradita per farlo sprofondare nella disperazione, significa che ha consegnato
le chiavi della sua vita a ciò che non può controllare. Seneca individua in
questa dipendenza la radice di ogni fragilità. Una mente matura, al contrario,
non pretende che il mare sia sempre calmo, ma impara a navigare anche nella
tempesta.
Cari amici, credo che
Seneca vada riletto con grande attenzione anche oggi. Il dolore e gli
imprevisti fanno parte del tessuto stesso dell’esistenza. Pretendere un mondo
su misura per noi è un’illusione che genera solo rabbia e impotenza; l’unica
vera libertà risiede nella nostra capacità di governare la risposta interiore a
ciò che ci accade. La grande lezione del De vita beata non è una formula
magica, ma una presa di coscienza radicale: la felicità non è l’assenza del
dolore, ma la scelta di non farsi annientare da esso.
A domani fedeli lettori.
Mario










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