venerdì, marzo 20, 2026

TEFF, IL CEREALE PIÙ PICCOLO AL MONDO. POCO NOTO DA NOI, MA CANDIDATO A DIVENTARE IL CIBO DEL FUTURO.


Oristano 20 marzo 2026

Cari amici,

Il “TEFF”, il cui nome scientifico è eragrostis teff, è considerato il più piccolo cereale al mondo. Basti pensare che in una mano possiamo avere un piccolo mucchio di circa 100mila semi, che potrebbero essere sufficienti a seminare un intero campo! Tuttavia, questo piccolissimo seme ha, comunque, un grande potere. È un cereale privo di glutine, molto usato in Africa anche dalle tribù seminomadi, è  originario dell’Etiopia e dell’Eritrea; può essere mangiato in chicchi, cotto oppure trasformato in farina con cui si preparano cibi tradizionali come L’INJERA, un pane piatto, spugnoso e fermentato, fondamentale nella cucina di Etiopia, Eritrea e Somalia.

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che l’origine del teff sia molto antica: parrebbe che alcuni suoi semi siano stati ritrovati  persino nella piramide di Ramsete, a significare che era noto anche nell’antica civiltà egizia. In Africa questo cereale è anche oggi usato moltissimo, soprattutto nel Nord del continente, anche perché è un vero concentrato di proteine, che contribuiscono a dare un grande senso di sazietà. In Occidente, invece, il Teff non è ancora molto diffuso, anche se il suo utilizzo va costantemente in crescendo, utilizzato in particolare per confezionare pasta e biscotti.

Il Teff è un’ottima fonte di fibre e amminoacidi essenziali, oltre ad avere e fornire un vero concentrato di proteine: ne contiene tra i 12 e i 14 grammi per 100 grammi di alimento. Può essere consumato sia in chicchi (cotti o crudi) sia trasformato in farina senza glutine, con cui si ottengono diverse pietanze tradizionali. Da noi il Teff si trova in vendita online o nei negozi fisici specializzati in prodotti naturali e biologici. A livello di gusto il Teff è molto delicato, dolciastro, con un retrogusto che ricorda il sapore delle noci.

Il Teff è un alimento davvero prezioso per l’alimentazione, grazie ai nutrimenti che contiene e che lo rendono particolarmente benefico per il corpo umano. È un cereale con un buon apporto di calcio, potassio e carboidrati complessi, ma soprattutto ha un indice glicemico molto basso che lo rende adatto per essere consumato dai diabetici, da chi segue un’alimentazione dietetica e da chi pratica molto sport. Infatti ha un alto apporto nutrizionale, motivo per cui è considerato un buon integratore alimentare. Facilmente digeribile, il teff tra le sue molte peculiarità controlla lo stimolo della fame, aiuta la regolarità intestinale, regola i livelli di zucchero nel sangue e svolge un’azione antiossidante su tessuti e organi.

Amici, vediamo insieme come possiamo utilizzare in cucina questo straordinario cereale. Il teff è un alimento davvero versatile, che in cucina può essere utilizzato in molti modi. In primis possiamo consumarlo al naturale, al posto dei classici semi, come noci, pinoli o arachidi. I semi di teff hanno un sapore delicato e dolce, ma più il seme è scuro (ci sono diverse varietà) più il gusto si intensifica. In alternativa possiamo anche cuocere i semi di teff, mettendoli in acqua calda, con un rapporto 2:1 (ovvero 2 parti di acqua, 1 di cereale). Una volta pronto, da cotto si sposa molto bene con i legumi, in particolare fagioli e ceci, e con il tofu, ma si presta anche a diventare un ottimo ingrediente nelle zuppe, oppure a essere un accompagnamento per piatti di verdura o di carne.

Cari amici, gli esperti sono concordi nell’affermare che il Teff, per le sue particolari caratteristiche può candidarsi a diventare il “Cibo del futuro”, ovvero ad avere un grande peso nell’alimentazione dell’uomo con l’avanzare del Millennio. Nel Continente europeo negli ultimi anni il consumo di Teff continua ad avanzare, sempre più presente nei supermercati della Grande Distribuzione, dove spesso è presentato come un “superfood”. Gli esperti ritengono che le generazioni future lo conosceranno molto meglio!

A domani.

Mario

giovedì, marzo 19, 2026

PERCHÈ LE PERSONE PIÙ INTELLIGENTI SI LAMENTANO MENO DELLE ALTRE? ECCO LE COSE IMPORTANTI DI CUI LE PERSONE VERAMENTE INTELLIGENTI NON SI LAMENTANO MAI.


Oristano 19 marzo 2026

Cari amici,

Oggi 19 marzo è SAN GIUSEPPE, patrono di tutti i papà del mondo, per cui AUGURI  a tutti, me compreso! Il post di oggi, amici lettori, riflette su come tutti noi affrontiamo la vita, spesso lamentandoci di come essa procede. Ebbene, pensate che le persone dotate di un’elevata intelligenza emotiva si lamentano dei problemi quotidiani meno delle altre, grazie al loro alto quoziente intellettivo, che consente una gestione diversa delle frustrazioni. Si, chi è dotato di una grande intelligenza emotiva, sa affrontare la vita e le difficili sfide quotidiane, in modo pacato, razionale. Secondo gli esperti di psicologia, una delle caratteristiche distintive delle persone intelligenti è il loro atteggiamento: invece di lamentarsi, scelgono di affrontare le difficoltà con calma, comprensione e compassione.

Chi, con intelligenza, padroneggia l’architettura dei propri pensieri non evita le difficoltà, ma riesce a gestirle con un certo, sano distacco; per esempio, non potendo controllare le code, i ritardi, le lentezze burocratiche, per tutti viste come ostacoli insuperabili, non considera questi problemi come ostacoli insormontabili, ma cerca di trasformarli in opportunità. Un ingorgo, per esempio, diventa il momento perfetto per ascoltare un podcast o pianificare la giornata. Questa non è rassegnazione, ma un modo strategico di gestire il proprio benessere mentale.

Questa capacità che determinate persone hanno “di gestire le emozioni negative” è il cuore della psicologia moderna! Uno studio pubblicato nel 2015 sull’European Journal of Work and Organizational Psychology ha dimostrato che discutere di un evento negativo subito dopo che è accaduto costringe il cervello a riviverlo, rafforzando l’impatto emotivo e ancorandolo più saldamente nella memoria. In pratica, lamentarsi è come rivivere il problema una seconda volta, e proprio volontariamente!

Trasformare i problemi in opportunità risulta essere una positiva applicazione della scienza dell’anima alla vita quotidiana, e non è riferita solo alle grandi problematiche, estendendosi anche alle piccole incombenze. Le faccende domestiche o le commissioni non sono un’ingiustizia, ma è il prezzo da pagare per una vita che funziona. Sono le persone intelligenti quelle che investono energia nel creare un ambiente ordinato che favorisce la concentrazione, piuttosto che sprecarla in lamentele automatiche e improduttive.

Amici, precisando meglio quanto dicevo prima, ecco i 7 “terreni minati”, specifiche aree della vita particolarmente difficili, che creano in tante persone grandi lamentele, ma che le persone intelligenti hanno imparato a identificare e a navigare con una mentalità completamente diversa, focalizzata non sul problema, ma sulla propria reazione ad esso. La vera intelligenza non sta nell’avere una vita senza problemi, ma nel saper scegliere quali battaglie combattere e quali semplicemente lasciar andare.

1. Il passato e i suoi errori irreversibili. Ruminare sugli errori passati è un’abitudine che il cervello adotta per darsi una falsa sensazione di controllo. Lo psicologo clinico Nick Wignall spiega che rivivere mentalmente un errore non cambia il passato, ma ci intrappola in un ciclo di negatività. Le persone che usano la psicologia come una mappa della mente lo sanno bene: analizzano il passato per estrarre lezioni, non per punirsi. Lo trasformano in un trampolino di lancio per il futuro.

2. Le azioni e le abitudini degli altri. Una delle più grandi fonti di frustrazione è il comportamento altrui. Tuttavia, criticare gli altri, come sottolinea Wignall, è spesso un meccanismo di difesa primitivo. L’intelligenza emotiva, quella bussola interiore che ci guida nelle relazioni, implica empatia e la comprensione che ogni individuo ha il proprio funzionamento. Tentare di controllare gli altri è una battaglia persa in partenza; è molto più produttivo gestire la propria reazione.

3. Le attese e i piccoli ritardi quotidiani. Che si tratti della fila al supermercato o di un documento che non arriva, l’attesa mette a dura prova i nervi. Eppure, una ricerca pubblicata sulla rivista Economics Letters ha stabilito un legame sorprendente tra pazienza e un quoziente intellettivo elevato. Invece di cedere all’irritazione, le persone che padroneggiano il proprio software emotivo usano questi momenti come pause forzate, spazi di respiro in giornate frenetiche. È una questione di prospettiva, un pilastro del benessere mentale.

4. I propri difetti e la ricerca della perfezione. La psicologa Judith Tutin evidenzia come l’intelligenza emotiva si manifesti nell’abbandonare l’illusione della perfezione. “L’insuccesso ci rende umani”, afferma. Accettare i propri difetti e le proprie cadute non è un segno di debolezza, ma di profonda consapevolezza di sé. Parlare dei propri fallimenti, inoltre, rafforza l’empatia e permette di ricevere il supporto necessario. La psicologia ci insegna che la vulnerabilità è una forza.

5. Le critiche non costruttive. Carol Dweck, professoressa di psicologia, ha introdotto il concetto di “mentalità di crescita”. Le persone con questa mentalità credono che le loro abilità possano essere sviluppate. Di conseguenza, accolgono le critiche costruttive come doni preziosi, opportunità per migliorare. Sanno filtrare il feedback utile dal rumore di fondo, senza lasciare che una critica negativa mini la loro autostima. Questo è il risultato di processi cognitivi superiori.

6. L’incertezza del futuro. Preoccuparsi per ciò che potrebbe accadere è come pagare interessi su un debito che potresti non avere mai. Le persone dotate di una profonda comprensione della psicologia umana accettano la natura intrinsecamente incerta della vita. Come dice Wignall, “è meglio affrontare questa realtà con lucidità che negarla”. Canalizzano la loro energia mentale nella pianificazione e nell’azione nel presente, l’unico momento su cui hanno un reale controllo.

7. L’opinione altrui. Cercare costantemente l’approvazione esterna è una ricetta per l’ansia, come evidenziato dalla psicologa Pria Alpern. Le persone veramente intelligenti riconoscono di non poter piacere a tutti. Capiscono che le opinioni degli altri spesso dicono più su chi le esprime che su di loro. Questa forma di autocontrollo emotivo li libera da un enorme peso, permettendo loro di agire in modo più autentico e sicuro.

Cari amici, come coltivare, dunque, una mentalità orientata anziché a lamentarsi alla ricerca della soluzione? Adottando l’approccio positivo, che è la chiave per trasformare l’energia della lamentela in una domanda costruttiva: “Cosa posso fare a riguardo?”. Questo semplice cambio di prospettiva sposta il focus dal problema alla soluzione, dal senso di impotenza al potere d’azione. La decodifica delle emozioni diventa uno strumento per agire, non un motivo per lamentarsi!

A domani amici lettori!

Mario

mercoledì, marzo 18, 2026

LA CRISI DEL COMMERCIO AD ORISTANO: IN TREDICI ANNI UN TERZO DEI NEGOZI HA CHIUSO. QUALE LE CAUSE DI QUESTO DISASTRO?


Oristano 18 marzo 2026

Cari amici,

Tra il 2012 e il 2025 Oristano ha perso quasi il 29% delle sue imprese commerciali, diventando la città sarda con il calo più pesante. Questo disastro emerge dal rapporto “Città e demografia d’impresa”, compilato dall’Ufficio Studi della Confcommercio, recentemente pubblicato. In 13 anni il capoluogo oristanese ha visto scomparire quasi tre attività su dieci, tra negozi in sede fissa e commercio ambulante, in un contesto di popolazione residente, già in calo del 4,2%., quello di Oristano è il risultato peggiore di tutte le città sarde considerate nel report: Carbonia (-27,1%), Sassari (-23,9%), Tempio Pausania (-23,2%), Nuoro (-22,3%), Lanusei (-17,5%), Iglesias (-15,3%) e Cagliari (-14,4%).

Indubbiamente sono dati che non solo sorprendono ma annichiliscono tutti! Camminando per la città, passando davanti ad una vetrina spenta, o ad una serranda abbassata, viene da pensare al passato, quando le luci riempivano il locale e le persone entravano ed uscivano! Non è nostalgia, è un segnale di decadenza, di abbandono. Ci si domanda: Ma cosa sta succedendo? Perché succede? Difficile rispondere con certezza, in quanto le cause sono molteplici e di alcune di queste molti di noi sono – almeno in parte – responsabili.

Si, amici, la verità è scomoda: non c’è un singolo colpevole, ma un complicato incastro di fattori che sta schiacciando il retail tradizionale. E, nella crisi, non c’è solo il negozio che chiude ma gran parte di ciò che gli sta intorno: i lavoratori, i servizi, i quartieri, che perdono luce e sicurezza. Questa crisi del commercio al dettaglio, a livello globale, è anche un tema di economia reale: quando un negozio chiude, non sparisce soltanto una cassa, spesso si interrompe una micro-filiera di artigiani, fornitori, logistica locale. È un risiko che travolte tutto ciò che gli sta intorno.

Le cause, come accennato prima, sono molteplici. Vediamole un po’ in dettaglio. La prima causa è quella che, sotto certi aspetti, decide tutto: la stagnazione dei consumi. Le famiglie acquistano con prudenza, tagliano il superfluo, riducono lo scontrino medio. I motivi? L’incertezza economica e timori sul lavoro, l’inflazione che erode il potere d’acquisto, la dolorosa scelta di rimandare gli acquisti “importanti”. A seguire ci sono i “Costi fissi”, quelli che arrivano anche se fuori piove e dentro non entra nessuno. Energia e affitti hanno registrato aumenti spesso oltre +20%, e in molte zone il canone può arrivare a pesare fino al 25% del fatturato. Se aggiungiamo la pressione fiscale e i costi operativi, la marginalità si assottiglia fino a diventare un filo: negli ultimi cinque anni la marginalità dei negozi è scesa intorno al 12%.

Che dire, poi, dell’E-commerce”? Cresciuto a dismisura durante la pandemia, è successivamente aumentato di circa il 60%, e, soprattutto, ha cambiato la psicologia d’acquisto: confronto immediato, ricerca del prezzo più basso, consegna rapida. Il negozio fisico ne esce sempre più travolto! In parallelo anche la grande distribuzione continua ad erodere quote, lasciando i negozi di prossimità a mendicare clienti; i piccoli negozi sono strutture troppo piccole per negoziare e troppo esposte per assorbire gli shock. C’è anche un altro elemento, spesso sottovalutato: la pressione delle importazioni a basso costo, in particolare dalla Cina, che nel primo semestre 2025 hanno toccato circa 5,3 miliardi di euro in alcune categorie.

Con queste potenti “sirene del basso costo”, il consumatore, incantato dal prezzo basso, dimentica la struttura dei costi del negozio tradizionale, che paga affitto, personale, utenze, tasse, e quant’altro. Oramai la crisi, amici, si è talmente diffusa che non è facile da superare, senza una forte, decisa scelta politica (e culturale). La chiusura dei negozi non è un destino scritto e inappellabile. È l’esito di regole, costi e domanda che si incastrano male. E qui entrano con forza le proposte che la politica può mettere sul tappeto: detrazioni fiscali 15-19% per acquisti nei negozi di prossimità, IVA ridotta al 10-15% per due anni, e una cedolare secca sugli immobili commerciali per alleggerire gli affitti. La soluzione, credetemi, se la volontà politica la vuole trovare, esiste!

Cari amici, sono cresciuto tra la prima e la seconda metà del secolo scorso, quando esistevano solo i piccoli negozi di prossimità. Allora la vita nei quartieri e nei “Vicinati” era gioiosa e fraterna, cosa oggi proprio inesistente! Se oggi volessimo davvero raggiungere l’obiettivo di riportare ossigeno ai consumi e tenere vivi i quartieri, le misure prima ipotizzate e messe sul tappeto dallo Stato potrebbero essere di grande aiuto e, forse, anche risolutive; misure capaci di rendere di nuovo sostenibile l’equazione “apro, vendo, guadagno”. Perché un negozio non è solo un punto vendita, è un presidio sociale, una piccola rete di fiducia, una forma di urbanistica quotidiana che tiene insieme persone e strade.

A domani.

Mario

 

 

martedì, marzo 17, 2026

DOPO UN PERIODO DI LAVORO STRESSANTE, APPENA CI CONCEDIAMO UNA PAUSA DI RIPOSO, SPESSO SUCCEDE CHE CI AMMALIAMO. È LA “MALATTIA DA TEMPO LIBERO”.


Oristano 17 marzo 2026

Cari amici,

È successo e continua a succedere a tanti.  Dopo aver lavorato intensamente, stringendo i denti e aspettando una o due settimane di meritato riposo e relax, di colpo ci accorgiamo di star male: il naso ci cola, il mal di testa ci tormenta, e spesso di notte dormiamo poco e male. Ci viene lo sconforto, perché abbiamo già le vacanze prenotate con aereo e albergo, e questi fastidi ci mettono in crisi. Gli studiosi hanno accertato che queste indisposizioni esistono e prendono il nome “MALATTIA DA TEMPO LIBERO”. È stata descritta per la prima volta nel 2001 dagli psicologi olandesi Ad Vingerhoets e Maaike Van Huijgevoort, e colpisce soprattutto chi svolge un lavoro dai ritmi intensi e stressanti, e, il fatto di staccare la spina, sconvolge nel soggetto quell’intenso processo mentale predisposto per far fronte allo stress da superlavoro.

Quella degli psicologi olandesi Ad Vingerhoets e Maaike Van Huijgevoort, non è una “diagnosi medica ufficiale”, ma un fenomeno osservato da anni in ambito clinico e scientifico. I sintomi possono variare da semplici raffreddori e mal di testa a disturbi più complessi come insonnia, ansia e depressione temporanea. Dietro questo particolare fenomeno c’è l’operatività del nostro cervello, che, durante i periodi di stress, produce adrenalina e cortisolo: la prima ci mantiene vigili ed energici, il secondo ha un effetto antinfiammatorio che temporaneamente sopprime la risposta immunitaria. Quando, arrivato il periodo di tempo libero, lo stress cala bruscamente e i livelli ormonali cambiano in modo repentino, lasciando il corpo in uno stato di “rimbalzo parasimpatico”. È in questo momento che possono emergere dei sintomi nascosti e il sistema immunitario può diventare più vulnerabile.

La MALATTIA DA TEMPO LIBERO colpisce in maggior misura chi ha uno stile di vita molto frenetico, chi non riesce a rilassarsi facilmente o chi ha tratti perfezionisti. È leggermente più diffusa tra gli uomini, ma può interessare chiunque viva con forte pressione professionale o personale. Anche eventi di vita importanti – un nuovo lavoro, un matrimonio o la nascita di un figlio – possono essere associati al primo episodio di malessere da svago. Molte persone raccontano di essere colpite da mal di testa o da vere e proprie emicranie proprio nei primi giorni di pausa. Altri, invece, si trovano a fare i conti con sintomi simili a un raffreddore o a una lieve influenza, con naso chiuso, gola irritata e senso di spossatezza. Possono subentrare inoltre dolori muscolari o articolari, difficoltà a dormire, irritabilità e un senso di malinconia o ansia senza un motivo apparente. Nella maggior parte dei casi, i disturbi svaniscono non appena si torna alla solita routine lavorativa.

Amici lettori, gli esperti suggeriscono cosa fare per prevenire e gestire questa curiosa malattia da tempo libero. Ecco un piccolo decalogo che può aiutare a tenere sotto controllo questo problema. 1. Gestire lo stress quotidiano. Cercare di non aspettare le vacanze per rilassarsi: inserire nella giornata micro-pause e tecniche di respirazione per scaricare la tensione accumulata. 2. Curare il sonno. Mantenere orari regolari e dormire tra le 7 e le 9 ore a notte: questo aiuterà a stabilizzare il sistema nervoso e immunitario. 3. Seguire un'alimentazione equilibrata. Consumare pasti regolari e ricchi di nutrienti, evitando eccessi di caffeina e alcol, che possono destabilizzare il corpo nei momenti di riposo.

4. Idratarsi costantemente. Bere acqua durante tutta la giornata. Farlo in particolare prima e durante i viaggi previene mal di testa, stanchezza e cali cognitivi. 5. Mantenere una routine leggera anche in vacanza. Non abbandonare completamente le buone abitudini: mantenere orari simili di sonno e un minimo di attività fisica per favorire la transizione. 6. Praticare attività fisica regolare. L’esercizio, soprattutto nei giorni che precedono weekend e ferie, aiuta il corpo a scaricare lo stress e a passare gradualmente alla modalità relax. 7. Coltivare attività rilassanti. Meditazione, lettura, hobby creativi o passeggiate all’aperto favoriscono un rilassamento mentale più profondo.

8. Prepararsi gradualmente alle vacanze. Ridurre progressivamente il carico lavorativo prima delle ferie, evitando di arrivare al giorno della partenza già esausti. 9. Curare a fondo l’igiene e la salute di base. Lavarsi spesso le mani, mangiare in modo sano e dormire a sufficienza: questo aiuterà a ridurre il rischio di ammalarsi proprio nei giorni liberi. 10. Accettare i segnali del corpo. Imparare ad ascoltare i messaggi che il corpo invia: fermarsi quando necessario per prevenire défaillances improvvise nei momenti di riposo.

Cari amici,  a tanti di noi è capitato di incappare proprio in questa sindrome da “distacco” dalla routine quotidiana, per cui credo che i consigli suggeriti siano davvero un buon antidoto per evitare, dopo averle a lungo sognate, di rovinare le nostre vacanze!

A domani.

Mario

 

lunedì, marzo 16, 2026

LA SOLITUDINE ODIERNA DEI GIOVANI VICINI ALLA MAGGIORE ETÀ. VIVONO ANGOSCIATI E DEPRESSI LA TRANSIZIONE VERSO L'ETÀ ADULTA, RIFUGIANDOSI NEI SOCIAL.


Oristano 16 marzo 2026

Cari amici,

C’è una “NUOVA SOLITUDINEche colpisce, in modo crescente, i giovani tra i 18 e i 24 anni; in buona parte studenti universitari, essi preoccupano non poco i docenti, per il serio pericolo incombente sulla loro salute. I dati statistici, infatti, evidenziano che il 38% dei ragazzi intervistati risulta colpito da questa particolare solitudine, che li estranea in gran parte dalla partecipazione alla vera socialità di gruppo, arroccandosi nel virtuale, ovvero trascorrendo molto tempo nell’utilizzo dei social, che praticamente sostituiscono quelle consolidate interazioni fisiche reali, a tutti ben note.

Questa nuova solitudine presente nei giovani è un fenomeno complesso, che non è alimentato solo dall'uso eccessivo dei social, ma anche da fattori psicologici e sociali, tra cui il ritiro volontario (hikikomori), la pressione performativa, l'ansia e, in particolare, il “cambio di vita” derivante dall’abbandono della casa, dove sono cresciuti con la famiglia, e il raggiungimento di una lontana sede universitaria, dove, da soli, iniziano a sperimentare un nuovo sistema di vita, alimentato dalle prime esperienze: una vera transizione dalla comoda vita di casa a quella solitaria e responsabile.

Una recente ricerca effettuata negli USA ha analizzato il crescente rapporto tra gli studenti universitari e i social media. Se è pur vero che i Social hanno ampliato tante possibilità e capacità, come contatti, creatività, nuove competenze e contenuti anche utili, oltre ad aggiornamenti approfonditi, è anche vero che questo connubio con i Social non è immune da difetti, e, tra questi, anche quello di aumentare in chi li usa il “senso di solitudine”, monopolizzando i giovani in relazioni virtuali a scapito di quelle reali. L’analisi fatta dai ricercatori ha cercato di approfondire questo nesso: sono i social a generare solitudine o i giovani si sentono già soli a prescindere?

La vasta ricerca ha analizzato ben 64.988 studenti tra i 18 e i 24 anni, ubicati in oltre 120 college. Tutti hanno partecipato ad un sondaggio nazionale. Il 54% ha dichiarato che i social non c’entrano nulla con la loro solitudine, era una condizione che già prima vivevano o percepivano. Da questa analisi sono stati ricavati dati sconvolgenti: il 19% di questi giovani ha dichiarato di utilizzare i social dalle 16 fino alle 20 ore settimanali e che, data la quantità di tempo dedicata ai social, questo incideva fortemente sul "praticare" la vera relazione sociale.

Questo interessante studio, dopo un'attenta revisione paritaria, è stato pubblicato sul Journal of American College Health. A seguito dei risultati di questa ricerca le Istituzioni accademiche sono state spinte dagli autori (in primis la dottoressa Madelyn Hill ricercatrice, professoressa e autrice principale della ricerca), a creare corsi di informazione e scambio sui social media, sui limiti di tempo da stabilire sull’uso dei social, sulle potenzialità ma anche sugli aspetti negativi derivanti per la salute dei giovani che si affacciano all'ingresso nell'età adulta.

La dottoressa Madelyn Hill nel 2025, alla fine del suo dottorato, scriveva: “Sappiamo che le persone sole hanno maggiori probabilità di soffrire di depressione. Sappiamo anche che chi è solo ha maggiori probabilità di morire prematuramente. La prima età adulta è il periodo di molti cambiamenti, dal lasciare casa per la prima volta, all’iniziare l’università e stringere nuove amicizie“. Se è pur vero che ci sono stati altri studi più specifici, su Instagram, Facebook e Snapchat, la ricercatrice ha ribadito l’importanza di creare delle nuove possibilità agli studenti per fare amicizie, nuove esperienze, mai, però, trascurando la vita e la socialità reale, usando il digitale sempre responsabilmente.

Cari amici, nessuno nega l’importanza della comunicazione digitale, ma per il suo corretto uso è sempre necessaria la giusta dose: il problema è la responsabilità del suo utilizzo. Ogni strumento ha la sua validità e la sua importanza, e, in conclusione, la crescente solitudine in atto tra gli studenti è un fatto complesso: è la combinazione di una dipendenza da un mondo virtuale che non soddisfa il bisogno di socialità reale, oltre ad una profonda crisi psicologica preesistente che porta all'isolamento.

A domani.

Mario

 

domenica, marzo 15, 2026

UN MALE SEMPRE PIÙ PRESENTE E OPPRESSIVO, DA COMBATTERE: “L'ANSIA”. ECCO I RIMEDI POSSIBILI CONSIGLIATI DAGLI ESPERTI.


Oristano 15 marzo 2026

Cari amici,

L'ANSIA è una risposta fisiologica del nostro corpo in presenza di situazioni di allarme, stress o pericolo percepito. Si manifesta come una inconscia reazione che anticipa un ipotetico pericolo futuro, oppure un evento negativo, allertando il corpo per predisporre una risposta al possibile attacco o la fuga. In realtà l’ansia incontrollata (stato di allerta) diventa un serio pericolo, quando risulta sproporzionato rispetto alla situazione reale. Senza controllo, l’ansia-allerta diventa "tormento", trasformandosi in una sensazione di minaccia costante, irrequietezza e iperattività.

La Psicologia studia da tempo l’ansia, suggerendo i possibili meccanismi per controllarla. Tuttavia provare a disciplinare i pensieri che ci creano allarme, provare a cacciare l’ansia è un compito alquanto difficile, considerati i molteplici impegni che ci tormentano nella giornata. La lista di cose da fare è sempre numerosa, e chiudere fuori lo sconforto con un semplice “dai, passa” non è semplice! La realtà, alquanto amara, è che la vita non si lascia comandare! Uno psicologo afferma: «La vita cambia davvero quando smetti di combattere contro questo meccanismo interiore»

Amici lettori, siamo in tanti a dover affrontare il serio problema dell’ansia, e, seppure proviamo in continuazione a scacciarla, essa torna comunque a bussare con prepotenza. Funziona così anche con le emozioni: lottare per non sentirle le irrigidisce, come se fossero stampelle che si piantano nella mente e fanno attrito. Alla fine non fai altro che imparare a conviverci. Quello che noi chiamiamo “accettazione” non è rassegnazione né una triste resa. È un gesto atletico mentale: fai spazio a ciò che arriva, poi scegli la prossima micro-azione sotto il tuo controllo. Accetti la pioggia e prendi l’ombrello, non ti fermi nel vialetto a insultare il cielo. In terapia lo chiamano anche “defusione cognitiva”, ovvero una modifica, un cambiamento di prospettiva sui propri contenuti mentali.

La psicologia indubbiamente aiuta. Secondo gli esperti “La vita cambia quando smetti di combattere contro quello che non puoi controllare e inizi a coltivare quello che puoi scegliere negli spazi stretti.” È necessario smettere di incollarsi ai pensieri come verità assolute, osservarli passare come scritte su un display. Serve allenamento, non eroismo, bisogna cercare di fare pace con se stessi. Certo, arrivare a praticare questa pace non è semplice. Forse la parte più controintuitiva è questa: quando smetti di combattere, non succede come una magia.

Succede che ritrovi un certo spazio. Uno spazio per sentire senza affogare, per scegliere senza farti trascinare, per smettere di interpretare ogni scossa come un terremoto. Vivi la stessa vita di prima, ma cambi il modo in cui la attraversi. La libertà comincia dove finisce l’ossessione del controllo. Qualcuno se ne accorge? Forse no. Però tu te ne puoi accorgere, per esempio, quando all’improvviso ti arriva una mail imprevista che finalmente non riesce a travolgerti, ma ragioni che è solo traffico. E inizi a capire che fare pace non è un atto unico, è un nuovo modo di vivere discreto, che si impara a piccoli gesti.

Ecco un piccolo Vademecum che dovremmo tutti imparare a memoria per combattere l’ANSIA. Accettare non è rassegnarsi. La rassegnazione spegne la scelta, l’accettazione la rende possibile. Accogli ciò che non dipende da te e sposta le energie su ciò che puoi fare nei prossimi dieci minuti. Come accetto un’ingiustizia senza subirla? Riconosci il dolore e l’ingiustizia, respira nello spazio che apre, poi scegli un’azione proporzionata: chiedere aiuto, documentare, porre limiti. Faccia serena, schiena dritta. E se l’ansia è fortissima, tipo un’onda che travolge? Lavora sul corpo prima delle idee: acqua, aria, movimento lento, una superficie fresca sul viso. Poi parole brevi: “Sto qui”, “Passa”. Quando cala un poco, scegli la micro-azione.

Il problema sono gli altri: come smetto di combattere con loro? Non puoi cambiare le teste altrui. Puoi definire confini chiari, cambiare il tuo raggio d’azione, decidere quando dire no e quando non rispondere. Fermezza gentile, ripetuta. Quanto tempo serve per sentire un cambio vero? Spesso poche settimane di pratica quotidiana bastano a percepire più spazio interno. Gli scivoloni arrivano, e fanno parte del gioco. La costanza corta vince sulla perfezione lunga.

Cari amici, le cose difficili sono impegnative… ma per arrivare al risultato bisogna provare a combatterle!

A domani cari lettori.

Mario