domenica, ottobre 16, 2011

L’ITALIA TRA DEBITO E P.I.L., ECONOMIA E INFLAZIONE, RISPARMIO E RENDIMENTI, INVESTIMENTI E SPREAD, RATING E RISCHIO DEFAULT.




Oristano 16 Ottobre 2011

Cari amici,


Quando sino a pochi anni fa ancora lavoravo (ho trascorso 37 anni della mia vita a fare il manager bancario) era difficile che il cittadino comune, l’uomo della strada, aprendo il giornale andasse subito a guardare la pagina della borsa. Oggi, invece, anche chi tutti i giorni lotta per far quadrare il magro bilancio familiare inizia la lettura proprio da quella pagina acquisendo familiarità con termini come Rendimenti, Bund, Rating, Spread, Rischio Default e delizie di questo tenore.

Chi per una vita intera ha sempre tirato la carretta (oltre che la cinghia), che con grandi sacrifici ha messo da parte, soldo dietro soldo, un piccolo gruzzolo per proteggerlo in futuro è sempre più in difficoltà, più disorientato. Orami viviamo in un mondo dove le certezze praticamente sono crollate tutte! Ci siamo convinti che con l’introduzione dell’Euro un nuovo Eden di stabilità avrebbe consentito sonni tranquilli a tutta l’Europa, che il futuro avrebbe riservato, con i frutti della Globalizzazione, lavoro e benessere per tutti ed invece…

La globalizzazione è vero ha reso il mondo un unico villaggio ma non ha certo portato neanche un briciolo di quella equità che in tanti speravano. Essa ha, invece, rafforzato le grandi multinazionali che ormai, con libertà di competere in tutto il globo, con potere di insediamento praticamente ovunque, sono ben più potenti dei singoli Stati. Il risultato lo tocchiamo con mano tutti i giorni. Aziende che come nel gioco delle tre carte spostano continuamente Sedi e stabilimenti da uno Stato all'altro. La conseguenza è una lunga e crescente fila di disoccupati ed il potere dei singoli stati che, invece, continua a diminuire, con oneri in costante aumento, per provvedere a sfamare le famiglie che hanno perso il lavoro. Senza parlare dei giovani! Questo è il vero pianeta negletto, ormai allo stremo delle forze, e lo sappiamo tutti, nessuno escluso.

L’economia di ogni stato ormai non si regge più da sola, con le proprie forze. Nessuno può coltivare bene il proprio orticello, senza interferire con quello del vicino. Senza andare lontano proviamo a guardare con la lente il nostro orticello italiano. Ci basta dare un semplice sguardo ai giornali di quest’ultimo periodo per renderci conto della pericolosa situazione che stiamo vivendo tutti: singoli ed aziende.

L’Italia è appesantita da un debito pubblico immenso: ad agosto 2011 era pari a 1.899.553 miliardi di Euro. Nel 2010 è stato di 1.843.015 miliardi di euro a fronte di un PIL di 1.548.816. In percentuale, quindi, il debito è risultato pari al 119% del PIL. La spesa per gli interessi corrisposti ai detentori delle obbligazioni statali è detta "servizio del debito" e costa all'Italia circa 70 miliardi di euro annui. Che dire di queste cifre? Analizziamo ancora. Le recenti “manovre” correttive, che hanno comportato una ‘stretta’ globale imponente e che sicuramente non sarà sufficiente, praticamente si avvicina all’importo della sola “spesa” per gli interessi sul debito, come prima indicato e ammontanti ad oltre 70 miliardi di euro. Un’ultima considerazione. Il recente collocamento dei titoli di stato è stato fatto con un aumento percentuale dei rendimenti di circa un punto. Pensiamo solo che un punto di rendimento in più sul nostro grande debito comporta una spesa aggiuntiva di circa 20 miliardi di euro, all’incirca…quanto l’ultima manovra finanziaria!

Il recente aggravarsi dei “Debiti Sovrani” di gran parte degli Stati europei, a partire dalla Grecia per passare, poi, alla Spagna, al Portogallo e ad altri, tra cui l’Italia ha sconvolto la temporanea fiducia dei risparmiatori, aggravata anche dagli abbassamenti del Rating da parte delle agenzie specializzate ( Moodys, Standard and Poor’s e Fitch) che hanno impietosamente messo il dito nella piaga. Questo fatto ha costretto gli Stati ad aumentare i rendimenti per attirare i risparmiatori che, altrimenti, avrebbero dirottato altrove i propri investimenti. Questo terribile meccanismo strangolante, che tanto assomiglia a quello dei tanti piccoli imprenditori che di giorno in giorno vedono il loro debito salire in una spirale senza fine, a lungo andare non può che sfociare nell’insolvenza. Il rischio default, la paura del rischio che alza gli interessi, non fa altro che creare da sola l’insolvenza: come il cane che si morde la coda. Le soluzioni? Difficili, davvero, da trovare! Una per tutte la “garanzia” comune dell’Europa, gli Eurobond, che metterebbero un freno, globalizzando il rischio Paese.

Uscire dal tunnel richiede una grande forza, una coesione, una politica comune ed un grande senso di responsabilità “globale”, non limitata al proprio giardinetto.

In assenza di un vero “Stato Europa”, la Banca Centrale Europea ha consigliato ai Paesi in difficoltà maggior rigore, eliminazione degli sprechi, riduzione delle spese improduttive, e incentivazione degli investimenti.

Sono "misure" che, sia dall’attuale Governatore Trichet che dal suo successore il nostro governatore Draghi, sono state fortemente consigliate anche all’Italia. Se vogliamo, davvero ‘dare una svolta’ per uscire dal guado, se vogliamo dare ai nostri giovani un’opportunità, se vogliamo che le nostre aziende tornino ad essere produttive, in prima fila, questa è l’unica ricetta da applicare: non domani ma oggi, non tra qualche tempo ma subito!

Il Governo è atteso da una prova durissima, difficilissima da superare: l'emanazione dell'urgente decreto per lo sviluppo e l'occupazione. In assenza di fondi disponibili bisogna, comunque, trovare la liquidità necessaria per gli investimenti, senza i quali l’Italia non sarà in grado di ripartire. Non possiamo chiedere ancora alle famiglie, stremate dalla crisi, o alle aziende che già soffrono di serie crisi di liquidità, in uno scenario che sembra prevedere anche una nuova stretta creditizia. Il cerchio, però bisogna assolutamente quadrarlo, reperendo le risorse, recuperandole dagli sprechi e dai settori improduttivi. Senza investimenti il futuro sarà ancora più nero: i giovani continueranno ad emigrare o a restare ‘bamboccioni’ e precari, a casa (dei genitori).

Credo che l’ultima speranza sia da riporre su un grande ”senso del dovere” che fino ad oggi è mancato. Tutte le forze politiche nel loro complesso, sia chi è al governo che chi è all’opposizione, debbono dialogare, debbono mettere insieme le loro forze, debbono trovare il coraggio di accantonare i giochi di bottega, per mettere al centro dei loro interessi l’Italia ed il suo popolo. Sarà difficile ma bisognerà farlo.

L’Italia, non dimentichiamolo mai, è una sola: costruita col sangue, unica ed indivisibile, che oggi più di ieri deve restare unita, coesa, pronta a dimostrare che ha tutte le carte in regola per recitare il ruolo di protagonista che le spetta. Non c’è Nord o Sud che tenga, non c’è ne Padania ne Regno delle due Sicilie: ma un’Italia sola, forte, determinata e vincente!

Auguri Italia!

Mario


IL CONTO “SALATO” DI UNA REALE UNIONE MANCATA. L’EUROPA SOGNATA E QUELLA REALE: UN’INCOMPIUTA CHE POTREBBE ABORTIRE.

Oristano 16 Ottobre 2011
Cari amici,
leggendo sulle attuali difficoltà a trovare un'azione comune per contrastare i problemi di natura economica dei singoli stati che compongo la Comunità Europea ho fatto una riflessione seria, su questa Europa, che, stenta davvero a completare il suo percorso. Ripercorriamolo insieme.

L’ Unione Europea ha di recente compiuto 60 anni. Il 9 maggio 1950, mentre nella gran parte degli Stati ci si rimboccava le maniche per rimettere in moto un’economia distrutta, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman rendeva pubblico un progetto, ancora in embrione, che prevedeva la costituzione di un’unica “ Comunità “ Europea, capace di mettere insieme le risorge energetiche, a partire dal Carbone e dall’Acciaio, la CECA appunto, a cui successivamente avrebbero fatto seguito tutti quegli altri atti per arrivare a quella reale e politica “Federazione di Stati”, L’Europa, che sarebbe stata in grado di competere ad armi pari con gli Stati Uniti d’America. Questo primo atto, questa prima idea di Europa, oggi nota come “ Dichiarazione Schuman”, apriva il nuovo corso della storia europea sotto il segno dell’integrazione politico – economica.

Sono trascorsi oltre 60 anni da quello storico giorno: la CECA è diventata con gli anni la Comunità Economica Europea (CEE), poi la Comunità Europea tout court (CE) ed, infine, l’Unione Europea, con gli storici accordi di Maastricht e il varo dell’euro e, successivamente, gli ulteriori passi avanti, ultimo il trattato di Lisbona. Ma il cammino finora fatto, se riflettiamo, può essere considerato concluso? Io personalmente credo proprio di no!

Che cos’è oggi l’Unione Europea, e che cosa significa per i Cittadini dei suoi Stati membri?

Può sembrare incredibile ma, oggi, a distanza di tanti anni molti cittadini europei avrebbero una certa difficoltà a rispondere al quesito. Si può scommettere che molti non saprebbero neppure spiegare bene che cosa sia l’Unione Europea. In realtà questi concetti poco chiari, questi dubbi, sono facilmente comprensibili e più che legittimi. Dire che cosa sia l’Unione è davvero difficile perché l’Unione non è un organismo politico compiuto! E’ ancora un processo “ in itinere “, quindi incompiuto.

Appare fin troppo chiaro che nel pensiero lungimirante di Schuman vi fosse già allora una matura visione di una “ Federazione Europea di Stati “; vi era già la certezza e la consapevolezza, al di là di ogni ragionevole dubbio, di quale sarebbe stato il risultato finale di quel processo che Lui intendeva avviare oltre 60 anni fa, con l’iniziale scopo economico di mettere insieme le risorse, ma destinato successivamente a realizzare una vera “ globale “ integrazione del continente europeo. Era un vero e proprio “ atto “, preparatorio ed anticipatore, della futura costituzione di una vera Federazione europea non solo economica ma anche socio-politica, come in precedenza era avvenuto per gli Stati Uniti d’America.

I recenti dolorosi fatti di natura economica, iniziati con il coinvolgimento di uno Stato dell’Unione ( il primo problema si è verificato con la Grecia) e che successivamente hanno coinvolto, a cascata, altri Stati membri, dimostrano la precarietà di questa “Unione Europea”, lasciata a metà percorso. Oggi gli attuali i 27 Stati membri, divisi ed incapaci di un’unica, univoca, visione politica ed economica, faticano a parlare con un’unica voce e trovare soluzioni ragionate, concordi, e capaci di spegnere i numerosi “incendi” che di giorno in giorno si accendono. Non vi può essere, nel lungo periodo, una ‘teorica’ politica monetaria unica, nata con l’introduzione dell’Euro e governata a livello centrale, ma non supportata da una comune ed “unica” politica fiscale ed economica europea. L’assenza di questo strumento, che viene, invece, gestito e governato, singolarmente da ogni Stato membro, è sicuramente la principale causa delle incertezze e delle debolezze della nostra moneta unica, non accompagnata da un univoco indirizzo economico-fiscale. E’ proprio il mancato completamento di quell’Unione Europea sognata da Schuman che impedisce questo processo decisionale unico, capace di adottare in tempi rapidi i giusti provvedimenti. E’ la mancanza di un’unica guida, che sta creando quelle instabilità che oggi stiamo crudelmente vivendo.

Instabilità davvero pericolosa e difficile, come quotidianamente tocchiamo con mano, difficile da combattere se affrontata da uno "scollato esercito di Franceschiello”, disunito e litigioso, incapace di una visione comune ed abbarbicato, ancora, a limitati ed egoistici interessi locali, di ogni singolo Stato. E’ necessaria, invece, una forte coesione ed un serio e concreto obiettivo comune per combattere con forza quell’aggregato di forti “ movimenti incontrollabili “ delle masse monetarie presenti e fluttuanti nel Mercato finanziario globale, che mette in serio pericolo non solo l’economia di ogni singolo Stato ma anche la sopravvivenza dell’Euro e di conseguenza mina la stessa sopravvivenza dell’ Unione Europea.

L’Europa Unita, concepita ormai oltre 60 anni fa, sarà davvero un “processo compiuto” solamente quando sarà stata realizzata un’Europa federale, un’unica vera ed autentica realtà politica, con un potere democratico federale, con un governo sovranazionale espresso da un parlamento composto dai membri dei Paesi federati. In breve, un vero “STATO FEDERALE”.

Cosa ne pensate? Credo che sia il caso di riflettere.

Mario





venerdì, ottobre 14, 2011

IL TIRSO: UNA GRANDE RISORSA DA TUTELARE E VALORIZZARE.











Oristano 14 Ottobre 2011

Care amiche ed amici del mio blog,

Tutti noi sardi sappiamo quanto il fiume Tirso sia importante. Nasce lontano da Oristano ma è qui che riversa tutte le acque che strada facendo raccoglie. Con queste irriga i nostri campi ed ha creato e crea benessere. Potrebbe, però, darci di più. Vediamo come, partendo dalla sua lunga storia.

IL TIRSO.

E’ chiamato “TIRSO” il più grande ed importante fiume della Sardegna. Denominato anticamenteRiu Mannu’, «rivo grande», deriva la sua attuale denominazione da ‘Thyrsos’. Tolomeo cosi definiva il suo estuario: “Tyrsou potamoũ ekbolái”, «bocche del fiume Tirso» e Tyrsus (Caput Tyrsi «sorgente del Tirso»), è anche definito nell’Itinerarium Provinciarum Antonimi (81.1), riferendosi certamente all'appellativo greco Thyrsos. Possiamo anche immaginare che essendo Thyrsos una variante di Tyrsis «torre», è facile dedurne che il fiume sardo potesse trarre il suo nome da uno dei numerosi nuraghi che esistono tuttora nel Sinis, dove il fiume si riversa nel mare.

Il Tirso è il fiume più importante della Sardegna per lunghezza e ampiezza di bacino. Esso ha origine da una piccola sorgente che si trova in cima ad una vallata tra le montagne granitiche di Buddusò. L'altopiano di Buddusò, alle pendici della Punta Pianedda (985 m), è posto in un territorio tra la provincia di Sassari e quella di Nuoro, ai confini territoriali tra Buddusò e Bitti. Il suo percorso si snoda, per circa 160 Km, attraversando 3 delle 4 originarie provincie sarde e, dopo aver raccolto l’acqua di diversi affluenti, percorso profonde valli, dato vita ad alcuni laghi artificiali – solca le pianure alluvionali del campidano che il fiume stesso ha formato e sfocia, con un piccolo delta, in prossimità di Oristano. Il Tirso percorre una gran parte dell'isola da Est verso Ovest e dopo questo lungo viaggio sfocia nel Golfo di Oristano.

Prima della costruzione della grande diga che sbarra il suo percorso e che forma il lago “Omodeo” (prende il nome dal suo costruttore, l’ing. Angelo Omodeo), il bacino artificiale più grande d’Europa, e prima della realizzazione delle opere di arginatura realizzate nella piana di Oristano, era un fiume soggetto a piene rovinose e straripamenti frequenti, specie nei mesi primaverili. Nel 1860 il fiume Tirso esondò in modo impressionante, provocando seri danni al territorio circostante. Un ex voto del 1860, custodito nella Chiesa Cattedrale, documenta una delle rovinose esondazioni del fiume, ancora sprovvisto di solidi argini, con l’allagamento dell’intera piazza Roma.

Gli oristanesi ne hanno, comunque, un indelebile ricordo attraverso le commedie dialettali di Antonio Garau, illustre commediografo oristanese, che con le sue opere, in particolare “Basciura” e “Is campanas de Santu Sadurru”, rievoca, pur in modo ironico e dissacrante, quei tempi.

Il Tirso durante il suo lungo viaggio riceve le acque di diversi affluenti tra i quali:

- Affluenti di destra:

1.il rio Tortu, che nasce dalla catena del Goceano, presso Bultei;

2.il rio di Bolótana che sorge dalla catena del Marghine, a nord di Bolotana;

3.il rio Murtatzolu, che con il contributo dei rii Manigos, Bidiene e Cannigone o Canales che nascono tutti sui monti del Marghine, si versa nel Tirso nella piana di Ottana, prima del Lago Omodeo;

4.il rio Mérchis nasce alle pendici delle alture che circondano il Monte Ferru, riceve da destra il T. Bonórchis e si versa nel Lago Omodeo tra Ghilarza e Sedilo;

5.il rio di San Leonardo nasce presso le omonime fonti nel Monte Ferru, arrivato all'altopiano di Abbasanta cambia nome in rio Pitziu, e si getta nel Tirso poco a valle di Fordongianus.

- Affluenti di sinistra:

1.il rio de Molò nasce nell'altopiano di Bitti e si versa nel Tirso a valle di Osidda;

2.il rio Mannu, che nasce dai monti tra Bitti e Orune, riceve da destra il rio Minore che sorge sotto la Punta Comoretta (m 857) a ovest di Bitti e si versa nel Tirso presso le sorgenti termali di San Saturnino;

3.il rio Liscoi le cui sorgenti si trovano nei territori di Oniferi, Orani e Nuoro;

4.il rio e Binzas si forma in territorio di Ollolai e versa nel Tirso presso Ottana;

5.il fiume Taloro è il più importante degli affluenti del Tirso. Esso, insieme ai suoi affluenti, prima di sfociare nel lago Omodeo forma i laghi artificiali di Olai, sul rio Olai, in territorio di Orgosolo, Govossai in agro di Fonni, sul rio omonimo, Gùsana presso Gavoi, Torrei sul rio omonimo, a nord di Tonara, Cucchinadorza e infine Benzone. Sono tutti sfruttati per gli acquedotti civili delle zone limitrofe e per irrigazione mentre solo i laghi di Gusana, Cucchinadorza e Benzone anche per energia idroelettrica;

6.il rio Mannu (un altro) o Aràxisi è il secondo per importanza tra gli affluenti del Tirso. Ha i suoi rami sorgentiferi tra il Mandrolisai, la Barbagia di Belvì ed il Gennargentu a nord e ad est, mentre a sud drena il territorio di parte del Sarcidano, Arborea e Giare, tramite i corsi dei rii Imbessu, Flumini e Bidissariu. Le sue acque sfociano nel Tirso pochi chilometri a valle della nuova diga che ha ulteriormente ingrandito il Lago Omodeo;

7.il rio Grannaxiu o rio San Crispo che nasce dalle colline presso Mogorella, si versa presso Simaxis.

Questo variegato complesso di acque rinvenienti in gran parte dei rilievi della Sardegna centrale forma, come detto, un grande lago artificiale, nato ai primi del ‘900 per opera dell’ing. Omodeo che realizzò l’imponente sbarramento e che diede il nome al nuovo bacino. Recentemente un nuovo sbarramento, più a valle, ha consentito di realizzare un invaso ancora più grande, in grado, oggi, di appagare i bisogni idrici non solo del campidano di Oristano ma anche di buona parte dell’Isola.

Non è facile parlare compiutamente di un fiume importante, soprattutto in Sardegna. L’Isola, come ben sappiamo, soffre di una piovosità ciclica, soggetta a bizzosa irregolarità; alla carenza d’acqua è, spesso seguita una piovosità disastrosa, che ha regalato periodicamente delle devastanti alluvioni che hanno condizionato, anche in modo drammatico, lo svolgersi della vita del mondo agro-pastorale nelle zone e nei territori attraversati dal fiume. L’uomo ha sempre cercato l’acqua per creare le dimore a lui congeniali e l’interazione tra l’uomo e le acque dei fiumi fa parte della storia e delle civiltà. Anche le popolazioni della Sardegna, ed in particolare quelle che da millenni si sono succedute lungo il corso del Tirso, hanno utilizzato appieno la sua forza e le sue risorse, lasciando importanti testimonianze storiche ed archeologiche, anche recentemente venute alla luce.

L’uomo con la sua intelligenza non usa semplicemente le risorse della natura, utilizzandole allo stato naturale, ma le modifica, le adatta alle proprie esigenze, per meglio ricavarne frutti abbondanti. Non sempre, però, le modifiche sono senza conseguenze. Modificare il percorso naturale di qualsiasi fiume o corso d’acqua da parte dell’uomo, grazie all’evolversi della tecnologia, è comunque un trauma all’equilibrio naturale, una mutazione “per sempre”, dell’equilibrio prima esistentesi tra fiume ed ambiente circostante. Spesso con errori irreparabili.

L’uomo dunque capace di trasformarsi da semplice utilizzatore, da spettatore passivo, in attivo creatore di nuove risorse. La storia insegna che l’uomo da ‘raccoglitore’ è diventato ‘coltivatore’ e da ‘cacciatore’ si è trasformato in ‘allevatore’. Anche con il fiume Tirso ha operato in modo da utilizzare appieno tutto il suo potenziale: sbarrando il suo corso per costituirsi un’ampia riserva d’acqua ed imbrigliando i suoi argini per eliminare o limitare i danni causati dalle sue travolgenti piene, riuscendo cosi a cambiarlo e governarlo.

L’imponente opera di sbarramento e la realizzazione del bacino del Lago Omodeo assicura oggi l’approvvigionamento idrico ad una vastissima area – compresa la zona di Arborea, dove il canale artificiale convoglia circa i 2/3 dell’acqua del fiume – consentendo così alla valle del Tirso di divenire una delle più produttive zone agricole dell’isola ma facendo, però, anche scomparire per sempre villaggi, campi e monumenti archeologici di grande interesse.

Ma cosa incontra questo fiume nel suo lungo percorso che conta oltre 160 chilometri?

Chi ha avuto la fortuna di percorrere, a tappe, questa lunga strada fluviale ne ha proprio tanto da raccontare! Discendere il corso del fiume, partendo dalla piccola sorgente che sgorga dai graniti di Buddusò, pur non essendo una facile passeggiata, è certo possibile. Si può scegliere di farlo in parte a cavallo, a piedi o in bicicletta, oppure in macchina, visto che comode strade costeggiano quasi tutto il suo corso. Tutto sommato, ognuno di questi mezzi offre opportunità che, seppur in modo differente, possono farci godere pienamente lo spettacolo offerto dai bellissimi paesaggi circostanti. Le splendide immagini delle zone rivierasche, che man mano si presentano durante il percorso, sono di grande fascino: splendidi scorci, tra i quali si alternano selvaggi canyon, morbide vallate, testimonianze archeologiche e vivaci centri abitati. Paesi dove si respira ancora l’aria delle tradizioni, dove il tempo qualche volta sembra essersi fermato e che consente di vivere, senza fretta, luoghi, poesie e sapori di epoche lontane. I profumi che si assaporano attraversando le valli ed i boschi lungo il fiume chi non li ha potuti sentire con il proprio olfatto li può solo immaginare, così come gli sarà impossibile essere permeato da quell’autentico calore umano e da quell’ospitalità fatta di mille colori e sapori e che si identifica nell’autentica ed unica tradizione gastronomica isolana.

Ricevuto nel lungo viaggio il corposo apporto degli affluenti sia di destra che di sinistra il fiume, ormai lento e maestosi si avvia verso la sua foce: il largo delta che si allarga nella piana di Oristano, per poi gettarsi nella acque del mare vicino a Tharros. E’ proprio in questa ultima parte del suo viaggio che si ipotizza di utilizzare le potenzialità di questo fiume per scopi diversi da quelli del semplice utilizzo delle sue acque:

“ Il Parco Fluviale del Tirso”.

La bassa valle del fiume Tirso, quindi, come area pilota per la sperimentazione del progetto europeo GreenLink, in linea con gli indirizzi del Piano paesaggistico regionale, che al suo interno già prevede la realizzazione del parco fluviale del Tirso. Questo progetto oltre che dalla Regione è condiviso anche dalla provincia di Oristano, che ha incluso all’interno del proprio strumento di pianificazione la realizzazione di un parco territoriale, che si dovrebbe estendere dal logo Omodeo sino alla foce del fiume Tirso. Il Comune di Oristano, favorevole, con i suoi limitati mezzi, attende gli sviluppi onde poter realizzare un lavoro di gruppo.


“Il Fiume Tirso: elemento di Collegamento tra Oristano e le sue Frazioni”,

questo potrebbe essere lo slogan capace di accompagnare la realizzazione dell’ipotizzato parco fluviale del Tirso.

Contrariamente a quanto successo fino ad oggi, il fiume, con il costituendo parco fluviale, diverrebbe un importante elemento di collegamento tra Oristano, le sue frazioni e la borgata di Torregrande, grazie anche all’ultimazione del ponte di viale Repubblica. Sarà possibile, dunque, integrare gli ultimi chilometri del fiume più importante della Sardegna con il nuovo sviluppo verso le periferie della cittadina oristanese, il tutto mediante un grande parco fluviale che diventerebbe spazio di aggregazione non solo per gli oristanesi, indirizzato allo sport, alla cultura ed al tempo libero.

La realizzazione del “Parco fluviale” non riguarderebbe solo l’adattamento ed il miglioramento della via d’acqua, ma riguarderebbe la ristrutturazione di un contesto ben più ampio. In tale contesto assumono particolare rilevanza alcuni “punti di forza” della necessaria evoluzione urbanistica che possiamo qui di seguito indicare:

• la progettazione di piste ciclabili intese a collegare il Centro di Oristano alle frazioni ed alle borgate (accordi con l’Amministrazione Provinciale e l'Anas) e altrettanta pianificazione dei percorsi interni intesi come rete urbana;

• l’esame della possibilità di incrementare la cubatura, per soluzioni di modesto impatto ambientale, atte a consentire la realizzazione di parcheggi nel sottosuolo e la contemporanea realizzazione di spazi verdi in superficie;

• l’esame e la valutazione dell’ipotesi di una variante al PUC che consenta di tenere conto della specificità oristanese nella gestione delle scuderie, favorendone l' avvicinamento al centro abitato;

• la realizzazione di ippovie che consentano la interconnessione con altre iniziative presenti nel territorio sardo, attesa la consolidata cultura del cavallo nella città di Oristano e nel circondario, non ultima la secolare e tradizionale Sartiglia;

• ricercare e favorire la localizzazione di nuovi spazi verdi in Torangius e Sacro Cuore, nonché in punti strategici della città e delle frazioni ove possa sperimentarsi una nuova gestione e controllo del verde con il coinvolgimento di privati.


Oristano quindi come sede e motore del “ Parco fluviale” che, partendo dall’Omodeo, arrivi sino alla foce del Tirso. Uno stupendo ‘Parco territoriale’ capace di diventare elemento trainante, che vedrebbe il Tirso come rinnovato elemento produttivo del territorio. È questo lo scenario che si pone il Master plan del “Parco fluviale del Tirso” proposto dalla Regione e dalla Amministrazione provinciale di Oristano nell’ambito del progetto europeo Green Link. Questo interessante progetto punta ad avviare un processo di valorizzazione e di gestione del paesaggio della Bassa Valle del Tirso. Il fiume Tirso, questa grande e poco utilizzata risorsa, oltre alla rilevanza ambientale ed ecologica che rappresenta, potrebbe diventare una ulteriore connessione tra le altre risorse esistenti: storiche antropologiche e culturali, in grado di meglio utilizzare, trasformare e conservare il paesaggio dell’isola.

Il Tirso diventa quindi elemento strategico nella pianificazione, sia a livello regionale, all’interno del P.P.R. sia a livello provinciale, nel Piano Territoriale di coordinamento e urbanistico e a livello comunale con la proposta di studi per dare l’avvio al processo di realizzazione del Parco fluviale.

Il progetto del Parco fluviale per essere realizzato ha bisogno dell’apporto costruttivo di tutti. Lo sviluppo futuro, quello sviluppo che, forse, consentirà ai giovani, non solo di trovare occupazione ma soprattutto di mantenere intatte le nostre risorse, sotto certi aspetti uniche, è fatto sì di innovazione, ma ragionata, costruttiva e produttiva. Questo progetto che intende mantenere l’identità del fiume deve essere portato avanti, con caparbietà e forte volontà. Da tutti. Oggi dobbiamo riscoprire questo fiume, volgere lo sguardo, magari da “Ponti Mannu”, ancora privo di passaggi pedonali sicuri e piste ciclabili, verso le sue lente acque che si avviano al mare, per immaginarlo ancora di più al nostro servizio, utilizzandolo ma rispettandolo, facendolo diventare nuovamente protagonista come nel passato quando ha garantito lavoro e sviluppo. Sviluppo che potrà garantire oggi più di ieri. Dipende solo da noi, non dimentichiamolo!

Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario

mercoledì, ottobre 12, 2011

CHI HA RUBATO IL “FUTURO” AI GIOVANI?

Oristano 12 Ottobre 2011

Cari amici,

credo che ciascuno di noi, più o meno grande di età, sia preoccupato per il futuro: soprattutto del futuro dei giovani. Però, oltre che parlarne, poco si fa per renderlo migliore. A me quest'incertezza fa riflettere molto perché, parafrasando ironicamente G. Marx, “ Il futuro mi interessa molto, è li che voglio passare il resto della mia vita”,credo che il nostro compito sia quello di 'preparare' Loro un futuro sereno, più che pensare al nostro. La situazione reale, però, appare a dir poco drammatica.

Uno degli aforismi più taglienti di Groucho Marx è questo:Amo è la parola più pericolosa per il pesce e per l'uomo”! E' proprio l'amore il tassello mancante.

Perché voglio introdurre oggi questa mia riflessione con la dissacrante ironia di Groucho Marx? Perché voglio, davvero, capire chi ha rubato il Futuro ai giovani.

Se amiamo i giovani allora amiamo anche il loro futuro! Perché i giovani sono il futuro, anche nostro. Essi sono il nostro cordone ombelicale, la nostra prosecuzione, quell’avvenire che attraverso il DNA, il nostro Dna, perpetua la nostra specie. Credo, allora, che dovremo amarli di più, con più forza, con più determinazione.

Riflettendo sul pensiero precedente dovremo, davvero, domandarci perché stiamo costruendo un mondo che egoisticamente li esclude. Chiediamoci perché continuiamo a preoccuparci solo dell’oggi e non anche del domani, nostro e loro. Interroghiamoci sul perché nessuno di noi vuole rinunciare all’uovo oggi anziché investire e pensare, invece, alla gallina domani!

Sono domande pesanti come macigni, domande che non trovano e non potranno trovare, presto, le giuste risposte.

L’uomo fin dagli albori della sua esistenza ha cercato di migliorare il mondo che aveva trovato. Unico degli animali con una capacità intellettiva superiore, portato al vivere la vita in comunità, insieme agli altri, non alla sopravvivenza in selvaggia solitudine, ha nel tempo creato Comunità sempre più perfezionate ed in costante miglioramento. L’evoluzione ha fatto sì che, di generazione in generazione, quella successiva ‘vivesse meglio’, avesse più strumenti e servizi della precedente. Possiamo affermare che nel tempo, nei secoli e nei millenni, questo processo evolutivo e migliorativo è stato costante ed è arrivato intatto e perfezionato fino a noi, fino alla nostra generazione. Poi, all'improvviso, il meccanismo sembra essersi inceppato ed, almeno in parte, interrotto.

Sono certo di poter affermare che la generazione successiva alla mia ( parlo dei giovani di oggi, considerato che essendo genitore di un ragazzo di 27 anni, appartengo a quella precedente), non avrà un trend in crescendo ma si avvierà, come nei diagrammi più preoccupanti, prima ad una crescita ‘zero’, con andamento orizzontale, e successivamente destinato a seguire una linea paurosamente in discesa.

Questo fallimento non è nato certo all'improvviso, non ha una origine recentissima ne univoca e di matrice certa. Tante sono le cause ed alcune addirittura poco leggibili, decifrabili. Forse oggi è arrivato il ‘conto’ da pagare, frutto dei molti errori che si sono accumulati nel tempo e che aggiungendo peso a peso, alla fine hanno fatto precipitare e collassare il sistema. Ma cosi è, purtroppo e forse irrimediabilmente.

Le recenti statistiche mettono in luce nel mondo situazioni ormai praticamente irreversibili, impossibili o quasi da correggere, da rimettere in carreggiata. Quali e di chi le colpe? L’accertamento, il processo ai colpevoli, non sarà ne semplice ne facile! Credo che dovrò andare a rileggermi con attenzione il pensiero di Franz Kafka e della sua ironica ed incompiuta opera “Il Processo”.

La triste situazione giovanile, priva di lavoro e del suo grande ‘valore’ sia formativo che appagante, e delle conseguenti mancate ‘certezze’ per il futuro, è ormai nota in tutto il mondo. La mancanza di questi ‘valori’ crea ansia ed insoddisfazione, privando anche noi genitori del contributo che questi giovani avrebbero potuto apportare, mentre restano inespresse le loro capacità e le loro nuove professionalità. La loro ‘provvisoria’ precarietà si sta lentamente trasformando in ‘definitiva’ e questo non fa che aggravare la situazione. Ci sono soluzioni possibili? Se ci sono bisogna cercarle con urgenza, perché il trascorrere del tempo non fa che aggravare la situazione, come in un malato grave quando le cure stentano a trovarsi ed ogni giorno la fibra, la resistenza, ne risulta sempre più fiaccata.

Mi sento di sostenere che uno dei maggiori responsabili di questa situazione sia l’imperversante e generalizzato egoismo, e la conseguente assoluta mancanza di altruismo.

Come, direte Voi, che c’entra l’egoismo? C’entra, dico io, c’entra, e come!

E’ l’egoismo della Società in cui viviamo, è il nostro egoismo anche personale, è la nostra poca lungimiranza a contribuire a costruire una situazione cosi drammatica. Da che mondo è mondo è l’egoismo a dominare la nostra esistenza. Voglio riportare un esempio pratico, per meglio descrivere il mio pensiero. Quand'ero ragazzo le famiglie erano molto più ‘numerose’ di quelle attuali. Intendo dire che i figli in casa non erano, come oggi, solo uno o due. Ebbene il capofamiglia cercava in tutti i modi di coinvolgere i figli, non appena erano in età lavorativa, in quanto qualsiasi aiuto, anche modesto, avrebbe migliorato l’apporto globale economico familiare. In sintesi, se in una famiglia, immaginiamo composta da 5 o 6 persone, a lavorare è il solo capofamiglia certamente anche tutti gli altri 5 componenti ne utilizzano i benefici: alimentazione, vestiario, assistenza medica, mezzi di trasporto, svaghi, etc.! Questo significa anche che l’onere non può gravare solo su uno solo, quando i benefici, invece, sono utilizzati e divisi tra tutti i componenti.

Credo che questo esempio banale possa far riflettere tutti. Oggi con una marea di giovani privi di lavoro (un giovane su tre è disoccupato) le famiglie si trovano proprio all’interno di una condizione come quella prima descritta. Le soluzioni possono e debbono essere trovate! I tanti “bamboccioni”, come recentemente sono stati definiti, di colpe ne hanno meno di noi. Siamo noi che dobbiamo mettere da parte il nostro egoismo e consentire loro, invece, di “volare”.

Lo dicevo prima e lo ripeto ora i colpevoli sono tanti: La globalizzazione, la scarsa volontà degli Stati di attuare politiche di sostegno per i giovani, ma anche l’egoismo delle forze sociali che non cedono, non vogliono cedere, sulla flessibilità delle retribuzioni (pur con i ferrei controlli possibili); tutto questo non fa che alimentare la fuga delle aziende dagli Stati industrializzati a quelli in via di sviluppo, creando ogni giorni nuove colonne di disoccupati e nuove sacche di povertà. La soluzione certo non è ne semplice ne facile, ma l’inerzia è il peggiore dei mali. Pensiamoci!

Continuando di questo passo la nostra generazione sarà l’ultima ad aver vissuto l’evoluzione in positivo, ed alla quale verranno addebitate tutte le colpe, comprese quelle dei nostri predecessori. Abbiamo una responsabilità pesante e, purtroppo la sottovalutiamo. Per questo la storia ci punirà, severamente. Credo che tra qualche secolo i libri di storia ( libri certo diversi da quelli di oggi, che forse saranno scritti direttamente all’interno del nostro cervello, in file incancellabili) definendo la nostra generazione la indicheranno come quella che ...

“ HA RUBATO IL FUTURO AI GIOVANI!”.

Credo che sia il caso di meditare seriamente.

Grazie della Vostra attenzione.

Mario



lunedì, ottobre 03, 2011

UNA PIANTA APPARENTEMENTE POVERA E TRASCURATA: IL FICODINDIA ( SA FIGUMORISCA). UN’ANTICA RICCHEZZA, CHE POTREMMO ANCORA RISCOPRIRE.


Oristano 3 Ottobre 2011

Cari amici ed amiche di questo blog,

il mio recente ‘ripasso’ dei ricordi di quand’ero ragazzo mi ha riaperto non pochi file che, pur nascosti nelle parti più recondite della mia mente, a volte riappaiono all’improvviso come fantasmi di un passato che, nel bene e nel male, ne è parte integrante.

Mentre nei giorni scorsi mettevo per iscritto il mio lucido ricordo del ‘Banditore’, la mia mente rivedeva quei luoghi della mia infanzia com'erano allora: strade prive di asfalto, solo le più importanti in acciottolato, le altre in semplice terra battuta, ed i sentieri che portavano fuori dal Paese incorniciati ai lati da lunghe file di fichidindia che, oltre che essere utili come recinzione, davano sollievo anche alle esigenze alimentari dei meno abbienti. Anche se oggi pochi la utilizzano questa pianta era considerata in passato una vera miniera: produceva, senza fatica e senza coltivazione, succosi frutti che davano una mano alla magra economia del dopoguerra. Da questa pianta si ricavavano, e si possono ancora ricavare, una miriade di eccellenti prodotti alimentari e curativi.

Per chi poco ne conosce le sue grandi virtù ecco, ora, la sua storia e le sue lontane origini.

Il fico d'India o ficodindia (Opuntia ficus-indica) è una pianta succulenta della famiglia delle Cactacee, originaria del Messico ma naturalizzata in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle zone temperate di America, Africa, Asia e Oceania. Ha trovato, in Italia, il suo habitat ideale in Sicilia, Sardegna, Campania, Calabria, Basilicata e Puglia.

L'Opuntia ficus-indica dal Messico si diffuse inizialmente tra le popolazioni del Centro America che la coltivavano e commerciavano già ai tempi degli Aztechi, presso i quali era considerata pianta sacra con forti valori simbolici. Una testimonianza dell'importanza di questa pianta negli scambi commerciali è fornita dal Codice Mendoza. Questo codice include una rappresentazione di tralci di Opuntia insieme ad altri tributi quali pelli di ocelot e di giaguaro. Il carminio, pregiato colorante naturale per la cui produzione è richiesta la coltivazione dell'Opuntia, è anch'esso elencato tra i beni commerciati dagli Aztechi.

La pianta arrivò in Europa verosimilmente intorno al 1493, anno del ritorno a Lisbona della spedizione di Cristoforo Colombo. La prima descrizione dettagliata risale comunque al 1535, ad opera dello spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés nella sua Historia general y natural de las Indias. Linneo, nel suo Species Plantarum (1753), descrisse due differenti specie: Cactus opuntia e Cactus ficus-indica. Fu Miller, nel 1768, a definire la specie Opuntia ficus-indica, denominazione tuttora ufficialmente accettata.

È questa una pianta succulenta arborescente che può raggiungere i 3-5 m di altezza. Il fusto è composto da cladodi, comunemente denominati pale che, sviluppandosi e unendosi gli uni agli altri, formano delle ramificazioni. I cladodi assicurano la fotosintesi clorofilliana, sostituendo nella funzione le foglie. Sono ricoperti da una cuticola cerosa che limita la traspirazione e rappresenta una barriera contro i predatori. I cladodi basali, intorno al quarto anno di crescita, vanno incontro a lignificazione dando vita ad un vero e proprio tronco. Le vere foglie, invece, hanno una forma conica e sono lunghe appena qualche millimetro. Appaiono sui cladodi giovani e sono effimere. Ai lati dei cladodi si sviluppano i fiori e successivamente i frutti. Su entrambe le facce dei cladodi si sviluppano numerose spine di colore biancastro, sclerificate, solidamente impiantate, lunghe da 1 a 2 cm. Esistono anche varietà di Opuntia inermi, senza spine. L'apparato radicale è superficiale, non supera in genere i 30 cm di profondità nel suolo, ma di contro è molto esteso.

I fiori,dislocati nelle parti superiori dei cladodi, sono a ovario infero e uniloculare. Il pistillo è sormontato da uno stimma multiplo. Gli stami sono molto numerosi. I sepali sono poco vistosi mentre i petali sono ben visibili e di colore giallo-arancio. Variamente colorati sono ricercati con particolare gradimento dalle api che in cambiano dell'impollinazione ne ottengono in cambio un pregiatissimo nettare.



Il frutto è una bacca carnosa, uniloculare, con numerosi semi (polispermica), il cui peso può variare da 150 a 400 g. Il colore è differente a seconda delle varietà: giallo-arancione nella varietà sulfarina, rosso porpora nella varietà sanguigna e bianco nella muscaredda. La forma è anch'essa molto variabile, non solo secondo le varietà ma anche in rapporto all'epoca di formazione: i primi frutti sono tondeggianti, quelli più tardivi hanno una forma allungata e peduncolata. Ogni frutto contiene un gran numero di semi, nell'ordine di 300 per un frutto di 160 g. Molto dolci, i frutti sono commestibili e hanno un ottimo sapore. Una volta sbucciati e privati delle punte si possono tenere in frigorifero e mangiare freddi.

La pianta possiede una grande resistenza alla siccità e ciò nonostante è dotata di una grande produttività in termini di biomassa. La resistenza alla siccità è determinata dal fatto che i cladodi sono ricoperti da una spessa cuticola cerosa e che il parenchima è costituito da strati di cellule che fungono da riserva d’acqua. Anche la presenza di radici superficiali e disposte su ampia superficie è un adattamento che consente la sopravvivenza anche in zone con precipitazioni piovose di modesta entità. La pianta inoltre, analogamente alle altre Cactacee, è dotata di un particolare metabolismo fotosintetico, denominato fotosintesi CAM (Crassulacean Acid Metabolism), che consente l’assimilazione dell’anidride carbonica e la traspirazione durante la notte, quando la temperatura è più bassa e l’umidità più alta. Le perdite di acqua per traspirazione sono conseguentemente molto ridotte, mentre la quantità di anidride carbonica assorbita è, in rapporto all’acqua disponibile, elevata. Ciò determina una maggiore efficienza d’uso dell’acqua, cioè un costo in termini di acqua necessaria per fissare una molecola di carbonio, da tre a cinque volte più basso di quello che si registra nelle altre specie agricole. L' Opuntia ficus-indica, per la sua capacità di svilupparsi anche in presenza di poca acqua, si rivela una pianta di enormi potenzialità per l'agricoltura e l'alimentazione dei paesi aridi. Ha un notevole valore nutrizionale essendo ricca di minerali, soprattutto calcio e fosforo, oltreché di vitamina C. La risorsa alimentare più pregiata è rappresentata dai frutti, chiamati fichi d'India, che oltre ad essere consumati freschi, possono essere utilizzati per la produzione di succhi, liquori, gelatine, marmellate, dolcificanti ed altro.

In Italia il 90% della superficie coltivata a fico d'India è localizzata in Sicilia, il rimanente 10% in Puglia, in Calabria ed in Sardegna.

Fatta questa necessaria premessa “botanica” ecco ora il racconto dei miei ricordi e di come, in passato, veniva utilizzata questa splendida pianta nel mio paese ed in casa mia.

La Sardegna tra la primavera e l’estate si veste di fiori e frutti di fichi d’india. Tra aprile e luglio la pianta dà il meglio di sé con una profusione di splendidi fiori. Quand’ero ragazzo le nostre campagne erano tutte praticamente recintate con siepi di ficodindia. Le strette stradine rurali che portavano alle campagne che circondavano il paese erano tutte con un duplice filare spinoso di fichidindia (sa cresura). Da Aprile in poi una immensità di fiori tra il bianco il rosa ed il giallo inondava ed abbelliva i sentieri e le recinzioni dei campi. Presto una gran parte di quei fiori si sarebbe trasformata in succosi frutti che avrebbero ricoperto la gran parte delle sommità della pianta con vivacissimi colori, varianti verso il rosso intenso in piena maturazione.

Allora poco o niente di quel ben di Dio andava perduto. I suoi frutti erano una vera ricchezza. Essi, molto dolci, zuccherini, nutrienti , erano un ottimo cibo per gli animali e soprattutto per i maiali che, con i fichi d'india ingrassavano molto bene. I frutti erano utilizzati anche per l'alimentazione umana ,soprattutto nelle famiglie più povere. D'estate si mangiavano freschi e poi si essiccavano per l'inverno. Essiccati si chiamavano ‘Pibadras’. Con essi si preparava anche la marmellata e ‘sa Saba’ una melassa utile per i dolci. Questa melassa si poteva ricavare anche dall'uva ma era più costosa. Cogliere i frutti non era tanto facile per via delle spine . Si usava ‘sa Cannuga’ ,una canna spaccata in punta con tre tagli tenuti aperti da un tappo di sughero e ‘sa Scovitta’ , una piccola scopa di cisto o di lentischio che serviva per mondare i frutti, appena colti, dalle spine. Per il trasporto si usavano i carretti oppure i cesti poggiati sulla testa delle massaie che si proteggevano con su ‘Tidibi’, un pezzo di stoffa arrotolato.

Oltre al consumo del frutto fresco, le massaie lavoravano con grande maestria il dolce contenuto dei fichi d’india sapientemente sbucciati e lo trasformavano in gustose confetture, ne ottenevano un ottimo liquore e una 'sapa' (concentrato di succo e polpa) di eccellente qualità con la quale confezionavano dolci di squisito ed indimenticabile sapore. La sapa di fico d’india era ed è un prodotto sostitutivo della sapa di mosto d’uva, sotto certi aspetti anche più gustosa. Un tempo, essa era preparata in particolare dalla popolazione povera che, non possedendo vigne e quindi mosto, poteva in tal modo realizzare senza grossa spesa quei dolci tradizionali come “su pan’e saba”.

Oggi le qualità e la bontà della “Sapa di ficodindia” sono state formalmente riconosciute dalla Comunità Europea. La sapa ha ottenuto il riconoscimento comunitario come “Prodotto Tradizionale”, meritevole di menzione in quanto per ottenerlo vengono utilizzate materie prime di particolare pregio e rientra tra i prodotti tipici del luogo. Con il termine “Prodotti Tradizionali” si intendono quei prodotti agroalimentari le cui metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura risultino consolidate nel tempo, omogenee per tutto il territorio interessato, secondo regole tradizionali, per un periodo non inferiore ai venticinque anni. Il sistema dei prodotti tradizionali è regolamentato dal decreto del 18 luglio 2000. “Prodotto Tradizionale” è un marchio di proprietà del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.






I pregi di questa pianta, però, non si limitano alla bontà dei suoi frutti. Negli anni passati il ficodindia veniva usato come recinzione per i terreni, soprattutto nelle zone dove non vi era grande disponibilità di pietre, come il campidano. Essendo spinoso era utile a scoraggiare i malintenzionati e anche gli animali predatori. I suoi cespugli offrivano riparo sicuro agli animaletti selvatici che nelle loro vicinanze sistemavano la loro tana. Le parti che venivano staccate dalla pianta con la potatura erano talvolta usate come fertilizzante naturale e le parti che con gli anni, invece, erano diventate legnose, una volta secche erano un ottimo combustibile che alimentava sia i caminetti che il forno per la cottura del pane e dei dolci. I fiori erano poi una grande attrazione per le api che con il nettare ricavato producevano uno squisito miele. Con i fiori e le foglie si preparavano anche dei medicamenti secondo antiche ricette. Quando allora le farmacie non erano diffuse come oggi si ricorreva abbastanza spesso alla medicina popolare. Ecco alcune ricette di allora:

i frutti, considerati ‘astringenti’ per la loro ricchezza in vitamina C, erano indicati nelle diarree ed in particolare per la prevenzione dello scorbuto;

• i giovani cladodi, riscaldati al forno, venivano utilizzati come emollienti ed applicati in forma di cataplasma;

• l'applicazione diretta della "polpa" dei cladodi su ferite e piaghe costituiva un ottimo rimedio antiflogistico, riepitelizzante e cicatrizzante su ferite e ulcere cutanee;

il decotto di fiori era utilizzato per le sue proprietà diuretiche.

Anche oggi alle antiche proprietà medicinali se ne aggiungono altre. Eccole:

i frutti del ficodindia hanno marcate proprietà antiossidanti;

l'efficacia di un estratto di Opunzia ficus-indica, nella cura dei postumi della intossicazione alcolica è stata dimostrata in uno studio clinico controllato randomizzato;

la notevole concentrazione della frazione polisaccaridica presente nei cladodi del ficodindia, così come in altre specie di Opuntia, costituita prevalentemente da un polimero di galattosio,arabinosio e altri zuccheri denominato opuntiamannano, comporta la capacità di legare i grassi e gli zuccheri ingeriti (resi pertanto non assorbibili) con risultati positivi sul metabolismo glico-lipidico e nella sindrome metabolica;

• le mucillagini e le pectine presenti nei cladodi di Opunzia ficus-indica hanno dimostrato un effetto gastroprotettivo negli animali da esperimento.

Quali grandi virtù sono contenute in questa pianta dal corpo spinoso, poco elegante, oggi assolutamente ignorata, nella nostra terra sarda, e che invece avrebbe potuto dare una piccola mano d’aiuto ad un’economia non solo magra, stagnante, ma in continuo decadimento!

Credo che noi sardi, abituati da millenni a “servire” i conquistatori che da sempre hanno calpestato il nostro suolo, abbiamo perso ogni grinta, ogni velleità, in una parola ci siamo arresi. Non è cosi che possiamo, anzi dobbiamo, costruire il nostro futuro e, soprattutto quello nostri dei giovani che, in particolare, ci accusano di non aver predisposto e conservato quelle risorse a Loro necessarie. Riprendiamoci la costruzione del “Futuro”, non aspettiamo che siano gli altri a darcelo! Riprendiamocelo anche riscoprendo il passato, quando, e lo abbiamo toccato con mano, siamo riusciti a vivere con poco, pochissimo, rispetto all’oggi. Un’ultima considerazione riferita all’odierna società dello spreco.

Oggi siamo costantemente bombardati e ci preoccupiamo molto della “raccolta differenziata”. Quand'ero ragazzo questo tipo di raccolta non c’era. Anzi non c’era proprio nessuna raccolta! Eppure le strade erano pulite, ordinate, senza quel caos alla napoletana che oggi è noto in tutto il mondo. Allora di quanto veniva utilizzato per la vita quotidiana, in particolare nella cucina di casa, poco o niente andava perduto e non costituiva certo motivo di inquinamento. Ogni casa era una piccola ma efficiente ‘fattoria’, dove ogni cosa veniva utilizzata saggiamente. Nel grande cortile annesso alla casa veniva allevato il maiale, le galline ed i conigli; la restante parte dell’orto veniva sapientemente coltivata per ricavarne patate, cipolle, aglio, sedano, carote, basilico e quant'altro necessario e di quotidiano utilizzo in cucina. A completare il numero dei componenti la ‘fattoria casalinga’ cani e gatti, anch'essi con un compito preciso: sorvegliare e custodire la casa, difenderla dai topi o da altri intrusi.

In questa piccola fabbrica, che albergava in ogni famiglia, ogni cosa era riciclata senza sprechi. I resti del pranzo o della cena, venivano destinati all’alimentazione animale: cani, gatti o galline. I resti delle lavorazioni domestiche bucce di fichidindia, di verdure, scorze di patate, crusca, frutta guasta, etc. erano destinati all'alimentazione degli animali da cortile, a partire dal maiale. Un ciclo completo che evitava il pessimo spettacolo di oggi con centinaia di recipienti fuori dalla porta, inquinanti e maleodoranti. Anche tutto il resto, che costituiva arredi ed attrezzatura della casa-fattoria, era seguito da artigiani che non applicavano “l’usa e getta” ma sostituivano solo le parti usurate garantendo la funzionalità del prodotto. In ogni paese dal falegname al ciabattino, dal sarto muratore, dall'idraulico al meccanico tutti erano impegnati, ognuno nel proprio campo.

Forse è riscoprendo il passato che potremo garantire ai nostri giovani quel futuro che oggi non hanno. Non tornando indietro, ma utilizzando saggiamente l’antica esperienza. Non tornando al passato, ma utilizzando il passato per costruire l’avvenire. Non con la semplice “Globalizzazione”, che fa di tutt’erba un fascio, ma con il razionale mix della “Glocalizzazione”, che dimostra che è possibile mettere insieme ‘globale’ e ‘locale’. Applichiamo concretamente ma saggiamente la globalizzazione. Il detto “ Think Global, act Local”, ovvero "Pensa globale ma…agisci Locale", espresso da Zygmunt Bauman, che per primo ha saputo cogliere l’inadeguatezza del termine globalizzazione per definire le nuove dinamiche dei mercati e dell’economia, ha il merito di essere riuscito a sintetizzare questa nuova filosofia, questo nuovo approccio ai mercati, in sole quattro parole, particolarmente evocative e, non a caso, in poco tempo sulla bocca di tutti, perché facili da ricordare e da interiorizzare.

Recita Wikipedia: “Think global, act local”, sintesi tra il pensiero globale, che tiene conto delle dinamiche planetarie di interrelazione tra i popoli, le loro culture e i loro mercati e l’agire locale, che tiene conto delle peculiarità e delle particolarità storiche dell’ambito in cui si vuole operare.

Noi sardi riflettiamo con attenzione su questo concetto e facciamolo nostro! Daremo cosi ai nostri giovani quello che si meritano, altrimenti andranno via....irrimediabilmente e per sempre!








Per la gioia di qualche lettrice che vuole…cimentarsi, ecco una delle ricette per fare un’ottima Sapa (sa Saba).

Sapa di fico d'india (saba de figu morisca).

Ingredienti:

kg 5 di fichi d'india

gr 250 di semola fine

1 bicchiere di acqua

buccia di 1 arancia grattugiata

Esecuzione.

Sbucciare i fichi d'india , schiacciarli con una forchetta e metterli in una pentola con mezzo bicchiere di acqua. Cuocere a fuoco dolce per una mezzoretta. La polpa deve sciogliersi. Filtrarla con un passino, rimetterla sul fuoco e farla sobbollire a fiamma bassissima fino a ridurlo 1 litro circa di succo denso e sciropposo. Ci vorranno 1ora e 30 minuti. Il prodotto è pronto per essere conservato. Per l’utilizzo immediato, o successivo, se si vogliono fare le famose ‘ziriccas’ o l’altrettanto noto ‘pan’e saba’ , procedere cosi:

- si allunga il liquido con un bicchiere di acqua, si porta a bollore e si versa nel composto la semola e la buccia d'arancia. Non smettete di mescolare fino a quando l'impasto non si stacca dalla pareti della pentola. Ci vorranno 30 minuti circa. La sapa è pronta per realizzare le famosissime ‘zilicas’, o per preparare, con aggiunta di mandorle sbucciate e tritate, buccia d’arancia e miele, su pan’e saba!!

Grazie della Vostra sempre splendida attenzione.

Mario