domenica, dicembre 31, 2023

“L'EFFETTO DIDEROT”: UNA DELLE FACCE DELLA PERVERSA SOCIETÀ IN CUI VIVIAMO, QUELLA DELLO "SPRECO", CHE ALLA FINE CI PORTA ALLA BANCAROTTA.


Oristano 31 dicembre 2023

Cari amici,

Con la giornata di oggi, il 2023 ci abbandona, lasciando spazio al nuovo anno: il 2024. Ebbene, voglio dedicare questa mia ultima riflessione dell'anno a Voi, cari lettori, invitandovi a non continuare ad alimentare ulteriormente "LO SPRECO" di cui ogni giorno siamo protagonisti. È da tempo, ormai, che la nostra società ha imboccato una strada alquanto pericolosa: quella dell’usa e getta. Una società egoista, che appare convinta che le risorse del pianeta siano infinite e che l’aggressione selvaggia alla natura che ci circonda sia priva di conseguenze! Si, amici, oggi voglio parlare a Voi col cuore in mano, invitando tutti ad essere responsabili, per cercare di evitare ulteriori disastri. Ecco, oggi cito un esempio di questo sprezzante andazzo alquanto pericoloso, frutto di questa errata mentalità: “L’EFFETTO DIDEROT”; è questo, in sintesi, quella spinta compulsiva che spinge a comprare ciò che non serve e che, in molti casi, porta le famiglie alla bancarotta.

L’effetto Diderot, purtroppo alquanto diffuso, risulta un fenomeno molto pericoloso per le finanze delle famiglie, in quanto può portare a un’escalation di spese difficile da controllare. Il meccanismo è semplice: per fare un esempio, se si acquista un nuovo televisore si potrebbe presto desiderare di acquistare anche un nuovo mobile dove collocarlo, poi un nuovo sistema audio e magari un nuovo arredamento per la stanza in cui verrà posizionato il televisore. Stiamo parlando proprio di quella spirale consumistica in cui a volte ci perdiamo (stimolati da esperti venditori) e che non ci permette di ragionare, stimolandoci a comprare. Cadere nel vortice dello shopping compulsivo, con la conseguenza di svuotare il portafoglio, non è poi così difficile, vista la nostra fragilità umana!

Ebbene, amici, perché questo “shopping compulsivo” è chiamato “EFFETTO DIDEROT”? Il termine viene ricondotto al celebre scrittore e filosofo francese del 1700, Denis Diderot, anche se riguarda una realtà alquanto più moderna, come vedremo. Un giorno il filosofo Denis Diderot ricevette una nuova vestaglia; ne fu molto felice, come scrisse nel suo saggio "Rimpianti per il mio vecchio vestito del 1769". Quando la indossò, infatti, sentì un certo disagio: la nuova vestaglia non era in alcun modo collegata a tutte le altre cose che possedeva. Era molto più bella ed elegante, mentre tutto ciò che era contenuto nella sua casa, ciò lo circondava, era antiquato, vecchio e di certo non si abbinava con la nuova vestaglia.

Ciò gli creò profonda tristezza, ed iniziò a pensare a cosa poteva fare. Alla fine decise di sostituire tutto l’arredo di casa, dal letto ai mobili, trasformando così l'ambiente che alla fine si sposava perfettamente con la sua nuova vestaglia! Questa decisione di cambiare tutto gli asciugò tutti i risparmi, e il filosofo si ritrovò in bolletta. Nel suo saggio scrisse a sé stesso questa “Morale”: "Ero il padrone assoluto del mio vecchio cappotto, e sono diventato lo schiavo di questo nuovo". Ecco, quindi da cosa è nato questo curioso termine!

Curioso termine, amici, che fu coniato nel 1988 dal sociologo Grant McCracken, che vide il consumatore moderno come perfetta rappresentazione del concetto di Diderot. I secoli passano, infatti, ma l’effetto Diderot continua a rimanere alla grande, contagiando tante persone che spendono troppo, senza rendersi conto che l’acquisto di un prodotto può innescare tutta una serie di ulteriori acquisti, arrivando a svuotare le loro risorse. L’effetto Diderot, se vogliamo, oggi può definirsi un fenomeno sociale, ben conosciuto dal marketing. Basti pensare ai saldi, quando rischiamo di acquistare cose che non ci servono solo perché costano poco, e da lì è facile iniziare un rinnovamento non necessario dell’intero guardaroba!

Amici, indubbiamente l’effetto Diderot funziona nei soggetti che attribuiscono agli oggetti un grande potere simbolico: essi usano quello che possiedono per costruire la loro identità, per comunicare agli altri non ciò che sono, ma quello che vorrebbero essere! Soggetti che hanno bisogno di quella identità per sentirsi coerenti. Una persona vestita in modo trasandato può lanciare il messaggio che la sua mente è impegnata in qualcosa di più importante; una sempre alla moda, invece, dimostra inequivocabilmente la convinzione che il proprio abbigliamento sia la cosa più importante.

Personalmente credo di essere caduto raramente nell’Effetto Diderot, ovvero in quel processo psicologico ormai tanto diffuso e alquanto incentivato al “consumo” e al “cambiamento”, dagli abili venditori; valori effimeri, su cui, purtroppo, si basa la società moderna. Le pressioni di mercato ci presentano migliaia di possibilità di rinnovamento e ci chiedono di sperimentare il più possibile, per convincerci di poter arrivare alla “perfezione”. E noi compriamo, convinti da loro che “Se qualcosa non va, va buttata via, e così continuiamo a cercare sempre qualcosa di meglio". 

Cari amici, è la società consumistica moderna che ci vuole tutti Diderot, ma di certo Lui, che sbagliò una volta sola, era ben più intelligente di noi! Lo fregarono, infatti. una volta sola...

 A domani.

Mario

 

sabato, dicembre 30, 2023

TROVARSI UBRIACHI PUR ESSENDO ASTEMI! È POSSIBILE? PURTROPPO SI, PER UN PARTICOLARE PROCESSO METABILICO CHE AVVIENE NEL NOSTRO INTESTINO.


Oristano 30 dicembre 2023

Cari amici,

Credo che a tanti astemi, il fatto di sentirsi con la testa che gira, come dopo aver bevuto una birra o del vino, possa apparire di certo un cosa molto strana! Il trovarsi ubriachi, seppure senza aver bevuto dell’alcool, è qualcosa di sconcertante, che impaurisce! Eppure, succede, anche se l’anomalia, meno male, non è molto diffusa. Sapete perché succede? Succede perché c’è qualcosa di anomalo nel nostro intestino, che soffre di una patologia che è definita dalla scienza “Gut fermentation syndrome” o “auto-brewery syndrome”, termini che tradotti nella nostra lingua significano "sindrome di auto fabbricazione di birra".

Questo disturbo non risulta essere un'alterazione congenita, ma contratta a seguito di una contaminazione subita dall’organismo e acquisita per caso. Potenzialmente può capitare a tutti, anche se per fortuna è considerata molto rara. L'intestino delle persone che ne sono colpite viene colonizzato da dei miceti che, durante il loro regolare processo metabolico di trasformazione del glucosio (presente nei cibi che mangiamo), producono come materiale di scarto dell'etanolo, cioè alcol etilico. Questa anomala fermentazione è la causa dell’alterato stato di coscienza e di apparente ubriachezza che colpisce questi pazienti dopo i pasti.

Amici, il corpo umano è una macchina molto complessa, che ancora non è stata del tutto scoperta, per cui, talvolta, le sindromi di cui soffre il nostro corpo e il cervello risultano davvero strane. Nel caso di cui parliamo, succede che, seppure senza aver bevuto neanche un goccio di alcool, ma mangiando semplicemente un piatto di pasta o di patate e del pane, possiamo trovarci ubriachi. La sfortuna è dovuta al fatto prima accennato: il nostro intestino, contaminato da questi miceti, che lì trovano lì il loro habitat favorevole, proliferano e trasformano i carboidrati che mangiamo in alcol etilico. Ecco una storia curiosa.

Nel 2014 un americano di 46 anni, che era alla guida di un’auto, fu fermato dalla polizia e, dopo il test dell’etilometro, fu accusato di guida in stato di ebbrezza: il livello di alcol nel sangue era più del doppio del limite legale! Ma lui dichiarò fermamente di non aveva bevuto! Né la polizia, né i medici credettero a quell’uomo di 46 anni, fermato per ebbrezza negli Usa. Lui però non si arrese e lottò per dimostrare che non aveva bevuto. Ci sono voluti diversi anni prima che la verità venisse a galla: fu dimostrato che quell’uomo non aveva mentito, in quanto soffriva della particolare sindrome della fermentazione. Il suo intestino ospitava una colonia di funghi che trasformavano i carboidrati in alcol.

La ricercatrice Barbara Cordell, dopo lunghi studi sulla “sindrome della fermentazione”, ha scritto e dato alle stampe un libro: “My Gut Makes Alcohol”. Nel libro leggiamo che «...Il paziente viene intossicato da questi lieviti in fermentazione: è una malattia orribile...». Come ha spiegato dettagliatamente la Cordell, questa strana condizione è stata ancora poco studiata e viene diagnosticata raramente. Ebbene, ci chiediamo: in che modo le persone che hanno dei dubbi possono accertare se nel loro organismo è presente questa particolare patologia?

Laddove nella persona si verificassero dei cambiamenti dell'umore, una sensazione di annebbiamento e la perdita della lucidità, è necessario che questa faccia dei controlli. Se poi si dovesse avere la sensazione di essere in preda agli stessi effetti temporanei di una “sbronza”, senza aver assunto alcolici, per prima cosa bisogna rivolgersi al medico. Il sospetto potrà essere confermato dal professionista (tra gli accertamenti medici dovrà essere eseguito un test del respiro con l'etilometro) se, dopo aver assunto un pasto ricco di carboidrati (zuccheri complessi), il risultato dovesse risultare positivo, seppure senza aver assunto nessun tipo di alcolici. Sarebbe la conferma che la causa sta proprio in questa sindrome.

Ci si chiede anche: “È questo un disturbo che può essere eliminato con delle cure?”. La cura consiste, innanzitutto, nel somministrare al paziente per alcune settimane dei farmaci antimicotici, che debellano i miceti, come il fluconazolo. Durante la cura è bene assumere anche dei fermenti lattici per ristabilire la flora intestinale. Nella fase iniziale del trattamento bisogna chiaramente eliminare i carboidrati, che poi si potranno reintrodurre nella dieta una volta che la contaminazione dei miceti sarà debellata.

Cari amici, c'è da dire anche che questa particolare sindrome potrebbe essere causata anche dall'uso di antibiotici, che alterano la crescita delle colonie di funghi, ma i ricercatori questo non lo hanno ancora capito, perché solo poche persone, fra quelle che ne assumono, contraggano la malattia. Anche altri farmaci, tossine ambientali o conservanti negli alimenti, potrebbero causare la sindrome, alterando il normale equilibrio del corpo. Ecco perché i farmaci, come gli antibiotici, andrebbero presi con molta attenzione e solo dietro il parere del medico!

A domani.

Mario

venerdì, dicembre 29, 2023

PER UNO STILE DI VITA SANO NON BASTA ALLENARE IL CORPO MA ANCHE LA MENTE! MANTENERE IN SALUTE IL CERVELLO E NON FARLO INVECCHIARE SI PUÒ!


Oristano 29 dicembre 2023

Cari amici,

Col passare degli anni il nostro organismo, giorno dopo giorno, invecchia, e, per mantenerlo nella forma migliore possibile, oltre ad uno stile di vita sano, dobbiamo tenerlo in movimento, allenando con costanza i muscoli. Mantenere in efficienza il corpo, però, non basta. Nella nostra testa c’è il cervello, che però non è un muscolo, ma va mantenuto allenato anch’esso, seppure in altri modi, per tenerlo in perfetta forma, evitando l’insorgenza di pericolose malattie che potrebbero colpirlo. Inoltre, è stato ampiamente dimostrato che esiste anche una reale connessione tra stato di salute fisica e cerebrale, in quanto entrambe vanno di pari passo.

Allenare il fisico, amici, è sicuramente la cosa più nota a noi tutti, mentre come tenere allenato il nostro cervello, ovvero lo stato della nostra memoria, non è noto a molti. Ebbene, oggi voglio ripassare con Voi, cari lettori, proprio gli esercizi che tutti dovremmo praticare, quotidianamente e con costanza, per tenere allenata e in forma la nostra mente, in modo da potenziarne l’attività e la reattività.

Innanzitutto la prima cosa che dovremmo prendere in considerazione è il “buon riposo quotidiano”; la mancanza di un sonno adeguato, nei tempi e nei modi, ci crea nervosismo e stanchezza, oltre a limitare la nostra capacità di pensiero. Dopo il giusto sonno, altro elemento importante è il mangiar sano e bene, con gli alimenti giusti che provvedono a “nutrire” anche il cervello, come i cibi che contengono Omega 3 (come salmone, trota, tonno, sgombri, sardine, etc.), antiossidanti e vitamine.

Dopo i due elementi principali prima esposti, il terzo è la “Socialità”: una buona vita sociale è alla base dello star bene; quando il cervello è in compagnia, le conversazioni, il confronto, i ricordi o i fatti del giorno, affrontati insieme, sono un esercizio utilissimo per tenerlo in forma. Praticare costante esercizio mentale aiuta la memoria, migliora la concentrazione, contrasta lo stress e previene l’invecchiamento della mente. Relazionarsi, sia in presenza che a distanza con i nuovi strumenti oggi disponibili (telefoni, computer, etc.) è un esercizio da svolgere quotidianamente.

Fra le molteplici attività utili da svolgere, alcune sono semplici ma molto importanti: leggere un quotidiano o un libro, fare parole crociate, esercizi di enigmistica come Sudoku, assemblare dei puzzle, sono tutti esercizi ed attività che migliorano le funzioni cognitive della nostra mente, aiutandoci a prevenire o a ritardare l’insorgenza di patologie neurologiche. Però, per tenere allenato il nostro cervello, questi esercizi debbono esse eseguiti con costanza, non in modo saltuario, se vogliamo ottenere dei benefici concreti; il nostro cervello, infatti, deve essere stimolato con continuità e gradualità.

Amici, con l’avanzare dell’età può diventare più difficile mantenere la mente efficiente e pronta. Per questa ragione esercitare il cervello quotidianamente aiuta a rallentare il naturale declino cognitivo, migliorando sensibilmente la qualità della vita. Oltre i suggerimenti prima esposti, ogni giorno è necessario tenere attiva la nostra mente impegnandola, come detto in mille modi: oltre a leggere, per esempio, anche scrivere (può essere un diario oppure ricette di cucina), può aiutare molto; stando in compagnia, si può impegnare la mente con i diversi giochi di società (dal gioco con le carte a quello di battaglia navale), esercizi utili anche per rafforzare le relazioni sociali. Affrontare le diverse problematiche “insieme” crea momenti di intimità e di scambio molto preziosi.

Anche l’impegno manuale dell’hobbistica aiuta ad attivare la mente per trovare le soluzioni più idonee a ciò che vogliamo costruire. Un uomo può impegnarsi meglio nel giardinaggio o nel dipingere, una donna lavorando a maglia o con l’uncinetto, ma comunque, per entrambi, l’impegno creativo del “fare con le mani” produce un ottimo stimolo cognitivo. Anche ascoltare musica e guardare film o spettacoli TV, può essere d’aiuto, così come fare passeggiate in gruppo oppure iscriversi ad un corso di ballo, esercizio che impegna anche la mente per imparare musiche e ritmo.

Cari amici, se è pur vero che per mantenere il corpo efficiente dobbiamo impegnarlo tutti i giorni facendo movimento (esercizi, passeggiate e vita all’aria aperta), mantenere in salute la nostra mente è ugualmente importante, perché è dimostrato che l’efficienza di entrambi, se noi li terremo ben allenati, ci consentirà di vivere meglio gli anni della senilità e di allungare anche la nostra vita!

A domani.

Mario

giovedì, dicembre 28, 2023

L'EVOLUZIONE DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE INIZIA A PREOCCUPARE. IN UN PROSSIMO FUTURO SARÀ AL SERVIZIO DELL'UOMO O UN SERIO PERICOLO CHE PORTERÀ ALLA SUA ESTINZIONE?


Oristano 28 dicembre 2023

Cari amici,

Il recente caso che ha riguardato il licenziamento di Samuel Harris Altman, l’informatico, imprenditore e dirigente d'azienda statunitense, fondatore e primo CEO di OpenAI, fa riflettere non poco su quanto l’evoluzione dell’intelligenza artificiale possa essere pericolosa in futuro, se usata senza le giuste precauzioni e quindi nel modo sbagliato. Alla base del licenziamento di Altman da parte del Consiglio di amministrazione di OpenAI ci sarebbero, infatti, delle recentissime, pericolose scoperte che avrebbero potuto creare serie minacce all’umanità.

Il problema che ha portato al licenziamento di Altman è sorto dopo che il CEO di OpenAI aveva ricevuto un'importante comunicazione dai ricercatori dell’azienda. La comunicazione ricevuta da Altman era relativa ad una scoperta rivoluzionaria sull’intelligenza artificiale, che poteva avere delle enormi implicazioni per il futuro (fonte Reuters). I ricercatori avevano espresso ad Altman la loro preoccupazione per i possibili rischi legati a questa innovativa, potente tecnologia, chiedendo al CEO di procedere con prudenza, stabilendo anche delle linee guida chiare per il suo uso etico.

In una nota che ha fatto il giro del mondo, il Consiglio di amministrazione di OpenAI ha affermato che l’incarico ad Altman era stato revocato in quanto il CEO «non è stato sempre sincero nelle sue comunicazioni con il Consiglio», per cui «(il Consiglio) non ha più fiducia nelle sua abilità di proseguire a guidare OpenAI». Lo scossone veniva completato con la nomina a interim di un nuovo CEO – Mira Murati, già Chief Technology Officer. Il comunicato così terminava: «OpenAI è stata fondata come organizzazione no-profit nel 2015 con la missione di garantire che l'intelligenza generale artificiale porti benefici all'umanità».

Il licenziamento di Sam Altman ha avuto subito una forte risonanza nel mondo, tanto che una settimana dopo l’accaduto, la società OpenAI, alquanto preoccupata, ha fatto un passo indietro, dichiarato di aver raggiunto un accordo di massima per il ritorno di Altman in azienda e la conseguente, necessaria formazione di un nuovo Consiglio di amministrazione. Altman, dunque, è tornato a ricoprire per la quarta volta il ruolo di CEO all’interno di OpenAI, società creatrice di ChatGPT e fortemente impegnata nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

Amici, il problema dell’avanzare dell’AI è indubbiamente serio, in quanto l’algoritmo di intelligenza artificiale, chiamato OpenAI Q-star, rappresenta un ulteriore passo avanti verso l’obiettivo dell’intelligenza artificiale generale (AGI), un’ipotetica intelligenza artificiale in grado di eguagliare e anche superare l’intelligenza umana nella maggior parte dei compiti di valore economico. I ricercatori ritengono che la capacità di OpenAI Q-star di risolvere problemi matematici, anche se inizialmente a livello di scuola elementare, indichi la forte possibilità che il suo potenziale sia capace di sviluppare in futuro capacità di pensiero e ragionamento simili all’intelligenza umana.

Un’intelligenza artificiale così avanzata, secondo i ricercatori, diventerebbe fonte di potenziali pericoli e preoccupazioni, circa la possibilità che essa possa rappresentare una seria minaccia per l’umanità. Per questo motivo i ricercatori hanno sottolineato la necessità di prendere in considerazione attentamente le possibili implicazioni etiche di questa tecnologia, oltre all’importanza di sviluppare adeguate misure di salvaguardia per impedirne un possibile, pericoloso uso improprio.

L’intelligenza artificiale generale (AGI), nota anche come “Strong AI” è, come detto, un tipo molto avanzato di AI, in grado di comprendere e ragionare allo stesso livello di un essere umano! Un’intelligenza capace di svolgere qualsiasi compito intellettuale dato da svolgere, ed eseguito, probabilmente, meglio e in un tempo nettamente inferiore di un cervello umano, superando di gran lunga le nostre capacità in molte aree. Seppure l’AGI non esista ancora, molti esperti ritengono che sia solo una questione di tempo (anche breve) prima che venga raggiunta.

Amici, che i rischi ci siano è fuori dubbio, ma, forse, non è il caso di essere così pessimisti. OpenAI Q-star, con le dovute cautele e controlli, potrà essere un grande, impegnativo passo verso un futuro più luminoso per l'umanità, che la Comunità scientifica si appresta a realizzare. Potenzialmente, le AGI potrebbero essere in grado di risolvere problemi che al momento sono irrisolvibili per gli esseri umani, come la cura delle malattie, la povertà, il cambiamento climatico e molto altro. Potrebbero anche essere in grado di creare nuove forme di espressione artistica, di scienza e di cultura, arricchendo così la nostra esperienza umana. Tuttavia, affinché le AGI possano essere sempre al nostro servizio e non il contrario, bisogna essere consapevoli dei rischi e delle sfide che il loro utilizzo comporta, studiando anticipatamente le adeguate misure di protezione.

Cari amici, credo che il caso Altman serva d'esempio sui rischi che andiamo a correre, e faccia riflettere noi tutti su quanto l’intelligenza artificiale può fare per noi, migliorando le tante cose a volte a noi impossibili, ma anche senza mai dimenticare i rischi e i pericoli se usata nel modo sbagliato. C'è da sperare che davvero, tra i nostri scienziati, non si nascondano dei "Dottor Jekyll e Mister Hyde"!

A domani.

Mario

 

mercoledì, dicembre 27, 2023

LA STRATEGIA E L'ARTE DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE. I CONSIGLI E I “SEGRETI” PER UNA COMUNICAZIONE DI SUCCESSO.


Oristano 27 dicembre 2023

Cari amici,


Una cosa è certa: “È impossibile non comunicare”. “La comunicazione è parte integrante della vita di tutti i giorni e ci permette di relazionarci con gli altri, di esprimere le nostre emozioni e stati d’animo”. Questa affermazione è di Paul di Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense, eminente esponente della statunitense Scuola di Palo Alto. Un’affermazione che non fa altro che confermare il fatto che l’uomo, essere sociale, comunica in ogni istante, fin dal momento della sua nascita.

Si, tutto ciò che noi facciamo è comunicazione: ciò che diciamo, ciò che facciamo, ciò che siamo o che vogliamo dimostrare d’essere. E non comunichiamo solo con le parole ma con tutto il nostro corpo, dalle espressioni del viso a quelle delle mani, oltre a quelle delle altre parti del corpo. Nella vita lavorativa e di relazione, poi, la comunicazione diventa basilare, indispensabile, potremo definirla l’architettura del nostro modo di porci con gli altri.

Ogni giorno, fin dal momento che ci alziamo dal letto, entriamo inevitabilmente in contatto con gli altri, in primis con i propri familiari e successivamente con gli altri, sia socialmente che per l’impegno lavorativo. In quest’ultimo campo la relazione comunicativa è ancora più complessa: operiamo in presenza di capi permalosi e autoritari, colleghi gelosi e nevrotici, collaboratori poco collaborativi e quant’altro. Se non riusciamo ad instaurare con loro una comunicazione efficace, i problemi non ci mancheranno di certo.

Per migliorare e rendere efficace la “nostra comunicazione” con gli altri dobbiamo partire da almeno due presupposti: il primo è passare dalla dimensione “del sentire” (gli altri) a quella “dell’ascoltare”. L’ascolto attivo ci permetterà di instaurare relazioni migliori, più solide e durature, sia in ambito lavorativo che nella sfera privata. Il secondo presupposto, importante quanto il primo, è che la nostra comunicazione deve centrarsi su noi stessi, e non più sull'altro. L’altro a cui ci rivolgiamo evitiamo di considerarlo un estraneo, ma una presenza consapevole: mentre parliamo, lo osserviamo e siamo da lui osservati, dobbiamo creare un unicum, coinvolgendolo in quello che diciamo, in moda da andare in un’unica direzione.

Oltre che rivolgerci agli altri parlando, dobbiamo imparare ad ascoltarli. Dobbiamo fare in modo di “entrare nella dimensione dell'ascolto totale”; ascolto che nasce dalla nostra capacità di saper ascoltare l’altro in silenzio, virtù capace di mettere in contatto la nostra interiorità con quella dell’altro. Facciamo tacere il flusso continuo di pensieri e parole, facendo delle pause di “silenzio”, cosa che ci consente di parlare a noi stessi mentre ascoltiamo gli altri.  Il silenzio, amici, è la base del nostro comunicare con gli altri!

Cari lettori, nel defatigante percorso della vita la comunicazione che ciascuno di noi porta avanti è lo strumento che ci consente di vivere al meglio le relazioni sociali. È un dialogo quotidiano col quale portiamo agli altri il frutto dei nostri pensieri ed emozioni, senza mai calpestare i diritti e la dignità degli altri a cui ci rivolgiamo. Questo nostro stile comunicativo ci consentirà di dialogare con gli altri a viso aperto, diventando anche un proficuo scambio di concetti, opinioni, e qualità reciproche.

Saper parlare e ascoltare allo stesso tempo, crea empatia, fa sì che le nostre parole diventino accettazione e condivisione. E non facciamo mancare gli ulteriori segnali di contatto con l’altro. L’arte della comunicazione va ben oltre le parole: è un linguaggio, come accennato, fatto di sguardi benevoli, sorrisi e cenni di assenso. Non semplici gesti, ma potenti dichiarazioni di presenza incoraggiante e rassicurante. La nostra è, verso l’altro, un’apertura sincera in cui ognuno ha il suo spazio per condividere esperienze, ansie e vissuti.

Cari amici, comunicare efficacemente è davvero un’arte! Miscelando efficacemente il NOI con il VOI, il nostro comunicare sarà proficuo; l’arte del nostro comunicare, unita alla capacità di ascolto dell’altro, potrà davvero costruire una reale, concreta ed efficace COMUNICAZIONE. Il saper parlare e il saper ascoltare, si intrecciano come due figure che vogliono fare strada insieme, nello, spesso, tortuoso cammino della vita!

A domani.

Mario

martedì, dicembre 26, 2023

LA MERAVIGLIOSA STORIA DEL CIOCCOLATO: DA DOLCE BEVANDA DEGLI DÈI DELL’ANTICO POPOLO MAYA, ALLE NOSTRE TAVOLE.

IL CIOCCOLATO E LA SUA STORIA

Oristano 26 dicembre 2023

Cari amici,

In particolare in occasione delle festività, il cioccolato è presente praticamente in tutte le case! Sotto qualsiasi forma, il cioccolato è una specialità dolciaria che non può mancare, e i bambini ne sono particolarmente ghiotti!  Ebbene, oggi voglio raccontare la storia del cioccolato che, sappiate, è antichissima, tra le più antiche al mondo! Una storia che affonda le radici in epoca alquanto lontana: ben 4mila anni prima di Cristo! Un passato dunque carico di storia e di leggenda, indubbiamente affascinante, che parte dal Sud America, presso il popolo dei Maya. Gli archeologi affermano che la pianta del cacao era presente e nota alle popolazioni indigene del Centro e del Sud America (le attuali zone dello Yucatan, del Chiapas e del Guatemala) già nel 3000 a.C., anche se il suo utilizzo avvenne dopo diversi secoli.

Il popolo dei Maya, secondo gli archeologi, iniziò a coltivare la pianta del cacao (chiamata kakaw) per utilizzarne le fave, che erano considerate talmente preziose da essere addirittura utilizzate come moneta di scambio. Con queste preziose fave essi preparavano una bevanda tanto portentosa da chiamarla kakaw uhanal, ovvero il cibo degli dèi; questa bevanda veniva impiegata nelle cerimonie religiose e riservata esclusivamente al re, al clero ed ai guerrieri.

La ‘pozione miracolosa’ ottenuta dai Maya, era ricavata macinando i semi di cacao fra due pietre e ottenendone una pasta che stemperavano a lungo ed accuratamente in acqua calda; aggiungevano poi del chili e del peperoncino, e la travasavano ripetutamente, da un recipiente all’ altro per farla schiumare, ottenendo una bevanda densa, liscia, amara e piccante, coperta da una fitta schiuma; bevanda molto energetica ed afrodisiaca, ritenuta in grado di fornire rinnovata forza e buon umore, oltre ad altri benefici. Certo, come possiamo immaginare, era una bevanda profondamente diversa dalla cioccolata che usiamo noi oggi!

Successivamente, intorno all’ XI secolo, gli Aztechi ereditarono il cacao dai Maya, e, alquanto gradito, lo ritennero un dono del loro dio-serpente Quetzalcoàtl; essendo il dono di un dio, lo considerarono anche loro un alimento sacro ed il termine attuale di "cacao" potrebbe derivare anche dal nome di questa divinità. Gli Aztechi associarono il cacao anche a Xochiquetzal, la dea della fertilità, attribuendo al cacao un ulteriore valore mistico e religioso. Secondo una leggenda azteca, una principessa fu lasciata, dal suo sposo, partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro; quando arrivarono i nemici ella si rifiutò di rivelare il nascondiglio di tale tesoro e fu per questo uccisa; dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono amari come la sofferenza, ma allo stesso tempo sono forti ed eccitanti come le virtù di quella principessa!

Gli Aztechi migliorarono anche la bevanda ricavata dai semi del cacao, aggiungendo farina di mais, miele, chili e cannella. In questo modo crearono una pasta solida, che possiamo considerare le prime tavolette di cioccolato della storia! Anche presso gli Aztechi i semi di cacao erano ritenuti così preziosi da essere usati come moneta di scambio, di conto, come unità di misura, tanto che numerosi sacchi di semi facevano parte del tesoro dell’imperatore Montezuma.

Con la scoperta dell’America da parte dell’Europa, il cacao arrivò nel vecchio mondo. Cristoforo Colombo, nel 1502 durante il suo quarto ed ultimo viaggio, ebbe modo di assaggiare questa bevanda in Honduras ed al ritorno, portò con sé alcuni semi di cacao da mostrare a Ferdinando ed Isabella di Spagna, ma non si diede molta importanza alla scoperta. Nel 1519 Hernàn Cortéz, quando arrivò presso gli Aztechi fu accolto come un dio, scambiato addirittura per il dio Quetzalcoàtl, rientrato presso di loro! Cortéz fu il secondo europeo ad essere gratificato dall’ offerta della sacra bevanda di cacao. Si dice addirittura che l’Imperatore Montezuma, il cui nome originale era Motecuhzoma, gliene donò un’intera piantagione. Nel 1528, ritornando in Europa ne portò in dono alcuni semi all’ Imperatore Carlo V e le piante che germogliarono furono classificate dai botanici col nome di Theobroma cacao, della famiglia delle Sterculiaceae, mentre nella classificazione APG venne attribuita alla famiglia delle Malvaceae.

I semi di questa pianta inizialmente furono usati come medicinale, ma lentamente il suo consumo si diffuse anche in campo alimentare. Come successe per altri prodotti di nuova scoperta, furono gli ordini monastici spagnoli, depositari di una lunga tradizione di miscele e infusi, a comprendere le eccezionali potenzialità del cacao. Aggiunsero alla bevanda di cui parlavano i conquistadores, la vaniglia e lo zucchero per correggerne la naturale amarezza ed eliminarono il pepe e il peperoncino. Il cacao era arrivato in Europa!

Il primo carico documentato di cioccolato verso l’Europa, a scopo commerciale, viaggiò su una nave da Veracruz a Siviglia nel 1585 e da questa data in poi si registrò la presenza del cioccolato un po’ in tutta Europa seguendo un itinerario che probabilmente fu avviato nello stesso anno dalla figlia di Filippo II, Caterina, quando andò sposa a Carlo Emanuele I di Savoia Principe di Piemonte. Infatti, al seguito di Caterina arrivò a Torino anche il cacao, tanto che la città si pregia del primato cronologico dell’uso del cioccolato in Italia.

Amici, la diffusione del cacao viaggiò velocemente. In Italia la diffusione partì da Torino nel 1678; Antonio Ari inaugurò la prima cioccolateria su patente di commercio richiesta alla Principessa Maria Giovanna Battista, sposa di Carlo Emanuele II di Savoia, ed ai torinesi si attribuisce la diffusione del cacao non solo nelle altre Regioni italiane ma anche in Austria, Svizzera, Germania e Francia. Per quanto possa sembrare incredibile, alla fine del 1600 a Torino si consumavano 750 libbre al giorno di cioccolata, equivalenti a 350 chilogrammi attuali!

La cioccolata, giorno dopo giorno, si diffuse nelle principali città; nella Venezia del Settecento vennero aperte le prime “botteghe del caffè” che erano anche “botteghe della cioccolata” e facevano a gara per modificare la ricetta della bevanda arricchendola di piccoli accorgimenti che ne esaltavano il gusto e nel 1760 la Gazzetta Veneta documenta l’ormai enorme diffusione del prodotto. Fino a tutto il XVIII secolo il cioccolato venne considerato la panacea di tutti i mali e gli si attribuirono virtù miracolose.

Cari amici, il seguito della diffusione e del gradimento della cioccolata lo conosciamo bene! Un gradimento che non è mai calato di tono: gli unici cambiamenti sono solo gli abbinamenti e i prodotti derivati. Che dire, cari lettori, io amo la cioccolata e spero che tutti la pensino come me! Avevano ragione i Maya a considerarla cibo degli dèi!

A domani.

Mario