sabato, febbraio 14, 2026

ASSEGNATA DAL “GREMIO DEL CAVALIERE INFINITO” LA CAMELIA 2026. LA SCELTA È CADUTA SU MIRIAM CONTINI.


Oristano 14 febbraio 2026

Cari amici,

Domenica 15 e martedì 17 febbraio, si correrà anche quest'anno ad Oristano, nonostante le tante polemiche, LA SARTIGLIA. In questo straordinario, antico torneo, dove le donne protagoniste non sono mai state tante, né come cavalieri né come Componidori, molte altre, invece, si sono sacrificate, anno dopo anno, dietro le quinte, per preparare nel modo migliore possibile la somma figura del torneo: SU COMPONIDORI. Ebbene, questo straordinario impegno femminile, a lungo ignorato, è stato invece – con grande lungimiranza – preso in alta considerazione da un personaggio oristanese straordinario: Filippo Martinez, una figura tanto eclettica e impareggiabile, da venire difficile, anche ai più esperti, essere degnamente descritta.

Solo un personaggio come FILIPPO MARTINEZ poteva pensare, infatti, a trovare per queste straordinarie donne di Sartiglia un degno riconoscimento per il gravoso impegno svolto dietro le quinte della storica manifestazione! Esse con grande determinazione operano da sempre nell’ombra: a partire dalle Massaias fino alle Massaieddas. Per loro il grande Filippo Martinez, dopo aver inventato il Gremio del Cavaliere Infinito, ha pensato ad un giusto riconoscimento: “CREARE” un premio particolare, unico nel suo genere; la scelta è caduta su un fiore che orna il Capocorsa: una camelia in ceramica, che rappresenta quel bellissimo fiore che Su Componidori porta con eleganza sul petto. La bellissima ceramica viene realizzata artisticamente, ogni anno, dall'artista Alessandra Raggio.

Fu a partire dall’anno 2015, che venne iniziata l’assegnazione delle Camelie, attribuita ad una delle tante donne che di anno in anno hanno contribuito e contribuiscono, con amore e dedizione, a conservare la tradizione più intima, più sacra e più bella della Sartiglia. Finora sono state assegnate 11 Camelie: ad Angela Solinas (2015), Gabriella Collu (’16), Maria Teresa Mereu (’17), Matilde Carta (’18), Anna Paola Corona (’19), Anna Contini (’20), Stefania Pinna (’21), Pina Soddu (‘22), Patrizia Pala (’23), Giorgia Mugheddu (’24), Franca Fenu (’25).

Quest’anno il Consiglio delle Camelie del Gremio del Cavaliere Infinito ha assegnato all’unanimità il titolo di Camelia 2026 alla grande donna di Sartiglia Miriam Contini. Quando una piccola delegazione del Consiglio delle Camelie, composta da Matilde Carta e Giorgia Mugheddu e guidata dalla priora Gabriella Collu, si è recata a casa di Miriam Contini e le ha comunicato la notizia, lei si è commossa! Proprio non se l’aspettava! E invece avrebbe dovuto, perché il suo è stato sin da bambina un modo intensissimo di “respirare” la Sartiglia, di viverne poeticamente l’incantesimo.

Per capirlo nella sua essenza basti pensare che, mentre era in attesa del figlio Sergio, quando Pino, il marito, le domandò se avesse qualche desiderio, invece che un dolce o un frutto lei chiese una maschera del Componidori. In seguito, rimasta vedova nel 1990, come per incarnare il suo sogno mandò il giovanissimo Sergio da Antonio Casu – benemerito fondatore del “Giara Club” – perché imparasse a cavalcare.  Quando poi il ragazzo terminò gli studi e si diplomò, lei non gli regalò un orologio ma uno stocco. E bisogna dire che Sergio, costretto dall’amore di sua madre a essere un predestinato, l’ha saputa accontentare. Infatti è stato prima Componidoreddu nella Sartigliedda, e poi, nel 2017, Componidori.

La Massaia Miriam Contini sarà proclamata ufficialmente Camelia 2026 al Teatro Garau lunedì prossimo, 16 febbraio alle ore 20:00, durante la rassegna di cori tradizionali sardi “Cantando a Carnevale” che da sempre, generosamente, offre al Gremio del Cavaliere Infinito lo spazio per la premiazione. Anche quest’anno il premio consisterà in una preziosa camelia in ceramica realizzata e regalata da Alessandra Raggio, un’artista sensibile e generosa. Ma quest’anno alcune sue opere potranno essere ammirate anche da chi non sarà presente alla premiazione. Infatti, da venerdì 13 alle ore 19:00 a martedì 17, cinque sue grandi camelie in ceramica saranno esposte presso la casa Cominacini-Falqui Cao in via Parpaglia 38 trasformata per l’occasione dalle luci di Antonio Falchi in uno spazio metafisico perfetto per accogliere quei petali colorati che, come dice l’autrice, “ho plasmato uno per uno con una terra che da sempre mi riempie il cuore”.

Cari amici, mi inchino riverente di fronte allo straordinario eclettico, impareggiabile Filippo Martinez, per me un particolare, grande “GENIO DELLA LAMPADA”, personaggio capace di creare e stupire con la sua BACCHETTA MAGICA, inventore nel grande, unico torneo della SARTIGLIA, del Gremio del Cavaliere Infinito!

A domani, fedeli lettori!

Mario

venerdì, febbraio 13, 2026

PER SENECA “GENTILEZZA” E “AMICIZIA VERA” SONO STRETTAMENTE LEGATE. LA GENTILEZZA NON È INDICE DI FRAGILITÀ, MA È L’ARMA DEI FORTI.


Oristano 13 febbraio 2026

Cari amici,

Spesso l’essere gentili è visto come un segno di debolezza, di fragilità, di arrendevolezza. Niente di più sbagliato! Essere gentili non è un segno di debolezza, ma anzi una manifestazione di forza interiore, intelligenza emotiva e coraggio, soprattutto in un contesto sociale che vede LA GENTILEZZA come un segno di ingenua debolezza. La persona gentile, invece, è dotata di un grande autocontrollo, di empatia e di consapevolezza, che le consente di poter rispondere con calore e rispetto anche a chi agisce da maleducato, a chi mette in atto provocazioni e maleducazione, spiazzando chi si aspetta durezza, riuscendo a creare sempre un ambiente più positivo e umano.

Viviamo, purtroppo, un mondo in cui la prepotenza sembra essere diventata la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, dovremmo trovare il coraggio di rileggere il passato, per esempio focalizzare la nostra attenzione sul pensiero di LUCIO ANNEO SENECA, filosofo, drammaturgo e politico romano, tra i massimi esponenti dello stoicismo eclettico di età imperiale. Per Seneca la gentilezza non è un segno di debolezza ma di forza, non è un segno di cedimento, ma è la vera forza del potere e della stabilità.

Seneca riesce a scardinare il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria serena, gentile benevolenza, interrompe il circuito della violenza. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere padroni del proprio stato d’animo. Insomma, la gentilezza è la forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti.

Seneca, amici, lega strettamente la gentilezza all'amicizia autentica, sottolineando che deve essere sempre disinteressata, una scelta virtuosa, basata sulla comune condizione umana, non su calcoli o vantaggi. La gentilezza, come l'amicizia, non si misura, non si mercanteggia; un atto gentile è una ricompensa in sé e una manifestazione di forza morale, che si traduce nel non aspettarsi gratitudine e nel perdonare con bontà. Chi è gentile e saggio è anche amico di sé stesso, potendo così donare amore agli altri senza aspettare nulla in cambio, rendendo l'amicizia un "altro io" e un esercizio di virtù.

Per il grande Seneca la gentilezza è sempre possibile: "Ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza". È una scelta che si può fare in ogni situazione; è un Atto disinteressato: Non deve essere un'operazione contabile; un beneficio dato non deve essere registrato per riscuotere. In sintesi, la gentilezza è una “Ricompensa in sé”: La vera gentilezza è una ricompensa per chi la compie, non un investimento per il futuro. Dialogare, rispondere con gentilezza, protegge la mente e il cuore, a differenza della collera.

Ecco perché, cari lettori, l'amicizia e la gentilezza sono strettamente legate. L’amicizia è una scelta, non un’imposizione: è un dono, non qualcosa che si può imporre. L’amico si sceglie aprendosi e dando fiducia, ovviamente dopo un’attenta valutazione, ma una volta scelto, bisogna fidarsi e aprirsi completamente, come con se stessi. L’amicizia è rivolta al bene altrui: Il vero saggio cerca l'amico per assisterlo, non per essere assistito. Con lui nasce una condivisione totale: l'amicizia vera mette tutto in comune, anche le avversità, perché unisce gli uomini in una volontà comune. Non è mai basata sull'utile: l'amicizia per interesse (traffico) finisce quando l'interesse cessa; quella vera è un vincolo che non cerca profitto.

Cari amici che mi leggete, facendo una sintesi del pensiero di Seneca, che mette sul podio la gentilezza e la considera strettamente legata all’amicizia, possiamo dire che l'approccio di Seneca alla gentilezza è intrinsecamente legato alla sua etica stoica: la virtù è il fine, e la gentilezza, come l'amicizia, sono manifestazioni di una vita vissuta secondo ragione e umanità, dove l'azione buona è fine a se stessa e genera valore interiore, non solo vantaggi esterni.  Se davvero in questo millennio trovassimo la forza di rileggere il passato…

A domani.

Mario

 

giovedì, febbraio 12, 2026

CULTURA ORIENTALE. I GIAPPPONESI E IL SISTEMA PER RALLENTARE L’INVECCHIAMENTO. LA LORO SCOPERTA DEL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ.


Oristano 12 febbraio 2026

Cari amici,

Nel mondo sono state catalogate ben “CINQUE (5) AREE”, (le cosiddette BLUE ZONES), dove è dimostrato che si vive più a lungo, e, una delle più importanti si trova ad Okinawa in Giappone. Le altre, oltre Okinawa, come altre volte riportato su questo blog, sono: Ikaria in Grecia, l’Ogliastra in Sardegna, Nicoya in Costa Rica e Loma Linda in California. Ebbene, gli studi su questo interessante argomento sottolineano che la longevità non dipende solo dai geni (che spiegano meno del 10% della variabilità), ma soprattutto da fattori ambientali e comportamentali.

In passato ho parlando a lungo dell’argomento, in particolare della nostra Ogliastra, terra sarda di centenari in buona salute, ma oggi voglio focalizzare la mia attenzione su Okinawa, in Giappone, dove la cultura orientale ha escogitato diverse soluzioni per rallentare l’invecchiamento e vivere in modo più sereno l’allungarsi della vita, consentendo così di vivere una longevità di qualità. Si, amici, ad Okinawa gli abitanti di quest’isola  da anni mostrano tassi molto bassi di malattie cardiovascolari e di tumori, rispetto alla media giapponese, derivati, in parte, grazie allo stile di vita praticato e alle abitudini alimentari particolarmente sobrie.

Ad Okinawa, la salute, quella senile in particolare, passa da gesti molto concreti: una dieta ricca di verdure, soia, pesce e cereali integrali; pochissimi cibi ultra–processati; tanta attività fisica “naturale” (camminare, lavorare nell’orto); forte coesione sociale. Ma c’è anche una regola culturale molto precisa legata al cibo: si chiama “HARA HACHI BU”. È questa una regola ricavata dall’insegnamento di origine confuciana, che a tavola invita a fermarsi quando si è sazi all’80%, invece di continuare a mangiare fino a sentirsi “super pieni”. Questo comportamento non è vissuto come “una dieta”, ma come una norma di buona educazione e di rispetto per il proprio corpo.

Applicare nell’alimentazione l’Hara hachi bu è, di fatto, una forma di restrizione calorica moderata, mantenuta costantemente per tutta la vita. Gli studi sui centenari di Okinawa mostrano che, rispetto ad altre regioni del Giappone, queste persone hanno storicamente assunto meno calorie, mantenendo però un’alimentazione molto densa di nutrienti (verdura, legumi, tuberi, soia). Questo modello è stato associato a valori medi di pressione, colesterolo e peso corporeo più bassi e a una ridotta incidenza di infarto, ictus e alcune forme di tumore. Più in generale, una revisione sugli anziani di Okinawa, pubblicata sugli Annals of the New York Academy of Sciences, collega proprio la combinazione tra dieta tradizionale e moderata restrizione calorica a un invecchiamento più “lento” e a una maggiore aspettativa di vita in buona salute.

Amici, anche al di fuori del Giappone, la ricerca effettuata su animali e primati mostra che una riduzione non estrema delle calorie (a parità di nutrienti) migliora molti parametri di salute: pressione, sensibilità all’insulina, marcatori infiammatori e funzione cardiovascolare. In diverse specie questo tipo di restrizione ha allungato sia la durata media sia quella massima di vita: negli studi sui primati non sempre aumenta gli anni vissuti, ma quasi sempre riduce l’incidenza di malattie legate all’età. Hara hachi bu è, in piccolo, un modo pratico di applicare questi principi: niente conteggio di calorie o diete drastiche, ma l’abitudine quotidiana a lasciare qualche boccone nel piatto. Un gesto semplice che, ripetuto per decenni, contribuisce a non ingrassare, a proteggere cuore e metabolismo e, di conseguenza, a vivere più a lungo e meglio.

Amici lettori, confrontando l’alimentazione degli abitanti di Okinawa con quella dei sardi d’Ogliastra, personalmente credo di aver trovato delle somiglianze. L'alimentazione sarda degli Ogliastrini, è una dieta mediterranea tradizionale, basata su alimenti vegetali (legumi, verdure, cereali integrali come orzo e farro), frutta fresca, olio EVO e pochi prodotti animali, soprattutto formaggi pecorini/caprini, e carni ovine/caprine in occasioni sporadiche; un'alimentazione caratterizzata dal consumo di cibi freschi e locali, pochi zuccheri e un uso limitato di vino rosso (Cannonau), oltre ad una vita attiva; ecco la somiglianza degli elementi chiave per la longevità, tipici elle "Blue Zone", oltre ad una costante attività fisica e una felice relazione sociale. Invecchiare bene, a lungo e in salute, non è un caso ma una corretta scelta di vita!

A domani.

Mario

mercoledì, febbraio 11, 2026

VIVERE IN UN AMBIENTE DI “SUPER CONFORT”, CI FA VIVERE MEGLIO, RISULTA POSITIVO, OPPURE - AL CONTRARIO - CI RENDE LENTAMENTE POCO CAPACI?


Oristano 11 febbraio 2026

Cari amici,

La vita moderna, complice la tecnologia sempre più avanzata, sta togliendo all’uomo la gran parte delle fatiche fisiche, rendendogli la giornata così leggera, e lasciandolo praticamente senza fare niente! In casa (ma spesso anche in azienda), possiamo dire di vivere immersi in un grande, straordinario comfort. Abbiamo il riscaldamento intelligente che anticipa il nostro rientro a casa, l’aria condizionata che annulla sia l’estate che l’inverno, e, quanto al cibo, ci basta schiacciare un’’app nel telefonino e ci viene recapitato il cibo che gradiamo di più. E questa è solo una piccola parte!

Con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con poche mosse sul computer o sul telefonino, possiamo ordinare di tutto in pochi secondi: dall’abbigliamento all’arredamento, con l’A.I. che ci consiglia il prezzo migliore, evitandoci così la fatica della ricerca, del valutare, del ponderare, in quanto sono le macchine che fanno tutto questo al posto nostro. Si, amici, viviamo una realtà in cui la tecnologia si è sostituita a noi, nel senso che non dobbiamo più nemmeno pensare, coordinare, decidere, Diciamoci la verità: viviamo un mondo in cui tutto ci appare facile, semplice, veloce.

Amici, nel Terzo millennio che stiamo percorrendo, l’uomo appare davvero immerso in un mondo dove non deve più pensare, trovare soluzioni, impegnarsi a risolvere situazioni particolarmente ostiche; insomma, l’uomo vive in una società che i sociologi chiamano “SOCIETÀ FRICTIONLESS”, una civiltà senza frizioni, senza attrito. Ma tutto questo è da ritenersi un bene, un vantaggio, oppure no? La risposta non è facile, perché, in realtà, un problema c’è, eccome! In un mondo dove tutto appare facile, semplice e immediato, l’uomo sta perdendo la capacità di trovare le soluzioni, perché non deve risolvere più nulla! Si, l’uomo, in un certo senso, sta diventando inerte, senza stimoli, più fragile e incapace.

Eppure, in un’epoca altamente tecnologica, continuiamo a vivere nell’illusione di avere infinite possibilità. La realtà è che vivere in una “CONFORT ZONE”, aldilà dell’apparenza, ci sfugge che  c’è nascosto l’inganno! Al comfort, come ben sappiamo, ci abituiamo in un istante, ma quello che ci sfugge è che non ci rendiamo conto che, se non abbiamo problemi da risolvere, il nostro cervello perde i giusti stimoli. Quando i problemi che si trovano intorno a noi sono risolti dall'A.I., i nostri “muscoli emotivi”, oltre che quelli fisici, si atrofizzano.

Senza lo stimolo delle difficoltà da affrontare la creatività ristagna, e la resilienza, ovvero la capacità di sforzarsi davanti a un problema da risolvere, scompare. Come un bambino che non impara mai l’equilibrio perché i genitori iperprotettivi gli impediscono di cadere! Allo stesso modo noi rischiamo di non sapere più chi siamo, quando le cose smettono di funzionare perfettamente. Se in casa i collegamenti internet vanno in tilt, la robotica non funziona, noi non siamo in grado di prepararci da mangiare, e quindi, ci sentiremo perduti. Che dire, poi, del lavoro in ufficio quando i computer si bloccano?

Amici, la psicologia ci insegna che la crescita non avviene mai nel riposo assoluto. Esiste un principio, chiamato “LEGGE DI YERKES-DODSON”, che dice che “La nostra performance (e la nostra crescita) migliora proporzionalmente allo stress, ma solo fino a un certo punto”. In pratica: Poco stress (Comfort totale): noia, stagnazione, declino delle abilità, Troppo stress: burnout, ansia paralizzante. Poi in mezzo c'è lo “Sweet Spot”: quella zona di moderato disagio dove siamo vigili, concentrati e pronti a imparare.

In sintesi, cosa ci consigliano gli esperti? La risposta è una sola: uscire più spesso dalla nostra comfort zone! È in questa zona di “disagio ottimale” che il nostro cervello rilascia dopamina. Contrariamente a quanto si pensa, LA DOPAMINA non viene rilasciata solo quando otteniamo un premio, ma soprattutto mentre lottiamo per ottenerlo. Lo sforzo è, biologicamente, una forma di ricompensa. La realtà, amici, è che vivere stabilmente nella “Confort zone” riduce le nostre capacità, perché impedisce la crescita personale e professionale.

Cari amici, l’uomo è nato con una mente pensante, le cui capacità sono quelle di aiutarlo a superare gli ostacoli che la vita gli pone davanti; se deleghiamo alle macchine le nostre capacità, nel nostro cervello inizierà la stagnazione, per cui avremo ridotta resilienza e creatività, e una visione più limitata del mondo, poiché i "muscoli" emotivi e cognitivi si atrofizzano senza avere sfide da affrontare. Sebbene la Confort Zone ci possa offrire sicurezza e stabilità, l'eccessivo suo utilizzo ci rende meno capaci di affrontare l'incertezza e il cambiamento, limitando il nostro pieno potenziale. Amici, non restiamo ingabbiati nella "Confort Zone", usciamone spesso, in questo modo utilizzeremo sempre al meglio il nostro cervello!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 10, 2026

ASTROLOGIA, L'ARTE DI PREVEDERE IL FUTURO. DA MILLENNI L'UOMO CERCA DI LEGGERE NEGLI ASTRI IL PROPRIO DOMANI. LA STORIA DELL’OROSCOPO.


Oristano 10 febbraio 2026

Cari amici,

L’uomo fin dall’antichità ha cercato di conoscere in anticipo il proprio futuro. Lo ha fatto legando il proprio destino agli astri, alla loro posizione e alla loro influenza. È nata così L'ASTROLOGIA, una pratica antica che, interpretando la posizione dei pianeti e delle stelle, ne traeva le previsioni sull’umano destino. L’Astrologia, tuttavia, non è mai stata considerata una scienza, ma, comunque, considerato il costante bisogno dell’uomo di conoscere in anticipo il proprio futuro queste previsioni hanno avuto sempre un grande successo, oggi come ieri.

La STORIA DELL'OROSCOPO, cari amici, affonda le radici nel tempo; nell'antica Mesopotamia Sumeri e Babilonesi erano dediti all'osservazione del cielo, lo studiavano cercando di interpretare la volontà divina. Questa pratica nel tempo ebbe una grande evoluzione, in quanto era uno studio che associava le costellazioni alla vita umana; questo legame del destino dell’uomo agli astri successivamente influenzò altri popoli, come i Greci, i Romani e la cultura araba, fino a raggiungere la forma moderna di previsione personalizzata nel Rinascimento e nel Novecento. Seppure, come accennato prima, l’oroscopo non abbia mai avuto basi scientifiche, l’uomo continuò ad utilizzare queste previsioni.

L'oroscopo, amici, si basa sui 12 segni zodiacali (Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci), che corrispondono alle costellazioni dello zodiaco e indicano, secondo l'astrologia, le grandi influenze astrali sulla vita delle persone, in base al momento della nascita. Ogni segno ha date specifiche e caratteristiche associate, legate al suo elemento (Fuoco, Terra, Aria, Acqua) e alla posizione degli astri, con l'oroscopo solare che si focalizza sulla posizione del Sole al momento della nascita.

Seppure l'oroscopo, legato come detto prima ai segni zodiacali, non abbia validità scientifica, continua ad essere, oggi come ieri, ampiamente consultato, in quanto risponde ai bisogni psicologici del “conoscere in anticipo il nostro domani”, offrendo quindi un segno di speranza, di conforto, ovvero delle risposte alle incertezze del futuro, seppure esse siano previsioni prive di qualsiasi riscontro scientifico.  In sintesi, l’OROSCOPO è visto come uno strumento di riflessione: che spinge proprio a riflettere su sé stessi, sulle proprie relazioni e sugli obiettivi di vita.

Amici, oggi sono in vena di curiosità, e, considerato che una di queste mi ha alquanto colpito, voglio rendere edotti anche Voi fedeli lettori. Nell’Oroscopo, sarebbero contenuti anche, a larghe tinte, le diverse specificità del nostro carattere, tra cui la nostra naturale predisposizione verso gli altri, ovvero l’essere ALTRUISTI oppure EGOISTI. Da ciò se ne ricava che "ci sono segni particolarmente dediti all’altruismo" e altri, invece, considerati più inclini ai propri bisogni e quindi all’egoismo. Vediamo quali, in un caso e nell’altro.

L'altruismo, amici, è una qualità alquanto ammirata, ma non appartiene allo stesso modo a tutti. Ci sono persone che danno spontaneamente senza aspettarsi nulla in cambio e altre che, più o meno consapevolmente, tendono a mettere sempre i propri bisogni al centro. In astrologia, questo atteggiamento non è necessariamente un difetto assoluto: in alcuni casi rappresenta una forma di autodifesa, in altri una spinta potente verso il successo personale. Secondo le caratteristiche astrologiche, ci sono 3 segni che più di altri faticano a mettere da parte il proprio interesse personale, ovvero risultano molto più EGOISTI.

Al primo posto troviamo l'ARIETE, il segno che più di tutti incarna l'energia dell'IO. Diretto, competitivo e impulsivo, l'Ariete non ha paura di mettersi al centro della scena. Vuole vincere, emergere e ottenere ciò che desidera. Questo atteggiamento può renderlo egocentrico e travolgente, soprattutto nelle relazioni. L'Ariete vive la vita alle proprie condizioni e difficilmente rallenta per adattarsi agli altri. Solo quando riesce a bilanciare il suo forte ego, può diventare un leader capace di ispirare, non solo di imporsi.

Anche il segno del CAPRICORNO risulta particolarmente EGOISTA: ambizioso, determinato e fortemente orientato al risultato; questo segno di terra vive con una chiara idea di ciò che vuole ottenere dalla vita. Il problema nasce quando la concentrazione sugli obiettivi diventa così intensa da lasciare poco spazio all'empatia. Questa visione rigida può renderlo poco flessibile e, a volte, eccessivamente controllante. Imparare a considerare l'impatto delle proprie decisioni sugli altri è la vera sfida per questo segno.

Infine c’è il SAGITTARIO, un segno noto per il suo spirito libero, l'entusiasmo e la voglia di esplorare. Tuttavia, questa spinta costante verso l'indipendenza può trasformarsi in EGOISMO, soprattutto quando il desiderio di seguire il proprio istinto supera l'attenzione verso chi gli sta accanto. Spontaneo e poco incline ai compromessi, il Sagittario tende a vivere secondo le proprie regole. Questo lo porta spesso a non considerare fino in fondo i sentimenti altrui, soprattutto se percepisce che qualcuno sta limitando la sua libertà.

Cari amici, personalmente non credo molto alle previsioni fatte dall’Oroscopo. Tuttavia, curiosamente mi capita spesso di leggerlo, sia per il mio segno che per quelli delle persone a me vicine. Indubbiamente leggerlo mi fa sorridere, anche se, come spesso succede a tutti, se alcune cose appaiono coincidenti con la realtà, qualche dubbio sulla sua validità a volte affiora…

A domani.

Mario

 

 

lunedì, febbraio 09, 2026

CERTI NOSTRI COMPORTAMENTI EVIDENZIANO IL CARATTERE: CAMMINARE ABITUALMENTE IN MODO SVELTO, PER ESEMPIO....


Oristano 9 febbraio 2026

Cari amici,

Per tutti noi “CAMMINARE” è un atto necessario: ci consente di muoverci, spostarci, raggiungere altri luoghi. Ebbene, per molti filosofi del passato, il camminare non era ritenuto solo un atto fisico, ma anche una metafora dell'esistenza umana. I filosofi greci, per esempio, riflettevano spesso sul fatto che la vita umana altro non era che un “personale cammino” che ciascuno di noi è chiamato a percorrere durante la propria vita, ricco sia di tratti agevoli e piacevoli, ma anche di altri fatti di incertezze e difficoltà.

I modi di camminare, tuttavia, - come ben sappiamo - sono diversissimi: c’è chi cammina a passo lento, cadenzato, senza alcuna fretta, e chi, invece, seppure non abbia necessità, cammina sempre a passo svelto, come se il tempo fosse sempre poco, e perciò necessiti di essere portato avanti in velocità. Secondo diversi studi psicologici, la persona che cammina sempre velocemente, a ritmo sostenuto, non lo fa solo perché è angosciato dagli impegni, ma perché questo modo di camminare veloce fa parte del suo carattere particolare.

Secondo alcuni specialisti, come la psicologa Leticia Martin Enjuto, le persone che camminano velocemente appartengono spesso alla categoria delle persone molto dinamiche, determinate e orientate all'azione. Sono persone a cui piace sempre andare dritto al punto, soggetti che non sopportano l'inefficienza, e il muoversi velocemente dà la sensazione di avere sempre sotto controllo gli impegni della giornata. Un soggetto di questo tipo ha grande fiducia in se stesso, è determinato e proattivo.

Amici, quelli che camminano sempre molto velocemente, trasmettono l'idea di una loro quotidianità intensa e piena di impegni, con una marcata determinazione a raggiungere gli obiettivi in tempi rapidi. In alcuni casi, tuttavia, un'andatura decisa può essere associata a grande sicurezza di sé e a un'attitudine da leader. Sono persone capaci di prendere con facilità le decisioni, e in possesso di una radicata abitudine a ottimizzare ogni minuto. Il loro ritmo costante non è solo una questione di spostamenti, ma riflette un particolare modo di vivere la loro vita.

Che la vita, in questo millennio ipertecnologico, sia caratterizzata da una forte necessità di efficienza, determinazione, orientamento agli obiettivi e produttività, è una realtà incontestabile, una vita costituita da una forte organizzazione e disciplina. Camminare veloci può indicare anche estroversione, desiderio di interazione e vitalità (in cerca di nuove esperienze), oppure essere consci di vivere un mondo interiore frenetico, con costante necessità di controllo, ma anche caratterizzata da una forte resilienza allo stress.

Il camminare a passo svelto, amici, può anche essere una via di fuga. Un modo per trasformare lo stress in movimento. Una strategia inconscia, per evitare di rimanere soli con i propri pensieri o le proprie emozioni per troppo tempo. Gli psicologi parlano di "dipendenza dal fare": ovvero un bisogno quasi compulsivo di concatenare azioni per sentirsi validi, utili e vivi. In questo contesto, la produttività diventa una forma di valore personale; il corpo accelera per tenere il passo con il ritmo mentale, per dissipare la pressione che si accumula senza che ce ne accorgiamo.

Lo psicologo Richard Wiseman ha osservato, attraverso uno studio condotto in diverse grandi città, che l'aumento della velocità di camminata nel corso degli anni è accompagnato da un aumento significativo dei segnali di nervosismo quotidiano. In altre parole: il nostro mondo si muove più velocemente e i nostri passi tengono il passo, ma a volte, però, a scapito del nostro benessere emotivo. È a quel punto che bisognerebbe darsi “un alt”, scegliendo di rallentare il ritmo, creando naturalmente una pausa.

Cari amici, riuscire ad imparare a modulare il proprio ritmo, riuscire a dare più spazio alle proprie risorse, alla propria lucidità mentale e al proprio benessere emotivo, diventa davvero necessario. In questo modo si matura la capacità di scegliere quando accelerare, anziché lasciarsi travolgere, contro la propria volontà, da una velocità che riesce a  sopraffarci. Rallentare il ritmo significa dare alla mente l'opportunità di respirare, di percepire ciò che ci circonda, allontanando così l’ansia e lo stress. Non viviamo sempre accelerati!

A domani.

Mario