martedì, aprile 07, 2026

SIAMO SICURI CHE È NEL POSSEDERE TANTI SOLDI IL SEGRETO DELLA FELICITÀ? PER ESSERE FELICI I SOLDI NON BASTANO! VEDIAMO PERCHÉ.


Oristano 7 aprile 2026

Cari amici,

Il detto che “SONO I SOLDI A FARE LA FELICITÀ”, ovvero l'esistenza dello stretto legame tra denaro e felicità, è in effetti una realtà alquanto antica, ma col passare del tempo, il proverbio ha perso la sua efficacia. Considerato lo stile di vita a cui l’uomo è arrivato in questo Millennio tecnologico, studi recenti suggeriscono che, seppure i soldi consentano di vivere la vita in modo più facile, il denaro, per quanto abbondante, non garantisce la felicità assoluta dalle persone che lo possiedono. Se da un lato è vero che chi ha un reddito alquanto alto è un soggetto che gode di un maggiore benessere, è anche vero che il denaro da solo non garantisce la felicità.

Si, amici, è la scienza a confermare che l’antico proverbio è diventato obsoleto: il denaro può rendere felici… ma solo fino a un certo punto! La psicologa Gabriella Tupini, nota per il suo approccio diretto, concreto e talvolta critico su temi come l'amore, le relazioni e le dinamiche familiari, nell’affrontare  il tema di soldi e del conseguente benessere e relativo successo, con una semplice domanda sposta subito la prospettiva: «Vivremmo davvero così se fossimo consapevoli di dover morire?». Il punto è semplice e allo stesso tempo potente: riempiamo le giornate di lavoro, obiettivi e competizione, come se avessimo tempo illimitato, ma il tempo non è infinito!

Secondo la Tupini, prendere sul serio la nostra fragilità cambierebbe molte scelte quotidiane e ridimensionerebbe la “corsa” al risultato. Tornerebbero centrali quelle esperienze che contribuiscono a creare la felicità reale: una passeggiata senza fretta, una conversazione profonda, la vicinanza emotiva, un pasto condiviso, il tempo trascorso con le persone che amiamo. La sua riflessione è anche una critica allo stile di vita contemporaneo: spesso viviamo fuori misura, ignorando i ritmi umani e i bisogni fondamentali di equilibrio. Inseguire solo produttività e performance può dare l’illusione del successo, ma rischia di erodere ciò che davvero sostiene il nostro benessere: "Relazioni, qualità del tempo e presenza".

L’accumulo della ricchezza, secondo la Tupini, è come una “bella sirena che chiama Ulisse”. Seduce, attrae, illude. E soprattutto fa venire sempre più sete: non basta mai! In questo vortice si entra senza quasi accorgersene, passando da un obiettivo all’altro, da un confronto all’altro. Si trascorrono gli anni migliori coltivando la rivalità con l’altro, aumentando la competizione, ingaggiando una sfida a chi guadagna di più! Tutto questo, sottolinea la psicologa, finisce per ledere i valori più umani. Da qui la domanda provocatoria: “Perchè costruire poteri, domini, fare palazzi futuristici, perché si deve fare a gara ‘a chi ce l’ha più alto’?”. Per arrivare dove?

Il dilemma posto dalla Tupini è semplice e allo stesso tempo alquanto ignorato: perché l’uomo, oltre a ciò che serve per mangiare, bere, dormire, curarsi, continua imperterrito a cercare di avere di più, ovvero procurandosi anche il superfluo? Tutto quel “di più” è qualcosa che rischia di allontanare l’uomo dalla propria vita naturale, perdendo quei bisogni fondamentali come il proprio benessere, il tempo libero, la socialità e molto altro. Chi trascorre una vita per cercare di essere sempre più ricco, convinto che ciò lo faccia stare bene, in realtà è un vero illuso.

Chi racconta che “essere ricchi fa stare automaticamente bene”, non dice tutta la verità. Il benessere dipende da come affrontiamo ogni giorno la giornata, da come dedichiamo tempo a noi e a chi ci vuole bene. Il vero benessere, amici, dipende da come affrontiamo le problematiche, da come troviamo soluzione alle “ferite” che ci colpiscono. Anche sulle nostre manie di grandiosità dovremmo riflettere: esse non segno di forza, ma di fragilità. Spesso sono comportamenti che stanno ad indicare problematiche che riguardano il passato, col quale non abbiamo chiuso bene i conti, oppure sono manie che cercano nel potere le carezze, l’affetto e il conforto che non abbiamo ricevuto.

Cari amici,  per il grande Aristotele, autore dell’Etica nicomachea, la ricchezza non è il fine ultimo della vita dell’uomo, ma un semplice mezzo necessario per raggiungere la felicità (eudaimonia) e praticare la virtù. Egli distingue tra l'uso naturale dei beni (limitato) e l'accumulo illimitato (crematistica), condannando quest'ultimo perché distoglie l'uomo dalla vera felicità, intesa come attività dell'anima e contemplazione. Per il grande filosofo l’uomo è un animale sociale, dedito alle relazioni e al gruppo; è nato per esplorare il mondo e se stesso, per cui ne consegue che “La felicità dipende da noi stessi” e dalle scelte che facciamo ogni giorno! Ecco la vera ricchezza: il tempo, la salute, la consapevolezza e l’ amore!

A domani, amici lettori.

Mario

lunedì, aprile 06, 2026

LA GRANDE PIAZZA VIRTUALE DEI SOCIAL. OLTRE CHI SCRIVE, COMMENTA METTE I LIKE, CI SONO ANCHE I LURKER, OSSERVATORI SILENZIOSI, MA PRESENTI IN GRAN NUMERO.


Oristano aprile 2026

Cari amici,

Oggi è il "Lunedì dell'Angelo", giornata più nota come PASQUETTA! Tante le persone "fuori porta" per una seppur breve scampagnata, con amici e parenti. Eppure questo "stare insieme" fisicamente è, ormai una vera rarità, sostituito dai SOCIAL! Che i SOCIAL siano ormai LUOGO DI RITROVO e di incontro, seppure virtuale, è un'amara realtà. Sono sempre più frequentati da un grande numero di persone, che cresce ogni giorno che passa. Spesso si rimane impressionati dall'ondata di commenti e dai like che contornano ogni pezzo postato, anche se i frequentatori sono ben più numerosi. Si, sui Social un gran numero di utenti partecipa senza interagire, non partecipando in alcun modo. In realtà questa è una scelta ragionata, frutto praticamente di una strategia. Il "non esporsi" significa evitare conflitti, fraintendimenti o giudizi, in un ambiente percepito sempre più come un grande spazio performativo, dove ogni contenuto diventa una rappresentazione di sé.

Questi personaggi, che decidono di osservare in silenzio, sono definiti “LURKER” (dall'inglese to lurk, "appostarsi" o "nascondersi"), non pubblicano ne commentano, decidendo di sottrarsi a quella logica comune di “esposizione continua”. Il loro silenzio, la loro invisibilità, è comunque “Presenza”, ovvero un curioso partecipare senza lasciare tracce. È un mondo numeroso e popolato, se pensiamo che rappresentano una vastissima percentuale degli utenti dei social network, spesso stimata attorno al 90% in alcune piattaforme.

Per molti anni questo popolo silenzioso è stato liquidato con un termine alquanto riduttivo: “LURKER”, ovvero osservatori passivi, ma la psicologia contemporanea sta progressivamente ribaltando questa interpretazione. La maggioranza silenziosa dei social in realtà non è passiva: è selettiva! È questa, in sintesi, la lettura, che oggi va per la maggiore, su chi scorre contenuti senza mai pubblicare o commentare. Dietro questa apparente invisibilità si nasconde, secondo gli esperti, un profilo psicologico preciso e tutt’altro che banale.

Gli studi più recenti sull’argomento affermano che i Lurker non sono persone disinteressate né marginali, anzi, al contrario, esse hanno compiuto una scelta precisa: rinunciare alla dimensione performativa dei social, mantenendo però accesso pieno alle informazioni. A sottolinearlo è anche la psicologa Susan Krauss Whitbourne, docente emerita di psicologia all’Università del Massachusetts Amherst, che da anni studia i comportamenti online e i processi di identità digitale. Il suo contributo aiuta a leggere il fenomeno in modo più sofisticato: non si tratta di passività, ma di una forma diversa di partecipazione.

La psicologa Whitbourne, unitamente ad altri ricercatori, richiama un concetto noto in psicologia sociale e dell’apprendimento: la «partecipazione periferica legittima». In pratica, si può essere parte di una Comunità anche senza intervenire attivamente. Osservare, leggere e analizzare sono modalità di coinvolgimento a tutti gli effetti, spesso preliminari – o alternative – all’esposizione diretta. Questo approccio trova riscontro in diversi studi pubblicati su riviste scientifiche, tra cui ricerche apparse su Computers in Human Behavior e Technological Forecasting and Social Change, che evidenziano come il comportamento silenzioso online sia frequentemente legato a strategie di gestione dell’identità e della reputazione. Non intervenire significa ridurre il rischio di fraintendimenti, conflitti o giudizi negativi.

A questo, amici, si aggiunge quell'aspetto alquanto più sottile prima accennato. Negli ultimi anni, infatti, sempre più studiosi descrivono le piattaforme social come spazi ad alta intensità performativa, in cui ogni contenuto è implicitamente una messa in scena di sé. In questo contesto, chi sceglie di non pubblicare non si sta sottraendo alla relazione, ma piuttosto rifiuta di trasformarla in spettacolo! Non va infine trascurata la dimensione più propriamente individuale. Diversi studi suggeriscono che gli utenti che non pubblicano tendono ad avere livelli più alti di introversione o cautela sociale, ma anche una maggiore propensione all’osservazione e all’elaborazione interna delle informazioni. In altre parole, privilegiano la comprensione rispetto all’espressione.

Cari amici, personalmente condivido in toto i pensieri prima espressi. Stare sui social con una presenza discreta, non significa essere presenti a livello marginale. Se è pur vero che i Lurker non contribuiscono al rumore visibile della rete, ne fanno comunque parte in modo sostanziale. La conclusione, sempre più condivisa in ambito psicologico, è chiara: la distinzione tra utenti attivi e passivi è ormai superata. Chi partecipa silenziosamente ha una sua logica, una sua intenzionalità e, soprattutto, una sua coerenza psicologica. In un ambiente che premia la visibilità, scegliere di restare in secondo piano non è assenza, ma, piuttosto, un diverso modo di esserci!

A domani, amici lettori.

Mario

 

 

domenica, aprile 05, 2026

GLI STATI E LA GESTIONE FINANZIARIA. COSA SUCCEDE QUANDO UNA NAZIONE NON RIESCE A FAR FRONTE AI DEBITI CONTRATTI, OVVERO VA IN DEFAULT?


Oristano 5 aprile 2026

Cari amici,

Oggi è domenica di "PASQUA"! Rinnovo gli auguri a tutti gli amici, reali e virtuali! Questa domenica dovrebbe essere un giorno di serenità, ma la situazione internazionale credo che non agevoli tutti noi ad avere la necessaria serenità: i venti di guerra portano problematiche serie anche di natura economica, e molte nazioni vivono problematiche anche di sopravvivenza. Si, amici, potrà sembrare anche strano, ma la realtà è che anche GLI STATI, le Nazioni, possono andare in sofferenza economica, ovvero in bancarotta, nel senso di non essere in grado di rimborsare i propri cittadini, o gli altri Stati i prestiti contratti con l’emissione di Obbligazioni o Titoli di Stato. E già successo in passato il così detto “DEFAULT” di uno Stato (o insolvenza sovrana), che altro non è che l'incapacità di un Paese di rimborsare il proprio debito pubblico (interessi o capitale). Certo, è qualcosa di molto diverso dal fallimento di una società, ma è, comunque, un evento che comporta serissimi rischi al Paese, con conseguenze pesanti, che includono crisi economiche, isolamento finanziario e svalutazione.

Il problema DEFAULT, amici lettori, non è nato con l’era moderna, in quanto diversi Paesi hanno una lunga storia di elusione dei debiti contratti! Nel XVI secolo, Filippo II di Spagna fu inadempiente quattro volte, mentre Grecia e Argentina ne hanno fatto un'abitudine negli ultimi due secoli. Ancora oggi, nazioni come lo Sri Lanka affrontano il collasso economico, con un'inflazione alle stelle e beni di prima necessità fuori dalla portata dei cittadini. L’amara realtà è che buona parte dei Paesi nel mondo ha avuto modo di entrare nel circuito dell’insolvenza almeno una volta. Ma vediamo insieme cosa succede realmente quando un Paese arriva a non poter più pagare i propri debiti.

La Grecia andò in default, nel periodo dal 2009-2010, a causa di una combinazione di debito pubblico insostenibile, bilanci accomodati, spesa pubblica eccessiva, evasione fiscale dilagante e bassa competitività economica. La Grecia è riuscita ad uscire dalla crisi dopo oltre un decennio, con l’adozione di drastiche misure di austerità, riforme strutturali e grazie, in particolare, a tre salvataggi internazionali. Per evitare il "Grexit" (l'uscita dall'euro) e il fallimento totale, la Grecia ha accettato tre successivi programmi di salvataggio (bailout) tra il 2010 e il 2018, finanziati da FMI, BCE e Commissione Europea (la cosiddetta "Troika").

L’Argentina, invece, andò in default diverse volte. Nel 2011, dopo essere stata inadempiente su un prestito da 81 miliardi di dollari, accettò di rimborsarne circa un terzo. Tra il 2005 e il 2010, scambiò il 93% del suo debito con titoli in bonis, per poi accordarsi con i fondi avvoltoio (un tipo di fondo di investimento che acquista debito da aziende o Paesi in gravi difficoltà finanziarie), e nel 2016 per il 75% di quanto restava. Con grande coraggio l'Argentina riuscì ad uscire dai ciclici di default ristrutturando il debito estero, spesso tagliando drasticamente la spesa pubblica (austerity) e negoziando con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Attualmente, il governo Milei punta al pareggio di bilancio, tagliando sussidi e investimenti, liberalizzando l'economia, cercando di abbattere l'inflazione, e cercando di ristabilire la fiducia degli investitori.

Amici, Il rischio di un “default finanziario” per l'Italia è considerato basso nel breve termine, nonostante l'elevato debito pubblico che supera i 3.000 miliardi di euro (oltre il 135% del PIL). Sebbene la fragilità strutturale rimanga, l'Italia beneficia della protezione dell'Eurozona, di una solida ricchezza privata (circa 10.000 miliardi) e di un alto rating creditizio, rendendo il default un'ipotesi remota ma non impossibile, spesso temuta più dai media che dai mercati. L'Italia non è sola nell’affrontare il rischio, in quanto gode del sostegno del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e le politiche della BCE forniscono una rete di sicurezza, riducendo le probabilità di un default classico.

In sintesi, amici, una volta entrato in DEFAULT, uno Stato deve cercare di tamponare il debito. Si inizia con drastici tagli alla spesa pubblica, con la riduzione degli stipendi pubblici, delle pensioni e degli esborsi per la sanità. A seguire scatta l’aumento delle tasse: aumento dell'IVA e introduzione di nuove tasse patrimoniali e sui redditi. Si interviene anche con la riforma del mercato del lavoro: flessibilizzazione delle assunzioni e licenziamenti, riduzione del salario minimo per aumentare la competitività. A seguire anche le privatizzazioni: vendita di asset statali (porti, aeroporti, infrastrutture) per ridurre il debito, e con una drastica riforma anche della Pubblica Amministrazione: tagli ai dipendenti pubblici e riorganizzazione degli Enti locali. Infine si cerca di “Ristrutturare il Debito (PSI - Private Sector Involvement). Nel 2012, i creditori privati (banche e fondi) hanno accettato una riduzione ("haircut") di oltre il 50% del valore nominale dei titoli di stato greci che detenevano, cancellando oltre 100 miliardi di euro di debito.

Cari amici, riuscire ad uscire onorevolmente da un Default non è facile. Il default, infatti, esclude un Paese dai mercati del credito o lo costringe ad accettare tassi di interesse elevati. Con rating creditizi deteriorati, che scoraggiano gli investimenti esteri, solo il Governo può tentare una difficile ripresa. Ma la storia, cari lettori, dimostra che raramente si tratta di un percorso agevole!

A domani, amici lettori.

Mario

sabato, aprile 04, 2026

CAPITA ANCHE A TE DI SVEGLIARTI IN PIENA NOTTE E DI AVERE, POI, DIFFICOLTÀ A RIPRENDERE SONNO? ECCO I DIVERSI MOTIVI.



Oristano 4 aprile 2026

Cari amici,

Sicuramente a tanti di noi capita di svegliarsi in piena notte (spesso tra le 2,00 e le 4:,0) e successivamente avere difficoltà a riprendere sonno. Una delle motivazioni è certamente derivata dal fatto che solitamente il risveglio avviene alla fine di un ciclo del sonno, influenzato in particolare da problematica derivanti da stress, ansia, picchi di cortisolo, abitudini scorrette o condizioni mediche. Il nostro sonno è fatto di cicli, ed è quindi naturale la transizione tra un ciclo di sonno profondo e uno leggero, ma sono i diversi fattori fisici o psicologici che rendono difficile la ripresa del sonno.

Si, amici, la spiegazione principale di questi risvegli risiede nella struttura stessa del riposo notturno. Il sonno non è un blocco monolitico, ma, come accennato, un’alternanza di cicli. Studi condotti dalla Cleveland Clinic, uno dei punti di riferimento della medicina mondiale, hanno evidenziato come intorno alle 3 del mattino la maggior parte delle persone entri in una fase di sonno più leggero, spesso coincidente con la fase REM (Rapid Eye Movement). In questo frangente, l’attività cerebrale aumenta e la soglia di sensibilità agli stimoli esterni e interni si abbassa notevolmente. Elementi che verrebbero ignorati durante le fasi di sonno profondo, come un lieve rumore, una variazione di temperatura o un piccolo disagio fisico, diventano in quel momento capaci di interrompere il riposo.

Secondo i dati relativi all’igiene del riposo, circa l’80% della popolazione sperimenta almeno un’interruzione del sonno durante la notte. Uno dei fattori più frequenti che innescano il risveglio è legato alla gestione dei liquidi. Durante la notte, il corpo continua a filtrare il sangue, e l’accumulo di urina nella vescica può diventare uno stimolo di risveglio proprio nelle ore in cui il sonno è meno profondo. Nelle donne, anche le fluttuazioni ormonali legate al ciclo mestruale possono incidere significativamente sulla continuità del sonno.

Amici, al termine della fase REM, il nostro sonno è più leggero, per cui un piccolo stimolo (rumore, luce, temperatura) è sufficiente a svegliarci. Anche questi altri fattori Influiscono negativamente sulla regolarità del nostro sonno; per esempio anche un’errata alimentazione e uno stile di Vita poco consono: cene pesanti, consumo di alcol o caffeina prima di dormire, creano risvegli indesiderati; anche il reflusso Gastroesofageo (GERD), con gli acidi che risalgono, causano un brusco risveglio, così come le apnee notturne (OSA), con le pericolose Interruzioni della regolare respirazione.

Oltre alla biologia, nel fastidioso risveglio notturno gioca un ruolo cruciale la componente psicologica. Lo stress e l’ansia mantengono il cervello in uno stato di allerta costante. Anche se ci si addormenta rapidamente, la mente rimane “vigile”. Quando il sonno si schiarisce intorno alle 3, i pensieri irrisolti e le preoccupazioni quotidiane riemergono prepotentemente, dando vita alla cosiddetta ruminazione mentale: una catena di pensieri che impedisce al sistema nervoso di rilassarsi nuovamente.

Anche il potente avanzare dell’elettronica, sta dando un buon contributo al risveglio notturno! L’uso costante di dispositivi elettronici a tutte le ore, comprese quelle precedenti il riposo notturno, influiscono pesantemente sul nostro risveglio notturno. L’esposizione alla luce blu di smartphone e tablet interferisce con la produzione di melatonina, l’ormone fondamentale per regolare il ritmo sonno-veglia. Utilizzare schermi fino a pochi istanti prima di coricarsi predispone il cervello a un riposo meno stabile.

Cari amici, il consiglio degli esperti per cercare di contrastare questi risvegli, è quello di rimuovere, ove possibile, le cause che lo generano; per quanto riguarda l’utilizzo di dispositivi elettronici gli esperti suggeriscono di stabilire una routine serale che preveda lo spegnimento dei dispositivi almeno un’ora prima di andare a dormire, consigliando di preferire attività rilassanti come la lettura o esercizi di respirazione profonda, utili a segnalare all’organismo che è il momento di disattivare lo stato di allerta e cercare di ricaricare l’organismo dopo una giornata intensa.

A domani.

Mario

 

 

venerdì, aprile 03, 2026

IL BISOGNO DI APPROVAZIONE SOCIALE E LA DIPENDENZA TECNOLOGICA STANNO OFFUSCANDO IL NOSTRO PENSIERO. PER PAOLO CREPET «PER RESTARE LIBERI NON CI RESTA CHE DISOBBEDIRE».


Oristano 3 aprile 2026

Cari amici,

In un millennio caratterizzato da una forte tecnologia, governata dall’Intelligenza Artificiale e dagli Algoritmi, siamo sempre più schiavi dei Social! Ciò ci costringe a dipendere sempre più dal pensiero degli altri, ossessionati da un crescente bisogno di approvazione sociale, che ci porta prima a comprimere e poi a rinunciare alle nostre esigenze e e alle nostre decisioni personali. Una pericolosa tendenza, che ci porta ad una forma di "deresponsabilizzazione", dove la responsabilità delle scelte, degli errori o dei fallimenti viene attribuita a fattori esterni.

Il crescente bisogno di approvazione sociale, di omologazione del nostro pensiero a quello degli altri, è un pericolo reale, che può portare alla perdita della nostra autenticità, ovvero all'abbandono dei nostri valori e desideri, per uniformarci a quelli degli altri. Questa dipendenza affettiva o sociale ci rende vulnerabili, caricandoci di stress e di ansia e limitando la nostra crescita personale. A creare una forte dipendenza sono in particolare i social media, che ci portano ad una distorsione sociale preoccupante. Le decisioni quotidiane, infatti, vengono spesso delegate ad algoritmi e all'intelligenza artificiale, strumenti che presentano rischi di opacità e discriminazione.

L’agire in base alle aspettative altrui apparentemente ci permette di rimanere all'interno della nostra "zona di comfort", evitando le ansie legate a decisioni indipendenti. La pressione al conformismo, o "peer pressure", ci spinge a seguire la massa. In contropartita, però, ecco le conseguenze psicologiche: Affidarsi eccessivamente agli altri può portare a bassa autostima, insicurezza e a una riduzione della propria capacità di agire autonomamente. È come se diventassimo automi, delegando l’agire agli altri! Amici, in sintesi, mentre la necessità di sentirsi parte di un gruppo ci spinge verso l'accettazione delle sue regole, nella nostra mente resiste sempre quella “tensione costante”, ovvero quel bisogno di autonomia e di poter esternare il nostro pensiero critico individuale. Come rimediare?  Per contrastare il fenomeno dell’uniformarsi agli altri, risulta importante impegnarsi a sviluppare la nostra autonomia, stare con gli altri si, ma accettando il disaccordo e coltivando la propria visione personale.

Il grande Paolo Crepet, noto psichiatra, sociologo, saggista e opinionista italiano, noto al grande pubblico per il suo approccio diretto e talvolta provocatorio, ragionando sulla libertà personale e sul pensiero autonomo, ribadisce la nostra capacità di scegliere: ovvero quella di prendere posizione e di non farsi trascinare in automatico da mode, algoritmi e abitudini che decidono al posto nostro. Secondo lo psichiatra viviamo nell’era dell’iperconnessione: sempre online, sempre reperibili, eppure spesso più soli. La tecnologia garantisce contatti continui, ma può anche alimentare isolamento, omologazione e dipendenza digitale, con conseguenze reali sulle relazioni reali e su come percepiamo la nostra autonomia. Un rischio che, purtroppo, soprattutto tra i giovani, è diventato parte della quotidianità.

Per Crepet la libertà non è mai comoda né immediata: richiede responsabilità, spirito critico e partecipazione. Informarsi davvero, costruire un’opinione propria, accettare la complessità è faticoso. Ed è proprio questa fatica che molti provano a evitare, affidandosi a scorciatoie e risposte preconfezionate. “Disobbedire”, allora, significa uscire dalla passività e tornare ad essere protagonisti delle proprie scelte, anche nel rapporto con la tecnologia. Il punto, come ribadisce Crepet, non è quello di fare una critica generica alla tecnologia! Il nodo è capire cosa succede quando si abbassano le aspettative culturali e il confronto si riduce a battute rapide. Viviamo un modello economico dove tutto deve essere immediato, comodo, senza attesa. La ricerca continua di semplificazione elimina l’esperienza maturata nel tempo, con l'impegno e lo sforzo. E quando ogni ostacolo viene rimosso, perdiamo anche una parte della nostra capacità di scelta consapevole.

Cari amici, in una società dove tutto è a portata di clic, l’attesa sembra inutile. Eppure è proprio l’attesa che genera desiderio, speranza, emozione! Eliminando l’attesa, rischiamo di appiattire le esperienze, e, senza desiderio, anche la libertà perde intensità. La disobbedienza di cui parla Crepet non è contro qualcuno in particolare: è contro la passività, contro l’abitudine a non approfondire, contro la delega continua del nostro pensiero agli altri. Disobbedire significa togliere la delega, assumersi la fatica di scegliere e costruire un’opinione propria, anche quando farlo ci costa fatica! Disobbedire è vivere responsabilmente!

A domani.

Mario

giovedì, aprile 02, 2026

LA “DISMORFIA FINANZIARIA”: QUANDO LA NOSTRA MENTE VIVE IN MODO DISTORTO IL RAPPORTO CON IL DENARO.


Oristano 2 aprile 2026

Cari amici,

Che il rapporto con denaro sia stato sempre complicato, in particolare quando per le più svariate ragioni questo sia abbondante, è sicuramente una realtà. Tuttavia, parlando dei tempi che stiamo vivendo, questo rapporto, in particolare tra i giovani, sta raggiungendo – psicologicamente parlando – livelli di percezione alquanto distorti.  Il fenomeno, noto come “DISMORFIA FINANZIARIA” (in inglese money dysmorphia) imperversa in modo particolare specialmente tra la Gen Z e quella dei Millennials, evidenziando una percezione distorta e irrealistica della propria situazione economica, indipendentemente dall'effettiva disponibilità di denaro.

Entrando nei dettagli, quelli che ne soffrono vedono le proprie finanze in modo deformato: si sentono costantemente ansiosi e insicuri, anche quando hanno un reddito stabile o risparmi consistenti. La Dismorfia finanziaria si manifesta in due modi opposti: c’è chi adotta un approccio finanziario ipervigilante, ovvero con un controllo compulsivo dei conti, una paura irrazionale di rimanere senza soldi e la difficoltà a spendere senza stress,  e chi, invece, al contrario, entra in un circolo vizioso di acquisti impulsivi, effettuando spese eccessive per mantenere un'immagine sociale o per compensare un senso di disagio.

Entrambi questi comportamenti creano nella persona un forte stress cronico, con ripercussioni tangibili sulla salute mentale: ansia persistente, stanchezza emotiva e talvolta depressione. Risulta quindi essenziale riconoscerne i segnali prima che il circolo vizioso si consolidi. Questo disturbo colpisce in particolare gli under 35, che spesso si trovano a confrontarsi con standard sociali irraggiungibili. Uno dei principali fattori scatenanti di questo disturbo? Il confronto costante sui social media. Secondo diversi psicologi, quasi 4 giovani su 10 mostrano segni di dismorfismo finanziario.

Uno recente studio effettuato da Psychologies Magazine ha accertato che circa l'82% dei giovani adulti sottovaluta la propria situazione finanziaria dopo una prolungata esposizione ai social media. Il risultato? Un'ingiustificata sensazione di inadeguatezza e una persistente insoddisfazione, anche quando le proprie finanze sono oggettivamente stabili. Questa influenza esterna rende ancora più difficile distinguere tra realtà e percezione distorta. Diventa quindi fondamentale setacciare le proprie fonti di informazione e adottare una visione più compassionevole di sé.

Amici, la Dismorfia finanziaria, in entrambe le situazioni prima evidenziate, è un male pericoloso per la salute. C'è chi guadagna bene, eppure si sente in colpa dopo ogni acquisto, oppure, al contrario, chi continua con gli acquisti compulsivi per rassicurarsi e rassicurare chi gli sta intorno. Quanto alle cause che possono aver creato questa “Dismorfia”, gli studiosi ipotizzano che possa derivare da un passato segnato da insicurezza economica, come la disoccupazione dei genitori, un divorzio conflittuale o l'instabilità finanziaria durante l'infanzia.

Cari amici, in sintesi, perché succede che il denaro viene vissuto in modo distorto? Per L'INSICUREZZA! Si, in breve si può dire che la Dismorfia finanziaria ha contagiato e continua contagiare una “Generazione insicura”, anche se vive nella società dell'abbondanza. Oggi le nuove generazioni debbono confrontarsi con modelli irrealistici, che creano un'illusione di fallimento, quando invece la realtà è spesso piuttosto soddisfacente. Ritrovare un rapporto sano con il denaro, che deve basarsi meno sulla ricchezza e più sulla conoscenza di sé e sull'accettazione dei propri limiti. Il denaro non è un fine in sé, ma uno strumento. E in questo contesto, la lucidità mentale è il miglior rimedio contro l'illusione e i sensi di colpa.

A domani.

Mario

mercoledì, aprile 01, 2026

EGOISMO E ALTRUISMO NELLE DIVERSE CLASSI SOCIALI. L’AIUTO A CHI HA BISOGNO NON VIENE DA CHI HA DI PIÙ, DA CHI È RICCO, MA DA CHI APPARTIENE ALLE CLASSI MENO AGIATE.


Oristano 1° aprile 2026

Cari amici,

Nel primo post di aprile voglio iniziare le mie riflessioni parlando di “GENEROSITÀ”, ovvero di quel comportamento altruistico che, nel millennio che stiamo vivendo, appare sempre più avaro.  La generosità, purtroppo, non abita nei !quartieri alti”, dove vivono e prosperano i ricchi. Secondo lo psicologo Dacher Keltner, professore di psicologia all'Università della California, dove dirige il Social Interaction Laboratory e il Greater Good Science Center, le persone con un alto status socio-economico tendono a mostrare livelli inferiori di empatia e maggiore egoismo, rispetto agli appartenenti alle classi meno agiate. Un suo studio indica che la ricchezza può portare a un minore interesse verso chi manca del necessario, e ad una minore attenzione verso le classi inferiori bisognose.

La presenza di questo maggiore egoismo nelle classi  più elevate, suggerisce che il “possesso del denaro” e il raggiungimento di uno status elevato isolano le persone dal contesto sociale, spingendole a soddisfare egoisticamente i propri bisogni. L’attenzione di questi soggetti è egoisticamente focalizzata “Sul SÉ”: la ricchezza è associata ad un "approccio" psicologico focalizzato su se stessi, a differenza di chi ha meno risorse, che tende a essere più cooperativo e attento alle relazioni con gli altri. I diversi studi sul fenomeno, condotti anche con esperimenti comportamentali, suggeriscono che l'ambiente socio-economico influenza significativamente il comportamento sociale e l'intelligenza emotiva.

In realtà, amici, appare quasi paradossale che chi vive in ambienti ricchi, dove ci sono le maggiori opportunità di dare aiuto agli altri, non dia aiuto e sostegno, mentre chi vive in modo modesto, quindi ben più povero di risorse, sia invece più incline ad aiutare il prossimo! Il professor Todd Vogel, ricercatore associato alla University of Birmingham, in uno studio-indagine effettuato sull’argomento, ha avuto modo di affermare: «Ricerche precedenti avevano indagato quanto le persone siano disposte ad aiutare, ma fino ad ora non sapevamo che un fattore chiave fosse l'ambiente e il contesto in cui si trovano». Durante l’indagine prima ricordata, i ricercatori hanno suddiviso i 510 partecipanti, a seconda che appartenevano ad ambienti poveri o ricchi, e hanno chiesto loro di decidere se smettere o meno di guardare un film per aiutare uno sconosciuto bisognoso di aiuto; il comportamento derivante aveva stabilito dei premi: chi apparteneva ad ambienti poveri avrebbe ricevuto una piccola ricompensa, e chi apparteneva ad ambienti ricchi, invece, avrebbe ricevuto una grossa ricompensa.

Contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, a essere più generosi verso il prossimo sono stati i partecipanti che avevano meno opportunità di ricevere una buona ricompensa, ovvero gli esponenti degli ambienti più poveri. Quanto scoperto dall’indagine di Todd Vogel comporta implicazioni concrete per la Società: il prossimo passo è approfondire l'argomento, coinvolgendo gruppi di persone poco propense ad aiutare il prossimo, come adolescenti con comportamenti antisociali e adulti con psicopatia, per capire se, modificando l'ambiente e le opportunità che si incontrano, si possa riuscire a modificare il loro atteggiamento.

Gli studiosi si interrogano per trovare risposte a questa particolare forma di egoismo. Secondo lo studio coordinato da Todd Vogel, è proprio “IL CONTESTO OPERATIVO” che può rivelarsi un fattore determinante nelle decisioni prosociali. Questo approccio va oltre le classiche misure di personalità e mette in luce “l’impatto dell’ambiente”. L’obiettivo dello studio era capire se la disponibilità di opportunità possa rendere le persone più o meno propense ad aiutare. I risultati ottenuti aprono prospettive concrete per programmare e portare avanti innovativi interventi sociali e validi programmi educativi. Se modificare l’ambiente può alterare la propensione ad aiutare, allora anche politiche e contesti scolastici potrebbero essere ripensati. Un’azione mirata sulle opportunità offerte ai gruppi potrebbe incidere sui futuri comportamenti prosociali.

Cari amici, riusciremo a costruire una società più altruista e meno egoista? Gli autori dello studio suggeriscono di esplorare nuove applicazioni pratiche in ambito educativo e comunitario. Interventi mirati potrebbero favorire la nascita di comportamenti solidali in contesti urbani e rurali. Di certo nuove iniziative sono necessarie, ma i cambiamenti richiedono tempo e si realizzano anche con molta difficoltà, ma come dice il proverbio…mai arrendersi: "TENTARE NON NUOCE"!

A domani.

Mario