domenica, marzo 27, 2011

NUCLEARE IN SARDEGNA? QUATTRO VOLTE NO!

Oristano 27 Marzo 2011


Cari amici,


è da non poco tempo che, gira e rigira, il discorso del nucleare torna sempre in Sardegna.

Vai a capire il perchè!


Le motivazioni sono sicuramente non poche e per alcuni, anche illustri nomi del mondo scientifico, valide sotto tanti aspetti: bassa incidenza sismica, popolazione non troppo numerosa, vaste zone poco abitate.

I sardi, poi, poco avezzi a fare la rivoluzione, pur brontolando non hanno mai manifestato con foga e determinazione il loro vero pensiero che è quello di assoluto diniego a questa pericolosa forma di energia.

Se a questo si aggiunge che la quantità prodotta in Sardegna, con le forme tradizionali, è sufficiente ai nostri bisogni, l'eventuale nuova produzione sarebbe effettuata a favore di altre regioni!



Tutto questo, però, al governo nazionale poco importa.

La Sardegna, se così sarà stabilito, volente o nolente le avrà. Compreso un grande sito per il deposito delle scorie.

Non è bastato il recente doloroso disastro in Giappone per far recedere il governo da questa insana proposta. Solo una temporanea moratoria per far alleggerire la tensione e le emozioni del triste momento degli amici del Sol Levante.


Oggi, aprendo come mio solito il giornale l'Unione Sarda, trovo una bella riflessione del suo Direttore, Paolo Figus, proprio su questo scottante argomento.


L'editoriale, riprendendo il tema dei "Piani per nuove centrali", titola cosi, ad effetto:

Centrali nucleari in Sardegna. Tre volte no.

Questo interessante pezzo merita di essere letto - con grande attenzione - da tutti Voi! Eccolo.


"Centrali nucleari in Sardegna"


di Paolo Figus ( L'Unione Sarda, Domenica 27 Marzo 2011 ).


Dopo l'incidente in Giappone nella centrale di Fukushima, abbiamo pubblicato il punto di vista della scienziata Margherita Hack, che ha creato una grossa polemica sostenendo i motivi per cui la Sardegna fosse il sito ideale per la realizzazione di almeno una centrale nucleare di nuova generazione.

Già qualche anno fa, quando si parlò di utilizzare il territorio della Sardegna per stoccare scorie nucleari, questo giornale fece una battaglia per informare l'opinione pubblica ed impedire che questo avvenisse. E così fu. La principale fonte di energia è ancora il petrolio che proviene principalmente da Paesi mediorientali che presentano oggi alti livelli di instabilità per i moti insurrezionali dei popoli che hanno visto finora compressa la propria libertà da regimi dittatoriali e dispotici. Le fonti alternative, come quella eolica, quella solare o quella derivata dalle biomasse, rappresentano una quota marginale dell'energia necessaria per far funzionare questo pianeta. Per questa ragione molti Paesi come la Francia, gli Usa, la Germania, la Russia e lo stesso Giappone, hanno realizzato negli ultimi decenni centrali nucleari per la produzione di energia a uso civile sempre più sofisticate e sicure, tanto che gli incidenti sono rari e principalmente causati o da un errore umano (come a Chernobyl) o da terremoti o tsunami, come a Fukushima, in Giappone. Oggi una parte di questi Paesi, per esempio la Germania, ha deciso di ridimensionare il proprio programma nucleare, compresa l'Italia, con la moratoria di un anno del piano annunciato.

C'è comunque da farsi poche illusioni. Infatti l'instabilità politica dei Paesi mediorientali comporterà una diminuzione della quantità di petrolio immessa sul mercato, quindi minore disponibilità e a un prezzo sempre più alto e comunque con un tasso di inquinamento molto elevato e sul lungo termine insostenibile. Per questa ragione riteniamo che tra un anno o poco più, quando l'effetto mediatico delle radiazioni emesse dalla centrale di Fukushima si sarà attenuato, i governi non potranno non riprendere in modo anche più deciso l'argomento, un po' come è successo dopo l'incidente di Chernobyl.

Si inserisce in questo quadro la considerazione della signora Hack secondo la quale, poiché le centrali per essere sicure devono essere costruite su territori non sismici, con una scarsa densità di popolazione per chilometro quadrato e possibilmente lontano dai grandi centri abitati, la Sardegna è naturalmente candidata, purtroppo, ad ospitarne almeno una perché la nostra regione possiede tutti i requisiti richiesti.

Diciamo subito che così come siamo stati contrari a ospitare scorie nucleari, così, e a maggior ragione, siamo contrari a ospitare centrali nucleari in Sardegna. Non siamo ideologicamente contrari, perché le centrali di ultima generazione sono probabilmente molto sicure, anche se la sicurezza di una centrale nucleare non dipende solo dall'errore umano che può essere ridotto quasi a zero, da terremoti o maremoti che in Sardegna potrebbero non esserci mai, ma possono verificarsi anche altri eventi, come per esempio attentati terroristici finalizzati a far esplodere le stesse centrali come bombe atomiche.

La Sardegna ha già pagato un prezzo elevato in termini ambientali alla produzione di energia ospitando le centrali dell'Enel, la petrolchimica, impianti che, nei territori dove sono insediati, hanno compromesso forse irrimediabilmente l'ambiente, producendo un danno economico neppure calcolabile e che pagheranno anche le generazioni future.

Né si può dire che la Sardegna abbia un fabbisogno di energia superiore a quello che viene qui già prodotto oggi. Quindi una centrale nucleare servirebbe ad alimentare il sistema industriale del continente o ad illuminarne le ricche città. Una centrale nucleare nell'isola, inoltre, produrrebbe una lesione irrimediabile dell'immagine di cui la Sardegna ancora gode nel mondo, in particolare in quel mondo composto da tutti coloro che vengono o vorrebbero venire a trascorrere le loro vacanze in Sardegna.

L'immagine di un'isola incontaminata (salvo quanto detto sopra) che ancora resiste e su cui dovrebbe fondarsi l'elaborazione di un nuovo modello di sviluppo economico sostenibile, risulterebbe demolita e questo non lascerebbe a noi sardi neppure la speranza di poter un domani affrancarci dall'industria pesante esistente e che oggi produce inquinamento, disoccupazione e miseria.

Ci rendiamo conto che qualche centrale dovrà essere fatta anche se ciascuno di noi, in Italia, preferirebbe fosse costruita "non nel mio giardino". Non è questa una buona ragione perché il ministro Romani, o comunque il governo Berlusconi, ce la costruisca in Sardegna, nel nostro giardino.

Quindi, in conclusione, no alla centrale nucleare per ragioni di sicurezza. No alla centrale nucleare per ragioni economiche. No perché abbiamo già dato.


Ai tre NO di Figus ne aggiungo un quarto, che ritengo pure molte importante.

La Sardegna, come in tanti sanno, è stata da sempre terra di conquista. In tanti, considerata la nostra posizione al centro del Mediterraneo, hanno operato da predatori e sottomesso il popolo sardo. Alcuni anche vantandosene.

Gli Spagnoli, per esempio, ci consideravano, sorridendo, " Pocos, locos y mal unidos". Non è certo un privilegio per i sardi essere considerati uno scarso gruppo, poco accorto ed anche disunito; meglio definito anche, con la nostra proverbiale ironia, "centu concas, centu berritas"! Però così è stato.

Vogliamo ancora continuare su questa strada? Vogliamo rinunciare ancora ad un futuro diverso, "pulito" (almeno quel poco che ci è rimasto), per i nostri figli? Credo proprio di no.

Ecco il quarto NO, in aggiunta ai tre indicati da Paolo Figus: perchè abbiamo diritto all'autodeterminazione, perchè crediamo che solo noi possiamo stabilire le condizioni e le modalità dello sviluppo della Sardegna e dei Sardi.

Grazie dell'attenzione.
Mario Virdis

mercoledì, marzo 23, 2011

“La Sardegna è da 150 con l’Italia: parliamone!”. Ecco il manifesto di 27 intellettuali, il 25 se ne parla a Seneghe.







Oristano 23 Marzo 2011



Cari amici,

continuano in tutta Italia i festeggiamenti per il 150° dalla fondazione della nostra Nazione.

Pur con alcuni distinguo (credo abbastanza discutibili) le cerimonie si sono svolte e continuano a svolgersi in modo pacato e corretto.

Certo per noi sardi la ricorrenza lascia un po di amaro in bocca. Perchè Voi direte?

Sembra quasi che la Sardegna non abbia titolo a stare in prima fila: solo Roma Torino e Napoli hanno questo diritto! Nè il capo dello Stato nè il capo del Governo hanno messo in luce il ruolo che la Sardegna ha recitato prima dell'unificazione. Nessuno ha ricordato che l'Italia di oggi è figlia leggittima di quel Regno di Sardegna divenuto successivamente regno Sardo-Piemontese. Non pensate anche Voi che questa scarsa considerazione per la Sardegna sia davvero fuori luogo?


Il nostro grande storico Francesco Cesare Casula poco tempo prima di questo grande evento nella Sua " Lectio Magistralis" presentata al Consiglio Comunale Straordinario a Cagliari, per i festeggiamenti previsti da questa ricorrenza, ha ribadito:


"...Per 537 anni, l'Italia era la Sardegna, la capitale Cagliari".


Giunta e Consiglio hanno ascoltato con attenzione la lectio magistralis dello storico Francesco Cesare Casula.


«L'Italia è stata ingannata, non vuole conoscere la sua vera storia», ha affermato lo studioso. «Ora non contiamo nulla, siamo visti come le Hawaii per gli americani. Ma per 537 anni, dal 1324 al 1861, tutta l'Italia era Sardegna, con capitale Cagliari, e tutti gli italiani erano sardi». Per dimostrarlo, Casula ha riportato due esempi: sui libri di testo in uso negli stati preunitari, si leggeva che “il fiume più lungo della Sardegna è il Po”, e su un giornale inglese del 1851, un inviato di guerra scriveva che gli austriaci attaccarono “la costa sarda del lago Maggiore”.


LA BANDIERA. L'attuale tricolore? «Non è altro che la seconda bandiera dello stato sardo, dopo i quattro mori», ha spiegato Casula. «Fu Cavour a convincere Vittorio Emanuele II a trasformare il nome del Regno di Sardegna in Regno d'Italia».

Ma sull'Altare della Patria, fra le sedici statue che rappresentano in forma bucolica le regioni di allora, una sola ha la corona e lo scettro: la Sardegna. Ecco perchè noi sardi, pur festeggiando, pur brindando con tutti gli altri all'Italia unita, lo facciamo con una punta di amarezza. Non possiamo e non dobbiamo sempre chinare il capo. Nessuno può negare alla Sardegna il rispetto che merita.


Ebbene cari amici non è più l'ora della rassegnazione. Leggo su Internet ( il file che ho rinvenuto è stato pubblicato il 16 marzo 2011 da vitobiolchini ) che ventisette intellettuali sardi di varia estrazione (ma sono in prevalenza di area indipendentista e identitaria) hanno diffuso un documento nel quale invitano alla riflessione circa i rapporti tra la Sardegna e lo Stato italiano. Vi propongo le loro tesi perché credo sia importante il dibattito su questo tema importante. Prima del documento, però, Vi propongo anche il testo del comunicato stampa che il " gruppo dei 27 " ha diffuso e che mi sembra possa completare ulteriormente la loro attenta riflessione. Cosa ha da festeggiare la Sardegna nella ricorrenza celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia? E’ una domanda che invita i Sardi a una riflessione storica per andare oltre gli accenti trionfalistici di maniera e chiarire invece come i Sardi hanno vissuto quel periodo storico e le conseguenze che esso ha prodotto. E’ perlomeno curioso che a festeggiare la ricorrenza siano i cattolici che furono accaniti avversari, e la sinistra socialista e comunista che ha dimenticato improvvisamente la lettura di Gramsci sul Risorgimento. Così come risulta paradossale che l’entusiasmo celebrativo coinvolga il Sud che fu martoriato dalle violenze delle annessioni, mentre il Nord si mostra del tutto tiepido e addirittura contrario alle celebrazioni.

A noi Sardi, al posto di una gratuita adesione, occorre invece una illustrazione storica come lezione di educazione civile e come consapevolezza del nostro essere nella storia. E se mettessimo in relazione la data del 17 Marzo con quella del 28 Aprile, " Sa Die de sa Sardigna?


Ai fautori delle celebrazioni risorgimentali non piace il confronto: c’è persino la tentazione di credere che i favorevoli dei 150 anni siano contrari alla celebrazione della Festa dei Sardi. Con l’obiettivo di una corretta analisi storica dei fatti pre e post – risorgimentali un gruppo di persone interessato alla ricerca storica e alla produzione culturale, insieme a numerosi cittadini impegnati nel sociale e nella politica, hanno organizzato per venerdì 25 Marzo 2011, a partire dalle ore 16, presso la Casa Aragonese del comune di Seneghe, un incontro nel quale si dibatteranno questi temi.


La Sardegna è da 150 con l’Italia: parliamone!


La celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia viene osservata in Sardegna con atteggiamenti differenti e con considerazioni contrapposte. Da un lato c’è un consenso celebrativo che vuole allineare la Sardegna con i propositi delle Istituzioni italiane, non prive di accenti trionfalistici, che rimarcano il contributo dei Sardi al Risorgimento e ad una primogenitura nel “fare l’Italia”. Dall’altra parte si rifiuta qualunque riconoscimento e partecipazione alla ricorrenza con l’intento di passarla sotto silenzio. Noi non la pensiamo così e non siamo d’accordo con celebrazioni subalterne e residuali. Riteniamo invece più costruttiva una scelta di posizione consapevole – che potrà contenere le valutazioni più favorevoli ma pure quelle più critiche – che accetta la sfida di questa commemorazione ma per analizzare nel dettaglio storico e nel giudizio politico i vantaggi e gli svantaggi avuti e subiti dai Sardi, a partire dalla “fusione perfetta”, dal ’61 alla prima guerra mondiale, e procedendo oltre fino all’oggi, esplorando anche la questione del cosiddetto “secondo risorgimento riferito alla Resistenza”, fino allo Statuto sardo, alla sua applicazione e al suo presente superamento. I sardi c’erano già dall’inizio, con il federalismo repubblicano di Giovanni Battista Tuveri e di Giorgio Asproni, si impegnarono come nessun altro nella prima guerra mondiale attraverso il sacrificio di migliaia di giovani soldati e di ufficiali, compirono la più completa riflessione sul Risorgimento italiano attraverso il pensiero di Antonio Gramsci. E’ dunque l’occasione per sfuggire al carattere deformante delle esaltazioni celebrative ed aprire invece pagine di storia realistiche con forti accentuazioni e chiarificazioni di “mondo vissuto” e di esperienza antropologica, culturale e politica della gente sarda. E’ anche importante collocare il concetto di Unità d’Italia nell’attuale clima politico italiano e soprattutto in riferimento alla realtà politico-istituzionale sarda, alle azioni intraprese nel tempo per un governo sardo autorevole, ai fermenti che animano i dibattiti e agli auspici di autodeterminazione, anche per mettere a nudo come questo rinforzo accentuato di “Unità d’Italia” corrisponda a un progetto politico di centralismo in attenuazione di un federalismo positivo e ancor più di prospettive di sovranità. Questa iniziativa di presenza culturale e di dibattito – che potremmo denominare con i termini: “Dalla ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia a Sa Die de sa Sardigna 2011” – intende raggiungere al livello personale tutti i cittadini, in particolare i protagonisti della cultura e della politica, senza distinzione di appartenenza associativa o di schieramento. Vogliamo essere solo, per una volta, dei sardi che riflettono insieme. I sottoscritti si incontreranno il prossimo 25 marzo 2011, presso la Casa Aragonese del comune di Seneghe, a partire dalle ore 16,00.


La proposta di organizzazione dei lavori terrà conto del procedere delle adesioni e verrà reso disponibile più avanti. L’incontro di Seneghe può essere un contributo a questo obiettivo di chiarimento storico e di elaborazione di una maggiore coscienza politico-istituzionale per i Sardi.


Gli aderenti:

Bachisio Bandinu (antropologo, giornalista), Antonio Buluggiu (insegnante), Luciano Carta (storico, dirigente scolastico), Vittoria Casu (docente universitario, già consigliere regionale), Placido Cherchi (antropologo), Alberto Contu (storico), Gianfranco Contu (storico), Mario Cubeddu (storico, insegnante), Salvatore Cubeddu (sociologo), Giuseppe Doneddu (storico, docente universitario), Federico Francioni (storico, insegnante), Gianni Loy (docente universitario), Piero Marcialis (attore, insegnante), Piero Marras (cantautore, già consigliere regionale), Luciano Marrocu (storico, docente universitario), Alberto Merler (sociologo, docente universitario), Nicolò Migheli (sociologo), Maria Antonietta Mongiu (archeologo, insegnante, già assessore regionale), Giorgio Murgia (già consigliere regionale), Michela Murgia (scrittrice, insegnante), Paolo Mugoni (insegnante), Maria Lucia Piga (sociologo, docente universitario), Gianfranco Pintore (giornalista, scrittore), Paolo Pillonca (giornalista, scrittore), Mario Puddu (insegnante, scrittore), Vindice Ribichesu (giornalista), Andrea Vargiu (docente universitario).

Credo che l'iniziativa sia da apprezzare e da lodare. Sono i sardi gli artefici del proprio destino, non dimentichiamolo. Anche se tutti insieme siamo pronti a gridare, con dignità non con subordinazione,


BUON COMPLEANNO ITALIA !


Grazie dell'attenzione.


Mario



martedì, febbraio 22, 2011

RIFLESSIONI. BONTÀ È FORSE SINONIMO DI STUPIDITÀ? ESSERE BUONI NON SIGNIFICA ESSERE SCIOCCHI O STUPIDI.



ORISTANO 22 FEBBRAIO 2011
Cari amici,
navigando un po’ senza meta mi sono imbattuto, ieri, in un blog abbastanza interessante.
L’autrice, Gabriella Bellini, giornalista, mi ha dato lo spunto per introdurre una delle mie solite riflessioni. Quella che Vi sto per proporre analizza un po’ il nostro modo di essere, di proporci. Quante volte abbiamo pensato che essere buoni alla fine...significa solo essere sciocchi o stupidi?

Questo blog ( ecco per chi è curioso il link: http://www.gabriellabellini.blogspot.com/ ),

partendo dalla nota storiella del Leone e della gazzella nella savana africana, cosi commenta:

Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia.

Sa che dovrà correre più veloce della gazzella o morirà di fame.

Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia.

Sa che dovrà correre più veloce del leone o verrà uccisa.

Ogni mattina, in Africa, non importa se tu sei il leone o la gazzella ...

sarà meglio che cominci a correre !

Cosi prosegue Gabriella:
“ Da qualche tempo ho l'impressione che la mattina molta gente si svegli credendo di essere più furba degli altri. Capita così che l'essere buoni e corretti venga scambiato per l'essere fessi. Ma possibile che uno per far valere i propri diritti debba essere costretto ad alzare la voce e minacciare querele e denuncie? Perché non è più facile ammettere di aver sbagliato? Insomma, mi sto rendendo conto che essere una brava persona non sempre paga. Certo non cambierò atteggiamento, ma se magari c'è qualche "furbetto del quartierino" che sta leggendo questo blog capirà che non è più intelligente di me soltanto perché io sono più educata e comprensiva”.

Grazie Gabriella di avermi dato la possibilità di conoscerti, anche se a distanza. Sono certo anch’io che nel mondo di furbetti del quartierino ce ne sono tanti, ma questo non ci impedisce di commiserarli.

Credo di essere anch’io un “buono” ma sono anche convinto di non essere uno sciocco. Essere buoni significa amare senza secondi fini, senza certezza di essere ricambiati. Amare è amicizia pura. Il mio blog, come sapete, ha come commento al titolo di “Amico Mario” la frase di Reisman : " Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati".

Ecco questo è il mio pensiero, il mio credo.

Per dare la possibilità di una riflessione ai miei fedeli lettori voglio riportare un breve pensiero di Giovanni XXIII, l’indimenticato Papa Buono.

Eccolo.
Buona lettura.

Mario


lunedì, febbraio 07, 2011

VIVIAMO IN UNA SOCIETA' DELL'ESSERE O DELL'APPARIRE?




ORISTANO 7 FEBBRAIO 2011

Cari amici ed amiche del blog,

oggi voglio parlarVi di " COMUNICAZIONE". Argomento importante, come ben sapete, che è necessario affrontare con la giusta consapevolezza.
Colgo l'occasione della partecipazione, due giorni fa, ad un incontro sull'argomento per riepilogare anche a Voi queste interessantissime riflessioni.
Eccole.

Buona lettura.
Mario
Il recente incontro, Sabato 5 Febbraio, del nostro Arcivescovo, S.E. Mons. Ignazio Sanna con i rappresentanti dell’Informazione e della Comunicazione, nei locali del prestigioso Seminario Tridentino in Piazza Cattedrale in Oristano è stato un vero successo.
La qualificata presenza non solo della stampa locale ma di quella a carattere regionale che vedeva presenti non solo i rappresentanti dell’Informazione cattolica ma anche di quella laica, dall’Unione Sarda alla Nuova Sardegna, alle emittenti radio televisive ed alle altre testate sia su carta stampata che on line.
L’incontro-conferenza aveva un titolo significativo: “ETICA DELLA COMUNICAZIONE”.
L’argomento, ampio e variegato, è stato affrontato con grande competenza, toccando in particolare i temi più controversi: dall’uso dei nuovi mezzi di comunicazione all’etica necessaria alla diffusione della comunicazione stessa, dalla necessità della comunicazione-verità alla comunicazione-educazione.
Il qualificato uditorio ha ascoltato con attenzione la dotta esposizione del nostro Arcivescovo che partendo dalla sfida portata dalle nuove tecnologie ha messo in evidenza quanto questi nuovi potenti mezzi abbiano non solo cambiato il modo stesso di fare comunicazione ma anche, direi soprattutto, la comunicazione stessa.
“Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se s
tessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale. Con tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e di costruire comunione”, ha esordito l’Arcivescovo, continuando poi e sostenendo che:
“Oggi come ogg
i, la comunicazione non è fatta soltanto di parole, ma anche di immagini. Spesso le forme di comunicazione per immagini sono molto più efficaci delle parole. La mescolanza fra parole ed immagini - nonché il modo in cui vengono messe assieme - può determinare un orientamento delle coscienze e della mentalità molto più efficacemente che per mezzo di un discorso argomentato”.

Lo scorrere del discorso, fluido e profondo, non era scevro da pizzichi di ironia.
Con un velato sorriso ha affermato che la comunicazione, in realtà, non è mai “angelica”, intendendo con questo termine che la notizia mai potrà essere neutra, in quanto comunicazione e strategia sono indissolubilmente legate e che qualsiasi fatto o notizia conterrà sempre il pensiero e la cultura dell’emittente il messaggio.
Sono ben altri, però, i condizionamenti del messaggio comunicativo.
“La nostra società è fondata essenzialmente sul mercato e l’efficacia di un messaggio o di un programma viene valutata in base alla loro capacità di essere recepiti. Molti sono convinti che inseguire la presunta "domanda" sia il modo migliore per produrre dei messaggi culturalmente validi”
ha sostenuto, ma così non è. Non è concepibile che si adotti come principio etico l’idea del “cosi fan tutti”, adattando il messaggio a tale realtà, anziché utilizzarlo per migliorare e modificare, invece, comportamenti errati od inopportuni.
Da questo ne discende una semplice ed allo stesso tempo difficile domanda: “Quale tipo di etica è necessario, in questa fase, per fronteggiare le sfide della comunicazione, dell'informazione e delle relative tecnologie”?
Una sfida etica decisiva, ha continuato Mons. Sanna, sta nella selezione, nel grado di priorità da dare alle diverse informazioni e, soprattutto, nella maggiore o minore legittimità nel divulgare determinate notizie. Altra sfida irrinunciabile è quella della ricerca della verità reale, non parziale o di comodo, ma della “verità vera”.
“La verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua "popolarità" o dalla quantità di att
enzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari "annacquandola", ha ribadito con convinzione l’Arcivescovo.
Le nuove tecnologie, inoltre, in un mondo ormai nel bene e nel male “globalizzato”, consentono di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, aprendo in parallelo un mondo “virtuale” che, pur “ irreale” cammina fianco a fianco di quello reale creando legami e potenziali amicizie come in quello effettivo, reale. Ci si chiede, allora, “ Chi è il mio prossimo in questo nuovo mondo?”, creando difficili situazioni e disorientamento.
“E’ im
portante ricordare sempre, ha detto Mons. Sanna,

“ che il contatto virtuale non può e
non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita”.
Nell’ultima parte della Sua relazione, infine, Mons. Sanna ha ribadito che la Comunicazione è anche il veicolo migliore per affrontare la difficile “ Sfida educativa”. Sfida che non può e non deve riguardare solo la Scuola ma tutta la Società nel suo insieme: Famiglia, Scuola Chiesa e Società sono un “unicum” indissolubile ed organico.

Rimarcando le parole del Card. Bagnasco ha cosi concluso: “Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale. È la speranza, pane irrinunciabile sul tavolo dei popoli, a piegarsi e venire meno. Il cuore dei giovani tende − per natura − alla grandezza e alla bellezza, per questo cerca ideali alti: bisogna che essi sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità. In una parola, di valori perenni”.
Al lungo applauso è seguito un interessante dibattito che, credo, porterà comunque tutti gli operatori dell’informazione e della comunicazione ad un’attenta riflessione sull’importanza del loro lavoro, sul peso e sulla grande responsabilità che tutti i giorni debbono affrontare per scegliere di dare, ciascuno nel proprio campo, “il meglio” di se stessi e delle proprie capacità, nell’interesse di tutti. Perché è interesse di tutti che prevalga “l’essere sull’apparire”.
“E’ sempre una questione di scelte”, sosteneva Pirandello, “ scelte che influiscono su tutto. Chi decide di Essere e chi decide di Apparire…”.
Grazie dell’attenzione.

Mario




martedì, febbraio 01, 2011

LA MIA AVVENTURA IN COLONIA A GIORGINO (CA).

ORISTANO 1 FEBBRAIO 2011

Cari amici ed amiche del blog,

sollecitato anche da una cara persona, che ormai è "fedelissima" di questo giornalino on-line, aggiungo oggi un'altra puntata dei miei "ricordi".

Le mie prime vacanze al mare, purtroppo, come leggerete non ebbero un esito granchè favorevole.

Buona lettura.

Come ho già fatto cenno nel racconto che già conoscete e che ha per titolo “ Il mio primo mare”, recentemente pubblicato in questo blog, un’estate fui destinatario con pochi altri ragazzi del mio paese, di una vacanza estiva a Giorgino sul litorale di Cagliari.

Era un’estate degli anni ’50, gli anni della lenta ripresa post bellica, e lo Stato con il primo “Piano di Rinascita” destinato alla Sardegna, cercava di porre rimedio alle povere condizioni di vita e di salute dei Sardi.

Era la prima volta che mi succedeva di allontanarmi da casa. Certo in qualche altra circostanza era capitato di lasciare casa nostra con i miei per un giorno o due, ma mai da solo e per un periodo che, in questo caso, durava circa un mese. L’idea di andare a soggiornare fuori dalle classiche quattro mura di casa, in compagnia di molti altri ragazzi, era stimolante quanto un’avventura.

I preparativi furono frenetici, carichi di quella tensione ed aspettativa che solo un bambino che lo fa per la prima volta sente e prova per l’ignoto. La valigia da preparare era molto modesta. Qualche cambio, alcuni costumi da bagno, e poco altro. D’estate, tra l’altro, non si ha necessità di “grandi coperture”, bastando, anche se si resta in casa, solo maglietta e calzoncini.

Il giorno della partenza col pullman fu festa grande. Il mezzo, noleggiato appositamente per il viaggio, era già carico di molti altri ragazzi della mia età, provenienti dagli altri centri del circondario. La curiosità era grande. Anche se non c’erano accompagnatori adulti del mio paese nessuno di noi ebbe difficoltà a familiarizzare con tutto il gruppo ed a fare nuove conoscenze.

Arrivati a destinazione il pullman si fermò di fronte ad un caseggiato bianco, riverniciato di recente, che si trovava in mezzo ad un grandissimo arenile, con poca vegetazione intorno. L’area era un po’ isolata dal resto del centro abitato e, oltre la struttura centrale, aveva diversi altri piccoli fabbricati destinati ai servizi. Entrammo tutti in gruppo, guardandoci intorno con grande curiosità. C’era un grande fermento, un brusio, quasi che uno sciame d’api avesse invaso i silenziosi locali. La costruzione era abbastanza vecchia, anche se riverniciata di fresco. Soffitti altissimi, finestroni lunghi in legno laccato di bianco e pavimenti in graniglia. Credo fosse era un fabbricato del periodo fascista, originariamente destinato alla formazione dei “balilla”, i ragazzi della generazione precedente la mia. Dagli alti soffitti pendevano tristi lampadine un po’ impolverate che gettavano lunghe ombre sulle spoglie pareti; i tavoli e gli arredi evidenziavano il peso degli anni ed una manutenzione poco accurata: il legno era scrostato in più punti, le sedie un po’ traballanti e gli armadi mancavano di qualche pomolo e con i vetri opachi ed a volte affilati.

Il dormitorio (eravamo solo maschietti) era un unico grande camerone, stile militare, con le brande ed un piccolo comodino in ferro ogni due letti. Alla fine della camerata una stanzetta era destinata al personale di sorveglianza.

Dopo la visita ci fecero depositare il modesto bagaglio che conteneva tutte le nostre cose sul letto assegnato a ciascuno di noi e nell’armadietto. La prima giornata passò senza bagni in mare o divertimenti cdi alcun genere. Fummo registrati e subito dopo accompagnati in refettorio per il pranzo.

Anche questo ambiente era poco allegro: un lungo corridoio largo ed alto, con due grandi finestroni sul lato mare, dalle pareti grigie e spoglie. A fianco, dalla parte opposta alle finestre, vi erano le cucine, da cui usciva un forte odore di vivande, soprattutto di verdure e legumi. Era quel classico odore poco piacevole di minestrone….da noi ragazzi anche allora poco amato!

Ciascuno di noi aveva assegnato un posto preciso a tavola: con tovagliolo, coltello, cucchiaio e forchetta ad uso personale. Il tovagliolo, infatti, veniva sostituito settimanalmente, non giornalmente, ed a fine pasto doveva essere utilizzato per riporre le posate.

Prima dell’inizio di ogni pasto il Capogruppo faceva alzare tutti in piedi per la preghiera (la colonia era gestita dall’ OECE, attraverso una struttura religiosa). Subito dopo ciascuno di noi, in modo composto, andava a prendere il piatto preparato nell’attigua cucina, portandolo al proprio posto. Il pasto sia a pranzo che a cena era abbastanza spartano: normalmente era costituito da minestrone di verdure o pasta, una fetta di formaggio fuso, che oggi ricorderebbe le sottilette, e una fetta di pane. Al termine del pasto tutti in camerata a riposare fino al calare della sera.

Le giornate in colonia erano abbastanza monotone. La mattina sveglia presto, colazione con una scodella di latte in polvere sciolto in acqua tiepida e l’aggiunta di un cucchiaino di zucchero e di cacao accompagnata da una fetta di pane; subito dopo pulizia personale e della camerata ed alle 10 circa trasferimento in spiaggia per gli “esercizi ginnici” coordinati dall’assistente.

Questo lavoro durava circa un’ora.

Alle 11 - 11,30 bagno in mare, all’interno di uno spazio delimitato da piccoli galleggianti in sughero verniciati di rosso. Alle 12 - 12,30 doccia e rientro in camerata. Pranzo alle 13, con le modalità prima indicate. Il riposo pomeridiano in camerata durava fino alle 17, 30.

Alle 18, radunati in uno spazio coperto del cortile, si organizzavano semplici giochi, sempre collettivi, e sempre sotto la stretta sorveglianza degli assistenti. Alle 19,30 ci si preparava per la cena, servita alle 20 in punto, al termine della quale tutti dovevamo raggiungere la camerata per dormire, facendo il massimo silenzio, senza possibilità di chiacchierare o fare rumori, schiamazzi o quant’altro. Mica allora c’era la televisione o il cinema!

Dopo pochi giorni questa vita da caserma aveva infastidito e angustiato la gran parte dei ragazzi. A me, poi, particolarmente esuberante com’ero, la cosa era assolutamente sgradita.

Un ferreo controllo era esercitato sulla nostra giornata; a noi il repentino cambio delle precedenti abitudini ci dava l’impressione di “essere in prigione”, con una forte diminuzione della nostra libertà. Tutto questo, unito alla fornitura di un cibo scarso e poco gradito e servito ad orari troppo precisi, aveva prepotentemente risvegliato in tutti noi, ma in me in modo particolare, il desiderio di tornare alle sane, quotidiane e libere abitudini di casa!

Dopo una settimana io non ne potevo più e sentivo forte il bisogno di "andare via", di tornare a casa; ero già fortemente pentito di aver accettato una simile vacanza! Mai avrei pensato che sarebbe andata cosi.

Le comunicazioni, allora, non erano quelle di oggi. Niente telefonini e niente telefoni nelle abitazioni! L’unico telefono in paese era quello pubblico presso il tabacchino; anche nella colonia vi era un unico telefono a muro presso la direzione. Impossibile pensare di comunicare con le famiglie, salvo casi di reale forza maggiore.

L’unica possibilità, per le famiglie, di avere contatti con i propri figli in colonia era quella di una gita a Giorgino per visitarli, almeno una volta, nel mese di permanenza. In questo caso le possibili visite che i ragazzi potevano ricevere erano limitate alla domenica.

Anche a casa mia l’ansia di sapere come stavo doveva essere grande. Trascorsa in ansia la prima settimana, nella successiva mamma convinse il babbo a fare il viaggio e partire per vedermi.

Con gli scarsi mezzi dell’epoca il viaggio non era facile: in pullman fino ad Oristano, poi in treno fino a Cagliari ed infine in filobus fino a Giorgino. Le auto individuali non erano, allora molto diffuse e, soprattutto, non erano alla nostra portata.

In colonia per me il tempo non passava mai. Erano trascorse quasi due settimane e mi sembravano due anni. Quando la Domenica vidi arrivare babbo e mamma con mio fratello Nino, più grande di me di cinque anni, mi si illuminarono gli occhi e corsi ad abbracciarli piangendo. Non posi tempo in mezzo: dissi subito Loro che non stavo bene e che volevo andare via. Non avevo nessuna intenzione di restare, volevo tornare subito a casa, il giorno stesso, con Loro.

I miei erano preoccupati ed increduli: erano convinti che li ero felice e mi divertivo e invece mi trovavano cosi amareggiato e depresso. Cercarono tuttavia di calmarmi, ma io ero irremovibile. I miei parlarono a lungo con la direzione che, preoccupata per l’eventuale abbandono e temendo verifiche o ispezioni degli Organi superiori, negava la possibilità di farmi interrompere il soggiorno. Fu consigliato ai miei di fare un tentativo per convincermi a restare. Spostata la decisione al pomeriggio fu stabilito che mentre io consumavo il pranzo, i miei genitori avrebbero fatto finta di partire senza salutarmi: avrebbero, cosi, appurato concretamente la mia disponibilità a…inghiottire il rospo e, anche se malvolentieri, a restare!

Mentre consumavamo il pranzo nel refettorio i miei genitori si erano seduti in un angolo a chiacchierare. Mangiando pensoso e con la speranza di tornare in giornata a casa non mi accorsi, che senza dare nell’occhio Loro erano furtivamente usciti dal locale.

Appena mi accorsi della loro assenza mi venne il panico pensando terrorizzato di aver perso l’occasione di tornare a casa: in un istante lasciai il mio posto a tavola e volai fuori. Guardavo a destra e a manca cercando di individuarli, sapendo che non potevano essere andati lontano.

Vidi dopo un po’ in lontananza mio fratello e a gran voce iniziai a chiamarlo correndo verso di lui. Nino, che sapeva del tiro mancino che si tentava nei miei confronti, fece finta di non sentire e accelerò il passo cercando un riparo per nascondersi. La sfortuna volle che, nella fretta di eclissarsi, saltò un basso muretto dietro il quale si trovava, legato, un grosso cane che faceva la guardia alla Colonia. I bruschi movimenti di mio fratello spaventarono il cane che reagì affibbiandogli un bel morso su una mano. Le urla di mio fratello, spaventato e sanguinante, fecero accorrere alcuni inservienti che subito gli prestarono i primi soccorsi. In un attimo si formò un capannello di persone che cercava di riportare la calma.

La preoccupazione più grande era quella medica: non tanto la medicazione della ferita quanto la possibilità che il cane fosse o meno sano. Non vi era questa certezza in quanto l’animale non aveva certificati di vaccinazione (allora i tempi non erano quelli di oggi) e l’unica maniera per scongiurare un eventuale contagio di rabbia era portare il paziente in ospedale per essere sottoposto a puntura antirabbica. Cosi fu. Un’auto ci accompagnò all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove mio fratello fu curato e poi, successivamente alla stazione ferroviaria dove tutti, me compreso, prendemmo il treno per Oristano. Il viaggio di ritorno avvenne nel silenzio più assoluto. Nessuno parlava, in particolare mio fratello, che spaventato e dolorante mi guardava con occhi davvero “rabbiosi”!

Prevedendo il ritorno ad ora tarda mia madre, la mattina presto prima di partire, aveva preparato un po’ di cena: un’insalatiera piena di patate fritte, preparate in frittata con uova e cipolle. Era questo il pasto che veniva predisposto quando, per motivi di viaggio o altro, non si poteva cucinare al momento.

Arrivati a casa l’atmosfera era ancora tagliente. Nessuno fiatava. Mio fratello, dolorante, si sdraiò sul letto e i miei andarono in camera a cambiarsi d’abito prima di consumare il frugale pasto serale.

Io restai in cucina. Avevo fame. Scoperchiai l’insalatiera e inebriato da un profumo che da tempo non sentivo più iniziai a mangiare con avidità, servendomi direttamente con le mani. In un batter d’occhio il livello del recipiente calò paurosamente. Complici le diete forzate fatte in colonia, unite ai buoni sapori di casa mia, non mi trattenni: divorai tutto il contenuto leccandomi anche le dita. Poi, per rinviare il temuto rimprovero, rimisi il coperchio al suo posto e mi sedetti nello scanno che usavo di solito, collocato tra il blocco dei fornelli ed il camino. Al rientro degli altri in cucina mamma chiamò tutti a tavola. Io rimasi seduto, a testa bassa, aspettando la tempesta che si sarebbe abbattuta su di me.

Tolto il coperchio dal contenitore mia madre restò di sasso: era desolatamente vuoto. Non ci mise molto a capire che ero stato io. Dopo un attimo di silenzio alzò gli occhi verso di me e mi guardò con grande affetto, frutto di quell'amore immenso che nutriva per tutti noi. Lei comprendeva davvero, in quel momento, le regioni del mio forzato rientro! Non accennò neanche un finto rimprovero nei miei confronti. Con un dolce sorriso e gli occhi lucidi, rivolta a mio padre disse:

“ arrescioni teniada su pipiu a si nai che si chi cheriada andai”[i]: du tenianta senza pappai, fudi mort’e famini!(1)

Non aggiungo altri commenti, la commozione, ancora oggi, me lo impedisce.

Ciao a tutti.

Mario



(1)Nota.[i] “ Aveva ragione il bambino a volersene andare, lo tenevano senza mangiare, era affamato”, libera traduzione.


sabato, gennaio 22, 2011

SPIGOLATURE. IL VERO SIGNIFICATO DI “APPARTENENZA”. ESSERE “ROTARIANI” SIGNIFICA APPLICARE LE REGOLE DEL ROTARY TUTTI I GIORNI.










Oristano 22 Gennaio 2011

Cari amici,

entrare a far parte di un’Associazione è, spesso, una specie di “conquista”, il raggiungimento di uno “Status Symbol” che nel percorso lavorativo di ciascuno di noi può darci l’impressione di un punto d’arrivo.

Questa filosofia, però, se consente di riempire il nostro “carnet” di soddisfazioni personali non raggiunge, invece, quei traguardi, quegli obiettivi che l’Associazione accogliendoci intendeva raggiungere.

Diventare soci di una associazione importante non significa solo mettersi il distintivo all’occhiello ma partecipare attivamente alla sua vita, contribuire a raggiungere gli scopi e gli obiettivi fissati. Solo in questo modo potremo orgogliosamente affermare che ne facciamo parte, quindi “apparteniamo” a questa struttura.

Sono entrato nel club di Oristano del Rotary International da poco meno di un ventennio. Ero allora vice direttore del Banco di Sardegna e svolgevo il mio servizio ad Oristano. Sapevo dell’esistenza di un club Rotary ad Oristano perché quando fu costituito, nel 1967, svolgevo la mia prima attività lavorativa nell’ufficio di uno dei suoi soci fondatori.

Questo mi aveva dato la possibilità di sapere molte cose sull’Associazione ed i suoi scopi. Quando successivamente fui cooptato anch’io nel club misi a frutto la mia iniziale conoscenza e cercai in molti modi di approfondirla.

Sono nato abbastanza curioso da cercare sempre la ragione delle cose, soprattutto di quelle che mi coinvolgevano direttamente. Fin dai primi anni di appartenenza fui chiamato a svolgere diverse mansioni operative. Mi fu affidato prima l’incarico tesoriere e tre anni dopo quella di segretario, che svolsi per quattro anni. Fui poi eletto presidente, mansione che svolsi per due anni consecutivi, restando successivamente impegnato sia nel club che nel Distretto di appartenenza ( il 2080 che comprende Roma, Lazio e Sardegna ). Nella struttura distrettuale ho svolto l’incarico sia di componente che di presidente di diverse commissioni e successivamente di Assistente del Governatore, incarico rinnovatomi 4 volte dai diversi Governatori.

Tutto questo ha significato per me una conoscenza sempre maggiore del Rotary, in quanto per svolgere le mansioni affidatemi dovevo conoscerne a fondo si la struttura che le regole.

Più approfondivo la conoscevo del Rotary e più ero interessato a farlo. Quando nel 2003 lasciai l’azienda bancaria per andare, dopo 36 anni di servizio, in pensione mi venne in mente una felice idea: tornare sui banchi dell’Università per riprendere gli studi, quegli studi che da giovane, purtroppo, non avevo potuto completare.

L’idea iniziale di iscrivermi nuovamente alla facoltà di Economia e Commercio non mi appagava. Era quello un campo in cui mi ero acculturato abbastanza da solo, facendo per una vita intera il manager bancario! Volevo, invece, percorrere altri sentieri, scoprire vie nuove, aprire altri file che per me – persona molto curiosa - avevano altri significati, più pregnanti ed interessanti.

Accettando il consiglio di un amico mi iscrissi alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari, corso di laurea in “ Scienze della Comunicazione e Giornalismo”. Superato in poco tempo il gap generazionale, quello di sedermi sui banchi con i ragazzi dell’età dei nostri figli, raggiunsi con loro un buon feeling stringendo amicizie vere che si protraggono nel tempo. Frequentando regolarmente le lezioni e superando senza troppe difficoltà gli esami prescritti arrivai alle soglie della laurea nel pieno rispetto dei tempi previsti: potevo laurearmi alla prima sessione utile, quella di Luglio 2006.

Tutti gli studenti in regola con gli esami all’inizio del terzo anno pensano alla tesi da discutere. Anche io ci pensavo ma in maniera diversa. Io avevo già in mente l’argomento che avrei voluto affrontare, dovevo solo trovare un docente che, accettando la mia idea, mi avrebbe fatto da relatore. L’idea che mi martellava in continuazione era una sola: quella di uno studio approfondito sul Rotary, storico e sociologico insieme. In poco tempo trovai la persona giusta. La professoressa Elisabetta Cioni, docente di Sociologia, non disdegnò la mia proposta e mi affidò alla sua assistente la D.ssa Gaia Peruzzi, oggi ottimo docente nella stessa Facoltà.

Il lavoro mi impegnò alcuni mesi e con grande impegno riuscii a completare e discutere la tesi nella sessione estiva, a Luglio del 2006.

Ero riuscito nel mio intento: volevo conoscere meglio il Rotary, studiarlo a fondo e c’ero riuscito. Ero felice di questa conquista che, tra l’altro, mi diede nel mondo rotariano una non comune notorietà.

Io da parte mia ero certo che quel lavoro non sarebbe rimasto lettera morta. Ero convinto che quel mio studio, quella mia analisi, poteva essere utile anche ad altri, soprattutto ai giovani rotariani che si accingevano ad entrare a far parte dell’Associazione. Non mi sbagliavo.

Quest’anno il Governatore Roberto Scambelluri, di cui mi onoro di essere assistente, ha voluto dare alle stampe questa mia tesi. Opportunamente adattata ed aggiornata, con nuovi dati e fotografie, è uscita dalle tipografie Borgia di Roma, sotto forma di libro/manuale che circola negli ambienti rotariani, dando un contributo sia di conoscenza che di aiuto finanziario per le opere della Fondazione Rotary a cui ho voluto donarla.

Sono felice di tutto questo e soprattutto sono felice di essere un rotariano convinto. Credo che ogni vero rotariano debba vivere ogni sua giornata applicando costantemente le sue regole: in casa, nel lavoro e nella società. Regole semplici ma efficaci: amicizia, etica, tolleranza e disponibilità al servizio.

Utilizzando un motto del mio caro amico, Antonio Arcese, governatore del nostro Distretto recentemente scomparso, posso dire con orgoglio di essere un rotariano “ Formato, Informato e Coinvolto”.

Oggi mi piace non solo essere impegnato nel mio club, dove svolgo le mansioni di prefetto-cerimoniere e di responsabile della Comunicazione e delle Pubbliche Relazioni, ma anche nel Distretto, dove oltre che assistente del governatore sono corrispondente dalla Sardegna di Voce del Rotary, il nostro mensile. Mi piace, poi, parlare di Rotary sia ai vecchi che ai nuovi soci, facendo Conferenze anche ai giovani che domani, conoscendo meglio la nostra associazione, potranno entrare a farne parte.

In sintesi voglio dire con gioia a tutti Voi: “ sono felice di essere rotariano!”.



Ecco alcune foto della recente attività mia e del mio Club.

Grazie dell’attenzione.

Mario