lunedì, marzo 30, 2020

LA MACCHINA DELLA VERITÀ. L’UOMO HA SEMPRE CERCATO DI SCOPRIRE SE IL SUO INTERLOCUTORE DICEVA IL VERO O RACCONTAVA BUGIE.


Oristano 30 marzo 2020
Cari amici,
L’idea di poter disporre di una macchina che, collegata all’uomo, fosse in grado di accertare se quanto da lui affermato fosse la verità o una menzogna, ha sempre navigato nella mente degli studiosi; scopo principale quello di capire e dimostrare se quanto dichiarato fosse la verità oppure un'invenzione, una bugia. Smentire, con certezza, quel crescente numero di bugiardi che cresceva in continuazione, era, insomma, un risultato da raggiungere.
Tanti gli studi che vennero svolti in diverse parti del mondo in proposito, tanto che una macchina capace di realizzare questo sogno fu messa a punto già ai tempi della prima guerra mondiale. Furono le ricerche effettuate ad Harvard da un certo William Moulton Marston, noto anche con lo pseudonimo di Charles Moulton (Cliftondale, 9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947), psicologo, inventore e fumettista statunitense (noto anche per essere il creatore del personaggio di Wonder Woman), a mettere a punto una prima “macchina della verità”. Secondo Marston a scoprire chi mentiva sarebbe stata la variazione della sua pressione sanguigna, quando veniva interrogato ed era collegato alla macchina.
Alcuni anni dopo anche John Augustus Larson, un ufficiale di polizia fresco di PhD in fisiologia a Berkeley, sviluppò una macchina battezzata in modo inquietante "cariopneumopsicogramma", che, oltre a tener conto della variazione della pressione sanguigna, prendeva in considerazione anche le pulsazioni e la respirazione.  Questa macchina così perfezionata venne usata per la prima volta da Larson per indagare su un furto avvenuto in un dormitorio femminile dell’ateneo californiano; nel giro di un anno, la macchina fu utilizzata per condannare un uomo di San Francisco, accusato di aver ucciso un prete.  
Negli anni Trenta di queste macchine ne vennero realizzate e vendute diverse (anche in versione portatile) ai dipartimenti di polizia del Paese. Nel frattempo la macchina fu ulteriormente arricchita di un sensore, in grado di misurare la risposta galvanica della pelle, cioè la variazione delle caratteristiche elettriche legate alla sudorazione. Quarant’anni dopo, milioni di lavoratori del settore privato vennero sottoposti a questo tipo di test prima di essere assunti. Anche oggi, in fondo, l’impostazione di base è rimasta quella dell’epoca, con le domande e la registrazione delle curve che indicano la variazione di quei parametri, nonostante le capacità reali della macchina non fossero mai state dimostrate scientificamente.
In realtà, come si poteva essere certi della risposta data dalla macchina in presenza di soggetti deboli e impressionabili, innervositi da una specie di terzo grado che sicuramente poteva mandare in tilt il controllo delle loro emozioni? Neppure nei test in laboratorio si raggiunsero risultati affidabili, figuriamoci in un commissariato di polizia, dove chi supera il test di certo poi non confessa e chi non lo supera, a volte, confessa anche se è innocente. Insomma un’affidabilità assolutamente mancante, tanto che per lungo tempo questa macchina non fu mai accettata nei tribunali statunitensi.
Nonostante tutti questi dubbi, il pallino della macchina della verità rimase in testa agli scienziati che continuarono a cercare “l’uovo di colombo”, ovvero un metodo che potesse sbugiardare, senza ombra di dubbio, i sempre numerosi mentitori. La ricerca si orientò verso altri tipi di misurazione che andassero oltre la variazione delle pulsazioni o della pressione sanguigna. Con l’avvento della nuova tecnologia si pensò di essere giunti alla soluzione: un algoritmo poteva individuare quei raffinati schemi comportamentali degli individui col pallino del mentire!
La “nuova stagione” delle macchine della verità nacque dalla collaborazione fra due studiosi britannici: Janet Rothwell, e un informatico iracheno-britannico, Zuhair Bandar. Insieme, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila e nell'ambito della Manchester Metropolitan University, iniziarono a perfezionare e allenare reti neurali in grado di tracciare i movimenti facciali come il battito delle palpebre e l’arrossamento del volto, nutrendo i sistemi con decine di clip di persone intente a risponde alla stessa serie di domande in modo veritiero e menzognero.
Il computer, esaminando gli elementi in comune di chi mentiva, cercava le correlazioni fra certi micromovimenti facciali, arrivando a classificare i soggetti in onesti o disonesti in base all’analisi delle loro espressioni, fotogramma dopo fotogramma. Il sistema (chiamato Silent Talker) però, non superò mai l’esame, avendo raggiunto un probabile accuratezza solo all’80 per cento. Questa mancata certezza costrinse Rothwell ad accantonare questa insicura macchina della verità, che avrebbe potuto mettere in crisi la vita delle persone e, senza esitazione, mollò l’impresa.
L’idea della macchina, però, non fu del tutto accantonata. Dopo la strage dell’11 settembre, numerosi Dipartimenti e Ministeri statunitensi iniziarono a spendere milioni di dollari nella ricerca di sistemi che potessero arrivare al dunque. La ricerca della macchina perfetta continuò così ad essere portata avanti. Lo stesso dipartimento per la Sicurezza degli USA mise a punto un suo modello, il Future Attribute Screening Technology, destinato a individuare tendenze criminali tracciando movimenti oculari e facciali dei soggetti, ma (fortunatamente) fu poi archiviato nel 2011. Successivamente lo stesso dipartimento stanziò 110mila dollari, erogati ad una società di risorse umane, per allenare i propri addetti ad “individuare le menzogne e stimolare risposte”, tramite l’analisi dei comportamenti. Altri enti, dall’Army Research Laboratory ai Dipartimenti di polizia, misero a punto altri sistemi o acquisirono quelli di altre aziende come l’israeliana Nemesysco.
Cari amici, nonostante i fallimenti, i tentativi e i numerosi dubbi derivanti, la ricerca per scoprire chi mente continua. Innumerevoli i tentati fatti e tutt'ora in corso: dall’analisi del movimento del mouse durante le richieste di prestiti online (Neuro-ID), allo studio della dilatazione delle pupille, dall’analisi dei movimenti del volto al cambio del tono della voce. La ‘caccia alle bugie’, ovvero ai mentitori con l’uso della macchina continua senza sosta. Il problema è serio. La speranza è che l’uomo non rinunci mai alle proprie capacità di analisi e di esame, e non si affidi solo alle macchine, facendosi sostituire in quello che è il suo compito primario: scoprire la verità non affidandosi solo ad una macchina ma utilizzando il suo cervello, con le sue capacità intellettive, smentendo così, con maggiore certezza, i bugiardi.
A domani.
Mario
L'uomo da secoli ha sempre cercato il sistema per scoprire la verità!

domenica, marzo 29, 2020

L’IMPORTANZA DELL’EDUCAZIONE DEI FIGLI. ALCUNI ESEMPI CHE DIMOSTRANO INEQUIVOCABILMENTE L’INSOSTITUIBILE COMPITO DEI GENITORI.


Oristano 29 marzo 2020

Cari amici,

Se è pur vero che ogni specie ha nei confronti della prole un’attenzione e un affetto particolari, che sicuramente è frutto di un comportamento scritto nel DNA di ciascuna specie, questo vale ben di più per quella umana, la più evoluta nel mondo. L’educazione dei nostri figli risulta essere quindi di importanza basilare per la costruzione della personalità di ciascuno.
Ho fatto questa premessa per introdurre l’argomento di oggi, che mette a fuoco “cosa può succedere”, ad un bambino che, per le ragioni più disparate, esce dal contesto familiare e sociale nel primo periodo della sua formazione, sopravvivendo in un ambiente molto diverso, come ad esempio in mezzo ad altri animali. 
Gli esempi, per poter vedere e toccare con mano “cosa succede” ad un bambino lasciato solo, non mancano di certo e negli esempi successivi potrete constatarlo anche Voi, miei fedeli lettori di questo blog. Oggi il post è più lungo del solito, ma volevo che i diversi esempi potessero farvi capire meglio l’importanza della necessaria educazione e formazione della prole degli esseri umani.
Gli esempi che riporto parlano dei così detto bambini ferini, o “bambini selvaggi”, cioè quelli cresciuti sin da piccoli in un ambiente privo della presenza della famiglia o di altri esseri umani, spesso in compagnia di animali selvatici. 
Ho scritto questo pezzo grazie alle informazioni reperite su Internet, mentre mi documentavo sull’interessante progetto della fotografa londinese di origine tedesca Julia Fullerton-Batten, denominato “Feral Children”. Questo libro fotografico, corredato di una nuova serie di foto di scene ricostruite, offre uno sguardo sotto certi aspetti inquietante del fenomeno della crescita di un essere umano in circostanze tanto insolite. Fullerton-Batten si è guadagnata una certa fama dopo la sua serie “Teenage Stories” nel 2005, che ha esplorato la transizione da adolescente a donna.
Il libro "La Bambina Senza Nome" mi ha ispirato a cercare altri casi di bambini selvaggi”, ha detto Fullerton-Batten. “Ho scoperto così che c’è stato un certo numero di queste storie incredibili. In alcuni casi si è trattato di bambini smarriti e adottati da animali selvatici, molti sono stati trascurati dai loro genitori. Esistono casi documentati su quattro dei cinque continenti”. Ebbene, amici, vediamoli insieme questi casi.
Lobo, la bambina lupo, Messico, 1845-1852. Nel 1845 una bambina fu vista correre a quattro zampe con un branco di lupi che attaccavano un gregge di capre. Un anno dopo è stata vista con dei lupi mentre mangiava insieme a loro una capra. Fu catturata, ma riuscì a fuggire. Nel 1852, fu avvistata ancora una volta mentre accudiva due cuccioli di lupo, ma fuggì nel bosco. Non fu più vista.
Oxana Malaya, bambina selvaggia in Ucraina, 1991. Oxana è stata trovata viva insieme a dei cani in un recinto nel 1991. Aveva otto anni e aveva vissuto con i cani per sei anni. I suoi genitori erano alcolizzati e una notte l’avevano lasciata fuori. In cerca di calore, la bambina di tre anni raggiunse il canile della fattoria e si rannicchiò con i cani meticci, un atto che probabilmente le salvò la vita. Quando fu trovata, si comportava più come un cane che come una bambina. Correva a quattro zampe, ansimava con la lingua di fuori, mostrava i denti e abbaiava. A causa della mancanza di interazione umana, conosceva solo le parole “sì” e “no”. La terapia intensiva ha aiutato Oxana ad imparare le nozioni sociali e verbali di base, ma solo con la capacità di una bambina di cinque anni. Ora ha 30 anni, vive in una clinica a Odessa e lavora con gli animali della fattoria dell’ospedale sotto la supervisione dei suoi assistenti.
Shamdeo, un bambino selvaggio in India, 1972. Shamdeo, un bambino di circa quattro anni, fu trovato in una foresta dell’India nel 1972. Stava giocando con dei cuccioli di lupo. Aveva la pelle molto scura, i denti acuiti, lunghe unghie uncinate, capelli arruffati e calli su mani, gomiti e ginocchia. Era bravo alla caccia al pollo, mangiava la terra e aveva voglia di sangue. Fece subito amicizia con i cani. Alla fine si riuscì a svezzarlo facendogli mangiare carne cruda, non ha mai parlato, ma imparò un po’ la lingua dei segni. Nel 1978 fu ammesso alla casa di Madre Teresa per gli indigenti e i malati terminali a Lucknow, dove gli fu dato il nome Pascal. Morì nel febbraio 1985.
Prava, il bambino uccello, Russia, 2008. Prava, un bambino di sette anni, è stato trovato in un piccolo appartamento con due camere da letto, viveva con la madre di 31 anni che lo teneva confinato in una stanza piena di gabbie con decine di uccelli da compagnia di sua proprietà, insieme a del mangime per uccelli e agli escrementi degli uccelli. Trattava il figlio come un altro animale. Non gli è mai stato fatto del male fisicamente, la madre non lo picchiava e non lo lasciava senza cibo, ma non gli ha mai parlato. Gli unici esseri con i quali comunicava erano gli uccelli. Non riusciva a parlare, ma cinguettava. Quando non veniva capito agitava le braccia e le mani come un uccello. Affidato ai servizi sociali, Prava è stato spostato in un centro di assistenza psicologica dove i medici stanno cercando di riabilitarlo.
Marina Chapman, bambina selvaggia nelle foreste della Colombia, 1959. Marina fu rapita nel 1954 a 5 anni in un remoto villaggio sudamericano e venne abbandonata dai suoi rapitori nella giungla. Visse con una famiglia di piccole scimmie cappuccino per cinque anni, prima di essere stata scoperta dai cacciatori. Mangiava bacche, radici e banane raccolte dalle scimmie; dormiva nelle cavità degli alberi e camminava a quattro zampe. Una volta, ebbe una brutta intossicazione alimentare. Una scimmia anziana la portò ad una pozza d’acqua e la costrinse a bere, vomitò e si riprese. Fece amicizia con le giovani scimmie e imparò da loro ad arrampicarsi sugli alberi e i cibi sicuri da mangiare. Marina aveva perso il suo linguaggio completamente. Fu venduta dai cacciatori ad un bordello, fuggì e visse per le strade. Successivamente fu schiavizzata da una famiglia mafiosa, prima di essere salvata da un vicino di casa, che la mandò a Bogotà per vivere con la figlia e il genero, che adottarono Marina crescendola insieme ai loro cinque figli naturali. In seguito le fu offerto un lavoro come governante e bambinaia da un parente. La famiglia di Marina si trasferì a Bradford, nello Yorkshire del Regno Unito nel 1977, dove vive ancora oggi. Si sposò ed ebbe dei figli. Marina ha scritto con la sua figlia più giovane, Vanessa James, un libro sulle sue esperienze selvatiche, e quelle successive.
Madina, Russia, 2013. Madina ha vissuto con i cani dalla nascita fino all’età di 3 anni, condividendo con loro il cibo, giocando con loro, e dormendo con loro durante il freddo inverno. Quando gli assistenti sociali la trovarono nel 2013, era nuda, camminava a quattro zampe e ringhiava come un cane. Il padre di Madina se ne era andato poco dopo la sua nascita. Sua madre, di 23 anni, si era data all’alcol. Era spesso troppo ubriaca per prendersi cura di sua figlia e spesso spariva. Invitava spesso a casa alcolisti locali. Sua madre alcolizzata si sedeva a tavola per mangiare mentre la figlia rosicchiava le ossa sul pavimento con i cani. Quando sua madre si arrabbiava, Madina scappava in un parco giochi vicino, ma gli altri bambini non giocavano con lei perché poteva a malapena a parlare e litigava con tutti. Così i cani sono diventati suoi unici e migliori amici. I medici hanno riferito che Madina è mentalmente e fisicamente sana nonostante il suo calvario. C’è una buona probabilità che avrà una vita normale, dopo che avrà imparato a parlare in maniera simile ad un bambino della sua età.
Genie, USA, 1970. Quando era piccola, il padre di Genie decise che era “ritardata” e la tenne legata su una sedia in una piccola stanza della casa. Visse in isolamento per più di 10 anni. Dormiva anche sulla sedia. Aveva 13 anni nel 1970, quando lei e sua madre si presentarono ai servizi per l’infanzia e un assistente sociale notò la sua condizione. Non sapeva ancora come andare alla toilette e si muoveva con una strana camminata traversale. Non riusciva a parlare o ad emettere qualsiasi suono, sputava e si faceva continuamente male con le unghie. Per anni fu un oggetto di ricerca. A poco a poco iniziò a parlare, ma non riusciva ad usare grammaticalmente le poche parole che aveva imparato. Iniziò anche a leggere testi semplici, e sviluppò una forma limitata di comportamento sociale. Ad un certo punto, tornò di nuovo con la madre per un breve periodo, ma poi trascorse molti anni passando in varie case-famiglia subendo abusi e molestie. Tornò in un ospedale pediatrico, dove fu constatato che era regredita al silenzio. I finanziamenti per la ricerca e le cure per Genie furono interrotti nel 1974 e non si seppe più nulla di lei, fino a quando un investigatore privato la trovò in una struttura privata per adulti con problemi mentali.
Il bambino leopardo, India, 1912. Il bambino aveva due anni quando fu adottato da una leopardessa nel 1912. Tre anni più tardi, un cacciatore uccise la leopardessa e trovò tre cuccioli, uno dei quali era il bambino, che ormai aveva 5 anni. Fu restituito alla sua famiglia in un piccolo villaggio in India. La prima volta che fu catturato riusciva a correre a quattro zampe veloce come un uomo adulto in posizione eretta. Le sue ginocchia erano coperte da duri calli, le dita dei piedi erano piegate quasi ad angolo retto, e le mani, unghie e polpastrelli erano coperti da una pelle molto dura. Mordeva e aggrediva tutti quelli che gli si avvicinavano, e catturava e mangiava gli uccelli del villaggio, crudi. Non riusciva a parlare, pronunciava solo grugniti e ringhi. Più tardi imparò a parlare e a camminare in posizione più eretta. Purtroppo divenne gradualmente cieco a causa della cataratta. Tuttavia, questo non fu causato dalle sue esperienze nella giungla, ma era una malattia comune nella sua famiglia.
Sujit Kumar, il bambino gallina, Fiji, 1978. Sujit esibiva comportamenti anomali da bambino. I suoi genitori lo rinchiusero così in un pollaio. Sua madre si suicidò e suo padre fu assassinato. Il nonno lo prese in carico, ma lo continuò a tenere confinato nel pollaio. Aveva otto anni quando fu trovato in mezzo a una strada, chiocciando e sbattendo le braccia. Beccava il cibo, appollaiato su una sedia, ed emetteva rapidi schiocchi con la lingua. Le sue dita erano rivolte verso l’interno. Fu portato dagli operatori sociali in una casa di riposo per anziani, ma lì, poiché era così aggressivo, fu tenuto legato ad un letto con delle lenzuola per oltre 20 anni. Ora ha più di 30 anni ed è curato da Elizabeth Clayton, che lo ha salvato.
Kamala e Amala, India, 1920. Kamala, 8 anni, e Amala, 12, sono state trovate nel 1920 in un covo di lupi. Si tratta di uno dei più famosi casi di bambini selvaggi. Furono trovate da un reverendo, Joseph Singh, che fu informato della loro esistenza e si nascose in un albero sopra la grotta dove erano state viste. Quando i lupi lasciarono la grotta vide due figure spuntare fuori dalla caverna. Le bambine avevano un comportamento diffidente, correvano a quattro zampe e non sembravano umane. Il reverendo catturò presto le bambine. Appena prese, dormivano rannicchiate insieme, ringhiavano, si strappavano i vestiti, mangiavano solo carne cruda, e ululavano. Fisicamente deformi, i loro tendini e delle articolazioni nelle loro braccia e nelle gambe erano più corte. Non avevano alcun interesse a interagire con gli esseri umani. Ma, il loro udito, vista e olfatto erano eccezionali. Amala morì l’anno seguente. Kamala imparò alla fine a camminare in posizione eretta e a dire qualche parola, ma morì nel 1929 di insufficienza renale, a 17 anni.
Ivan Mishukov, Russia, 1998. Ivan subì abusi dalla sua famiglia e scappò via quando aveva solo 4 anni. Visse di accattonaggio per le strade. Sviluppò un rapporto di amicizia con un branco di cani randagi, e divideva con loro il cibo che mendicava. I cani finirono per fidarsi di lui e alla fine diventò una specie di capobranco. Visse per due anni in questo modo, ma alla fine venne preso e messo in una casa per bambini. Ivan ha beneficiato dalle sue conoscenze linguistiche che poté mantenere grazie all’ accattonaggio. Questo e il fatto che restò ferino solo per un breve periodo di tempo contribuirono al suo recupero. Ora vive una vita normale.
Marie Angelique Memmie Le Blanc (la ragazza selvaggia di Champagne), Francia, 1731. A parte la sua infanzia, la storia di Memmie è sorprendentemente ben documentata, nonostante appartenga al 18° secolo. Per dieci anni, visse sola nelle foreste della Francia. Mangiava uccelli, rane, pesci, foglie, rami e radici. Armata di un bastone, combatteva gli animali selvatici, soprattutto i lupi. Quando fu catturata, a 19 anni, aveva gli artigli, la pelle nera ed era pelosa. Quando Memmie si inginocchiava per bere l’acqua volgeva ripetuti sguardi di traverso, il risultato in un costante stato di vigilanza. Non riusciva a parlare e comunicava solo con grida e suoni. Uccideva conigli e uccelli e li mangiava crudi. Per anni, non mangiò cibo cucinato. I suoi pollici erano malformati perché li usava per scavare radici. Nel 1737, la Regina della Polonia, durante un viaggio in Francia, portò Memmie a caccia con lei, dove la ragazza correva ancora abbastanza velocemente da catturare e uccidere i conigli. Il recupero di Memmie dalle sue decennale esperienza nella natura selvatica fu notevole. Venne aiutata da una serie di ricchi mecenati, imparò a leggere, scrivere e a parlare bene il francese. Nel 1747 diventò una suora per un breve periodo ma fu colpita da una finestra che cadde e il suo patrono morì poco dopo. Si ammalò e divenne povera, ma trovò un altro ricco mecenate. Nel 1755, Madame Hecquet pubblicò la sua biografia. Memmie morì ricca a Parigi nel 1775, all’età di 63 anni.
John Ssebunya (il bambino scimmia), Uganda, 1991. John scappò di casa nel 1988, quando aveva tre anni, dopo aver visto il padre uccidere la madre. Fuggì nella giungla dove visse con le scimmie. Fu catturato nel 1991, quando aveva circa sei anni, e venne messo in un orfanotrofio. Quando fu ripulito, videro che tutto il suo corpo era coperto di peli. La sua dieta consisteva principalmente in radici, noci, patate dolci e manioca, e aveva un brutto caso di vermi intestinali, risultati essere più di mezzo metro di lunghezza. Aveva calli sulle ginocchia causati dal camminare come una scimmia. John ha imparato a parlare ed a comportarsi da umano. Canta bene ed è conosciuto per le sue esibizioni nel Regno Unito con il coro di ragazzi Pearl of Africa.
Victor (il bambino selvaggio di Aveyron), Francia, 1797. Si tratta di un caso storico ma sorprendentemente ben documentato di un bambino selvaggio, perché fu studiato molto. Victor fu trovato alla fine del 18° secolo nei boschi di Saint Sernin sur Rance, nel sud della Francia, e venne catturato ma in qualche modo riuscì a fuggire. L’8 gennaio 1800 fu catturato di nuovo. Aveva circa 12 anni, il suo corpo era coperto di cicatrici ed era incapace di dire una parola. Una volta diffusa la notizia della sua cattura, molti si fecero avanti per esaminarlo. Poco si sa circa la sua vita di bambino selvaggio, ma si crede abbia trascorso 7 anni nella natura. Un professore di biologia esaminò la resistenza di Victor al freddo mandandolo fuori nudo nella neve. Victor non mostrò alcun effetto causato dal freddo. Altri cercarono di insegnargli a parlare e a comportarsi “normalmente”, ma non faceva progressi. Probabilmente era stato in grado di parlare nella sua vita, ma non ci riuscì dopo il ritorno dalla vita selvaggia. Alla fine venne portato in un istituto a Parigi e morì all’età di 40 anni.

Cari amici, credo che non ci siamo parole per commentare queste terribili testimonianze, che dimostrano in maniera inequivocabile che l’educazione è alla base di tutto il nostro vivere sia in famiglia che nella società.
A domani.
Mario

sabato, marzo 28, 2020

PAPA FRANCESCO, IN UNA DESOLATA E VUOTA PIAZZA SAN PIETRO BATTUTA DALLA PIOGGIA, HA PREGATO DA SOLO, DAVANTI ALL’EFFIGIE DEL CROCEFISSO DI SAN MARCELLO, PER FAR CESSARE LA PANDEMIA DEL CORONAVIRUS.


Oristano 28 marzo 2020
Cari amici,
Con passo incerto, stanco e bagnato dalla pioggia, Papa Francesco in una Piazza San Pietro deserta, ha invocato da solo, ieri 27 marzo, triste Venerdì di Quaresima, il nostro Cristo Redentore, chiedendogli la concessione della grazia di porre fine alla terribile pestilenza in atto portata dall’insidioso Coronavirus che sta facendo anche in Italia migliaia di morti. Lo ha fatto davanti all'effigie di un famoso Cristo miracoloso, quello conservato nella Chiesa di San Marcello al Corso a Roma, già venerato per aver salvato la città capitolina dalla peste nel 1522.
Dopo essersi recato a piedi il 15 marzo scorso a pregare nella Chiesa dove è custodito, il Santo Padre lo ha fatto portare in Piazza San Pietro. Aveva già maturato quest’idea annunciandolo al termine dell’Angelus di domenica 22 marzo, invitando tutti a pregare con Lui dalle proprie abitazioni. Un gesto indubbiamente insolito e certamente indimenticabile del suo pontificato. E così è stato.
Venerdì 27 marzo alle 18.00, Papa Francesco ha inteso creare un momento di grande spiritualità nella piazza più famosa del mondo, Piazza San Pietro, seppure eccezionalmente, per ragioni sanitarie, completamente vuota. E così, in una giornata cupa e piovosa, Papa Francesco, infreddolito e zoppicante, non ha temuto né la solitudine né la pioggia che lo bagnava, pregando per tutti noi e inchinandosi davanti all’esposizione del Santissimo Sacramento, dando vita ad una cerimonia apparentemente solitaria, ma alla quale partecipavano, da decine di migliaia di abitazioni, i cristiani di tutto il mondo. In preda ad una commozione evidente, ha invocato il Cristo Salvatore per la salvezza del mondo, perché potesse stendere la sua mano pietosa e liberare i suoi abitanti dalla terribile pestilenza portata da quel virus micidiale che porta il nome di COVID-19.
Una scelta di fede e di speranza, quella di Papa Francesco, che lo portato ad utilizzare il famoso Cristo di San Marcello al Corso, un crocifisso che si porta dietro una storia antica e curiosa di salvezza, misteriosa e forte, e che, sapendovi curiosi, voglio riportare qui per Voi, amici lettori che fedelmente mi seguite. Eccola.
Questo crocifisso, realizzato in legno scuro da un maestro senese, risale al Medioevo. È custodito nella Chiesa di San Marcello al Corso, a pochi passi da Piazza Venezia, e deve la sua fama alla storia dei miracoli di cui sarebbe stato protagonista. La notte del 23 maggio 1519 un incendio distrusse la Chiesa dedicata a San Marcello Papa, dove era custodito; quando l’indomani i fedeli, accorsi costernati per vedere i terribili danni, si accorsero che tra la cenere e i resti e le macerie fumanti quel Cristo era rimasto “illeso”. Subito recuperato, per venerarlo degnamente fu fondata la Compagnia del Santissimo Crocifisso. 
Tre anni dopo, nell’estate del 1522, Roma fu messa in ginocchio da una tremenda pestilenza che mieteva ogni giorno tante vittime.
Memori del miracolo di tre anni prima, su iniziativa del Cardinale Raimondo Vich, uno stuolo di fedeli decise di portare in processione penitenziale il venerato Crocifisso dalla Chiesa di San Marcello al Corso alla Basilica di San Pietro, a cui parteciparono migliaia di persone che seguirono il corteo nonostante le autorità cittadine avessero tentato di impedire l’evento per timore di un aumento dei contagi. La processione fu poi ripetuta in molti quartieri romani e durò per 16 giorni: dal 4 al 20 agosto del 1522. Man mano che la processione si svolgeva nei vari quartieri, la peste iniziò a dare segni di regressione, e al termine, al rientro nella sua chiesa del Crocifisso, la peste era del tutto cessata: miracolosamente era scomparsa da Roma.
Anche la Chiesa di San Marcello al Corso ha una storia antica e importante, le cui origini risalgono al IV-V secolo. Questa Chiesa risulta citata nei documenti la prima volta nel 418, dopo la morte del Papa Zosimo, in una lettera con la quale il prefetto di Roma annunciava all’imperatore Onorio, a Ravenna, la contemporanea elezione a pontefice di Bonifacio, eletto in ecclesia Marcelli, e di Eulalio eletto nella Basilica Lateranense.
Il fondatore del titulus è, secondo il Liber Pontificalis e la Passio Marcelli, proprio Papa Marcello (308-309) perseguitato da Massenzio e condannato a compiere i lavori più umili nelle stalle del catabulum (la sede delle Poste Centrali dello stato, che qui si trovava) fino alla morte per sfinimento. La Chiesa venne poi ricostruita nel XII secolo, e allora l’orientamento era opposto a quello attuale: l’ingresso, infatti, dava su piazza dei Santi Apostoli, con un atrio a quadriportico e l’abside dava sulla via Lata (l’attuale via del Corso). Nel 1368 vi si insediarono i Servi di Maria che ancora oggi la officiano.
Cari amici, ho partecipato da casa alla sacra cerimonia di Papa Francesco. L’immensa e deserta piazza San Pietro, sferzata dalla pioggia e attraversata da alcuni gabbiani in volo, con Papa Francesco che lentamente e a passo malfermo vi transitava, all’ora del tramonto romano, seppure completamente vuota, appariva di una forza assoluta che stringeva il cuore; quegli spazi vuoti, incorniciati dal possente colonnato del Bernini, riuscivano a parlare quasi più di quando, di norma, sono gremiti di fedeli di fronte al Papa benedicente.
Viviamo, amici, momenti terribili di paura e di sconforto, nei quali abbracciarsi è praticamente vietato, così come stringerci tra di noi per darci coraggio. Ebbene, in questi momenti in cui ci manca l’abbracciarci fisico e lo stare insieme fianco a fianco, se vogliamo possiamo farlo con il nostro spirito, con il nostro cuore, stimolati a farlo dal nostro Papa Francesco, che ci ama come un Padre. Ci sono momenti, in cui il silenzio è più prezioso della parola, perché a parlare non è la bocca ma il cuore! Che Dio ci salvi!
A domani, amici!
Mario



venerdì, marzo 27, 2020

POLPETTE DI PANE E MELANZANE, UNA RICETTA SEMPLICE E FACILE DA PREPARARE, OLTRE CHE BUONA E GUSTOSA.


Oristano 27 marzo 2020

Cari amici,

Il mio post di oggi torna a parlare di ricette di cucina. Il desiderio di farlo è derivato anche dal fatto che, a causa del problema creato dal Coronavirus, siamo tutti costretti a stare molto di più in casa, e che, seppure questa “forzata” riunione familiare domestica ci abbia costretto a stare lontani dal nostro solito vivere corrente, possiamo anche pensare che non tutti i mali vengono solo per nuocere. 
Questa sosta forzata, in realtà, può essere resa utile, mitigata, ma forse è meglio dire “spesa bene”, passando qualche ora in più in cucina, recuperando anche quell’antico impegno culinario domestico, ovvero riprendendo a preparare i pasti come una volta. Ci accorgeremo così che certe antiche ricette vale ancora la pena di riscoprirle, anziché continuare, assillati sempre dal tempo che non basta mai, ad acquistare troppo spesso i cibi pronti, già confezionati.
La ricetta di cui voglio parlarvi oggi è molto semplice, facile da preparare e anche molto apprezzata, tanto che la padrona di casa potrebbe coinvolgere nella preparazione anche i bambini, che sicuramente proverebbero una grande gioia nel sentirsi coinvolti. Oggi parliamo di “Polpette di pane e melanzane”, che possono, a seconda dell’estro della cuoca, confezionarsi con semplicità oppure con l’aggiunta di mozzarella e prosciutto, diventando una ricetta più corposa e sfiziosa.
La ricetta semplice, ovviamente è la più facile e, per rendervi edotti vi elenco entrambe le preparazioni.
Polpette di pane e melanzane.
Queste polpette di melanzane prevedono l’utilizzo di pochi ingredienti facilmente reperibili che rendono questa ricetta pratica, golosa e anche economica. La ricetta delle polpette di melanzane è semplice e veloce, perfetta per un aperitivo, come antipasto o come secondo a base di verdure. Croccanti fuori e morbide dentro, in questa ricetta le polpette di norma sono servite fritte; è possibile però prepararle anche al sugo, scegliendo di friggerle o passarle al forno.
I tempi di lavorazione: preparazione 15 minuti, cottura 10 minuti.
Ingredienti (per 4 porzioni): 6/7 melanzane, 2 uova, pane raffermo q.b., sale, pepe, parmigiano grattugiato, un bicchiere di latte, spezie a piacere, pangrattato, olio di semi di arachide per friggere; volendo, però, possono anche racchiudere un ripieno gustoso di mozzarella (circa 400 grammi) oppure formaggio dolce, con eventuale aggiunta anche di pancetta o prosciutto (200 grammi); un'idea che arricchisce ulteriormente questa semplice ma gustosissima ricetta e la rende ancora più invitante.
Preparazione. Lavate accuratamente le melanzane. Sbucciatele e tagliate la polpa a pezzettoni. Fate cuocere le melanzane in una casseruola con pochissima acqua.
Quando saranno cotte, lasciatele raffreddare completamente.  Aggiungete ora alla polpa di melanzane, una delle due uova, il sale, il pepe, il parmigiano e il pane raffermo bagnato e strizzato. Se preferite, potete aggiungere delle spezie come timo o basilico. Amalgamate poi il tutto con un cucchiaio o col bamix.  Preparate ora le polpette di melanzane passandole prima nell'uovo rimasto, che avrete prima sbattuto con l’aggiunta di poco latte, e poi nel pan grattato. Friggete ora le polpette in abbondante olio, servendole calde.
Se invece volete migliorare la ricetta con l’aggiunta di un “cuore filante” e l’ulteriore sfizioso gusto inconfondibile della pancetta o del prosciutto, che rende queste polpette addirittura irresistibili, fate pure! In quest'ultimo caso sarà sfizioso, quando state arrotondando le polpette, mettere al centro un piccolo cubetto di mozzarella o formaggio dolce. Una volta a tavola saranno perfette per far colpo sui vostri ragazzi, sia servite al pomeriggio come piccolo break, che come secondo aggiuntivo in una cenetta casual. State certi che ve le godrete tutti insieme con vero piacere!
Cari amici, in occasione di questo forzato, seppure necessario riposo della famiglia in casa, riprendere la coesione familiare anche con il preparare e mangiare insieme i pasti! Sarà qualcosa di veramente importante, che può contribuire a rinsaldare il sacro vincolo della famiglia. Coinvolgete allora tutta la squadra di casa e vedrete che si può trarre positività anche dalle condizioni avverse.
Grazie, amici, a domani.
Mario





giovedì, marzo 26, 2020

IL FASTIDIOSO HERPES LABIALE. INSIEME ALL’AFTE È UN DISTURBO COMUNE MA SGREDEVOLE, CHE ROVINA, ANCHE SE TEMPORANEAMENTE, L’ESTETICA.


Oristano 26 marzo 2020

Cari amici,

L’Herpes labiale e l’afte sono infezioni fastidiose e antiestetiche, che compaiono nella nostra bocca o sulle labbra. Seppure possano essere considerati disturbi molto comuni, causano abbastanza disagio in chi ne è colpito anche per una questione di estetica. Questo problema è causato dal virus Herpes simplex (HSV), che esiste in due forme: il sottotipo 1 (HSV-1) e il sottotipo 2 (HSV-2). Il primo provoca infezioni nella regione della bocca e del viso, mentre il secondo, colpendo prevalentemente l’area genitale, rappresenta, come spiega EpiCentro, il portale di epidemiologia per gli operatori sanitari, “la più diffusa patologia ulcerativa a trasmissione sessuale nel mondo”.
L’infezione causata dall’herpes labiale è trasmissibile anche con un semplice bacio e si sviluppa con la comparsa di piccole vescicole rotondeggianti piene di liquido chiaro che tendono a riunirsi a grappoli. Prima della loro formazione queste vescicole sono precedute da prurito e arrossamento e, spesso, accompagnate da una sensazione dolorosa. Una volta rotte le vescicole lasciano in loco l’erosione della pelle che, essiccandosi, si ricopre di crosticine bruno-giallastre, che tendono in genere a scomparire in un paio di settimane.
Pur non creando grandi problematiche l’herpes labiale (il virus, come del resto l’herpes più importante e doloroso, l’herpes zoster, meglio noto come fuoco di Sant’Antonio), una volta contratto, resta incistidato nel nostro corpo nascondendosi nei gangli delle cellule nervose, per uscirne non appena l’organismo non è al massimo della forma. L’infezione, dopo il primo episodio, che può essere del tutto asintomatico, tende a ripetersi nel tempo, sfruttando i momenti di minore difesa immunitaria. Per questo motivo l’herpes ricompare quando ci si espone al sole, si è stressati dal lavoro, siamo affaticati fisicamente, ci esponiamo al freddo improvviso, oppure ci alimentiamo con una dieta eccessivamente povera di nutrienti o comunque disordinata; anche le mestruazioni, alcuni farmaci o altre malattie infettive possono indebolire il nostro sistema immunitario, che a quel punto non è più in grado di tenere rinchiuso all’interno delle cellule nervose il virus.
Si, una delle cause scatenanti è l’esposizione forte ai raggi del sole, così come l’uso delle lampade e dei lettini abbronzanti; anche i soggiorni al sole di montagna (dove la neve può riflettere circa l’80 per cento delle radiazioni ultraviolette) possono essere condizioni favorevoli per il riaccendersi dell’infezione, così come sdraiarsi nella sabbia asciutta della spiaggia e venire a contatto con la schiuma del mare. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato nove malattie correlate all’esposizione ai raggi UV: melanoma cutaneo, carcinoma squamoso della pelle, carcinoma baso-cellulare, carcinoma squamoso della cornea e della congiuntiva, cheratosi, scottature, cataratta corticale, e, per l’appunto, riattivazione dell’herpes labiale.
Come curare l’herpes labiale, partendo dall’insorgere dei sintomi, cercando di alleviare bruciore e prurito? Il consiglio è di non usare mai gli antibiotici, ma utilizzare gli antivirali a base di principi attivi come aciclovir, penciclovir, famciclovir, valaciclovir. Gli antivirali, come spiegano gli specialisti, vanno assunti su prescrizione medica se si tratta di fiale o compresse, mentre l’automedicazione è ammessa per i medicinali per uso topico da applicare solo sulle lesioni di labbra e bocca e mai nel caso in cui l’infezione interessi occhi e mucose.
Oltre al trattamento farmacologico, contro l’herpes labiale c’è anche quello fitoterapico. L’antica Farmacia Sant’Anna dei Frati Carmelitani Scalzi di Genova, consiglia l’uso di olio di semi di cotone per fare massaggi e frizioni delle zone doloranti. Un aiuto contro l’herpes labiale viene anche dal macerato di camomilla; si mettono a macerare 20 g di fiori secchi di camomilla in un litro di olio di mandorle per dieci giorni, scuotendo ogni tanto e filtrando e imbottigliando poi la miscela. Da applicare più volte il giorno. In erboristeria possono essere reperiti molti altri rimedi fitoterapici.
Cari amici, l’herpes simplex seppure sia un disturbo non eccessivamente pericoloso, è meglio trattarlo subito alla comparsa dei primi sintomi; il mio consiglio è quello di tenere a casa a portata di mano una confezione di “Aciclovir Mylan generic 5 per cento crema”, che personalmente mi risolve il problema in una settimana. In questo modo potrete ritrovare in poco tempo il vostro aspetto migliore!
Grazie amici, a domani.
Mario