sabato, marzo 14, 2026

LA GUERRA IN IRAN RIVOLUZIONA L’ECONOMIA DELLE PIÙ IMPORTANTI NAZIONI DEL PIANETA: LO SPETTRO DELLA STAGFLAZIONE SCUOTE L’INTERO MONDO.


Oristano 14 marzo 2026

Cari amici,

Nelle mie giornaliere scorribande mattutine su Internet, ieri mi sono soffermato con attenzione su un interessante articolo di Michael Pontrelli, giornalista professionista, Redattore di Tiscali.it, esperto di economia, finanza, innovazione e di tutto ciò che riguarda il nuovo mondo che avanza. L’articolo in questione analizzava impietosamente le prime, concrete conseguenze della guerra scatenata dagli USA e da Israele in Iran. Dopo sole 2 settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente, scoppiata il 28 febbraio, il conflitto ha già provocato quella che viene definita la più grande interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.

Le conseguenze del terrificante blocco non sono ipotetiche, in quanto ben evidenziate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) nel suo ultimo rapporto: la produzione di greggio è diminuita di almeno otto milioni di barili al giorno, a cui si aggiungono due milioni di barili di prodotti petroliferi, come i condensati, rimasti bloccati. Nel complesso si tratta di circa il 10% della domanda mondiale di petrolio. La cruda realtà è che dallo scoppio delle ostilità in Iran, il mercato energetico ha reagito con una violenza che non si vedeva da anni. Il Brent, punto di riferimento europeo, dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha sfondato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, segnando un balzo di circa il 50% rispetto ai livelli pre-conflitto di fine febbraio.  

Non meno drastica la situazione per il WTI statunitense, che si è attestato sopra i 95 dollari. Gli analisti avvertono che se la tensione nello Stretto di Hormuz (arteria vitale dove transita il 20% del greggio mondiale) dovesse portare a una chiusura prolungata, il prezzo del barile potrebbe spingersi verso scenari estremi, toccando punte di 150 o persino 200 dollari! L’aumentato prezzo del petrolio è motivato principalmente dal così detto “effetto a catena”, in quanto il petrolio non è solo carburante: è la materia prima per la plastica, i fertilizzanti e la base logistica di ogni prodotto di scambio. Il petrolio è una insostituibile, primaria fonte energetica!

Quando il costo dell'energia sale, le aziende affrontano costi di produzione e di trasporto molto più alti. Per non fallire, sono costrette a trasferire questi aumenti sul consumatore finale, facendo impennare i prezzi al dettaglio. A questo si aggiunge la componente speculativa: l'incertezza sul futuro spinge gli investitori ad accumulare scorte, riducendo ulteriormente la disponibilità sul mercato e gonfiando artificialmente i listini. Parallelamente al rialzo dei prezzi, si attiva, come seria conseguenza, il terribile meccanismo della “STAGFLAZIONE”.

Lo spettro della stagflazione, amici, aleggia praticamente nell’intero pianeta. Il conseguente shock energetico causato dalla guerra in Iran ha riacceso tra gli economisti proprio il timore della stagflazione, una condizione economica considerata tra le più difficili da gestire per i governi. Il termine nasce dalla fusione di due concetti opposti: stagnazione (assenza di crescita economica) e inflazione (aumento generalizzato dei prezzi). In un ciclo economico normale, i prezzi salgono quando l'economia corre; nella stagflazione, invece, i prezzi aumentano mentre la produzione industriale e i consumi calano, creando un corto circuito che paralizza il sistema.

Si, amici, con lo scatenarsi di questa pericolosissima guerra in Iran, l’economia mondiale è entrata in crisi! Le famiglie, vedendo il proprio potere d'acquisto eroso dalle bollette e dal costo del cibo, riducono drasticamente i consumi non essenziali. Le imprese, schiacciate dai costi energetici e dal calo della domanda, tagliano gli investimenti e, nei casi più gravi, sospendono la produzione e/o riducono il personale. Questo clima di sfiducia blocca la circolazione del denaro, portando a una crescita del PIL prossima allo zero o, peggio ancora, in territorio negativo.

Quali le possibili “Vie d’uscita” da questa pericolosissima situazione? Innanzitutto deve ripartire la “DIPLOMAZIA”, ovvero trovare un possibile accordo per arrivare alla fine del conflitto in Iran: il ripristino dei flussi petroliferi abbatterebbe i costi energetici, eliminando la causa primaria dell'inflazione. Con prezzi stabili, le banche centrali potrebbero tornare a sostenere la crescita senza alimentare il carovita. Nel lungo periodo, invece, la soluzione resta la diversificazione energetica: accelerare su rinnovabili e nucleare pulito renderebbe l'economia meno vulnerabile ai ricatti geopolitici e agli shock dei combustibili fossili.

Cari amici, sono davvero grato a Michael Pontrelli per la competenza e la chiarezza usata nel rendere nota la reale situazione che il mondo vive! Auguriamoci che, davvero, la diplomazia riesca a trovare la giusta soluzione, anche se al momento questa appare alquanto difficile.

A domani.

Mario

 

 

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