martedì, giugno 24, 2025

IL NOSTRO CERVELLO, ANCHE DURANTE IL RIPOSO, CONTINUA A SVOLGERE DELLE ATTIVITÀ: TRA QUESTE “REALIZZA DEI SOGNI”. TUTTAVIA, DI SOLITO, LI DIMENTICHIAMO. PERCHÉ?.


Oristano 24 giugno 2025

Cari amici,

Siamo in tanti a chiederci: “Perché sogniamo e a cosa servono i sogni? Non è chiaro, infatti, il perché sogniamo. La scienza ci studia da tempo, alla ricerca dei motivi di questa attività onirica, ma un risultato certo e assoluto è ancora da scoprire. I sogni potrebbero simulare scenari per noi minacciosi, seppure senza rischi reali, oppure aiutarci ad elaborare emozioni e prepararci ad affrontare le minacce che incontriamo nella nostra vita. Secondo alcuni studiosi i sogni servono anche per consolidare memorie e apprendimenti, attivando aree cerebrali legate all'emozione e riducendo quelle del pensiero razionale.

I sogni, amici, si verificano principalmente durante la fase REM del sonno (Rapid Eye Movements), contraddistinta da un rapido movimento dei nostri occhi. Il motivo per cui sogniamo come detto non è chiaro: oltre alla convinzione che sognare aiuti a consolidare la memoria dal punto di vista evolutivo, troviamo un’interpretazione decisamente affascinante: sognare ci permette di simulare possibilità reali senza rischiare l’incolumità, e si sogna anche in “risparmio energetico”, scollegando il cervello dal corpo, così da non tradurre in azione ciò che sogniamo.

Il sogno, inoltre, sembra essere uno spazio privilegiato per le emozioni, piuttosto che per il pensiero analitico; pertanto, può avere un ruolo nel processamento e nell'elaborazione delle emozioni che abbiamo provato durante la giornata; la forma, talvolta strana e confusa, dei nostri sogni può servire proprio per dare alle nostre esperienze uno spazio non strettamente legato alla realtà. La scienza da tempo si occupa dell’interpretazione dei sogni (rappresenta una branca estremamente complessa della psicoanalisi), in quanto il sogno parla per simboli (immagini con un significato universale).

Secondo Sigmund Freud, ogni sogno rappresenta una finestra sul nostro inconscio e sui nostri desideri nascosti; Freud è stato il fondatore di questa disciplina, da cui si deduce che tale interpretazione deve per forza essere mediata da chi ha sognato, ovvero che l’analisi dell’attività onirica è sempre personalizzata e dipende dalla propria sfera emotiva. I sogni attingono spesso ad avvenimenti accaduti di recente, e da essi si parte per formulare visioni che mascherano e deformano i desideri inappagati. Ma il sogno può essere anche una rivisitazione di episodi pregressi, può rappresentare un punto di vista che non avevamo preso in considerazione nella nostra vita cosciente.

Amici, spesso ci svegliamo di botto e fatichiamo a ritrovarci nel nostro ambiente quotidiano, essendo, in parte, ancora in preda allo scenario del sogno, che ci rimane vivo e presente. Molto più spesso, invece, del sogno non restano che pochissime tracce! Anzi, nella gran parte dei casi non ricordiamo proprio nulla! Perché ciò avviene? Per quale motivo il sogno, bello o brutto che sia, al risveglio risulta cancellato? Si, ci capita spesso di svegliarsi con una sensazione fugace: abbiamo appena fatto un sogno, ma i dettagli si dissolvono rapidamente. Perché succede?

Secondo le neuroscienze, dimenticare i sogni è un processo naturale, legato al funzionamento del cervello durante il sonno. La chiave del mistero risiede nell’attività di alcune aree cerebrali e nei meccanismi della memoria, che durante il sonno vanno in “modalità riposo”. È l’Ippocampo la stazione centrale dei nostri ricordi nel cervello, colui che si occupa di smistare i sogni e permetterci di ricordarli. Proprio durante la fase REM.

L’ippocampo ha un’attivazione ridotta. Il suo lavoro “part time” fa sì che molte delle cose che sogniamo non passino per il processo di memorizzazione che solitamente abbiamo pienamente funzionante quando siamo svegli. Durante il giorno, infatti, l’ippocampo archivia instancabilmente nuove informazioni trasferendole nella memoria a lungo termine, che si trova diffusa nella nostra corteccia, in particolare quella del lobo frontale. È stato accertato che le maggiori possibilità di ricordare ciò che si è sognato sono legate proprio al momento del risveglio.

Le Reve - Picasso

La transizione dal sonno alla veglia è, infatti, un momento cruciale, che deciderà quanto dei nostri sogni notturni riusciremo a ricordare quando apriamo gli occhi. Durante il risveglio, il cervello passa velocemente da una bassa attività ad una alta. Gli studi dimostrano che chi si sveglia durante o in prossimità di una fase REM, aumenta di molto le probabilità di ricordare l’ultimo sogno fatto, rispetto a chi si sveglia in altre fasi del sonno.

Cari amici, personalmente non mi capita spesso di ricordare i sogni che sicuramente faccio durante la notte. Li ricordo, e anche bene, solo quando mi sveglio all’improvviso, spesso impegnato in un sogno particolarmente angoscioso, dove stranamente mi sento perso, non riuscendo a trovare via d’uscita! Credo che rispecchi le mie paure, i miei dubbi sul futuro! Chissà, se magari questi sogni potranno aiutarmi a trovare la giusta via per arrivare a trovare soluzione alle mie incertezze!

A domani, amici lettori!

Mario

 

lunedì, giugno 23, 2025

LA NOSTRA CASA? NON È UN SEMPLICE LUOGO DA ABITARE, MA DA VIVERE! ESSA È LO SPECCHIO DELLA NOSTRA ANIMA.


Oristano 23 giugno 2025

Cari amici,

Sfogliando un qualsiasi dizionario, con il termine CASA di norma troviamo scritto che trattasi di “un’abitazione, ovvero di un luogo che un essere umano costruisce, oppure sceglie o adatta fra quelli che gli si offrono nell’ambiente naturale, come ricovero, stabile o temporaneo, per sé e per la sua famiglia”. A quest’arida definizione potremmo, però, aggiungere che  "La casa, non un semplice luogo da abitare, ma da vivere"! Ciò esprime l'idea che la casa va ben oltre la sua funzione di semplice riparo. È di certo molto di più! La casa è un luogo particolare, dove si costruiscono relazioni, si condividono esperienze, si vivono emozioni e si coltiva il benessere psicologico.

La casa, cari lettori, è un luogo alquanto particolare, dinamico e complesso, dove si vive, si cresce, si invecchia. Un luogo che, oltre a darci riparo e protezione, ci accoglie dopo una lunga giornata di lavoro, facendoci ritrovare pace e serenità. È uno spazio non solo fisico, dove trascorriamo parte della nostra vita, dove coltiviamo le nostre relazioni affettive; la casa è il nostro “Rifugio personale”: un luogo dove ci sentiamo al sicuro insieme a ciò che amiamo. La casa rappresenta noi stessi agli altri, evidenziando i nostri gusti, la nostra personalità, i nostri progetti futuri.

Amici, in sintesi, la casa è un luogo particolarissimo, che è parte di noi, un luogo dove viviamo, diventiamo grandi, e programmiamo i nostri traguardi. Se siamo riusciti a costruirla in armonia con il nostro corpo, la casa è per noi un vero ambiente terapeutico. Insomma, la casa rappresenta l’estensione fisica ed architettonica del nostro essere! La casa non è solamente un insieme di spazi, ma un insieme di sogni! La definizione dell’Io, amici, passa attraverso la definizione dell’ambiente e la scelta degli arredi: è questo complesso, costruttivo e d’arredo, che la Psicologia dell’abitare teorizza: La casa è come l'abito della nostra anima!

La casa, scelta non a caso, rappresenta la sintesi perfetta dell’identità psichica di chi ci abita. La casa è lo specchio del modo in cui viviamo. Basterebbe esserne consapevoli per viverla in modo terapeutico! Diverse teorie psico-analitiche guardano alla casa come a una rappresentazione della personalità stessa di colui che abita quello spazio. In particolare con i suoi confini, i suoi ambienti e livelli, la casa crea l’atmosfera emotivo-affettiva che ne connota le ambientazioni.

Amici, per Catia Mengucci, progettista dell’Abitare, la casa non è solo lo “specchio dell’anima” ma è la “terza pelle”. Counselor dell’abitare, interior designer e docente di “Design for all” presso l’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona, Catia sulla casa ha un approccio inclusivo. Nel 2016 Lei si è laureata anche in Scienze psicologiche, per poter così implementare la sua esperienza in ambito progettuale con la psicologia ambientale e dell'abitare. Per la Mengucci il legame tra ambiente e psiche è alquanto presente. È così inclusivo che, oltre all’aspetto bioecologico degli interventi e l’accessibilità, insegna a curare in ambito progettuale la qualità psicologica degli spazi. La casa, «Dopo l’epidermide e gli abiti indossati, è la nostra terza pelle: ognuno è un involucro che ci protegge ed espressione di sé stessi». Spiega che le qualità dello spazio, come i colori e le loro cariche energetiche, le forme e i suoni, agiscono sul nostro benessere.

«Lo spazio – ricorda ancora – “parla”, e ascoltarlo, modificarlo, consente di farlo diventare uno spazio nutriente». Racconta che le persone vanno accompagnate per costruire una casa non legata alle mode, ma a quello di cui hanno realmente necessità. «Perché l’essere umano – sintetizza - ha bisogno di confrontarsi, anche per costruire il suo benessere a partire dal luogo in cui vive». Quel benessere abitativo che Francesca Di Giorgio di Wallevoly home decor design ha messo al centro della sua attività. Ossia «un nuovo modo di abitare» che definisce «più consapevole, rigenerante, armonico dove spazi e persone entrano in connessione profonda». Organizza perfino eventi culturali-formativi per educare all’abitare consapevole. «Si tratta di un progetto – entra nel merito – che parla di cultura, benessere, design ma più di tutto di persone. Ogni spazio, se pensato con cura, può diventare un luogo dove tornare a sentirsi bene».

Cari amici, concordo sul fatto che la nostra casa è, per chi la abita, lo specchio dell’anima!

A domani.

Mario

domenica, giugno 22, 2025

IL NOSTRO CERVELLO E LA DECISIONE SULLE PRIORITÀ: PERCHÈ MANTIENE PIÙ A LUNGO I TORTI E LE UMILIAZIONI SUBITE, DEI COMPLIMENTI RICEVUTI?


Oristano 22 giugno 2025

Cari amici,

Il nostro cervello è un immenso “Super computer”, che è capace di discernere in continuazione tutto ciò che quotidianamente viviamo, ma facendo sempre delle valutazioni straordinariamente sottili, che rispecchiano non solo il nostro modo di essere e di vivere l'oggi, ma anche senza dimenticare il passato, ovvero la nostra evoluzione, che ha radici antiche. Si, la realtà è che il nostro cervello elabora tutte le informazioni che riceve, tenendo presente sia il presente che il nostro passato, conservato nel nostro DNA con tutta la nostra storia evolutiva.

Questo particolare comportamento messo in atto dal nostro cervello, questa sua inclinazione a dare sempre uno sguardo al passato, deriva da quei lontani pericoli corsi dall’uomo nella preistoria, quando stare in costante allerta per i potenziali pericoli, poteva letteralmente fare la differenza tra la vita e la morte. L’esperienza dei rischi presenti nel passato e delle antiche esperienze negative vissute, si sono conservate, ed è per questo che il nostro cervello continua ad usare una maggiore vigilanza anche oggi, seppure viviamo in un mondo ben diverso dal passato.

Secondo i più recenti studi di psicologia cognitiva, IL PREGIUDIZIO DI NEGATIVITÀ, è ancora oggi ben presente nella nostra mente, e questa continua ad attribuire un peso maggiore alle esperienze spiacevoli, negative, che l’individuo ha subito, rispetto a quelle piacevoli e positive. Il nostro cervello, memore dei rischi di ieri, registra e analizza, in via prioritaria, ciò che viene percepito come una minaccia, ivi comprese l'umiliazione o le critiche ricevute, conservandone a lungo le tracce. Al contrario, un complimento ricevuto scompare in un batter d'occhio dalla nostra mente! Questo fenomeno, che è davvero molto reale, dimostra inequivocabilmente che il nostro cervello è ancora oggi programmato per dare priorità alle esperienze negative.

Amici, il problema, in realtà, non è di poco conto. Questa lunga conservazione dei ricordi negativi comporta indubbiamente delle conseguenze. Quando la nostra mente rimugina sui torti subiti, sulle umiliazioni ricevute, si riattivano le reti neurali coinvolte nello stress, contribuendo a rafforzare l'ansia. Ad esempio, una singola osservazione offensiva può alimentare anni di dubbi sulla propria competenza o sul proprio valore personale. In una società come quella odierna, dove la performance è sopravvalutata, un errore o un'umiliazione vengono spesso vissute come un fallimento personale.

Al contrario, come accennato prima, le note positive, ovvero i complimenti, spesso vengono sottovalutati, scivolando via come acqua su un terreno impermeabile. Il motivo? Il nostro pregiudizio verso noi stessi! Molte persone tendono a minimizzare il feedback positivo, attribuendolo alla cortesia, alla fortuna o a un errore di valutazione. Questa individuale sottovalutazione di se stessi, in particolare se dentro di noi il complimento ricevuto non viene apprezzato davvero tanto, fa sì che il cervello non lo consideri un evento significativo. Ecco perché gli psicologi consigliano di soffermarsi sui complimenti e le lodi ricevute, apprezzandole nel modo giusto, e, perché no, godendo appieno del riconoscimento ricevuto!

Gli studiosi affermano, tuttavia, che possiamo “riprogrammare” il nostro cervello. In che modo? Agendo sulla neuroplasticità del cervello, cioè sulla sua capacità di creare nuovi percorsi neurali. Per farlo, ecco alcune pratiche efficaci da mettere in atto. Lo possiamo fare, ad esempio, utilizzando una maggiore Consapevolezza: osserviamo i nostri pensieri senza giudicare, imparando a non identificarci con i nostri ricordi dolorosi o rimuginandoci sopra; oppure applicando una Psicologia positiva: ovvero tenendo un diario della gratitudine, praticando l'autocompassione, circondandoci di gentilezza.

Possiamo riprogrammarci anche applicando una Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): è questo un approccio che aiuta a decostruire i pensieri negativi e a dare più peso agli elementi positivi della nostra vita quotidiana. Infine, può risultare utile utilizzare una Narrazione ricostruttiva: ovvero rivisitare il ricordo di umiliazioni ricevute, integrandolo con la comprensione e l’empatia; in questo modo si può riuscire a ridurre il peso emotivo presente nel nostro cervello. Certo, non è facile, ma possiamo provare!

Cari amici, sono sempre stato convinto che l’evoluzione nulla dimentica, ma da esseri umani pensanti e creativi, possiamo di certo fare di necessità virtù: viviamo il nostro presente con realismo, mai dimentichi del passato, delle nostre radici, ma costruendo il nostro futuro con speranza e serena positività!

A domani.

Mario

 

sabato, giugno 21, 2025

LA SARDEGNA E LA LEGGENDA DEL GIGLIO DI MARE, CHE D’ESTATE RENDE MERAVIGLIOSE E PROFUMATE LE NOSTRE BELLE SPIAGGE.


Oristano 21 giugno 2025

Cari amici,

Oggi è il primo giorno dell'ESTATE 2025: Buona estate a tutti Voi! Oggi rifletto con Voi lettori sul meraviglioso Giglio di mare, del quale ho già avuto occasione di parlare su questo blog nel post del 5 luglio 2021, trattando l'argomento della LEGGENDA DELLA SIRENA DELLA BAIA DI SANTA REPARATA. Chi è curioso può andare a leggere questo post cliccando sul seguente link: http://amicomario.blogspot.com/2021/07/la-leggenda-della-sirena-della-baia-di.html. Oggi, però, voglio tornare ancora sull’argomento, ovvero dialogare su questo straordinario fiore, bello e profumato, che ingentilisce le nostre spiagge, rendendole davvero un paradiso!

Il GIGLIO DI MARE ha un curioso nome scientifico: “Pancratium Maritimum”. Questo nome Pancratium è derivato dal greco pan, tutto, e cratys, potente, in considerazione dell’antico riferimento alle sue presunte proprietà medicinali, mentre il termine Maritimum (di origine latina) gli deriva dal fatto che il suo habitat è quello costiero. Questo bellissimo giglio ha una curiosa, antica storia, che affonda nella leggenda. 

Nella nostra Sardegna è comunemente chiamato” Lillu de mari”, ed è talmente apprezzato come una vera e propria meraviglia della natura, che in tanti vorrebbero addirittura trapiantarlo nei giardini di casa! Si, amici, questo giglio è proprio d’estate che si mostra così bello e profumato a quanti si recano al mare! Il periodo della sua fioritura, infatti, è compreso tra giugno e settembre, e i suoi fiori profumati ed eleganti fuoriescono dalla sabbia spontaneamente sulle nostre coste e negli altri litorali bagnati dal Mar Mediterraneo.

In Sardegna attorno all’origine de “Su Lillu de mari”, sono nate diverse leggende. Una di queste lo vedrebbe legato a una delle tante vicende amorose che avvenivano nell’Olimpo, dove il grande protagonista, Zeus, il padre degli dèi, ne combinava continuamente più di Bertoldo! In una di queste leggende si racconta che Zeus si invaghì di una bellissima donna di nome Alcmena, dalla quale ebbe un figlio di nome Eracle (chiamato Ercole nella mitologia romana), che è passato alla storia per le sue memorabili dodici fatiche.

Questo fanciullo straordinario, ERACLE, sarebbe stato affidato da Ermes, il messaggero divino, alla dea Era, sposa di Zeus che lo allattò rendendolo un eroe invincibile. Il piccolo però, mentre prendeva il latte, le diede un morso che fece cadere dal suo seno parte del latte: uno spruzzo raggiunse il cielo, creando la Via Lattea, mentre un altro cadde sulla terra e creò il giglio di mare! Indubbiamente una curiosa ma bella leggenda! Ma, come ben sappiamo la fantasia dell’uomo (e di certo quella dei sardi non è da meno) è grande, e altre leggende hanno come protagonista lo straordinario giglio di mare. Eccone un'altra.

Questa interessante leggenda, sempre legata al colore immacolato del giglio di mare, ha una certa derivazione sarda, in quanto vi si racconta che questo giglio è nato dai capelli biondi di una pastorella sarda! Avere i capelli biondi in passato era una caratteristica molto rara, e quindi la ragazza non passò di certo inosservata agli occhi degli spietati pirati saraceni che spesso invadevano la Sardegna. In una delle loro spedizioni, questi pirati riuscirono a catturarla; la malmenarono e torturarono, al punto tale da ucciderla, gettando poi il suo cadavere in mare. Quando il corpo senza vita della giovane arrivò sulla costa, i suoi capelli erano ancora pieni di vitalità, e riuscirono a rilasciare la loro linfa sulla sabbia, dando in questo modo vita ai gigli di mare.

Le leggende su questo magnifico giglio, cari amici, sono tante: quelle che ho riportato sono solo 2 delle più note; interessante anche un’altra, quella che ho riportato nel post del blog prima menzionato. In questa leggenda il giglio, per diffondersi nelle spiagge, ebbe inizialmente bisogno dell’aiuto delle sirene; ecco cosa racconta la leggenda. La sirena di Santa Reparata aiutò la diffusione di questi fiori portandoli di baia in baia e seminandoli nelle spiagge, dove, con l’arrivo del periodo estivo, si svilupparono tanti bianchi e immacolati gigli di mare, la cui fioritura può essere ammirata anche da lontano! Insomma, il giglio di mare è ritenuto un meraviglioso regalo per gli abitanti della terra, ai quali ricorda la straordinaria forza e potenza della natura.

Cari amici lettori, chiudo questa riflessione ribadendo a tutti Voi che il Giglio di mare è una specie a rischio di estinzione, per cui è protetto e nessuno è autorizzato a strapparlo dalla sabbia dove cresce! Amici, chiunque abbia passeggiato almeno una volta in riva al mare, in una delle tante nostre belle spiagge, non può non averne sentito il suo dolce profumo e ammirato la sua bellezza! Per lungo tempo questa pianta ha rischiato di scomparire, per via della facilità con cui si possono estrarre dalla sabbia i bulbi e il fiore, ma fortunatamente, grazie a una serie di provvedimenti che ne vietano la raccolta, finora è stato possibile preservarne la conservazione. Rispettatelo sempre il Giglio di mare, ed esso continuerà a deliziare, con la sua bellezza e il suo profumo, anche le nuove generazioni!

A domani.

Mario

 

 

venerdì, giugno 20, 2025

TRA LE MERAVIGLIE DEL CREATO C'È UNA BELLISSIMA PIANTA CHE VIVE A LUNGO MA FIORISCE UNA SOLA VOLTA PRIMA DIMORIRE: È LA “SILVERSWORD DI HALEAKALĀ” E SI TROVA NELLE ISOLE HAWAII.


Oristano 20 giugno 2025

Cari amici,

C’è una curiosa pianta che cresce solo sulle pendici vulcaniche di MAUI, nelle Hawaii, e che ha delle particolarità uniche, quasi fosse uscita da una di quelle leggende che affascinano i bambini. Questa pianta si chiama “SILVERSWORD DI HALEAKALĀ”, ma, per la sua particolarità, è nota anche come “Fiore della Pazienza”. Sapete per quale motivo? È una pianta che può arrivare a vivere  anche più di 50 anni, ma senza i normali cicli di fioritura, in quanto fiorisce solo una volta nella vita: prima di morire!

Chiamarla giustamente “pianta fiore della pazienza”, ha una sua logica. Il Silversword viene così chiamato in quanto questa pianta rarissima, che cresce solo sulle pendici del vulcano Haleakalā, sull’isola di Maui, nell’arcipelago delle Hawaii, fiorisce una sola volta nella vita. Di norma gli esemplari vivono tra i 20 e i 50 anni, però senza mai fiorire. Attendono in silenzio, sotto il sole cocente e il vento delle alte quote, accumulando energia per anni ed anni, per compiere, sul finale della loro vita, un unico gesto: QUELLO DELLA RIPRODUZIONE! Lo fanno esibendo una straordinaria fioritura, spettacolare e irripetibile, che però è proprio unica, durando appena tre settimane. Poi muore.

Amici, riprodursi è nel DNA di ogni essere vivente, ed è logicamente presente anche su questa rarissima pianta, che trascorre una vita intera in attesa di compiere quell’atto dovuto: riprodursi! Lo fa una sola volta nella sua lunga vita, esplodendo in una fioritura meravigliosa, mostrando decine di fiori violacei in un unico, irripetibile spettacolo! È una straordinaria esposizione, l’esibizione di uno tripudio di colori e di bellezza, che incanta chi arriva ad ammirarla. L’esibizione dura solo poche settimane poi scompare: dopo la fioritura i semi maturati essiccati vengono sparsi dal vento e faranno nascere le generazioni successive di questa pianta.

Il Silversword, amici, non è solo una meraviglia botanica: è un simbolo vivente di pazienza, resilienza e bellezza effimera. Crescere in condizioni estreme, sopra i 2.000 metri di altitudine, dove poche altre forme di vita riescono a sopravvivere, è quasi un miracolo. Eppure, nonostante le difficoltà, vive e lotta, attendendo con ostinazione il suo momento perfetto. Credo che la sua vita sia una eccellente dimostrazione, a noi umani, che in qualsiasi condizione la vita può e deve continuare! Questa pianta è per tutti noi un promemoria naturale potentissimo: mai arrendersi, dare sempre tempo al tempo, perché molte delle cose più belle e rare della vita, richiedono tempo, silenzio e attesa.

Amici lettori, di fronte a fenomeni così particolari e straordinari come questo, dovremmo davvero riflettere. Osservare con attenzione la natura non solo serve ad aiutarci a creare in noi grande fascino e ammirazione, ma anche a farci meditare. La natura è un grande libro aperto, che dovremmo saper leggere! Nell’osservare il Silversword, dovremmo rivedere anche un po’ di noi. Mediamo sull’idea di aspettare sempre il momento giusto, sia nell’ affrontare la fatica, che il tempo e l’incertezza, per poi esprimere tutte le nostre capacità in un attimo di pienezza!  Il Silversword è un saggio promemoria che la natura ci regala, e che di certo vale la pena di ascoltare!

La natura, amici, è una vera, grande maestra di vita! Poche altre specie vegetali hanno la particolarità di fiorire una sola volta nella vita. Una delle più note è l’Agave americana, spesso chiamata “pianta del secolo”, che può impiegare dai 10 ai 30 anni per fiorire; e, quando accade, produce un gigantesco stelo floreale alto anche sei metri, e poi muore. Un altro esempio straordinario è il Talipot palm (Corypha umbraculifera), una palma originaria dello Sri Lanka e dell’India meridionale, che fiorisce una sola volta in 40-60 anni, prima di collassare su sé stessa. Infine, il bambù: alcune varietà fioriscono contemporaneamente in tutto il mondo dopo decenni o addirittura un secolo, per poi morire tutte insieme.

Cari lettori, io vedo la natura come una vera enciclopedia della vita, molto utile per la nostra esistenza. Osservare la SILVERSWORD DI HALEAKALĀ in fiore, è prendere atto del coraggio e della resilienza della pianta, è comprendere che, quando è necessario bisogna saper aspettare, dedicando la propria esistenza a prepararsi per quel grande, unico momento perfetto: trasmettere la vita! L’unica fioritura della Silversword, quello straordinario e irripetibile spettacolo, dovrebbe insegnare, a ciascuno di noi, che  ogni individuo dovrebbe recitare il suo ruolo nella vita una volta sola, e poi lasciare il palco. Esempio, purtroppo, troppo spesso ignorato!

A domani.

Mario

giovedì, giugno 19, 2025

I CURIOSI, ORIGINALI RIMEDI UTILIZZATI PER CIRCOLARE NELLE ZONE PALUDOSE. DALLE DAME VENEZIANE DEL RINASCIMENTO AI POSTINI FRANCESI DEL NOVECENTO.


Oristano 19 giugno 2025

Cari amici,

Venezia, conosciuta come la città sull'acqua, vive da secoli la sua vita immersa nella Laguna, una vasta area acquatica unica al mondo. La città di Venezia si estende su un arcipelago di isole, molte delle quali collegate da ponti e canali. In un luogo così paludoso, impregnato di umidità, le donne veneziane del Rinascimento, per potersi destreggiare nella fitta rete di canali, e nelle spesso fangose strade della città, avevano escogitato un curioso sistema, che consentiva loro di salvaguardare gli eleganti abiti dall’umidità e dallo sporco delle strade di Venezia.

Lo stratagemma usato, che consentiva di elevare non solo la propria statura ma anche il proprio rango sociale, era l’utilizzo delle CHOPINE, delle particolari, vertiginose calzature diventate popolari dal XV al XVII secolo; esse, oltre a soddisfare il bisogno di non sporcarsi, andava anche oltre, in quanto dava alle dame che le utilizzavano un maggior rango sociale. Con un’altezza che arrivava fino ad oltre 50 centimetri, le calzature CHOPINE erano realizzate con cura, in legno o sughero, rivestite spesso anche di pregiati tessuti, come seta e velluto, talvolta impreziosite anche da gioielli e ricami elaborati.

Amici, più che una particolarissima calzatura, adatta a muoversi nelle vie fangose, e che consentiva di proteggere l’abbigliamento, una Chopine riusciva a dare, alla dama che la indossava, anche un maggior prestigio sociale, diventando un potente indicatore visivo della sua ricchezza e della sua nobile discendenza. Più la piattaforma era alta, più stoffa era necessaria per far ricadere il vestito fino ai piedi, mettendo così in mostra l’opulenza familiare, grazie ai tessuti sontuosi utilizzati. Insomma, indossare le Chopin era una vera e propria ascesa sociale, che poneva la portatrice al di sopra della gente comune, consolidandone così il ruolo negli strati più alti della società veneziana.

Ovviamente, come tutti sanno, circolare con delle “scarpe trampoli” non era certo facile, per cui spesso servivano due assistenti per mantenere in equilibrio la donna che le indossava, accentuando ulteriormente, in questo modo, il suo status sociale. Un vero e proprio modo per esibire la propria potenza economica, con uno spettacolo che metteva in risalto l’ozio dell’alta società, lontana anni luce dal lavoro manuale dei ceti più umili!. Quel passo precario sui trampoli, pur potenzialmente comico per gli astanti, era considerato un segno di eleganza e raffinatezza, una “grandissima gratia”, come qualcuno la definiva.

Come spesso succede, l’influenza delle Chopine, contaminò anche i secoli successivi, nei quali si continuarono ad usare le calzature rialzate delle donne importanti. Certo, gli aumenti furono limitati e non vertiginosi come prima, ma il desiderio di guadagnare qualche centimetro in altezza con calzature audaci persiste tuttora. Dai massicci plateau degli anni ’70 ai tacchi vertiginosi che oggi calcano le passerelle e i red carpet; insomma, o spirito della Chopine—un mix di praticità, status e drammaticità, continua a risuonare, dimostrando il lungo e affascinante viaggio delle calzature storiche verso lo stile contemporaneo.

Amici, che la necessità aguzzi l’ingegno è un detto con un grande fondo di verità. Se le donne veneziane, inventarono le Chopine, per meglio circolare nelle paludose strade di Venezia, anche in Francia nella regione delle Landes, poste nel suo Sud-Ovest, nel Novecento ci fu qualcosa di simile. Le Landes sono una zona anch’essa alquanto paludosa, e sia i pastori che i postini, per compiere velocemente il loro lavoro, studiarono di muoversi utilizzando dei trampoli! Questa pratica diventò comune a causa della conformazione del territorio. Le Landes, infatti, erano un’enorme distesa di terreni paludosi, ricoperti di brughiere instabili e con pochissime strade, cosa che rendeva gli spostamenti in queste terre lunghi e difficoltosi.

Gli abitanti della Regione, che erano noti come pastori sui trampoli, adottarono questa soluzione ingegnosa per muoversi più velocemente ed evitare di sprofondare nel fango. I trampoli, chiamati "ÉCHASSES", non solo permettevano loro di camminare con facilità, ma anche di godere di una vista privilegiata sull’orizzonte. Come accennato prima, anche i postini seguirono questa tradizione: consegna dopo consegna, raggiungevano villaggi remoti a grande velocità, con una destrezza incredibile e persino correndo se necessario!  

Cari amici, come dice il proverbio, “Ogni cosa a suo tempo”, nel senso che ogni invenzione dell'uomo vale nel periodo di riferimento, tant'è che, con l’arrivo della modernizzazione, la costruzione di strade e la diffusione dei mezzi di trasporto motorizzati, l’uso dei trampoli gradatamente svanì. Oggi, queste antiche usanze sono solo un curioso ricordo del passato, un'affascinante testimonianza dell’ingegno umano nell’adattarsi, tempo per tempo, all’ambiente dove opera.  

A domani, amici lettori.

Mario