martedì, novembre 05, 2019

LA SARTIGLIA E UNO DEI SUOI SIMBOLI: SA PIPPIA DE MAJU. L’ANALISI, TRA TRADIZIONE E CONTEMPORANEITÀ, NEL LIBRO DI ERIKA MELES.


Oristano 5 novembre 2019

Cari amici,

Tra Oristano, erede di un grande e glorioso passato giudicale e la Sartiglia c’è indubbiamente un legame così stretto e forte che pronunciare uno dei due nomi significa, allo stesso tempo, mettere sul piatto anche l’altro. La Sartiglia, la cui storia è carica di anni e di tradizioni, è parte indissolubile di quella Oristano che, con il suo glorioso passato giudicale, ha rappresentato fin dal XII° secolo una illuminata presenza nell’Isola.
Storia e tradizione viaggiano per lo più sullo stesso binario. Mentre la storia, però, è sempre "provata", scritta e documentata, la tradizione, per essere degnamente custodita e tramandata, ha bisogno di costante e rinnovata ricerca. Su questo versante il Comune di Oristano e la Fondazione Sartiglia, nel corso degli anni hanno operato con certosina costanza, affiancando alle ricerche storiche quelle tramandate dalla tradizione, in modo che, insieme, potessero mettere in luce usi, costumi e tradizioni che si sono perpetuate nel tempo. 
Ecco allora che Comune e Fondazione, pur costanti nella classica ricerca storica sulla Sartiglia, hanno voluto esplorare anche l’origine dei suoi simboli, a partire dai due più importanti: la “Maschera de Su Componidori” e “Sa Pippia de Maju”, quel particolare mazzo di fiori che il capocorsa, Su Componidori, utilizza per benedire il popolo che Egli rappresenta con particolari gesti augurali.
Cari amici, i simboli che accompagnano qualsiasi competizione, in realtà, sono importanti quanto la competizione stessa, perché se è pur vero che la gara è una grande prova di abilità e di coraggio, tradizione vuole che essa, al suo interno, contenga anche qualcosa che va oltre la gara stessa, che funge da collante che la completa, come nel nostro caso anche da rito propiziatorio, inteso come un’invocazione fatta alla divinità dal suo massimo rappresentante (su Componidori che guida la Sartiglia col viso coperto da una maschera androgina è l’espressione della Comunità), affinché il “suo popolo” possa godere di un’annata agraria favorevole, di pace e di serenità. E per chiedere questa intercessione divina egli usa proprio, in tono benedicente, “Sa Pippia de Maju”.
Ebbene, amici, la Fondazione Sartiglia (oggi Fondazione Oristano) nell’intento di approfondire la conoscenza di questo magico simbolo, ha attivato una ricerca minuziosa, facendo analizzare Sa Pippia de Maju sotto i diversi aspetti: antropologico, etnografico e etnologico. 
Il non facile lavoro di ricerca è stato affidato ad una giovane di Seneghe, Erika Meles, in possesso della laurea in Beni Culturali con indirizzo Etno-antropologico e Ambientale, conseguita presso l’Università degli Studi di Sassari. La scelta è caduta su di Lei in quanto nel 2013 Erika effettuava un tirocinio presso la Fondazione e, considerate le sue capacità, nell'occasione Le fu affidato il gravoso compito di effettuare un’accurata ricerca per approfondire la conoscenza di questo magico simbolo.
L’impegnativo lavoro di ricerca (proseguito per ben 5 anni, con faticosa operatività sul campo) è ora diventato un libro, pubblicato da Camelia edizioni, e che ha per titolo “Sa Pippia de Maju. Etnografia di un simbolo della Sartiglia di Oristano”. Nel libro è riepilogato il certosino lavoro di Erika Meles che, attraverso le numerose interviste fatte agli addetti ai lavori di ieri e di oggi (tutti personaggi legati al mondo della giostra e in particolare dei Gremi), ha messo insieme passato e presente, analizzando somiglianze e variazioni, perché anche i rituali, è dimostrato, seppure tramandati, sono mutevoli nel tempo.
Le numerose interviste hanno evidenziato riti e cerimoniali di ieri e di oggi, il cui confronto ha messo in luce la costante capacità di rinnovo anche delle tradizioni più antiche; fondamentale è stata anche la raccolta, il confronto, l’analisi e le possibili interpretazioni e assonanze con altri riti similari, mettendo in relazione il simbolo de Sa Pippia de Maju con altri rituali svolti nella zona circostante e che potrebbero aver generato contaminazione.
Domenica 3 novembre alle 17,30 un pubblico numerosissimo ha affollato la sala convegni dell’Hospitalis Sancti Antoni, curioso di conoscere le novità riportate dal libro. In prima fila un’ampia rappresentanza di autorità: dal V. Sindaco e Assessore alla cultura Massimiliano Sanna ad altri Assessori, dal Presidente della Fondazione Angelo Bresciani al Direttore Francesco Obino, da Maurizio Casu, Responsabile Centro di Documentazione e Studio sulla Sartiglia, a Marcello Marras, antropologo, Direttore del Centro servizi culturali UNLA. Numerosi anche gli ‘appartenenti’, a diverso titolo, al mondo della Sartiglia: Presidenti e componenti dei Gremi, cavalieri ed ex Componidori.
Al tavolo della Presidenza l’autrice del libro Erika Meles, l’autrice delle foto del libro Francesca Marchi, Marcello Marras e Maurizio Casu. Il convegno è stato aperto da Maurizio Casu (tra l’altro ex Componidori, oltre che profondo studioso della giostra), a cui ha fatto seguito l’intervento di Massimiliano Sanna con i saluti del Sindaco e dell’Amministrazione comunale. A seguire i saluti di Angelo Bresciani. È poi iniziato il dialogo tra Marcello Marras (relatore della serata, oltre che importante supporto di Erika nella fase di realizzazione del libro) ed Erika.
Marras, nella sua veste di antropologo, ha chiarito che la ricerca effettuata da Erika, contrariamente alle diverse ricerche storiche che di norma si effettuano sui documenti del passato, è stata effettuata con il metodo antropologico, che lavora non “sulle fonti” ma “sulle persone”. In quest’ottica, l'utilizzo de Sa Pippia de Maju nella Sartiglia è stato analizzato partendo da quello che rappresenta nell’oggi e non nell’ieri, mettendo a fuoco “l'utilizzo di oggi da parte della Comunità”, a prescindere dalla tradizione che l’accompagna.
La ricerca antropologica, ha chiarito Marras, non è la “verità storica”, ma una continua interpretazione che può essere mutevole e che perciò si modifica e perfeziona nel tempo. L’analisi di Erika è stata effettuata operando “sul campo”, interrogando in particolare gli anziani e facendosi raccontare il mutare nel tempo del rito: com’era ieri e com’è oggi. Erika non si è risparmiata, girando in lungo e in largo per Gremi e scuderie, dialogando con curiosità, attenzione e tanta pazienza e umiltà. La Comunità oristanese ha risposto con grande disponibilità e di questo Erika ha ringraziato tutti pubblicamente, in quanto i protagonisti della Sartiglia con cui è venuta a contatto l’hanno introdotta, in grande amicizia anche “dietro le quinte”, ovvero l’hanno messa a conoscenza dei mille segreti che di norma vengono vissuti in modo intimo e privato.
Quali le conclusioni? Sa “Pippia de Maju” rappresenta non solo uno "strumento benedicente", un simbolo di richiesta di "una buona annata" al Cielo, ma anche un inno gioioso di festa per la rigenerazione della natura, per il rinascere della vita dopo il lungo sonno invernale; simbolo duplice, di supplica ma anche di benvenuto alla Primavera incipiente, rituale che risulta simile a quelli in uso in altre manifestazioni primaverili, come le “Bambine di Maggio, le “Spose di Maggio” e così via. Da evidenziare un fatto importante: il coinvolgimento dei bambini, utilizzati come messaggeri per consegnare al capocorsa Sa Pippia de Maju, in quanto ritenuti anime ancora candide; bambini ritenuti veicolo unico per fare da tramite tra la vita e l’aldilà, ai quali la tradizione destina dei doni in ricordo di chi non c’è più. 
Nel libro viene messo in evidenza anche l’evolversi dei rituali. Nel passato per esempio, come si può rilevare anche dalla lettura delle carte dello Spano, era d’uso sciogliere  Sa Pippia de Maju (mazzo di fiori una volta fatto di sole pervinche a cui poi si sono aggiunte le viole e le mammole) per spargerne il contenuto sulla folla, tradizione poi tramontata, in quanto ora Sa Pippia de Maju viene gelosamente conservata. 
È questo un passaggio, se vogliamo analizzarlo con attenzione, che rappresenta un importante cambio di valore di questo simbolo: da quello Comunitario a quello Individuale. Col disfacimento de Sa Pippia de Maju, con il Componidori che sparge il contenuto sulla folla, la protagonista dell'evento è la Comunità, la vera titolare della gara, poi delegata per l’esecuzione al Capocorsa. Con la trasformazione successiva, il fatto che Sa Pippia de Maju venga conservata intatta a ricordare quel Componidori, si passa dall’attribuzione di valore Comunitario a quello Individuale, ovvero al Componidori, Re, seppure per un giorno.  
Il libro di Erika Meles, cari amici merita davvero di essere letto e conosciuto, corredato com’è, tra l’altro, dalle splendide fotografie di Francesca Marchi, perché le nostre tradizioni, vissute tempo per tempo, non vanno mai dimenticate!
A domani.
Mario

lunedì, novembre 04, 2019

LONGEVI PER SCELTA DI VITA O PER DESTINO? SCOPERTO IL GENE DELLA LONGEVITÀ, QUELLO CHE CI CONSENTE DI VIVERE PIÙ A LUNGO, A CONDIZIONE CHE…


Oristano 4 novembre 2019

Cari amici,

Siamo longevi non solo per scelta oculata di vita ma anche per destino! La proteina della longevità esiste, e ora non ha più misteri. In un recente studio dell’Università di Yale, un gruppo di ricercatori, guidati dal Professor Joseph Schlessinger, ha scoperto e analizzato la struttura tridimensionale della proteina beta-Klotho (il suo nome deriva dal nome della più giovane delle Parche, che, secondo la mitologia romana tesseva il filo della vita), riuscendo a fare luce sul suo intricato meccanismo d’azione e sul potenziale terapeutico posseduto. La beta-Klotho in parola fa parte delle proteine ​​Klotho, la famiglia più giovane delle Moire (o Parche), strettamente collegata con la lunghezza della vita, avendo un ruolo determinante nella regolazione della longevità e del metabolismo.
Longevi dunque non solo per la conduzione di un’esistenza in perfetto stile salute-benessere, ma anche per una predisposizione genetica, frutto della complessa composizione del nostro DNA. La ricerca, apparsa in questi giorni sulla rivista Nature, ha subito attirato l’attenzione del mondo scientifico. Per gli scienziati lo studio, pubblicato su “Nature”, sarebbe un prezioso passo avanti per la ricerca di terapie in grado di combattere varie malattie come per esempio l’obesità, il diabete e varie tipologie di tumori. La famiglia delle proteine Klotho è situata sulla superficie delle cellule di alcuni tessuti; si legano agli Fgf endocrini, una famiglia di ormoni che regola dei processi molto importanti nel cervello, nei reni e nel fegato.
Gli studi condotti hanno permesso di capire che la proteina beta-Klotho è il recettore che si lega a Fgf21, un ormone che viene prodotto con la fame. Quando i due interagiscono viene stimolato il nostro metabolismo. Questo connubio sta a significare che esiste una stretta relazione tra la proteina beta-Klotho e la nostra alimentazione, confermandoci che il segreto per vivere più a lungo è comunque legato al mangiare bene, non eccedere nei vizi, tenersi in forma, fare attività fisica e così via. Vivere più a lungo, dunque, è frutto di più fattori: non solo di fortuna, per avere ricevuto un DNA particolarmente favorevole, ma anche per il proprio stile di vita.
Stile di vita nel quale è necessario includere anche dei periodi di necessario relax, in modo tale da creare le condizioni perché il nostro cervello rallenti la sua costante, intensa attività, abbandonando la sovreccitazione. Secondo uno studio da poco pubblicato su Nature, infatti, la troppa attività cerebrale è collegata a una vita più breve. La ricerca, condotta dalla Harvard Medical School, si è basata sull’analisi di cervelli umani (oltre che di diversi animali). L’esame ha individuato la correlazione tra attività cerebrale e durata della vita, dopo aver esaminato centinaia di cervelli donati alla scienza e “cognitivamente intatti” (ovvero non affetti da demenza senile) di persone anziane decedute. 
Ebbene, nei soggetti deceduti tra gli 85 e i 100 anni, i cervelli analizzati hanno mostrato un’attività decisamente inferiore dei geni collegati all’iperattività neuronale, rispetto a quelle morte più giovani (tra i 60 e gli 80 anni). Un aspetto in particolare ha colpito i ricercatori: le persone decedute più in là con gli anni producevano una maggiore quantità della proteina REST, già nota per proteggere il cervello dalla demenza. I conti tornano: il ruolo di questa proteina è infatti quello di rilassare il cervello ed evitare che si attivi eccessivamente, frenando l’attività dei geni legati all’eccitazione neuronale. 
Secondo Bruce Yankner, lo scienziato che ha condotto lo studio, “la REST e il metabolismo possono collaborare per allontanare le morte precoci”, grazie alla capacità di questa proteina di controllare e tenere a bada l’attività cerebrale. Il difficile, però, è riuscire a definire il confine tra un cervello correttamente tenuto in esercizio e uno che invece sta lavorando troppo! Un quesito a cui gli scienziati non sanno ancora dare risposta. Allenare la mente, lo sappiamo, aiuta a costruire delle nuove reti neuronali e ad attivare dei fattori di crescita molto positivi; sicuramente questa è un’attività cerebrale che non appare assolutamente dannosa, come ad esempio, invece, l’attività cerebrale messa in atto durante gli sbalzi d’umore, i disturbi bipolari e l’eccessiva ansia. Tuttavia la linea di demarcazione tra questi due estremi, risulta ancora molto confusa.
Per trarre sicure conclusioni è certamente ancora presto. Le nuove scoperte hanno sempre necessità  di studi ulteriori,  di esercizi ed esperimenti, che consentano di capire più a fondo; in questo caso come funziona la REST e le reazioni che genera in tutto il corpo, e soprattutto quali siano le attività o le terapie che possono alzare o abbassare l’eccitazione neuronale. Per il momento, insomma, ci sono più domande che risposte. 
Nel frattempo è lo stesso prof. Bruce Yankner a consigliarci come mantenerci in forma al meglio. “Ci sono un po’ di cose che si possono fare tutti i giorni, di cui è confermata l’utilità: seguire la dieta mediterranea, consumare pochi grassi saturi e carboidrati raffinati, fare esercizio aerobico e mantenere il cervello in salute, prendendosi cura di eventuali problemi di stress, ansia e depressione”. 
Cari amici, quella data dal professore non sarà certo una pillola magica, ma, considerata la fonte, al momento appare l’unica ricetta utile per un proseguo della nostra vita, lunga e soddisfacente!
A domani.
Mario
Longevità






domenica, novembre 03, 2019

RIVALUTIAMO LA PASTA! TANTI BUONI MOTIVI PER MANGIARLA (MEGLIO DIRE GUSTARLA) CON REGOLARITÀ.


Oristano 3 novembre 2019

Cari amici,

La pasta, nonostante le non poche critiche, era e continua ad essere uno dei piatti preferiti dagli italiani, anzi il piatto per eccellenza! Chi non ricorda Alberto Sordi nel film "Un americano a Roma" di fronte ad un immenso piatto di spaghetti? Ma perché tante, anzi tantissime critiche, su questo piatto vegetale che non è assolutamente controindicato nell’alimentazione umana? Uno dei motivi principali, in particolare nell’era moderna, il falso problema che la pasta farebbe ingrassare, cosa assolutamente non corrispondente a verità.
Lo studio di questo alimento ha messo in chiaro che non è assolutamente vero che la pasta appesantisce e fa ingrassare: sono invece le quantità errate consumate e i condimenti aggiunti a renderla spesso anche molto pesante. Il giusto consumo di pasta, se pensiamo che è concessa persino ai diabetici, avendo un basso indice glicemico (ciò significa che il glucosio viene assorbito più lentamente), apporta solo benefici. Quanto alla quantità, bisogna ribadirlo, essa va mangiata con moderazione: 80 grammi di pasta al giorno sono l'ideale.
Sulla pasta possiamo stilare anche un decalogo, con indicati tutti i vantaggi nel consumarla! Ebbene, se al primo punto in favore della pasta c’è il fatto che nella giusta quantità non fa ingrassare, al secondo possiamo evidenziare che è tra gli alimenti più importanti della “Dieta Mediterranea”, una delle diete più salutari del mondo. Essendo fonte di carboidrati, la pasta è alla base dell’equilibrio nutrizionale che, con i giusti abbinamenti, crea una base alimentare diventata il modello numero uno a livello mondiale.
Al terzo punto possiamo aggiungere che la pasta, in particolare quella cucinata al “dente”, riesce a prolungare il senso di sazietà, evitando l’eccesso di cibo. La struttura proteica della pasta ha infatti un indice glicemico abbastanza basso. L’indice glicemico valuta la qualità di carboidrati con una scala che va da 0 a 100, distinguendo quelli che vengono digeriti, assorbiti o metabolizzati velocemente (ad alto IG) da quelli che lo sono lentamente (a basso IG). Questo significa che mangiare un alimento a basso indice glicemico permette di metabolizzarlo più lentamente, prolungando il senso di sazietà: la pasta ha valori bassi fra 36 e 51 (ad esempio la patata ha un valore 87).
Al quarto punto possiamo collocare la sua versatilità. Combinando la corretta porzione di pasta (80-85 grammi) con una varietà di abbinamenti, dalle verdure al pesce ai legumi, si ottiene una pietanza eccellente: gustosa ed equilibrata.
Al quinto punto possiamo scrivere l’equilibrio. Un buon equilibrio tra carboidrati, proteine e grassi è fondamentale per mantenere un corretto peso corporeo e ridurre il rischio di malattie. Uno studio del 2009 dell’Harvard School of Public Health and Pennington Biomedical Research Center ha scoperto che le diete composte dal 36-65% di carboidrati sono tanto efficaci per la perdita di peso quanto altre diete meno ricche di carboidrati.
Al sesto punto a favore c’è da aggiungere che la pasta rappresenta una buona fonte di cereali da inserire nella dieta. Dare al nostro organismo la giusta quantità di cereali, così come suggerito anche dal Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (abbastanza in linea con il Modello Mediterraneo), significa proprio inserire regolarmente la pasta nella nostra dieta alimentare, privilegiando quella integrale e cucinata al dente.
Al settimo punto possiamo collocare l’equilibrio calorico. Il consumo regolare della pasta, ovviamente nella giusta misura, consente all’organismo di mantenere un buon equilibrio calorico;
La pasta è povera di sodio e di grassi e una corretta porzione di pasta senza condimento (80-85 gr) apporta circa 280 Kcal, è povera in grassi (circa 1 grammo, senza grassi saturi o trans), senza colesterolo e povera di sodio (non considerando il sale che si aggiunge in cottura). Per mantenere questi valori virtuosi della pasta, è importante non esagerare con i condimenti.
All’ottavo punto possiamo riconoscere alla pasta la sua grande forza energetica. I carboidrati sono la principale fonte di energia nella nostra alimentazione. Il nostro organismo utilizza infatti i carboidrati per ottenere il glucosio, “carburante” che fornisce l’energia necessaria per il suo funzionamento. L’organismo può consumarlo immediatamente o conservarlo nel fegato e utilizzarlo quando è necessario. La carenza di glucosio comporta gravi conseguenze per la salute. Un giusto carico di carboidrati è quindi consigliabile per una performance atletica anche intensa.
Al nono punto dobbiamo riconoscere alla pasta le sue capacità anti stress e atte a facilitare il buon umore. La pasta è ricca di vitamine del gruppo B, che sono un valido sostegno nella riduzione dello stress e dei disturbi correlati; la pasta poi aiuta la produzione di serotonina, nota anche come 'ormone del buonumore'! Questo neurotrasmettitore, che viene sintetizzato principalmente nell'apparato gastrointestinale e a livello del sistema nervoso centrale, è utile anche per combattere gli attacchi di fame nervosa e gli stati depressivi.
Al 10 punto a favore della pasta possiamo riconoscergli anche i suoi effetti benefici sul cuore e sul mantenimento dell’efficienza della nostra memoria. La pasta è amica del cuore in quanto aiuta a mantenere più basso il livello di trigliceridi nel sangue, allontanando il rischio di disturbi cardiaci e altre patologie alle arterie e alle coronarie; quanto all’efficienza de nostro cervello, secondo recenti studi chi consuma pasta regolarmente corre un minor rischio di incorrere nell'Alzheimer rispetto a chi mangia pochi carboidrati. Una dieta povera di grassi animali, infatti, previene la demenza senile e l'arteriosclerosi, fenomeni associati a questa malattia degenerativa.
Che dire poi del fatto che la pasta aiuta anche a conciliare il sonno (se consumata a cena facilita il sonno, essendo ricca di triptofano, precursore della serotonina), mette in moto l'ormone del buonumore e del relax e, nelle donne, riesce anche a contrastare la sindrome premestruale, in quanto i suoi carboidrati complessi compensano i cali fisiologici degli zuccheri nel sangue e della serotonina, tipici della sindrome premestruale! Insomma, la pasta risulta essere un alimento d’eccellenza!
Cari amici, oggi ho voluto fare un “inno alla pasta”, non solo perché per me è un alimento graditissimo, ma perché sono davvero convinto che fa parte di quell’alimentazione eccellente, più nota come Dieta mediterranea, che in realtà ci è invidiata un po’ da tutti i Paesi del mondo. Il problema non è se la pasta fa bene o no, il problema è condirla nella giusta maniera e consumarla nella giusta quantità!
Grazie, fedeli lettori, a domani!
Mario











sabato, novembre 02, 2019

L’ECONOMIA REALE NEL 3° MILLENNIO. PERCHÉ È SCOMPARSA LA REMUNERAZIONE DEL RISPARMIO? PERCHÉ DEPOSITI IN CONTO CORRENTE, BOT E CCT HANNO RENDIMENTI NEGATIVI?


Oristano 2 novembre 2019

Cari amici,

Il risparmio, spesso sottratto al consumo con non poche privazioni, non solo non rende praticamente più nulla, seppure depositato negli Istituti di credito, ma addirittura è arrivato a rendimenti negativi. Sicuramente spiegarne le motivazioni a chi ha sempre risparmiato è davvero difficile. Eppure oggi chi ha depositi in conto corrente, investimenti in BOT, CCT e altri titoli di stato, non solo non guadagna più nulla ma subisce addirittura una decurtazione, seppure modesta. La domanda che i risparmiatori si pongono, comprese le formichine risparmiose che pur di mettere da parte un gruzzoletto che dà sicurezza si fanno in quattro è: “Perché sui miei sudati risparmi anziché ricevere un interesse anche modesto debbo invece essere io a pagare un costo?”. La risposta, però e sempre più difficile!
Eravamo abituati a percepire buoni interessi sui risparmi quando l’inflazione compensava il guadagno colpendo, però, un po’ tutti: grandi e piccoli. Ora invece si sta verificando tutto il contrario: arrivati all'inflazione zero anche la remunerazione è sullo zero o anche sotto! Sembra quasi che sia arrivato un prestigiatore, che, con un colpo da maestro, mai messo in atto prima, abbia rovesciato la situazione, portando il risparmio a “tassi negativi”, azzerando l’inflazione e portando i Paesi alla stagnazione.
La considerazione che possiamo fare è che se da un lato la situazione attuale apporta sensibili miglioramenti ai conti degli Stati (in particolare a quelli molto indebitati come il nostro) e delle Banche, cosa succede invece nei confronti dei cittadini che investono o che si indebitano per comprare casa? Vediamo di capire meglio questa nuova situazione, ovvero “il perché i tassi sono diventati negativi”, partendo dall’inizio, ovvero dalla crisi finanziaria del 2008. 
In quell’anno le banche centrali (dalla FED alla BCE) per evitare il crollo dei prezzi di beni e servizi, con la conseguente paralisi dei consumi (perché devo effettuare un acquisto se so che domani costerà di meno?) e i Paesi in deflazione, hanno iniziato ad inondare i mercati di soldi. L’aumento vertiginoso della moneta immessa sul mercato dalle banche centrali ha, in poco tempo, “abbassato drasticamente” il costo del denaro pagato dalle banche ai risparmiatori, portandolo vicino allo zero.
Questa innovativa manovra ha portato, a partire dai Paesi più solidi come la Germania, i tassi di interesse prima a zero e poi addirittura a livello negativo, contagiando successivamente anche gli altri Paesi meno solidi. Dal 2014 questa manovra a tenaglia si è poi concretizzata (in particolare da parte delle banche centrali come la BCE) disincentivando le banche a tenere i soldi parcheggiati presso la Banca centrale, facendo pagare un costo per il denaro depositato, anziché incassare un interesse. 
L’obiettivo fondamentale delle Banche Centrali era quello di spingere le banche ordinarie a prestare più soldi a famiglie e imprese, facendo riprendere fiato all’economia. In realtà, però, la cura ha funzionato solo in parte, in quanto la spirale deflazionistica non si è messa in moto, in quanto, complice il clima di sfiducia degli investitori, questi non hanno voluto rischiare granché, e la situazione non è cambiata. Come conseguenza, a lungo andare, il conto sarà ben più salato per tutti.
Ad un input teoricamente giusto venuto dalle Banche Centrali, non è seguito, purtroppo, quanto ci si aspettava dalle banche ordinarie, che, nonostante mantenere i soldi fermi presso la BCE fosse un costo, non hanno incentivato gli investimenti presso la clientela. La logica conseguenza (per le banche ordinarie) è stata fatale: se non si «investono» sulle aziende clienti i denari depositati presso la banca centrale (che hanno un costo), i conti nei loro bilanci non quadrano proprio! Si stima che fra il 2014 e il 2018 le banche europee abbiano perso circa 23 miliardi di euro.
Certe pericolose situazioni come quella in parola però, non cambiano dall’oggi al domani. Per ora, dunque, i tassi negativi restano e le possibilità per un eventuale cambiamento non ci sono; JP Morgan stima che essi, in Europa, potrebbero durare altri otto anni, con conseguenze di cui al momento non appare facile capire l’evoluzione. Le banche, dunque, continueranno a remunerare in negativo i depositi, mentre la clientela rischia anche di vedere aumentati i costi del servizio, come commissioni e quant’altro. Si stima che oggi mantenere i soldi sul conto corrente tradizionale costa in media ad una famiglia 145 euro l’anno. Quindi, anche per gli italiani con poche migliaia di euro sul conto, i costi bancari saranno un bel balzello.
Cari amici, come sarà possibile uscire da questo “cul de sac” in cui l’economia si è cacciata? Gli esperti dicono con piani di investimento pubblico e di politica fiscale, almeno per i Paesi che possono permetterselo. Fino ad oggi in Europa la BCE guidata da Mario Draghi (che ormai ha lasciato la direzione a Christine Lagarde, numero uno del FMI) ha cercato di salvare le economie europee e l’euro con grandi iniezioni di danaro ma non è bastato. Kristalina Georgieva, la nuova numero uno del Fondo monetario internazionale, nel suo discorso di insediamento ha citato espressamente le potenzialità di spesa della Germania: «è ora che faccia la sua parte». Berlino ha fatto bottino con i Bund, la merce rara che tutti vogliono, e dal 2014 al 2018 il rapporto debito/Pil è passato dal 75,3% al 60,9%, mentre quello dell’Italia è sempre sopra il 130%. 


Il futuro, cari lettori, resta davvero incerto! Gli egoismi nazionalistici degli Stati, non agevolano certo la ripresa. A tutto questo si aggiunge la Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa), i dazi Usa e un’economia globale che resta in frenata, con tutti gli indicatori, dal manifatturiero all’export, ai minimi del 2009. Se i tedeschi spendessero di più, a cominciare dall’annunciato piano di investimenti «verdi» da 100 miliardi di euro, l’Italia, da sempre partner commerciale della Germania, ma anche tutta l’Unione ne trarrebbero beneficio.

Ci sarà quanto prima un’inversione di tendenza? Chissà! Personalmente (non credendo ai miracoli, in particolare in economia), ho i miei grossi dubbi.

A domani

Mario



Il risparmio vale ogni giorno di meno...




venerdì, novembre 01, 2019

I GIOVANI RISCOPRONO L’AGRICOLTURA. NON È PERÒ UN RITORNO AL PASSATO, MA UN “RITORNO AL FUTUTO”. LE NUOVE TECNOLOGIE SARANNO FONDAMENTALI.


Oristano 1 novembre 2019

Cari amici,

Voglio dedicare la mia riflessione di oggi ai nostri GIOVANI, quelli ai quali, tutto sommato, stiamo per consegnare un mondo poco sano e strutturato in modo tale da negare loro anche un lavoro dignitoso. Per questa ragione il post di oggi parla del loro possibile ritorno al lavoro della terra, che può essere una soluzione per quei giovani disposti a credere che proprio lì ci possa essere uno spicchio del loro futuro. 
Dopo un drastico abbandono dei campi, diventati sempre più incolti, è la mancanza di lavoro che sta riportando i nostri giovani alla terra, al lavoro agricolo e di allevamento. In realtà, però, questo riavvicinamento alla madre terra non è “un passo indietro” per un “ripristino del passato”, ma un "passo in avanti", rivolto al futuro, fatto con l’utilizzo delle nuove tecnologie, in grado di cambiare totalmente la figura classica del contadino o dell’allevatore.
Seppure per molti il mondo dei campi sia ancora visto come una struttura arcaica, dove l’innovazione tecnologica non è mai stata eccessiva, oggi in realtà si potrebbe dire tutto il contrario, in quanto le nuove tecnologie stanno totalmente rivoluzionando il settore agro-pastorale, trasformando il contadino o l’allevatore di oggi in un vero manager tecnologico, operativo in un’agricoltura 2.0. Ciò è dimostrato con i numeri, considerato che a partire dal 2014 gli studenti iscritti alle facoltà di Agraria sono aumentati in Italia del 14%, e la tendenza continua a crescere di anno in anno. 
Questo sta anche a significare che la “nuova tecno-agricoltura” può essere una buona valvola di sfogo per abbattere l’attuale tasso di disoccupazione giovanile del nostro Paese, creando lavoro ai tanti ragazzi che, seppure muniti di titolo di studio, ne sono privi, e di conseguenza sono costretti ad emigrare. L’inversione di tendenza che sta riportando i giovani alla terra è già iniziata, e cresce ogni giorno il numero di imprenditori giovani e giovanissimi che avviano o trasformano attività agricole, con un’età media che va dai 25 ai 30 anni. 
Ad agevolare questo loro inserimento in un mondo che per millenni è stato arcaico e legato al capriccioso variare delle stagioni, c’è oggi la tecnologia, che è in grado di dotarli di supporti, di strumenti e applicazioni che li aiutano non poco nell’attività. Tecnologia che consente loro di monitorare i cambiamenti climatici, di evitare gli sprechi (soprattutto idrici), oltre che aiutarli in quel necessario controllo della produzione che può evitare errori e perdite di prodotto anche consistenti. Anche dal punto di vista del possibile inquinamento ambientale, la tecnologia ha fatto passi da gigante, consentendo di evitare l’uso eccessivo e dannoso di pesticidi e prodotti chimici. 
A governare questa rivoluzione altamente tecnologica, c’è oggi il computer aziendale, in possesso di tutti i dati relativi alla produzione e che il contadino manager è in grado di controllare con lo smartphone in tasca! Con questi due strumenti si possono guidare macchine che operano da sole sul campo, droni che controllano le produzioni dall’alto, e strumentazioni che effettuano il monitoraggio costante di umidità, temperatura, aggressioni batteriche e crescita controllata della produzione. Il tutto senza un eccessivo spreco di risorse umane, ma solo utilizzando pienamente i nuovi strumenti tecnologici.
I droni, per esempio, svolgono un ruolo essenziale, in quanto questi velivoli passando sopra le coltivazioni sono in grado di tenere sotto controllo la qualità dei prodotti sul campo, salvandoli dagli attacchi di parassiti e insetti; il risultato è che mangeremo frutta e verdura più sana, in quanto non sarà più necessario usare una dose massiccia di pesticidi per proteggere il raccolto. In questo modo ne ricaverà effetti benefici sia il profitto aziendale che l’ambiente. 
Insomma, amici, l’agricoltura di precisione si è prepotentemente inserita in quel millenario mondo arcaico, trasformandolo enormemente con l’inserimento delle tecnologie dello spazio. Per fare un esempio, negli ultimi anni risultano sempre più utilizzate le colonnine a infrarossi da usare nei filari delle piante per monitorare la loro salute; i raggi infrarossi sono utilizzati per quantificare il grado zuccherino all’interno dell'uva o dei meloni e cocomeri, mentre i ricercatori del CSP di Torino, con un software speciale da usare su queste colonnine hanno aiutato diversi viticoltori a prevedere il tasso zuccherino delle loro uve, evitando anche per tempo l’attacco dei parassiti. Si pensi che vengono utilizzati i satelliti addirittura per misurare lo stato delle falde acquifere!
Anche nel campo dell’allevamento le novità non mancano! Uno strumento molto importante, per esempio, è la creazione del robot mungitore, diventato in poco tempo uno strumento indispensabile nell’allevamento, che ha così trasformato le stalle normali in stalle domotiche. Sapete come funziona questo macchinario? In modo molto semplice; la mucca entra in un percorso fatto di sbarre metalliche e in questa stanza, tramite laser, quattro “aspiratori” individuano automaticamente i capezzoli dell’animale, iniziando a raccogliere il latte. 
Il liquido raccolto viene trasportato automaticamente nei serbatoi attraverso dei tubi di plastica. Una volta che la macchina ha finito, la mucca esce dal recinto e viene “accolta” da un altro robot che serve all’animale del fieno e dell’acqua. L’allevatore controlla tutto questo processo attraverso lo smartphone collegato al computer, potendo così verificare la quantità di latte raccolto da ogni singola mucca. Con questa tecnologia una sola persona riesce a gestire la mungitura e la pulizia di oltre 120 mucche!
Cari amici, per millenni i contadini sono sempre stati considerati uomini delle stelle, poiché avevano sempre lavorato la terra assecondando le fasi lunari e i mutamenti del cielo. Oggi quel legame antico è stato spezzato e l’agricoltura di precisione, fatta di soluzioni tecnologiche e conoscenze di derivazione spaziale, ha sostituito la precedente, innovandola e migliorandola. Ora lo sguardo dell’agricoltore o dell’allevatore, che prima era rivolto alle stelle, è rivolto allo smartphone, quell’indispensabile strumento costantemente nelle sue mani! Amici, è il colto, tecnologico "uomo di campagna" 2.0, l'agricoltore-allevatore del Terzo Millennio!
A domani.
Mario