venerdì, febbraio 13, 2026

PER SENECA “GENTILEZZA” E “AMICIZIA VERA” SONO STRETTAMENTE LEGATE. LA GENTILEZZA NON È INDICE DI FRAGILITÀ, MA È L’ARMA DEI FORTI.


Oristano 13 febbraio 2026

Cari amici,

Spesso l’essere gentili è visto come un segno di debolezza, di fragilità, di arrendevolezza. Niente di più sbagliato! Essere gentili non è un segno di debolezza, ma anzi una manifestazione di forza interiore, intelligenza emotiva e coraggio, soprattutto in un contesto sociale che vede LA GENTILEZZA come un segno di ingenua debolezza. La persona gentile, invece, è dotata di un grande autocontrollo, di empatia e di consapevolezza, che le consente di poter rispondere con calore e rispetto anche a chi agisce da maleducato, a chi mette in atto provocazioni e maleducazione, spiazzando chi si aspetta durezza, riuscendo a creare sempre un ambiente più positivo e umano.

Viviamo, purtroppo, un mondo in cui la prepotenza sembra essere diventata la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, dovremmo trovare il coraggio di rileggere il passato, per esempio focalizzare la nostra attenzione sul pensiero di LUCIO ANNEO SENECA, filosofo, drammaturgo e politico romano, tra i massimi esponenti dello stoicismo eclettico di età imperiale. Per Seneca la gentilezza non è un segno di debolezza ma di forza, non è un segno di cedimento, ma è la vera forza del potere e della stabilità.

Seneca riesce a scardinare il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria serena, gentile benevolenza, interrompe il circuito della violenza. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere padroni del proprio stato d’animo. Insomma, la gentilezza è la forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti.

Seneca, amici, lega strettamente la gentilezza all'amicizia autentica, sottolineando che deve essere sempre disinteressata, una scelta virtuosa, basata sulla comune condizione umana, non su calcoli o vantaggi. La gentilezza, come l'amicizia, non si misura, non si mercanteggia; un atto gentile è una ricompensa in sé e una manifestazione di forza morale, che si traduce nel non aspettarsi gratitudine e nel perdonare con bontà. Chi è gentile e saggio è anche amico di sé stesso, potendo così donare amore agli altri senza aspettare nulla in cambio, rendendo l'amicizia un "altro io" e un esercizio di virtù.

Per il grande Seneca la gentilezza è sempre possibile: "Ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza". È una scelta che si può fare in ogni situazione; è un Atto disinteressato: Non deve essere un'operazione contabile; un beneficio dato non deve essere registrato per riscuotere. In sintesi, la gentilezza è una “Ricompensa in sé”: La vera gentilezza è una ricompensa per chi la compie, non un investimento per il futuro. Dialogare, rispondere con gentilezza, protegge la mente e il cuore, a differenza della collera.

Ecco perché, cari lettori, l'amicizia e la gentilezza sono strettamente legate. L’amicizia è una scelta, non un’imposizione: è un dono, non qualcosa che si può imporre. L’amico si sceglie aprendosi e dando fiducia, ovviamente dopo un’attenta valutazione, ma una volta scelto, bisogna fidarsi e aprirsi completamente, come con se stessi. L’amicizia è rivolta al bene altrui: Il vero saggio cerca l'amico per assisterlo, non per essere assistito. Con lui nasce una condivisione totale: l'amicizia vera mette tutto in comune, anche le avversità, perché unisce gli uomini in una volontà comune. Non è mai basata sull'utile: l'amicizia per interesse (traffico) finisce quando l'interesse cessa; quella vera è un vincolo che non cerca profitto.

Cari amici che mi leggete, facendo una sintesi del pensiero di Seneca, che mette sul podio la gentilezza e la considera strettamente legata all’amicizia, possiamo dire che l'approccio di Seneca alla gentilezza è intrinsecamente legato alla sua etica stoica: la virtù è il fine, e la gentilezza, come l'amicizia, sono manifestazioni di una vita vissuta secondo ragione e umanità, dove l'azione buona è fine a se stessa e genera valore interiore, non solo vantaggi esterni.  Se davvero in questo millennio trovassimo la forza di rileggere il passato…

A domani.

Mario

 

giovedì, febbraio 12, 2026

CULTURA ORIENTALE. I GIAPPPONESI E IL SISTEMA PER RALLENTARE L’INVECCHIAMENTO. LA LORO SCOPERTA DEL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ.


Oristano 12 febbraio 2026

Cari amici,

Nel mondo sono state catalogate ben “CINQUE (5) AREE”, (le cosiddette BLUE ZONES), dove è dimostrato che si vive più a lungo, e, una delle più importanti si trova ad Okinawa in Giappone. Le altre, oltre Okinawa, come altre volte riportato su questo blog, sono: Ikaria in Grecia, l’Ogliastra in Sardegna, Nicoya in Costa Rica e Loma Linda in California. Ebbene, gli studi su questo interessante argomento sottolineano che la longevità non dipende solo dai geni (che spiegano meno del 10% della variabilità), ma soprattutto da fattori ambientali e comportamentali.

In passato ho parlando a lungo dell’argomento, in particolare della nostra Ogliastra, terra sarda di centenari in buona salute, ma oggi voglio focalizzare la mia attenzione su Okinawa, in Giappone, dove la cultura orientale ha escogitato diverse soluzioni per rallentare l’invecchiamento e vivere in modo più sereno l’allungarsi della vita, consentendo così di vivere una longevità di qualità. Si, amici, ad Okinawa gli abitanti di quest’isola  da anni mostrano tassi molto bassi di malattie cardiovascolari e di tumori, rispetto alla media giapponese, derivati, in parte, grazie allo stile di vita praticato e alle abitudini alimentari particolarmente sobrie.

Ad Okinawa, la salute, quella senile in particolare, passa da gesti molto concreti: una dieta ricca di verdure, soia, pesce e cereali integrali; pochissimi cibi ultra–processati; tanta attività fisica “naturale” (camminare, lavorare nell’orto); forte coesione sociale. Ma c’è anche una regola culturale molto precisa legata al cibo: si chiama “HARA HACHI BU”. È questa una regola ricavata dall’insegnamento di origine confuciana, che a tavola invita a fermarsi quando si è sazi all’80%, invece di continuare a mangiare fino a sentirsi “super pieni”. Questo comportamento non è vissuto come “una dieta”, ma come una norma di buona educazione e di rispetto per il proprio corpo.

Applicare nell’alimentazione l’Hara hachi bu è, di fatto, una forma di restrizione calorica moderata, mantenuta costantemente per tutta la vita. Gli studi sui centenari di Okinawa mostrano che, rispetto ad altre regioni del Giappone, queste persone hanno storicamente assunto meno calorie, mantenendo però un’alimentazione molto densa di nutrienti (verdura, legumi, tuberi, soia). Questo modello è stato associato a valori medi di pressione, colesterolo e peso corporeo più bassi e a una ridotta incidenza di infarto, ictus e alcune forme di tumore. Più in generale, una revisione sugli anziani di Okinawa, pubblicata sugli Annals of the New York Academy of Sciences, collega proprio la combinazione tra dieta tradizionale e moderata restrizione calorica a un invecchiamento più “lento” e a una maggiore aspettativa di vita in buona salute.

Amici, anche al di fuori del Giappone, la ricerca effettuata su animali e primati mostra che una riduzione non estrema delle calorie (a parità di nutrienti) migliora molti parametri di salute: pressione, sensibilità all’insulina, marcatori infiammatori e funzione cardiovascolare. In diverse specie questo tipo di restrizione ha allungato sia la durata media sia quella massima di vita: negli studi sui primati non sempre aumenta gli anni vissuti, ma quasi sempre riduce l’incidenza di malattie legate all’età. Hara hachi bu è, in piccolo, un modo pratico di applicare questi principi: niente conteggio di calorie o diete drastiche, ma l’abitudine quotidiana a lasciare qualche boccone nel piatto. Un gesto semplice che, ripetuto per decenni, contribuisce a non ingrassare, a proteggere cuore e metabolismo e, di conseguenza, a vivere più a lungo e meglio.

Amici lettori, confrontando l’alimentazione degli abitanti di Okinawa con quella dei sardi d’Ogliastra, personalmente credo di aver trovato delle somiglianze. L'alimentazione sarda degli Ogliastrini, è una dieta mediterranea tradizionale, basata su alimenti vegetali (legumi, verdure, cereali integrali come orzo e farro), frutta fresca, olio EVO e pochi prodotti animali, soprattutto formaggi pecorini/caprini, e carni ovine/caprine in occasioni sporadiche; un'alimentazione caratterizzata dal consumo di cibi freschi e locali, pochi zuccheri e un uso limitato di vino rosso (Cannonau), oltre ad una vita attiva; ecco la somiglianza degli elementi chiave per la longevità, tipici elle "Blue Zone", oltre ad una costante attività fisica e una felice relazione sociale. Invecchiare bene, a lungo e in salute, non è un caso ma una corretta scelta di vita!

A domani.

Mario

mercoledì, febbraio 11, 2026

VIVERE IN UN AMBIENTE DI “SUPER CONFORT”, CI FA VIVERE MEGLIO, RISULTA POSITIVO, OPPURE - AL CONTRARIO - CI RENDE LENTAMENTE POCO CAPACI?


Oristano 11 febbraio 2026

Cari amici,

La vita moderna, complice la tecnologia sempre più avanzata, sta togliendo all’uomo la gran parte delle fatiche fisiche, rendendogli la giornata così leggera, e lasciandolo praticamente senza fare niente! In casa (ma spesso anche in azienda), possiamo dire di vivere immersi in un grande, straordinario comfort. Abbiamo il riscaldamento intelligente che anticipa il nostro rientro a casa, l’aria condizionata che annulla sia l’estate che l’inverno, e, quanto al cibo, ci basta schiacciare un’’app nel telefonino e ci viene recapitato il cibo che gradiamo di più. E questa è solo una piccola parte!

Con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con poche mosse sul computer o sul telefonino, possiamo ordinare di tutto in pochi secondi: dall’abbigliamento all’arredamento, con l’A.I. che ci consiglia il prezzo migliore, evitandoci così la fatica della ricerca, del valutare, del ponderare, in quanto sono le macchine che fanno tutto questo al posto nostro. Si, amici, viviamo una realtà in cui la tecnologia si è sostituita a noi, nel senso che non dobbiamo più nemmeno pensare, coordinare, decidere, Diciamoci la verità: viviamo un mondo in cui tutto ci appare facile, semplice, veloce.

Amici, nel Terzo millennio che stiamo percorrendo, l’uomo appare davvero immerso in un mondo dove non deve più pensare, trovare soluzioni, impegnarsi a risolvere situazioni particolarmente ostiche; insomma, l’uomo vive in una società che i sociologi chiamano “SOCIETÀ FRICTIONLESS”, una civiltà senza frizioni, senza attrito. Ma tutto questo è da ritenersi un bene, un vantaggio, oppure no? La risposta non è facile, perché, in realtà, un problema c’è, eccome! In un mondo dove tutto appare facile, semplice e immediato, l’uomo sta perdendo la capacità di trovare le soluzioni, perché non deve risolvere più nulla! Si, l’uomo, in un certo senso, sta diventando inerte, senza stimoli, più fragile e incapace.

Eppure, in un’epoca altamente tecnologica, continuiamo a vivere nell’illusione di avere infinite possibilità. La realtà è che vivere in una “CONFORT ZONE”, aldilà dell’apparenza, ci sfugge che  c’è nascosto l’inganno! Al comfort, come ben sappiamo, ci abituiamo in un istante, ma quello che ci sfugge è che non ci rendiamo conto che, se non abbiamo problemi da risolvere, il nostro cervello perde i giusti stimoli. Quando i problemi che si trovano intorno a noi sono risolti dall'A.I., i nostri “muscoli emotivi”, oltre che quelli fisici, si atrofizzano.

Senza lo stimolo delle difficoltà da affrontare la creatività ristagna, e la resilienza, ovvero la capacità di sforzarsi davanti a un problema da risolvere, scompare. Come un bambino che non impara mai l’equilibrio perché i genitori iperprotettivi gli impediscono di cadere! Allo stesso modo noi rischiamo di non sapere più chi siamo, quando le cose smettono di funzionare perfettamente. Se in casa i collegamenti internet vanno in tilt, la robotica non funziona, noi non siamo in grado di prepararci da mangiare, e quindi, ci sentiremo perduti. Che dire, poi, del lavoro in ufficio quando i computer si bloccano?

Amici, la psicologia ci insegna che la crescita non avviene mai nel riposo assoluto. Esiste un principio, chiamato “LEGGE DI YERKES-DODSON”, che dice che “La nostra performance (e la nostra crescita) migliora proporzionalmente allo stress, ma solo fino a un certo punto”. In pratica: Poco stress (Comfort totale): noia, stagnazione, declino delle abilità, Troppo stress: burnout, ansia paralizzante. Poi in mezzo c'è lo “Sweet Spot”: quella zona di moderato disagio dove siamo vigili, concentrati e pronti a imparare.

In sintesi, cosa ci consigliano gli esperti? La risposta è una sola: uscire più spesso dalla nostra comfort zone! È in questa zona di “disagio ottimale” che il nostro cervello rilascia dopamina. Contrariamente a quanto si pensa, LA DOPAMINA non viene rilasciata solo quando otteniamo un premio, ma soprattutto mentre lottiamo per ottenerlo. Lo sforzo è, biologicamente, una forma di ricompensa. La realtà, amici, è che vivere stabilmente nella “Confort zone” riduce le nostre capacità, perché impedisce la crescita personale e professionale.

Cari amici, l’uomo è nato con una mente pensante, le cui capacità sono quelle di aiutarlo a superare gli ostacoli che la vita gli pone davanti; se deleghiamo alle macchine le nostre capacità, nel nostro cervello inizierà la stagnazione, per cui avremo ridotta resilienza e creatività, e una visione più limitata del mondo, poiché i "muscoli" emotivi e cognitivi si atrofizzano senza avere sfide da affrontare. Sebbene la Confort Zone ci possa offrire sicurezza e stabilità, l'eccessivo suo utilizzo ci rende meno capaci di affrontare l'incertezza e il cambiamento, limitando il nostro pieno potenziale. Amici, non restiamo ingabbiati nella "Confort Zone", usciamone spesso, in questo modo utilizzeremo sempre al meglio il nostro cervello!

A domani.

Mario

martedì, febbraio 10, 2026

ASTROLOGIA, L'ARTE DI PREVEDERE IL FUTURO. DA MILLENNI L'UOMO CERCA DI LEGGERE NEGLI ASTRI IL PROPRIO DOMANI. LA STORIA DELL’OROSCOPO.


Oristano 10 febbraio 2026

Cari amici,

L’uomo fin dall’antichità ha cercato di conoscere in anticipo il proprio futuro. Lo ha fatto legando il proprio destino agli astri, alla loro posizione e alla loro influenza. È nata così L'ASTROLOGIA, una pratica antica che, interpretando la posizione dei pianeti e delle stelle, ne traeva le previsioni sull’umano destino. L’Astrologia, tuttavia, non è mai stata considerata una scienza, ma, comunque, considerato il costante bisogno dell’uomo di conoscere in anticipo il proprio futuro queste previsioni hanno avuto sempre un grande successo, oggi come ieri.

La STORIA DELL'OROSCOPO, cari amici, affonda le radici nel tempo; nell'antica Mesopotamia Sumeri e Babilonesi erano dediti all'osservazione del cielo, lo studiavano cercando di interpretare la volontà divina. Questa pratica nel tempo ebbe una grande evoluzione, in quanto era uno studio che associava le costellazioni alla vita umana; questo legame del destino dell’uomo agli astri successivamente influenzò altri popoli, come i Greci, i Romani e la cultura araba, fino a raggiungere la forma moderna di previsione personalizzata nel Rinascimento e nel Novecento. Seppure, come accennato prima, l’oroscopo non abbia mai avuto basi scientifiche, l’uomo continuò ad utilizzare queste previsioni.

L'oroscopo, amici, si basa sui 12 segni zodiacali (Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci), che corrispondono alle costellazioni dello zodiaco e indicano, secondo l'astrologia, le grandi influenze astrali sulla vita delle persone, in base al momento della nascita. Ogni segno ha date specifiche e caratteristiche associate, legate al suo elemento (Fuoco, Terra, Aria, Acqua) e alla posizione degli astri, con l'oroscopo solare che si focalizza sulla posizione del Sole al momento della nascita.

Seppure l'oroscopo, legato come detto prima ai segni zodiacali, non abbia validità scientifica, continua ad essere, oggi come ieri, ampiamente consultato, in quanto risponde ai bisogni psicologici del “conoscere in anticipo il nostro domani”, offrendo quindi un segno di speranza, di conforto, ovvero delle risposte alle incertezze del futuro, seppure esse siano previsioni prive di qualsiasi riscontro scientifico.  In sintesi, l’OROSCOPO è visto come uno strumento di riflessione: che spinge proprio a riflettere su sé stessi, sulle proprie relazioni e sugli obiettivi di vita.

Amici, oggi sono in vena di curiosità, e, considerato che una di queste mi ha alquanto colpito, voglio rendere edotti anche Voi fedeli lettori. Nell’Oroscopo, sarebbero contenuti anche, a larghe tinte, le diverse specificità del nostro carattere, tra cui la nostra naturale predisposizione verso gli altri, ovvero l’essere ALTRUISTI oppure EGOISTI. Da ciò se ne ricava che "ci sono segni particolarmente dediti all’altruismo" e altri, invece, considerati più inclini ai propri bisogni e quindi all’egoismo. Vediamo quali, in un caso e nell’altro.

L'altruismo, amici, è una qualità alquanto ammirata, ma non appartiene allo stesso modo a tutti. Ci sono persone che danno spontaneamente senza aspettarsi nulla in cambio e altre che, più o meno consapevolmente, tendono a mettere sempre i propri bisogni al centro. In astrologia, questo atteggiamento non è necessariamente un difetto assoluto: in alcuni casi rappresenta una forma di autodifesa, in altri una spinta potente verso il successo personale. Secondo le caratteristiche astrologiche, ci sono 3 segni che più di altri faticano a mettere da parte il proprio interesse personale, ovvero risultano molto più EGOISTI.

Al primo posto troviamo l'ARIETE, il segno che più di tutti incarna l'energia dell'IO. Diretto, competitivo e impulsivo, l'Ariete non ha paura di mettersi al centro della scena. Vuole vincere, emergere e ottenere ciò che desidera. Questo atteggiamento può renderlo egocentrico e travolgente, soprattutto nelle relazioni. L'Ariete vive la vita alle proprie condizioni e difficilmente rallenta per adattarsi agli altri. Solo quando riesce a bilanciare il suo forte ego, può diventare un leader capace di ispirare, non solo di imporsi.

Anche il segno del CAPRICORNO risulta particolarmente EGOISTA: ambizioso, determinato e fortemente orientato al risultato; questo segno di terra vive con una chiara idea di ciò che vuole ottenere dalla vita. Il problema nasce quando la concentrazione sugli obiettivi diventa così intensa da lasciare poco spazio all'empatia. Questa visione rigida può renderlo poco flessibile e, a volte, eccessivamente controllante. Imparare a considerare l'impatto delle proprie decisioni sugli altri è la vera sfida per questo segno.

Infine c’è il SAGITTARIO, un segno noto per il suo spirito libero, l'entusiasmo e la voglia di esplorare. Tuttavia, questa spinta costante verso l'indipendenza può trasformarsi in EGOISMO, soprattutto quando il desiderio di seguire il proprio istinto supera l'attenzione verso chi gli sta accanto. Spontaneo e poco incline ai compromessi, il Sagittario tende a vivere secondo le proprie regole. Questo lo porta spesso a non considerare fino in fondo i sentimenti altrui, soprattutto se percepisce che qualcuno sta limitando la sua libertà.

Cari amici, personalmente non credo molto alle previsioni fatte dall’Oroscopo. Tuttavia, curiosamente mi capita spesso di leggerlo, sia per il mio segno che per quelli delle persone a me vicine. Indubbiamente leggerlo mi fa sorridere, anche se, come spesso succede a tutti, se alcune cose appaiono coincidenti con la realtà, qualche dubbio sulla sua validità a volte affiora…

A domani.

Mario

 

 

lunedì, febbraio 09, 2026

CERTI NOSTRI COMPORTAMENTI EVIDENZIANO IL CARATTERE: CAMMINARE ABITUALMENTE IN MODO SVELTO, PER ESEMPIO....


Oristano 9 febbraio 2026

Cari amici,

Per tutti noi “CAMMINARE” è un atto necessario: ci consente di muoverci, spostarci, raggiungere altri luoghi. Ebbene, per molti filosofi del passato, il camminare non era ritenuto solo un atto fisico, ma anche una metafora dell'esistenza umana. I filosofi greci, per esempio, riflettevano spesso sul fatto che la vita umana altro non era che un “personale cammino” che ciascuno di noi è chiamato a percorrere durante la propria vita, ricco sia di tratti agevoli e piacevoli, ma anche di altri fatti di incertezze e difficoltà.

I modi di camminare, tuttavia, - come ben sappiamo - sono diversissimi: c’è chi cammina a passo lento, cadenzato, senza alcuna fretta, e chi, invece, seppure non abbia necessità, cammina sempre a passo svelto, come se il tempo fosse sempre poco, e perciò necessiti di essere portato avanti in velocità. Secondo diversi studi psicologici, la persona che cammina sempre velocemente, a ritmo sostenuto, non lo fa solo perché è angosciato dagli impegni, ma perché questo modo di camminare veloce fa parte del suo carattere particolare.

Secondo alcuni specialisti, come la psicologa Leticia Martin Enjuto, le persone che camminano velocemente appartengono spesso alla categoria delle persone molto dinamiche, determinate e orientate all'azione. Sono persone a cui piace sempre andare dritto al punto, soggetti che non sopportano l'inefficienza, e il muoversi velocemente dà la sensazione di avere sempre sotto controllo gli impegni della giornata. Un soggetto di questo tipo ha grande fiducia in se stesso, è determinato e proattivo.

Amici, quelli che camminano sempre molto velocemente, trasmettono l'idea di una loro quotidianità intensa e piena di impegni, con una marcata determinazione a raggiungere gli obiettivi in tempi rapidi. In alcuni casi, tuttavia, un'andatura decisa può essere associata a grande sicurezza di sé e a un'attitudine da leader. Sono persone capaci di prendere con facilità le decisioni, e in possesso di una radicata abitudine a ottimizzare ogni minuto. Il loro ritmo costante non è solo una questione di spostamenti, ma riflette un particolare modo di vivere la loro vita.

Che la vita, in questo millennio ipertecnologico, sia caratterizzata da una forte necessità di efficienza, determinazione, orientamento agli obiettivi e produttività, è una realtà incontestabile, una vita costituita da una forte organizzazione e disciplina. Camminare veloci può indicare anche estroversione, desiderio di interazione e vitalità (in cerca di nuove esperienze), oppure essere consci di vivere un mondo interiore frenetico, con costante necessità di controllo, ma anche caratterizzata da una forte resilienza allo stress.

Il camminare a passo svelto, amici, può anche essere una via di fuga. Un modo per trasformare lo stress in movimento. Una strategia inconscia, per evitare di rimanere soli con i propri pensieri o le proprie emozioni per troppo tempo. Gli psicologi parlano di "dipendenza dal fare": ovvero un bisogno quasi compulsivo di concatenare azioni per sentirsi validi, utili e vivi. In questo contesto, la produttività diventa una forma di valore personale; il corpo accelera per tenere il passo con il ritmo mentale, per dissipare la pressione che si accumula senza che ce ne accorgiamo.

Lo psicologo Richard Wiseman ha osservato, attraverso uno studio condotto in diverse grandi città, che l'aumento della velocità di camminata nel corso degli anni è accompagnato da un aumento significativo dei segnali di nervosismo quotidiano. In altre parole: il nostro mondo si muove più velocemente e i nostri passi tengono il passo, ma a volte, però, a scapito del nostro benessere emotivo. È a quel punto che bisognerebbe darsi “un alt”, scegliendo di rallentare il ritmo, creando naturalmente una pausa.

Cari amici, riuscire ad imparare a modulare il proprio ritmo, riuscire a dare più spazio alle proprie risorse, alla propria lucidità mentale e al proprio benessere emotivo, diventa davvero necessario. In questo modo si matura la capacità di scegliere quando accelerare, anziché lasciarsi travolgere, contro la propria volontà, da una velocità che riesce a  sopraffarci. Rallentare il ritmo significa dare alla mente l'opportunità di respirare, di percepire ciò che ci circonda, allontanando così l’ansia e lo stress. Non viviamo sempre accelerati!

A domani.

Mario

domenica, febbraio 08, 2026

L'IMPORTANZA DELLA SOCIALITÀ NELL'ETÀ SENILE. ANCHE MANGIARE DA SOLI, DOPO I 65 ANNI, COSTITUISCE UN RISCHIO PER LA SALUTE.


Oristano 8 febbraio 2026

Cari amici,

Vivere a contatto con gli altri, relazionarsi socialmente con gli amici, i vicini e i conoscenti, è un modo di vivere che ci gratifica a tutte le età, facendoci sentire parte di un gruppo. Arrivati all’età senile, poi, vivere questa SOCIALITÀ diventa cruciale, perché contribuisce a combattere la solitudine, evita la depressione, migliorando la nostra salute mentale e cognitiva (prevenendo declino e Alzheimer), aumentando l'autostima e il senso di appartenenza al gruppo. La socialità può persino contribuire ad allungarci la vita, mantenendo corpo e mente attivi attraverso le attività di gruppo e instaurando relazioni significative, arrivando a ridurre lo stress e favorendo uno stile di vita sano.

Amici, il CONVIVIO è uno dei modi più graditi dello “stare insieme”, e le tavolate con amici e parenti sono un piacevole modo di riunirsi e gratificarsi, a tutte le età. Il rito del mangiare insieme, superata una certa età, diventa addirittura ancora più importante, perché per le persone anziane mangiare in compagnia è fonte di importanti benefici, sia per la salute fisica che mentale. Ciò è stato ulteriormente dimostrato da uno studio condotto da ricercatori della Flinders University di Adelaide, in Australia.

Questa ricerca della Flinders University, pubblicata sulla rivista scientifica Appetite, ha infatti elaborato quanto emerso da 24 studi internazionali, che hanno analizzato il legame tra mangiare da soli e il benessere complessivo nelle persone di oltre 65 anni che vivono in comunità. I risultati hanno evidenziato che gli anziani che mangiano abitualmente da soli hanno più probabilità di avere valori nutrizionali e parametri sanitari peggiori rispetto ai coetanei che mangiano invece in compagnia.

Come accennato in premessa, socializzare con gli altri risulta positivo ad ogni età, e mangiare abitualmente in compagnia in senilità aggiunge tutta una serie di benefici. Mangiare da soli, invece, man mano che si va avanti con gli anni, risulta alquanto negativo. Come ha evidenziato lo studio prima ricordato, mangiare in solitudine può produrre "cambiamenti nella funzione fisiologica, nell'ambiente fisico, sociale ed economico", tale da poter influenzare l'assunzione dei nutrienti, e di conseguenza la salute generale delle persone anziane.

Gli autori di questo studio, inoltre, hanno anche voluto indagare ancora più a fondo, arrivando a misurare l’entità degli effetti di questi cambiamenti nelle abitudini alimentari sulla salute degli anziani. Analizzando complessivamente i dati di oltre 80.000 anziani in 12 Paesi, è emerso che mangiare da soli rappresenta un serio fattore di rischio per la salute complessiva degli anziani: la maggior parte degli studi analizzati ha infatti dimostrato che gli anziani che mangiano da soli hanno più probabilità di fare scelte alimentari peggiori con effetti sulla propria salute generale. Gli anziani che mangiano da soli, in particolare, potrebbero ad esempio non assumere abbastanza alimenti proteici, che sono invece fondamentali – hanno sottolineato i ricercatori – per proteggere la capacità muscolare e funzionale. Non solo, secondo alcuni degli studi analizzati, mangiare da soli sembrerebbe associato anche a un rischio maggiore di perdita eccessiva di peso e fragilità, oltre a creare quella depressione che deriva dall'isolamento sociale.

Sempre secondo i ricercatori questi risultati non vanno sottovalutati, perché suggeriscono che oltre ai cambiamenti fisiologici legati all'invecchiamento, come la perdita di appetito e il gusto alterato, anche i fattori sociali, quindi ad esempio la solitudine, potrebbero essere altrettanto importanti nell'influenzare l'alimentazione degli anziani e quindi la loro salute fisica e psichica. Questa consapevolezza potrebbe – confermano i ricercatori – favorire programmi di screening per individuare le persone esposte a un maggior rischio nutrizionale oppure potrebbe favorire la creazione di iniziative sociali, come pasti comunitari, che favoriscano il contatto tra gli anziani.

Cari amici, la senilità andrebbe sempre vissuta partecipando pienamente alla vita sociale, in tutte le fasi della giornata, e principalmente durante il convivio, momento alquanto propizio per la socializzazione. A prescindere dall'impatto sull'alimentazione, l'isolamento sociale negli anziani è un fattore di rischio anche per altre condizioni di salute, tra cui il declino cognitivo: in un ampio studio pubblicato su The Lancet nel 2020 gli scarsi contatti sociali sono stati indicati, infatti, tra i 12 fattori che possono influenzare il rischio di demenza. Il vivere socialmente con gli altri è indubbiamente la scelta più consona per una vita sana e possibilmente lunga e felice!

A domani.

Mario