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martedì, luglio 05, 2016

SOLDI PUBBLICI E RECUPERO DI PALAZZI STORICI. PERCHÉ TANTE INCOMPIUTE AD ORISTANO? L’ESEMPIO DEL PRESTIGIOSO PALAZZO ARCAIS.



Oristano 5 Luglio 2016
Cari amici,
In periodi di particolare austerità come quelli che stiamo vivendo, credo che la spendita dei soldi pubblici debba essere ancora più oculata che in tempi ordinari. Stante questo, se ci soffermiamo sulle spese sostenute in passato nel settore immobiliare (recupero di edifici storici, o di importanti reminiscenze del passato), questi esborsi dovrebbero essere finalizzati, una volta portato a termine il recupero, alla conseguente naturale fruizione del bene rimesso in pristino da parte della cittadinanza. Semplice e facile a dirsi, ma, a quanto pare, molto più difficile a farsi.
Credo che la questio non riguardi solo Oristano, ma sia ampiamente diffusa, anche se Oristano non è certo, in questo campo, seconda a nessuno. Fare l’elenco delle diverse opere praticamente lasciate a metà, oppure portate a termine e rimaste poi inutilizzate, imbalsamate, sarebbe troppo lungo: bastino per questa riflessione solo le più eclatanti: il grande immobile dell’ex mercato del bestiame in “Pratz’e is bois", mai nemmeno inaugurato, e il prestigioso palazzo Arcais, nella via principale della citta, Corso Umberto, ben più noto come Via Dritta. Proprio su quest’ultimo oggi voglio soffermarmi in particolare, in quanto la sua storia merita davvero una considerazione a parte.
Di questo antico palazzo padronale in città (dopo l'acquisizione da parte dell'Amministrazione Provincale) si è parlato a lungo: farne in primo luogo la sede di rappresentanza della Provincia di Oristano, trasformarlo in un secondo tempo in museo della Sartiglia, e molto altro ancora. Però, di tutto questo niente appare oggi all’orizzonte. Tramontata, ormai, la Provincia, che ha problemi ben più complessi che occuparsi della sede di rappresentanza, il futuro di questo palazzo appare sempre più incerto e fumoso e, proprio per questo, continua nel tempo la sua praticamente eterna chiusura, salvo qualche rara manifestazione collegata alla Sartiglia. Un vero peccato, in quanto l’aristocratica dimora degli Arcais meriterebbe ben altro prestigioso utilizzo. In attesa della futura destinazione, rivediamo insieme, almeno, la storia di questo nobile palazzo.
Oristano nel 1.700 era ancora un borgo contadino, fatto di casette modeste (poche quelle col piano superiore) costruite in gran parte con l’utilizzo di mattoni crudi. Il centro, dove abitava la ricca borghesia contadina, annoverava le case più importanti, e in questo contesto Don Damiano Nurra Concas, marchese d’Arcais (il nome Arcais gli venne assegnato dal Re Vittorio Emanuele III nel 1767, in quanto Don Damiano era proprietario di numerose peschiere nella zona di Zerfaliu chiamate Arcais Manna e Arcais Pittia) costruì il sontuoso palazzo di cui stiamo parlando, dotandolo di tre piani (il primo realizzato all’epoca ad Oristano), dove spiccava tra le case piccole, basse, poste su un solo livello.
Il sontuoso palazzo padronale fu dotato anche di una bella cupola policroma: a realizzare il tutto fu il celebre architetto piemontese Giuseppe Viana, un ingegnere militare arrivato in Sardegna nel 1771. Il Viana realizzò diverse interessanti opere in Sardegna, anche nel capoluogo, a Cagliari (come l’ex Seminario tridentino e N. S. di Bonaria), ma in particolare operò ad Oristano, dove progettò il grande complesso conventuale dei Carmelitani (1776 – 1785), commissionatogli proprio dal Marchese Don Damiano Nurra. Quest’opera, e in particolare la bella Chiesa del Carmine definita da Maltese un vero gioiello del rococò italiano, consentì al Viana di ottenere il titolo di Architetto Regio da parte del Collegio degli Edili di Torino.
Nello stesso periodo di operatività in terra d’Arborea il Viana realizzò per il Nurra anche la sua bella dimora familiare, strutturandola su tre piani. Al piano terra venivano ricevuti gli ospiti, che poi, attraverso l’ampia e gradevole scalinata, si recavano al piano superiore dove Lui alloggiava e viveva con la famiglia. All’ultimo piano (il terzo) invece, risiedeva la servitù e vi erano le cucine. L’ampia dimora fu dotata di 30 stanze, fra le quali, pensate, una destinata persino al cane di Don Damiano. Una della particolarità del palazzo è proprio la bella cupola policroma, visibile da molti punti della città. Nel cosiddetto piano nobile si affacciano sulla Via Dritta quattro eleganti balconcini semicircolari chiusi da parapetti in ferro battuto lavorato; gli stipiti di porte e finestre che si affacciano sulla Via Dritta sono in trachite rossa, compreso l’oculo ottagonale che sormonta l’ingresso principale che illumina l’atrio. Ampio il cortile che si affaccia sulla Piazzetta Corrias.
La storia del palazzo, fino ad arrivare all’attuale proprietario (la Provincia), ha visto, dopo la morte di Don Damiano, il passaggio al nipote, Don Francesco Flores d’Arcais, dal quale passò al Generale Poddighe e successivamente alla famiglia Siviero. Da questa famiglia, nel 1983, lo acquistò la Provincia per farne la sua sede di rappresentanza. A questo punto, visto che la dimora patrizia è sempre inesorabilmente chiusa, sorge spontanea una domanda: Quale futuro dare a questo bene, acquistato con il pubblico denaro, senza che si possa altrimenti parlare di un grande spreco? Difficile rispondere.
Certo, si può continuare a pensare di farne un polo museale, così come si possono fare tante altre ipotesi! Per esempio il palazzo potrebbe diventare una sede espositiva permanente, ma anche un multi-spazio dove allocare diverse attività nel campo delle nuove professioni: space sharing, coworking e quant’altro. L’importante, però, è smettere, nel più breve tempo possibile, di tenere ‘chiusi in naftalina’ i tanti spazi importanti di proprietà pubblica. Questo vale certamente non solo per palazzo Arcais…ma per tanti altri, che oggi sono solo un monumento allo spreco ed all’incapacità dei pubblici amministratori nella gestione del bene comune. Riusciranno i nostri occhi a vedere in tempi brevi qualche cambiameto?
A domani.
Mario

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