mercoledì, marzo 18, 2026

LA CRISI DEL COMMERCIO AD ORISTANO: IN TREDICI ANNI UN TERZO DEI NEGOZI HA CHIUSO. QUALE LE CAUSE DI QUESTO DISASTRO?


Oristano 18 marzo 2026

Cari amici,

Tra il 2012 e il 2025 Oristano ha perso quasi il 29% delle sue imprese commerciali, diventando la città sarda con il calo più pesante. Questo disastro emerge dal rapporto “Città e demografia d’impresa”, compilato dall’Ufficio Studi della Confcommercio, recentemente pubblicato. In 13 anni il capoluogo oristanese ha visto scomparire quasi tre attività su dieci, tra negozi in sede fissa e commercio ambulante, in un contesto di popolazione residente, già in calo del 4,2%., quello di Oristano è il risultato peggiore di tutte le città sarde considerate nel report: Carbonia (-27,1%), Sassari (-23,9%), Tempio Pausania (-23,2%), Nuoro (-22,3%), Lanusei (-17,5%), Iglesias (-15,3%) e Cagliari (-14,4%).

Indubbiamente sono dati che non solo sorprendono ma annichiliscono tutti! Camminando per la città, passando davanti ad una vetrina spenta, o ad una serranda abbassata, viene da pensare al passato, quando le luci riempivano il locale e le persone entravano ed uscivano! Non è nostalgia, è un segnale di decadenza, di abbandono. Ci si domanda: Ma cosa sta succedendo? Perché succede? Difficile rispondere con certezza, in quanto le cause sono molteplici e di alcune di queste molti di noi sono – almeno in parte – responsabili.

Si, amici, la verità è scomoda: non c’è un singolo colpevole, ma un complicato incastro di fattori che sta schiacciando il retail tradizionale. E, nella crisi, non c’è solo il negozio che chiude ma gran parte di ciò che gli sta intorno: i lavoratori, i servizi, i quartieri, che perdono luce e sicurezza. Questa crisi del commercio al dettaglio, a livello globale, è anche un tema di economia reale: quando un negozio chiude, non sparisce soltanto una cassa, spesso si interrompe una micro-filiera di artigiani, fornitori, logistica locale. È un risiko che travolte tutto ciò che gli sta intorno.

Le cause, come accennato prima, sono molteplici. Vediamole un po’ in dettaglio. La prima causa è quella che, sotto certi aspetti, decide tutto: la stagnazione dei consumi. Le famiglie acquistano con prudenza, tagliano il superfluo, riducono lo scontrino medio. I motivi? L’incertezza economica e timori sul lavoro, l’inflazione che erode il potere d’acquisto, la dolorosa scelta di rimandare gli acquisti “importanti”. A seguire ci sono i “Costi fissi”, quelli che arrivano anche se fuori piove e dentro non entra nessuno. Energia e affitti hanno registrato aumenti spesso oltre +20%, e in molte zone il canone può arrivare a pesare fino al 25% del fatturato. Se aggiungiamo la pressione fiscale e i costi operativi, la marginalità si assottiglia fino a diventare un filo: negli ultimi cinque anni la marginalità dei negozi è scesa intorno al 12%.

Che dire, poi, dell’E-commerce”? Cresciuto a dismisura durante la pandemia, è successivamente aumentato di circa il 60%, e, soprattutto, ha cambiato la psicologia d’acquisto: confronto immediato, ricerca del prezzo più basso, consegna rapida. Il negozio fisico ne esce sempre più travolto! In parallelo anche la grande distribuzione continua ad erodere quote, lasciando i negozi di prossimità a mendicare clienti; i piccoli negozi sono strutture troppo piccole per negoziare e troppo esposte per assorbire gli shock. C’è anche un altro elemento, spesso sottovalutato: la pressione delle importazioni a basso costo, in particolare dalla Cina, che nel primo semestre 2025 hanno toccato circa 5,3 miliardi di euro in alcune categorie.

Con queste potenti “sirene del basso costo”, il consumatore, incantato dal prezzo basso, dimentica la struttura dei costi del negozio tradizionale, che paga affitto, personale, utenze, tasse, e quant’altro. Oramai la crisi, amici, si è talmente diffusa che non è facile da superare, senza una forte, decisa scelta politica (e culturale). La chiusura dei negozi non è un destino scritto e inappellabile. È l’esito di regole, costi e domanda che si incastrano male. E qui entrano con forza le proposte che la politica può mettere sul tappeto: detrazioni fiscali 15-19% per acquisti nei negozi di prossimità, IVA ridotta al 10-15% per due anni, e una cedolare secca sugli immobili commerciali per alleggerire gli affitti. La soluzione, credetemi, se la volontà politica la vuole trovare, esiste!

Cari amici, sono cresciuto tra la prima e la seconda metà del secolo scorso, quando esistevano solo i piccoli negozi di prossimità. Allora la vita nei quartieri e nei “Vicinati” era gioiosa e fraterna, cosa oggi proprio inesistente! Se oggi volessimo davvero raggiungere l’obiettivo di riportare ossigeno ai consumi e tenere vivi i quartieri, le misure prima ipotizzate e messe sul tappeto dallo Stato potrebbero essere di grande aiuto e, forse, anche risolutive; misure capaci di rendere di nuovo sostenibile l’equazione “apro, vendo, guadagno”. Perché un negozio non è solo un punto vendita, è un presidio sociale, una piccola rete di fiducia, una forma di urbanistica quotidiana che tiene insieme persone e strade.

A domani.

Mario

 

 

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