venerdì, giugno 26, 2026

ITALIA SEMPRE PIÙ IN CRISI ECONOMICA: 11 MILIONI DI ITALIANI NEL GIRONE INFERNALE DELLA POVERTÀ.


Oristano 26 giugno 2026

Cari amici,

Nonostante le ripetitive rassicurazioni del Governo, che strombazza il sensibile aumento dei posti di lavoro, nel nostro Paese la povertà continua a farla da padrone. Il Rapporto annuale Istat 2026, recentemente diffuso, ci dice che  l’Italia è sempre più povera. Per quanto si parli, tra le pagine, di occupazione in ripresa, di Pil in crescita, la situazione economica delle famiglie meno abbienti non cambia, rispetto all’anno precedente. I dati che emergono dal rapporto con una grande chiarezza non hanno nulla di rassicurante: nel 2024, vivevano in povertà assoluta 5,7 milioni di persone, per un totale di 2,2 milioni di famiglie, pari all’8,4%  del totale, ma nel 2025 poco o nulla è cambiato!

Il quadro socio economico, per l’ISTAT, è rimasto «sostanzialmente stabile» rispetto all’anno precedente, ed è proprio questo che sta a dimostrare che le rassicuranti notizie fornite da chi ci governa non hanno modificato la situazione, a dimostrazione che le politiche in atto non riescono a scalfire il fenomeno. Il rapporto, amici, fotografa un Paese in cui la povertà assoluta resta strutturale, il disagio energetico cresce e le disuguaglianze territoriali si approfondiscono. Le misure di contrasto attuali e i bonus sono praticamente inefficaci.

Di fronte a questa difficile situazione, riuscire a tenere insieme i pezzi è sempre più difficile: a dare una grossa mano solo il volontariato e le organizzazioni del Terzo settore. Ma, tra invecchiamento della popolazione, diseguaglianze in crescita e famiglie sempre più affaticate, la tenuta del sistema sociale continua ad  essere ad alto rischio. Analizzando l’Italia per Aree geografiche, il divario Nord-Sud rimane "la fotografia più impietosa" del Paese reale. Il Mezzogiorno registra l’incidenza più alta della povertà assoluta (10,5% ), con una crescita significativa nelle Isole: dall’11,9 al 13,4% in un solo anno. Al Nord e al Centro le quote restano molto più contenute: 7,9%  al Nord, 6,5%  al Centro. Ma nessun territorio è immune.

Il problema globale, visto in realtà anagrafica, evidenzia: tra le famiglie più esposte, spiccano quelle composte da soli stranieri (35,2%  di incidenza), quelle con cinque o più componenti (21,2% ) e quelle con tre o più figli minori (22,3% ). Ma le cifre che più dovrebbero far riflettere maggiormente la politica e la società civile sono queste: risultano in povertà assoluta il 13,8%  dei ragazzi con meno di 18 anni, per un totale di 1,28 milioni di minorenni. Un’intera generazione che parte già svantaggiata!

La povertà assoluta è la punta dell’iceberg. Al di sopra, galleggia un’area molto più vasta di vulnerabilità: nel 2025, quasi 11 milioni di persone (il 18,6% della popolazione) si trovano a rischio di povertà, misurata sulla base del reddito familiare. Una quota «stabile rispetto al 2024», scrive l’Istat — ma la stabilità, ancora una volta, non è una consolazione. Il disagio diffuso emerge da tutta una serie di indicatori soggettivi che il Rapporto riporta con precisione. Il 35,9%  degli individui considera le spese per l’abitazione un onere economico pesante. Il 22,4%  dichiara di arrivare alla fine del mese con difficoltà o con grande difficoltà. Il 47,7% non è riuscito a risparmiare nulla nell’ultimo anno. Il 35,7% non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza all’anno. Il 25,6% fatica ad affrontare, con risorse proprie, una spesa imprevista. E non è tutto.

Accanto alla povertà di reddito, cresce una forma di disagio trasversale che il Rapporto Istat chiama con la sua denominazione anglosassone: “HEAT OR EAT”. L'espressione, che letteralmente significa "riscaldare o mangiare") descrive il drammatico dilemma economico affrontato dalle famiglie a basso reddito, costrette a scegliere se pagare le bollette per il riscaldamento o acquistare il cibo necessario per nutrirsi. La povertà energetica, intesa come incapacità di accedere a servizi energetici essenziali come riscaldare la casa, cucinare o illuminare gli ambienti — ha raggiunto nel 2024 il 9,1% delle famiglie italiane, in crescita dal 7,7% del 2022.

L’aumento ha investito tutto il territorio nazionale, con le Isole che segnano il picco (14,6% ) e il Nord-ovest che mostra l’incremento più marcato, passando dal 5,6 all’8,0%  in soli due anni. Le famiglie straniere sono particolarmente esposte: l’incidenza tra quelle con persona di riferimento straniera raggiunge il 22,3% , oltre due volte e mezzo rispetto all’8,0%  delle famiglie italiane. Colpite in misura superiore anche le famiglie numerose e quelle monogenitoriali (12,0%).

Al tempo stesso, l’insicurezza alimentare tocca nel 2025 il 9,3%  della popolazione italiana, interessando circa 5,4 milioni di persone che non possono permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni. Il dato è in lieve miglioramento rispetto al 9,9%  del 2024, ma rimane elevato per le fasce più vulnerabili: le persone che vivono sole sotto i 35 anni arrivano al 16,5% , le madri sole al 12,3% , gli stranieri al 19,1%  — più del doppio rispetto agli italiani (8,5% ). Nel Mezzogiorno il valore complessivo raggiunge il 13,2% .

Amici, in questo scenario, il Terzo settore e il volontariato organizzato continuano a svolgere un ruolo essenziale: nel 2023, 3,2 milioni di volontari hanno svolto almeno un’ora di attività di volontariato nelle quattro settimane precedenti all’intervista. L’impegno è mediamente di circa quattro ore e mezza settimanali. Il settore prevalente è quello delle attività ricreative e culturali (23,9% ), seguito dall’assistenza sociale e dalla protezione civile (22,0% ) — in crescita di 7,7 punti percentuali rispetto al 2013 — e dal volontariato di ispirazione religiosa (17,2% ).

Cari amici, alla luce dei dati prima evidenziati, non è più rinviabile un Piano nazionale di contrasto alla povertà, che individui risorse e strumenti e forme di monitoraggio permanente; il Governo e il Parlamento pongano la questione in cima alla loro agenda. Serve un luogo politico in cui forze politiche e sociali  affrontino il problema, e, insieme, avviino riforme all’altezza della sfida.

A domani.

Mario

giovedì, giugno 25, 2026

“ESISTERE PER SE STESSI E NON PER ESSERE CONFORMI AGLI ALTRI”. IL SAGGIO PENSIERO DI ARISTOTELE, VALIDO OGGI QUANTO E PIÙ DI IERI.


Oristano 25 giugno 2026

Cari amici,

La frase di ARISTOTELE sulla libertà personale “ESISTERE PER SE STESSI E NON PER ESSERE CONFORMI AGLI ALTRI”,  è un forte invito a riflettere sulla nostra identità, sulla nostra autonomia, evitando il crescente bisogno di approvazione degli altri. Nonostante il passare del tempo e gli straordinari cambiamenti avvenuti nella società umana, la riflessione del grande Aristotele appare anche oggi seria e profonda,  ovvero molto attuale anche oggi. In una società dove sono sempre più imperanti i social media, che ci spingono continuamente a cercare l'approvazione degli altri, trasformando la nostra vita in una continua ricerca dei "mi piace" e validazione, non ci rendiamo conto che stiamo gettando alle ortiche il nostro valore, vivendo la nostra vita imitando gli altri e non per noi stessi, per il nostro valore.

Aristotele, vissuto nel IV secolo a.C., precisamente tra il 384 a.C. e il 322 a.C.. fece una riflessione molto profonda sul significato della libertà e sull’identità personale. Egli sosteneva che “L’uomo libero è colui che esiste per se stesso e non per un altro”. Una frase che a una prima lettura potrebbe sembrare semplicistica, ma che in realtà tocca un tema che riguarda tutti: quanto siamo davvero padroni della nostra vita? Aristotele collega la libertà alla possibilità di vivere secondo la propria natura, senza dipendere completamente dal giudizio, dalla volontà o dagli interessi degli altri. Per il filosofo greco, essere liberi non significa fare tutto ciò che si vuole; la libertà vera nasce quando una persona riesce a esistere come individuo autonomo, capace di scegliere e di pensare con la propria testa.

Amici, il filosofico concetto di “Vivere per se stessi”, come afferma Aristotele, non vuol dire ignorare gli altri o chiudersi nel proprio mondo, ma relazionarsi senza dipendere dagli altri. Aristotele nel suo concetto filosofico non intendeva esaltare l’individualismo estremo, ma, al contrario, considerava l’uomo un animale sociale, destinato a vivere in armonia insieme agli altri. Certo, l’uomo è nato per “Vivere insieme” agli altri, ma senza mai perdere la propria individualità, senza rinunciare al proprio libero pensiero uniformandolo a quello degli altri, nel tentativo continuo di compiacere a qualcuno.

Il pensiero del grande filosofo, espresso migliaia di anni fa, è validissimo anche oggi, in quanto un numero crescente di persone finisce per costruire la propria vita sulle aspettative esterne. Si scelgono percorsi, comportamenti o relazioni solo per ottenere approvazione. Ed è qui che la frase diventa ancora attuale. Secondo Aristotele, chi vive soltanto in funzione degli altri rischia di smarrire la propria identità. La libertà nasce invece dalla consapevolezza di ciò che siamo davvero!

In questo Millennio ipertecnologico, la grande "schiavitù dal digitale" appare sempre in aumento, manifestandosi su più fronti. La trappola del confronto: osservare le vite (spesso filtrate e irreali) degli altri, genera un senso di inadeguatezza costante. L'Approvazione immediata: La ricerca di dopamina facile attraverso le interazioni social ci sposta dal chiederci da "Cosa mi rende felice?" a "Cosa piacerà agli altri?". Perdita di autenticità: Si tende a recitare un copione o a mostrare solo la parte migliore di sé, sacrificando la propria vera essenza.

Amici lettori, oggi la ricerca continua di approvazione nei social può trasformarsi in una forma di dipendenza emotiva. Like, commenti e giudizi rischiano di influenzare il modo in cui ci vediamo e perfino le decisioni che prendiamo. In questo contesto la frase di Aristotele sembra quasi anticipare questo problema. Esistere “non per un altro”, significa anche non lasciare che il proprio valore dipenda esclusivamente dallo sguardo esterno. Non è certo semplice, perché tutti abbiamo bisogno di sentirci accettati. Ma il pensiero aristotelico invita a trovare un equilibrio tra il rapporto con gli altri e la fedeltà verso sé stessi.

Cari amici, in determinati momenti, per riprendere in mano la propria vita, può essere utile riscoprire il valore della solitudine positiva e del tempo disconnesso; cerchiamo di evitare la crescente dipendenza dai social, focalizzandosi su passioni reali e relazioni autentiche, non mediate da uno schermo. In questo modo possiamo riprendere in mano la nostra vita,  rivalutando il nostro valore, e trovando le giuste strategie per ritrovare il nostro benessere interiore e la nostra indipendenza. Cercare di essere se stessi non è sempre facile, ma resta una delle forme più vere di libertà. Non dimentichiamo mai cheessere se stessi” non è sempre facile, ma resta una delle forme più vere di libertà.

A domani, amici lettori.

Mario

mercoledì, giugno 24, 2026

L'UOMO E L'AVVENTURA DEI VIAGGI NELLO SPAZIO. RIUSCIREMO A SUPERARE IL PROBLEMA DELL'IPERGRAVITÀ?


Oristano 24 giugno 2026

Cari amici,

L’uomo è da tempo che ha in mente di uscire dal suo stato di semplice abitante della terra: il suo desiderio di scoprire altri mondi credo che sia sempre esistito, ed è diventato concreto con il primo atterraggio sulla luna, ironicamente definito “ALLUNAGGIO”. Indubbiamente, però, l'esplorazione spaziale comporta  per l’essere umano sfide biologiche e fisiche enormi. Se proviamo ad entrare nei particolari, per viaggiare nello spazio l'uomo deve combattere due importanti, seri problemi: l'assenza di peso e il suo contrario, ovvero l'IPERGRAVITÀ, in particolare durante il lancio nello spazio ed il rientro.

L’effetto che una gravità superiore a quella terrestre può avere, su un organismo complesso come quello umano, è qualcosa che l’uomo studia da tempo. Con la fantasia abbiamo sempre sognato di viaggiare verso altri mondi, ma la fantasia e la realtà sono difficili da conciliare! Tuttavia, verificare in modo scientifico cosa possa accadere davvero se ci si sottopone per diverso tempo a gravità superiori a 1g (cioè la gravità della Terra) non è semplice: non ci sono luoghi sul nostro pianeta in cui si verifichi un’ipergravità significativa, per cui servono strumenti ad hoc per ricrearla, per esempio con l'utilizzo di una centrifuga.

È proprio questo il sistema adottato dagli autori della nuova ricerca scientifica, che hanno proceduto in modo alquanto curioso: mettendo sperimentalmente dei moscerini della frutta (che sono ritenuti un buon modello animale per studiare le funzioni vitali anche di altre specie, anche perché sono piccoli, quindi di facile gestione, e, tra l'altro, si riproducono molto in fretta) su una “giostra” che, ruotando rapidamente, crea una spinta verso l’esterno che, in questo modo, simula una forza gravitazionale più alta.

Il team di ricerca ha esposto i moscerini a diversi livelli di accelerazione (4g, 7g, 10g, fino a un massimo di 13g) e ha osservato il loro comportamento. In particolare, i ricercatori hanno valutato la geotassi negativa, ossia l’istinto naturale di questi animali a muoversi in direzione opposta alla forza di gravità - e quindi a scalare le pareti del contenitore - quando vengono spaventati o scossi, scoprendo che, anche ai massimi livelli di gravità sperimentati, veniva mantenuta. Un segno – dicono gli autori della ricerca - che la struttura muscolare e le zampe dei moscerini non venivano distrutte dalla forza generata dalla centrifuga.

L’interpretazione dei movimenti spontanei dei moscerini, invece, è stata più complessa. "Quando i moscerini sono stati sottoposti a una gravità 4 volte superiore a quella terrestre, ossia 4g, per 24 ore, sono diventati iperattivi, ma a livelli più elevati di 7g, 10g e 13g, il modello si è invertito: invece di diventare iperattivi, sono diventati meno attivi e non si arrampicavano con la stessa intensità". Un altro dato interessante raccolto è stato quello di verificare per quanto tempo il comportamento degli insetti rimanesse alterato dopo l’esposizione all’ipergravità: gli animali sottoposti a 4g per 24 ore, riportati a 1g si mantenevano iperattivi per circa 7 settimane (in quello che potremmo chiamare “effetto Dragon Ball”), ossia per la maggior parte della loro vita, ma poi tornavano alla normalità. Anche i moscerini esposti a 7g, dopo un periodo di “rallentamento”, tornavano a comportarsi normalmente.

Per gli esperti questo particolare andamento è dovuto al modo in cui l’organismo gestisce l’energia. Dato che vivere in condizioni di ipergravità è molto dispendioso, è come se il cervello facesse economia, decidendo se valga di più la pena muoversi o risparmiare energie. Quando la gravità è più forte di quella terrestre ma non poi così tanto (4g), il moscerino tenderà a muoversi di più alla ricerca di risorse che possano soddisfare l’aumentato fabbisogno energetico. Quando, invece, si supera una certa soglia di gravità, il gioco non vale la candela e l’animale si muoverà il minimo indispensabile, a meno che non intervenga uno stimolo che reputa pericoloso per la sopravvivenza. A supporto di questa teoria, l'analisi dei livelli di trigliceridi, ossia i grassi che fungono da principale riserva energetica nel corpo del moscerino, ha mostrato come all’aumentare della forza di gravità l’equilibrio metabolico si sposti verso la conservazione delle riserve di grasso. Sono stati anche testati gli effetti dell’ipergravità a lungo termine e su più generazioni. Gli insetti nati da genitori vissuti a 7g e oltre, avevano compromissioni motorie molto più gravi rispetto a quelli esposti solo per 24 ore.

Cari amici, i risultati di questa ricerca sono un tassello importante per capire i limiti della nostra resistenza biologica alla forza di gravità in vista di future missioni spaziali con equipaggio umano. Nell’esplorazione spaziale, gli astronauti dovranno affrontare diversi cambiamenti gravitazionali. Nelle missioni Artemis, per esempio, passeranno dalla microgravità del viaggio alla gravità ridotta della Luna, fino all'ipergravità del rientro nell'atmosfera terrestre. Per questo comprendere come la gravità modelli l'uso dell'energia, i circuiti cerebrali del movimento, il modo in cui l’organismo recupera dopo uno stress, risulta essenziale per sviluppare le strategie che dovranno proteggere la salute degli equipaggi che viaggeranno nello spazio.

A domani, amici lettori.

Mario

martedì, giugno 23, 2026

LE MERAVIGLIE DEL MONDO VEGETALE: L’OROBANCHE, UNA PIANTA PARASSITA E INFESTANTE, CHE PERÒ RISULTA OTTIMA DA MANGIARE. LA RICETTA BARESE.


Oristano 23 giugno 2026

Cari amici,

L'OROBANCHE L., 1753, appartiene ad un genere di piante angiosperme parassite, della grande famiglia delle Orobanchaceae. È una pianta dal ciclo annuale, che, essendo, come detto prima, ‘parassita’, in quanto priva di clorofilla, è incapace di svolgere la fotosintesi. Stante questo handicap, per sopravvivere deve necessariamente agganciandosi alle radici di altre piante coltivate, come le leguminose (in particolare fave e piselli) e le solanacee (come il pomodoro), piante da cui sottrae acqua e nutrimento.

L’Orobanche, non contenendo appunto clorofilla, ha in dotazione organi specifici per potersi nutrire della linfa di altre piante. Le loro radici infatti sono provviste di uno o più austori, che, connessi alle radici ospiti, sottraggono le necessarie sostanze per la loro nutrizione. Il parassitismo delle piante di questa specie è talmente sviluppato, che, anche i loro semi per germogliare hanno bisogno della presenza delle radici della pianta ospite, altrimenti le giovani piantine, una volta che iniziano a svilupparsi, senza supporto sarebbero destinate ad una precoce degenerazione. 

Amici, queste piante di Orobanche, stante questo loro parassitismo, sono considerate dai coltivatori di leguminose e di solanacee (in particolare quelli pugliesi) “piante infestanti”, e, quasi per reazione, sono diventate nel tempo piante mangerecce, utilizzate quindi nella cucina popolare. Ed ecco che in Puglia (in particolare nel Barese), l’Orobanche, che nel loro dialetto è chiamato “SPORCHIA BARESE”, è diventato un ottimo alimento!

In Puglia, dunque l’Orobanche detto “SPORCHIA BARESE”, è diventato un piatto addirittura prelibato, dal particolare gusto tra il dolciastro e il retrogusto leggermente amarognolo, insomma un vero piatto gourmet, cibo prelibato anche per le tavole importanti. Ecco, fedeli amici lettori, oggi, voglio far conoscere anche a Voi alcune ricette di questa cucina, relativa all’Orobanche. I germogli di questa pianta, prima di venire cucinata, vanno lavati molto accuratamente con acqua corrente,  per togliere l’eccesso di terra ed eliminare un po’ della peluria che li ricopre. Le parti commestibili, oltre i germogli, sono le parti tenere del gambo.  Ecco alcune ricette, che tra l’altro sono abbastanza semplici, tali da poter essere realizzate da ciascuno di Voi senza problemi.

SPORCHIA BOLLITA E POI FRITTA.

INGREDIENTI: 300 gr Sporchia, 4 uova fresche, 50 gr di Grana Padano grattugiato,50 gr di pecorino grattugiato, ½ cipolla dorata, 2 rametti di menta, sale e pepe qb, olio extravergine d’oliva.

PREPARAZIONE. La prima cosa da fare è sbollentare i germogli di Sporchia per 5 minuti in acqua, poi tagliarli e passarli in una ciotola con acqua e ghiaccio per due volte cambiando sempre l’acqua; ora assaggiateli: se sono ancora amari ripetete l’operazione. Fatto questo metteteli ad asciugare su di un canovaccio. Intanto versate in una ciotola il contenuto delle uova e aggiungete i due formaggi grattugiati, sale e pepe. Ora, con una frusta, sbattete le uova in modo che siano ben amalgamate. Prendete ora una padella, metteteci 4 cucchiai di olio evo e la cipolla tritata e iniziate a far soffriggere.

A questo punto aggiungete la Sporchia, salate leggermente il composto e continuate a soffriggere il tutto. Dopo cinque minuti circa aggiungete le uova, la menta tritata e fate cuocere la frittata prima da un lato (nel frattempo mettete alcune cime di Sporchia a decorare) e poi giratela per cuocerla per bene anche dall’altra parte. Quando la frittata è pronta, passatela su un foglio di carta assorbente da cucina in modo che l’eventuale olio in eccesso venga assorbito. Un’ultima raccomandazione: da servire a tavola ben calda! Ecco un’altra ricetta! da provare

FRITTATA DI SPORCHIA.

INGREDIENTI: 350/400 gr di pane ammorbidito e strizzato, 100 gr di Sporchia cotta, 2 uova intere, 8 cucchiai di formaggio grattugiato tipo grana, parmigiano o pecorino, sale e pepe, aglio e menta.

PREPARAZIONE.  1. In una ciotola mettere il pane in ammollo in acqua fredda , aspettate qualche minuto e quindi strizzatelo benissimo per eliminare tutta l’acqua (più il pane sarà asciutto e più croccante sarà la frittata). 2. Aggiungete le uova,  la menta, il formaggio, il sale e il pepe e la Sporchia cotta ben strizzata. 3. Amalgamate bene il tutto e versate il composto in una teglia antiaderente ben oleata (si può scegliere di farla al forno, ma naturalmente si può fare anche in padella). 4. Cuocere in forno caldo  a 200° per 25 minuti circa, in modalità ventilato. Provatela, vi piacerà!

Cari amici, qualunque ricetta sarete curiosi di realizzare, Vi auguro di riuscire bene, oltre ad augurarvi, a tavola, BUON APPETITO!

A domani.

Mario

lunedì, giugno 22, 2026

“STRINGERSI LA MANO”: UN GESTO OGGI COMUNE, PER CONOSCERSI E SALUTARSI, LA CUI ORIGINE RISALE A MOLTI SECOLI FA.


Oristano 22 giugno 2026

Cari amici,

Il gesto di “STRINGERSI LA MANO”, oggi usato per conoscersi e salutarsi, è nato nella notte dei tempi, in quanto ha origini millenarie, risalenti addirittura al IX secolo a.C. Le analisi archeologiche, infatti, hanno accertato che, in Mesopotamia, questo gesto era inizialmente nato come simbolo di pace e fiducia, evolvendosi, poi, nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri. Oggi, infatti, stringersi la mano è un gesto ufficiale che compiamo in contesti formali, con cui ci presentiamo la prima volta, per dirci come stiamo, o anche usato per stipulare accordi sia commerciali che sociali.

Stringersi la mano nell’antichità era simbolo rituale di amicizia, rispetto e alleanza. Circa 5.000 anni fa i re assiri e babilonesi si stringevano la mano come simbolo di uguaglianza e rispetto. Le prime raffigurazioni in cui si nota il gesto di darsi la mano risalgono, infatti, ad oltre 5.000 anni fa: l’iconografia dell’antica Mesopotamia ci mostra divinità e sovrani che si stringono la mano come simbolo di amicizia e reciproco rispetto. Per esempio, presso l’Iraq Museum, il museo nazionale dell’Iraq a Baghdad, è conservata quella che si ritiene possa essere “l'immagine della più antica stretta di mano della storia”: si tratta di un bassorilievo assiro che mostra il re Shalmaneser III nell’atto di stringere la mano al sovrano babilonese Marduk-zakir-shumi I per sancire un’alleanza.

Altra testimonianza antica della stretta di mano è la stele situata nel santuario di Nemrut Dağı, in Turchia, che raffigura il re Antioco I (II secolo a.C.) stringere la mano ad Ercole, come segno di alleanza e rispetto tra un sovrano umano e un semi-dio. Successivamente, prima nell’antica Grecia e poi nell’antica Roma, la stretta di mano (in latino dexiosis o dextrarum iunctio, che significa congiunzione della mani) mantiene il significato di stringere alleanze e accordi, e diventa parte di rituali sociali come il matrimonio. Gli sposi, infatti, durante il rito congiungevano le mani, suggellando la loro unione.

Dal Medioevo in avanti la stretta di mano, detta “TOCCAMANO”, diventò un gesto con valenza giuridica: stringersi la mano significava a tutti gli effetti stringere un patto: un accordo commerciale, un’alleanza, ovvero suggellare contratti di diverso tipo; serviva in particolare anche per dimostrare che la mano destra era disarmata. Stringersi la mano, insomma, era come stipulare un contratto verbale: questa valenza rimase nei secoli, e portò la stretta di mano ad assumere un significato più popolare di gesto da compiere quando si era in accordo con il proprio interlocutore.

Successivamente, in Inghilterra e poi in America nel corso XVII secolo, i Quaccheri – movimento cristiano che si distingue per l’assenza di dogmi e sacramenti, basato sul contatto personale e interiore con Dio – adottarono la stretta di mano come forma di saluto egualitario. Proprio perché non riconoscevano dogmi e gerarchie, i Quaccheri scelsero il “toccamano” come segno di uguaglianza sociale e predisposizione allo scambio.

Amici, successivamente, con la Rivoluzione Francese, alla fine del ‘700, la stretta di mano diventò a tutti gli effetti un gesto “popolare”: i rivoluzionari la adottarono – in opposizione all’inchino – che indicava sudditanza, come espressione di uguaglianza e fraternità nel momento in cui ci si incontrava, giungendo, infine a noi, abitanti del Terzo Millennio! Fu un vero esempio di parità, quando ancora essere sudditi era quella triste realtà che la Rivoluzione Francese cercò di spazzare via.

Cari amici, oggi, stringersi la mano è quel gesto ufficiale che compiamo in contesti formali, con cui ci presentiamo la prima volta o con cui stipuliamo accordi in contesti diplomatici. Quella che ci sembra un’azione abituale, come avete letto prima, ha in realtà origini davvero molto antiche! La stretta di mano, insomma, ha sempre portato con sé un’espressione di rispetto, di pace e di scambio onesto, che caratterizza, oggi come ieri, il gesto positivo di accordo, di saluto benevolo, di accoglienza e parità.

A domani, amici lettori.

Mario

domenica, giugno 21, 2026

LA SOLITUDINE? NON SEMPRE È DA CONSIDERARSI NEGATIVA, IN QUANTO È CAPACE DI AVERE EFFETTI BENEFICI SORPRENDENTI.


Oristano 21 giugno 2026

Cari amici,

La SOLITUDINE, in linea di massima, è considerata un fattore negativo, in quanto capace di danneggiare la nostra salute, sia fisica che mentale. Eppure questo concetto non è da considerarsi univoco, perché la solitudine è un'arma a doppio taglio. Quando risulta “imposta”, infatti, è sicuramente un fattore negativo, ma - al contrario – quando risulta “scelta” e vissuta in modo temporaneo (solitudine positiva), essa diventa un'occasione preziosa per rigenerarsi, conoscersi a fondo e capace, anche, di aumentare la propria creatività.

Si, amici, decidere autonomamente di trascorrere del tempo da soli, non è sicuramente un’esperienza negativa, o una condizione da evitare, perché la solitudine, se vissuta nel modo giusto, può avere un impatto positivo sulla nostra salute. Per meglio intendere questo tema, questo concetto, può aiutarci la Dr.ssa Maria del Carmen Rostagno, psicologa, che ci chiarisce come la solitudine può diventare un’opportunità per rigenerare la mente, aumentare la consapevolezza di sé e, cosa ben più importante, farci ritrovare il giusto equilibrio interiore. Ecco alcune sue preziose considerazioni.

La solitudine – afferma con convinzione la Dr.ssa Rostagno – “Quando vissuta consapevolmente come un momento di riflessione, può diventare un potente strumento per il miglioramento del benessere mentale. Questa pratica offre molteplici benefici che vanno ben oltre il semplice “stare da soli”. Questo distacco temporaneo dal mondo esterno consente, infatti, di riconnettersi con sé stessi a un livello più profondo, come se si stesse sintonizzando una radio su una frequenza più chiara, quella della propria voce interiore. In questo stato, è possibile ascoltare i propri pensieri, sentimenti e intuizioni che spesso vengono soffocati dal rumore della routine quotidiana. E non è tutto.

Isolarsi, stare in solitudine, ci offre lo spazio per ricaricare le energie emotive e cognitive, riducendo lo stress e l’ansia accumulati nelle interazioni sociali e professionali. Inoltre, la riflessione solitaria può anche stimolare la creatività e l’innovazione, permettendo di esplorare nuove idee e prospettive senza il condizionamento esterno. Infine, è possibile anche sviluppare una maggiore resilienza emotiva, imparando, con la solitaria riflessione, a trovare conforto e forza in sé stessi.

Alla domanda “Come si può differenziare una solitudine rigenerante da una condizione di isolamento che potrebbe essere nociva per la salute mentale”, la Dr.ssa Rostagno così risponde. “Distinguere tra una solitudine rigenerante e un isolamento nocivo è fondamentale per la salute mentale. Ecco le più importanti differenze: LA SOLITUDINE RIGENERANTE è una scelta consapevole e volontaria, ha una durata limitata e bilanciata con interazioni sociali, produce sentimenti di calma, rinnovamento e chiarezza mentale, migliora l’umore e l’energia complessiva, favorisce la creatività e la produttività, permette di mantenere connessioni sociali significative al di fuori dei momenti di solitudine, aumenta l’autoconsapevolezza e l’autoriflessione in modo costruttivo.

Al contrario, invece, L’ISOLAMENTO NOCIVO, non è frutto di una nostra scelta ma è una situazione subita; questo tipo di solitudine tende a prolungarsi nel tempo senza limiti definiti, causa sentimenti di tristezza, ansia o depressione persistenti, diminuisce l’energia e la motivazione generale, ostacola la creatività e la produttività, porta a un progressivo allontanamento dalle relazioni sociali, può provocare pensieri negativi ricorrenti e autolesivi.

Amici lettori, per valutare se la propria solitudine è rigenerante o nociva, risulta importante osservare come ci si sente durante e dopo i periodi di solitudine: se ci si sente rinvigoriti e più connessi con sé stessi, è probabile che sia una solitudine positiva. Al contrario, se si avverte un senso di vuoto, disperazione o disconnessione prolungata, potrebbe trattarsi di un isolamento dannoso. Inoltre, è anche cruciale mantenere un equilibrio tra i momenti di solitudine e le interazioni sociali. Una solitudine sana non dovrebbe interferire con la capacità di mantenere relazioni significative o di partecipare alle attività quotidiane.

Cari amici, come ho precisato in apertura, la solitudine è un’arma a doppio taglio, ed è anche importante ricordare che è necessario trovare il giusto equilibrio tra la solitudine positiva e quella negativa. Un approccio flessibile e consapevole può aiutare a mantenere un sano equilibrio tra le positività e negatività che possono derivarne. Spesso ci si può sentire soli e incompresi anche in mezzo agli altri (solitudine emotiva), evidenziando un divario tra la connessione sociale desiderata e quella reale.

A domani, amici lettori,

Mario