venerdì, febbraio 06, 2026

LA TECNOLOGIA DIGITALE CI STA RIPORTANDO ALL'ORALITÀ DEI TEMPI DI SOCRATE. UN PASSO INDIETRO, DOPO IL PASSAGGIO DALL’ORALITÀ ALLA SCRITTURA?


Oristano 6 febbraio 2026

Cari amici,

Per lungo tempo, nella vita dell’uomo, L’ORALITÀ” era la base della relazione umana. Tutto avveniva con l'utilizzo delle parole, per trasmissione orale: i fatti del giorno, i ricordi degli antenati, le vicende belliche vissute, le conquiste e le sconfitte, in quanto la scrittura ancora non esisteva. Anche i momenti felici del riposo erano cantati dai poeti con la musica e la forza della parola, I due grandi poemi come L’Iliade e l’Odissea, furono trasmessi dagli aedi e dai rapsodi (erano i cantori-compositori professionisti nell'Antica Grecia) che, di città in città, di villaggio in villaggio, decantavano i poemi epici per la gioia degli ascoltatori.

Poi, nella costante evoluzione dell’uomo, arrivò il tempo della scrittura,  e la trasmissione orale iniziò a perdere terreno, lasciando il passo alle pergamene, alla mimesi, alla critica e agli scritti dei poeti  e dei filosofi. Nella colta, antica Grecia, i grandi come Socrate operavano oralmente, e anche Platone, che pure scrisse molto, erano entrambi fautori della superiorità della oralità sulla scrittura, alla quale, però, veniva riconosciuta la capacità di ricordare le cose di maggior valore, conservandole nel tempo. Fu Erodoto a sancire il passaggio dall’oralità alla scrittura: fu lui, per primo, a raccogliere notizie di ogni genere da testimoni oculari e fonti non scritte, avvalendosi del confronto e dell’analisi dei dati che solo la forma scritta poteva garantire.

Col passare dei millenni, la superiorità della scrittura sulla trasmissione orale divenne inattaccabile. Ma, come la storia continua a dimostrarci, nulla è eterno. In questo millennio ipertecnologico viviamo immersi in una vita straordinariamente digitale. Non apprendiamo più le notizie dal giornale cartaceo ma dal computer, dal tablet o dal telefonino; come potremo dunque definirci: una civiltà ritornata all’oralità o ancorata alla scrittura? La vita digitale, amici, diversamente dall’età di Gutenberg, somiglia non poco al V secolo a.C. quando ad Atene oralità e scrittura si miscelavano. Mentre, però, in quel tempo all’oralità subentrò la scrittura, oggi si è innescato il processo inverso: è attraverso la stessa scrittura che rinasce l’oralità.

Amici lettori la cruda realtà è che “L’odierna vita digitale”, non è né scritta né orale ma un mix: è scritta e orale allo stesso tempo. Nell’attuale società delle immagini (che prevalgono fortemente sullo scritto), TV, telefonino e tablet, sono una specie di moderna “Caverna di Platone”, dove tutto scorre in tempo reale, luci, ombre, immagini, informazioni, false e finte verità, che dobbiamo esser capaci di distinguere. Nell’ibrido moderno, come è stato accertato dai sociologi, convivere tra oralità e scrittura, ha comportato un pericoloso “regresso all’oralità”. Sociologi esperti di media e capaci psicolinguisti, hanno evidenziato come il linguaggio televisivo, e in misura minore altre forme di trasmissione delle informazioni per immagini (cinema, internet, fumetti, sms), abbiano comportato un regresso sul piano della ricchezza lessicale e delle conoscenze linguistiche da parte di certe fasce sociali e d’età.

La triste realtà è che la civiltà dell’immagine e della digitalizzazione ha profondamente trasformato il nostro modo di interagire con l’informazione, relegando il libro a un ruolo marginale. Questo fenomeno è evidente in vari contesti quotidiani, dove l'attenzione dei lettori è spesso catturata da smartphone e dispositivi digitali, piuttosto che dalle pagine stampate. La lettura, un'attività che richiede tempo e concentrazione, è stata sostituita da un consumo veloce e superficiale di contenuti visivi, che scorrono rapidamente davanti ai nostri occhi.

Cari amici, viviamo questo Millennio ipertecnologico, angosciati da un "iperattivismo" che ci sta trasformando in soggetti quasi inumani, schiavi di una tecnologia asfissiante, che ci somministra valanghe di informazioni in tempo reale in modo frenetico, quasi compulsivo, con il rischio di perdere la nostra umanità. Lontani i tempi in cui l'esperienza profonda che la lettura di un libro offriva, riempiva i nostri momenti di libertà. La metafora dello psicologo nordamericano, che paragona i libri ai velieri, sottolinea la percezione di un'epoca passata, in cui la lettura era centrale nella cultura, ora sostituita da forme di comunicazione più rapide e immediate, ma angoscianti e deprimenti.

A domani.

Mario

giovedì, febbraio 05, 2026

PER INVECCHIARE BENE E A LUNGO CONTA MOLTO ANCHE LA PERSONALITÀ. LA LONGEVITÀ, INSOMMA, DIPENDE ANCHE DALLE NOSTRE CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE.


Oristano 5 febbraio 2026

Cari amici,

Se è pur vero che il segreto di una vita lunga e sana dipende molto dalle nostre buone abitudini quotidiane, come ad esempio condurre una vita sana, seguire una dieta equilibrata, svolgere un regolare esercizio fisico, evitando anche vizi come il fumo e non eccedendo nel consumo di alcool, c’è anche un altro fattore importante che contribuisce a farci vivere meglio e più a lungo. Si, amici, questo ulteriore fattore è costituito dalle nostre caratteristiche psicologiche, ovvero dalla nostra “PERSONALITÀ”. A confermarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Psychosomatic Research, secondo cui la personalità influenza non poco la longevità. Ecco cosa ha scoperto questo studio.

Gli autori di questo importante lavoro di ricerca hanno accertato che le persone esaminate, quando sono state invitate a descriversi durante la compilazione di questionari standard sulla personalità,  hanno evidenziato uno stretto legame tra la longevità e la loro personalità. Più nel dettaglio, nello studio in questione, sono stati analizzati i dati relativi a 22.000 persone adulte nell'ambito di quattro importanti progetti di ricerca, con periodi di follow-up che sono durati mediamente dai 6 ai 28 anni. Quindi, in sintesi, il risultato è che la personalità influenza la longevità.

Il Dottor Terracciano, uno degli autori dello studio, si è così espresso: "Studi precedenti hanno già dimostrato che tratti della personalità come la coscienziosità sono associati al rischio di mortalità. Questo studio si distingue per l’approccio innovativo: ha analizzato i singoli item dei questionari per individuare caratteristiche più specifiche della personalità, offrendo una comprensione più dettagliata delle associazioni con la mortalità". Nello studio pubblicato sul Journal of Psychosomatic Research, infatti, gli autori sono partiti dal presupposto che non è detto che due individui che si identificano nel tratto di estroversione, per esempio, abbiano la stessa longevità. Dall’analisi effettuata, in effetti, è emerso che le persone coinvolte che si sono descritte come attive sono quelle che hanno evidenziato la minore probabilità di morire durante il periodo di studio (21% in meno) rispetto a chi non si è definito tale a parità di età, del sesso e delle condizioni di salute.

Anche quelle persone che si sono descritte come energiche, organizzate, responsabili, laboriose, scrupolose e disponibili, hanno evidenziato una maggiore tendenza di vivere più a lungo. Sempre dall’analisi dei dati è emerso che le persone che si sono descritte come ansiose, lunatiche, rabbiose, tendevano a morire prima. La Dottoressa Luchetti, anche lei autrice dello studio, ha osservato che: "Molti aspetti della coscienziosità sono associati alla longevità. Lo studio ha evidenziato che non si tratta solo di essere organizzati e laboriosi, ma anche di avere un forte senso di responsabilità: mantenere gli impegni, rispettare le norme sociali e prendersi cura degli altri sono comportamenti che riflettono una personalità orientata al dovere e al contributo sociale, tratti che possono favorire una vita più lunga".

La durata della vita, dunque, potrebbe dipendere non solo dal condurre una vita sana, ma anche da come si sceglie di affrontare l’esistenza: la voglia di mettersi a disposizione, di essere attivi, talvolta non sono innate, ma possono anche arrivare dopo, in base a quelle che sono le proprie esperienze. È anche vero, però, che proprio la capacità di sapersi organizzare, l’essere pragmatici sono tutte caratteristiche che possono predisporre a seguire, senza sforzo, uno stile di vita sano, oppure ad adottare la giusta compliance nei confronti di un trattamento farmacologico del quale si potrebbe aver bisogno e quindi sono tutti fattori che possono essere, ben applicati, una sorta di elisir di lunga vita.

Cari amici, vivere bene con gli altri allunga la vita, se, da parte nostra, c'è quella grande apertura mentale capace di mettere in atto tutto il nostro impegno e la nostra forte determinazione nei confronti degli altri. Credo che aprirsi agli altri, essere altruisti e meno egoisti, risulti sempre alquanto positivo, col risultato di esserne ampiamente ripagati!

A domani.

Mario

 

mercoledì, febbraio 04, 2026

INFANZIA E AUTOSTIMA. CHI NON SI SENTE AMATO DA PICCOLO SOFFRE DI DEFICIT EMOTIVO. IL SERIO IMPATTO SULL’ETÀ ADULTA.


Oristano 4 febbraio 2025

Cari amici,

Che allevare i figli sia il compito più difficile del mondo è una verità incontestabile, considerato anche il fatto che non esistono manuali appositi validi per tutti. L’INFANZIA dei propri figli, pertanto, va seguita con grande impegno da parte dei genitori, perché i bambini che non si sentono amati subiscono traumi difficilmente assorbibili. Il bambino cresce credendo di meritare il meglio, sia in amore che in attenzioni; se tutto questo manca, il risultato è un’autostima fragile, difficile poi da consolidare. Questo deficit emotivo precoce può portare, secondo quanto riportato dagli studiosi e pubblicato nel media Global English Editing, a dubbi costanti sul proprio valore, ad un'autocritica invadente e persino ad un senso di illegittimità di fronte ai successi.

Sentirsi amati e coccolati da piccoli, amici, è qualcosa di molto importante, in quanto quando le figure che dovrebbero proteggerci e valorizzarci creano frustrazione, delusione e trascuratezza, si crea un forte senso di sfiducia, insomma, non ci si sente più amati. Rendersi conto che i genitori lo trascurano, fa perdere al bambino l’innata fiducia in loro, ovvero quella forte convinzione di essere sempre, in ogni momento, amato e sostenuto incondizionatamente, altrimenti inizia il tormento del dubbio e dell’ansia, arrivando così alla cosiddetta ”NEGLIGENZA EMOTIVA”.

La negligenza emotiva, in psicologia, è quella forma di maltrattamento infantile, in cui i genitori non forniscono il supporto emotivo e l’affetto necessari per il sano sviluppo emotivo e psicologico del bambino. Questo tipo di negligenza può manifestarsi in diverse forme, tra cui: la Mancanza di affetto, nel senso che i genitori possono essere emotivamente distanti o freddi nei confronti del bambino, mancando di dimostrare affetto, amore o preoccupazione per il suo benessere emotivo.

La Mancanza di supporto emotivo. Il bambino potrebbe non ricevere sostegno emotivo o conforto durante periodi di stress, difficoltà o sofferenza emotiva. I genitori potrebbero non essere presenti o non mostrare interesse per i sentimenti del bambino; la Mancanza di attenzione e ascolto. I genitori potrebbero non essere disponibili per ascoltare e comprendere le emozioni del bambino o ignorare i suoi bisogni emotivi, facendo sentire il bambino trascurato o non valorizzato; l’Ambiente emotivamente instabile. La vita familiare potrebbe essere caratterizzata da un clima emotivamente instabile, con frequenti conflitti, tensioni o mancanza di coerenza nelle reazioni emotive dei genitori.

Amici, la negligenza emotiva, che porta il bambino a soffrire di “Deficit emotivo”, può avere gravi conseguenze sullo sviluppo psicologico successivo del bambino. Può portare a problemi di autostima, difficoltà nei rapporti interpersonali, ansia, depressione, problemi di regolazione emotiva e altri disturbi psicologici. È importante riconoscere e affrontare subito la negligenza emotiva per garantire il benessere psicologico dei bambini e promuovere un ambiente familiare sano e amorevole.

Amici, crescendo, i bambini che non si sono sentiti amati a sufficienza, avranno sicuramente problemi nell’età adulta. Nella scoperta dell’amore adulto il soggetto sarà spesso in dubbio sulla sua validità; ogni segno di affetto gli farà venire il dubbio: sarà amore vero, sincero? Quanto durerà? Non verrò, magari, abbandonato di nuovo? Questa paura dell'abbandono a volte porta a comportamenti estremi. Alcune persone sviluppano iperdipendenza emotiva, aggrappandosi a qualsiasi segno di attaccamento. Altri, al contrario, evitano ogni impegno emotivo, per paura di soffrire di nuovo. Due risposte opposte, ma che riflettono la stessa esigenza fondamentale: sentirci sempre amati per quello che siamo.

Cari amici, quale, dunque, il consiglio per essere dei buoni genitori? Per riconoscere se il proprio bambino è emotivamente trascurato, è importante osservare attentamente il suo comportamento e le sue reazioni. Segni di negligenza emotiva possono includere distacco emotivo, apatia, scarsa capacità di gestire le emozioni, bassa autostima, ansia, depressione e difficoltà nei rapporti interpersonali. Per migliorare la situazione i genitori possono adottare diverse strategie, tra cui: mostrarsi disponibili ad ascoltarli e supportarli quando necessario, creare un ambiente emotivamente sicuro in cui il bambino si senta amato, accettato e rispettato; inoltre, sviluppare e promuovere un dialogo aperto e rispettoso. Confermo, amici lettori, che “Essere dei buoni genitori è davvero un compito estremamente difficile!”.

A domani.

Mario

martedì, febbraio 03, 2026

QUANTO È DIFFICILE CONOSCERE SE STESSI! LO SOSTENEVA, GIÀ MILLENNI FA, IL FILOSOFO GRECO TALETE DI MILETO.


Oristano 3 febbraio 2026

Cari amici,

Sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, luogo dove gli antichi greci si recavano per consultare l’oracolo, era incisa la celebre massima "CONOSCI TE STESSO" (in greco: Γνῶθι σεαυτόν, Gnōthi seautón), attribuita a varie figure, inclusi i Sette Saggi o lo stesso Apollo. Il motto fu poi ripreso dal filosofo greco SOCRATE, che lo fece diventare il fulcro della sua filosofia. Socrate intese la massima come un invito a conoscere la propria anima e i propri limiti per raggiungere la virtù e la felicità. Conoscere realmente se stessi, amici lettori, è una riflessione che da millenni accompagna l’umanità.

Ebbene, tra i filosofi dell’antichità, TALETE DI MILETO è annoverato tra i Sette savi della Grecia antica, colui che gettò le basi della filosofia occidentale. Talete non fu solo un pensatore brillante del VI secolo a.C., ma anche matematico, astronomo e pioniere dell’osservazione razionale della natura. Oltre all’intero bagaglio di scienza che ci ha lasciato in eredità, fu lui tra i primi ad adottare la celebre frase prima ricordata, incisa sul frontone del Tempio di Apollo, ribadendo che «La cosa più difficile è conoscere se stessi e la più facile è parlare male degli altri».

Il grande pensatore del passato TALETE DI MILETO fu il primo a formulare spiegazioni razionali sulla natura senza ricorrere ai miti, agli dèi. Per lui, la filosofia non iniziava con la speculazione sul soprannaturale, ma con l’osservazione e la riflessione sul reale. E la sua riflessione parte proprio dalla concretezza del nostro essere, da se stessi. Talete, insomma, già millenni fa, aveva intuito che la più grande saggezza non stava nel conoscere il mondo, né in qualcosa che potessimo trovare fuori di noi, ma nel "conoscerci a fondo" guardando dentro di noi.

La famosa frase prima riportata evidenziava quanto sia complesso per ciascuno di noi l'autoesame interiore, rispetto alla facilità con cui esprimiamo il giudizio sugli altri, valutazione valida oggi come ieri. Il pensiero di Talete intendeva sottolineare la difficoltà che ciascuno di noi ha nel raggiungere la vera conoscenza di sé; un percorso introspettivo alquanto impegnativo, contrapposto alla facilità con cui si tende, invece, a criticare o giudicare il prossimo. Egli si era ben presto reso conto che arrivare a sapere chi siamo davvero, al di là di ciò che appariamo, di ciò che sentiamo o di ciò che proiettiamo, non era affatto semplice.

Amici, oggi viviamo in un millennio ipertecnologico dove predominano le apparenze, dove diamo valore più all’apparenza che alla sostanza, più alla superficialità più che alla concretezza, per cui – oggi come ieri -  l’introspezione, il guardarci dentro, risulta davvero difficile.  Come ebbe occasione di scrivere lo psicologo e scrittore svizzero Carl Jung, «quello che neghi ti sottomette e quello che accetti ti trasforma». Guardare dentro di sé implica il confrontarsi con le proprie paure, con le nostre contraddizioni, le nostre ferite e persino le nostre ombre. Non è certo qualcosa di confortevole, ma guardarsi dentro è proprio necessario farlo. Certamente, quando rimaniamo all’oscuro di noi stessi, è molto più facile erigere un piedistallo e credere di essere migliori di quanto realmente siamo.

Si, amici, viviamo in un’epoca in cui il sapere esterno è infinito: abbiamo accesso a milioni di dati ventiquattro ore al giorno, senza sosta, ma dedichiamo poco tempo ad esplorare ciò che c’è dentro di noi. Non esiste silenzio. Sembra che ci definiamo per ciò che pubblichiamo sui social e per come vogliamo essere visti, non per chi siamo veramente! E ciò ci porta alla seconda parte della frase di Talete: «La cosa più facile è parlare male degli altri».

Cari amici, dovremmo più spesso andare a rileggere i filosofi nostri antenati. Ci siamo allontanati dalla vita reale per adottare una vita virtuale fatta di apparenza e di poca sostanza. Perciò ci viene più facile giudicare gli altri, criticarli, proiettando su di loro le nostre frustrazioni in un meccanismo di auto-difesa. Ciò ci protegge, almeno momentaneamente, dall’avere a che fare con le nostre crepe interiori. Ma il virtuale, poi, ci farà tornare al reale, e allora, volenti o nolenti, saremo costretti a guardarci dentro, e finalmente arrivare a capire chi e cosa siamo in realtà.

A domani amici lettori.

Mario

lunedì, febbraio 02, 2026

QUANDO ARRIVA L'INVERNO, CI ASSALE LA TRISTEZZA. QUALI LE MOTIVAZIONI DELL’WINTER BLUES, CHE ACCOMPAGNA TANTE PERSONE?


Oristano 2 febbraio 2026

Cari amici,

Con il termine “WINTER BLUES”  si intende quella curiosa, temporanea, sensazione di malinconia, accompagnata da tristezza, calo di energia e motivazione, che colpisce molte persone nei mesi autunnali e invernali, legata alla minore esposizione alla luce solare e alle giornate più corte. Pur non trattandosi di una vera e propria forma di depressione, quella che comunemente viene definita Winter blues, colpisce annualmente tutta una serie di persone, accompagnandole nei mesi più bui dell’anno.

Gennaio e febbraio, per esempio, sono il mesi più interessati, considerato che, dopo lo spegnersi delle luci di Natale e superato il periodo dell’Epifania, il periodo caldo e luminoso sembra così lontano come le agognate ferie! C’è da vivere, nelle fredde e poco luminose giornate invernali, gli impegni quotidiani di routine, vissuti spesso in un contesto fatto di freddo e grigiore, con giornate umide e corte. Insomma, gennaio e febbraio sono sicuramente i mesi più duri da affrontare, a livello di energie e di umore.

Una delle principali cause è di certo la riduzione delle ore di luce naturale, che rappresenta uno dei fattori più studiati in relazione all’umore invernale. La luce regola il ritmo circadiano, l’orologio biologico che sincronizza sonno, veglia, appetito e produzione ormonale. In inverno, l’esposizione alla luce diminuisce proprio nelle fasce orarie più importanti per il cervello, come il mattino. La minor esposizione alla luce può influire sulla produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno, e sulla disponibilità di serotonina, coinvolta nei meccanismi dell’umore. Il risultato non è automaticamente una condizione patologica, ma una maggiore predisposizione a sentirsi affaticati, rallentati e meno reattivi.

Un altro fattore, che gioca un ruolo anch’esso importante è la percezione psicologica delle giornate. In inverno accade spesso di dover uscire di casa, per andare a scuola e al lavoro, quando è ancora buio e rientrare che è già sera. Il risultato? Una sensazione di compressione del tempo, come se le giornate fossero tutte uguali e prive di spazi personali. La routine lavorativa e scolastica, dopo la pausa delle festività, torna a occupare gran parte della giornata proprio mentre le possibilità di svago all’aperto si riducono. Lo squilibrio tra doveri e gratificazioni contribuisce a dare una sensazione di frustrazione e di pesantezza mentale.

La tristezza in questi mesi assale in modo forte, soprattutto pensando alle lunghe serate piene di luce del periodo primaverile,  giornate che fanno vivere in modo gioioso in particolare i momenti di libertà. Nelle grigie e buoi giornate invernali le luminose giornate appaiono lontanissime, e le ferie estive addirittura una chimera, tanto che l’orizzonte temporale sembra improvvisamente diventato più rigido. Il contrasto tra buio e luce accentua la sensazione di vuoto e di fatica, soprattutto in chi vive già periodi di stress o carichi di responsabilità elevati.

È importante distinguere il WINTER BLUES dal disturbo affettivo stagionale (DAS). Il primo è una risposta comune e transitoria alle condizioni ambientali e sociali dell’inverno. Invece, il disturbo affettivo stagionale, (DAS), o SAD (Seasonal Affective Disorder), è stato riconosciuto in quanto condizione clinica legata al ciclo stagionale, caratterizzata da sintomi più intensi e persistenti, che interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana.

Amici, come possiamo combattere la tristezza delle giornate corte e buie dell’inverno? Pur non essendo facile dobbiamo provarci. Non è necessario porsi grandi obiettivi, ma mettere in atto piccole azioni concrete. Per esempio? Ricavarsi, durante la giornata, “Momenti di relax”, in cui fermarsi, respirare e fantasticare; oppure dieci minuti di esercizi a corpo libero; anche regalarsi una passeggiata lenta all’aria aperta, senza meta né fretta, oppure iniziare un nuovo hobby o dedicarsi a un interesse che avevamo messo da parte magari per mancanza di tempo risulta utile: nella cultura giapponese tutto questo è ikigai, ovvero ciò che dà senso alle nostre giornate e ci fa sentire vivi.

Cari amici, tutte le stagioni vanno vissute con interesse e passione, perché ognuna ha momenti positivi e, ovviamente, anche negativi. Nei mesi invernali possiamo fare bene tante cose che nei mesi caldi è più difficile, basta solo il nostro impegno e la nostra fantasia, per godere appieno di tutte le stagioni. La vita è bella sempre!

A domani.

Mario

domenica, febbraio 01, 2026

QUANDO L'ALTRUISMO DIVENTA TERAPEUTICO. AIUTARE GLI ALTRI RALLENTA ANCHE IL DECLINO COGNITIVO.


Oristano 1° febbraio 2026

Cari amici,

Voglio iniziare i post di febbraio parlando di "ALTRUISMO", perchè viviamo, oramai, in una società che ha come regola base di vita l’EGOISMO. Eppure, sappiamo bene che essere egoisti è un modo di vivere errato, dannoso anche per la propria salute fisica e mentale, in quanto porta all'isolamento sociale, e ad avere relazioni superficiali e inappaganti. Il suo contrario, invece l’ALTRUISMO, è generalmente positivo, perché consente felici relazioni sociali, appaganti e gratificanti. Sì, amici, aiutare gli altri, svolgendo attività altruistiche e di volontariato, risulta alquanto appagante, arrivando a creare quel benessere mentale capace anche di rallentare il declino cognitivo, specialmente nelle persone over 50, migliorando anche l'umore e promuovendo una sensazione di confortante benessere psicologico.

Il nostro cervello ricava benefici notevole dalla disponibilità del soggetto ad occuparsi degli altri, grazie alla stimolazione sociale e al senso di scopo. Questo tipo di disponibilità meglio definita "altruismo terapeutico", si affianca ad altre strategie preventive per scongiurare il declino cognitivo, come l’esercizio fisico, la dieta sana e la stimolazione cognitiva. In sintesi, avere piacere ad interessarsi agli altri e al loro bene, innesca processi positivi nel cervello, legati alla ricompensa e al senso di autoefficacia.

Aiutare gli altri, insomma, non è soltanto un banale  gesto di altruismo, ma ha, invece, sicuri effetti positivi sulla salute del proprio cervello e sul suo funzionamento. Ciò è emerso chiaramente da un nuovo vasto studio condotto dall'Università del Texas di Austin e dell'Università del Massachusetts di Boston su oltre 30.000 persone over 50, che ha evidenziato come l’aiutare gli altri, sia individualmente che facendo attività di volontariato, sul lungo periodo contribuisce a ridurre il tasso del declino cognitivo di circa il 15-20%.

L’altruismo praticato con costanza, che parte dall’avere regolari e costanti interazioni sociali, è dimostrato che risulta fondamentale per prevenire il declino cognitivo che sfocia nel rischio di  una possibile demenza, dimostrando chiaramente che aiutare gli altri ha ricadute positive sul nostro benessere, in particolare nella fase dell'invecchiamento. Nello studio prima citato i ricercatori hanno osservato l'andamento del declino cognitivo dei partecipanti lungo due decenni, e lo hanno confrontato con le loro abitudini legate all'aiutare gli altri. Hanno preso in considerazione sia forme di aiuto strutturato, come attività di volontariato, sia azioni individuali, come ad esempio l'aiutare vicini, amici o familiari in modo costante e regolare.

In questo modo i ricercatori hanno potuto constatare che il declino cognitivo, che è normalmente associato all'invecchiamento, sembrava rallentare man mano che i partecipanti svolgevano azioni per aiutare gli altri in modo costante e regolare. I benefici più significativi sul rallentamento del declino cognitivo sono stati osservati nei partecipanti che erano abituati a dedicare tra le due e le quattro ore alla settimana ad aiutate gli altri. In questi partecipanti la riduzione del declino cognitivo è stata anche del 15%-20%. Al contrario, chi con l'avanzare dell'età aveva smesso completamente di dedicare tempo ad aiutare gli altri (in qualsiasi forma), mostrava un peggioramento della funzione cognitiva.

Amici, questo studio credo faccia riflettere non poco. Direi che stimolare, man mano che l’età avanza, le persone ad aiutare gli altri, può essere alquanto terapeutico “come misura preventiva”, per riuscire a limitare il forte aumento dei casi di demenza previsti nei prossimi anni, complice anche il progressivo invecchiamento della popolazione mondiale. "Ciò suggerisce l'importanza di mantenere gli anziani impegnati in qualche forma di aiuto il più a lungo possibile, con supporti e sistemazioni adeguate", ha spiegato il professor Sae Hwang Han, a capo dello studio.

Cari amici, il problema è davvero molto serio. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) infatti la demenza, che nella maggior parte dei casi è causata dalla malattia di Alzheimer, oggi colpisce circa 55 milioni di persone in tutto il mondo, ma si stima che entro il 2050 questo numero potrebbe quasi triplicare, raggiungendo la soglia di 139 milioni di persone. Operiamo allora per far sì che l’ALTRUISMO si diffonda sempre più, perché i primi a goderne sono quelli che lo praticano! SENECA, molti secoli fa, ammoniva: “Chi aiuta gli altri, aiuta se stesso”!

A domani.

Mario

sabato, gennaio 31, 2026

UNA SERIA RIFLESSIONE SUL FUTURO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. PER FRANCESCO BRANDA, “LA PROSSIMA GRANDE SFIDA SARÀ CAMBIARE IDENTITÀ ALL’A.I…”


Oristano 31 gennaio 2026

Cari amici,

Voglio chiudere i post di Gennaio di questo nuovo anno 2026, dedicando la mia quotidiana riflessione all'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Oggi si parla tanto, e spesso impropriamente, di INTELLIGENZA ARTIFICIALE, capace secondo alcuni non solo di raggiungere le capacità dell’intelligenza umana ma anche di superarla. Chi vede in questi termini, l’A.I. non fa altro che darne una valutazione fuorviante. Chi ne parla come se fosse dotata di coscienza, comprensione o intuizione, commette un errore concettuale che può avere serie conseguenze concrete. Come puntualizza il professor Francesco Branda, “L'A.I. non è intelligente nel senso umano, perché non prova empatia, non comprende le sfumature, non ha esperienza”.

Il professor Francesco Branda, calabrese del 1994, attualmente ricopre la posizione di Professore a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, dove è docente di diversi corsi di statistica medica. La sua attività di ricerca si focalizza sull’integrazione tra statistica medica, epidemiologia digitale e sistemi di epidemic intelligence, con particolare attenzione alla sorveglianza genomica ed epidemiologica delle malattie infettive emergenti.

Per il suo importante contributo alla promozione della scienza aperta all’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario, è stato inserito da Fortune Italia nella lista dei “40 Under 40” del 2024 e ha ricevuto il Premio Magna Grecia Awards 2024, in riconoscimento della qualità della sua ricerca e del suo impegno nella diffusione della conoscenza scientifica. Per il professore, focalizzando l’attenzione sull’Intelligenza Artificiale, “Serve un salto culturale. Non è sufficiente introdurre etichette o segnalazioni (“contenuto generato da AI”), né basarsi su regole giuridiche o tecniche. È necessario costruire una nuova ecologia del giudizio, fondata sulla capacità critica, sul discernimento, sulla responsabilità personale e collettiva”.

Il professor Branda, fresco socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), è convinto che “la prossima grande sfida sarà cambiare identità all’A.I., a partire dal nome, attribuendole il peso e il significato che merita, cioè un sistema statistico avanzato che funziona solo grazie alla progettazione umana, in quanto non un’entità autonoma”. “Non facciamoci ingannare: l’AI non è intelligente in senso umano”, sostiene con convinzione.

Il professor Branda non vuole certo sminuire lo straordinario apporto dato dall’A.I. alla conoscenza umana. “Le sue capacità di elaborare enormi quantità di dati, generare previsioni e suggerire soluzioni in pochi secondi, compiti che in passato richiedevano mesi o anni di lavoro umano, pongono interrogativi cruciali: fino a che punto possiamo delegare decisioni complesse a sistemi intelligenti? Quali equilibri etici e sociali dobbiamo stabilire? E soprattutto, come garantire che questa tecnologia amplifichi l’umanità e non la sostituisca?”, ecco i dubbi e le domande che il professore si pone e pone agli altri!

L’A.I. – puntualizza il professore – “Non è intelligente nel senso umano, non prova empatia, non comprende le sfumature, non ha esperienza”. È un’interfaccia statistica sofisticatissima, capace di analizzare dati, riconoscere pattern, generare previsioni e suggerire decisioni. "MA RESTA UNO STRUMENTO", certo, potentissimo, ma pur sempre un mezzo”. Riconoscere questo “significa riaffermare la centralità dell’uomo. Il Test di Turing, spesso evocato come misura dell’intelligenza artificiale, non deve essere letto come un traguardo che rende la macchina “umana”, bensì come un promemoria della nostra responsabilità”, ribadisce la seria riflessione dello scienziato.

Amici, come conferma il grande ricercatore, “la tecnologia avanza più rapidamente della nostra capacità di comprenderne le implicazioni sociali, etiche e politiche. L’A.I. non è solo, dunque, il protagonista delle rivoluzioni presenti, è l’architetto di scenari futuri. La sua capacità di anticipare focolai epidemici, prevedere la diffusione di varianti virali e supportare decisioni strategiche nella gestione delle emergenze sanitarie la rende uno strumento essenziale per affrontare le sfide poste dalla mobilità globale, dai cambiamenti climatici e dalle malattie emergenti.

Ma attenzione, ribadisce con forza il professore: “Il timone deve restare in mano all’uomo. Senza una guida etica, senza un progetto umano che dia senso e finalità, la macchina rischia di diventare un automa potente ma cieco, capace di produrre risultati ma incapace di giudicare il loro valore”. Insomma, nel 2026 la sfida non è più solo tecnologica, ma “sociale, culturale ed educativa. Cambiare identità all’A.I., comprenderne la reale natura, riaffermare la centralità dell’uomo e guidare le persone ad un uso sapiente e consapevole della tecnologia sarà la sfida del futuro. "Solo così – conclude – la promessa del futuro potrà trasformarsi in un progresso sostenibile, equo e umano”.

Amici, credo che non ci sia altro da aggiungere…

A domani.

Mario