sabato, maggio 16, 2026

LA NUOVA VITA DEGLI ANTICHI MONASTERI: DAI MEETING ALLE VACANZE IN MONASTERO, FINO AL LORO MODERNO RI-UTILIZZO PER RINNOVARE I MANAGER DI OGGI.


Oristano 16 maggio 2026

Cari amici,

I MONASTERI, quegli antichi luoghi di meditazione e di silenzio, sorsero lontano dalle città principalmente a partire dal IV secolo d.C., sviluppandosi poi notevolmente durante l'Alto Medioevo (VI-VIII secolo). A edificarli furono quei monaci che, basandosi sulla “Regola Benedettina dell’Ora et labora”, cercavano in questo modo di fuggire le tentazioni del mondo per dedicarsi totalmente alla preghiera, alla meditazione e al lavoro. Questo forte bisogno di isolamento, tipico del monachesimo occidentale, col passare del tempo trasformò i monasteri in Comunità autosufficienti immerse nella natura, dove il silenzio risultava fondamentale per vivere in modo consono il loro bisogno di spiritualità.

Ora, col passare dei secoli, questo bisogno di serenità interiore, sta tornando prepotentemente in auge, tant’è che negli ultimi decenni molti monasteri sono diventati gradito luogo d’incontro  da parte di manager e professionisti, che li utilizzano come sede di Meeting di alto livello, oppure per particolari vacanze anti stress. Questo, amici, avviene anche in Sardegna, e ne è un bell’esempio il Monastero di San Pietro di Sorres a Borutta (SS), Abbazia benedettina del XII secolo, che offre agli ospiti una Sala Capitolare attrezzata per meeting, convegni e ritiri. È un luogo alquanto felice, scelto per la sua atmosfera silenziosa e spirituale, che offre ospitalità e pace in foresteria, un luogo ideale per incontri aziendali che cercano concentrazione, meditazione e un ambiente accogliente ed essenziale.

Si, amici, i grandi professionisti al giorno d’oggi sono fortemente angosciati dalla caotica vita moderna, intrappolati, con forte sofferenza, negli alveari delle stressanti nostre città. Ed ecco che, per venire incontro alle loro esigenze, dei seri professionisti, ingegneri, architetti e interior designer, hanno avuto la brillante idea di riconvertire alla vita di oggi diversi degli antichi monasteri oggi abbandonati, adattandoli alle esigenze della vita moderna. La ristrutturazione di questi luoghi punta a riconvertire questi antichi spazi in luoghi di ospitalità (foresterie), centri di lavoro artigianale, "oasi verdi" e spazi per ritiri spirituali laici o "digital detox", rispondendo in questo modo al bisogno di rallentare i ritmi frenetici odierni.

Amici lettori, grazie alla lungimiranza di questi seri professionisti, alcuni di questi solitari luoghi di culto e preghiera, da tempo chiusi e abbandonati, si stanno trasformando in interessanti, validi “rifugi contemporanei”, capaci di rinvigorire lo spirito e la mente dei professionisti di alto livello in preda a stress e  burnout. Ecco un esempio. In occasione del Caffè della Stampa al Cersaie 2024, si è tenuto un interessante incontro dedicato proprio al tema del riuso e della trasformazione del patrimonio architettonico religioso.

L’evento, organizzato dalla rivista CHIESA OGGI, ha visto la partecipazione di importanti professionisti del settore, come l’ Architetto Lamberto Rossi e l’Architetto Marco Tarabella, dello studio Lamberto Associati. Durante la conferenza, i relatori hanno condiviso la loro esperienza nel recupero e nella trasformazione del Parco dei Monasteri di Cremona, un ambizioso progetto di rigenerazione urbana che ha ridato vita a una vasta area monastica dismessa, trasformandola in un campus universitario.

Il Parco dei Monasteri di Cremona rappresenta un esempio emblematico di come il recupero di edifici storici possa diventare un volano per la rigenerazione urbana. L’Architetto Lamberto Rossi ha descritto il progetto come una delle poche esperienze in Italia di urbanistica partecipata, dove il coinvolgimento attivo della Comunità locale è stato fondamentale per il successo dell’iniziativa. Questo approccio ha permesso di trasformare un’area abbandonata in un nuovo centro di vita e cultura, che non solo preserva il valore storico degli edifici, ma li adatta a nuove funzioni, come la creazione di un campus universitario legato al polo bio-agroalimentare dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Cari amici, in realtà è proprio vero il detto che “NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE, MA TUTTO SI TRASFORMA”! I monasteri, quegli antichi pilastri di meditazione e di silenzio basati sulla regola di San Benedetto, si stanno trasformando in nuovi luoghi di vita serena dell’uomo del Terzo Millennio; veri rifugi contemporanei per lo spirito e la mente, oramai troppo tormentata e compressa dai ritmi della vita moderna! Gli antichi luoghi della ricerca di serenità, di riflessione e di pace dello spirito, risultano ancora oggi validi e utili per la serenità e la salvezza dell’uomo!

A domani.

Mario

 

 

venerdì, maggio 15, 2026

L'ELICRISO, QUEL PROFUMATO "SOLE DI SARDEGNA", NON È SOLO FAMOSO PER IL SUO ANTICO SPLENDORE, MA È ANCHE UNA PIANTA CAPACE DI ASSORBIRE, NEL SUOLO, I METALLI PESANTI.


Oristano 15 maggio 2026

Cari amici,

L'elicriso (Helichrysum Italicum), è felicemente presente in Sardegna, specie nelle zone costiere, e la cui presenza è segnalata al passante dal  forte ed inebriante profumo che con la brezza del maestrale leggero, si diffonde e impregna tutta la campagna. È un profumo che colpisce subito il forestiero, appena arrivato nella nostra isola, dandogli immediatamente la sensazione di essere arrivato in un luogo straordinario! Su questa pianta,  che prende nome dai termini greci “helios” = sole e “Chrysos” = oro, per l’intenso color oro dei suoi fiori che brillano alla luce del sole, ho già avuto modo di scrivere su questo blog; il mio post del 14 dicembre del 2011, riporta un po’ la sua storia, e chi è curioso può andare a leggere o rileggere quanto scrissi, cliccando sul seguente link: https://amicomario.blogspot.com/2011/12/lelicriso-il-semprevivo-sole-doro-della.html.

Amici, l’Elicriso era ben noto e apprezzato molti millenni fa. I sacerdoti greci e romani lo apprezzavano così tanto che usavano incoronare le statue degli dèi con i suoi fiori, che possiedono anche un’altra particolarità: pur diventando secchi non si decompongono mai, resistendo nel tempo con grande brillantezza. L’elicriso, pur nella sua apparente semplicità, è una pianta davvero straordinaria, ma non solo per la sua semplice bellezza e il suo profumo, ma anche perché è un prezioso alleato naturale contro l’inquinamento dei metalli! Si, quelli presenti nei siti minerari dismessi. In Sardegna, in particolare nell’antica miniera di Ingurtosu, vengono neutralizzati dall’elicriso, che viene impiegato per contrastare la forte contaminazione del suolo dai metalli pesanti presenti in tutto il territorio circostante.

Ad accertare questa sua straordinaria capacità è stato uno studio effettuato da un team di ricercatori dell’Università di Cagliari, pubblicato su una rivista internazionale. Lo studio ha dimostrato la grande capacità di questa pianta di trattenere zinco, piombo e cadmio a livello radicale, e limitarne così la diffusione nel suolo. Nell’importante scoperta sono stati coinvolti tre dipartimenti, l’Hortus Botanicus Karalitanus e il Centro Conservazione Biodiversità. L’interessante scoperta è stata pubblicata sulla rivista internazionale “Bulletin of Enviromental Contamination and Toxicology”. L’articolo, dal titolo “Metal Tolerance Capability of Helichrysum microphyllum Cambess. subsp. tyrrhenicum Bacch., Brullo & Giusso: A Candidate for Phytostabilization in Abandoned Mine Sites”.

Amici lettori, come a tutti noi ben noto, le discariche minerarie dismesse presenti in Sardegna causano, purtroppo, un negativo, forte impatto ambientale sul territorio, con serie conseguenze che portano ad una serie di problematiche che interessano l’aria, il suolo, il sottosuolo, le acque superficiali e sotterranee, compromettendo fortemente la biodiversità e la salute umana. Ebbene, la ricerca prima evidenziata ha dimostrato la grande capacità dell’elicriso tirrenico di tollerare elevatissime concentrazioni di zinco, piombo e cadmio, i tre metalli pesanti inquinanti più pericolosi, presenti nella discarica mineraria di Campo Pisano (Iglesias).

Questa grande capacità di assorbimento dei metalli, da parte della pianta è messa in atto dall’apparato radicale, che riesce a trattenere questi metalli limitandone la loro traslocazione negli organi epigei come i fusti e le foglie. Queste capacità, unite alla sua grande adattabilità alle differenti condizioni climatiche ed edafiche, la rendono un’ottima candidata per interventi di fito-stabilizzazione di aree minerarie dismesse. Lo studio dei ricercatori dell’Università di Cagliari, inoltre, ha permesso di evidenziare l’importanza dell’utilizzo della flora autoctona come risorsa naturale in grado di mitigare gli impatti antropici pregressi.

Cari amici, L'elicriso (Helichrysum italicum) si conferma, dunque, un prezioso alleato naturale nella bonifica dei siti minerari dismessi in Sardegna, capace quindi di rigenerare i suoli inquinati delle contaminate zone minerarie sarde, a partire dalla zona mineraria di Ingurtosu-Montevecchio. Questa pianta straordinaria, capace di catturare i visitatori dell’isola con il suo straordinario, intenso profumo, si rivela anche purificatrice del suolo contaminato, trasformandosi così da semplice essenza aromatica in strumento biologico per la salvaguardia ambientale!

A domani, cari amici lettori!

Mario

giovedì, maggio 14, 2026

LA DISCREZIONE, VIRTÙ FONDAMENTALE NELLO STILE DI VITA DI IERI E DI OGGI. LA “DISCREZIO”, BEN PRESENTE NELLA MILLENARIA “REGOLA” DI SAN BENEDETTO.


Oristano 14 maggio 2026

Cari amici,

A definire in modo chiaro e lampante cos’è “LA DISCREZIONE”, ci ha pensato tanto tempo fa il grande santo San Benedetto da Norcia. La “DISCRETIO” (discrezione/discernimento) rappresenta il cuore pulsante e la "madre delle virtù" nella famosa “Regola di San Benedetto” da Norcia. Non si tratta semplicemente di Riservatezza, ma di quel particolare senso di misura, prudenza e sapienza spirituale che deve guidare ogni aspetto della vita monastica, evitando gli eccessi e adattando la severità ascetica alle capacità dei singoli individui.

Si, amici, La «DISCRETIO», di cui San Benedetto fu propulsore e maestro, altro non è che quel senso di misura del rapporto con sé stessi, con gli altri, con il Padre, ma anche con le cose, l’ambiente, il tempo. La Discrezione è la “Strada maestra”, davvero preziosa, per potersi prendere cura di sé e degli altri. Per San Benedetto la Discrezione è “La Madre delle Virtù”,, ma cosa intende concretamente quando dice che la discrezione è madre delle virtù? Conoscendo le sue letture preferite, possiamo pensare che quella frase derivi da una citazione di un passo delle “Conferenze di Cassiano”.

Le “Conferenze” (Collationes) di Giovanni Cassiano, scritte tra il 420 e il 428 d.C., sono un capolavoro della letteratura monastica che riporta i dialoghi spirituali avuti con i Padri del deserto in Egitto. L'opera, divisa in tre serie, si concentra sulla vita ascetica, la preghiera e la lotta contro i vizi; un’opera che ha influenzato profondamente il monachesimo occidentale, inclusa la regola di San Benedetto. In quest’opera  si racconta della famosa conversazione avvenuta ai tempi di Antonio, tra i vari anziani che si domandavano quale fosse la virtù che più di ogni altra conduce a Dio. Gli anziani, dopo lunga riflessione, diedero alla fine ciascuno la sua risposta: per alcuni la virtù principale era l’ascesi delle veglie e dei digiuni, per altri la radicalità della rinuncia al mondo, per altri la solitudine, per altri le opere di misericordia. Alla fine parla Antonio che afferma: tutte queste virtù possono condurre l’uomo a Dio, ma possono essere per lui anche occasione di inganni e illusioni. La virtù più importante è invece quella che ci è indispensabile affinché tutte le altre possano raggiungere effettivamente il loro scopo, e questa virtù si chiama: DISCREZIONE.

Amici lettori, e oggi? Qual è il valore della “DISCREZIONE” in questo millennio iper-tecnologico, certamente diversissimo da quello prima citato? Nell’attuale terzo millennio la discrezione ha subito una trasformazione radicale, evolvendosi da semplice norma interiore di buona educazione a una vera e propria forma di resistenza culturale e tutela personale nell'era della sovraesposizione digitale. L’uomo di questo millennio vive un’esposizione mediatica complessa, dove la riservatezza è quasi una chimera, dove la privacy è un traguardo da raggiungere e da difendere.

Oggi la Discrezione si configura come una decisa “Gestione della Privacy e dei  Dati”: Nell'era dei social media e dei big data, essere discreti significa proteggere la propria vita privata, limitando la condivisione di informazioni sensibili e gestendo con cura la propria "impronta digitale". Quanto alla Riservatezza Professionale e Politica, ovvero in contesti istituzionali e lavorativi, la discrezione è sinonimo di responsabilità, etica e capacità di gestire le informazioni riservate, evitando la spettacolarizzazione.

Discrezione, amici, significa anche porre un freno agli eccessi: in un mondo caratterizzato da una cultura dell'immagine e dell'immediata visibilità, la discrezione diventa una scelta stilistica ed esistenziale, che predilige la sobrietà e il garbo all'ostentazione. Discrezione è anche avere la capacità di distinguere ciò che è "opportuno condividere", separandolo da ciò che deve rimanere riservato, operazione che diventa un atto di intelligenza relazionale.  In sintesi, amici, se un tempo la discrezione era un obbligo sociale passivo, oggi è un atto attivo e consapevole di autotutela della propria individualità e dignità.

Cari amici, la DISCREZIONE dovrebbe essere sempre il filo conduttore della nostra vita!

A domani.

Mario

mercoledì, maggio 13, 2026

LO STRESS SECONDO EINSTEIN. LE ENERGIE MENTALI NON SONO ILLIMITATE, ECCO LE 7 (SETTE) REGOLE PER COMBATTERE LO STRESS E VIVERE MEGLIO.


Oristano 13 maggio 2026

Cari amici,

Il grande fisico e matematico tedesco ALBERT EINSTEIN (1879–1955) è considerato uno dei più influenti scienziati del XX secolo. Premio Nobel per la fisica nel 1921, divenne celebre in particolare per aver rivoluzionato la fisica moderna con la teoria della relatività. Questo genio della fisica, però,  fu anche un maestro nella gestione delle proprie energie mentali, adottando uno stile di vita che proteggeva la sua mente dal caos e dallo stress. Il suo approccio si basava sulla conservazione dell'energia mentale, la creatività e una prospettiva distaccata dai problemi quotidiani. Vediamo meglio questa seconda parte.

Einstein nell’utilizzare la sua fervida mente, si rese conto di un principio essenziale: le energie mentali non sono illimitate, per cui distribuirle in troppe direzioni significava finire per consumarle inutilmente. Proprio per questo, nella sua quotidianità, egli cercava di scegliere, di volta in volta, con la massima consapevolezza, ciò che contava maggiormente, dedicando quindi tempo e attenzione a ciò che presentava il maggior valore concreto, come la formazione, i rapporti personali e il benessere. Tutto il resto poteva essere lasciato andare, senza sentirsi in colpa.

Insomma, amici, il suo sforzo mentale era orientato a focalizzarsi su poche, reali priorità, consentendogli di essere sempre più presente, più lucido, e anche di dire qualche “no” in più, evitando così di riempire le giornate con cose di poco conto. Altra qualità particolare di Einstein era quella di cimentarsi in attività a lui gradite, anche dove non era un campione, ma che lo facevano stare bene. Il suo convincimento (vero messaggio anche agli altri) era semplice: non serve essere perfetti per meritarsi uno spazio per le proprie passioni.

Amici, la sua filosofia era semplice: dedicarsi a qualcosa che diverte, che ci appaga davvero, è estremamente utile e salutare! Ecco i risultati: fare ciò che appaga, abbassa la tensione, riattiva la creatività, offre una pausa reale dalla pressione quotidiana che crea stress. Allo stesso tempo, di fronte alle difficoltà, il suo consiglio era quello di vedere il problema non come “una condanna”, ma come qualcosa da analizzare pezzo per pezzo, come se fosse un meccanismo da smontare. Affrontare in questo modo il problema significa: ridurre la sensazione di blocco, stimolare la ricerca di soluzioni alternative, convincersi a non farsi guidare solo dalla paura.

La mente illuminata di Einstein ci ha lasciato una bella serie lezioni comportamentali, capaci di aiutarci a vivere meglio ogni giorno. Sono 7 (SETTE) le regole che ci aiutano a gestire al meglio lo stress ed a condurre una vita più serena. Eccole. Regola n. 1: concentra i tuoi sforzi sulle cose che contano. Un esempio: indossare abiti semplici ma funzionali, che mettano chi li indossa a proprio agio con se stesso; questa regola è apprezzata soprattutto per un motivo: l’efficienza. Regola n. 2: Fai le cose che ami, anche se sei pessimo nel farle. Sebbene molte delle passioni di Einstein si estendessero ben oltre la fisica – tra cui l’amore per i dolci e la passione per il violino – forse quella che amava di più era la vela, dove non era certo un campione! Ma questa passione consentiva alla sua mente di essere libera di vagare, il che lo portava spesso a nuove ed entusiasmanti idee.

La Regola n. 3: avere una mentalità da puzzle. È necessario affrontare sempre i problemi frazionandoli in Tessere. Ciò significa analizzare ogni difficoltà che si incontra come un enigma da risolvere. Regola n. 4: Riflettere a lungo e attentamente sulle cose che ci affascinano davvero. Ecco una sua risposta: “La cosa principale è questa: se vi imbattete in un problema che vi interessa profondamente, dedicatevi ad esso con convinzione, ma scartate le soluzioni da trovare ai problemi superficiali”. Regola n. 5: Non lasciare che la politica ti riempia di rabbia o disperazione. Nella corrispondenza con la cugina Lina Einstein, offrì una lezione che molti di noi farebbero bene a tenere a mente: “Per quanto riguarda la politica, certo, mi arrabbio ancora doverosamente, ma non sbatto più le ali, mi scompiglio solo le piume”.

La Regola n. 6: L’obbedienza cieca all’autorità è il peggior nemico della verità. Mai abbandonare le nostre facoltà di pensiero critico; per Einstein assecondare, obbedire, rappresentava la morte della mente razionale, atteggiamento che lui chiamava “follia collettiva” o “mente da gregge”. Regola n. 7: La scienza, la verità e l’istruzione sono per tutti, non solo per pochi privilegiati. Per Einstein la scienza, la verità e l’istruzione debbono essere accessibili a tutti. Sebbene alcune proprietà fisiche possano essere relative, come lo spazio e il tempo, le gioie, la conoscenza e le verità scoperte dalla scienza, queste non appartengono ad una sola razza, nazione o fazione, ma piuttosto a tutta l’umanità.

Cari amici, credo che tutti noi dovremmo far tesoro delle idee di un uomo straordinario, saggio e lungimirante come Albert Einstein.

A domani.

Mario

martedì, maggio 12, 2026

UN SECONDO VEGETARIANO GUSTOSO E NUTRIENTE? POLPETTE CON RICOTTA E FORMAGGIO, DELIZIOSE QUANTO E PIÙ DI QUELLE CON LA CARNE!


Oristano 12 maggio 2026

Cari amici,

Le polpette di ricotta e formaggio rappresentano un secondo vegetariano eccellente: morbide all'interno, saporite e con una crosticina esterna irresistibile, se fritte o cotte al forno. Sono nutrienti, ricche di proteine e calcio, e costituiscono una valida alternativa alla carne, amate anche dai bambini. La carne, in particolare quella rossa, con l’aumentare dell’età non può essere consumata fuori misura, per cui è necessario inventarsi ricette che siano allo stesso tempo nutrienti, facili da preparare e, ovviamente, sane.

Certo siamo un po’ tutti abituati alle polpette di carne, ma state sicuri che anche senza la carne possono essere realizzate ottime, gustose polpette che possiamo definire vegetariane. Ebbene, amici, oggi vediamo insieme una “Ricetta Classica” di polpette vegetariane, realizzate con ricotta e Formaggio. La preparazione risulta abbastanza semplice, e anche i tempi di realizzazione sono contenuti:: 15-20 minuti per la preparazione, più i tempi di cottura. Passiamo agli ingredienti per circa 4 persone: 400-500g di ricotta fresca (vaccina o pecora, ben scolata), 80-100g di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiato,1 o 2 uova,100g circa di pangrattato (più quello per la panatura), prezzemolo tritato, sale e pepe q.b. Opzionale: scorza di limone grattugiata, aglio o menta per profumare.

Passiamo ora al procedimento di preparazione. Procedere iniziando dalla ricotta, che va scolata per bene; è fondamentale che la ricotta sia ben asciutta. Lasciatela sgocciolare in un colino in frigo per almeno 1 ora prima dell'uso. Al termine mettete la ricotta asciutta in una ciotola, aggiungete le uova, il formaggio grattugiato, il prezzemolo, il sale e il pepe. Iniziate quindi a mescolare, aggiungendo il pangrattato poco alla volta finché l'impasto non risulta compatto e modellabile. Quando l’impasto è ben amalgamato, iniziate a formare le polpette (grandi come noci) con le mani umide o leggermente oliate, passandole in un tegame che avrete cosparso di pangrattato.

Terminata la preparazione delle polpette passate alla “Panatura”: una alla volta passate le polpette nel pangrattato, premendo leggermente per farlo ben aderire. Al termine potete scegliere i modi di cottura: cuocerle in padella nel sugo, oppure decidere di cuocerle fritte in olio ben caldo, oppure al forno. Se decidete di mangiarle al sugo, avrete delle polpette morbide; iniziate rosolando uno spicchio d'aglio in padella, aggiungete 400g di passata di pomodoro e basilico, preparando un sugo che cuocerete per circa 10 minuti; poi adagiate le polpette e cuocete a fuoco basso per altri 10-15 minuti.

Se, invece, decidete di mangiarle fritte vuol dire che le preferite croccanti. Iniziate versando in una padella un olio leggero, come un olio di semi di girasole, e, quando ben caldo, metteteci le polpette facendo loro raggiungere una bella doratura (durate circa 5-6 minuti). L’ultima opzione è quella di cuocerle in forno. In quest’ultimo caso, disponete le polpette su una teglia con carta forno, irrorate con un filo d'olio e cuocete a 180°C-200°C per circa 20-30 minuti. Se poi siete particolarmente sfiziosi, potete anche pensare a varianti golose!

Eccone una! Polpette col cuore filante: inserite al centro di ogni polpetta prima di chiuderla, un cubetto di provola o mozzarella. Un’altra variante è quella di aggiungere le verdure: Quando state preparando l’impasto, aggiungete delle zucchine grattugiate e ben strizzate o spinaci lessati! Se poi volete una panatura Crunch: Utilizzate cornflakes sbriciolati o grissini al posto del pangrattato per una crosta extra croccante! Un ultimo consiglio: Per un risultato migliore, lasciate riposare le polpette in frigorifero per 30 minuti prima di cuocerle, così manterranno meglio la forma.

Cari amici, se vogliamo possiamo ogni giorno far sì che la nostra cucina, oltre che buona, sia anche bella sfiziosa! La ricetta di oggi, delle polpette vegetariane, è un’ottima ricetta che consiglio a tutti Voi, cari, fedeli lettori!!!

A domani.

Mario

lunedì, maggio 11, 2026

LA SCIENZA DI FRONTE ALL'OMEOPATIA. SOLO ILLUSIONE, OVVERO SEMPLICE PLACEBO, OPPURE È QUALCOSA DI PIÙ?


Oristano 11 maggio 2026

Cari amici,

Sull’OMEOPATIA si parla e si discute da tempo. La scienza continua a rifiutare questo rimedio, considerandolo un semplice “Placebo”, mentre per alcuni è un vero strumento di cura. Fin dagli anni Novanta ben quattro meta-analisi, e cioè degli studi che raccolgono e analizzano i risultati di diversi studi clinici, tutti riguardanti un preciso argomento, sono arrivati alla stessa conclusione: l’omeopatia non garantisce un effetto superiore a quello del placebo. Nel 2005, THE LANCET (The Lancet è una rivista scientifica inglese di ambito medico che viene pubblicata settimanalmente) dichiarò definitivamente la fine dell’omeopatia, con un editoriale intitolato “The End of Homeopathy”. Ciò nonostante, l’Omeopatia continua ad essere praticata, seppure gli studi scientifici continuino ad affermare che non è assolutamente uno strumento di cura.

Amici lettori, seppure oggi ci siano dei medici che possono anche esercitare il ruolo di omeopati, prescrivendo i relativi preparati che fino a oggi non hanno mai dimostrato alcuna efficacia, l’omeopatia continua ad accendere polemiche e dibattiti. Di recente il virologo Roberto Burioni ha sollevato la questione, spingendo il dottor Bruno Galeazzi, Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni e Medici Omeopati (FIAMO), a rispondere in una intervista su “La Stampa”. Galeazzi ha affermato che le evidenze scientifiche sulla validità dell’omeopatia esisterebbero già: «285 studi clinici randomizzati e controllati, quindi in doppio cieco, che coprono 152 diverse condizioni cliniche. […]. Tutti nel loro insieme ci danno un’evidenza molto chiara del fatto che il preparato omeopatico contiene informazioni specifiche che hanno attività su modelli viventi molto semplici di laboratorio e che mostrano una validità anche in ambito clinico, sia in medicina umana che veterinaria».

Il fatto è che non esiste una revisione sistematica o una meta-analisi basata su oltre 280 studi corrispondente. Tuttavia, facendo una ricerca per parole chiave è possibile risalire a un articolo pubblicato sul sito Web del Homeopathy Research Institute (HRI). Secondo l’Istituto, alla fine del 2023 sarebbero stati pubblicati 286 studi randomizzati e controllati sui trattamenti omeopatici, relativi a 152 condizioni mediche, su riviste peer-reviewed. Di questi però solo 166 erano anche in doppio cieco e con placebo, relativi a 100 diverse condizioni mediche. Secondo l’analisi dell’HRI, il 42% di questi studi (70 in tutto) ha mostrato risultati positivi, il 3% risultati negativi e il 55% risultati non conclusivi.

L’ex medico Rossana Garavaglia, specializzata in psichiatria e master in patologia genetico molecolare, aveva criticato il resoconto dell’HRI il mese scorso, constatando che persino le revisioni sistematiche e meta-analisi citate a supporto dell’omeopatia, come quelle di Robert Mathie (spesso associate all’HRI), concludono che la qualità degli studi risulterebbe bassa o non chiara e che sarebbero necessari studi più rigorosi e meglio disegnati per ottenere stime affidabili degli effetti. Il professor Enrico Bucci, esperto nella revisione degli studi scientifici, ha analizzato gli unici 70 paper con esito «positivo» secondo l’HRI, dei 166 con doppio cieco e placebo, che a loro volta vanno sottratti dal totale che Galeazzi cita. Ma il dato più significativo, come sottolinea Bucci, è che questi 70 studi positivi riguardano 60 condizioni cliniche differenti (molte meno delle 152 menzionate dal Presidente di FIAMO), e nella quasi totalità dei casi, i risultati sono isolati e mai replicati. Nella pratica della medicina basata sulle prove, un effetto osservato una sola volta e senza conferma indipendente non possiede valore probante. L’efficacia clinica richiede la replicazione coerente dei risultati da parte di gruppi di ricerca diversi e in contesti molteplici. Cosa che non accade per l’omeopatia.

Omeopatia, dunque, per affiancare e integrare le terapie convenzionali? Riguardo all’uso clinico, Bruno Galeazzi suggerisce che l’omeopatia possa «affiancare» o «integrare» le terapie convenzionali. Bucci critica questa posizione, definendola l’affiancamento di un placebo alla terapia reale. Non si tratterebbe infatti di un atto neutro, in quanto occupa spazio mentale, rinforza credenze infondate e comporta il rischio che il paziente, in futuro, possa rifiutare terapie efficaci. Sul caso del bimbo morto di otite a seguito di una terapia esclusivamente a base di rimedi omeopatici, che sarebbe probabilmente sopravvissuto se il medico gli avesse prescritto subito l’antibiotico, Galeazzi chiarisce nell’intervista a “La Stampa” che «se un paziente arriva con sintomi importanti, la terapia antibiotica è necessaria […], semmai!

Cari amici, credo che le conclusioni a cui sono arrivati gli studiosi siano davvero chiare: non vi sono condizioni di salute per le quali esista una prova affidabile che l’omeopatia sia efficace.  In sintesi, le analisi critiche condotte dalla dottoressa Garavaglia e dal professor Enrico Bucci sui dati e le affermazioni a supporto dell’omeopatia portano a conclusioni coerenti coi report di importanti autorità sanitarie internazionali: non esistono prove affidabili derivanti da ricerche sull’uomo che dimostrino che l’omeopatia sia efficace nel trattare alcuna condizione di salute. Inutile illudersi, amici, curare le malattie è una cosa davvero troppo seria!

A domani.

Mario

domenica, maggio 10, 2026

LO STRAORDINARIO “OLIO DI ARGAN”: PIÙ NOTO COME OLIO COSMETICO, È ANCHE UNA VERA PRELIBATEZZA ALIMENTARE, ANCHE SE POCO CONOSCIUTA.


Oristano 10 maggio 2026

Cari amici,

L’olio di Argan è un prezioso olio di origine marocchina, ottenuto dai frutti dell’argania spinosa, detta anche “albero della vita”. L’Argania è un albero che cresce da 80 milioni di anni solo nel sud-ovest del Marocco, in zone aride e montagnose. Il motivo per cui l’argania è così chiamata è legato al fatto che offre dei frutti, dal quale si ricava appunto l’olio di argan, fonte di molteplici proprietà benefiche, utilizzate da secoli sia in campo alimentare che estetico. Quest’olio, puro, spremuto a freddo, risulta alquanto ricco di particolari benefici, sia in campo estetico che alimentare, tanto che questi costituiscono uno dei segreti meglio custoditi dalla popolazione del Marocco.

Ottenuto manualmente da capaci donne berbere che lavorano i frutti dell’Argania secondo l’antica ricetta tradizionale, questo olio prezioso, come accennato prima, non è solo un condimento: è un vero e proprio superfood alimentare! Dal gusto leggermente tostato e nocciolato, si usa a crudo per arricchire insalate, couscous, zuppe, verdure grigliate, pane caldo o perfino dolci. Una sola cucchiaiata al giorno è sufficiente per godere delle sue numerose proprietà nutritive: eccole! È ricco di vitamina E, omega 3 e antiossidanti naturali, il suo consumo sostiene il cuore, la pelle e il sistema immunitario, è facilmente digeribile, ed è anche anti-infiammatorio. Insomma una meraviglia!

Quest’olio, amici, è un olio davvero raro e pregiato! Prodotto in piccole quantità, risulta perfetto per chi ama prendersi cura di sé attraverso ciò che porta a tavola. «Sentire l’odore delle mandorle di argan tostate è come tornare all’infanzia, quando mi sedevo accanto a mia nonna e alla fine della settimana preparavamo l’olio per tutta la settimana successiva», dice Hafida, vicepresidente di Ajddigue, una cooperativa di donne produttrici di olio di argan vicino a Essaouira. L’argan sembra essere un amico d’infanzia che segue e accompagna le persone durante tutta la loro vita.

Come accennato prima, Sono le donne che raccolgono l’Aafiush, l’argan fresco, che messo ad asciugare sulle terrazze d’argilla diventa Aqqain. A questo punto, la più anziana della famiglia rimuove il primo strato del frutto, una buccia morbida e facile da separare, per ottenere l’Irgan, un nocciolo duro e liscio. Spetta alla donna più giovane la parte più difficile del lavoro: aprire l’Irgan ed estrarre il Tsein, la parte interna bianca e morbida, da tostare sul fuoco per ottenere l’olio commestibile. La donna “di mezzo” della famiglia, la più forte, sarà incaricata di macinare il Tsein, trasformandolo in una pasta densa e marrone, usando poi l’acqua per separare l’olio. Ci vogliono due ore di miscelazione e 35 kg di Aafiush per ottenere 1 litro di olio. In questo processo nulla viene sprecato: le bucce diventano cibo per animali e la pasta delle mandorle schiacciate diventa un’eccellente maschera per viso e capelli.

Nel nostro mondo occidentale è più noto “L’olio cosmetico di argan”, che si ricava, a differenza di quello alimentare, da mandorle non tostate. Le Comunità marocchine, invece, consumano spesso l’olio di argan alimentare, perché convinti che la vita, col suo uso costante, sarà più sana e lunga. Infatti, l’olio di argan non ha solo proprietà cosmetiche, ma anche virtù anticancerogene e drenanti. L’uso di altri oli più a buon mercato, a partire dagli anni Settanta e Ottanta, ha limitato l’uso dell’olio di argan nell’alimentazione per gli alti costi, ma, ciò nonostante, l'olio di argan continua a mantenere un suo ruolo centrale nella cultura locale, riservato alle occasioni speciali.

Amici,  proprio per colpa dell’alto prezzo dell’olio di argan, aumentato in particolare negli ultimi dieci anni, il suo utilizzo  per uso cosmetico è diventato a prezzo proibitivo. Inoltre, anche l’eccessivo sfruttamento degli alberi di Argania spinosa, considerato che hanno un ruolo chiave anche per la pastorizia locale, ne ha messo in pericolo la riproduzione. Anche la siccità, causata dal cambiamento climatico, sta rendendo le foreste sempre più fragili e vulnerabili. Tutto questo mette a rischio di esaurimento la foresta endemica, che è essenziale per proteggere tutta la regione dalla desertificazione.

Cari amici, oggi obiettivo comune di FAO E SLOW FOOD è quello di salvaguardare quel particolare territorio dove da 80 milioni di anni vive l’Argania spinosa; un territorio agro-culturale dove le popolazioni custodiscono i preziosi, antichi saperi di questo prodotto meraviglioso. Proprio per questo Slow Food e la FAO operano unite alla celebrazione della Giornata internazionale dell’albero di Argan, proclamata quest’anno dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite proprio oggi: 10 maggio 2026!!!

A domani amici lettori.

Mario