domenica, dicembre 25, 2022

QUANDO L’AMORE NON FINISCE MAI: LA STORIA DI UN AMORE INFINITO. ECCO PER VOI UN FRAMMENTO DEL MIO LIBRO “MARIEDDU”


Oristano 25 dicembre 2022

Cari amici,

Oggi è il giorno di NATALE, un giorno straordinario, nel quale celebriamo la nascita del nostro Salvatore, Gesù Cristo. Figlio terreno di una madre scelta da Dio, il grande costruttore dell’Universo, di una grandezza infinita, ci detta le regole della nostra vita! Ebbene amici, nel fare gli AUGURI a tutti Voi, oggi colgo l’occasione per riportare un piccolo frammento del mio libro “MARIEDDU”, storia della mia infanzia di "figlio della guerra", storia della mia prima formazione, dove mia madre ha avuto un ruolo straordinario, da grande protagonista. Ecco come la voglio ricordare. Mario.

Quand’ero ancora un ragazzo mi piaceva molto questa poesia: “Non sempre il tempo la beltà cancella o la sfioran le lacrime e gli affanni; mia madre ha sessant'anni, e più la guardo e più mi sembra bella! Oggi che è NATALE è con grande commozione che nella mia mente e nel mio cuore affiorano i ricordi del passato, e rivedo la mia dolce mamma che, senza mai mollare, seppure carica di problemi, ha svolto nei miei confronti il suo ruolo di mamma in maniera straordinaria. Se oggi sono quello che sono, è merito suo: è lei che mi ha costruito, pezzo per pezzo! Oggi mi rivedo nella nostra povera casa insieme a lei: io ragazzo esuberante e lei, sempre con il sorriso sulle labbra nonostante le fatiche, a seguirmi ed educarmi. Sono certo che anche oggi Lei è accanto a me e da lassù mi sorride come una volta, quando guardandomi con immenso amore, mi insegnava a vivere nel modo giusto. Ecco per Voi, amici, un frammento del mio libro, dove parlo di lei.  

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Vestivo di blu… (non alla marinara) all’atelier di una donna straordinaria: mia madre.

Questo è l’ultimo dei “flash” estrapolati dalla ‘cassaforte’ dei miei ricordi. Ricordi che, per le ragioni esposte nell’Introduzione al racconto, ho voluto rendere pubblici mettendoli per iscritto, “nero su bianco”, nella speranza che possano essere utili a qualcuno dei giovani di oggi. Quest’ultimo ‘fotogramma’ è dedicato alla donna più straordinaria della mia vita: mia mamma.

Questo piccolo diario di “ricordi” è dedicato ad entrambi i miei genitori, come potrete osservare dalla dedica, aprendo questo libro. Babbo e mamma sono stati per me un esempio straordinario e su di Loro ho sempre potuto contare. Entrambi hanno avuto, nella costruzione del mio Io, un grande impatto positivo: di diverso tenore e spessore, però. Le due figure incidevano entrambe, certamente, nella mia formazione ma  l’intensità era diversa. Mi padre, figura di uomo dedito al lavoro, incapace di lasciarsi andare a compromessi, rappresentava per me una sicurezza: avrebbe dato la vita per noi, senza esitare.

Mia madre, per mille ragioni, era diversa. Mentre mio padre badava al sodo, cercava di garantirci quanto necessario per vivere meglio, mia madre cercava di utilizzare tutto questo nel modo migliore. Se potessimo ridurre, semplificare la loro funzione e le loro capacità, potrei usare questi due termini: Quantità e Qualità. che ora, in quest’ultimo ricordo, che chiamo le mie “Conclusioni Finali”, Mio padre preoccupato di garantirci la maggiore quantità di benessere possibile, mia madre, invece, capace di plasmare queste risorse, elaborandole e rendendole fruibili nella maniera migliore, nel modo più consono.

Lei gestiva il bilancio familiare in maniera esemplare. La casa era una ‘piccola azienda’ dove non vi erano sprechi di alcun tipo: tutto andava utilizzato e reso produttivo. L’ampio orto retrostante l’abitazione era sempre coltivato a dovere. Dalle patate alle cipolle, dall’aglio al sedano, tutto era di produzione familiare. Il forno a legna garantiva la cottura del pane, il pollaio l’approvvigionamento della carne e delle uova, l’allevamento del maiale la provvista degli insaccati e delle carni rosse.

Ci teneva molto a farci mangiare in modo vario: i pasti, di giorno in giorno, erano predisposti in modo che fossero sempre variati e di nostro gradimento. Non mancavano in casa gli alberi da frutto: nel cortile mandorli, susini, cotogni e fichi; neanche l’uva mancava. Sia nel cortile davanti alla casa che nella parte retrostante, dei grossi ceppi di vite ci regalavano, sapientemente curati, dei dolci grappoli sia di uva bianca che nera. Amava moltissimo i fiori mia madre: li piantava dappertutto e li coccolava come figli. Ampia la varietà dei fiori che colorava il cortile ma con una buona prevalenza di rose, di ogni colore e varietà.

Si alzava presto la mattina, molto prima di mio padre che doveva andare al lavoro. Iniziava predisponendo quanto necessario per la colazione di tutti, poi iniziava l’iter giornaliero: pulizie, cucina, cura degli animali da cortile, orto e quant’altro. Una volta che restava sola in casa (babbo al lavoro e noi a scuola) continuava con buona lena la sua lunga giornata. Usciva solo per le necessità legate ad acquisti o per andare a casa dei suoi genitori (i mei nonni abitavano con le mie due zie nubili).

Sapeva fare di tutto. Con la macchina da cucire realizzava sia gli abiti per sé che la gran parte dell’abbigliamento per noi, oltre che la biancheria per la casa. Possedeva anche l’attrezzatura per riparare le scarpe: era capace di risuolarle, ricucirle e rinnovare i tacchi consumati. Anche sui mobili non aveva timore ad intervenire. Sapeva sostituire le parti danneggiate di credenze, tavoli e sedie; queste ultime venivano di tanto in tanto rinnovate anche riverniciandole e sostituendo il fondo in paglia. Credo che non riuscisse a stare, mai inattiva (credo di sapere con certezza le origini del mio iperattivismo), salvo le poche ora del riposo notturno.

Alla fine dell’inverno ritinteggiava le pareti che avevano tracce di umidità, utilizzando la calce ed i colori ad acqua che miscelava con grande perizia. Nel cortile, coperta da una grossa lamiera, vi era un’apposita fossa dove veniva “spenta” la calce viva, utilizzata, poi, per tutte le riparazioni. Aveva imparato bene anche a tingere le stoffe. Quest’ultima “arte” si era resa necessaria per quanto ora sto per raccontarvi.

Mio padre, come dipendente dell’Anas, aveva diritto ogni anno alla dotazione del vestiario “di servizio”. Dotazione che consisteva in 4 abiti completi (due estivi e due invernali), maglioni, camicie, cravatte, calze, scarpe e quant’altro, compresi un impermeabile ed un cappotto. Nel periodo che la nostra famiglia affrontava le maggiori spese (quanto studiavamo ad Oristano) si doveva risparmiare “al massimo” e una delle soluzioni adottate fu quella di studiare come “riciclare” una parte di questo vestiario. Mio padre, del resto, non abbisognava di tutta questa mercanzia: mamma, con grande attenzione e con qualche adeguata riparazione, riusciva a far durare per due anni ed anche di più le divise del babbo e, le ‘nuove’, venivano poi da Lei, in modo intelligente, adattate e trasferite a me ed a mio fratello.

La Sua capacità sartoriale era eccellente. Smontava le divise, giacche, pantaloni, le camicie ed i cappotti. Essendo tutte queste stoffe di colore verde aveva studiato come modificarne il colore, in modo appropriato. Utilizzando delle tinture a caldo riusciva a trasformare quel ‘verde marcio’ in un bel blu o nero. A tintura finita e dopo un bel lavaggio, apportava le giuste modifiche per adattare alle nostre misure l’abbigliamento recuperato che, come d’incanto, si trasformava in abiti normali, nuovi di zecca! L’unica remora era che il colore non poteva variare di molto: partendo dal verde le varianti potevano essere solo due: blu e nero. Lei preferiva tingere soprattutto in blu, per i ragazzi era un colore più vivo più fresco. Inverno ed estate il blu mi accompagnava sovente. Calzoni lunghi o corti, maglioni e giacche, camicie e calze: tutto rigorosamente con le varie tonalità del blu.

Ripensando a queste cose la commozione mi assale ancora. Vorrei che a leggere queste righe, fossero dei giovani di oggi. Giovani che vivono, certo, anche le grandi ansie e le incertezze circa il loro futuro: mancanza di lavoro, di solidarietà, di un futuro di speranza. Ma non debbono rassegnarsi: per mantenere il benessere di oggi dovranno darsi da fare, combattere, come abbiamo fatto noi. Noi, figli di una guerra che ci fece crescere mancanti di tutto, siamo cresciuti con non pochi sacrifici ma guardando avanti, senza timore. Sono certo che anche i giovani di oggi, se lo vogliono possono farlo, senza rassegnazione ma con una grande speranza. Grande come quella che noi abbiamo avuto. Imparino che nessuno regalerà loro niente: dovranno conquistarselo!
Abbiate fiducia! Non vi abbandoni mai la speranza. Ve lo dice, col cuore, un “ragazzo” che vestiva forzatamente di blu, non “alla marinara”, come un romanzo ben più importante di questo titolava anni fa.

Mario.

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BUON NATALE A TUTTI VOI, CARI AMICI!

Mario

sabato, dicembre 24, 2022

IL FUTURO PROSSIMO DEL MONDO DEL LAVORO? ALQUANTO DIVERSO! L'ERA DIGITALE STA PER TRAMONTARE, SPODESTATA DA UNA NUOVA ERA: QUELLA COGNITIVA.


Oristano 24 dicembre 2022

Cari amici,

L’innovazione nel mondo del lavoro è sempre in evoluzione: dal pesante lavoro manuale si è passati a quello delle prime macchine, per arrivare, poi, ai robot, ai computer e al digitale, quello che oggi noi stiamo vivendo. Ma questo non è un punto d'arrivo, ma solo un punto di sosta, d'attesa. Sul mondo del lavoro, relativamente al futuro prossimo, sull'orizzonte appare già il tramonto dell’era del digitale, che lentamente ma inesorabilmente viene spodestata da una nuova era: quella cognitiva. Vediamo in realtà cosa bolle in pentola, ovvero cosa sta realmente per cambiare.

Un webinar organizzato dal Competence center for Human Resources del SIDI (Swiss Institute for Disruptive Innovation) ha fatto il punto sul mondo del lavoro nei prossimi anni e sui comportamenti più idonei da adottare per affrontare i cambiamenti da parte dei lavoratori e delle aziende. Il primo aspetto messo in evidenza dai vari esperti intervenuti nel corso dell'evento è che nel futuro prossimo l’innovazione sarà più dirompente che mai. Nei prossimi 20 anni andremo incontro ad un cambiamento che sarà più grande di quello degli ultimi 200 anni.

Come scrive il giornalista Michael Pontrelli su Tiscali, “siamo già dentro la quarta rivoluzione industriale della storia ed entreremo velocemente nella quinta. La novità più importante (anche se solo in pochi ne sono consapevoli) è che l’era digitale è ormai da considerarsi "il passato". Già da qualche anno siamo entrati in una nuova era, quella cognitiva, in cui l’elemento psicologico conta più di quello tecnologico. Questo cambio di paradigma impatterà su tutti i processi economici e dunque anche sul mercato del lavoro. Aziende e lavoratori dovranno adattarsi per affrontare nel migliore dei modi un contesto competitivo caratterizzato da una sempre maggiore volatilità, da incertezza, complessità e ambiguità. 

Questo processo di adattamento richiederà un profondo mutamento culturale, perché la cultura rappresenta il cuore della nuova era cognitiva. Cultura individuale del lavoratore e cultura aziendale debbono trovare un nuovo equilibrio, che simbolicamente può essere rappresentato da una lettera T, dove le conoscenze specialistiche possono identificarsi nella barra verticale, e competenze psicologiche, invece, nella barra orizzontale; in sintesi, bisogna arrivare al cosiddetto mindset, avvero al risultato di mettere insieme una pluralità di fattori: apertura mentale, emotività, comunicazione, motivazione.

Come già detto prima, il cambiamento (adattamento) deve riguardare sia i lavoratori che le aziende. I primi non possono più permettersi il lusso di curare unicamente il proprio orticello (fare bene il proprio compito) ma devono svolgere un ruolo attivo nell’innovazione dell’organizzazione. In che modo? In primo luogo, superando il timore di sbagliare, proponendo delle novità e in secondo luogo mettendo costantemente in discussione il proprio modo di lavorare. Le aziende, invece, devono favorire questo tipo di approccio da parte dei lavoratori rivedendo i tradizionali modelli organizzativi. La priorità a tutti i livelli deve diventare il coinvolgimento psicologico/emotivo dei lavoratori attraverso la creazione di contesti motivanti.

Motivazione che non può ridursi agli incentivi economici (notoriamente di breve durata) ma che deve essere fondata sul coinvolgimento dei collaboratori in tutti i processi aziendali, anche quelli relativi alle macro-strategie aziendali. Per superare il timore del fallimento e stimolare l’innovazione le aziende devono invece introdurre meccanismi di rewarding (gratificazione) che non si limitano ai casi di successo, oltre alla creazione di modelli organizzativi piatti, fondati sull’esistenza di team trasversali senza gerarchia interna, orientati all’innovazione e alla soluzione di problemi.

L’era cognitiva sarà un banco di prova per tutte le aziende. Le good pratices (buone pratiche) da seguire per affrontare nel migliore dei modi l’era cognitiva sono chiare. Questo però significa che è sufficiente conoscere la strada da seguire, in quanto quella via è necessario percorrerla! Lo dimostra un recente fatto: l’ingresso in Twitter di Elon Musk, caratterizzato da licenziamenti di massa e da terrore psicologico. La storia insegna che il progresso non avviene seguendo una linea retta. A fasi di avanzamento seguono inevitabilmente fasi regressive. 

Musk appena preso il comando di Twitter ha cancellato lo smart working ma pochi giorni dopo, di fronte all’inaspettato esodo volontario di un terzo dei dipendenti, lo ha rispolverato per provare a trattenere i migliori. Ecco la conferma che anche un reazionario come il nuovo padrone del noto social network non può riportare completamente indietro le lancette della storia. L'era cognitiva è qui per restare e tutte le aziende dovranno prima o poi capire che l'importanza della dimensione psicologica all'interno delle organizzazioni non può più essere sottovaluta.

Ringrazio di cuore il giornalista Michael Pontrelli, di questa acuta analisi che mette in chiaro, senza ombre, la dimensione del lavoro nel nostro prossimo futuro.

A domani amici.

Mario

venerdì, dicembre 23, 2022

IL MONDO HA SCOPERTO IL NUCLEARE DEL FUTURO: IL PASSAGGIO DALLA “FISSIONE” ALLA “FUSIONE” NUCLEARE, CONSENTIRÀ DI PRODURRE ENERGIA PULITA E SENZA LIMITI.


Oristano 23 dicembre 2022

Cari amici,

Il termine “NUCLEARE” finora ha scatenato emozioni in larga parte negative: dalla devastante bomba nucleare di Hiroshima alle attuali centrali civili che producono energia ma creano scorie radioattive di difficilissimo smaltimento; insomma, l’energia ricavata dall’atomo mette sempre una grande paura. Eppure la scienza dell’atomo, in un prossimo futuro, sarà quasi certamente uno degli alleati con cui potrà essere costruito un domani energeticamente più sostenibile, pulito e privo di gas, carbone e delle emissioni di CO2.

Il futuro, amici, oltre le rinnovabili, senza ombra di dubbio utili e prive di effetti inquinanti, avrà bisogno d’altro (le rinnovabili da sole potrebbero non bastare), ed ecco allora che l’atomo dovrà per forza essere riconsiderato, soprattutto se utilizzato con un processo diverso da quello attuale: ovvero passando dalla FISSIONE ALLA FUSIONE nucleare vera e propria. Ma quale differenza c’è tra fissione e fusione nucleare? I due sistemi sono l’uno l’opposto dell’altro. Vediamo come e perché.

La “FISSIONE NUCLEARE” è un particolare processo atomico scoperto nel 1938, dal fisico tedesco Otto Han e dalla fisica austriaca Lise Meitner. Questo processo è costituito da un atomo di uranio (o di torio) che, colpito e bombardato con un neutrone, tende a scomporsi e spezzarsi in due originando a sua volta altre particelle subatomiche. Alcune, a causa della loro carica positiva, tendono a respingersi tra di loro attraverso l'emissione di un’elevata quantità di energia cinetica, mentre le altre, quelle con carica negativa, sono in grado, se innescate, di produrre a loro volta altre reazioni di fissione. L’energia cinetica delle particelle di carica positiva, trasformata in calore, può riscaldare dell’acqua fino a produrre vapore: questo, a sua volta, azionando una turbina, diventa energia elettrica. Purtroppo, il processo di fissione produce scorie e rifiuti radioattivi, il cui impatto sulla salute umana e del Pianeta, se non gestito correttamente, risulta drammatico e catastrofico.

La “FUSIONE NUCLEARE”, invece, è il processo opposto a quello della fissione, dove gli atomi di uranio o torio, vengono bombardati con neutroni, producendo così energia; nella fusione, infatti, atomi leggeri (come l'idrogeno) si fondono tra loro formandone di più pesanti. L’unione, o appunto la fusione, di questi atomi genera un altro elemento, l’elio, e rilascia anche in questo caso un’enorme quantità di energia sotto forma di calore. È la stessa reazione nucleare che avviene nel Sole e all’interno delle altre stelle, dove nuclei di elementi leggeri come deuterio e trizio, a temperature e pressioni elevate, si fondono insieme formando nuclei di elementi più pesanti come l’elio emettendo moltissima energia.

In realtà, ottenere e controllare questo tipo di reazioni in laboratorio e poi all’interno di un reattore a fusione, oggi è purtroppo ancora molto complicato, ma gli studi continuano e oggi si può dire che si è quasi arrivati alla soluzione. Alcuni di questi studi sono in stadio alquanto avanzato e c’è la speranza di arrivare presto alla produzione di energia. Una volta che avremo imparato a innescarla e controllarla, questa reazione atomica sarà una fonte inesauribile e illimitata di energia. Non andrà mai incontro, infatti, a scarsità di combustibile dal momento che l’idrogeno si può estrarre dall’acqua, praticamente infinita sul nostro Pianeta. La fusione nucleare sarà la vera sfida energetica del futuro! 

Gli studi continuano senza sosta: in Gran Bretagna, negli USA e anche in Italia. In Gran Bretagna si studia un cannone a fusione nucleare di 20 metri; si chiama Big Friendly Gun (BFG), ed è stato realizzato dalla società britannica First Light Fusion. La gigantesca pistola d'acciaio funziona sparando un pistone ad alta velocità con 6,6 libbre di polvere da sparo. Accelerando la canna, il pistone, comprimendo il gas idrogeno mentre si muove, entra in un segmento di cono che schiaccia il gas in un punto minuscolo prima che scoppi attraverso una guarnizione metallica. Spara poi un proiettile a 4,3 miglia al secondo in una camera a vuoto dove colpisce un bersaglio di combustibile da fusione nucleare, producendo temporaneamente le condizioni in cui i nuclei possono fondersi insieme. First Light Fusion genererà elettricità utilizzabile negli anni '30. L'energia sarà sulla rete entro il prossimo decennio.

Come ha annunciato il Financial Times, anche negli USA gli studi avanzano. Un gruppo di ricerca, che ha utilizzato la National Ignition Facility da 3,5 miliardi di dollari, sta realizzando il laser più grande del mondo, che è stato progettato principalmente per testare armi nucleari simulando esplosioni, operando su "un processo chiamato fusione a confinamento inerziale, che prevede il bombardamento di un piccolo pellet di plasma di idrogeno con il laser più grande del mondo". L'esperimento "ha raggiunto un guadagno netto di energia in un esperimento di fusione nelle ultime settimane".

Amici, la maggior parte della ricerca sulla fusione si concentra, dunque, su un metodo alternativo, la cosiddetta fusione a confinamento magnetico, in cui potenti magneti trattengono ampie quantità d'idrogeno che vengono riscaldate a temperature estreme in modo che i nuclei atomici si fondano. Su questo campo lavora anche l’ENI, che è tra le società italiane maggiormente attente a sviluppare studi sulla fusione, che, se realizzata, potrebbe aprire la strada a un vero salto in avanti nella transizione energetica, offrendo il gancio tra un nucleare funzionante e l'annullamento di pressoché ogni emissione di carbonio.

Cari amici, la strada intrapresa è senz’altro quella giusta, anche se la realizzazione di una centrale a fusione nucleare è ancora molto lontana. Ma il traguardo a cui si è arrivati, non possiamo negare che sia una delle più grandi scoperte scientifiche dei nostri giorni; sicuramente è in grado di aggiungere un tassello importante verso quella transizione energetica che potrà davvero dare un grande futuro al mondo.

A domani, amici.

Mario

 

giovedì, dicembre 22, 2022

SECONDO GLI ESPERTI DI MIND@WORK PER ESSERE FELICI BISOGNA COSTRUIRE RELAZIONI SODDISFACENTI, OVVERO DI QUALITÀ.


Oristano 22 dicembre 2022

Cari amici,

Che una buona comunicazione sia oggi da considerarsi non solo utile ma addirittura indispensabile, non sono certo io il primo a dirlo; in particolare nel mondo degli affari e delle relazioni, una buona comunicazione serve a costruire rapporti proficui e soddisfacenti, ovvero di qualità, con il risultato di ricavarne un certo benessere interiore, ovvero essere felici. La specie umana, lo sappiamo, è una specie sociale e relazionale. Lo stesso filosofo Aristotele così definì la compagine umana: “costituita da persone capaci di unirsi in gruppo e costruire comunità e società”.

Secondo gli esperti di Mindwork (Mind@Work è un think tank, ovvero un gruppo di esperti impegnato nell'analisi e nella soluzione di problemi complessi, specie in campo economico e politico), per essere felici è necessario costruire delle “relazioni di qualità”, e per farlo vengono suggerite “tre mosse”, necessarie per promuovere la comunicazione empatica. Il mondo del business, come loro sostengono, è in continua evoluzione, per cui le Organizzazioni e le Aziende devono misurarsi ogni giorno con nuove sfide: profittabilità, ottimizzazione, innovazione, produttività… solo per citarne alcune.

Mind@Work, l'interessante team multidisciplinare che grazie alle sinergie messe in campo, tutte di alto valore strategico, lavora per comprendere le condizioni e i trend di mercato, opera in modo da rispondere, a più livelli, alle esigenze di business dei clienti. L’obiettivo è quello di costruire valore aggiunto per ogni singolo cliente. Insomma, per Mind@Work è importante garantire la migliore strada per raggiungere il successo.

Essendo, dunque, "noi", esseri relazionali, dobbiamo costruire la nostra identità ed avere la giusta percezione del mondo anche grazie alle relazioni con gli altri. Prima nell’infanzia, relazionandoci con i nostri adulti di riferimento, e successivamente interagendo con l’ambiente circostante e con le persone che ne fanno parte. A confermare la bontà della relazione sociale è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), secondo cui il nostro benessere e la qualità della nostra vita, dipendono, inevitabilmente, anche dai legami che instauriamo e coltiviamo.

La ricerca in ambito psicologico ha da tempo dimostrato che la percezione di supporto sociale rappresenta uno dei principali fattori di promozione della salute, oltre che un potente antidoto allo stress. Secondo il noto Grant Study di Harvard, le buone relazioni costituiscono la base per la felicità, il benessere e la salute. Le relazioni sono, dunque, un elemento da valorizzare ogni giorno e all’interno di ogni contesto: sia in ambito personale che in quello professionale; infatti, il contatto con l’altro permette di alleggerire il carico che ognuno sente su di sé, allentando le tensioni e dando valore alla propria quotidianità, arricchendola e qualificandola.

Ma allora, come costruire relazioni di qualità? Ascolto attivo e comunicazione empatica rivestono certamente un ruolo essenziale e costituiscono due elementi chiave: da promuovere giorno dopo giorno. Non comunicare è impossibile. Secondo lo psicologo austriaco Paul Watzlawick, la comunicazione è parte integrante della vita di tutti i giorni e ci permette di relazionarci con le altre persone, di esprimere emozioni, vissuti, bisogni e stati d’animo. Le parole, così come il silenzio o la messa in atto di un comportamento, sono messaggi che influenzano chi ci circonda.

Per questo è importante valorizzare le nostre risorse personali e favorire una gestione efficace e consapevole della comunicazione. Le relazioni di qualità, però, non sono fatte solo di parole e messaggi ma anche, e forse soprattutto, dell’ascolto. In particolare, di un ascolto attivo, accogliente e non giudicante. Non è un caso, dunque, che l’ascolto attivo sia alla base della comunicazione empatica: un tipo di comunicazione, cioè, basato sulla possibilità di andare oltre il proprio sé e instaurare una connessione autentica con l’altra persona. Ed ecco cosa suggerisce il team degli esperti di Mindwork: Tre best practice, necessarie per promuovere la comunicazione empatica.

1 Cambiare la prospettiva. Nell’osservare ogni giorno il mondo che ci circonda tendiamo a effettuare valutazioni e giudizi basati su esperienze e idee personali. Il nostro modo di interpretare la realtà, però, non è l’unico possibile. La comunicazione empatica parte proprio da questa consapevolezza. Vivere in maniera empatica significa, infatti, osservare senza valutare, mettendo in discussione i propri assunti. È importante, quindi, imparare a mettere da parte i propri filtri, adottando una prospettiva neutrale. È questo il punto da cui partire per abbracciare la prospettiva delle altre persone, accogliendone emozioni e punti di vista.

2 Ascoltare – non per rispondere. Ascoltare vuol dire esserci. L’ascolto è parte integrante di ogni relazione, ma spesso si tende ad ascoltare in modo passivo e discontinuo. Per promuovere relazioni di qualità e favorire una comunicazione empatica è molto importante che l’ascolto sia attivo, interessato, accogliente e legato al momento presente. Un tipo di ascolto, dunque, orientato non solo alla risposta, quanto piuttosto alla presenza. Bisogna esercitarsi, perciò, a dare peso e valore a ciò che viene raccontato piuttosto che affrettarsi a rispondere.

3 Domandare – trasformare il giudizio in curiosità. Nella nostra società, l’atto di domandare è spesso sottovalutato e messo in secondo piano. Si evitano domande per timidezza, per imbarazzo, per abitudine o anche per paura. Le domande però permettono di conoscere, scoprire, entrare in contatto e, soprattutto, mettere in discussione il proprio punto di vista, aprendosi a quello delle altre persone. Proprio per questo, nel pieno rispetto di privacy e riservatezza, può essere utile esercitarsi a porre domande aperte e interessate che lascino ampio spazio alle risposte e alle riflessioni, evitando invece interrogativi che assumano già al loro interno la risposta.

Cari amici, per concludere la riflessione di oggi, c’è da dire che i suggerimenti dati dagli studiosi vanno meditati con grande attenzione, se vogliamo davvero ottenere risultati. L’essere umano, infatti, è fatto di tempo, spazio e relazioni. Lo stare insieme alle altre persone ci definisce e impatta in maniera profonda sul nostro benessere psicologico. In tal senso, l’ascolto attivo e la comunicazione empatica diventando due elementi chiave per promuovere relazioni di qualità e promuovere il benessere all’interno nostro e all'esterno. Chiudo con le parole di John Donne: “Nessun uomo è un’Isola, completo in sé stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra”.

A domani.

Mario

mercoledì, dicembre 21, 2022

IL SEGRETO DEL “DODECAEDRO”. USATO DAGLI ANTICHI ROMANI, RESTA ANCORA OGGI UN OGGETTO MISTERIOSO, DEL QUALE SI IGNORA L’USO.

Vari esemplari di DODECAEDRO

Oristano 21 dicembre 2022

Cari amici,

Il “DODECAEDRO”, questo particolarissimo oggetto tondeggiante usato dagli antichi romani (la datazione è attribuita al II o III sec. d.C.), era un manufatto cavo, composto come dice la parola, da dodici facce piatte pentagonali; era fabbricato in bronzo o in pietra, in cui ogni faccia presentava un foro circolare nel mezzo del pentagono, ed ogni foro aveva un diametro diverso. Piccolo di dimensioni (dai 4 agli 11 cm.), si presume che fosse un oggetto alquanto in uso, se pensiamo che diversi esemplari di dodecaedro sono stati rinvenuti praticamente in tutto il territorio dell’Impero Romano dell’epoca.

Questo piccolo manufatto, a tutt’oggi, rappresenta un mistero per gli storici e gli archeologi, in quanto quest’oggetto non viene menzionato in alcuno scritto o immagine dell'epoca romana e neppure successiva, cosa che non facilita certo il risalire alla funzione svolta. Il dodecaedro, infatti, è un oggetto assai complesso; costituito da dodici facce pentagonali, è dotato anche di piccole sfere sui vertici, che hanno anch'esse una funzione a noi sconosciuta. I dodecaedri finora rinvenuti (ne sono stati trovati dall’Olanda al Belgio, dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Austria, oltre che nella parte più settentrionale dell’allora immenso Impero Romano) sono in totale 116, alcuni di pregevolissima fattura mentre altri risultano meno rifiniti.

Stante l’assenza di fonti certe sul loro utilizzo, storici e archeologi hanno fatto le più svariate ipotesi; la teoria più antica presume che il dodecaedro fosse un manufatto per qualche tipo di cerimonia religiosa, teoria supportata anche dai ritrovamenti archeologici, che trovarono la maggior parte dei dodecaedri in siti gallo-romani, in particolare anche all’interno della tomba di una donna. Alcuni dodecaedri costruiti in oro sono stati scoperti anche in tesori del sud-est asiatico, confermando l’ipotesi che, in antichità, questa forma era associata ad un oggetto prezioso. Altri studiosi ipotizzano che i dodecaedri possano risalire a culture antecedenti a quella romana, e che la datazione riferita al tempo degli Imperatori sia da attribuire ai siti di ritrovamento.

Tra le altre numerose ipotesi, riguardo al suo utilizzo, il dodecaedro potrebbe essere stato utilizzato come supporto sui telai per tessere, in cui le piccole sfere costituivano degli appigli per il filo, oppure, come detto, un oggetto di culto, in cui i fori consentivano di ospitare delle statuine votive; altri credono che lo strumento servisse per calcolare e determinare gli equinozi di primavera e autunno, in base ai quali i contadini determinavano il periodo migliore per la semina, oppure che il dodecaedro potesse essere un oggetto di misurazione ingegneristica, ad esempio per determinare la corretta sezione dei tubi dell’acqua, o anche uno strumento di misurazione agraria o di un campo di battaglia. Infine, altra ipotesi fantasiosa, che il dodecaedro poteva essere stato anche un semplice giocattolo per i bambini!

Amici, indubbiamente il dodecaedro doveva essere stato un oggetto davvero “prezioso”, se pensiamo che sono stati trovati diversi dodecaedri in contenitori di tesori, mischiati con delle monete, a significare che i loro proprietari consideravano questi oggetti come elementi di notevole valore. Forse, come pensano alcuni ricercatori, il dodecaedro potrebbe essere la rappresentazione di una concezione 'magica' del Cosmo intero, ovvero un tentativo di rappresentare il mondo, forse per influenzarlo magicamente.

Scrive Platone nel Timeo (XX, 55), dopo aver affermato che la terra, come è chiaro ad ognuno, è costituita prima di tutto da quattro corpi (Aria, Acqua, Terra e Fuoco), ma che ogni specie di corpo ha anche la profondità, per cui restava una quinta combinazione e Dio se ne giovò per decorare l’Universo. Scrive Platone, relativamente al "quinto poliedro regolare", ovvero il dodecaedro: "il Dio lo usò per l'Universo, quando disegnò la disposizione finale". Ecco perché il Dodecaedro può essere considerato la quinta combinazione, riferita all’intero Creato o a una sorta di etere che dovrebbe pervaderlo tutto.

Cari amici, nel corso degli anni sono state avanzate tante teorie per cercare di scoprire e chiarire quale funzione avesse il dodecaedro e a quale scopo servisse alla Comunità dell'epoca. Moltissime le teorie prima ricordate e certamente altre ipotesi verranno ancora formulate, ma una spiegazione certa, concreta, sarà impossibile, se non si troveranno scritti dell’epoca a documentarlo.

A domani.

Mario

martedì, dicembre 20, 2022

L'INVIDIA, QUEL SENTIMENTO UMANO CHE PORTA A DESIDERARE QUANTO POSSEDUTO DALL'ALTRO E CHE NON SI RIESCE AD AVERE.


Oristano 20 dicembre 2022

Cari amici,

"INVIDIARE", un verbo da sempre tanto in uso! Invidiare un altro, per come è, per cosa possiede, è un comportamento che affonda le sue radici nel tempo. A causa di INVIDIA è morto pure Abele, ucciso dal fratello Caino, come ci racconta la Bibbia. Insomma, stiamo parlando di quel deteriore sentimento umano che annebbia l’uomo, tanto che la stessa religione cattolica considera l’invidia uno dei 7 “VIZI CAPITALI”. Questo egoistico sentimento umano nasce in età precoce, tormenta fin dall’infanzia e dall’adolescenza, quando il confronto con gli altri, necessario alla costruzione dell’identità, appare frustrante, ritenendosi inferiori nel confronto, e di conseguenza, producendo una sensazione di inadeguatezza e di rabbia.

Ciò fa nascere nella persona invidiosa il desiderio di riuscire ad avere quello che l’altro ha e che a lui manca; questo desiderio insoddisfatto viene trasformato in un sentimento negativo nei confronti della persona che ha ciò che noi non abbiamo, che consideriamo un rivale da combattere. Col passaggio all’età adulta, con l’evoluzione della personalità, l’individuo invidioso può, con grande lucidità, riconoscere il proprio errore e lentamente arginare l’invidia che lo avviluppa, attraverso la costruzione di un Sé maggiormente sicuro, un Sé che non vede più gli altri come una minaccia, e, di conseguenza, si impegna a realizzare gli obiettivi da raggiungere attraverso le proprie risorse.

Amici, purtroppo l’egoismo e l’egocentrismo dell’uomo non consentono facilmente di riconoscere i propri errori e, proprio per questo, di invidia si può anche perire! Se la nostra capacità interiore non ci consente di riconoscere le reali qualità dell’altro, ritenuto, solo in apparenza “migliore” di lui, in quanto questo, per emergere, si pensa ricorrera a qualche trucco disonesto; allora l'invidioso cova nel suo pensiero la rivincita: se l’altro ha qualcosa che lui non riesce ad avere, cerca lo stratagemma perché non lo abbia più. Insomma, nel percepire che l’altro appare “migliore di lui”, la conseguenza è che la sua posizione ne viene sminuita, per cui l’altro costituisce una reale minaccia. L’invidioso allora getta ombre sull’invidiato, con l’obiettivo inconscio di recuperare il suo valore sminuito dall’altro.

Quali, dunque, i segni distintivi dell’invidia? Come scrive lo psicologo Enrico Maria Secci, in Blog Therapy, lo scrittore Jon Elster nel suo libro “L'IO MULTIPLO” (Feltrinelli 1991) ha individuato i principali segni caratteristici dell’invidia: in primis si adotta un atteggiamento duramente critico, censorio, nei confronti dell'altro, si giustificano i successi degli altri in quanto ritenuti derivati da fattori esterni, si ricorre al pettegolezzo o al sabotaggio indiretto per sminuire la persona “rivale”. Tutto questo, però, comporta delle conseguenze importanti sull’equilibrio psicologico dell’invidioso, che risultano anche abbastanza gravi, in quanto vengono disperse tutte le sue risorse, sprecate contro un nemico immaginario e, allo stesso tempo, bloccano le sue potenzialità verso un’affermazione personale autentica. Per questo, nel lavoro in psicoterapia, elaborare i sentimenti di invidia e “liberarsene” è spesso un fatto catartico per i pazienti.

Secondo Alessandro Morandotti (1980), “l’invidia è un sentimento che divora chi lo nutre” e si tratta di un logorio lento, punteggiato di piccole cattiverie, maldicenze, insinuazioni, rabbia, ostilità, ossessione. E, poiché è vero che “l’invidia è una terribile fonte di infelicità per moltissima gente” (Russel, 1960), forse è meglio non lasciarsene sopraffare, fermarsi, provare a capire da soli da dove venga un sentimento così violento e superarlo se necessario con l’aiuto di un esperto.

Cari amici, come sostiene lo psicologo Enrico Maria Secci, l’invidia è un sentimento molto umano, ma anche molto pericoloso, che può trasformarsi in nevrosi distruttiva. È necessario, perciò, evitarlo, affrontando nella giusta misura questo sintomo di disequilibrio che accomuna di frequente soggetti con bassa stima di sé, depressi, psicotici e con disturbi di personalità.

A domani, amici.

Mario