venerdì, luglio 25, 2025

L'IMPORTANZA DEL NOSTRO DIALOGO INTERIORE. PARLARE MENTALMENTE CON SE STESSI AIUTA A PRENDERE DECISIONI PIÙ PONDERATE.


Oristano 25 luglio 2025

Cari amici,

Se è pur vero che le giornate sono fatte prevalentemente di dialogo con gli altri, “PARLARE CON SE STESSI”, ovvero dialogare mentalmente con noi stessi, è un fenomeno più comune di quello che pensiamo. Questo dialogo, detto modernamente "self-talk", secondo gli psicologi, può aiutarci a gestire le emozioni, aumentare la fiducia in noi stessi e, di conseguenza, migliorare le nostre prestazioni. Di norma, questo dialogo interiore privo di voce viene effettuato usando la seconda persona singolare (tu, te), come se il soggetto che lo utilizza stesse parlando con un amico.

Questo “Dialogo interiore” è un fenomeno che ha attratto l’attenzione di psicologi, linguisti, filosofi e neuroscienziati, anche perché è accertato che è in stretta relazione con gli stati d’animo e di conseguenza può coinvolgere il soggetto in disturbi ansiosi e depressivi. Per chiarezza, le voci interiori non sono del tutto sovrapponibili ai semplici pensieri, per la loro peculiare caratteristica di assumere la forma di veri e propri monologhi o dialoghi, sostengono i ricercatori.

Come sostengono Julianne Alexander e Brielle Stark, del Department of Speech, Language and Hearing Sciences dell’Indiana University di Bloomington, autrici di uno studio pubblicato sull’European Journal of Neuroscience, «Attraverso le varie discipline che se ne sono interessate, diversi nomi sono stati attribuiti a queste voci. Sono state individuate come un parlare a sé stessi in segreto, verbalizzazione interiore, verbalizzazione segreta, voce interna, orecchio interno e pensiero verbale».

Amici, comunque si vogliano chiamare, queste voci giocano un ruolo centrale in diverse funzioni psicologiche: per l’autoconsapevolezza e per la costruzione della memoria episodica, quella che raccoglie il filo degli eventi della nostra vita; ma anche per la possibilità che offrono di comprendere l’ambiente circostante, di immaginare e pianificare il futuro, di prepararsi a un incontro o a un confronto, a fare congetture e a risolvere problemi. Sono utilizzate per l’auto-incoraggiamento, quando si devono affrontare sfide e difficoltà, servono come forma di auto-conforto e come voce autocritica.

«Quando siamo impegnati nella verbalizzazione mentale contribuiamo a dare forma alla nostra esperienza interiore e operiamo per il mantenimento di una narrativa coerente del nostro Sé», sostiene Helene Loevenbruck del Laboratoire de Psychologie et NeuroCognition Cnrs Di Grenoble, autrice del libro Le mystère des voix intérieures (Denoël, 2022), che alla voce interiore, tecnicamente definita endofasia, ha dedicato gran parte del suo impegno professionale.

Ma che differenza corre tra i discorsi che facciamo a voce agli altri e quelli che, invece, facciamo interiormente con la nostra mente. In un recente studio pubblicato su Frontiers in Psychology, Loevenbruck e suoi collaboratori hanno esplorato alcuni aspetti formali di questa “voce interiore”, confrontandoli con quelli dei discorsi che si fanno con gli altri. Innanzitutto è più condensata, abbreviata e frammentaria, ha una sintassi e un lessico più semplici, sebbene in certe occasioni possa diventare almeno per qualche momento altrettanto estesa e precisa di un discorso a voce alta. Può presentarsi sotto forma di dialogo interiore a due, come accade quando viene usata per esplorare possibilità alternative, ad esempio quando si è impegnati nel fare delle scelte che prevedono possibili posizioni diverse; talora è invece un monologo, che utilizza il nostro punto di vista o talvolta quello che apparterrebbe a un’altra persona, della quale viene assunto il punto di vista. Ad ascoltare ovviamente siamo sempre e soltanto noi stessi.

Cari amici, che la mente dell’uomo sia di grande complessità è un dato di fatto inoppugnabile. Il dialogo con noi stessi è certamente un artifizio che la nostra mente ci ha fornito per poter meglio analizzare quello che, poi, in realtà abbiamo deciso di fare Insomma una specie di prova d’orchestra, prima del debutto ufficiale con gli altri!

A domani.

Mario

 

giovedì, luglio 24, 2025

LA DEMOCRAZIA È LA MIGLIOR FORMA DI GOVERNO? SOLO IL 57% DEI GIOVANI EUROPEI CREDE NELLA DEMOCRAZIA. CRESCE L’APERTURA VERSO FORME PIÙ AUTORITARIE.


Oristano 24 luglio 2025

Cari amici,

La DEMOCRAZIA è nata in Grecia nel VI sec a.C. Fin dalle sue origini i dubbi su questa forma di governo non sono mancati; c’è sempre stato un rapporto ambiguo tra i centri del potere: quelli di governo, e il popolo. Ciò ha determinato, per secoli, reazioni contrastanti: in alcuni Stati ha subito un netto rifiuto, in altri è stata accantonata e in altri, invece, è stata considerata la miglior forma di governo. Questo teorico “Governo del popolo” fece pronunciare al grande Winston Churchill la famosa frase: “La democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre forme di governo”.

Al giorno d’oggi, nei Paesi occidentali la democrazia è accreditata come l’unica forma auspicabile di “Buon governo”, e, in particolare in Occidente, la missione di molti Stati è stata quella di cercare di esportare questa formula in quei Paesi dove invece mancava, o per averla cancellata oppure per non averla mai conosciuta. Eppure oggi questa forma di governo continua, sotto certi aspetti, a non convincere del tutto. Sono in particolare le nuove generazioni ad avere scetticismo verso la democrazia, e questo è stato appurato da una recente indagine effettuata tra i giovani europei.

Si, amici, i giovani europei si mostrano in buona parte scettici, analizzando le varie forme democratiche in essere nei Paesi dell’Unione, pur ritenendo la Democrazia, nel suo complesso, una forma valida. Secondo la nona edizione dello studio “Junges Europa 2025”, condotto da YouGov per la fondazione TUI Stiftung, solo il 57% degli intervistati ritiene che la democrazia sia la migliore forma di governo, con forti variazioni nazionali: Germania al vertice con il 71%, Francia e Spagna attorno al 51-52%, e Polonia fanalino di coda con il 48%. L'Italia si colloca nella fascia intermedia, ma registra il dato più alto, relativamente ai giovani favorevoli, in certe circostanze, a un governo autoritario: il 24%, contro il 21% della media europea e il 15% in Germania.

L’interessante studio ha elaborato, tra aprile e maggio 2025, le opinioni di oltre 6.700 giovani tra i 16 e i 26 anni nei seguenti Stati: Germania, Francia, Spagna, Italia, Grecia, Polonia e Regno Unito. Due terzi dei giovani intervistati hanno espresso la volontà che il proprio Paese resti nell'Unione Europea, e il 66% valuta positivamente l'appartenenza all'Unione, con picchi dell'80% in Germania. Il 73% dei giovani britannici auspica un ritorno nell'Unione. Tuttavia, il 53% accusa l'UE di occuparsi troppo di dettagli e questioni minori, ignorando i problemi essenziali, come costo della vita (36%), difesa comune (25%), e condizioni per la crescita economica (23%). Solo il 6% ritiene che il sistema politico del proprio Paese funzioni bene senza bisogno di cambiamenti.

Nei riguardi dell'UE, il 66% dei giovani italiani considera positivamente la membership italiana. Il 53% auspica una maggiore integrazione europea, in linea con la Germania e ben sopra la media francese (27%) e polacca (31%). Secondo la JUGENDSTUDIE 2025, solo il 42% dei giovani europei considera l'UE uno dei tre attori più potenti sulla scena mondiale (contro l'83% per gli USA, 75% per la Cina e 57% per la Russia). Il 51% pensa che l'UE potrebbe giocare un ruolo maggiore in futuro, a condizione che cambi profondamente. Tuttavia, 1 su 4 ritiene che l'UE non sarà mai una vera potenza globale.

Il politologo Thorsten Faas, curatore scientifico della ricerca, ha sottolineato che “la democrazia è sotto pressione - dall'interno e dall'esterno”. A preoccupare è soprattutto il fatto che tra i giovani che si sentono economicamente svantaggiati e si collocano a destra, il sostegno alla democrazia scende a solo un terzo. Sul piano politico, cresce la polarizzazione: il 19% dei giovani si identifica con la destra, in aumento rispetto al 14% del 2021, mentre il 33% si definisce centrista e il 32% progressista. In Italia, Germania e Francia sono aumentati i giovani che si considerano di sinistra, mentre in Polonia e Grecia crescono le tendenze conservatrici, soprattutto tra i giovani uomini.

Il sostegno alle politiche migratorie dell'UE più restrittive è salito dal 26% nel 2021 al 38% nel 2025, mentre solo un terzo degli intervistati ritiene che il clima debba avere priorità sull'economia (contro il 44% del 2021). Sul fronte della parità di genere, il 38% chiede maggiori sforzi pubblici, ma una fetta (20%) ritiene che si sia già andati “troppo oltre”. Infine, solo il 15% dei giovani europei si sente rappresentato dal Parlamento europeo, in calo rispetto al 21% del 2019. Il 51% pensa che l'UE potrebbe giocare un ruolo geopolitico maggiore solo se riformata profondamente, mentre un quarto resta scettico sul fatto che l'Unione possa diventare una potenza globale.

Cari amici, “Le nuove generazioni sembrano essere sempre più attratte dall'idea di leader forti, capaci, e alquanto tecnologici, e di Governi gestiti da tecnici”, come scrive BLOOMBERG (è una multinazionale operativa nel settore dei mass media con sede a New York e filiali in tutto il mondo). Insomma, per le nuove generazioni, quelle di Facebook, la democrazia non è abbastanza meritocratica, in quanto non mette al comando i rappresentanti del settore tecnologico e le grandi Star che spopolano sui social network! L’odierna democrazia, secondo loro, elegge persone incapaci, come Trump e Biden, e non come Mark Zuckerberg o Elon Musk! Vi sembra una cosa seria? Io ne dubito! C’è proprio da meditare!

A domani.

Mario

mercoledì, luglio 23, 2025

SI COMPLETANO LE REGOLE SULLA MICROMOBILITÀ PREVISTA DAL CODICE DELLA STRADA: ARRIVA IL RILASCIO DELLA TARGA OBBLIGATORIA PER I MONOPATTINI.


Oristano 23 luglio 2025

Cari amici,

Dopo una lunga battaglia, alla fine dello scorso anno fu finalmente varato un nuovo Codice della Strada, che entrò in vigore il 14 dicembre 2024. Il nuovo codice introdusse diverse novità importanti, relativamente ai monopattini elettrici, con l'obiettivo primario di garantire una maggiore sicurezza stradale, regolamentando in modo protettivo l’avanzare della micromobilità. Il nuovo codice ha previsto, per questi mezzi leggeri, l'obbligo del casco per il conducente, l'introduzione di una targa (o di contrassegno identificativo) e l’obbligo dell’assicurazione di responsabilità civile; ha inoltre stabilito che questi micro mezzi possono circolare solo sulle strade urbane e con una velocità massima di 50 km/h, con il divieto di transitare nelle zone pedonali e sui marciapiedi.

Per quanto riguardava la targa, ci furono diverse proposte, ma alla fine l'identificazione è stata stabilita con il rilascio di una “Simil-Targa”. Si, dopo mesi di bozze, modifiche e anticipazioni, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha firmato il decreto che introduce “IL TARGHINO” per i monopattini elettrici. Il provvedimento, datato 27 giugno 2025, rende conforme alle nuove logiche del Codice della Strada un aspetto importante della micromobilità urbana. In realtà il Targhino non è una vera e propria targa! A differenza delle targhe tradizionali per auto e moto, questo identificativo che individuerà il monopattino non è collegato al veicolo, ma alla persona fisica che ne fa richiesta. Questa scelta nasce da un vincolo tecnico: i monopattini elettrici non sono dotati di numero di telaio e non sono iscritti all’Archivio nazionale veicoli. Di conseguenza, il targhino sarà un codice personale, identificativo del conducente, e sarà rilasciato dalla Motorizzazione Civile o da un’agenzia di pratiche auto autorizzata.

Questo nuovo approccio, in cui è l’utente ad essere registrato e non il mezzo, apre scenari interessanti in termini di responsabilità individuale e tracciabilità nell’uso dei mezzi di micromobilità. Fino ad oggi, come ben sappiamo, in città regnava e regna il caos!  Con  grande arroganza, stuoli di giovani circolano senza il minimo rispetto per i pedoni e a velocità sostenuta, ben consci della difficile, meglio dire “impossibile” rintracciabilità; lo dimostrano i diversi incidenti in gran parte rimasti senza colpevoli individuati. Ora la musica dovrebbe cambiare!

Sarà il Poligrafico dello Stato a produrre fisicamente i TARGHINI, mentre la rete della Motorizzazione civile ne curerà la loro distribuzione. Per il cittadino il processo sarà simile a una richiesta di documento personale: si compilerà una domanda, si fornirà la documentazione prevista e, una volta ottenuto il contrassegno, lo si applicherà al proprio monopattino secondo le istruzioni ufficiali. Ecco le caratteristiche tecniche del targhino.

Sarà realizzato in materiale plastificato, adesivo e non rimovibile, con dimensioni standard di 5 centimetri di larghezza e 6 centimetri di altezza. Il colore di fondo sarà bianco riflettente, e i caratteri alfanumerici, in numero di sei, saranno disposti su due righe da tre simboli ciascuna, con colorazione nera. Non sarà consentito l’utilizzo di tutte le lettere e numeri: per le lettere si escludono quelle che possono generare ambiguità visiva, mentre per i numeri si parte dal 2 e si arriva al 9, escludendo quindi lo zero e l’uno. In trasparenza il contrassegno riporterà la scritta M.E.F. (Ministero dell’Economia e delle Finanze), a garanzia dell’autenticità del documento, insieme al simbolo ufficiale della Repubblica Italiana, che richiama quello delle targhe automobilistiche: una ruota dentata sovrastata dalla sigla RI, incastonata tra un ramo di ulivo e uno di quercia. Dovrà essere installato sul parafango posteriore, in posizione il più possibile perpendicolare rispetto al piano longitudinale del veicolo, con una tolleranza di massimo 5 gradi.

Amici, Il targhino è anche il presupposto per far scattare l’obbligo di assicurazione per i monopattini elettrici. Come previsto dalla riforma del Codice della Strada prima richiamato, l’assicurazione per responsabilità civile diventa obbligatoria, ma solo dal momento in cui sarà possibile dotarsi del contrassegno. Significa che l’obbligo di assicurazione partirà non con l’entrata in vigore del decreto, ma con la disponibilità effettiva dei targhini presso gli uffici competenti.

Sul fronte delle sanzioni, chi circola senza targhino sarà soggetto a una multa da 100 euro, che potrà essere ridotta a 70 euro se il pagamento avviene entro cinque giorni dalla contestazione o dalla notifica. La stessa sanzione è prevista per chi non stipula l’assicurazione obbligatoria. Ulteriori multe riguardano le infrazioni legate alla guida impropria: 35 euro per la mancanza del casco, per la circolazione contromano o su marciapiedi, per chi guida senza aver compiuto 14 anni o senza rispettare le zone consentite. Anche la sosta sui marciapiedi sarà punita, con una sanzione di 41 euro, riducibile a 28,70 euro con pagamento rapido.

Cari amici, l’introduzione del targhino è di fatto una svolta culturale nel nostro Paese. L’Italia ha deciso di integrare la micromobilità nel tessuto normativo e urbano, ma con precise regole. Se fino a oggi i monopattini elettrici sono stati considerati mezzi di trasporto alternativi e informali, adesso entrano ufficialmente in un regime di responsabilità piena, con regole chiare, identificazione univoca e obbligo assicurativo. Lo scopo dal legislatore è aumentare la sicurezza sulle strade, combattere l’anonimato nei casi di incidente e responsabilizzare i cittadini nel rispetto del Codice della Strada.

Grazie dell’attenzione, cari lettori, a domani.

Mario

martedì, luglio 22, 2025

LA STORIA DELL'ORO DI ITALIA E GERMANIA, DEPOSITATO NEGLI USA PRESSO LA FEDERAL RESERVE. SU QUEST’ORO PENDE DA TEMPO UNA RICHIESTA DI RESTITUZIONE…


Oristano 22 luglio 2025

Cari amici,

Che la circolazione monetaria sia da lungo tempo “agganciata e garantita dalle riserve auree del Paese”, è una realtà che continuiamo a portarci appresso. Tra i diversi Paesi, la Germania e l’Italia sono (dopo gli Stati Uniti) i Paesi con la più grande riserva aurea. Le gran parte delle riserve auree di questi 2 Paesi, sono depositate presso la FED, il cui valore è equivalente a 245 miliardi di dollari, cifra di non poco conto. Ebbene, questo trasferimento negli USA dei lingotti d’oro, effettuato da Germania e Italia a suo tempo, fu motivato da “ragioni di sicurezza” e diversificazione. Col passare del tempo, però, e con il costante modificarsi delle situazioni verificatesi in campo internazionale, certe decisioni prese possono e debbono essere riviste aggiornate all'oggi.

La Germania in particolare, infatti, visti certi preoccupanti motivi di natura socio-economica, iniziò a riportare una parte del suo oro a casa nel 2013, continuando a valutare la possibilità di riportare a casa ulteriori tranche delle sue riserve. Anche l'Italia, sebbene abbia una parte consistente del suo oro custodita in altre sedi (come Fort Knox), ha da tempo ipotizzato di voler rimpatriare una parte delle sue riserve. Già nel 2019 la premier Meloni (che all’epoca stava all’opposizione) lanciava da Facebook l’appello: «Rimpatriare subito l’oro italiano!».

Come accennato prima, col trascorrere del tempo le tensioni tra Stati e le incertezze geopolitiche cambiano in continuazione, creando pericolosi scenari, per cui certe decisioni prese ieri, oggi sono da rivedere, ovvero da modificare. Sono trascorsi decenni, da quando l’Italia e la Germania decisero di conservare negli Stati Uniti i lingotti d’oro della loro riserva aurea, quantificato, come detto prima, in un valore superiore ai 245 miliardi di dollari. Si tratta, come appare chiaramente,  di uno dei tesori più preziosi al mondo, la cui custodia negli Stati Uniti oggi non è più considerata così sicura come un tempo.

Con il recente ritorno di Trump alla Casa Bianca, l’alleato americano non appare più così sicuro come un tempo. Certe sue decisioni hanno allarmato i mercati, creando una crescente sfiducia nei confronti della politica monetaria americana adottata da Donald Trump. Il suo recente scontro con Jerome Hayden Powell, Presidente della Federal Reserve, ha inevitabilmente riacceso il dibattito inerente la restituzione dell’oro dei Paesi europei, scontro prontamente ripreso dal Financial Times, sulla necessità concreta di riportare nel continente europeo quelle riserve auree. La Germania ora preme più fortemente dell’Italia, considerato che la Meloni ha un feeling particolare con Trump.

Amici, i dubbi sulla tenuta del dollaro crescono ogni giorno (ma anche le pressioni su euro e yuan), e, di fronte alla nuova, violenta guerra, scatenata con i dazi da Trump sui mercati, si è tornati al vecchio rifugio: fidarsi solo dell’oro! Si, nel nuovo millennio, il mondo è davvero cambiato, e di conseguenza anche le risposte politiche date dalle nazioni coinvolte. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è costituita proprio dalle dichiarazioni controverse di Trump nei confronti della Federal Reserve (FED), la cui indipendenza, imparzialità e capacità di operare senza interferenze politiche, è stata messa fortemente in discussione dal Presidente Trump.

Amici, una decisione, quella del Presidente Trump, che ora pesa come un macigno sulle preoccupazioni in capo ai Governi europei. Più che preoccupazione si tratta di paura: quella di una possibile politicizzazione dell'oro, che potrebbe diventare un forte strumento di pressione economica nelle mani di Washington, paura che di giorno in giorno sta diventando più concreta. In particolare in Germania le richieste di riportare l’oro depositato presso la FED sono recentemente aumentate, alimentate dalle preoccupazioni presenti nei mercati internazionali.

In Germania l’ex  eurodeputato della Die Linke e ora membro del partito di estrema sinistra BSW Fabio De Masi, ha sottolineato le «forti argomentazioni» in favore del rimpatrio delle riserve auree, parlando di una questione che riguarda la sicurezza nazionale e la sovranità monetaria. «L’oro è una risorsa strategica e va custodita con la massima attenzione, soprattutto in un periodo di crescente incertezza geopolitica», ha dichiarato il politico italo-tedesco. Anche Michael Jäger, Presidente dell'Associazione dei Contribuenti Europei, ha sollevato preoccupazioni in merito: «Siamo molto preoccupati che Trump possa interferire con l'indipendenza della Federal Reserve».

Cari amici, il Governo italiano, invece, al momento appare molto tiepido nei confronti del problema, forse per il rapporto di amicizia che lega la Premier Meloni al Presidente Trump. Mentre i tedeschi premono per riportare quanto prima in patria l’oro depositato alla FED, la Presidente Meloni, nonostante le vecchie promesse, nicchia, evitando di prendere posizione, ovvero "pretendere la restituzione del nostro oro"! Purtroppo, il pericolo socio-economico paventato non è teorico ma reale, e, restare inerti, può crearci dei seri problemi, non solo di natura economica.

A domani.

Mario

lunedì, luglio 21, 2025

L'UOMO E IL SEGRETO DELL'IBERNAZIONE. UN ESEMPIO DA PRENDERE IN CONSIDERAZIONE: QUELLO DELLE RANE DEI BOSCHI (DETTE ANCHE RANE DEL GHIACCIO).


Oristano 21 luglio 2025

Cari amici,

Che l’uomo da tempo cerchi di bloccare la morte con L’IBERNAZIONE è cosa nota, anche se per il momento ogni tipo di esperimento non è andato a buon fine. Gli scienziati per ora sono riusciti a congelare, e far successivamente tornare alla temperatura normale, embrioni e spermatozoi, ma non abbiamo ancora la certezza se e quando saremo in grado di congelare e, poi, scongelare senza danni un intero corpo umano o un cervello. La scienza non sa, perciò, i possibili effetti negativi della crioconservazione. Gli studi continuano, e certi esempi che ci vengono dalla natura possono darci una mano.

Per esempio, c’è una rana, “LA RANA DEI BOSCHI DELL'ALASKA” (Lithobates sylvaticus), detta anche rana di legno, che ha sviluppato una straordinaria capacità: quella di “CONGELARSI” durante l'inverno, e poi, sopravvivere al congelamento, tornando alla vita in primavera. Questa rana applica praticamente un processo naturale di ibernazione, una specie di  “Congelamento controllato”. Quando le temperature si abbassano fortemente, la rana del legno si rintana in un luogo riparato e inizia a congelare.

Il processo di congelamento controllato inizia con la riduzione delle funzioni vitali: piano piano rallentano la respirazione e il battito cardiaco, arrivando a fermarsi quasi completamente; anche il metabolismo si riduce al minimo. Per evitare danni, però, aumenta la produzione di crioprotettori: la rana, infatti, produce elevate quantità di glucosio e urea, che agiscono come "antigelo" naturale, proteggendo le cellule dal congelamento e dai danni. In parole povere, entra lentamente in atto il processo di “Disidratazione parziale”. Gli organi interni si disidratano solo parzialmente, riducendo in questo modo il rischio di danni causati dal ghiaccio.

Durante tutto il lungo inverno la rana dei boschi dell'Alaska resta in questa particolare fase di congelamento, aspettando il tepore primaverile per ritornare lentamente alla vita. Con il ritorno della primavera avviene lo scongelamento: la rana gradualmente riprende le sue funzioni vitali, il cuore ricomincia a battere ed essa si risveglia, come dopo un lungo sonno, pronta a riprendere le sue attività. Questo fenomeno appare all’uomo straordinario: perché questa rana è uno dei pochissimi vertebrati al mondo che possiede la capacità di congelarsi e successivamente scongelarsi!

Considerato che l’uomo da anni effettua studi sulla possibilità, anche per il genere umano, di avvalersi di una simile possibilità, il meccanismo utilizzato da questa rana risulterebbe estremamente utile per le possibili, future applicazioni sul corpo umano. Applicazioni che, in campo medico, risulterebbero utilissime, come l'ibernazione e la crioconservazione di organi per trapianti, la cui conservazione, oggi, risulta difficile da posporre nel tempo.  

Si, amici, se un giorno, forse non lontano, gli organi umani potranno essere conservati a lungo termine per i trapianti, e potranno quindi essere custoditi in vere e proprie banche, il merito sarà proprio di queste rane boschive, che popolano l’intero Canada e la parte settentrionale degli Stati Uniti. Come lo sarà anche, se un giorno per ora molto remoto, gli uomini potranno essere ibernati e riportati in vita in epoche successive. Le ricerche continuano senza sosta anche in Italia, dimostrate anche dai recenti esperimenti compiuti su topi e maiali.

Il ricercatore John Costanzo dell’università di Miami nell’Ohio, ha affermato che è essenziale arrivare a capire il funzionamento del particolare “paraflu naturale” di cui sono dotate queste rane, che riesce a ridurre il loro metabolismo al minimo, o addirittura lo sospende. A differenza degli embrioni, che sopravvivono anche due anni, gli organi umani possono essere conservati col ghiaccio - ma non congelati - solo poche ore: 48 al massimo un rene, 4 un cuore. «Se riuscissimo a fare come le rane boschive - ha commentato Costanzo - ci si aprirebbero nuove frontiere». Si potrebbero trapiantare organi dopo mesi o almeno settimane. Si potrebbero fermare un cervello colpito da ictus o il cuore di un infartuato e operare su di essi, e poi «resuscitare» i pazienti. Oppure, pensate, ibernare una persona e risvegliarla anni dopo!

Cari amici, arrivare a comprendere questo particolare fenomeno, che è un vero e proprio "miracolo biologico", significa, ancora una volta, prendere atto delle straordinarie capacità della natura, che l’uomo – per ora - conosce solo in minima parte!

A domani.

Mario

domenica, luglio 20, 2025

UNA RECENTE,INTERESSANTE SCOPERTA: DUE ERBE AROMATICHE – SALVIA E ROSMARINO - POTREBBERO DARCI UNA MANO PER CURARE L'ALZHEIMER.


Oristano 20 luglio 2025

Cari amici,

Che le erbe aromatiche, quelle che di norma usiamo tutti i giorni in cucina, nascondano dei meravigliosi segreti capaci di darci, oltre che un miglior sapore ai cibi, anche un efficace rimedio contro certi mali che ci affliggono, è una grande realtà. Se prendiamo, per esempio, la SALVIA e il ROSMARINO, queste in realtà nascondono un segreto per combattere efficacemente l’Alzheimer, una malattia che colpisce la memoria e le funzioni cerebrali.

Il rosmarino, amici, è un’erba da sempre legata alla memoria. Shakespeare stesso, nell’Amleto, fa dire a Ofelia: «Ecco il rosmarino, è per il ricordo». Oggi, questa antica conoscenza trova un'ulteriore conferma scientifica alle antiche intuizioni dei nostri avi. Si, amici, nel Rosmarino e nella Salvia, è presente, in entrambe, l’acido carnosico, un composto che risulta capace di contrastare l’Alzheimer. È questa una malattia che costituisce la principale causa di demenza nel mondo (ne soffrono sei pazienti su 10, il 60% circa dei 55 milioni di casi attualmente registrati), ed è caratterizzata da un’infiammazione cronica che accelera il declino cognitivo.

Amici, recenti i studi su queste due piante hanno messo in luce che l’acido carnosico ha delle eccellenti proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, capaci di rallentare alcuni danni che subisce il nostro cervello. Certo, senza illudersi troppo, pensando che sia sufficiente aggiungere rosmarino o salvia ai piatti per ottenere questi effetti! Gli studiosi che hanno effettuato la ricerca, però, sono convinti di essere sulla strada giusta, essendo già riusciti a creare, dai contenuti di queste due piante, un composto speciale che potrebbe diventare un futuro farmaco.

Ecco l’interessante esperimento, effettuato dagli scienziati operanti presso lo Scripps Research Institute di San Diego - California, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Antioxidants. Analizzando a fondo l’acido carnosico, gli scienziati ne hanno creato una versione modificata, chiamata diAcCA, e l’hanno testata su topi con sintomi simili all’Alzheimer. I risultati sono apparsi subito promettenti: i topi trattati hanno mostrato una memoria migliore e un aumento delle connessioni tra le cellule cerebrali, essenziali per il pensiero e l’apprendimento. Inoltre, il composto ha ridotto l’infiammazione nel cervello, un problema comune nella malattia, e ha diminuito l’accumulo di sostanze dannose che danneggiano i neuroni.

Amici, i numerosi studi precedenti sull’Alzheimer avevano già appurato le potenzialità dell'acido carnosico, il composto presente nel rosmarino e nella salvia, ma ora questo nuovo test è riuscito a stabilizzarlo e a ricavarne un derivato maggiormente biodisponibile. Ecco che cosa è successo durante la sperimentazione. Gli studiosi, sapendo che l’acido carnosico risultava alquanto instabile, cosa che ne aveva finora impedito l’uso come farmaco, ne hanno studiato una variazione stabilizzante.

Per ovviare a questo limite di instabilità, come accennato prima, il Team di scienziati del Scripps Research Institute di San Diego, in California, è riuscito a sviluppare una forma più stabile della molecola, chiamata diAcCA, che nell’intestino si trasforma completamente in acido carnosico prima di essere assorbita nel sangue. Questa nuova forma più stabile ha permesso di raggiungere livelli terapeutici di acido carnosico nel cervello, migliorando la memoria e aumentando la densità delle sinapsi, ovvero le importantissime connessioni tra le cellule nervose.

Amici lettori, gli scienziati hanno fatto di certo un’ottima scoperta, anche se, nonostante i progressi, la strada per un trattamento umano è ancora lunga. I test sui topi sono solo il primo passo. Ora i ricercatori stanno verificando la sicurezza di diAcCA con ulteriori esperimenti sugli animali, valutando diversi dosaggi e il suo comportamento nel tempo. Se questi studi avranno successo, si passerà a test clinici su persone sane per confermare che il composto non causi effetti collaterali. Solo dopo si potranno fare prove su pazienti con Alzheimer per verificarne l’efficacia.

Cari amici, certo, la strada è lunga, ma la mia convinzione è positiva anche su questo futuro farmaco: in natura c’è tutto ciò che serve per curare i mali dell’uomo! Un motivo in più per rispettarla e amarla, anziché distruggerla, come spesso facciamo!

A domani.

Mario