venerdì, maggio 01, 2026

NELLA VITA CAOTICA DI OGGI, CARICA DI STRESS E DI CONTRATTEMPI, ECCO COME SOPRAVVIVERE: MIGLIORANDO LA NOSTRA FLESSIBILITÀ PSICOLOGICA.


Oristano 1° maggio 2026

Cari amici,

Voglio iniziare i post del mese di maggio parlando di lavoro e di stress. Il 1° maggio è dedicato al lavoro, motivo principale della nostra vita, anche se oggi qualsiasi lavoro è fonte di stress e di pesante logorio dell'organismo, perchè viene svolto con ritmi esagerati, spesso assurdi. Che la vita che conduciamo in questo Terzo Millennio sia svolta all’insegna del tutto e subito, è, purtroppo, una realtà inequivocabile. Si lavora, si corre, sempre più carichi di Stress, con la giornata inframmezzata di  contrattempi difficili da assorbire, che rappresentano una delle principali minacce alla nostra salute. La nostra flessibilità psicologica, infatti, fa fatica a trovare le giuste soluzioni quando ci troviamo in condizioni difficili. Quando queste situazioni esplodono, mettendoci in seria difficoltò, tendiamo a reagire con una certa rigidità cognitiva, che mette a rischio la nostra flessibilità psicologica.

La giusta flessibilità psicologica, amici, non è altro che la nostra capacità di adattare pensieri, emozioni e comportamenti, verso le difficili situazioni mutevoli che ci troviamo di fronte, in modo equilibrato e costruttivo. Insomma, invece di andare in tilt, quando ci troviamo di fronte ad un contrattempo inatteso che ci stressa, se siamo persone psicologicamente flessibili, riusciamo a dominare la situazione, facendo un passo indietro, elaborando le nostre emozioni e rispondendo al problema in maniera costruttiva.

Certo, amici, che non è facile rimanere calmi quando all’improvviso ci troviamo “sotto pressione”, come spiega la dottoressa Lina Begdache, professoressa della Binghamton University (USA), in un suo recente studio. “Il tipo di persona che, ad esempio, perde un volo e, invece di farsi prendere dal panico, si adatta con calma alla situazione. Questa persona può comunque sentirsi stressata, ma è più capace di gestire lo stress grazie alla flessibilità psicologica”. “Si dice spesso che queste persone siano resilienti, ma possiedono anche quella che viene definita flessibilità psicologica. Sono persone in grado di modificare il proprio modo di pensare di fronte a una situazione difficile, utilizzando le risorse del cervello per gestire lo stress”, aggiunge l’esperta.

In questo senso, i dati emersi dallo studio condotto dalla professoressa Begdache, pubblicato sul Journal of American College Health, suggeriscono che abitudini sane come un buon riposo, l’esercizio regolare e una buona colazione riescono a migliorare la flessibilità psicologica, che a sua volta rafforza la resilienza mentale e aiuta ad affrontare lo stress. Insomma, quando dovessimo trovarci ad affrontare un imprevisto che ci crea un blocco mentale, incapaci nell'affrontare una situazione stressante, una colazione sana, un po’ di esercizio fisico e una buona notte di sonno potrebbero essere esattamente ciò di cui si ha bisogno per migliorare la nostra flessibilità psicologica.

Amici lettori, cervello e corpo sano (ben alimentato e riposato) sono strettamente legati. L'importanza di una buona colazione e di un buon sonno, per la lucidità del nostro cervello, è determinante: fare una colazione sana cinque o più volte a settimana è infatti associato a una maggiore resilienza attraverso i processi di flessibilità psicologica. Al contrario, chi dorme meno di sei ore tende ad avere minore resilienza e minore flessibilità psicologica, mentre anche una piccola quantità di esercizio fisico - persino solo 20 minuti - è associata a livelli più alti di entrambe.

Al contrario, una bassa flessibilità psicologica - ovvero una nostra forte rigidità, sia nel pensiero che nel comportamento - è legata all'esistenza di cattive abitudini, come il consumo di fast food e la mancanza di sonno. La flessibilità psicologica, invece, consente a una persona di “fare un passo indietro” e utilizzare le risorse del cervello per comprendere ed elaborare meglio le proprie emozioni. Flessibilità che può essere aumentata seguendo alcuni miglioramenti nella dieta e nello stile di vita.

Cari amici, ecco in sintesi le conclusioni della professoressa Begdache. “Quando siamo sotto stress, abbiamo la sensazione di fonderci con esso. Viviamo lo stress in prima persona. La flessibilità psicologica, invece, è come fare un passo indietro. Identificare le proprie emozioni a volte aiuta a trovare una soluzione. Dieta e stile di vita non ci rendono resilienti da soli: ci aiutano a sviluppare la flessibilità psicologica, che a sua volta ci rende persone resilienti”. Credo che abbia proprio ragione!

A domani.

Mario  

 

giovedì, aprile 30, 2026

I MILLE VOLTI DELLA RICCHEZZA: CHI NASCE RICCO E CHI FATICA PER ARRIVARE AD ESSERE RICCO. COME DISTINGUERE UN RICCO DALL'ALTRO.


Oristano 30 aprile 2026

 Cari amici,

Chiudo i post di aprile riflettendo su un argomento che ogni giorno che passa fa più tristezza: la vera ricchezza è sempre di più in poche mani, mentre aumenta lo stuolo dei poveri! Il mondo diventa sempre più iniquo! Si, è proprio vero, c'è chi fortunatamente nasce ricco, nel senso che i genitori erano già ricchi, e chi, poi, riesce a diventarlo. Chi, con capacità ed ingegno, riesce a diventare ricco, una volta arrivato alla ricchezza, ha comportamenti alquanto diversi: c'è chi la “OSTENTA”, chi la “NASCONDE”, e c’è anche chi se ne VERGOGNA. Insomma, essere ricchi, ovvero avere molto di più di quello che sarebbe necessario per vivere, ha diversi modi comportamentali, nel senso che applica diversi sistemi per convivere con i soldi. La ricchezza, amici, è davvero vissuta in tanti modi diversi, tant’è che chi osserva da fuori, impara presto a distinguere un ricco dall’altro.

Si, amici, La ricchezza è un fenomeno complesso che va ben oltre la disponibilità economica, influenzando profondamente la psicologia e il comportamento sociale. Come prima evidenziato, l'atteggiamento verso il denaro si divide principalmente in tre categorie: chi lo ostenta, chi lo nasconde e chi se ne vergogna. Sono davvero tanti i modi in cui i ricchi vivono la loro fortunata vita, con curiose posture, codici comportamentali e innumerevoli manie dettate della ricchezza; c’è chi vive l’abbondanza con fastidio, e chi, invece, gode della sua forza, che consente di togliersi ogni desiderio.

La ricchezza, amici, non è qualcosa nata nei nostri tempi, ma è di antica origine, perdendosi nella notte dei tempi. Nell’antichità Faraoni, Re e imperatori, con il vasto seguito di potenti al loro servizio, accumulavano grandi ricchezze, mentre il popolo che amministravano produceva per loro in schiavitù. Col passare dei secoli, una parvenza di equità riuscì a mitigare la distribuzione della ricchezza, ma per quanto si osanni la DEMOCRAZIA, oggi come ieri c’è chi è enormemente ricco e chi fatica a sfamare la famiglia. Come ben scisse Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo", per mantenere lo Status Quo, "Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente",

Quanto alle varie facce della ricchezza, come prima accennato, ne abbiamo davvero di semplici ma anche di molto curiose, che vanno da chi è nato ricco a chi, invece, lo è diventato nei modi più particolari. Vediamo, dunque, con grande ironia, i diversi comportamenti adottati dagli attuali “RICCHI”, sia quelli di nascita che quelli arrivati alla ricchezza per le favorevoli, successive occasioni. Dal ricco di nascita al “PARVENU”, i comportamenti adottati sono davvero interessanti e curiosi!

Partiamo da “CHI NASCE RICCO”. Per questi privilegiati il denaro non è nulla di strano. Loro lo vivono in modo sobrio, per loro i soldi abbondanti sono pane quotidiano. Si potrebbe dire che nemmeno vivano con gioia la loro bella vita, perché semplicemente nati ricchi. Essi vivono la ricchezza con naturalezza, in modo gentile, sobrio, tant’è che, spesso, sono delle piacevoli persone. Sono anche attenti, comprano con molto tatto, e seppure vivono in ville o case esageratamente belle, la loro non è una ricchezza esibita.

Arriviamo al “PARVUNU”. Il termine parvenu dal francese parvenir "pervenire, arrivare") indica una persona di umili origini che ha ottenuto rapidamente un elevato status economico o sociale, senza tuttavia acquisire lo stile, la cultura o i modi adeguati al nuovo ceto. È spesso usato con disprezzo come "arricchito" o "arrampicatore sociale. Per questi il denaro, considerato che se lo sono dovuto sudare, appare come una manna da esibire, tant’è che viene vissuto in un’atmosfera frizzante. La gente arricchita ci tiene all’epopea personale del far soldi, e quindi addio leggerezza. Il parvenu-plutocrate ha bisogno di esibire, di raccontare la propria formidabile ascesa.

Il denaro accumulato in realtà non lo fa rilassare! Semplicemente perché ogni acquisto, ogni successo, in lui conserva qualcosa della rivincita. C’è una specie di fervore molto volgare, il denaro (che prima doveva solo assolvere la funzione di: comprare) smette di essere elastico ed è caricato di un significato ulteriore: deve anche certificare una persona che ha avuto successo. Per questo il Parvenu-Plutocrate tende sempre, più o meno consapevolmente, a sovra-interpretare il proprio benessere leggendolo come merito. Per questa sua insicurezza si circonda di cose sbagliate: mogli vistose, macchinone, orologi di grande marca, costosi abiti su misura fatti troppo accuratamente.

Amici, c’è anche, come accennato prima, chi del molto denaro accumulato se ne vergona. Si, questi sono i “QUIET LUXURY” o Sobri-per-calcolo. Da un lato ci tengono a sembrare di quel mondo, ricchi, eleganti, ma esibendo austerità.  A volte viene loro tanta voglia di postare dalla barca, dall’hotel di lusso, per ostentare le loro piccole vittorie di classe, ma si trattengono, perché sarebbe una macchia di unto nel loro curriculum. Il problema, però, è che non hanno stile, perché non capiscono il momento in cui si può esagerare, che è il corredo di chi ricco lo è di nascita; inutile comprare Loro Piana chiari, non tingersi i capelli, non farsi troppa piega liscia dal parrucchiere, arredare casa con l’incredibile divano design; inutile indossare vesti che non si possiedono! Basterebbe la sincerità: dire pubblicamente e senza nascondimenti: “Io i soldi li ho fatti, e allora??”

Cari amici,  non so Voi, ma a me questo mondo appare proprio strano, e anche mi infastidisce… la mia mente pensa che una maggiore equità, non guasterebbe!!

A domani.

Mario

 

mercoledì, aprile 29, 2026

TRA SOGNI, PAURE E REALTÀ: I DUBBI DELL’UOMO SULLE NOSTRE ORIGINI. MA GLI ALIENI SONO GIÀ TRA DI NOI? UN PROBLEMA DI CUI DA TEMPO SI PARLA…


Oristano 29 aprile 2026

Cari amici,

L’uomo ha sempre pensato, fin dagli albori della sua presenza sulla terra, che le sue origini derivassero da altri mondi, e per questo iniziò a venerare il sole, la luna e le stelle.  Il dubbio, col passare del tempo, si concretizzò in altre possibili provenienze, in quanto il bisogno umano di dare spiegazioni sulla sua presenza nel mondo sfociò in diverse alternative, come le diverse religioni presenti sul pianeta confermano. Tra le tante narrazioni fantascientifiche, che tormentano anche l’uomo del Terzo Millennio, ci sono quelle della possibile presenza sulla terra di “INDIVIDUI ALIENI”, che, indossate vesti simili a quelle degli umani, circolano tra di noi senza farsi riconoscere.

Ovviamente, come tutti possiamo immaginare, siamo nel campo della fantascienza, che, tuttavia, alimenta dubbi e paure, creando un terreno fertile per teorie di complotto, ipotizzando che siano presenti tra di noi elementi di altri pianeti venuti sulla terra per manipolare l’umanità e utilizzarla al proprio scopo. Risulta interessante, a questo proposito, leggere il saggio di Robert Scholes ed Eric S. Rabkin, Fantascienza. Storia-Scienza-Visione, una curiosa rappresentazione della forma estrema di filosofia sociale e di indagine antropologica, capace di dar voce alle nostre inquietudini più profonde, traducendo in archetipi visibili quelle zone d’ombra della natura umana destinate altrimenti a rimanere inespresse.

In questo saggio, tra le intuizioni più interessanti della fantascienza, possiamo ragionevolmente annoverare la figura del “RETTILIANO“: un essere che, sotto parvenza umana, nasconde una natura predatrice, sostanzialmente priva di empatia e, in definitiva, aliena rispetto alla nostra specie. Una fantasia antica, quella del serpente o del drago, che risale al rettile tentatore del Paradiso Terrestre, che decreta la caduta dell’umanità felice. Nel Cristianesimo la vittoria sulla bestia partì dalle origini, e successivamente l’espressione dei monaci medievali di “sconfiggere il drago”, altro non era che una metafora per indicare il risanamento del caos primordiale, rendendo il mondo atto a ospitare la civiltà.

Amici, nella lunga storia dell’uomo l’elemento fantasioso dell’ALIENO,  meglio noto come Rettiliano, venuto sulla terra per predarla, è sempre stato presente. Gli interessanti studi psicologici portati avanti da Paul Babiak e Robert Hare mettono in prima linea il “rettiliano in forma umana”, rappresentato dai top manager e leader politici spesso accomunati a dei criminali sociopatici. La ricerca da loro effettuata, significativamente intitolata SNAKES IN SUITS, evidenzia come la differenza risieda unicamente nel contesto sociale e nel livello di istruzione: laddove il sociopatico comune finisce spesso ai margini della legalità, il “sociopatico di successo” ottiene soldi e potere. È una dinamica che trova una rappresentazione realistica nel Gordon Gekko di Wall Street e la sua iperbole più visionaria nel personaggio di Patrick Bateman in American Psycho.

Come, dunque, non considerare “RETTILIANI”, i leader che massacrano bambini in nome di una pace fittizia, oppure chi gestisce nell’ombra il traffico di droga, armi, organi e migranti? Sono pensabili in termini di “umanità” quei manager che, come in un macabro safari, sparano a gente inerme? Né possono sfuggire al timore dei “rettiliani tra noi” personaggi come Elon Musk, Mark Zuckerberg o Jeff Bezos, i quali promuovono progetti di ingegneria sociale in cui le persone sono ridotte a pacchetti di dati e macchine da pascolo?

È proprio davanti a simili mostruosità, che la fantascienza si è rivelata più profetica e penetrante di tanti esperti in cattedra, sapendo offrire quella che Lévi-Strauss avrebbe definito una “soluzione logica”, capace di soddisfare esigenze della mente apparentemente contraddittorie: attivare, cioè, un meccanismo di difesa che cerca di allontanare un male di cui conserviamo una scintilla, intensa quanto basta per percepirlo, e ascriverlo contemporaneamente a una figura aliena che possiamo individuare e tenere a distanza.

Cari amici, indubbiamente la fantascienza altro non è che quel “dare corpo” alle nostre paure, alle nostre ansie e ai nostri timori. L’idea che tra di noi convivano i pericolosi “Rettiliani”, sarà pure mitologia, per quanto visionaria, ma che affonda sempre le proprie radici nelle inquietudini concrete e nelle zone d’ombra della Comunità umana.

A domani.

Mario

martedì, aprile 28, 2026

MA TU PRATICHI L'AUTOIRONIA? È LA CAPACITÀ DI SAPER RIDERE DI SE STESSI, TRASFORMANDO I PROPRI DIFETTI IN PUNTI DI FORZA.


Oristano 28 aprile 2026

Cari amici,

Credo che ciascuno di noi, nel pesante bagaglio della propria vita, abbia, oltre ad un certo numero di pregi, anche non pochi pericolosi difetti. Questi, però, non debbono mai condizionare, in senso negativo, la nostra vita, per cui è davvero necessario saperli sdrammatizzare; si, questo è possibile e lo possiamo fare attraverso L'AUTOIRONIA.  È questa la capacità di saper sorridere di se stessi, dei propri difetti e delle proprie sventure, accettandole sempre, senza se e senza ma, in quanto essere ironici con se stessi è un positivo modo per migliorare la qualità della propria vita.

L’autoironia, amici, è un’arte che può cambiare la nostra vita, per cui non la dobbiamo mai sottovalutare. Essere ironici con se stessi non è semplicemente un modo di “non prendersi troppo sul serio”, ma è la capacità di riuscire ad alleggerire i propri difetti e trasformarli in punti di forza. Insomma, l’Autoironia funziona come un “cuscinetto emotivo”: riduce l’ansia, crea empatia e ci rende più flessibili mentalmente. Ovviamente, come ogni strumento psicologico, può diventare un’arma a doppio taglio, se usata per svalutarsi o per nascondere le proprie fragilità.

Questo interessante concetto è ribadito dalla dottoressa Lara Pelagotti, psicologa e psicoterapeuta, che si occupa di psicologia clinica e formazione, e che attraverso la sua attività divulgativa online racconta in modo chiaro e accessibile i meccanismi della mente. Ecco come l’esperta psicoterapeuta chiarisce i benefici di questa preziosa risorsa emotiva, con i possibili i rischi e le strategie da adottare, per poterla utilizzare con successo nella nostra vita quotidiana. Alla domanda: “Cos’è, secondo lei, l’autoironia? Ecco cosa risponde: «Più intima dell’ironia, cioè il ridere cioè delle cose del mondo, quella rivolta verso noi stessi ci mostra i nostri limiti e consente di riderci sopra. Non è solo scherzare di sé, ma condividere consapevolmente ciò che ci rende imperfetti».

Quanto ai benefici psicologici che può avere, ecco la sua risposta: «L’autoironia  è un grande strumento di forza interiore. Chi è autoironico ha un’autostima stabile e riesce a ridere dei propri difetti senza crollare. L’autoironia riduce l’ansia, crea risonanza con gli altri e può essere persino curativa. In terapia, la considero un segnale di guarigione». Poi così continua: «Alcuni hanno una predisposizione naturale, ma si può coltivare. Non è una capacità che si sviluppa nei primi anni di vita, ma crescendo sì. Molto dipende anche dall’ambiente: vivere in famiglie, o in contesti sociali che sdrammatizzano, aiuta. Se i genitori mostrano autoironia, i figli imparano ad affrontare meglio errori e difetti: è una forma di resilienza che si trasmette con l’esempio. Ma ci sono anche esercizi psicologici che aiutano a ridimensionare i pensieri e ad alleggerirli, favorendo l’autoironia».

Alla domanda se le Nuove Generazioni sono più o meno autoironiche, la Pelagotti così risponde: «Non è tanto un discorso generazionale, quanto di modalità, che sono diverse. Oggi l’autoironia viaggia molto sui social: è più diffusa, ma anche meno intima. A volte rischia di trasformarsi in autosvalutazione, usata per ottenere approvazione». Quanto al confine con l’autodenigrazione, ecco la risposta: «L’autoironia sana alleggerisce e crea legami, quella negativa svaluta e diventa continua. Se ci si prende sempre in giro senza valorizzarsi, non è più una risorsa ma un sabotaggio di se stessi».

Amici, la dottoressa Lara Pelagotti ritiene l’autoironia utile praticamente in tutti i contesti. «Purché calibrata – chiarisce -. Nelle relazioni scioglie tensioni, sul lavoro rende più umani. Ma serve intelligenza emotiva: non tutte le situazioni o le persone sono pronte a coglierla e accettarla. In alcuni casi può apparire come superficialità». Conferma anche che può avere dei rischi. «Sì, se diventa una maschera per nascondere problemi o un modo per evitare di affrontarli. Oppure se è mal interpretata: a volte viene scambiata per debolezza».

Cari amici, personalmente sono sempre stato favorevole all’autoironia (noi europei, che facciamo parte della cultura mediterranea siamo propensi all’autoironia, mentre in Asia prevale la serietà). In Gran Bretagna è più sottile e sarcastica. Quello che diverte in un Paese può non essere capito in un altro». La dottoressa, che ovviamente è ironica con se stessa, da a tutti noi un ultimo consiglio: “SE SEI IRONICO CON TE STESSO, VIVI MEGLIO”!

A domani cari amici lettori.

Mario

 

lunedì, aprile 27, 2026

IL VALORE DEL TEMPO PER L'UOMO. COME DICEVA SENECA, CI LAMENTIAMO CHE È POCO, MA AGIAMO COME SE NON DOVESSE MAI FINIRE.


Oristano 27 aprile 2026

Cari amici,

Quante volte ciascuno di noi ad una richiesta ricevuta ha risposto “MI DISPIACE MA NON HO TEMPO”? Sicuramente ben più di una volta! Eppure quello di dichiarare di non avere tempo è un vero e proprio paradosso, se pensiamo a quanto ne sprechiamo! Si, quest’abitudine non è una novità del Millennio che stiamo vivendo, in quanto, spesso, era diffusa anche nell’antichità. Questo meccanismo psicologico del rinvio, nel tempo diventata abitudine culturale, era alquanto praticata in passato, tanto che il grande SENECA, nel suo De Brevitate Vitae, osservava, già duemila anni fa, che la vita non è breve, siamo noi, invece, a sprecarne molta!

Il pensiero di LUCIO ANNEO SENECA (4 a.C. - 65 d.C.), influente filosofo stoico, politico e drammaturgo romano dell'età imperiale, precettore e consigliere di Nerone, autore di celebri dialoghi e delle Epistulae morales ad Lucilium, ammoniva fortemente l’uomo anche sullo spreco del tempo; la sua frase “Ci lamentiamo sempre che i nostri giorni sono pochi, ma agiamo come se non ci fosse mai fine ad essi”, colpiva forte, perché descriveva un comportamento anche allora molto comune. Anche noi oggi, da una parte diciamo di non avere tempo, dall’altra lo sprechiamo come se fosse infinito.

Amici, l’uomo da sempre vive di non poche contraddizioni, tant’è che anche la "mancanza di tempo" viene praticata e vissuta ogni giorno. Siamo in tanti ad applicare il “Rimandare a domani", con la scusa che non abbiamo tempo, mentre invece perdiamo ore ed ore in cose di poco conto, inutili, mentre poi ci sentiamo in ritardo. Seneca mette a nudo proprio questo particolare, errato meccanismo, condannando l’uomo senza giri di parole. Ecco anche un'altra frase del grande filosofo sul tempo e il suo utilizzo che torna a farci riflettere: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto”; e nel tempo poco è cambiato: anche oggi, infatti, ci sembra di non averne mai abbastanza.

Ma quali le ragioni che spingono l’uomo a convincersi della scarsità del tempo, alimentando la “PROCRASTINAZIONE”? La prima ragione è che spesso ci convinciamo di non avere tempo perché ci sentiamo sopraffatti dai troppi impegni. Questa ansia ci porta a procrastinare, cioè a rimandare compiti importanti per attività più piacevoli o meno impegnative (es. scrolling sui social), sprecando di fatto le ore che pensavamo di non avere. In realtà è una “Mancanza di Consapevolezza”, col risultato che sprechiamo tempo in preoccupazioni, pettegolezzi o distrazioni non necessarie, senza chiederci se ciò che stiamo facendo sia allineato con i nostri veri interessi e valori.

Un’altra ragione importante è che abbiamo una “Percezione Distorta del Tempo”: il tempo è una risorsa invisibile e intangibile, il che ci porta a gestirlo con leggerezza. Tendiamo a pensare che "ci sarà tempo domani", sottovalutando la preziosità dell'istante presente. Anche le nostre emozioni entrano i  gioco: spesso sprechiamo tempo non per pigrizia, ma per paura. Rimandiamo attività fondamentali per paura di fallire, del giudizio altrui o per perfezionismo, nascondendoci dietro la scusa del "non ho tempo". Sprechiamo tempo quando non investiamo i nostri minuti in ciò che ci rende felici o virtuosi, disperdendolo in mille rivoli.

Amici, tornando a Seneca, ci accorgiamo che, davvero, i mali di questo Millennio non differiscono molto da quelli di migliaia di anni fa. Per Seneca, il tempo era il bene più prezioso dell’uomo; nella sua visione, non era la vita che era breve, ma lo diventava solo se veniva sprecata. Questo pensiero torna utile anche oggi, perché continuiamo a fare gli stessi errori! Dare valore al tempo significa scegliere con più cura come usarlo, evitando di disperderlo in attività che non ci arricchiscono davvero. È questo un invito molto concreto anche oggi, cari lettori, anche se deriva da una antica riflessione filosofica.

Cari amici, la validità della filosofia di Seneca è ben comprovata anche oggi, per noi uomini del Terzo Millennio. La sua riflessione sul TEMPO e il suo uso, molto spesso sbagliato, non è solo una lezione astratta di filosofia, ma un mettere l’uomo davanti a una verità scomoda. Spesso viviamo in automatico, trascinati da impegni, distrazioni e rinvii, senza fermarci a valutare se il tempo che abbiamo lo stiamo usando davvero o lo stiamo solo consumando. Dovremmo davvero riflettere!

A domani.

Mario

domenica, aprile 26, 2026

ADOLESCENTI E FORMAZIONE: STUDI RECENTI HANNO RILEVATO DIFFERENZE ABISSALI TRA QUELLI CRESCIUTI NEGLI ANNI 60-70 E QUELLI DI OGGI.


Oristano 26 aprile 2026

Cari amici,

Un serio confronto scientifico ha rilevato differenze abissali nell’analisi della "formazione adolescenziale" tra i ragazzi cresciuti negli anni 60-70 del secolo scorso e quelli di oggi. Le differenze più eclatanti riguardano la libertà: i giovani cresciuti negli anni ’60 ’70 giocavano liberi per strada, mentre i ragazzini di oggi si muovono ristretti tra agende piene di impegni e l’utilizzo costante dello smartphone: due infanzie opposte, due crescite molto diverse. Insomma, da una gioventù cresciuta libera negli anni ’60 si è arrivati a quella di oggi, dove gli adolescenti vivono iper-controllati: passati da un’infanzia libera, senza l’asfissiante controllo degli adulti a quella odierna, una crescita che si può definire sotto “sorveglianza continua”.

Amici, negli anni ’60 e ’70 (io ho vissuto proprio quella formazione) la gran parte di noi ragazzi, al termine degli impegni scolastici, usciva di casa in modo libero, giocando per strada con i compagni e rientrando a casa per pranzo e la sera a cena, di norma al tramonto. Nessun cellulare, zero chat con i genitori, pochissime attività organizzate. Il tempo si riempiva di giochi inventati, esplorazioni, piccoli rischi e litigi con i compagni, ma sempre gestiti in autonomia. Una crescita indubbiamente libera, certamente priva di giochi organizzati ma tutti da inventare, ma che stimolava la fantasia e consentiva di costruire i possibili giochi di gruppo.

Ecco, quell’apparente “lasciar vivere il tempo libero” ai propri figli adolescenti non nasceva da teorie pedagogiche raffinate, ma derivava dalle necessità della vita. Spesso gli adulti lavoravano tutto il giorno, e, una volta rientrati a casa, erano stanchi e provati dalla fatica; Le priorità in capo agli adulti non consentivano di dedicare molto tempo all’organizzazione del tempo libero dei figli, ai quali, comunque, venivano dettate delle “regole comportamentali” che non dovevano essere trasgredite.

Indubbiamente, gli adolescenti sapevano utilizzare bene questo spazio lasciato libero, che ha funzionato in modo egregio, consentendo loro di allenare il cervello alla preparazione e formazione di una palestra mentale quotidiana. Ebbene, di recente (precisamente nel 2023) il gruppo di studio dello psicologo Peter Gray (Boston College) ha effettuato un’analisi, pubblicata sul Journal of Pediatrics, che ha studiato ed elaborato decenni di dati sul confronto fra i giovani di ieri e quelli di oggi. La tesi centrale dell’analisi è risultata netta: la progressiva riduzione dell’autonomia dei bambini, dagli anni ’60 in poi; questa riduzione è uno dei fattori che contribuiscono alla crescita dei disturbi psicologici tra i giovani.

Le motivazioni certo non mancano! Per esempio: l’importanza del gioco libero funziona come un vaccino emotivo; il gioco non strutturato, senza arbitri adulti, costringe i bambini a regolare emozioni, paure e frustrazioni in prima persona. La letteratura psicologica lo indica come uno dei canali principali con cui si imparano: autoregolazione emotiva (calmarsi da soli dopo una lite o una caduta), gestione della paura (salire su un albero, ma capire quando fermarsi), capacità di negoziazione (decidere le regole di una partita senza adulti), tolleranza all’errore (perdere, sbagliare, farsi un po’ male e continuare) Ogni piccolo incidente – una sbucciatura, una discussione, un imprevisto in bici – costruisce, col tempo, quella che i clinici chiamano “tolleranza alla frustrazione” o “alla sofferenza”: la sensazione concreta che il disagio non duri per sempre e si possa gestire.

Un’altra importante differenza, tra l’ieri e l’oggi, è l’iper-protezione dei genitori. La ricerca su stili educativi troppo rigidi o iperprotettivi mostra un paradosso: genitori che cercano di togliere ogni fatica ai figli finiscono per crescere ragazzi meno capaci di reggere il minimo contraccolpo. Proteggere dai pericoli reali è sano, cercare di eliminare qualsiasi disagio quotidiano toglie ai bambini gli “esercizi” necessari per diventare robusti dentro. I pericoli esterni, spesso sopravalutati, hanno spinto progressivamente i genitori verso un modello di controllo stretto; oggi lasciare un bambino di otto anni andare a scuola da solo, cosa normale negli anni ’70, è diventato per molti un comportamento quasi da “cattivo genitore”.

Quanto al tempo libero, questo è stato riempito di corsi, allenamenti, attività strutturate. L’intento era positivo: arricchire e proteggere. L’effetto collaterale è stata la quasi scomparsa di quei momenti “vuoti” in cui i bambini imparavano a cavarsela da soli. Il passaggio successivo arriva con gli smartphone. Jonathan Haidt, nel libro “The Anxious Generation”, parla di una vera “ricostruzione” dell’infanzia tra il 2010 e il 2015. Il poco gioco libero rimasto viene sostituito da interazioni digitali e social network.

Amici, se è pur vero che nulla rimane invariato, oggi con il forte sviluppo della tecnologia, non viene certo ipotizzato di tornare al passato, ma è comunque necessario imboccare  direzioni concrete per riportare autonomia e gioco libero nelle vite dei ragazzi di oggi. La soluzione? Restituire ai figli margini di libertà reale! Lasciare loro del tempo libero da amministrare, favorire giochi all’aperto con coetanei senza intervento costante degli adulti, rimanendo solo in supervisione discreta; limitare poi l’uso di smartphone e social nelle fasce di età più delicate, privilegiando esperienze concrete, non intervenire subito in ogni litigio tra bambini, ma invitarli a cercare una soluzione tra loro.

Restituire oggi ai giovani spazi di libertà, non significa ignorare i pericoli. La cronaca ricorda che alcuni rischi sono reali. La sfida sta nel trovare una zona intermedia tra allarme costante e incoscienza totale. Un’infanzia vissuta sempre sotto occhio vigile e con supporto immediato su ogni problema può generare adolescenti bravissimi a studiare o usare la tecnologia, ma poco preparati a scenari imprevisti: un errore sul lavoro, una relazione che finisce, un professore ingiusto.

Cari amici, la ricerca prima riportata, che ha confrontato la gioventù di ieri, che correva scalza per il quartiere, e quella di oggi che cresce con lo smartphone in tasca già alle elementari, suggerisce una sintesi possibile: sicurezza sì, ma con veri spazi di autonomia! Un’infanzia fatta solo di iper-protezione rischia di costruire adulti fragili; un’infanzia con margini di libertà reale, invece, è in grado di costruire quella resilienza silenziosa che servirà domani, quando la vita mette di fronte alle vere difficoltà.

A domani.

Mario