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mercoledì, maggio 14, 2008

I DIVERSI MODI DI...APPRENDERE: ESPERIENZE DI VITA VISSUTA












Sassari ,12Maggio 2008




LA COSTRUZIONE DI UN PROGETTO: COME E COSA APPRENDERE PER NON SBAGLIARE.
RICORDI DI LONTANE ESPERIENZE DI VITA VISSUTA:
“in positivo”

Sono uno studente anomalo, lo devo riconoscere. Tornare a scuola dopo una vita intera trascorsa a comprare e vendere danaro non è consueto, anzi per molti è uno sfizio anomalo. Completare, invece, molte caselle della conoscenza rimaste inesorabilmente vuote è stato per me un desiderio incontenibile. Non è questo, però, il luogo per raccontare le mie ansie e la mia storia passata. Lo spunto per portare alla altrui conoscenza un pizzico delle mie esperienze lavorative me lo ha dato la Prof. Marti durante le lezioni di “ Progettazione di ambienti tecnologici per la comunicazione”.
Alla sua richiesta di parlare, raccontare, le nostre esperienze di vita connotate da un segno positivo o negativo, mentre lavoravo con il mio gruppo ( Map2music) ho rivisto, come in un film, alcune scene ormai datate, risalenti al mio periodo di formazione nei primi anni lavorativi nella Azienda bancaria che mi aveva assunto (Banco di Sardegna).
Debbo riconoscere che l’esperienza che sto per raccontarvi fu per me un tassello determinante nella successiva costruzione della mia carriera che, sotto molti aspetti, è stata appagante e gratificante.
Avevo poco più di 27 anni (era il 1973) e lavoravo in banca da meno di quattro. Avevo fino ad allora svolto lavoro esecutivo allo sportello, dove avevo dimostrato non solo buona capacità ma anche quel “savoir faire” di intrattenimento della clientela. Oggi questo lavoro è riservato agli addetti commerciali, specializzati con corsi di formazione e di marketing, ma allora tutto era lasciato alle capacità individuali ed alla innata forza comunicativa esistente o meno in ciascuno di noi. Lo stabilimento dove lavoravo era la Sede di Oristano. Era il 1973 ed all’arrivo di un nuovo direttore, giovane e dinamico, come di consueto, furono modificati anche gli incarichi e ridistribuiti i compiti agli addetti ai vari servizi. Venni individuato per gestire i conti correnti della clientela, uno dei servizi più impegnativi, che presupponevano un costante contatto con il direttore, l’unico facoltizzato ad autorizzare le “posizioni eccedenti” ( ndr. Quando il saldo del c/c supera i limiti del deposito o supera l’importo del fido accordato, per esempio viene presentato per il pagamento un assegno da 10.000 euro su un conto con un saldo di 7.000, l’unico che può autorizzare il pagamento della c.d. “posizione eccedente” è il direttore della filiale). Era questo uno dei “servizi” più temuti proprio per la costante necessità di avere le autorizzazioni “scritte” al pagamento delle eccedenze. I momenti più drammatici erano quelli che viveva l’addetto, quando salendo trafelato a cercare la firma del direttore per uno sconfinamento, questi era irreperibile, perché , magari, uscito con dei clienti. Che fare? In banca non ci sono tempi morti il tempo scorre inesorabile ed è necessario dire un sì o un no in tempi terribilmente brevi. Le giornate di questo tipo diventano una giornaliera corsa ad ostacoli, e la sera, dopo tante ore di ansia ti assalgono gli incubi notturni per gli eventuali errori.
Ero da pochi giorni in questo gravoso servizio, quando una sera, prima della chiusura serale, mi chiamò il direttore. Salii al quarto piano ( le direzioni, come d’uso allora, erano all’ultimo piano: il potere domina sempre, tutto, dall’alto; questo era lo schema della struttura piramidale, anche nella allocazione fisica degli spazi) convocato in direzione.
La filiale era, ormai, praticamente deserta. Il colloquio, lo ricordo ancora con grande nitidezza fu cordiale, ma allo stesso tempo fermo e razionale. Il Dr. Cabras, questo il nome del direttore, mi disse che apprezzava molto il mio modo di fare, che quel servizio poteva farmi crescere nella acquisizione degli strumenti per diventare un capo servizio e che mi avrebbe messo alla prova per avere conferma delle mie doti gestionali e decisionali. Mi disse che lui aveva necessità di dedicarsi con grande dispendio di tempo ed energie allo sviluppo esterno e che dall’indomani lui sarebbe uscito tutti i giorni, per ore, lasciando a me il compito di amministrare il servizio, pur privo delle necessarie coperture e delle firme di autorizzazione che necessitavano per il corrente andamento quotidiano. Mi mancò il fiato: come avrei io potuto indovinare quello che il direttore aveva in animo di autorizzare o non autorizzare? Come avrei potuto intuire quello che necessariamente doveva essere pagato e quello che, invece, doveva suo malgrado, essere respinto? Comprendendo il mio imbarazzo ed il mio disagio sorrise e mi disse testualmente: “ …vedi Mario io credo che ciascuno di noi sia qui per amministrare bene l’azienda che ci ha assunto, l’azienda che se va bene potrà per tanti anni continuare a produrre, dare reddito e garantire a tutti noi un futuro sereno. Se io ho deciso di fidarmi di te c’è una ragione; credo che amministrerai in mio nome e conto con grande saggezza e capacità. La tua tranquillità è totale: al mio rientro, la sera, io firmerò tutto quello che tu hai autorizzato in mio nome e poi, insieme faremo un consuntivo su quello che hai fatto e su quello che, magari avresti potuto evitare. Ma tutto questo dopo che avrò avallato il tuo operato…”. Rinfrancato dissi di si e gli garantii la mia piena responsabilità ed attenzione.
Non ci furono problemi. L’esperienza mi diede una grande soddisfazione ed una grande capacità di giudizio. Credo che se sono cresciuto e diventato manager in questa azienda molto lo debbo a quel direttore che ebbe fiducia in un ragazzo.



Mario Virdis
virdismario@tiscali.it – blog: http://www.amicomario.blogspot.com/


N.B.

Credo che questa esperienza dimostri che CONDIVISIONE, FIDUCIA, ESPERIENZA, GIOCO DI SQUADRA, siano basilari nella costruzione dell’apprendimento; nessun progetto serio può realizzarsi, funzionare, senza l’oculata scelta degli elementi. Il progetto vincente è quello che appaga entrambi: il progettista e l’utilizzatore.
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Nel mio passato lavorativo non ci furono solo esperienze "POSITIVE" : Tante furono anche quelle negative. Eccone una significativa, che invita, anche oggi, a riflettere...!

L’esperienza, in negativo, che sto per ricordare ora non risale ai miei primi anni di lavoro, ma è, invece, parte degli ultimi dieci anni della mia esperienza lavorativa.
Dopo una vita intera trascorsa a girare in lungo ed in largo le varie dipendenze della nostra isola, ormai appagato da positive esperienze e da una carriera per molti aspetti brillante (avevo già maturato il grado di Vice Direttore) ero rientrato alla Sede di Oristano, come responsabile del credito alle grandi aziende. La mia esperienza era tale che non ero più intimorito dalle grandi cifre e dalle esposizioni aziendali che spesso ammontavano a svariati miliardi ( allora si ragionava ancora in lire).
Venuto a conoscenza che nella zona industriale si era installata una nuova azienda, facente parte di un noto gruppo nazionale, andai in visita di sviluppo a trovare i responsabili. Il colloquio mise in luce una possibile comunanza di intenti e la possibilità per il nostro gruppo bancario di entrare in relazione creditizia con la nuova azienda. Raccolsi tutto il materiale necessario ( atti ufficiali, bilanci, compagine sociale e quanto altro necessario per avviare una seria istruttoria e proporre una linea di credito notevole, ammontante a diversi miliardi.
Non erano tante le aziende installate nella nostra provincia che beneficiavano di crediti importanti. Mi dedicai anima e corpo all’istruttoria della pratica, senza nulla trascurare: più che un’analisi avevo fatto una seria radiografia dell’azienda, con analisi dei mercati di riferimento, proiezioni sul medio e lungo termine, concorrenza trascurabile, etc. C’erano, in effetti tutti i presupposti, le caratteristiche, per la concessione. Anche i più recenti convegni a cui avevo partecipato avevano messo in luce che la “nuova banca” non doveva più finanziare chi aveva già soldi e patrimonio, ma doveva, invece, finanziare le idee innovative, le idee vincenti.
Con grande orgoglio presentai la pratica al direttore dell’area che aveva il potere deliberativo. Aspettai qualche giorno, ma nulla mi fu fatto sapere. Nella seconda settimana, ormai non ce la facevo più ad aspettare, una sera, prima di uscire, andai in direzione per sapere l’esito. Dopo un giro di parole che mi allarmò, capii che tutti i miei sforzi erano stati vani. La pratica, pur in possesso di tutti i requisiti formali e sostanziali previsti per la concessione di crediti di quella entità, non avrebbe avuto la necessaria positiva delibera. Per quale ragione? Perché a fronte dei requisiti pubblicamente richiesti, la pratica mancava di quei requisiti occulti, mai scritti da nessuna parte ma validi quanto e forse più degli altri. Questi requisiti, apparentemente superati, continuavano a resistere come le norme non scritte, come usi e consuetudini pur obsoleti ma sempre capaci di superare le nuove regole. Alla pratica difettavano: la conoscenza personale, la mancata sardità dei titolari dell’azienda, e forse…la mancanza di connubio con la classe politica isolana.
Uscii dalla direzione senza proferire parola. Non chiesi mai più della pratica e non tornai mai in quella azienda: non avrei avuto parole per giustificare la nostra posizione.


Mario Virdis
N.B.

Credo che questa esperienza negativa dimostri che la mancanza di fiducia, l’ancoraggio al passato, la carenza di voglia di innovazione, l’incapacità ad affrontare il rischio, l’investimento per il futuro, possano far fallire anche progetti capaci di cambiare il volto non solo di un’azienda ma anche di un’intera nazione.



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