giovedì, gennaio 12, 2023

ATTENZIONE AD UN'ERBA PARTICOLARMENTE VELENOSA CHE POTRESTI AVERE ANCHE TU IN GIARDINO: SI CHIAMA “TOXICODENDRON RADICANS”, È SIMILE ALL’EDERA MA È MOLTO TOSSICA.



Oristano 12 gennaio 2023

Cari amici,

È stata individuata in Italia dai ricercatori dell’Università di Pisa una pianta aliena che si sta diffondendo anche in Italia: il suo nome scientifico è “TOXICODENDRON RADICANS”. Una presenza pericolosa, che in precedenza fu segnalata casualmente solo 2 volte, tra il 1893 e il 1930, in Trentino. Questa pianta, originaria del Nord America e di alcune località della Cina risulta molto tossica, tanto che basta un semplice contatto con la nostra pelle per scatenare gravi dermatiti.  Ma vediamo di conoscere meglio questa pericolosa pianta, che in teoria potremmo avere pure noi in giardino.

Come spiega il professor Lorenzo Peruzzi, docente di Botanica sistematica all’Università di Pisa, il toxicodendron radicans, ora noto come edera velenosa, considerata la somiglianza, «È una pianta aliena rampicante che in realtà non appartiene alla famiglia delle edere ma addirittura a quella dei pistacchi; è alquanto pericolosa perché provoca delle importanti dermatiti da contatto, nel senso che basta toccarla e la pianta sprigiona alcune sostanze tossiche, come l’urushiol, un olio che provocano reazioni allergiche. Negli Stati Uniti si verificano milioni di casi ogni anno, anche se non si registrano morti ma reazioni allergiche molto importanti».

Come accennato prima, questa pianta aliena, a parte i due casi sporadici della sua presenza in Trentino tra il 1893 e il 1930 prima richiamati, non era mai stata ritrovata in nessuna parte d’Italia negli ultimi 93 anni, mentre adesso, invece, sembra che abbia colonizzato il nostro territorio. Il ritrovamento di una grossa popolazione di questa pianta, completamente spontaneizzata, è avvenuto in località Sassi Neri a Impruneta, sulle colline di Firenze, ad opera dei ricercatori Giovanni Astuti, Francesco Roma-Marzio e Roberta Vangelisti. Perciò è alquanto importante che le Amministrazioni locali rendano edotta la popolazione sulla pericolosità di questa specie.

I tre ricercatori dell’Università di Pisa hanno documentato la scoperta pubblicando un un articolo sulla rivista “Italian Botanist”, organo ufficiale della Società botanica italiana. I campioni raccolti sono stati inseriti nell'erbario del museo botanico pisano. I ricercatori hanno anche raccolto alcuni campioni della pianta, collocandoli presso l’Orto Botanico di Pisa, in modo da poter essere ben analizzati e studiati nei laboratori dell’Università a scopo di ricerca, ovviamente avvisando con appositi pannelli la popolazione circa la sua pericolosa tossicità.

Come ha avuto modo di spiegare il professor Lorenzo Peruzzi, direttore dell'orto e museo botanico dell'Università di Pisa, "Le invasioni biologiche sono oggi uno tra i più rilevanti temi ambientali nella nostra società. Specie aliene animali o vegetali, introdotte consapevolmente o meno dall'uomo in un territorio dove non sarebbero mai giunte con dinamiche naturali, possono causare danni anche gravi alla biodiversità autoctona. In alcuni casi però i problemi causati da queste specie possono anche ritorcersi direttamente contro la specie umana. Il ritrovamento dell'edera velenosa a Impruneta è un importante esempio in questo senso, che forse può essere utile per renderci più consapevoli di questi problemi".

Cari amici, indubbiamente la gran parte di chi ha giardino ha anche dell’edera comune, che mai e poi mai ha creato problematiche a chi cura la vegetazione che vi prospera. Ora, invece, la possibilità di incappare in una variante similare molto velenosa, come il toxicodendron radicans, mette non poca paura. È fondamentale, dunque, essere prudenti, sia nel proprio giardino che in campagna, quando ci si muove per fare escursioni.  Tuttavia, se dovesse capitare di incontrare questa pianta ed esserne casualmente toccati, sentendo il classico prurito, il consiglio è di recarsi immediatamente al pronto soccorso. Mai perdere tempo e trascurare!

A domani, amici lettori.

Mario

 

 

mercoledì, gennaio 11, 2023

IL MARE? UN POTENZIALE PRODUTTORE DI ENERGIA PULITA. DAL SUO COSTANTE MOTO ONDOSO, IN FUTURO, POTREMO RICAVARE ENERGIA VERDE SENZA LIMITI.


Oristano 11 gennaio 2023

Cari amici,

La richiesta mondiale di energia aumenterà del 45% entro il 2030. Questo aumento di fabbisogno energetico, necessario per soddisfare le crescenti esigenze, sta a significare che dobbiamo necessariamente perfezionare le tecnologie esistenti e possibilmente trovare nuove fonti di produzione. Si, per poter soddisfare i crescenti fabbisogni energetici delle aree geografiche in crescita, come la Cina, l’India e i Paesi in via di sviluppo sarà necessario ricorrere a tutte le fonti di energia possibili, ovviamente compatibili con le esigenze dell’ambiente. Per ora, purtroppo, le energie ricavate da combustibili fossili sono ancora rilevanti ed è necessario trovare, possibilmente in tempi non troppo lunghi, delle soluzioni green.

Stante ciò, secondo molti esperti, un eventuale grande produttore di energia, finora preso scarsamente in considerazione, è il MARE! Il suo costante moto ondoso, sempre presente, in tutte le stagioni e setter giorni su sette, potrebbe essere utilizzato per generale l’energia di cui il mondo ha bisogno; l’energia ricavata dalle onde potrebbe rappresentare la nuova frontiera delle energie rinnovabili. Occorre certamente del tempo e anche non pochi investimenti, ma l’energia che ne deriverebbe potrebbe soddisfare addirittura le esigenze dell’intera popolazione mondiale.

Si, amici, l’energia ricavata dal monto ondoso potrebbe alimentare le esigenze energetiche del mondo intero e sarebbe praticamente senza fine! Attualmente, soltanto pochi impianti utilizzano l’energia del mare a livello commerciale, anche se numerosi sono gli impianti sperimentali e i prototipi, che stanno dimostrando in molti casi piena fattibilità economica e lasciano bene sperare per il futuro di queste tecnologie. Una delle possibili novità tecnologiche per lo sfruttamento del moto ondoso risulta abbastanza interessante, e per produrre energia sfrutta il principio di Archimede: l’AWS (Archimedes Wave Swing).

Il suo funzionamento si basa nell’utilizzo di una struttura sommersa e fissata al fondale marino. La parte superiore della struttura è un cilindro cavo che si muove in verticale, sfruttando il cambiamento di pressione idrostatica dovuto al passaggio delle onde. L’energia meccanica che ne deriva viene trasformata in energia elettrica grazie ad un generatore. La potenza ideale di questi impianti, di cui esiste un realizzazione funzionante lungo le coste del Portogallo, è di circa 2 MW.

Un altro possibile sistema è quello oscillante: l’OWC (Oscillating Water Column). Si tratta di una soluzione tecnologica molto interessante, che sfrutta il principio della colonna d’acqua oscillante. Un impianto di questo tipo viene installato lungo la costa, con indubbi vantaggi rispetto alle installazioni in mare aperto. Soprattutto per quanto riguarda i costi di realizzazione, che sono inferiori dal momento che non risulta necessaria la presenza di elettrodotti sottomarini o di sistemi di ancoraggio al fondale.

Ci sono poi i progetti “Bridging the gap to commercialisation of wave energy technology using pre-commercial procurement” (EUROPEWAVE), finanziati dall’Unione Europea, già in prova nei siti delle acque libere della Biscay Marine Energy Platform (BiMEP) nei Paesi Baschi, in Spagna, e quello dell’European Marine Energy Centre (EMEC) nelle Orcadi, in Scozia. Insomma, amici, l’energia generata dalle onde del mare, dagli studi effettuati, avrebbe una capacità potenziale stimata di poco inferiore a 30mila terawattora all’anno: una potenza tale da essere in grado di soddisfare l’intero fabbisogno energetico mondiale.

Ma quante delle numerose innovazioni dell’energia del moto ondoso attualmente in fase di sviluppo riusciranno a produrre energia economicamente competitiva tale da essere commercializzata? Il dispiegamento e il funzionamento dei dispositivi in condizioni di mare reale sono la sfida concreta, che dirà al mondo se il futuro energetico passerà davvero attraverso l’utilizzo del moto ondoso marino, quella fonte perpetua di energia, presente sulla terra da che mondo è mondo!

Cari amici, in questa continua ricerca di fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, per quanto riguarda lo sfruttamento del moto ondoso, la Sardegna presenta un indubbio vantaggio. L’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) nella sua relazione sull’analisi de “Il potenziale dell’energia dal mare in Sardegna”, ha affermato che l’isola è l’area dell’intero Mediterraneo che potrebbe produrre più energia dal mare, con un potenziale di 13 kW per metro di costa, un valore molto simile a quello di altri Stati membri dell’UE che sono all’avanguardia nello sviluppo di questa fonte rinnovabile, come la Danimarca. Ebbene, in futuro la Sardegna potrebbe essere protagonista nel ricavare grandi quantità di energia dal mare!

A domani.

Mario

martedì, gennaio 10, 2023

SARDEGNA: ISOLA “PATTUMIERA RADIOATTIVA” D’ITALIA? NON BASTAVANO LE IMMENSE SERVITÙ MILITARI PRESENTI, ORA ANCHE LA COLLOCAZIONE DELLA CENTRALE PER GLI ALLARMI NUCLEARI. CREDO SIA L’ANTIPASTO PER IL DEPOSITO DELLE SCORIE RADIOATTIVE.


Oristano 10 gennaio 2023

Cari amici,

La Sardegna, a ben pensare, per mille ragioni pare non sia una regione “paritaria”, ovvero con gli stessi diritti e doveri delle altre regioni che compongono la nazione Italia. Noi sardi, ogni giorno che passa ci sentiamo più sudditi che cittadini, se pensiamo che non abbiamo continuità territoriale, che recarsi fuori dall’isola sembra quasi una scommessa (per tempi e costi), che pur essendo la produzione energetica superiore ai nostri bisogni, il territorio è costantemente sotto attacco per l’installazione di altre migliaia di pale eoliche, che a differenza delle altre regioni la sanità (praticamente disastrosa) grava sul bilancio regionale e non su quello dello Stato. E non è tutto!

Si è mai fatto un calcolo della superfice dell’isola vincolata alle servitù militari? Un’immensità, perché migliaia di ettari di terra e di mare sono “espropriati” militarmente, negando attività di pesca, pascolo e coltivazione. Ebbene, nonostante tutto questo, ancora non basta: l’isola, anche se le bocche statali appaiono cucite, sembra destinata a diventare “la pattumiera d’Italia”, in quanto ben dieci (10) siti sardi sono stati ritenuti idonei ad accogliere le scorie nucleari di tutta la nazione italiana! A dimostrare che questi pericolo sono concreti e reali, come con grande chiarezza ha scritto Mauro Pili sull’Unione Sarda dei giorni scorsi, guarda caso proprio alla vigilia di Capodanno, Invitalia, l’Agenzia governativa nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa S.p.A., ha pubblicato l’appalto (chissà perché il progetto è secretato) per la realizzazione in Sardegna, precisamente nella zona di Alghero (Capocaccia) della Centrale per gli allarmi nucleari.

Nello splendido panorama di Capo Caccia, dunque, meta alquanto richiesta turisticamente parlando, verrà sistemata questa mega struttura al servizio dell’interesse nazionale. Ovviamente senza nessuna consultazione del popolo sardo, che poco o nulla conta, considerato che – non a torto e da sempre – la Sardegna altro non è che una semplice colonia. Forse che il nostro sviluppo turistico fa paura al resto delle regioni italiane che temono la concorrenza di un’isola con un grande potenziale, purtroppo inespresso?

Si, amici, sin dal periodo romano siamo e resteremo colonia! Poi, per tenere buoni i sardi, quando c’è da continuare ad utilizzare l’isola per gli scopi più diversi, lo si fa in modo segreto; i progetti devono passare sottotraccia, magari sotto feste, come a Ferragosto o Capodanno, quando si mangia e si bene in allegria e non si pensa alla reale situazione in cui ci si trova. Meglio utilizzare i momenti di distrazione collettiva, tra spiagge e botti di fine d’anno, così si evitano le polemiche.

Come ha scritto e continua a scrivere Mauro Pili sul nostro quotidiano più letto nell’isola, questa volta il braccio più esecutivo del Governo, quell’Invitalia di Stato, l’agenzia che passa dai tamponi alle mascherine, dai siti radioattivi agli appalti di infrastrutture, ha scelto la fine del 2022 per scomodare la Gazzetta Ufficiale. La data è quella del 28 dicembre, la pubblicazione è nella Serie Speciale dedicata ai contratti pubblici, la numero 151, l’ultima dell’anno. La stazione appaltante è scandita per esteso: Invitalia S.p.a. Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa.

Questo potente braccio operativo per gli appalti di Stato agisce in nome e per conto dell'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Quando il tema è radioattivo difficile passare inosservati, in Sardegna meno che altrove. La gara d’appalto è una di quelle che devono attraversare la pubblicazione legale senza fare troppo clamore: affidamento della fornitura, installazione, assistenza e manutenzione di due stazioni automatiche di monitoraggio della radioattività nel particolato atmosferico, ad elevato volume di campionamento.

Per tenere buoni i sardi, che seppure sudditi spesso protestano, la Sardegna nell’appalto “nucleare” non è mai esplicitamente citata, non c’è un solo riferimento ad un Comune dell’Isola. Semplicemente c’è scritto Capo Caccia, tra parentesi SS, che tradotto significa Sassari. Il sito è indicato come militare, più precisamente in capo all’Aeronautica. Da piazzare in quell’eremo di natura incontaminata e paesaggi mozzafiato, sulla costa di Alghero, non a caso chiamata la Riviera del Corallo, c’è da costruire nientemeno che una modernissima e potentissima stazione di monitoraggio della radioattività nel particolato atmosferico con alto volume di campionamento.

Cari amici, il reale, concreto pericolo non sta nella costruzione di questa stazione di monitoraggio della radioattività, ma preoccupa il fatto che la scelta della Sardegna per l’ubicazione di questo punto di controllo, sia l’anticamera della decisione (forse già presa) di depositare in Sardegna tutte le scorie nucleari provenienti dai vari siti d’Italia. Una cosa, mi sconcerta alquanto: nonostante le precedenti prese di posizione dei sardi, che hanno ribadito, nella maniera più forte possibile, il NO alla realizzazione del pericoloso sito in Sardegna, dato il già immenso peso delle servitù esistenti, cosa sta facendo la Regione Sardegna, con i suoi rappresentanti, per liberare l’isola da questa seria minaccia?

A domani.

Mario  

 

lunedì, gennaio 09, 2023

LE TECNICHE COSTRUTTIVE "SEGRETE" DEL PASSATO. COME FURONO REALIZZATE, IN EGITTO E IN PERU', LE MEGALITICHE COSTRUZIONI CON BLOCCHI PESANTI CENTINAIA DI TONNELLATE? UN SEGRETO CHE SI TENTA DI SVELARE…

Oristano 9 gennaio 2023

Cari amici,

Che il nostro passato sia pieno di misteri è cosa nota, se pensiamo, per esempio, che migliaia di anni fa furono realizzate costruzioni ciclopiche, come in Egitto le grandiose piramidi! Inoltre, in Sud America, in Perù, diverse muraglie megalitiche, fanno ancora oggi bella mostra di se, seppure la loro realizzazione, nonostante gli studi, resta ancora avvolta nel mistero. Anche i giganteschi colossi di Memnone, due colossali statue di pietra che, poste di fronte alla città di Luxor, sulla riva occidentale del Nilo, ne osservano da millenni il lento scorrere, con lo sguardo rivolto verso il sole che sorge, che pesano molte centinaia di tonnellate, come sono state realizzate, trasportate e messe in loco, visto che non esistono nelle vicinanze cave da cui si potevano estrarre e adeguati mezzi di trasporto?  

E i misteri non finiscono qui. Nella Grande Galleria della piramide di Cheope si possono vedere dei blocchi di venti tonnellate che combaciano talmente bene fra i piani di giunzione che non ci si può infilare nemmeno una lima per le unghie. L'assemblaggio (sia nel piano orizzontale che verticale) è dell'ordine di un decimo di millimetro! Una precisione che meccanicamente non risulta di nessuna utilità, ovvero sarebbe da considerarsi un lavoro inutile, e, considerati gli attrezzi dell’epoca (ovvero lavorati con lo scalpello), sarebbe stata solo un'enorme perdita di tempo.

Se poi ci spostiamo in Sud America, in Perù, in località Sacsayhuamán a 3.500 metri di altezza, qui sono state realizzate mura gigantesche, composte da blocchi enormi, pesanti svariate decine di tonnellate, collocati uno sull’altro, da un popolo che, secondo la ricostruzione degli archeologi, non avrebbe posseduto l’attrezzatura necessaria, come animali da traino come tori o cavalli. Inoltre, considerato che sulle Ande crescono solo piccoli arbusti, questo popolo non possedeva di certo corde robuste, e probabilmente non usava nemmeno la ruota per i trasporti. Come hanno potuto realizzare opere così gigantesche?

Amici, sono questi gli interrogativi che da decenni martellano le menti degli archeologi che studiano queste costruzioni, in Egitto, in Perù e in diverse altre località, Sardegna compresa, considerate le costruzioni megalitiche, ovvero i Nuraghi che costellano il paesaggio della nostra terra. Ora però, alcuni dubbi, ovvero alcuni nodi stanno venendo al pettine. Gli studi più recenti effettuati dalle Università del Centro e Sud America, per i siti di Sacsayhuamán e quelli realizzati dai ricercatori europei che analizzano la civiltà egizia, sono arrivati ad una conclusione che pare possa, finalmente, sciogliere l’enigma.

Gli studiosi che hanno analizzato a fondo le “rocce delle costruzioni giganti” di Sacsayhuamán sono arrivati alla conclusione che gli enormi massi inseriti nelle costruzioni gigantesche altro non sarebbero che delle “rocce sintetiche”, ovvero dei “GEOPOLIMERI”. Questo vorrebbe dire che i costruttori non avrebbero spostato nessuna roccia, ma avrebbero trasportato con calma a dorso di lama migliaia e miglia di sacchi di “ingredienti” per realizzare le rocce sintetiche direttamente sul posto. Qui avrebbero, poi, mescolato tutti gli ingredienti, e la roccia, come per incanto, si sarebbe formata davanti ai loro occhi.  Questa ipotesi sarebbe alquanto reale e non fantasiosa, in quanto il processo di realizzazione di un “geopolimero” è assolutamente scientifico e perfettamente realizzabile. A patto, però, di avere la tecnologia e le conoscenze di chimica necessarie per farlo!

Anche gli studiosi di fama mondiale che negli ultimi anni hanno lavorato sul rivestimento che ricopre la Piramide Romboidale di Snefru hanno scoperto che non è fatto di calcare, ma di roccia “sintetica”, ovvero realizzato con i “geopolimeri”. Lo stesso è stato scoperto riguardo ad alcuni blocchi della Grande Piramide di Giza: i blocchi non sono di calcare, ma sono dei “geopolimeri”! Ovviamente, gli studiosi della nostra era si sono posti la domanda: ma come potevano quei popoli, in quel periodo storico, avere conoscenza della composizione chimica necessaria per realizzare delle rocce artificiali? Basti pensare che un geopolimero è alquanto diverso anche dal forte “cemento romano”, in quanto risulta essere duro come una roccia vera!

I dubbi, amici, non sono pochi, in quanto, a ben riflettere, noi abbiamo iniziato a realizzare geopolimeri solo dal 1950! Ma allora quali conoscenze della chimica possedevano questi costruttori, se sono riusciti a farlo millenni prima di noi? Da dove veniva questa conoscenza? E perché, poi, esisteva sui due lati dell’Atlantico, in Perù e in Nord Africa, dove popolazioni antichissime riuscivano già a realizzare rocce sintetiche? Hiram Bingham, lo scopritore di Machu Picchu, nel suo libro “Across South America”, parla di una misteriosa pianta, il cui succo aveva la particolare caratteristica di poter ammorbidire la roccia che, in seguito, poteva essere perfettamente plasmata e lavorata. Una leggenda? Forse.

Anche il colonnello inglese Percy Fawcett, biologo ed esploratore del Sud America, nel libro “Exploration Fawcett”, racconta di voci che circolavano su alcuni megaliti, modellati per mezzo di un liquido che ammorbidiva la roccia fino a darle la consistenza della creta. Il liquido sarebbe il succo di una pianta che cresceva nei pressi del fiume Pyrene, nella zona di Chuncho, in Perù, descritta con foglie di colore rosso scuro ed alta circa 30 centimetri, di cui, però, purtroppo, oltre i racconti popolari, non esiste alcuna traccia.

Cari amici, indubbiamente queste costruzioni sono un rebus difficile da sciogliere, che, chissà, se gli studiosi riusciranno mai a decifrare. Un’ultima ipotesi, che circola come le altre, porta a pensare all'intervento di altre civiltà aliene, che potrebbero essere arrivate sulla terra migliaia di anni fa. Alcuni studiosi, per esempio, hanno osservato una interessante relazione tra alcuni segni di taglio visibili su alcuni dei megaliti sudamericani e quelli trovati ad Assuan, in Egitto, sulle pietre di un piccolo piramidon di un obelisco rimasto incompleto. Indubbiamente si tratta di una coincidenza strana, se consideriamo che si tratta di due continenti alquanto lontani, tanto da far pensare proprio ad interventi extraterrestri. Costruttori extraterrestri, dunque? Chissà! Indubbiamente il dilemma è difficile da sciogliere e si fa sempre più concreta l'idea di una civiltà  extraterrestre, arrivata sulla terra migliaia di anni fa, portando da noi una maggiore conoscenza. I dubbi, ovviamente, restano!

A domani.

Mario

 

domenica, gennaio 08, 2023

LA STRAORDINARIETÀ DELLA NATURA: ESISTONO ANCHE LE “MOSCHE SCORPIONE”! SCOPERTO DI RECENTE UN GRUPPO DI BIZZARRI INSETTI DI MEDIE DIMENSIONI APPARTENENTI ALL'ORDINE DEI MECOTTERI.


Oristano 8 gennaio 2023

Cari amici,

La natura è davvero un universo assolutamente straordinario! A riprova della mia affermazione basta guardarsi intorno e osservare quanta biodiversità ci troviamo davanti e quanta ancora resta da scoprire andando in giro per il mondo! Tra le ultime scoperte effettuate vi sono alcune varietà di insetti molto simili alle mosche (il loro nome comune è proprio “mosca scorpione” (Panorpa communis), ma che, stranamente, hanno caratteristiche davvero particolari, come se avessero il corpo fatto da parti di insetti diversi. A guardarli bene, infatti, non sembrano nemmeno insetti reali, ma più che altro uno scherzo di qualche buontempone, che ha messo insieme parti di vari animali per creare una spaventosa chimera da incubo: corpo da vespa, coda da scorpione e bocca allungata come una cimice succhiasangue!

Questi insetti, non più lunghi di 2 cm, sono bruno-maculati e possiedono un curioso capo provvisto di un “becco” boccale fornito di elementi pungenti. I maschi si distinguono facilmente dalle femmine perché sull’ultimo tratto dell’addome possiedono genitali bulbosi rivolti verso l’alto, da cui deriva il nome comune di mosca scorpione. Le larve sono simili ai bruchi di farfalla, possiedono otto paia di zampe e numerose spine. Si cibano di insetti morti o morenti. Frequentano zone umide e boscose e depongono le uova nel terreno.

Tuttavia,  nonostante il loro aspetto incuta non poca paura, è solo apparenza: in realtà quello visibile non è affatto un pungiglione, ma solo una sorta di "coda" che nei maschi termina con un paio di tenaglie, utilizzate durante l'accoppiamento per tenere immobilizzate le femmine. A discapito del nome altisonante e dell'aspetto insolito, infatti, questi insetti sono del tutto innocui e si nutrono, da adulti, prevalentemente di altri insetti o di materiale organico in decomposizione, cosa che li rende molto utili per l'entomologia forense.

La scoperta di queste tre nuove specie è avvenuta in Nepal e sono state descritte da Rainer Willmann, zoologo ed ex direttore del Museo Zoologico dell'Università di Göttingen, in Germania. Queste tre nuove specie, denominate Lulilan obscurus, Lulilan spinifer e Phine succinea, ed entrambi i generi a cui appartengono (Lulilan e Phine) sono completamente nuovi per la scienza, a dimostrazione che in natura, quanto a biodiversità, abbiamo ancora davvero tanto da scoprire!

Le specie più curiose e insolite sono le due specie del genere Lulian, i cui maschi possiedono un addome straordinariamente sottile nella parte terminale, dotato di tenaglie molto più grandi di qualsiasi altro mecottero conosciuto. Ricordano un po' quelle del genere Leptopanorpa, diffuso soprattutto a Sumatra, Giava e Bali, ma non sembra essere strettamente imparentato con queste specie. Le tre nuove specie sono state appena descritte sulla rivista Contributions to Entomology, tra cui anche un nuovo genere mai visto prima e con caratteristiche uniche.

L’ordine dei mecotteri, a cui appartengono le mosche scorpione, è composto da circa 600 specie, la maggior parte delle quali diffuse in ambienti umidi e tropicali. Gli adulti somigliano vagamente alle mosche, ma possiedo anche alcune caratteristiche distintive che li rendono davvero unici tra gli insetti, tra cui una sorta di becco lungo rivolto verso il basso e un addome sottile e piegato verso l'alto che conferisce all’insetto un aspetto molto simile a uno scorpione.

Amici, sebbene questi insetti siano diffusi soprattutto in zone tropicali, ce ne sono alcuni che vivono anche qui in Europa, Italia compresa. La più facile da avvistare è senza dubbio la mosca scorpione comune o panorpa (Panorpa communis), diffusa in boschi, prati e ambienti ombreggiati con un elevato grado di umidità. Non ama molto volare e preferisce più che altro muoversi a terra tra le siepi e le ortiche. La sua caratteristica "coda da scorpione" non gli ha portato molta fortuna e ha alimentato per parecchio tempo false credenze popolari sulla sua presunta pericolosità.

Cari amici, nessun pericolo, dunque, in quanto la sua colorazione gialla e nera, classico esempio di mimetismo batesiano, serve infatti a ingannare eventuali predatori facendogli credere di avere di fronte un insetto velenoso (come una vespa o un calabrone), redendo così le mosche scorpione dei soggetti perfetti per la fotografia naturalistica. Stiamo dunque tranquilli: questi bizzarri insetti non pungono né tantomeno mordono, per cui non rappresentano alcuna minaccia né per gli esseri umani né per i nostri animali domestici. Se ci dovesse capitare di incontrare una mosca scorpione, possiamo stare tranquilli e goderci lo spettacolo, magari tirando fuori il cellulare o la macchina fotografica. Le mosche scorpioni se ne stanno infatti molto spesso tranquille, immobili e in bella vista sulla vegetazione.

A domani.

Mario

sabato, gennaio 07, 2023

LE CIVILTÀ CHE SI SONO SVILUPPATE NEL MONDO SONO PIÙ ANTICHE DI QUELLO CHE SI PENSAVA. ALCUNE RISULTANO PRECEDENTI AL GRANDE “DILUVIO UNIVERSALE”. LA RECENTE SCOPERTA IN INDIA DI UNA CITTÀ SOMMERSA COSTRUITA CIRCA 9.500 ANNI FA.


Oristano 7 gennaio 2023

Cari amici,

Una recente scoperta nei mari dell’India sta facendo traballare molte delle certezze sull’origine delle varie civiltà, come i libri di storia ci raccontano. Gli archeologi, sotto le acque del Golfo di Cambay, sulle coste occidentali dell’India, hanno scoperto un’antica e sconosciuta città, che risalirebbe a ben 9.500 anni fa. L’interessante ritrovamento al largo delle coste indiane, fatto con l’ausilio di un’apparecchiatura a scansione sonar, ha rilevato forme geometriche non naturali di notevoli proporzioni. Il presunto agglomerato urbano interesserebbe un’area di cinque miglia di lunghezza per due e mezza di larghezza.

Singolare anche il modo in cui l’incredibile scoperta è stata fatta: durante le riprese del programma di Graham Hancock “Underworld - Flooded Kingdoms of the Ice Age”. Nel 2002, Hancock pubblicò “Underworld: Flooded Kingdoms of the Ice Age”, una ricerca sulle civiltà sommerse dal famoso “Diluvio”, avvenuto alla fine della glaciazione, un libro che ha avuto un grande successo anche di critica, tanto da far andare in onda un apposito programma. Secondo il noto scrittore e ricercatore scozzese, autore di vari best seller, "la fine della grande era glaciale" avrebbe "modellato il pianeta in cui viviamo oggi”. Occorre considerare che quando “le calotte glaciali si sono sciolte e il livello del mare è salito di 400 piedi, di conseguenza una enorme quantità di acqua si è riversata nei mari". Il risultato fu che “le inondazioni inghiottirono le migliori regioni costiere del mondo e tutte le tracce degli umani che vivevano in quelle zone sono scomparse sotto le onde”. Potrebbe allora essere questo il drastico evento alla base dei tanti miti sul "diluvio universale" presenti nelle culture di tutto il mondo. E molte potrebbero essere, per questo, le città e le testimonianze archeologiche nascoste sotto le acque del pianeta.

La scoperta fatta dagli archeologi sotto le acque del Golfo di Cambay ha evidenziato enormi strutture geometriche sepolte a 36 metri di profondità. Indubbiamente una città alquanto antica quella trovata sotto l’Oceano in India, la cui vetustà risulta comprovata sempre più da prove scientifiche. L’insediamento è molto esteso e si trova a 25 miglia dalla costa; cosa che, se confermata, contribuirebbe a rivoluzionare tutte le conoscenze ufficiali sull’origine delle civiltà e costringerebbe gli archeologi a rivedere le teorie finora elaborate. 

Le prime analisi hanno evidenziato mura e piazze gigantesche, che, all’esame del carbonio, eseguito su materiali da costruzione, ceramiche, parti di pareti, perline, sculture e ossa umane, confermerebbero la vetustà prima dichiarata (circa 9.500 anni), anche se le conclusioni alle quali gli studiosi sono giunti sono controverse. Si contesta che i materiali esaminati sarebbero stati recuperati con operazioni di dragaggio, e dunque alcuni studiosi sostengono che i manufatti non possono essere collegati con certezza al luogo del ritrovamento, in quanto potrebbero essere stati portati lì dai fiumi che si riversano nel Golfo.

Tuttavia, le obiezioni poste e rappresentate sono state respinte dagli archeologi. Per esempio, il risultato dell'analisi su un pezzo di legno recuperato nel sito e datato a circa il 7.500 a.C. è stato effettuato dagli esperti di due degli Enti di alta affidabilità scientifica, che hanno fornito il loro responso: l'esame eseguito dal National Geophysical Research Institute (NGRI) ha segnato la data del 7190 a.C. e un altro del Birbal Sahni Institute of Paleobotany (BSIP) ha fornito la data del 7545-7490 a.C. Per ora, dunque, le analisi fatte sui resti e sui manufatti rinvenuti, sancirebbero che si tratta di rovine antiche all'incirca 9.500 anni.

Come dire, amici, che si tratta di costruzioni urbane antecedenti di circa 5mila anni a quelle che erano ritenute le prime città edificate dall'uomo. Si potrebbe parlare, insomma, di una città scomparsa alla fine dell’era glaciale, probabilmente appartenente a una civiltà spazzata via dalle inondazioni rapportabili al mito del diluvio universale. Indubbiamente, quella sulla costa indiana, una scoperta dall'importanza storica enorme, anche se, come detto, non tutti sono d'accordo. Resta, comunque, una scoperta assolutamente rivoluzionaria, anche se serviranno altri approfondimenti e analisi per stabilire con certezza la verità.

Amici, la scoperta vuole dimostrare che civiltà alquanto importanti erano presenti sulla terra in epoca antecedente al “Diluvio universale”, oppure ad un grande sconvolgimento naturale che ha innalzato i mari, magari a causa dell’aumento delle temperature, avvenuto nel mondo antico. C’è anche da dire che alcuni ricercatori indiani, analizzando i Rig Veda - i testi sacri della religione Indù – trovarono che in essi si parlava, in tempi non sospetti, dell’esistenza in quel luogo (in un lontanissimo passato, n.d.r.) di due grandi città scomparse dislocate alla foce di due grandi fiumi.

Cari amici, indubbiamente l’individuazione di questo sito da parte degli archeologi e le considerazioni conseguenti stanno facendo crollare molte certezze, circa l’evoluzione delle civiltà come le leggiamo nei libri di storia. Ancora una volta, insomma, emergono prove per cui la civiltà umana potrebbe essere molto più antica di quanto i canoni ufficiali oggi affermano. Come sempre, l’ultima parola sarà data al termine delle analisi in corso.

Grazie amici della Vostra sempre gradita attenzione.

A domani.

Mario