giovedì, febbraio 11, 2016

COME RIPORTARE IL VERDE IN CITTÀ? … RICICLANDO! ROTTERDAM, CITTÀ ALL’AVANGUARDIA, INAUGURA IL PARCO GALLEGGIANTE!

Oristano 11 Febbraio 2016
Cari amici,
che le città siano sempre più inquinate, che gli agglomerati urbani siano sempre più tristemente tecnologici tanto da aver “dimenticato” che anche l’uomo che vive in città ha necessità, per una vita di qualità, di avere a disposizione un po’ di verde, è purtroppo vero! Se fino a pochi decenni fa anche nelle metropoli resisteva una parvenza di quel verde che in precedenza serviva almeno a “ricordare” la vita del passato, ben diversa da quella odierna “in scatola”, trascorsa all’interno di giganteschi grattacieli, funzionali sì ma aridi come un deserto. Questa desertificazione, che ha privato l’uomo del contatto con la natura, ha creato solo alienazione, trasformandolo in una specie di robot, senz’anima.
Eppure, in un mondo ormai votato alla tecnologia sempre più spinta, qualche superstite “animo gentile” è sopravvissuto e, pur non rifiutando il progresso tecnologico, ha cercato di conciliare presente e passato, proponendo soluzioni possibili per riportare un importante spicchio di verde nelle città soffocate dal cemento. Non in tutte, ovviamente, ma almeno in quelle poste a ridosso di corsi d’acqua, se si vuole, un bel rimedio può essere trovato. In una città del Nord Europa, per esempio, c’è chi, rimboccandosi le maniche, ha dato il via ad una interessante iniziativa che volendo potrebbe essere presto imitata: questa città è ROTTERDAM, in Olanda. Posta sul mare (ha uno dei porti più importanti del mondo), alla foce del fiume Mosa, è oggi protagonista di un’iniziativa non solo interessante ma che io reputo addirittura straordinaria.
Rotterdam si appresta ad inaugurare un particolare parco, che non poggia sulla terraferma ma è galleggiante: sull'acqua! L’idea, assolutamente innovativa, è della Recycled Island Foundation e si basa su due importanti obiettivi: liberare dalla grande quantità di plastica uno dei più importanti affluenti della Mosa e del Reno e allo stesso tempo creare un “parco urbano” diverso dai soliti: galleggiante sull’acqua e quindi senza sottrarre terreno alla città. Il Comune, in collaborazione con la Whim architecture e Wageningen University (Wur), sta portando avanti l’idea di questo particolare parco, partendo dal recupero di tutta la plastica recuperata dal letto del fiume, che, dopo un accurato vaglio da parte degli operatori dell’Università di Wageningen, viene “riciclata”. In che modo?
Questa plastica diventa il prodotto base per il confezionamento di blocchi esagonali galleggianti di svariate dimensioni che, uniti insieme, formano un grande pavimento alberato; questi blocchi daranno vita, “faranno da nido”, a degli innovativi giardini modulari, talmente resistenti da poter ospitare anche alberi d’alto fusto, oltre a numerose altre specie acquatiche. Insomma, cari amici, Rotterdam inaugura un nuovo tipo di “parco urbano”, costituito da grandi piattaforme galleggianti nel cuore della città, dove poter passeggiare come in un parco su terra, ridando alla citta quel verde scomparso di cui l’uomo ha sempre più bisogno.
Un’idea semplice e intelligente quella della Recycled Island Foundation: capace non solo di creare un innovativo parco messo a disposizione della cittadinanza, ma anche di risolvere l’annosa questione del riciclo del materiale plastico sempre più abbondante, un materiale sicuramente utile ma decisamente poco ecologico. La plastica, come sappiamo, è infatti responsabile delle morti per asfissia di molti esemplari della fauna ittica, che si registrano ogni anno in gran numero in tutti i laghi, mari e fiumi nel mondo.
Le belle idee, come sappiamo, sono particolarmente contagiose. Sempre a Rotterdam il visual artist Jorge Bakker, colombiano di nascita e olandese d’adozione, ha ideato “La bobbing forest”, una specie di bosco che galleggia sull’acqua; è un progetto chiamato “In search of habitus”, ovvero una rappresentazione urbana della connessione di habitat differenti, tra uomo e natura. Grazie alla collaborazione di Jeroen Everaert, artista del collettivo Mothership e Britherhood, Anne van der Zwaag, storica dell’arte e Jurgen Bey, designer danese, sta prendendo vita questa sperimentazione, unica nel suo genere in tutta Europa: un intervento di “urban art” applicato all’ecologia nel cuore della città di Rotterdam.
Posizionato in un’ansa del porto di Rotterdam, a Rijnhaven, presso Katendrecht e South Bank, prende vita, dunque, uno spazio fluttuante e libero, fino al mare del Nord, che ospita alberi e talee dove inizia a sorgere la Bobbing forest. Il bosco acquatico ‘prende vita’ grazie al riciclo delle vecchie boe di segnalazione, che venivano utilizzate per separare le zone di traffico portuale nell’epoca in cui il porto era ancora vitale. Al loro interno verranno impiantati numerosi alberi d’alto fusto, ormai assenti dagli spazi metropolitani. La Bobbing forest è in lizza per partecipare alla riconversione verde della città, che per il 2020 vuole dimezzare le emissioni di CO2, attraverso programmi di agricoltura urbana e roof gardening.
Cari amici, questi progetti di “recupero”, sia dell’habitat urbano che della plastica, croce e delizia dell’età moderna, sono sicuramente importanti. Creare le condizioni per ‘riciclare’ quanto più possibile, significa evitare l’inquinamento sempre più spinto, e in questo caso, la plastica, da rifiuto diventa prodotto utile per creare luoghi di ristoro per l’uomo e anche rifugio per numerosi animali, come molluschi, pesci ed uccelli migratori, oltre che far crescere un maggior numero di piante per il nostro benessere. Grazie a questa idea, la plastica non sarebbe dunque sinonimo di morte ma di nuova vita, sia in superficie che sott’acqua, ospitando alghe e altre specie vegetali acquatiche.
Credo molto in questa iniziativa, con la speranza che l’innovativa tecnica costruttiva venga adottata in molte altre città, ovunque ce ne sia bisogno; il Recycled Park mi auguro possa rappresentare un esempio di rispetto e di salvaguardia dei corsi d’acqua e di tutti i bacini idrici del pianeta: le aree verdi che ne deriveranno saranno di sicuro non solo gradite dagli abitanti che ne usufruiranno, ma contribuiranno certamente a creare le condizioni per migliorare la salute di tutto il nostro pianeta.
A domani.

Mario

mercoledì, febbraio 10, 2016

I JEANS: DA ANTICO ABITO DA LAVORO A CAPO D’ALTA MODA. LA LUNGA STORIA DEL “PANTALONE” PIÙ FAMOSO AL MONDO.

Oristano 10 Febbraio 2016
Cari amici,
I jeans hanno davvero una lunga storia da raccontare. Chi pensa che siano nati in America, moderna e indiscussa patria del capo d’abbigliamento più famoso al mondo, si sbaglia: il forte e resistente tessuto di cotone con cui sono confezionati era già noto nel Medioevo in Europa. Le prime stoffe provenivano dalla Francia, precisamente da Nimes (città ricordata anche dalla marca di jeans Denim), fabbricate per essere utilizzate come telo protettivo per le mercanzie che allora viaggiavano in gran parte per via marittima ed anche per confezionare le vele. La stoffa, infatti, era di cotone molto resistente, duraturo e facilmente lavabile, dal caratteristico colore blu dovuto alla tintura del filo di ordito con l’indigo (l'indigo è una sostanza colorante estratta da un pianta, l'indigofera, che in virtù della sua spiccata colorazione blu elettrica veniva utilizzata per tingere le stoffe).
Il passaggio dell’utilizzo di questa stoffa dal confezionare teli per i viaggi via mare a quella per la creazione di capi d’abbigliamento, fu abbastanza breve: già nell'800 i marinai genovesi iniziarono ad utilizzare questa stoffa, dotata di grande resistenza, per confezionare abbigliamento adatto al loro duro lavoro. Anche il termine jeans è di derivazione genovese: prende nome dalla città di Genova, e da allora quel termine servì ad indicare quei pantaloni da lavoro utilizzati per primi dagli scaricatori del porto ligure. Le qualità di questo tessuto, così forte e comodo per confezionare abbigliamento, fecero sì che presto questa stoffa si diffuse nella vecchia Europa, sempre nel campo dell'abbigliamento da lavoro, ma non solo: con l’emigrazione nel Nuovo Mondo varcò il mare, approdando felicemente negli Stati Uniti.
Furono i cercatori d’oro alla fine dell’800 ad utilizzare per primi i pantaloni confezionati con questo robusto tessuto. Quando poi il 20 Maggio del 1873 il commerciante tedesco Levi Strauss e il sarto lituano Jacob Davis brevettarono negli Stati Uniti dei pantaloni di cotone robusto, a 5 tasche, con rivetti metallici chiamati semplicemente “overalls”, la sua diffusione si estese enormemente, contagiando tutti gli Stati e le professioni. Utilizzati da cercatori d’oro, minatori, mandriani e contadini, gli overalls erano ricercatissimi: di foggia ampia e pesanti, servivano a coprire gli indumenti quando si era al lavoro; costavano 3 dollari l’uno, cifra che corrispondeva alla paga media di tre giorni di un operaio. L’etichetta con due cavalli che tirano un paio di jeans era la perfetta interpretazione del concetto di resistenza.
Negli anni ’20 del secolo scorso i jeans, da puro abbigliamento di fatica si evolvono, imponendosi negli Stati Uniti come indumento comodo, da indossare nel tempo libero. Nel 1935 viene lanciato il primo jeans da donna e nel 1943 Harper’s Bazar fotografa uno scamiciato in jeans da portare sui vestiti come comodo grembiule da cucina. La moda si sa è sempre molto contagiosa, e ben presto varcò il mare: dall’America raggiunse l’Europa, tornando dove i jeans erano partiti. Nel nostro continente i jeans made in USA arrivarono alla fine della Guerra con le truppe americane di liberazione, conquistando subito il pianeta giovani, che apprezzarono molto quel capo. I primi Levi’s d’importazione vennero commercializzati da noi a partire dal 1959.
Questo, però, non significava che i vecchi pantaloni da lavoro, testati per primi dai marinai di Genova, nel Vecchio Continente fossero scomparsi. Qualche tipo di jeans autenticamente nostrano aveva continuato a circolare anche in Europa. In Francia, la giovane imprenditrice Rica Levy aveva fondato nel 1928 quella che sarebbe diventata poi la Rica Lewis. All’inizio nella sua azienda venivano confezionati capi d’abbigliamento (anche in denim) per le Forze Armate, poi, dal 1945, si fecero anche i jeans. In Inghilterra i Lee Cooper comparvero nel 1937, ma il marchio è presente già dal 1908. A incentivare da noi la diffusione dei jeans fu paradossalmente proprio la penuria di stoffe che si era verificata nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
E’ a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che la moda dei jeans si impone in Italia grazie all’arrivo di numerose pellicole del cinema hollywoodiano, ad icone del Western come Gary Cooper o John Wayne, ed ai grandi miti del cinema americano come James Dean. Durante la contestazione giovanile del ’68, la gioventù “hippy” nostrana, ne fece una divisa che identificava gli spiriti anticonformisti, simbolo di una gioventù ribelle, che con i jeans contestava la moda e il pensiero corrente. Negli anni dal 1975 al 1985 ci fu un periodo di oblio, che coincise con il crollo dei valori che avevano accompagnato le rivolte studentesche. La ripresa arrivò nel 1989, con la crisi del sistema sovietico: il mercato dei Paesi dell’est si aprì in maniera ufficiale ai jeans, insieme con i mercati asiatici e africani, ridando impulso e vigore a quel capo d'abbigliamento blu a 5 tasche.
Da simbolo della contestazione a capo d’alta moda il passo è stato breve. Complice la ‘globalizzazione’ i jeans diventano quell’abbigliamento che, contrariamente a quello “differenziato per classi sociali”, assolve il compito di diventare un capo unico assolutamente indifferenziato e omogeneo, cioè uguale per tutti: trasversale e valido per tutte le classi sociali e tutte le età. Un capo utilizzato con la stessa disinvoltura dalle star del cinema e dello spettacolo, dal dirigente della multinazionale, e dall’operaio, dal professore e dallo studente. Addirittura unisex, valido sia per uomo che per donna. Una vittoria straordinaria, diventando l’abbigliamento trans-nazionale per eccellenza.
Cari amici, osservando sia in una grande città che in un piccolo paese la gente che ci cammina intorno, se dovessimo contare quanti indossano i jeans e quanto no, potremmo davvero prendere atto che la stragrande maggioranza di quelli che vediamo li indossa. Una grande vittoria per quei comodi pantaloni a “Cinque tasche”, nati come abbigliamento da lavoro! Non importa che siano larghi o stretti, a vita bassa o elasticizzati (indossati come una seconda pelle), che siano portati da maschi o da femmine, da ragazzi o persone anziane, sono Jeans!
Prima di chiudere un’ultima curiosità. Abbiamo parlato dei jeans, nati con le 5 tasche, moda che nel tempo non è mai cambiata. Quanti sanno a cosa serviva quel piccolissimo taschino (oggi praticamente inservibile) cucito poco sotto la cintura sul davanti? Ai curiosi che hanno fatto la domanda ha risposto la Levi’s, una popolare azienda che li produce. La quinta tasca, ha risposto, ha origine nel 1873 ed è nata per contenere l‘orologio da tasca con catena (in modo che non potesse rovinarsi); una leggenda afferma anche che quel taschino era un ottimo ripostiglio per nascondere le pepite d’oro! Oggi, considerato che quel taschino è rimasto sempre al suo posto, l’uso che chi indossa i jeans ne fa risulta decisamente diverso: c’è chi lo usa per riporre l’accendino o la scatola dei fiammiferi e chi, invece, lo utilizza per nascondere piccoli oggetti (anche i preservativi). Le esigenze cambiano…ma le 5 tasche…sono rimaste!
Ciao, amici, a domani.

Mario

martedì, febbraio 09, 2016

GENERAZIONE DIGITALE? ARRIVA A SCUOLA LA RIVOLUZIONE INFORMATICA. CON “LA BUONA SCUOLA” SI CERCA DI FORMARE LE NUOVE GENERAZIONI, NATE DIGITALI.

Oristano 9 Febbraio 2016
Cari amici,
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, attraverso il Piano Nazionale Scuola Digitale intende attuare quella riforma che il Governo, per riposizionare la scuola italiana nella società dell’informazione e della tecnologia, ha previsto con l’emanazione della Legge 107/2015, meglio nota come legge della "Buona Scuola". A sentire il Governo la riforma è un pilastro fondamentale del rinnovamento scolastico: fissa le priorità e le azioni da svolgere, stabilisce l’importo degli investimenti, dopo aver recuperato le risorse necessarie. Apparentemente la riforma non è un progetto calato dall’alto, in quanto intende operare in modo collaborativo: creare le nuove opportunità che la scuola richiede attraverso una continua collaborazione tra Ministero, Regioni, ed Enti locali, promuovendo un'alleanza capace di innovare concretamente la scuola italiana.

Per varare questa riforma epocale Renzi ha inteso mettere in atto una profonda trasformazione culturale, che, partendo dalla scuola, possa coinvolgere pienamente anche le famiglie, sia quelle dislocate nei centri urbani più affollati che quelle delle periferie più isolate. Sarebbe banale pensare che un piano così complesso, per poter “cambiare verso” alla scuola di oggi, si potesse limitare all’inserimento nelle classi semplicemente della nuova tecnologia! Questa è solo una parte, certamente importante del rinnovamento, ma per introdurre variazioni complesse è necessario ben altro: per esempio “ripensare ex novo” la didattica, gli ambienti di apprendimento, le modalità di istruzione degli studenti, la formazione dei docenti, dando vita ad un nuovo “schema rivoluzionario”, capace di mandare in soffitta il vecchio sistema educativo, sostituendolo completamente.
Centrare l’obiettivo di una riforma reale, promuovendo e diffondendo il cambiamento nella scuola, necessita di un epocale cambio delle metodologie didattiche in uso, aprendosi senza remore all'uso del digitale sia da parte dei docenti che degli alunni, senza scordare le famiglie. L'Italia, rispetto alla maggioranza dei Paesi europei, è in ritardo per quanto riguarda l'uso dei mezzi digitali all'interno delle scuole. Lo rivela una ricerca dell'Ocse. Nello studio relativo al Piano nazionale italiano per la Scuola Digitale, presentato a Roma al Ministero dell’Istruzione, è emerso chiaramente che nell’uso della tecnologia a scuola siamo in ritardo rispetto alla maggioranza degli altri Paesi: nel 2011 solo il 30% degli studenti italiani di terza media utilizzava le ICT (Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione) come strumento di apprendimento durante le lezioni di scienze, rispetto a una media del 48% negli altri Paesi dell’Ocse.
L’indagine ha rilevato che nelle scuole elementari c'è mediamente un computer ogni 15 bambini: circa uno per classe, o poco più. Alle medie un PC ogni 11 studenti, mentre alle superiori se ne conta uno ogni 8 ragazzi. Inoltre, solo in un'aula su cinque delle scuole italiane è installata la LIM, la Lavagna Interattiva Multimediale, che 8 scuole su dieci sono connesse a Internet, ma solo in metà delle classi si ha l'accesso alla rete. Ora, col varo della Legge 107/2015, si spera che anche l’Italia possa avvicinarsi alle più alte medie registrate negli altri Paesi.
Insomma, cari amici, la svolta sembra vicina anche da noi: potremo dire, se tutto funzionerà per il meglio, che anche i nostri ragazzi cambieranno modo di apprendere facendo continua ricerca (con Internet è possibile), dichiarando una volte per tutte la fine del nozionismo statico. A parole sembra tutto facile, ma per attuare una riforma così complessa, non basta certo dotare le classi di lavagna interattiva e usare i tablet al posto dei libri: la rivoluzione digitale nella scuola si può attuare solo se oltre a Internet e ai tablet, la riforma verrà completata con il forte coinvolgimento del corpo docente, con l’adozione di moderne metodologie didattiche, integrate dalle nuove tecnologie. In parole povere si tratta di mandare in soffitta la vecchia lezione frontale, trasmissiva ed enciclopedica, sostituendola con quella che coinvolge attivamente e non passivamente gli studenti.
Sarebbe sicuramente una rivoluzione epocale: l’applicazione di questa “didattica nuova”, fatta di costante ricerca e di "scoperta in tempo reale" fatta dagli studenti, che passerebbero da uno studio passivo e poco motivante ad uno molto più vero e coinvolgente, di maggiore soddisfazione, sia per chi studia che per chi insegna. Perché ribadisco che tutto questo sarebbe una rivoluzione epocale? Perché il Pianeta Giovani, ben più noto come “Generazione Digitale”, rifiuta il vecchio concetto nozionistico calato dall’alto, essendo in possesso di quelle nuove competenze tecnologiche che a noi invece sono poco note. I nativi digitali, che hanno ‘succhiato latte e computer’, hanno acquisito una tale dimestichezza con i nuovi strumenti tecnologici, in quanto questi hanno permeato tutti gli ambiti della loro vita fin dalla nascita: dai giochi infantili fino alle relazioni sociali adolescenziali! Ecco il motivo per cui a loro sta stretta la vecchia scuola nozionistica calata dall'alto, che rifiutano per pretendere una nuova scuola più consona, quella dell’innovazione costante, portata avanti da loro insieme ai docenti, "scuola di apprendimento nuova", scuola del talento e della creatività senza confini.
Cari amici, credo che la strada intrapresa vada nella giusta direzione, e porterà certamente buoni frutti se applicata in modo corretto. Abbandonato il nozionismo gli studenti, novelli Indiana Jones, si trasformeranno, da insipidi e annoiati studenti in “ricercatori attivi”, veri esperti curiosi, protagonisti delle scoperte portate avanti con i docenti in modo paritario. Il fatto poi che ogni singola ricerca, il più delle volte portata avanti in gruppo, sia immediatamente disponibile (nello spazio e nel tempo), consente un maggior dialogo di squadra con gli altri ragazzi, contribuendo a formare “gruppi di lavoro” coesi (docente compreso), per l’ottenimento del miglior risultato.
Ben venga, dunque, la Buona Scuola, quella dei fatti, però, non delle belle parole!
A domani.

Mario

lunedì, febbraio 08, 2016

SARTIGLIA 2016: ORISTANO FA RIVIVERE NEL PALAZZO GIUDICALE LA CORTE DEGLI ARBOREA.

Oristano 8 Febbraio 2016
Cari amici,
La Sartiglia 2016 sarà certamente ricordata più delle altre: nell’edizione di quest’anno ai festeggiamenti consueti si aggiunge una brillante iniziativa: quella di attrezzare l’ex Reggia degli Arborea, ubicata in Piazza Manno, facendo rivivere agli oristanesi ed ai numerosi turisti presenti in città uno spicchio della vita dei tempi del Giudicato. Iniziativa che ha colpito nel segno, in quanto un crescente numero di visitatori, in particolare giovani, si sono riversati all’interno dello storico palazzo (per molti anni trasformato in penitenziario) per visitare i locali un tempo dimora della Corte del casato degli Arborea, declassato e e vilipeso nei secoli successivi diventando sinistro luogo di detenzione, fortunatamente ora abbandonato.

La città ha mostrato di gradire questo ideale, storico “ritorno al passato”, grazie anche al sapiente allestimento della mostra che all’interno dell’ex carcere (che ancora mostra la sua sinistra presenza con la lunga fila di celle, dimora per molto tempo di generazioni di carcerati), ha cercato in modo intelligente di riportare in quelle antiche mura i fasti (senza dimenticare anche le crudeltà) del periodo giudicale. Grazie alla consulenza storica di Pupa Tarantini, al grande impegno di Marinella Foddis, che dirige la società EventOR, supportate da un piccolo gruppo di appassionati (Annamaria Flore, Barbara Contini, Caterina Marras, Gianni Foddis, Bruno Atzori, Elisa Monica Magario) e la collaborazione di Franco Cuccu, del Gruppo storico di Antonio Bandino di Sanluri e, come sponsor, dell’Ente Foreste della cantina Contini, si è realizzata una fedele ricostruzione di uno spaccato della vita medioevale nella Corte degli Arborea.
Al visitatore curioso, dopo aver varcato l’ingresso ben adorno di vessilli con i colori della città bianchi e rossi, si mostrava il "mercato medievale" (Ruga Mercatarum), dove diversi artigiani con i vestiti dell’epoca erano intenti a svolgere gli antichi mestieri; nell’ampio salone più avanti una fedele ricostruzione della Sala delle Udienze dei Giudici, ricreava l’antico fascino medioevale, completato dalla sala d’Armi (pezzi originali) e dalla temibile camera delle torture, che mostrava le terribili macchine all’epoca utilizzate (quelle mostrate erano originali dell’epoca), capaci ancora oggi di incutere paura e terrore.
Un folto gruppo di giovani, ragazzi e ragazze in costume d’epoca, si mostrava ai visitatori danzando di fronte al trono di Eleonora, e muovendosi al suono di musiche del passato, mentre baldi giovani con spada e corazza mimavano duelli, tristi reminiscenze delle lotte del passato. Era in ritorno indietro nel tempo: un osservatore attento poteva quasi scordare la finzione, per calarsi in una realtà quasi palpabile, dati i bellissimi costumi, le armature e tutto il resto, che contribuiva a ricreare un’atmosfera credibile.
La presenza di tanti oristanesi e di numerosi turisti mostrava chiaramente la validità dell’iniziativa che certamente rafforza il forte desiderio degli oristanesi di riappropriarsi, opportunamente valorizzata, dell’antica Reggia arborense, una delle poche testimonianze del passato sopravvissuta alle distruzioni fatte nei secoli scorsi. L’ex carcere di Piazza Manno deve tornare alla città: Oristano merita di mostrare con orgoglio il suo passato giudicale, quando la città poteva essere considerata, senza ombra di dubbio, la capitale dell’Isola, governata da una Eleonora che, con la sua “Carta de Logu” mostrava, con grande lungimiranza, di essere capace di dare ai popoli regole giuridiche moderne e all’avanguardia.
Il grande successo dell’iniziativa “Vivere alla Corte degli Arborea”, merita un plauso da parte di tutti gli oristanesi, che si augurano possa essere la prima di una bella serie, fino a portare al ripristino (per farne un museo giudicale perenne) di quell’antico luogo che vide gli Arborea dare grande luminosità ad Oristano ed a tutta la Sardegna.
Amici, lo spero davvero! A domani.

Mario 

domenica, febbraio 07, 2016

LINGUAGGIO SCRITTO E PARLATO. SI SCRIVE COME SI PARLA O IN MODO DIVERSO? PARLARE E SCRIVERE: DUE PERCORSI DIVERSI.



Oristano 7 Febbraio 2016
Cari amici,
l’altra mattina, passando nella redazione del giornale con cui collaboro, ho fatto due chiacchiere con il Vice Direttore. Non essendoci niente di particolare di cui parlare, ad un certo punto mi dice: “hai visto che nell’ultimo ‘pezzo’ ho tagliuzzato qualche ridondanza, che mi sembrava esagerata, spero non ti dispiaccia”. Gli ho subito risposto di no, anzi gli ho confermato che apprezzavo sempre i suoi consigli in quanto, arrivato ad occuparmi della comunicazione abbastanza tardi (dopo aver speso la mia vita a fare altro), ne avevo sicuramente necessità.
Credetemi, davvero non me la sono presa: il mio rapporto con Lui è franco e mai formale, mai di facciata, però quel pesante vocabolo ridondanza, anche dopo che ci siamo lasciati continuava a martellarmi in testa. Rientrando a casa pensai subito che certe cose vanno affrontate di petto, metabolizzate: andavo maturando in effetti la decisione di scrivere un ‘pezzo’ proprio sull’argomento. E così è stato, con la speranza che anche per Voi che mi leggete, l’argomento possa essere di Vostro interesse.
Inizio la riflessione partendo proprio dal significato di ridondanza. Rileggendo il termine nell’Enciclopedia Treccani, per ridondanza troviamo: “Nella teoria della comunicazione, eccesso in un messaggio di elementi significativi e di informazioni rispetto allo stretto necessario per la corretta comprensione e la ricezione del messaggio stesso; si ricorre alla ridondanza nelle telecomunicazioni, per aumentare la probabilità di un’esatta ricostruzione del messaggio anche in presenza di disturbi o rumori”, mentre “in linguistica, il termine è inteso come mancanza di contenuto informativo specifico in uno o più elementi di un testo orale o scritto, per cui quegli elementi risultano superflui (o ridondanti). Nella critica letteraria, presenza, in un testo, di elementi stilisticamente ricercati che risultano esclusivamente formali ed esornativi”.
Stante questi concetti possiamo affermare che se nel linguaggio corrente, parlato, una certa ridondanza può essere accettabile, spesso anche necessaria per ribadire il concetto espresso a voce, nel linguaggio scritto, invece, la ridondanza spesso appare pretenziosa e formale, non necessaria, capace solo di ‘ornare’, senza nulla aggiungere al significato. Devo dirvi, in tutta sincerità (per quanto ciascuno di noi eviti fin che è possibile di colpevolizzarsi) che il ‘pizzico’ del Vicedirettore in effetti un po’ mi aveva toccato, in quanto, non lo nascondo, spesso amo nelle mie descrizioni di fatti o avvenimenti, usare molti più aggettivi e ripetizioni di quanto normalmente necessario.
Cari amici, credo che arrivato alla mia non più verde età, sia riuscito a conoscermi abbastanza bene, per cui sono ben conscio dei miei difetti. A dirla tutta, è vero, amo essere ‘abbondante’ nelle descrizioni per almeno due ragioni: una è quella che da sempre vivo gli avvenimenti con grande intensità emotiva e quindi cerco di trasmettere (a modo mio) questa sensazione agli altri, e per farlo oso abbondare, sia parlando che scrivendo, diventando quindi ridondante; la seconda è che sono da sempre dotato di una memoria che io definisco ‘fotografica’. Mi spiego meglio. Quando, scrivendo i miei libri, nel riportare diversi avvenimenti del mio passato relativi anche a molti anni fa, la mia mente rivive i fatti raccontati come se fossero stati messi a fuoco in quel momento da una macchina da presa ad alta risoluzione: nella mia mente quei fatti hanno i colori, gli odori e i sapori originali; è un ripercorrere oggi quei sentieri del passato, con la stessa intensità di allora, come in un film in technicolor.  
Ecco allora da cosa scaturisce la mia voglia di ridondanza: un modo per cercare di far partecipi anche gli altri di questo mio sentire e, per farlo, ecco l’utilizzo di numerosi aggettivi, di ripetizioni, di rafforzativi, tutti messi lì, uno dietro l’altro, con l’unico scopo di illuminare, di rendere edotto, di "portare" il lettore su quel fatto, anche emotivamente. Certo, per alcuni questa mia ridondanza è solo retorica. Non è la prima volta che qualcuno, dopo aver letto un mio libro, mi dice: Mamma mia, quanto sei retorico, non comprendendo, però, il vero motivo per cui io ho preferito abbondare!
Insomma, cari amici, essere (spero nel modo corretto) retorici o ridondanti, anche se ci fa prestare il fianco a qualche critica, non credo possa essere considerato negativo; la retorica (quella vera), cioè l'arte che studia le proprietà del discorso, di negativo ha ben poco. Secondo la tradizione la retorica ‘studia il discorso’, in particolare i temi e gli argomenti (inventio), la disposizione delle parti (dispositio) e la scelta e la disposizione delle parole (elocutio). In parole povere, per retorica vengono intesi tutti quegli artifici che ci consentono di esprimerci meglio, soprattutto ci consentono di far capire, nel modo più intenso, ciò che abbiamo voluto esprimere con le nostre parole.
Per chiudere questa mia riflessione (spero che da Voi non venga ritenuta ridondante…) voglio ribadire ancora che parlare e scrivere non sono la stessa cosa, in quanto seguono percorsi linguistici differenti. Ripetere, rimarcare in un discorso orale il concetto espresso, è ritenuto quasi normale (forse per questo motivo è stato coniato il detto Verba volant, scripta manent), mentre quanto scritto può essere compreso meglio dal lettore rileggendo, anche più volte il testo. Ciononostante resto convinto, come ho spiegato prima, che anche nello scrivere la ripetizione di un concetto può essere d’aiuto al lettore. Si, perché scrivere con passione significa voler trasmettere con forza, con la massima intensità, questo suo sentire a chi legge, anche col rischio di essere...ridondante!
Grazie, amici, a domani.
Mario