Oristano 13 febbraio 2026
Cari amici,
Spesso l’essere gentili è
visto come un segno di debolezza, di fragilità, di arrendevolezza. Niente di
più sbagliato! Essere gentili non è un segno di debolezza, ma anzi una
manifestazione di forza interiore, intelligenza emotiva e coraggio, soprattutto
in un contesto sociale che vede LA GENTILEZZA come un segno di ingenua
debolezza. La persona gentile, invece, è dotata di un grande autocontrollo, di empatia
e di consapevolezza, che le consente di poter rispondere con calore e rispetto
anche a chi agisce da maleducato, a chi mette in atto provocazioni e
maleducazione, spiazzando chi si aspetta durezza, riuscendo a creare sempre un
ambiente più positivo e umano.
Viviamo, purtroppo, un
mondo in cui la prepotenza sembra essere diventata la strada per dominare gli altri e
che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non
ha ambizioni può permettersi. Eppure, dovremmo trovare il coraggio di rileggere
il passato, per esempio focalizzare la nostra attenzione sul pensiero di LUCIO
ANNEO SENECA, filosofo, drammaturgo e politico romano, tra i massimi
esponenti dello stoicismo eclettico di età imperiale. Per Seneca la gentilezza non
è un segno di debolezza ma di forza, non è un segno di cedimento, ma è la vera
forza del potere e della stabilità.
Seneca riesce a
scardinare il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione.
Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza.
Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi
potente, colui che mantiene la propria serena, gentile benevolenza, interrompe
il circuito della violenza. Essere gentili con chi è sgarbato non significa
subire, ma dimostrare di essere padroni del proprio stato d’animo. Insomma, la
gentilezza è la forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti.
Seneca, amici, lega
strettamente la gentilezza all'amicizia autentica, sottolineando che deve
essere sempre disinteressata, una scelta virtuosa, basata sulla comune
condizione umana, non su calcoli o vantaggi. La gentilezza, come l'amicizia,
non si misura, non si mercanteggia; un atto gentile è una ricompensa in sé e
una manifestazione di forza morale, che si traduce nel non aspettarsi gratitudine
e nel perdonare con bontà. Chi è gentile e saggio è anche amico di sé stesso,
potendo così donare amore agli altri senza aspettare nulla in cambio, rendendo
l'amicizia un "altro io" e un esercizio di virtù.
Per il grande Seneca la
gentilezza è sempre possibile: "Ovunque ci sia un essere umano, vi è
la possibilità per una gentilezza". È una scelta che si può fare
in ogni situazione; è un Atto disinteressato: Non deve essere un'operazione
contabile; un beneficio dato non deve essere registrato per riscuotere. In
sintesi, la gentilezza è una “Ricompensa in sé”: La vera gentilezza è una
ricompensa per chi la compie, non un investimento per il futuro. Dialogare, rispondere
con gentilezza, protegge la mente e il cuore, a differenza della collera.
Ecco perché, cari
lettori, l'amicizia e la gentilezza sono strettamente legate. L’amicizia è una
scelta, non un’imposizione: è un dono, non qualcosa che si può imporre. L’amico
si sceglie aprendosi e dando fiducia, ovviamente dopo un’attenta valutazione,
ma una volta scelto, bisogna fidarsi e aprirsi completamente, come con se
stessi. L’amicizia è rivolta al bene altrui: Il vero saggio cerca l'amico per
assisterlo, non per essere assistito. Con lui nasce una condivisione totale: l'amicizia
vera mette tutto in comune, anche le avversità, perché unisce gli uomini in una
volontà comune. Non è mai basata sull'utile: l'amicizia per interesse
(traffico) finisce quando l'interesse cessa; quella vera è un vincolo che non
cerca profitto.
Cari amici che mi leggete,
facendo una sintesi del pensiero di Seneca, che mette sul podio la gentilezza e
la considera strettamente legata all’amicizia, possiamo dire che l'approccio di
Seneca alla gentilezza è intrinsecamente legato alla sua etica stoica: la virtù
è il fine, e la gentilezza, come l'amicizia, sono manifestazioni di una vita
vissuta secondo ragione e umanità, dove l'azione buona è fine a se stessa e
genera valore interiore, non solo vantaggi esterni. Se davvero in questo millennio trovassimo
la forza di rileggere il passato…
A domani.
Mario

.jpg)























.jpg)




.jpg)



















.jpg)
