martedì, giugno 23, 2026

LE MERAVIGLIE DEL MONDO VEGETALE: L’OROBANCHE, UNA PIANTA PARASSITA E INFESTANTE, CHE PERÒ RISULTA OTTIMA DA MANGIARE. LA RICETTA BARESE.


Oristano 23 giugno 2026

Cari amici,

L'OROBANCHE L., 1753, appartiene ad un genere di piante angiosperme parassite, della grande famiglia delle Orobanchaceae. È una pianta dal ciclo annuale, che, essendo, come detto prima, ‘parassita’, in quanto priva di clorofilla, è incapace di svolgere la fotosintesi. Stante questo handicap, per sopravvivere deve necessariamente agganciandosi alle radici di altre piante coltivate, come le leguminose (in particolare fave e piselli) e le solanacee (come il pomodoro), piante da cui sottrae acqua e nutrimento.

L’Orobanche, non contenendo appunto clorofilla, ha in dotazione organi specifici per potersi nutrire della linfa di altre piante. Le loro radici infatti sono provviste di uno o più austori, che, connessi alle radici ospiti, sottraggono le necessarie sostanze per la loro nutrizione. Il parassitismo delle piante di questa specie è talmente sviluppato, che, anche i loro semi per germogliare hanno bisogno della presenza delle radici della pianta ospite, altrimenti le giovani piantine, una volta che iniziano a svilupparsi, senza supporto sarebbero destinate ad una precoce degenerazione. 

Amici, queste piante di Orobanche, stante questo loro parassitismo, sono considerate dai coltivatori di leguminose e di solanacee (in particolare quelli pugliesi) “piante infestanti”, e, quasi per reazione, sono diventate nel tempo piante mangerecce, utilizzate quindi nella cucina popolare. Ed ecco che in Puglia (in particolare nel Barese), l’Orobanche, che nel loro dialetto è chiamato “SPORCHIA BARESE”, è diventato un ottimo alimento!

In Puglia, dunque l’Orobanche detto “SPORCHIA BARESE”, è diventato un piatto addirittura prelibato, dal particolare gusto tra il dolciastro e il retrogusto leggermente amarognolo, insomma un vero piatto gourmet, cibo prelibato anche per le tavole importanti. Ecco, fedeli amici lettori, oggi, voglio far conoscere anche a Voi alcune ricette di questa cucina, relativa all’Orobanche. I germogli di questa pianta, prima di venire cucinata, vanno lavati molto accuratamente con acqua corrente,  per togliere l’eccesso di terra ed eliminare un po’ della peluria che li ricopre. Le parti commestibili, oltre i germogli, sono le parti tenere del gambo.  Ecco alcune ricette, che tra l’altro sono abbastanza semplici, tali da poter essere realizzate da ciascuno di Voi senza problemi.

SPORCHIA BOLLITA E POI FRITTA.

INGREDIENTI: 300 gr Sporchia, 4 uova fresche, 50 gr di Grana Padano grattugiato,50 gr di pecorino grattugiato, ½ cipolla dorata, 2 rametti di menta, sale e pepe qb, olio extravergine d’oliva.

PREPARAZIONE. La prima cosa da fare è sbollentare i germogli di Sporchia per 5 minuti in acqua, poi tagliarli e passarli in una ciotola con acqua e ghiaccio per due volte cambiando sempre l’acqua; ora assaggiateli: se sono ancora amari ripetete l’operazione. Fatto questo metteteli ad asciugare su di un canovaccio. Intanto versate in una ciotola il contenuto delle uova e aggiungete i due formaggi grattugiati, sale e pepe. Ora, con una frusta, sbattete le uova in modo che siano ben amalgamate. Prendete ora una padella, metteteci 4 cucchiai di olio evo e la cipolla tritata e iniziate a far soffriggere.

A questo punto aggiungete la Sporchia, salate leggermente il composto e continuate a soffriggere il tutto. Dopo cinque minuti circa aggiungete le uova, la menta tritata e fate cuocere la frittata prima da un lato (nel frattempo mettete alcune cime di Sporchia a decorare) e poi giratela per cuocerla per bene anche dall’altra parte. Quando la frittata è pronta, passatela su un foglio di carta assorbente da cucina in modo che l’eventuale olio in eccesso venga assorbito. Un’ultima raccomandazione: da servire a tavola ben calda! Ecco un’altra ricetta! da provare

FRITTATA DI SPORCHIA.

INGREDIENTI: 350/400 gr di pane ammorbidito e strizzato, 100 gr di Sporchia cotta, 2 uova intere, 8 cucchiai di formaggio grattugiato tipo grana, parmigiano o pecorino, sale e pepe, aglio e menta.

PREPARAZIONE.  1. In una ciotola mettere il pane in ammollo in acqua fredda , aspettate qualche minuto e quindi strizzatelo benissimo per eliminare tutta l’acqua (più il pane sarà asciutto e più croccante sarà la frittata). 2. Aggiungete le uova,  la menta, il formaggio, il sale e il pepe e la Sporchia cotta ben strizzata. 3. Amalgamate bene il tutto e versate il composto in una teglia antiaderente ben oleata (si può scegliere di farla al forno, ma naturalmente si può fare anche in padella). 4. Cuocere in forno caldo  a 200° per 25 minuti circa, in modalità ventilato. Provatela, vi piacerà!

Cari amici, qualunque ricetta sarete curiosi di realizzare, Vi auguro di riuscire bene, oltre ad augurarvi, a tavola, BUON APPETITO!

A domani.

Mario

lunedì, giugno 22, 2026

“STRINGERSI LA MANO”: UN GESTO OGGI COMUNE, PER CONOSCERSI E SALUTARSI, LA CUI ORIGINE RISALE A MOLTI SECOLI FA.


Oristano 22 giugno 2026

Cari amici,

Il gesto di “STRINGERSI LA MANO”, oggi usato per conoscersi e salutarsi, è nato nella notte dei tempi, in quanto ha origini millenarie, risalenti addirittura al IX secolo a.C. Le analisi archeologiche, infatti, hanno accertato che, in Mesopotamia, questo gesto era inizialmente nato come simbolo di pace e fiducia, evolvendosi, poi, nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri. Oggi, infatti, stringersi la mano è un gesto ufficiale che compiamo in contesti formali, con cui ci presentiamo la prima volta, per dirci come stiamo, o anche usato per stipulare accordi sia commerciali che sociali.

Stringersi la mano nell’antichità era simbolo rituale di amicizia, rispetto e alleanza. Circa 5.000 anni fa i re assiri e babilonesi si stringevano la mano come simbolo di uguaglianza e rispetto. Le prime raffigurazioni in cui si nota il gesto di darsi la mano risalgono, infatti, ad oltre 5.000 anni fa: l’iconografia dell’antica Mesopotamia ci mostra divinità e sovrani che si stringono la mano come simbolo di amicizia e reciproco rispetto. Per esempio, presso l’Iraq Museum, il museo nazionale dell’Iraq a Baghdad, è conservata quella che si ritiene possa essere “l'immagine della più antica stretta di mano della storia”: si tratta di un bassorilievo assiro che mostra il re Shalmaneser III nell’atto di stringere la mano al sovrano babilonese Marduk-zakir-shumi I per sancire un’alleanza.

Altra testimonianza antica della stretta di mano è la stele situata nel santuario di Nemrut Dağı, in Turchia, che raffigura il re Antioco I (II secolo a.C.) stringere la mano ad Ercole, come segno di alleanza e rispetto tra un sovrano umano e un semi-dio. Successivamente, prima nell’antica Grecia e poi nell’antica Roma, la stretta di mano (in latino dexiosis o dextrarum iunctio, che significa congiunzione della mani) mantiene il significato di stringere alleanze e accordi, e diventa parte di rituali sociali come il matrimonio. Gli sposi, infatti, durante il rito congiungevano le mani, suggellando la loro unione.

Dal Medioevo in avanti la stretta di mano, detta “TOCCAMANO”, diventò un gesto con valenza giuridica: stringersi la mano significava a tutti gli effetti stringere un patto: un accordo commerciale, un’alleanza, ovvero suggellare contratti di diverso tipo; serviva in particolare anche per dimostrare che la mano destra era disarmata. Stringersi la mano, insomma, era come stipulare un contratto verbale: questa valenza rimase nei secoli, e portò la stretta di mano ad assumere un significato più popolare di gesto da compiere quando si era in accordo con il proprio interlocutore.

Successivamente, in Inghilterra e poi in America nel corso XVII secolo, i Quaccheri – movimento cristiano che si distingue per l’assenza di dogmi e sacramenti, basato sul contatto personale e interiore con Dio – adottarono la stretta di mano come forma di saluto egualitario. Proprio perché non riconoscevano dogmi e gerarchie, i Quaccheri scelsero il “toccamano” come segno di uguaglianza sociale e predisposizione allo scambio.

Amici, successivamente, con la Rivoluzione Francese, alla fine del ‘700, la stretta di mano diventò a tutti gli effetti un gesto “popolare”: i rivoluzionari la adottarono – in opposizione all’inchino – che indicava sudditanza, come espressione di uguaglianza e fraternità nel momento in cui ci si incontrava, giungendo, infine a noi, abitanti del Terzo Millennio! Fu un vero esempio di parità, quando ancora essere sudditi era quella triste realtà che la Rivoluzione Francese cercò di spazzare via.

Cari amici, oggi, stringersi la mano è quel gesto ufficiale che compiamo in contesti formali, con cui ci presentiamo la prima volta o con cui stipuliamo accordi in contesti diplomatici. Quella che ci sembra un’azione abituale, come avete letto prima, ha in realtà origini davvero molto antiche! La stretta di mano, insomma, ha sempre portato con sé un’espressione di rispetto, di pace e di scambio onesto, che caratterizza, oggi come ieri, il gesto positivo di accordo, di saluto benevolo, di accoglienza e parità.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, giugno 21, 2026

LA SOLITUDINE? NON SEMPRE È DA CONSIDERARSI NEGATIVA, IN QUANTO È CAPACE DI AVERE EFFETTI BENEFICI SORPRENDENTI.


Oristano 21 giugno 2026

Cari amici,

La SOLITUDINE, in linea di massima, è considerata un fattore negativo, in quanto capace di danneggiare la nostra salute, sia fisica che mentale. Eppure questo concetto non è da considerarsi univoco, perché la solitudine è un'arma a doppio taglio. Quando risulta “imposta”, infatti, è sicuramente un fattore negativo, ma - al contrario – quando risulta “scelta” e vissuta in modo temporaneo (solitudine positiva), essa diventa un'occasione preziosa per rigenerarsi, conoscersi a fondo e capace, anche, di aumentare la propria creatività.

Si, amici, decidere autonomamente di trascorrere del tempo da soli, non è sicuramente un’esperienza negativa, o una condizione da evitare, perché la solitudine, se vissuta nel modo giusto, può avere un impatto positivo sulla nostra salute. Per meglio intendere questo tema, questo concetto, può aiutarci la Dr.ssa Maria del Carmen Rostagno, psicologa, che ci chiarisce come la solitudine può diventare un’opportunità per rigenerare la mente, aumentare la consapevolezza di sé e, cosa ben più importante, farci ritrovare il giusto equilibrio interiore. Ecco alcune sue preziose considerazioni.

La solitudine – afferma con convinzione la Dr.ssa Rostagno – “Quando vissuta consapevolmente come un momento di riflessione, può diventare un potente strumento per il miglioramento del benessere mentale. Questa pratica offre molteplici benefici che vanno ben oltre il semplice “stare da soli”. Questo distacco temporaneo dal mondo esterno consente, infatti, di riconnettersi con sé stessi a un livello più profondo, come se si stesse sintonizzando una radio su una frequenza più chiara, quella della propria voce interiore. In questo stato, è possibile ascoltare i propri pensieri, sentimenti e intuizioni che spesso vengono soffocati dal rumore della routine quotidiana. E non è tutto.

Isolarsi, stare in solitudine, ci offre lo spazio per ricaricare le energie emotive e cognitive, riducendo lo stress e l’ansia accumulati nelle interazioni sociali e professionali. Inoltre, la riflessione solitaria può anche stimolare la creatività e l’innovazione, permettendo di esplorare nuove idee e prospettive senza il condizionamento esterno. Infine, è possibile anche sviluppare una maggiore resilienza emotiva, imparando, con la solitaria riflessione, a trovare conforto e forza in sé stessi.

Alla domanda “Come si può differenziare una solitudine rigenerante da una condizione di isolamento che potrebbe essere nociva per la salute mentale”, la Dr.ssa Rostagno così risponde. “Distinguere tra una solitudine rigenerante e un isolamento nocivo è fondamentale per la salute mentale. Ecco le più importanti differenze: LA SOLITUDINE RIGENERANTE è una scelta consapevole e volontaria, ha una durata limitata e bilanciata con interazioni sociali, produce sentimenti di calma, rinnovamento e chiarezza mentale, migliora l’umore e l’energia complessiva, favorisce la creatività e la produttività, permette di mantenere connessioni sociali significative al di fuori dei momenti di solitudine, aumenta l’autoconsapevolezza e l’autoriflessione in modo costruttivo.

Al contrario, invece, L’ISOLAMENTO NOCIVO, non è frutto di una nostra scelta ma è una situazione subita; questo tipo di solitudine tende a prolungarsi nel tempo senza limiti definiti, causa sentimenti di tristezza, ansia o depressione persistenti, diminuisce l’energia e la motivazione generale, ostacola la creatività e la produttività, porta a un progressivo allontanamento dalle relazioni sociali, può provocare pensieri negativi ricorrenti e autolesivi.

Amici lettori, per valutare se la propria solitudine è rigenerante o nociva, risulta importante osservare come ci si sente durante e dopo i periodi di solitudine: se ci si sente rinvigoriti e più connessi con sé stessi, è probabile che sia una solitudine positiva. Al contrario, se si avverte un senso di vuoto, disperazione o disconnessione prolungata, potrebbe trattarsi di un isolamento dannoso. Inoltre, è anche cruciale mantenere un equilibrio tra i momenti di solitudine e le interazioni sociali. Una solitudine sana non dovrebbe interferire con la capacità di mantenere relazioni significative o di partecipare alle attività quotidiane.

Cari amici, come ho precisato in apertura, la solitudine è un’arma a doppio taglio, ed è anche importante ricordare che è necessario trovare il giusto equilibrio tra la solitudine positiva e quella negativa. Un approccio flessibile e consapevole può aiutare a mantenere un sano equilibrio tra le positività e negatività che possono derivarne. Spesso ci si può sentire soli e incompresi anche in mezzo agli altri (solitudine emotiva), evidenziando un divario tra la connessione sociale desiderata e quella reale.

A domani, amici lettori,

Mario

sabato, giugno 20, 2026

LA CRISI DEL COMMERCIO IN SARDEGNA: SOLO NEL 2025, TRA NUOVE ISCRIZIONI E CESSAZIONI IL SALDO È NEGATIVO DI OLTRE MILLE UNITÀ.


Oristano 20 giugno 2026

Cari amici,

Commercialmente parlando, la SARDEGNA continua a registrare dati sempre più negativi. Negli ultimi tredici anni gli esercizi di vicinato – alimentari, negozi di abbigliamento, edicole e ferramenta – sono diminuiti di circa il 13%, lasciando spazio a una crescente diffusione di bar e ristoranti. Un cambiamento che, secondo gli operatori del settore, non garantisce più ai residenti gli stessi servizi essenziali di un tempo. Insomma, il tessuto commerciale sardo continua a sfaldarsi. Solo nel 2025 il settore ha registrato un saldo negativo di più di mille imprese tra nuove iscrizioni e cessazioni, mentre nell’arco degli ultimi dieci anni l’Isola ha perso circa un’impresa del commercio su sei. A pagare il prezzo più alto è il commercio al dettaglio, che nello stesso periodo segna un calo superiore al 20%.

Le motivazioni sono indubbiamente diverse e variegate. Da tempo un drastico cambio di mentalità ha avvantaggiato le colossali strutture commerciali nazionali e internazionali, oltre al costante avanzare  dell’e-commerce, che ha più che raddoppiato il proprio valore in pochi anni, erodendo così ulteriori quote di mercato al commercio fisico di prossimità. Inoltre, dietro la flessione commerciale prima evidenziata ci sono anche fattori strutturali difficili da invertire: l’invecchiamento della popolazione, con un tasso di natalità quasi dimezzato negli ultimi vent’anni.

Di fronte a questi pericolosi numeri, CONFCOMMERCIO SUD SARDEGNA ha ritenuto di portare i dati in audizione davanti al Consiglio regionale, chiedendo un rafforzamento degli interventi a sostegno del settore. Nel mirino dell’Associazione ci sono le risorse stanziate dalla Regione con il disegno di legge di variazione di bilancio (DL 203): poco più di 4 milioni di euro per il 2026, una cifra che secondo Confcommercio non è in grado di incidere in modo significativo su un fenomeno che riguarda migliaia di attività in tutta l’Isola.

“Di fronte a numeri di questa portata, le risorse stanziate dalla Regione Sardegna con il richiamato disegno di legge di variazione di bilancio (DL 203), dedicato ai contributi alle imprese commerciali, sono indubbiamente un segnale positivo, ma risultano del tutto insufficienti”, ha dichiarato Sandro Guiso Direttore Regionale; “parliamo di poco più di 4 milioni di euro per il 2026, una cifra che non è in grado di intervenire in modo significativo su un fenomeno che riguarda migliaia di attività in tutta l’Isola”, ha concluso.

Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso Emanuele Frongia, componente l’Assemblea dell’Associazione e già Vice Presidente di Confcommercio Sud Sardegna: “Non si tratta di assistenzialismo, ma di un investimento sul territorio. Ogni euro destinato al commercio di vicinato torna alla collettività in termini di occupazione, sicurezza e vitalità dei centri urbani. Continueremo a chiedere alla politica regionale un impegno più coerente con la gravità della situazione”.

Amici, la Sardegna, comunque, rispetto al resto d’Italia, risulta sempre più penalizzata. A livello nazionale, infatti, come evidenziano i dati Movimprese di InfoCamere e Unioncamere, al 31 dicembre 2025 in Italia erano attive 56.599 imprese in più di quelle operative il 1 gennaio dello stesso anno. Certo, questo è un incremento modesto ma comunque di segno positivo! Ciò sta a dimostrare che per la nostra isola debbono essere messi in moto interventi qualificanti, per poter ripristinare un’adeguata presenza delle strutture commerciali.

Cari amici, nonostante un saldo nazionale positivo dell'anagrafe delle imprese (+0,96%), il settore commerciale, in particolare in Sardegna, ha registrato una progressiva flessione, confermando il ridimensionamento delle attività tradizionali a favore dei servizi e del turismo. Nel territorio sardo, il commercio ha risentito fortemente del cambiamento delle abitudini d'acquisto: le imprese del settore sono in calo (con il dettaglio che segna le perdite maggiori); fanno da modesto contraltare, solo la crescita del settore alloggio e ristorazione (+18,5% nel decennio). Ci si chiede: Potranno arrivare interventi tali da ripristinare un certo equilibrio? Difficile dare una seria risposta!

A domani.

Mario

venerdì, giugno 19, 2026

L’UOMO E LA SCELTA DEL “LIBERO PENSIERO”. TANTO TEMUTO DAL POTERE, IL ‘PENSARE LIBERAMENTE’ SIGNIFICA SENTIRSI INDIPENDENTI DALL’AUTORITÀ. LA FILOSOFIA DI BERTRAND RUSSEL.


Oristano 19 giugno 2026

Cari amici,

L’UOMO fortunatamente è nato libero! Libero di agire e di pensare, nel senso di avere la capacità di elaborare le proprie convinzioni, basandosi sull'evidenza e sulla ragione, e rifiutando dogmi e imposizioni esterne. Il “LIBERO PENSIERO”, intrinsecamente è rivoluzionario perché consente di liberare l'individuo dal conformismo e dalla sottomissione intellettuale, rendendolo indipendente da qualsiasi forma di autorità sia dogmatica che politica. Il poter “pensare liberamente”, che consente all’individuo di contestare e mettere in pericolo l'autorità, è uno dei temi centrali degli scritti del grande filosofo Bertrand Russell, Premio Nobel per la Letteratura nel 1950; un chiaro "riconoscimento dei suoi molteplici e significativi scritti, nei quali ha difeso gli ideali umanitari e la libertà di pensiero".

Bertrand Russell, fu uno dei più influenti filosofi del XX secolo; Egli ha sempre posto al centro della sua riflessione il valore del pensiero critico e razionale come fondamento della libertà umana. La citazione: “Gli uomini temono il pensiero più di qualsiasi cosa al mondo, più della rovina, più della morte stessa. Il pensiero è rivoluzionario e terribile. Il pensiero non guarda ai privilegi, alle istituzioni stabilite e alle abitudini confortevoli. Il pensiero è senza legge, indipendente dall’autorità, noncurante dell’approvata saggezza dell’età. Il pensiero può guardare nel fondo dell’abisso e non avere timore. Ma se il pensiero diventa proprietà di molti e non privilegio di pochi, dobbiamo finirla con la paura.”

Per Russel Il pensiero è rivoluzionario, perché rompe le barriere dell’ordine costituito. Non riconosce gerarchie prestabilite, non si piega a dogmi, non teme di mettere in discussione tutto ciò che viene dato per scontato. In questo senso, pensare autenticamente significa anche essere disposti a rinunciare alle illusioni rassicuranti e ad affrontare la realtà nella sua complessità, anche laddove essa è inquietante o dolorosa. Il pensiero, se è davvero libero, è sovversivo, scardina le fondamenta su cui poggiano i privilegi sociali, smaschera le convenzioni, denuncia le falsità del potere.

Amici, per Russel la paura del pensiero è, in fondo, la paura della libertà. Perché pensare significa scegliere, discernere, agire. Significa non affidarsi più all’autorità di altri, ma essere autori della propria visione del mondo. E questa autonomia è spaventosa per chi ha costruito la propria identità sull’obbedienza e sulla dipendenza. Il libero pensiero è, per Russel, profondamente democratico, nel senso che non è un privilegio di pochi, e questa libertà diventa una forza che può trasformare davvero la società.

Nell’elaborare la sua filosofia Bertrand Russell non si limita a constatare il potere del pensiero e la paura che esso suscita. Egli afferma, in modo forte, etico e imperativo, che “dobbiamo finirla con la paura”. La sua è una chiamata alla responsabilità collettiva, all’urgenza di creare una cultura in cui pensare non sia un atto pericoloso, ma un diritto e un dovere. In questo senso, il libero pensiero diventa anche una forza morale: ci emancipa, ci rende migliori, ci costringe a vedere il mondo non solo per ciò che è, ma per ciò che col contributo di tutti potrebbe diventare.

Amici, come possiamo considerare il pensiero del grande pensatore, figlio del secolo scorso, nella caotica vita sociale politica del Terzo Millennio? Nel contesto storico e politico in cui viviamo, le parole di Russell conservano una straordinaria attualità. L’accesso all’informazione, la diffusione dei saperi, la possibilità di esprimere opinioni diverse sono, almeno formalmente, più ampie che in passato. Ma ciò non significa che il pensiero sia realmente libero. In un mondo dominato da narrazioni imposte, da semplificazioni mediatiche, da algoritmi che selezionano le nostre idee, il pensiero critico è ancora una conquista quotidiana, una pratica che richiede coraggio e rigore.

Cari lettori, oggi la vera sfida che ciascuno di noi può lanciare è fare in modo che il pensiero non resti confinato all’ambito accademico o intellettuale, ma diventi una forza viva nella società. Se siamo in tanti a ragionare con il pensiero libero, riusciremo a far sì che la scuola, i media, la politica promuovano il dubbio, la curiosità e la riflessione, invece dell’adesione a chi ci governa. Finché il pensiero resterà un privilegio di pochi, la democrazia sarà incompiuta. Finché si continuerà ad aver paura di pensare liberamente – per conformismo, per timore delle conseguenze, per desiderio di tranquillità – continueremo a rinunciare ad essere uomini liberi, ovvero ad essere pienamente umani. PAROLE SANTE!

A domani.

Mario

giovedì, giugno 18, 2026

PIATTI TRADIZIONALI SARDI: “SU COCCOI DI VERDURE”. LA TIPICA FOCACCIA RUSTICA DELLA CIVILTÀ CONTADINA È TORNATA IN AUGE!


Oristano 18 giugno 2026

Cari amici,

Chi ha la mia età, avendo vissuto nel secolo scorso gli ultimi scampoli della Civiltà Contadina, sa bene quante meravigliose ricette erano allora possibili, utilizzando i semplici ingredienti forniti dalle campagne, allora coltivate con grande lavoro individuale e con pochi strumenti. Ecco, oggi voglio riportare a Voi, amici lettori, una bella e sana ricetta, una focaccia semplice e saporita, che utilizzava i semplici ingredienti allora disponibili: “SU COCCOI DI VERDURE” (noto in sardo come su coccoi de bidrura o coccoi de crocoriga).

Questa curiosa focaccia rustica, composta da ingredienti poveri, era davvero deliziosa, capace di soddisfare l’appetito anche dei palati più raffinati. La ricetta, utilizzata in particolare in Ogliastra e nel Campidano, era semplice e facile da preparare. Realizzata senza l’uso del lievito, era costituita da un impasto di farina che si amalgamava sfruttando unicamente l'acqua di vegetazione degli ortaggi che la componevano, e che, a seconda delle stagioni, potevano essere quelli estivi o anche quelli invernali.

Come accennavo prima, la ricetta era variabile a seconda della stagione e della zona, anche se gli ingredienti di base erano costituiti (e lo sono anche oggi), da fresche verdure. Ecco la ricetta per 4 persone: Verdure: Zucchine 400 gr., carote 200 gr., una cipolla (o scalogno) e pomodori a pezzetti 200 gr., Legante: Farina 00 o farina di riso 250 gr. (per una variante gluten-free), Condimento: Olio extravergine d'oliva 80 gr., sale e, se gradito, pepe. Tutti ingredienti erano il frutto del lavoro del proprio orto, ortaggi che erano in gran parte quasi sempre presenti nelle case di ogni famiglia.

La preparazione di questa focaccia rustica era semplice e veloce. Vediamo insieme come possiamo prepararla anche noi oggi. Ecco i passaggi. Preparazione delle verdure: dopo aver messo sul tavolo un capace contenitore, si lavano e asciugano perfettamente le verdure da utilizzare, passando poi al loro taglio. Dopo aver pelato le carote, le grattugiamo grossolanamente, passando poi  a grattugiare anche le zucchine; al termine si taglia finemente la cipolla, riducendola a piccoli cubetti. sminuzzando infine i pomodori. Al termine della preparazione, si cerca di eliminare dal recipiente contenitore l’acqua in eccesso prodotta dalle verdure.

Fatto questo, si aggiungono alle verdure presenti nella ciotola, una presa di sale e una di pepe macinato, massaggiando il composto con le mani. Al termine si lascia riposare l’impasto ancora per qualche minuto per far fuoriuscire il rimanente liquido di vegetazione. Dopo aver aggiunto un filo d’olio, ora si inizia ad impastare con le mani, versando, poco alla volta, la farina. Non c'è bisogno di aggiungere acqua, in quanto i liquidi delle verdure saranno sufficienti a creare un composto morbido e omogeneo. La preparazione, amici, è così arrivata praticamente al termine: ora c’è da preparare la cottura del composto che si trasformerà in focaccia.

Si prepara ora il forno, iniziando a preriscaldarlo e, dopo aver scelto una teglia bassa e larga, la si fodera con carta forno, cospargendola con un velo d’olio; ora si inizia a stendere il composto sulla teglia, cercando di ottenere uno spessore di circa mezzo centimetro, appiattendola per bene aiutandosi con una spatola. Ora c'è solo da infornare la teglia e cuocere a 200 gradi per circa 30 minuti. Quando si vede la focaccia dorata e fragrante, la si sforna e si lascia raffreddare. Ora si può disporre Su Coccoi in un piatto di portata, lo si taglia a fette, e si porta in tavola. Il risultato finale è una focaccia morbida al centro e deliziosamente croccante sui bordi, perfetta da servire in apertura del pasto o in occasione di buffet e aperitivi.

Amici, da qualche tempo, forse positivamente segnalata da persone di una certa età, questa ricetta sta riprendendo piede, risultando utile anche nella turbolenta vita di oggi! Risulta, infatti, ottima da gustare, per esempio insieme ad antipasti, con dell’affettato, del pecorino o a un buon formaggio caprino locale; su Coccoi di verdure sarà squisito anche spalmato con hummus, mousse salate e cremose salsine fatte in casa, oppure farcito con prosciutto, maionese e altro a piacere. Insomma, potrà essere anche la base di uno sfizioso spuntino da portare fuori porta, in occasione di picnic e gite, al mare o in campagna.

Cari amici, la ricetta prima riportata ha utilizzato un mix di carote, zucchine, cipolle e pomodori ma, chi lo desidera, può arricchire l'impasto con porri, scalogni o peperoni, oppure, durante la stagione fredda, con una variante autunnale a base di zucca e funghi. Un’ultima notizia: Su Coccoi di verdure si conserva in frigo, in un contenitore a chiusura ermetica, per 2 giorni massimo. Al momento di servirlo, il suggerimento è di ripassarlo per qualche istante in forno per farlo tornare caldo e fragrante. Ora auguro "Buon appetito" a chi prova la ricetta!

A domani.

Mario