mercoledì, maggio 21, 2008

51° CONGRESSO R.I. - DISTRETTO 2O80: " IL ROTARY ATTIVO E ... COINVOLGENTE.








Oristano 20 Maggio 2008


UNA MEDITATA RIFLESSIONE SUL TEMA DEL 51° CONGRESSO DISTRETTUALE:

IL ROTARY ATTIVO E…COINVOLGENTE!

CONSIDERAZIONI DI UN PRESIDENTE RIPETENTE

Chi pensa che l’emozione degli esami è forte solo la prima volta si sbaglia. Se è vero il detto che gli esami non finiscono mai è vero anche che rimettersi in gioco, riprendere le sfide, dà sempre una forte emozione. Noi rotariani siamo abituati alle sfide: nella professione, nella Società e, da rotariani impegnati, nell’Associazione. Ho letto questa emozione anche nel volto e nella voce del nostro governatore Franco Arzano, nella sua relazione di chiusura di questo 51° Congresso che ha riepilogato un nuovo anno di intenso impegno rotariano.
Salutando Franco, domenica, prima di partire per la Sardegna, gli ho solo detto: “ Grazie Franco anche per quello che in questo anno mi hai insegnato”. Lui, come suo solito senza scomporsi, mi ha risposto: “ Io non ho insegnato niente, forse abbiamo appreso molte cose insieme”.
La sua non era una risposta “formale”, era, invece, a mio avviso la più corretta applicazione del nostro modo di essere rotariani: la condivisione, tutti insieme, all’interno ed all’esterno, del nostro patrimonio professionale, culturale e di servizio.
L’ho apprezzato molto quest’anno il motto del nostro Presidente Wilkinson, “ Rotary Shares”, perché rappresenta l’essenza del nostro impegno; è, a mio avviso, la corretta applicazione del nostro motto “ Servire al di sopra di ogni interesse personale”.
Il Congresso, attraverso la relazione di chiusura del nostro Governatore, le relazioni del rappresentante del Presidente Internazionale, l’ing. Carlo Michelotti e dei relatori, hanno messo in luce non solo il prezioso lavoro svolto nell’anno dal Distretto, ma anche la necessità di adeguare il Rotary alle necessità di un mondo in continua evoluzione. Il dibattito ha toccato i grandi problemi che affliggono l’umanità: la fame, l’istruzione, la salute, a partire dal bene più prezioso: l’acqua. Sono questi i grandi problemi che affliggono mondo, per la cui soluzione tutti debbono apportare il loro contributo.
Il tema del Congresso, “Il Rotary attivo e …coinvolgente” voleva certamente evidenziare che senza impegno e senza coinvolgere gli altri non si fa servizio rotariano. A partire dalla comunicazione.
E’ fondamentale, nel mondo di oggi la comunicazione. Per anni il Rotary ha operato a favore della Comunità, dei più deboli, senza clamore, in silenzio, operando “senza che la mano destra sapesse cosa faceva la sinistra”.
Oggi questo non è più possibile. Condividere significa anche coinvolgere, significa stimolare gli altri a fare del bene, significa attrarre gli altri ad apprezzare il nostro impegno. Significa iniziare, attraverso il Rotaract e l’Interact, i giovani validi alla filosofia del servizio e dell’attenzione alle fasce deboli; significa farli crescere nell’amicizia, nell’etica e nella tolleranza, perché domani, affermati nelle professioni, possano diventare buoni rotariani, raccogliendo da noi il testimone.
Strumento utile per far conoscere chi siamo e cosa facciamo è il “Libro dei progetti”.
Questo interessantissimo libro, realizzato con grande capacità e creatività dal Direttore di VDR, l’amico Claudio Marcello Rossi, sarà un insostituibile “biglietto da visita” , capace di raggiungere molti di quei luoghi dove il Rotary è ancora visto come una Associazione superata, del passato, capace solo di osservare, dall’alto, i mali del mondo. Questo libro potrà smentire molti luoghi comuni. Saranno i club il primo veicolo che farà pervenire, a partire dalle Autorità locali ed ai relatori delle conferenze, questo importante strumento di conoscenza del nostro lavoro, del nostro servizio.
Anche io quest’anno mi sono rimesso in gioco. Ho accettato la presidenza del mio club, quello di Oristano, per la terza volta. Ho accettato per spirito di servizio ma anche in considerazione che la mia esperienza poteva essere utile nell’anno che festeggiava il 40° anniversario di fondazione del club. E’ stato un anno faticoso ma entusiasmante. Ho cercato di dare, al club ed al Distretto, tutta la mia esperienza. Spero di esserci riuscito. Spero di aver superato l’esame. Per un Presidente ripetente, altrimenti sarebbe stata davvero una grande delusione!
Mario Virdis, Presidente del Club di Oristano.


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mercoledì, maggio 14, 2008

I DIVERSI MODI DI...APPRENDERE: ESPERIENZE DI VITA VISSUTA












Sassari ,12Maggio 2008




LA COSTRUZIONE DI UN PROGETTO: COME E COSA APPRENDERE PER NON SBAGLIARE.
RICORDI DI LONTANE ESPERIENZE DI VITA VISSUTA:
“in positivo”

Sono uno studente anomalo, lo devo riconoscere. Tornare a scuola dopo una vita intera trascorsa a comprare e vendere danaro non è consueto, anzi per molti è uno sfizio anomalo. Completare, invece, molte caselle della conoscenza rimaste inesorabilmente vuote è stato per me un desiderio incontenibile. Non è questo, però, il luogo per raccontare le mie ansie e la mia storia passata. Lo spunto per portare alla altrui conoscenza un pizzico delle mie esperienze lavorative me lo ha dato la Prof. Marti durante le lezioni di “ Progettazione di ambienti tecnologici per la comunicazione”.
Alla sua richiesta di parlare, raccontare, le nostre esperienze di vita connotate da un segno positivo o negativo, mentre lavoravo con il mio gruppo ( Map2music) ho rivisto, come in un film, alcune scene ormai datate, risalenti al mio periodo di formazione nei primi anni lavorativi nella Azienda bancaria che mi aveva assunto (Banco di Sardegna).
Debbo riconoscere che l’esperienza che sto per raccontarvi fu per me un tassello determinante nella successiva costruzione della mia carriera che, sotto molti aspetti, è stata appagante e gratificante.
Avevo poco più di 27 anni (era il 1973) e lavoravo in banca da meno di quattro. Avevo fino ad allora svolto lavoro esecutivo allo sportello, dove avevo dimostrato non solo buona capacità ma anche quel “savoir faire” di intrattenimento della clientela. Oggi questo lavoro è riservato agli addetti commerciali, specializzati con corsi di formazione e di marketing, ma allora tutto era lasciato alle capacità individuali ed alla innata forza comunicativa esistente o meno in ciascuno di noi. Lo stabilimento dove lavoravo era la Sede di Oristano. Era il 1973 ed all’arrivo di un nuovo direttore, giovane e dinamico, come di consueto, furono modificati anche gli incarichi e ridistribuiti i compiti agli addetti ai vari servizi. Venni individuato per gestire i conti correnti della clientela, uno dei servizi più impegnativi, che presupponevano un costante contatto con il direttore, l’unico facoltizzato ad autorizzare le “posizioni eccedenti” ( ndr. Quando il saldo del c/c supera i limiti del deposito o supera l’importo del fido accordato, per esempio viene presentato per il pagamento un assegno da 10.000 euro su un conto con un saldo di 7.000, l’unico che può autorizzare il pagamento della c.d. “posizione eccedente” è il direttore della filiale). Era questo uno dei “servizi” più temuti proprio per la costante necessità di avere le autorizzazioni “scritte” al pagamento delle eccedenze. I momenti più drammatici erano quelli che viveva l’addetto, quando salendo trafelato a cercare la firma del direttore per uno sconfinamento, questi era irreperibile, perché , magari, uscito con dei clienti. Che fare? In banca non ci sono tempi morti il tempo scorre inesorabile ed è necessario dire un sì o un no in tempi terribilmente brevi. Le giornate di questo tipo diventano una giornaliera corsa ad ostacoli, e la sera, dopo tante ore di ansia ti assalgono gli incubi notturni per gli eventuali errori.
Ero da pochi giorni in questo gravoso servizio, quando una sera, prima della chiusura serale, mi chiamò il direttore. Salii al quarto piano ( le direzioni, come d’uso allora, erano all’ultimo piano: il potere domina sempre, tutto, dall’alto; questo era lo schema della struttura piramidale, anche nella allocazione fisica degli spazi) convocato in direzione.
La filiale era, ormai, praticamente deserta. Il colloquio, lo ricordo ancora con grande nitidezza fu cordiale, ma allo stesso tempo fermo e razionale. Il Dr. Cabras, questo il nome del direttore, mi disse che apprezzava molto il mio modo di fare, che quel servizio poteva farmi crescere nella acquisizione degli strumenti per diventare un capo servizio e che mi avrebbe messo alla prova per avere conferma delle mie doti gestionali e decisionali. Mi disse che lui aveva necessità di dedicarsi con grande dispendio di tempo ed energie allo sviluppo esterno e che dall’indomani lui sarebbe uscito tutti i giorni, per ore, lasciando a me il compito di amministrare il servizio, pur privo delle necessarie coperture e delle firme di autorizzazione che necessitavano per il corrente andamento quotidiano. Mi mancò il fiato: come avrei io potuto indovinare quello che il direttore aveva in animo di autorizzare o non autorizzare? Come avrei potuto intuire quello che necessariamente doveva essere pagato e quello che, invece, doveva suo malgrado, essere respinto? Comprendendo il mio imbarazzo ed il mio disagio sorrise e mi disse testualmente: “ …vedi Mario io credo che ciascuno di noi sia qui per amministrare bene l’azienda che ci ha assunto, l’azienda che se va bene potrà per tanti anni continuare a produrre, dare reddito e garantire a tutti noi un futuro sereno. Se io ho deciso di fidarmi di te c’è una ragione; credo che amministrerai in mio nome e conto con grande saggezza e capacità. La tua tranquillità è totale: al mio rientro, la sera, io firmerò tutto quello che tu hai autorizzato in mio nome e poi, insieme faremo un consuntivo su quello che hai fatto e su quello che, magari avresti potuto evitare. Ma tutto questo dopo che avrò avallato il tuo operato…”. Rinfrancato dissi di si e gli garantii la mia piena responsabilità ed attenzione.
Non ci furono problemi. L’esperienza mi diede una grande soddisfazione ed una grande capacità di giudizio. Credo che se sono cresciuto e diventato manager in questa azienda molto lo debbo a quel direttore che ebbe fiducia in un ragazzo.



Mario Virdis
virdismario@tiscali.it – blog: http://www.amicomario.blogspot.com/


N.B.

Credo che questa esperienza dimostri che CONDIVISIONE, FIDUCIA, ESPERIENZA, GIOCO DI SQUADRA, siano basilari nella costruzione dell’apprendimento; nessun progetto serio può realizzarsi, funzionare, senza l’oculata scelta degli elementi. Il progetto vincente è quello che appaga entrambi: il progettista e l’utilizzatore.
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Nel mio passato lavorativo non ci furono solo esperienze "POSITIVE" : Tante furono anche quelle negative. Eccone una significativa, che invita, anche oggi, a riflettere...!

L’esperienza, in negativo, che sto per ricordare ora non risale ai miei primi anni di lavoro, ma è, invece, parte degli ultimi dieci anni della mia esperienza lavorativa.
Dopo una vita intera trascorsa a girare in lungo ed in largo le varie dipendenze della nostra isola, ormai appagato da positive esperienze e da una carriera per molti aspetti brillante (avevo già maturato il grado di Vice Direttore) ero rientrato alla Sede di Oristano, come responsabile del credito alle grandi aziende. La mia esperienza era tale che non ero più intimorito dalle grandi cifre e dalle esposizioni aziendali che spesso ammontavano a svariati miliardi ( allora si ragionava ancora in lire).
Venuto a conoscenza che nella zona industriale si era installata una nuova azienda, facente parte di un noto gruppo nazionale, andai in visita di sviluppo a trovare i responsabili. Il colloquio mise in luce una possibile comunanza di intenti e la possibilità per il nostro gruppo bancario di entrare in relazione creditizia con la nuova azienda. Raccolsi tutto il materiale necessario ( atti ufficiali, bilanci, compagine sociale e quanto altro necessario per avviare una seria istruttoria e proporre una linea di credito notevole, ammontante a diversi miliardi.
Non erano tante le aziende installate nella nostra provincia che beneficiavano di crediti importanti. Mi dedicai anima e corpo all’istruttoria della pratica, senza nulla trascurare: più che un’analisi avevo fatto una seria radiografia dell’azienda, con analisi dei mercati di riferimento, proiezioni sul medio e lungo termine, concorrenza trascurabile, etc. C’erano, in effetti tutti i presupposti, le caratteristiche, per la concessione. Anche i più recenti convegni a cui avevo partecipato avevano messo in luce che la “nuova banca” non doveva più finanziare chi aveva già soldi e patrimonio, ma doveva, invece, finanziare le idee innovative, le idee vincenti.
Con grande orgoglio presentai la pratica al direttore dell’area che aveva il potere deliberativo. Aspettai qualche giorno, ma nulla mi fu fatto sapere. Nella seconda settimana, ormai non ce la facevo più ad aspettare, una sera, prima di uscire, andai in direzione per sapere l’esito. Dopo un giro di parole che mi allarmò, capii che tutti i miei sforzi erano stati vani. La pratica, pur in possesso di tutti i requisiti formali e sostanziali previsti per la concessione di crediti di quella entità, non avrebbe avuto la necessaria positiva delibera. Per quale ragione? Perché a fronte dei requisiti pubblicamente richiesti, la pratica mancava di quei requisiti occulti, mai scritti da nessuna parte ma validi quanto e forse più degli altri. Questi requisiti, apparentemente superati, continuavano a resistere come le norme non scritte, come usi e consuetudini pur obsoleti ma sempre capaci di superare le nuove regole. Alla pratica difettavano: la conoscenza personale, la mancata sardità dei titolari dell’azienda, e forse…la mancanza di connubio con la classe politica isolana.
Uscii dalla direzione senza proferire parola. Non chiesi mai più della pratica e non tornai mai in quella azienda: non avrei avuto parole per giustificare la nostra posizione.


Mario Virdis
N.B.

Credo che questa esperienza negativa dimostri che la mancanza di fiducia, l’ancoraggio al passato, la carenza di voglia di innovazione, l’incapacità ad affrontare il rischio, l’investimento per il futuro, possano far fallire anche progetti capaci di cambiare il volto non solo di un’azienda ma anche di un’intera nazione.



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sabato, marzo 08, 2008

LE PRIME ROTARIANE DEL GIUDICATO DI ARBOREA




a ds.:ritratto di Eleonora D'Arborea;
al centro: foto ricordo delle nuove socie Anna Paola e Maura;
a sn: Logo e motto dell'A.R.
2008.09


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Titolo:

ROTARY CLUB DI ORISTANO: LE PRIME ROTARIANE DEL GIUDICATO DI ARBOREA

Oristano è terra di regine. Eleonora d’Arborea, giudice del Giudicato di Arborea, fu il personaggio della politica più noto della Sardegna medioevale. Dei quattro regni giudicali di Calari, Torres, Gallura e Arborea quello di Eleonora fu quello più lungo ed importante. Frutto della sua lungimiranza e della sua saggezza la stesura del più avanzato codice legislativo dell’epoca: la Carta de Logu, che, applicata in tutta l’Isola, fu per secoli strumento insostituibile, che con poche variazioni, restò in vigore fino all’emanazione del Codice di Carlo Felice nel 1827. Chi legge con attenzione la Carta de Logu non può negare l’apertura alla modernità di talune norme, e la saggezza giuridica che contiene elementi della tradizione romano-canonica, di quella bizantina, della giurisprudenza bolognese e del pensiero culturale-curiale catalano, soprattutto dell’elaborazione giuridica locale delle consuetudini sarde compiute dal diritto sardo di tipo municipale. Eleonora dimostrò di voler uscire dal medioevo creando, per prima, il nuovo concetto di Stato, erede di quello feudale.
Ho scomodato Eleonora e il suo Giudicato per introdurre l’argomento di cui voglio, con orgoglio, parlare: l’ingresso delle prime due socie nel nostro club di Oristano.
Questo ingresso, a 38 anni dalla fondazione del club (la Charta è del dic.1967, consegnata nel febbraio del 1968), è avvenuto Venerdì 9 giugno alla presenza del governatore Giorgio di Raimondo.
Anna Paola Iacuzzi, laurea in economia e commercio col massimo dei voti, è oggi direttore generale dell’Amministrazione Provinciale di Oristano, mentre Maura Falchi, figlia di rotariano, è architetto, presidente dell’Ordine professionale. Professioniste giovani e capaci, sapranno inserirsi a pieno titolo nel club ed operare con determinazione.Dovremo essere noi, però, a facilitare questo compito. Dobbiamo evitare di lasciarle sole, dobbiamo evitare gli steccati e aprire un dialogo immediato e coinvolgente: credo che fin da subito vadano inserite nelle varie commissioni del club. Il giudicato di Arborea, terra di donne valide e capaci, ha da oggi anche nel Rotary di Oristano la sua valida rappresentanza femminile.
La presenza femminile nel Rotary è ancora modesta. A livello mondiale è ancora del 13,5%, come ha illustrato nel recente Congresso di Viterbo una grande rotariana sarda, Emanuela Abis, nella sua relazione La donna, l’amicizia e…il Rotary. In Europa, invece, la presenza femminile è del 6%, mentre nel nostro Distretto si è raggiunto il 7,5%. In Italia la prima donna fu ammessa in un Rotary club nel 1987 e il primo incarico di governatore dato ad una donna è del 2003. Come si può rilevare i dati non sono ancora significativi: nell’anno rotariano 2005/2006 su 529 distretti 66 hanno un governatore donna.
Il tempo perduto, però, si sta recuperando. I nuovi club oggi nascono con un consistente numero di donne come soci fondatori e la loro presenza, contribuisce a stimolare anche i club di più antica formazione che ancora non le hanno ammesse o che hanno un peso femminile poco significativo.
Ho già avuto occasione, in questa rivista, di parlare di giovani e di giovani professioni, Ho sostenuto e, oggi, sostengo ancora con più forza che il futuro del Rotary, il nostro futuro di rotariani è legato alla nostra capacità di coinvolgere i giovani di entrambi i sessi. Solo coinvolgendo i giovani possiamo dare forza alle sfide dei prossimi anni. Per fare questo dobbiamo impegnarci tutti. A partire dalla costituzione di club Interact e Rotaract, possibilmente in ogni club Rotary. I giovani che da subito conoscono gli scopi del Rotary non tarderanno ad amarlo e saranno, domani, ottimi rotariani. Come in una grande famiglia sono i figli da noi educati, maschi e femmine, che domani prenderanno il nostro posto: prepariamo loro la strada. Le sfide del nuovo millennio si potranno vincere solo con loro.

Mario Virdis
mailto:virdismario@tiscali.it






martedì, febbraio 26, 2008

UNA CASA..ROTARIANA !











Oristano 25 febbraio 2008



Inaugurata dal Governatore la prestigiosa Sede del Club di
Sanluri Medio Campidano

…E PER SEDE UNA CHIESA DEL 1.600 !

L’Interessante progetto del “Centenario”, concluso tre anni dopo, ha dotato il Club di una prestigiosa Sede, aperta alle esigenze del territorio.

Chi visita oggi il Castello di Sanluri ( in pieno centro abitato) o transita nelle strette viuzze circostanti, sapientemente pavimentate con gli antichi ciottoli, si ferma compiaciuto ad osservare il recente recupero della antica Chiesetta, adagiata al suo fianco.
Come ebbi occasione di scrivere su VDR nel Febbraio del 2005 ( l’articolo portava il titolo: “ Il club di Sanluri Medio Campidano, nell’anno del Centenario adotta una Chiesa del ‘600”) la straordinaria idea dell’Avv. Angelo Bandinu, Presidente del Club nell’anno 2004.05, certamente sarebbe piaciuta molto a Paul Harris.
In effetti, ai più, l’idea di trasformare una vecchia chiesetta sconsacrata, e ormai in totale degrado, in Sede di un club Rotary poteva apparire come minimo non solo inusuale ma addirittura eccentrica, stravagante. Oggi quell’idea, “sogno di una notte di mezza estate”, è diventata realtà.
Il club di Sanluri M.C. è nato dall’iniziativa del mio club, quello di Oristano, e nonostante i pochi anni di attività (è nato nell’anno 2001.02) ha già raggiunto livelli di eccellenza. Sarà stata la scelta oculata dei soci fondatori, unita all’attiva assistenza nei primi anni di servizio, ma il risultato è sicuramente di alto livello. Torniamo alla nostra Chiesa-Sede del Club ed alla sua storia.
Nel cuore del centro storico di Sanluri, in provincia di Oristano, si erge maestoso il Castello di Eleonora d’Arborea, oggi sede di un importante museo, che appartiene alla nobile famiglia dei Conti VILLASANTA, il cui erede attuale, il Conte Alberto, è socio del Rotary Club di Cagliari .
Quasi a ridosso del Castello si adagia la chiesetta di S. Sebastiano, edificata nel 1.600 come Chiesa votiva in segno di riconoscenza al Santo da parte dei fedeli scampati ad una terribile pestilenza. Pur priva di particolari pregi architettonici è stata da sempre molto amata dalla popolazione. Piccola ( ha una superficie di circa 70 mq.), sin dagli anni ’40 perse la sua destinazione per il culto. Negli anni successivi fu prima adibita ad uso militare e successivamente, sempre più degradata, fu sede delle ACLI, sezione di partito ed in ultimo magazzino. Ripercorriamo la storia del suo recupero.
L’avv. Bandinu prima di diventare Presidente del club è stato anche Sindaco della cittadina di Sanluri.
Profondo conoscitore del territorio aveva già portato avanti, da amministratore, diversi recuperi di edifici storici. Perché non trovare soluzione anche alla Chiesetta di S. Sebastiano?
Le idee brillanti qualche volta non solo camminano, volano.
Dall’idea alla realizzazione il passo è stato breve. Immediati i contatti con l’Arcivescovado di Cagliari, titolare del bene. L’Arcivescovo, Mons. Mani, non ebbe difficoltà ad accordare la richiesta concessione in comodato d’uso gratuito dell’edificio, ormai desueto, per destinarlo a Sede permanente del Club.
Il progetto di recupero, predisposto gratuitamente da due professionisti, l’ing. Marcello Pistis e l’arch. Efisio Corongiu, prevedeva il ripristino dell’aspetto originario dell’edificio e la destinazione a salone espositivo e sala conferenze. Le costose spese di restauro sono state faticosamente sostenute dal Club: non pochi soci hanno contribuito in modi diversi, secondo le proprie possibilità, a trasformare un sogno in realtà. Credo non ci sia dimostrazione migliore dell’applicazione del motto del nostro Presidente Wilkinson “ ROTARY SHARES”, ovvero che il Rotary è condivisione!
Sabato scorso 23 Febbraio 2008, proprio 103 anni dopo l’ufficiale nascita del Rotary, il nostro Governatore ing. Franco Arzano tagliava, insieme al Presidente, il notaio Dr. Franco Ibba, il nastro che inaugurava la rinascita di un antico edificio e la sua adibizione a prestigiosa sede di un club Rotary.
Sabato è stata, davvero, una giornata straordinaria! La grande affluenza di pubblico all’inaugurazione ed al concerto inaugurale della Academy of St. Matthew’s nel Convento degli Scolopi, tenuto dal Maestro Simone Pittau, socio del club, e da altri cinque concertisti ha dato all’evento il tono delle grandi occasioni. La serata si è conclusa con la cena di gala, in onore del Governatore, che per essere presente ha abbinato la Sua visita al club all’inaugurazione della Sede.
Il Governatore nel suo discorso di saluto ha messo in risalto la straordinaria vitalità e capacità del club, nonostante la sua giovane età rotariana. Presenti alla cena, oltre alla gran parte dei soci, numerosi invitati: il Past Governor Prof. Angelo Cherchi, nominato socio onorario del Club, il Segretario Distrettuale Salvatore Fozzi, l’Assistente del Governatore Orsola Altea e diversi Presidenti e soci di club, a partire dal club Padrino, Oristano. Tra gli ospiti d’onore i due professionisti che gratuitamente hanno lavorato per il recupero dell’edificio: gli ingegneri Pistis e Corongiu che hanno ricevuto dalle mani del Governatore attestati di ringraziamento, i concertisti dell’ Academy of St. Matthew’s, la studentessa americana dello “ Scambio giovani” ed Autorità del Territorio. L’argomento principale della serata è stato quello dell’utilizzo della nuova Sede. Tante le idee, tutte interessanti.
Mi piace pensare ai nuovi incontri, oltre 400 anni dopo, in quel locale comunitario che vide la popolazione di Sanluri riunirsi dopo una grande calamità. Operare in quella Sede rinnovata sarà un modo nuovo di aprire, spalancare, le porte della nostra ormai centenaria orgogliosa Associazione all’esterno. Un modo nuovo di fare Rotary: un modo per indicare, anche a tanti altri club, una nuova via da seguire. Io credo che questa iniziativa possa essere utile e coraggiosa allo stesso tempo. Una sfida. In che modo?
Il Rotary è un’Associazione di professionisti, tutti ai massimi livelli delle loro attività professionali, che costituisce, per il suo territorio, un forte punto di riferimento, di sostegno e di indirizzo propulsivo per qualsiasi necessità.
Avere una Sede fissa, a disposizione del pubblico, costituirebbe un grande passo avanti, rispetto alla attuale situazione: l’anonimo domicilio in un noto ristorante, con le conseguenti equazioni poco felici. Basterebbero poche ore di presenza, con una turnazione delle varie professioni esistenti nei club, per dare un segno tangibile della nostra capace presenza, della nostra professionalità e disponibilità nei confronti di chi di noi ha bisogno.
Non credo che il mio sia solo un sogno!

L’esempio del club di Sanluri spero possa essere contagioso. Sarebbe il modo migliore per fare Rotary nel mondo di oggi. Il modo migliore per avvicinare a noi tanti giovani che di noi hanno bisogno in un mondo sempre più arido, privo di amicizia, che nega Loro aiuto, sostegno e conforto.
L’antica Chiesetta, oggi sede del club, come si può vedere in una delle foto, porta in cima un piccolo campanile a vela, ove è montata una campana datata 1672.
L’ho paragonata alla nostra campana rotariana. Campana che da oltre un secolo, con un suo tocco, ricorda a tutti noi l’impegno preso : Servire al di sopra di ogni interesse personale .
MARIO VIRDIS, PRESIDENTE R.C. ORISTANO

giovedì, gennaio 17, 2008

IL MIO PRIMO...MARE !







16 gennaio 2008

IL MIO PRIMO MARE.

Il recente incontro-dibattito “ Sguardi sul mare da vicino e da lontano. A confronto esperienze e opinioni di tre Sindaci”, predisposto, con noi studenti della Specialistica in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo, dalla docente del Corso avanzato di Sociologia Urbana, prof. Antonietta Mazzette è stato molto interessante.
La tavola rotonda era la seconda, delle tre fasi previste, di analisi della attuale realtà sarda, alla luce del vivace ed interessante dibattito, innescato dalla recente approvazione del PIANO PAESAGGISTICO REGIONALE. Il dibattito prevedeva un confronto tra gli studenti e tre rappresentanti delle Istituzioni, i Sindaci di Mamoiada, Orosei e Seulo.
Durante l’incontro ho apprezzato molto la disponibilità al dialogo ed al confronto dei rappresentanti di tre zone della Sardegna molto diverse tra loro: una sul mare, Orosei, angosciata da non comuni problemi di crescita e consumo del suo territorio, le altre due Mamoiada e Seulo, ubicate entrambe nell’interno dell’Isola ma con problematiche diverse per popolazione in calo, distanza dal capoluogo e difficile rilancio delle tradizioni. Diversi i problemi sul tappeto: Orosei cresce, ha una disoccupazione praticamente inesistente, ha nel suo territorio immigrati sardi ed extracomunitari, Mamoiada e Seulo, invece, toccano con mano il lento ed inesorabile spopolamento, derivante dalla mancanza di attività destinate ai giovani che, pur acculturati e preparati, lasciano definitivamente i piccoli centri dell’interno, costringendoli ad un’impari lotta per frenare l’emorragia e garantire la sopravvivenza dei loro antichi centri.
Ognuno di loro ha portato la sua esperienza, la sua visione e le sue ricette per governare e conservare, al meglio, la sua terra. In tutti, comunque, ho visto l’angoscia, la preoccupazione, non solo di costruire un futuro, soprattutto ai giovani, ma anche di creare le condizioni per uno sviluppo capace di salvaguardare e tramandare alle generazioni future il patrimonio non solo tangibile, fisico, quello delle nostre bellezze naturali, ma anche quello culturale, e sociale di cui ognuno è portatore.
Diverso, anche, per tutti e tre il rapporto con il mare.
Ho seguito con vivo interesse tutto il dibattito, anche se un Sindaco, ha, in particolare, catturato la mia attenzione: il Sindaco di Mamoiada, Graziano Deiana. Il suo modo pacato, ma allo stesso tempo fiero, di esporre le sue opinioni mi ha più coinvolto. La sua fierezza di sardo traspariva dal modo lento con cui parlava: si esprimeva, senza toni forti, senza gesticolare, senza alterare il tono della voce. Le sue affermazioni fatte di un’alternanza di buon italiano con espressioni in lingua sarda risultavano, agli ascoltatori, chiare ed efficaci. Nella sua esposizione, pur pacata, non vi era rassegnazione ma determinazione: la consapevolezza sia delle difficoltà che aveva già incontrato che di quelle che avrebbe ancora continuato ad incontrare. Consapevolezza, la sua, che aveva al suo interno una forte certezza: da combattente (13 anni in prima linea, prima da V.Sindaco e poi da Sindaco) avrebbe continuato la lotta per la sua gente.
Credo che Graziano Deiana sia un uomo della mia generazione, quella che ha raccolto i cocci della guerra e lavorato per ricostruire un Paese distrutto.
Parlando del suo primo rapporto con il mare, avvenuto all’età di circa sei anni, e delle sue prime bellissime esperienze di fronte ad un elemento, il mare, fino ad allora per lui sconosciuto, mi ha riportato indietro nel tempo. Le sue scorribande sul litorale, il suo giocattolo vivente, la tartaruga, e gli altri giochi, fatti di niente, hanno riaperto, nella mia memoria, la scatola (oggi diremo il file) dei ricordi. Anch’io ho visto il mare “da grande”. Avevo otto anni e, complice un inverno particolarmente umido che aveva più volte attentato alle mie tonsille, la mia salute cagionevole convinse i miei ad accogliere il consiglio del medico di far “cambiare aria” al bambino. La cosa non era, però, facile. Gli anni ’50 scontavano ancora le ferite della guerra e la vita, il lavoro, erano di grande precarietà. Il mare distava dal mio paese, Bauladu (in provincia di Oristano), poco più di 20 chilometri, ma non vi erano mezzi di trasporto, né locali dove soggiornare. Inoltre, il reddito della mia famiglia non poteva certo consentire il noleggio di una carrozza o l’affitto di uno dei pochi appartamenti che si affacciavano sul mare a Torregrande, allora piccola frazione di Oristano. Una soluzione, però, doveva assolutamente essere trovata. L’unico mezzo, prezioso, di locomozione era allora la bicicletta. Mio padre, una sera, parlando con un amico, padre di un bambino della mia età, anche lui bisognoso di un soggiorno al mare, mise in piedi, con lui, un progetto: trasferimento al mare, a Torregrande, con viaggio in bicicletta e soggiorno in “tenda”, costruita con un’impalcatura di canne e chiusa con lenzuola e coperte. L’arredamento della “casa al mare” sarebbe stato spartano: una “stuoia” a testa, cucina all’aperto e…vacanze tutto mare!
L’idea sembrava pazzesca, ma non vi erano alternative. Dopo alcuni giorni di preparazione logistica iniziò il grande viaggio. La mia famiglia, composta di quattro persone (oltre i miei genitori e me, mio fratello un po’ più grande), si trasferì al mare viaggiando, in quattro, sull’unica bicicletta: mio padre alla guida, mia madre sul telaio, io sul portabagagli anteriore e mio fratello sul portabagagli posteriore.
Lentamente, le due biciclette (l’altra era quella del padre del mio amico) presero la via del mare. Le strade allora erano molto diverse: lo stretto nastro d’asfalto fino alle porte di Oristano (era la vecchia SS. 131) era pieno di buche, il resto, fino al mare, era strada in terra battuta. Il viaggio, iniziato alle prime luci del giorno, si concluse in alcune ore. L’arrivo al mare, in pieno sole, fu una cosa scioccante e meravigliosa. Una lunga distesa di sabbia, piena di conchiglie, di alghe e di palline, di tutte le dimensioni, che il mare preparava dopo aver a lungo arrotolato le alghe secche, separava la terraferma dalla grande distesa liquida, il mare. Rimasi a lungo a guardare il movimento delle onde con un misto di meraviglia e timore insieme.
Il resto della prima giornata fu dedicato alla preparazione della “tenda”. Mio padre e l’amico a tagliare le canne nel vicino canneto, e noi tutti a pulirle e mondarle dal fogliame. Dopo ore di preparazione l’intelaiatura era pronta. Le due tende affiancate, una per noi ed una per l’altra famiglia, furono completate a sera inoltrata. All’interno, come nei racconti, una candela di cera era l’intero impianto elettrico. Era tutto bello e selvaggio allo steso tempo.
Questo soggiorno marino durò una decina di giorni. Furono giorni bellissimi: il bagno, i giochi al sole anche con altri bambini, la raccolta delle piccole arselle sul bagnasciuga (ottimo ingrediente per la pasta alle telline), i giocattoli fatti con le canne prese nel vicino canneto.
L’effetto benefico del mare fu positivo anche per la mia salute. Gli anni successivi ci furono altre vacanze al mare che trascorsi, però, a Giorgino, in colonia con altre decine di bambini di tutta la Sardegna.
Come il primo amore, si sa, la prima vacanza non si scorda mai. Anche per me i ricordi del “mio primo mare” sono unici ed irripetibili. Sono stampati nella mia mente in maniera indelebile, come i paesaggi di allora, la lunga spiaggia quasi deserta, il canneto, fabbrica dei miei giochi, i pesci che ci giravano intorno, quasi a chiederci una carezza. Grazie caro amico, Sindaco di Mamoiada; grazie, caro Graziano, per aver riaperto uno dei miei più bei “file” della mia fanciullezza! Grazie anche per l’impegno e la determinazione che ho letto nel Tuo volto e nelle Tue parole: credo che non riuscirò a dimenticare mai una frase che, hai sapientemente miscelato nel tuo saggio discorso di pubblico amministratore, quella di avere timore di usare nel Tuo parlare “ Sas paraulas de pazza”, le parole “leggere”, vuote, senza peso. Continua la Tua lotta civile, il Tuo impegno e le Tue parole “di peso” per far sì che anche le generazioni future possano ancora godere di quel patrimonio che noi abbiamo conosciuto.
Grazie per la Tua bella lezione di impegno civile.




Mario Virdis

– ECG matr. 30019800


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giovedì, gennaio 10, 2008

UNA SCOMMESSA DA VINCERE !







LA FAME NEL MONDO NON E’ UNA FATALITA’

UN PROGETTO PROVOCATORIO: “5 EURO PER LA VITA”

IL ROTARY CLUB DI ORISTANO CHIAMA A RACCOLTA TUTTI I ROTARIANI DEL DISTRETTO.

Il più recente rapporto annuale della FAO ha messo in luce un tremendo scandalo: aumenta la fame nel mondo nonostante le possibilità tecnologiche di poterla eliminare per intero. Si stimano ogni giorno 854 milioni di persone denutrite, mentre altre 100.000, invece, muoiono di fame o di cause ad essa legate. Si stima altresì che ogni 5 secondi un bambino con meno di dieci anni da qualche parte nel mondo muoia di fame.
Questo avviene in un pianeta abbondante di risorse dato che la FAO stessa sostiene che il nostro pianeta potrebbe facilmente soddisfare le esigenze alimentari del doppio della popolazione attuale che è di circa 6 miliardi. Conclusione: la fame nel mondo non è una fatalità, ma un danno causato.
Questa situazione non può più passare inosservata. Il mondo occidentale, soprattutto, può e deve trovare soluzioni che prima mitighino e poi risolvano una tragedia che ha tanti colpevoli e nessun colpevole!
Il nostro club, che quest’anno festeggia il suo quarantesimo anno di servizio, grazie all’idea-progetto di un socio (l’Arch. Giuseppe Margaritella), ha studiato un piano d’azione che pur apparentemente modesto, se limitato al nostro club, può diventare un vero uovo di Colombo se visto in scala.
Il progetto non è complesso ma di una semplicità estrema. Parte dal presupposto che il Rotary è un’associazione non-profit di professionisti, quindi appartenenti ad una categoria sociale medio-alta ed in grado di sacrificare una modestissima parte del loro reddito per un fine umanitario.
La nostra operazione, denominata “ CINQUE EURO PER LA VITA”, è un’adozione a distanza che, con un impegno, per ogni socio, di cinque euro mensili ( impegno già deliberato a valenza pluriennale) consente di adottare e quindi togliere dalla strada e da fame e morte certa n. 11 bambini di un villaggio del Brasile, consentendo loro il sostentamento nell’immediato e l’acquisizione degli strumenti per una dignitosa vita futura.
A molti questo può far sorridere: cosa sono 11 bambini di fronte agli 11 milioni di bambini che ogni anno muoiono per malnutrizione e mancanza d’acqua potabile? Una goccia in un mare, anzi in un Oceano! Noi crediamo che non sia cosi. Il Rotary conta nel mondo poco meno di 1 milione e cinquecentomila soci, con uno sforzo straordinario è riuscito a debellare la poliomielite dal mondo, perchè, se i rotariani volessero, non potrebbe, invece, riunendo forze cosi notevoli, salvare da morte certa centinaia di migliaia di bambini e, perché no, milioni? Basta volerlo!
Nell’attuale mondo globalizzato, ormai è noto a tutti, quello che funziona veramente, quello che consente di arrivare, presto e bene, allo scopo è il gioco di squadra, non l’impegno del singolo, per quanto capace.
Se l’iniziativa del nostro club (che ha già in cassa, pronto per l’invio, il contributo di partenza), con il semplice sacrificio di 5 euro al mese (credo da tutti accettabile), consente di “adottare” subito ben 11 (undici) bambini, possiamo immaginare come si moltiplicherebbe il risultato se fosse replicato da tutti i club sardi; se, poi, il progetto fosse condiviso e partecipato da tutti i club del Distretto il numero dei bambini raggiungerebbe livelli molto importanti. Ma sognare non è vietato: perché non pensare che anche gli altri Distretti italiani adottino entusiasticamente questa idea, questo sogno? Sarebbe davvero una cosa straordinaria!
Non pensiamo di aver trovato la pietra filosofale, ma semplicemente crediamo di aver trovato una via, forse tra le tante, per alleviare la sofferenza e prestare a chi è stato meno fortunato di noi quel “servizio agli altri”, non dimentichiamolo, principale motivo per cui siamo entrati nel Rotary! Ogni club potrebbe dedicarsi ad una zona disagiata di suo particolare interesse. L’importante è fare! A nostro avviso il Distretto in questa operazione può e deve svolgere un ruolo essenziale: quello di coordinamento.
Quest’anno il motto del nostro Presidente Internazionale Wilkinson è “ Il Rotary è condivisione”. Il nostro Governatore Franco Arzano nella Sua relazione programmatica ci ha ben chiarito cosa significhi, per un rotariano, la condivisione: “…Ciò che accomuna i rotariani di tutto il mondo è, infatti, la volontà di condividere: condividere il loro tempo, le loro capacità, la loro esperienza e le loro risorse finanziarie: il tutto per realizzare progetti che, affrontando un ampio spettro di problematiche sociali ed umanitarie, mettono a fattore comune la loro comprensione, il loro entusiasmo e la loro dedizione per assistere i bisognosi e fare del mondo un posto migliore…”.
La presentazione del nostro progetto al Governatore ha avuto un’entusiastica condivisione e la conseguente promessa di tutta la Sua autorevole collaborazione.
Sta ora a tutti Voi, cari Presidenti, di tutti gli altri club fare Vostra l’idea, l’iniziativa.
Io ho grande fiducia nel Rotary e nei rotariani: sono fermamente convinto che tutti i Presidenti e tutti i soci dei club del mondo possono sacrificare, senza timore, 5 euro al mese: sarebbe un modo meraviglioso di salvare tante vite umane, dando concreta applicazione al nostro motto: IL ROTARY E’ CONDIVISIONE.

Mario Virdis, presidente del club di Oristano.





Ha detto Madre Teresa di Calcutta "...Noi siamo meri strumenti di servizio, non conta quanto facciamo, ma quanto amore ci mettiamo. Dall'amore nasce il servizio, dal servizio la pace...".
Questa è l'essenza del Rotary.

Mario.







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venerdì, gennaio 04, 2008

LA SCALA CHE PORTA ALLA FELICITA'....


Scala ideale...scala onirica...ma passaggio obbligato per la ricerca della felicità!
La riflessione che segue (non è mia ) aiuta a capire quanto sia difficile raggiungerla.
Ciao a tutti. Buon Anno!

Non dimenticare mai, che esistono quattro cose nella vita
a cui non c’è rimedio :
- La pietra, dopo che è lanciata;

- La parola, dopo che è proferita;
- L’occasione, dopo che è persa;
- Il tempo, dopo che è passato.

Il Tantra della vita.

Uno.
Dai di più alle persone, di quello che esse si aspettano, e fallo con allegria.


Due.
- Sposati con qualcuno con cui ti piaccia conversare.
- Man mano che invecchierete, la capacità di comunicare, sarà sempre molto importante.


Tre.
- Non credere a tutto quello che ascolti;

- Non spendere tutto quello che possiedi;
- Non dormire tanto quanto potresti.


Quattro.
- Quando dici ' io ti amo', sii sincero.


Cinque.
- Quando dici “mi dispiace” guarda negli occhi la persona a cui lo dici.


Sei.
- Rimani fidanzato almeno sei mesi prima di sposarti.


Sette.
- Credi nell’amore a prima vista.


Otto.
- Non ridere mai dei sogni degli altri. Chi non ha sogni, non ha molto!


Nove.
- Ama profondamente e con passione.
- Può darsi che ti feriranno, ma è l’unico modo di vivere una vita completa.


Dieci.
- Quando discuti, gioca pulito.
- Non usare insulti.


Undici.
- Non giudicare nessuno per la sua famiglia.


Dodici.
- Parla lentamente, … ma pensa veloce.


Tredici.
- Quando ti fanno una domanda a cui non vuoi rispondere, sorridi e domanda: “Perchè vuoi saperlo?”


Quattordici.

Ricorda che grandi amori e grandi realizzazioni implicano grandi rischi.

Quindici.
- Di “salute” quando qualcuno starnutisce.

Sedici.
- Quando perdi, impara la lezione.


Diciassette.
- Ricorda le tre 'R':
- Rispetto per te stesso;

- Rispetto per gli altri;
- Responsabilità per le tue azioni.

Diciotto.
- Non lasciare che una piccola discussione ti faccia perdere una grande amicizia.


Diciannove.
- Quando ti accorgi di aver commesso un errore, prendi immediati provvedimenti per porvi rimedio.


Venti.
- Sorridi, quando rispondi al telefono: Chi ti chiama lo percepirà dal tono della tua voce.


Ventuno.
- Passa del tempo da solo e rifletti.




Ti mando questo Tantra proprio per...riflettere e mettere in atto i suoi preziosi consigli!

Questo Tantra riuscirà a procurarti buone vibrazioni, o buona fortuna come altri le chiamano. La sua forza, insieme all’energia che emana da ognuno di noi, quando siamo positivi e solidali Ti aiuterà a trascorrere uno splendido 2008!!

GattoMario.

lunedì, dicembre 24, 2007

I CEROTTI PER L'INFELICITA'



Mario Virdis



L’INFELICITA’ NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE:

" I CEROTTI PER L’INFELICITA’ " .

METABOLIZZAZIONE, IN CHIAVE IRONICA, DEL LIBRO DI P. WATZLAWICK
“ISTRUZIONI PER RENDERSI INFELICI”.

L’infelicità è dietro l’angolo. To turn the corner, in inglese, significa non solo svoltare l’angolo, scoprire cosa c’è dietro, dove la visuale non arriva, ma anche uscire da una crisi, da una situazione, lasciare il sicuro per il venturo.
L’ansia di scoprire, di sapere, ha sempre affascinato l’uomo. La pietra angolare, citata dalla Bibbia, la pietra perfetta, usata per la costruzione di edifici che debbono sfidare il tempo, è normalmente visibile solo da un lato: l’altro, quello dietro l’angolo, No. Cosa si nasconde, cosa c’è, dunque, dietro l’angolo?
L’uomo è alla continua ricerca della felicità. Il più grande affanno umano è il continuo rincorrere quella parte non visibile, per scoprire quello che non si conosce, per arrivare alla meta. Il risultato, la scoperta, il passaggio dal sogno alla realtà, spesso, però, è una grande delusione: l’infrangersi del sogno, sullo scoglio della realtà. Anche la moglie di Lot (per tornare alle mie antiche letture) diventò una statua di Sale per appagare la sua curiosità, sfidando il terribile ordine divino. Questo desiderio di conoscere l’ignoto ci porta, dunque, ad immaginare, a sognare, a costruire, a nostro piacere, una realtà sconosciuta, e per questo maggiormente stimolante, per poi, togliendo il velo, scoprire che era meglio il sogno della realtà.
“…Viaggiare pieni di speranze è meglio dell’arrivare”, ha scritto P.Watzlawick, nel libro che prima ho citato, confermando che quasi sempre i sogni…muoiono all’alba!
Cosa c’entra tutto questo con la felicità o l’infelicità dell’uomo? C’entra eccome!
Tutti gli uomini vogliono essere felici scriveva Aristotele. Tutti, in ogni tempo, hanno cercato di dettare ricette per raggiungere la felicità: una lunga serie di “istruzioni per essere felici”, una serie ininterrotta di “cerotti” di forme e misure diverse, per rattoppare le ferite, più o meno aperte, causate dall’infelicità. Ma siamo sicuri che il rimedio non sia peggiore del male? Siamo sicuri che al termine del “viaggio” la delusione non ci farà rimpiangere il lungo sogno coltivato durante il percorso?
La lettura del libro di Watzlawick mi ha riportato indietro nel tempo. Ho, fortunatamente, una memoria fotografica: i ricordi per me sono una miriade di fotogrammi, dove suoni, luci, colori sono presenti, come in una pellicola. Tornare indietro nel tempo, per me, è come rivedere un film.
Il Suo libro ha riaperto non pochi “file” del mio passato. Ho rivisto i lunghi corteggiamenti, le ansie e le gioie della “scalata”, come ho rivissuto le delusioni del “dopo”. Le emozioni dell’attesa avevano i colori brillanti e le pulsazioni a mille, mentre quelle del “dopo” i colori piatti e sfumati del viaggio ormai terminato.
Crescere significa non solo diventare “grandi”, avere più anni, iniziare un’attività lavorativa, ma anche imparare a gestire il proprio stato di infelicità alla ricerca continua, inarrestabile, della felicità.
Terminate le fatiche scolastiche delle scuole superiori, pur iscritto all’Università, iniziai subito la ricerca di un lavoro. Cosa non facile ieri, come non lo è oggi. Tanti i sogni pulsanti che martellavano il mio cervello, numerose le speranze, come tante furono le cocenti delusioni al primo impatto con la realtà. L’infelicità ( come la ricerca del suo opposto) in un giovane (allora avevo i miei freschissimi vent’anni) è la regola, non certo l’eccezione. Vincere un concorso importante, come era successo a me, entrare a far parte di una Banca, allora pubblica, era il raggiungimento di un traguardo stratosferico. L’illusione della felicità, però, durò poco. L’infelicità era dietro l’angolo. L’effetto della “sbornia di felicità” per il lavoro conquistato, purtroppo, durò solo un istante: molto presto mi resi conto di aver venduto la mia libertà. Mi accorsi subito che la mia vita risultava terribilmente condizionata dagli altri: orari, metodi di lavoro, abbigliamento, amicizie, tutto era catastroficamente diverso dai miei sogni.
La meta reale, questo è un dato di fatto purtroppo, è sempre terribilmente diversa da quella sognata!
Questa ritrovata infelicità non spense in me, comunque, l’ardore della ricerca dell’agognata felicità. Per oltre sette lustri ho continuato filosoficamente a tormentarmi: dovevo trovare anch’io la mia pietra filosofale, dovevo, anch’io, poter dire di aver trovato, finalmente, quella felicità che mi continuava a sfuggire di mano come sabbia sottile che fuoriesce dal sacco apparentemente integro.
Cinque anni fa, dopo oltre 36 anni trascorsi a “realizzare i progetti degli altri”, ho riacquistato la mia libertà. Avevo sciolto il collare che, come quello del cane da pastore, mi aveva per anni reso prigioniero, anche se in un castello dorato.
L’euforia della ritrovata libertà credo assomigli a quella che, un tempo, provava un liberto, uno schiavo liberato, che improvvisamente si ritrovava senza vincoli, senza catene. Cosa farsene di una libertà sognata, desiderata, maledettamente difficile da raggiungere, dopo averla riconquistata?
Il primo giorno da “pensionato” fu strano e terribile. Mi svegliai, comunque, alla stessa ora anche senza la sveglia. Ormai ero un automa. I miei dormivano ancora ed io mi guardavo intorno, intontito, come in preda ai postumi di una sbornia colossale. Eppure ero finalmente libero, anche se ancora non riuscivo a comprenderne appieno il significato!
Ero un uomo che non aveva più il terrore di arrivare in ritardo, recuperare i minuti scanditi inesorabilmente dal suo badge magnetico e che mi controllava come un Grande Fratello. Il mio pensiero mise a fuoco il momento in cui, con un sottile piacere, consegnai, con gli altri “attrezzi del mestiere”, anche il badge, il mio “controllore”, quel “collare” di cui parlavo prima.
Trovarsi improvvisamente in una situazione “nuova”, di libertà totale, è scioccante ed angosciante. Il primo pensiero che viene in mente è come occupare il tempo: Cosa farò oggi? Mi chiesi con un misto di curiosità e paura. Più paura che curiosità. Si vedrà, pensai, nessuno, ormai, può impormi nulla!
Il mio cervello, però, era come un computer in tilt: forse necessitava di un reset! Cercando una nuova dimensione mi venne in mente un’immagine paradossale: quella dell’asinello che, dopo anni di lavoro passati a girare in tondo alla “mola”, la vecchia macina in pietra per il grano, viene liberato e portato in campagna: reso libero, soppiantato, dalla tecnologia.
L’animale, senza i paraocchi e senza il peso del giogo di legno, fatica a mettere a fuoco il sole, la campagna, l’erba verde: è tutto cosi nuovo, diverso; quello intorno a lui è un paesaggio di cui, ormai, aveva perso conoscenza. In cuor suo avrebbe, forse, voluto correre, saltare, giocare, ma non sapeva come; sapeva fare bene solo una cosa: girare intorno ad un’asse.
Mi sentii avvolto da una grande tristezza. Ero spaventato e confuso. Avevo sognato la libertà come il raggiungimento di un traguardo apicale, ma forse, non era cosi. Avevo sognato per anni una felicità che ora mi sfuggiva, che anziché raggiungermi si allontanava.
Impiegai del tempo a interrogarmi, a guardarmi allo specchio, per capire il motivo di tanta infelicità. Alla fine giunsi alla conclusione che dovevo riprendere il viaggio, che non ero ancora arrivato a destinazione. Mi convinsi che ogni punto d’arrivo era solo la tappa, la stazione, di un lungo percorso. Il “viaggio” doveva durare ancora a lungo; stazione dietro stazione bisognava trovare altri traguardi, altre mete: altri sogni avrebbero dovuto conquistarmi per darmi, strada facendo, la gioia di raggiungerli. Questa riflessione durò fino all’estate: trascorsi, per la prima volta, tre mesi nella casa al mare.
Questa prima vacanza, non condizionata da complicatissimi calcoli di raccordo con le ferie degli altri colleghi, fece maturare in me un’importante decisione: riprendere gli studi, tornare sui banchi dell’Università, cancellando quasi 40 anni di assenza e, ovviamente, anche 40 anni di...età! Volevo riprendere a vivere ed a soffrire, volevo rimettermi in gioco, volevo dimostrare a me stesso che ero capace di competere e, possibilmente, vincere.
Il resto, i cinque anni che ho già trascorso con gran parte dei miei attuali colleghi della Specialistica, è noto, quindi non necessita di commenti.
Sono convinto della scelta fatta; contento di essere risalito sul “treno dei desideri”, di soffrire come quando avevo i miei vent’anni, di partecipare alle ansie ed alle preoccupazioni (apparentemente uguali, anche se molto diverse dalle mie) dei ragazzi che hanno gli anni di mio figlio.
In sintesi posso dire di aver orgogliosamente trovato la mia pietra filosofale: sono felice di essere infelice.

Mario (noto anche… GattoMario)




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martedì, dicembre 18, 2007

BUON NATALE E BUON 2008 ! A TUTTI GLI AMICI






BUON NATALE ..... e..........BUON 2 0 0 8 !




domenica, dicembre 16, 2007

BUON NATALE E BUON 2008 !



da:
Mario, Giovanna e Santino Virdis

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO .......................... 2008 !
MERRY CHRISTMAS AND HAPPY NEW YEAR...........
BON NADAL I FELIC ANY NOU...............
FELIZ NAVIDAD Y PRÓSPERO AÑO NUEVO...........
JOYEUX NOËL ET BONNE ANNÉE............




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Dr. Mario Virdis
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sabato, dicembre 08, 2007

LA CASA: IL SOGNO PIU' GRANDE!


CASA: PER TANTI E’ SOLO UN SOGNO

Ho riflettuto su quanto riportato da " Repubblica" circa il rifinanziamento dell'edilizia pubblica agevolata. La novità importante è che, finalmente, dopo anni di oblio, l’edilizia residenziale pubblica può ripartire. Certo 500 milioni di euro non sono molti, solo una goccia, per la fame di case che angoscia soprattutto le giovani coppie unite, tra l’altro, solo da lavori precari e non stabili. Come utilizzare, nella maniera più consona questo investimento senza sconfinare, come in passato, nella costruzione di ghetti che ancora squalificano vaste zone delle nostre città? La soluzione non sarà facile.
Personalmente sono contrario ad ulteriori allargamenti del perimetro urbano, stante i sempre maggiori vuoti esistenti in gran parte delle nostre città. I centro storici, non solo quelli delle grandi città della penisola ma anche quelli dei centri medi e piccoli, sono desolatamente vuoti. Gli unici abitanti che animano questi quartieri fantasma sono gli extracomunitari, gli irregolari, quelli che ufficialmente non fanno parte della vita regolare, alla luce del sole. Questi spazi centrali, oggi off limits, andrebbero recuperati. Altro problema. In non poche città i vecchi Piani regolatori lasciarono ampie aree vincolate ( credo che esistano praticamente dappertutto se solo ad Oristano ce ne sono decine) per la costruzione dei servizi alla città: scuole, asili, spazi ricreativi, etc.; queste aree, oggi in belle zone centrali, non solo deturpano il quartiere con spazi incolti, ricchi solo di erbacce, ma potrebbero essere recuperate variando la destinazione iniziale, oggi non più perseguibile ( il calo della natalità ha vanificato l’utilizzo di nuovi spazi da destinare a scuole o asili) e destinate ad edilizia pubblica. Perché ho pensato al recupero delle aree vuote o degradate, anziché pensare alla creazione di nuovi quartieri, allargando di conseguenza gli spazi esistenti? Per una serie di ragioni.
La prima ragione è quella dell’inutilità di nuove spese per urbanizzare altre aree oggi agricole. Le città sono sufficientemente estese: evitiamo altri chilometri di strade, altri chilometri di rete fognaria, idrica, telefonica ed elettrica. L’allargare ulteriormente il perimetro urbano aggrava tutti i costi, a partire da quello della raccolta dei rifiuti ed a seguire da quelli dello spostamento urbano. Inoltre, il recupero degli spazi interni esistenti nelle città, a partire dal centro storico, eviterebbe l’esodo, ormai senza fine, della restante popolazione residente. Quest’ultimo sarebbe un vantaggio di non poco conto: eviterebbe, almeno in parte, di snaturare l’amalgama, prima esistente, la varietas, il collaudato mix dei diversi ceti sociali componenti queste zone. I pochi centro storici oggi recuperati, pur esteticamente validi hanno creato più di un problema, ma quello più drammatico è certamente il “cambio d’uso” : nei centri ristrutturati sono cambiate le attività che si svolgevano al loro interno, ma soprattutto è cambiata la popolazione residente: l’espulsione dei ceti meno abbienti ne ha cambiato l’anima.
L’acquisizione, da parte pubblica, di quote importanti del vecchio patrimonio edilizio dei centri storici e delle aree non costruite, all’interno di tante città, consentirebbe di ripopolare queste aree non con “nuovi abitatori”, ma riportando i vecchi, ripristinando gli equilibri, prima esistenti. Operazioni come queste potrebbero avere un duplice vantaggio: estetico ed umano.
Forse il mio è solo un sogno. Per molti anni, a partire da quelli della ricostruzione post bellica, si è portata avanti la politica dell’allargamento delle città, con la costruzione di aridi e orribili nuovi quartieri di periferia, dove non solo era inesistente la qualità dei materiali utilizzati, ma soprattutto la qualità della vita: la mancanza di spazi collettivi, la mancanza di servizi, di verde e di altre attrattive hanno fatto crescere generazioni di alienati e deviati. Colpe ne abbiamo tutti e porre rimedio non sarà facile.
Cerchiamo, allora, di evitare altri errori.

Mario Virdis

virdismario@tiscali.it http://www.amicomario.blogspot.com/

venerdì, dicembre 07, 2007

..SE IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI

LA SARDEGNA IN UNA ANTICA INCISIONE.
Inserisco nel blog un mio intervento relativo all'interessante Convegno che la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Sassari ha recentemente realizzato:
Le Risorse Paesaggistiche della Sardegna:un problema di
governo,una questione culturale.



IL FINE GIUSTIFICA SEMPRE I MEZZI ?

Il detto machiavellico del fine che giustifica i mezzi è sembrato trasparire dall’intenso ed interessante dibattito che l’altra sera ha animato l’aula rossa della nostra facoltà.
Importanti i personaggi presenti e, soprattutto interessante e coinvolgente l’oggetto della discussione.
Partendo dalla lucida analisi del recente libro dell’Arch. Sandro Roggio, “ C’è di mezzo il mare”, variamente commentato sia nell’introduzione dalla Prof. Antonietta Mazzette, che dai successivi relatori, la conversazione ha avuto un brillante seguito con la appropriata lettura della parte più ironica del libro (il Paese di Diamante) da parte dell’attore Sante Maurizi.
Lasciando da parte la scenografia ed entrando nei contenuti è apparso subito chiaro che il libro era la “testa di ponte” di un importante quanto difficile problema che tiene banco oggi in Sardegna: la salvaguardia e la protezione del nostro territorio.
La discussione ha messo in luce non poche problematiche. Diverse le interpretazioni, come diverse mi sono sembrate le vie, i percorsi, seguiti ed ancora da seguire per raggiungere il comune scopo condiviso: proteggere nella maniera più appropriata quanto ancora rimane di integro, di naturale, nella nostra terra sarda, per poterlo, poi, trasmettere alle future generazioni e consentire anche a loro di usufruirne.
Perché mi sono riferito, introducendo questo scritto, al detto machiavellico “ Il fine giustifica i mezzi” ? Cerco di spiegarlo.
La Sardegna nei secoli ha avuto, quasi sempre, dominatori. Il suo popolo, il Popolo sardo (per me i Sardi sono un Popolo), sempre dominato. L'isola, forse per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, è stata quindi perenne terra di conquista. I dominatori nelle varie epoche ne hanno devastato il territorio, sfruttando il sottosuolo o cancellando, in passato, le foreste, o introducendo una industrializzazione fuori luogo nel presente, anziché assecondarne ed incentivarne le risorse naturali.
Ci interroghiamo, oggi, cosa possiamo ancora fare per salvare quanto ancora salvabile e preparare, nella maniera migliore, il nostro futuro.
La riflessione ed il confronto sull’uso-consumo del territorio sardo deve riguardare tutti non solo gli addetti ai lavori. A questi ultimi il compito di stabilire le regole per la salvaguardia e la tutela di tutto il territorio, non solo delle coste ma anche dell’interno, ma partendo dalla “condivisione”, non dalla logica della norma calata dall’alto, a cui i sardi sono da secoli abituati. Non continuiamo con la vecchia logica del Principe, di machiavellica memoria.
Nel riepilogare gli interessanti interventi, prima del dibattito, voglio commentarne alcuni.
Il giornalista Costantino Cossu ha messo a fuoco un punto cruciale, quando ha detto che un passaggio del PPR non lo convinceva: quello che prevedeva, nelle future urbanizzazioni del territorio, l’imprimatur “unico” dei vertici regionali. Credo che sia un modo per spogliare i Comuni, espressione vera, concreta, degli abitanti di quel territorio, del potere residuo, solo formale. Se una legge è chiara e prevede delle regole precise, la sua applicazione non può essere delegata? Quella del giudice unico è un modo per dire che i Comuni non sono in grado neanche di applicare le norme. Ecco perché esiste il concreto pericolo che l’imminente Referendum veda rigettato un Piano, condivisibile nella sostanza ma errato nelle procedure formali: è mancato, nella fase di preparazione, come ho detto nel dibattito, il coinvolgimento forte dei Sardi.
Sandro Roggio, sostenitore convinto del Piano, non ha mancato di mettere più di una volta il dito nella piaga. Mi è sembrato di vedere nel suo libro della amarezza nel constatare la “pochezza” della nostra classe politica (che condivido) quando afferma che solo la forza , spesso non condivisa, del Presidente Soru ha consentito il via libera al PPR. Senza questa forza, nulla sarebbe mutato. Ma Sandro Roggio scrive anche del pericolo che un Presidente con i superpoteri può causare: domani un uomo solo può anche approvare un pessimo Piano.
Lo scrittore Giorgio Todde mi è sembrato troppo “di parte”. E’ pur vero che è stato protagonista e parte attiva e determinante nell’iter di formazione del Piano, ma la sua convinzione che non vi sono stati errori, neanche procedurali, mi è sembrata come minimo eccessiva.
Il successivo dibattito ha messo in luce dubbi, perplessità, incertezze. Gli studenti intervenuti hanno dimostrato non solo interesse ma anche preoccupazione e ansia per il futuro.
La nostra Prof. Mazzette ha cercato, come padrona di casa, di mettere tutti a proprio agio. Ha anche detto che è stata accusata di “mediare troppo”, accusa che non condivido. Credo, invece, che abbia voluto, soprattutto dialogare, confrontare, ascoltare. E’ sentendo le voci più diverse, anche le più distanti, che possiamo, che dobbiamo, metterci in gioco: confrontiamoci in continuazione.
Se tutto il nostro sistema politico e di governo usasse di più il dialogo ed il confronto anzichè l’imposizione, se si passasse dalla logica di Government a quella di Governance, potremo, davvero, sostenere di essere tutti coinvolti e protagonisti delle nostre scelte future, ma, soprattutto, potremo essere orgogliosi del nostro insostituibile ruolo di Cittadini e non di Sudditi.

Mario Virdis

virdismario@tiscali.it - http://www.amicomario.blogspot.com/

mercoledì, dicembre 05, 2007

SPES ULTIMA DEA !






Sassari 5 dicembre 2007
Questo articolo è scritto dal caro amico Prof. Gianpiero Gamaleri, Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università degli Studi Roma tre, (rotariano, Past-President del Rotary Club di Roma, responsabile distrettuale della Comunicazione).

“IL PUNTO” di Gianpiero, tratta un argomento importante: l’apparente tiepida accoglienza alla nuova Enciclica “ SPE SALVI”, del nostro Papa Benedetto XVI, sulla “speranza cristiana”.



IL PUNTO di Gianpiero Gamaleri
(articolo pubblicato per E POLIS, IN Sardegna da “IL SARDEGNA” del 4 dic.2007)

L’enciclica del Papa e i suoi lati positivi.

Cadrà anche questa enciclica di Benedetto XVI nel dimenticatoio, senza neppure essere sfogliata? Rimarrà confinata negli scaffali delle librerie cattoliche di Via Conciliazione a Roma o di Piazza del Duomo a Milano? Molto probabilmente sarà proprio cosi, ma sarà un peccato: non un peccato in senso religioso, ma un peccato in senso laico: un’occasione perduta. Perché il tema stesso dovrebbe richiamare l‘attenzione di milioni di fedeli e non fedeli, in tutte le parti del mondo. Oggi c’ una colossale domanda di speranza, collettiva e individuale.
Spes ultima dea dicevano gli antichi. Un uomo, un anziano, un giovane, senza speranza è già morto. E, il Papa, nella sua lettera scava proprio dentro questa esigenza. E lo fa con grande delicatezza, con una prosa che sfocia inaspettatamente nel racconto di una ragazza africana Giuseppina Bakhita, nata nel Darfur, in Sudan, nel 1869, anche allora come oggi terra travagliatissima. Rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta 5 volte, con 144 cicatrici sul corpo martoriato dalle frustate. Fino a essere comprata da un mercante italiano e ad avviarsi non solo sulla via della libertà, ma anche su quella della santità, con la canonizzazione, disposta da Giovanni Paolo II.
La sua parola-chiave fu “la speranza”. Come fa a scrivere Eugenio Scalfari su La Repubblica di domenica che questa è un’enciclica europea, quando l’esempio più lampante portato dal Papa viene dal centro Africa? E come fa a dire che è un documento solo per i credenti di fronte alla sofferta problematica proposta da Benedetto, quando scrive – interpretando un sentimento che travaglia il pensiero contemporaneo: “ continuare a vivere in eterno appare più una condanna che un dono. La morte la si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine, può essere solo noioso e alla fine insopportabile”.
Quindi nessuna facile propaganda fideistica, ma la sottolineatura del comune denominatore di ogni esperienza, posizione, ideologia: il bisogno di speranza. All’inizio del suo pontificato questo Papa, schiacciato dalla statura del predecessore, disse press’a poco: accettatemi per quel che sono, vogliatemi bene senza pregiudizi.
Sta camminando lungo questa strada del farsi conoscere uomo tra gli uomini. Troppi ancora lo ignorano, ma soprattutto alcuni lo inchiodano in un’immagine che non gli appartiene.
Gianpiero Gamaleri

martedì, dicembre 04, 2007

SAGGEZZA SENILE..

Accompagno l'articolo che segue con un ritratto che identifica il tempo...che trascorre e invecchia tutto, a partire dagli uomini.
L'autore è la Prof. Antonietta Mazzette, ben nota agli studenti di Scienze Politiche dell'Università di Sassari.
Lo pubblico nel blog per far riflettere i giovani: io non lo sono più da un pezzo!
Eccolo.

SAGGEZZA E…FRAGILITA’

“Il Vecchio è fragile e le sue ossa sono di vetro, basta una distrazione che una costola si rompe in un baleno. Per questo è sempre attorniato dai familiari che non gli danno tregua. Tutti a raccomandargli di usare cautela e a ripetergli ‘non fare questo’, ‘non fare quest’altro’, ‘non mangiare questo cibo che ti fa male’, ‘cammina piano’, e via discorrendo, perché, si sa, i vecchi devono stare sempre attenti.
La vita del vecchio ormai è diventata una continua ansia per tutte queste sagge raccomandazioni, anche perché frasi del genere il Vecchio se le sente ripetere almeno dieci volte al giorno. Ma più costoro gli ricordano la sua vecchiezza e più lui la dimentica. O per meglio dire, fa finta di perderne per strada il ricordo. Per questa ragione ogni giorno cammina a perdifiato infischiandosene allegramente di tutte le raccomandazioni, perchè la sua testa, ignorando l’età, continua ad essere piena di progetti così come gli batte forte il cuore davanti ad ogni donna che gli ricorda un volto amato. Lui che ad ogni donna ripeteva ‘ho avuto cento amori e tu sei l’ultimo’.
Ma i familiari non gli danno tregua, raccolgono il ricordo della sua vecchiezza e glielo rendono con stucchevole gentilezza, pensando così di dominare i suoi impeti.
Il Vecchio è un uomo intelligente e sa essere furbo. Così un giorno escogita un piano per imbrogliarli ben benino. Incarta il ricordo della vecchiezza e lo nasconde mescolato tra i tanti ricordi, tanti quanti può contenerne la memoria di uno che ha vissuto a lungo e che dalla vita ha preso a piene mani.
Per un po' di tempo se ne sta quieto quieto per distrarre parenti, amici e conoscenti che, rassicurati della saggezza ritrovata, finalmente allentano la presa.
Una mattina il Vecchio decide di fare una passeggiata dalla vetta della collina fino al mare. Cammina lentamente per non allarmare i parenti che lo osservano dall’alto. Apparentemente è assorto nei suoi pensieri, in realtà è deciso a mettere in pratica il piano escogitato: regalare i suoi ricordi a chiunque incontri lungo la strada, sconosciuti o persone a lui note poco importa. Saluta tutti, a volte con calore, talaltra con indifferenza, si indispettisce con chi mal sopporta. Ma ai vecchi è perdonato tutto, anche le piccole cattiverie.

A ognuno dà in dono un suo ricordo: del primo amore all’uomo curvo, della sfida vinta al bambino grassottello che ansima per la fatica del camminare, delle mille ricchezze sperperate con allegra insensatezza al barbone seduto vicino all’edicola, dell’odore della terra bagnata alla donna scombinata che non sa conciliare famiglia e lavoro, e così via.
Cammina a lungo distribuendo con generosità a destra e a manca. La sorpresa iniziale si trasforma in gratitudine, nessuno aveva mai ricevuto un regalo più prezioso, neppure quella coppia di amanti che piangono perché in dono hanno avuto il ricordo di un amore finito.
Ora può tornare a casa, ha ormai regalato tutti i suoi ricordi.
In cima alla via vede una ragazza dalla grazia indefinibile, come quella di Gurù, lui si sente un Giovancarlo ma non ha più ricordi da regalarle. Il Vecchio la guarda e invano fruga nella sua memoria, perché l'unico rimastogli è il ricordo della sua vecchiezza. Lo aveva celato così bene che se l’era dimenticato. Rimane interdetto sul da farsi, non vorrebbe darle proprio quel ricordo a neppure vorrebbe lasciarla senza, ora lo sa è lei il suo ultimo amore.
Seppur rammaricato le dona proprio il ricordo da lui meno amato, ma ora sa che…”
a.m.