sabato, aprile 24, 2021

ARRIVA LA BICICLETTA DEL TERZO MILLENNIO: NIENTE PIÙ CATENA, CAMBIO, E MANI SPORCHE DI GRASSO. “OYO”, L’AVVENIRISTICA BICI A TRASMISSIONE IDRAULICA.


Oristano 24 aprile 2021

Cari amici,

La bicicletta nacque in Francia nel 1791, inventata da un certo Mède de Sivrac che costruì un veicolo chiamato "celerifero", perché sicuramente consentiva di muoversi con maggiore ‘celerità’ che a piedi. Dallo studio di questo primo esemplare altri negli anni successivi apportarono continui miglioramenti, dotando il mezzo (che nel frattempo aveva assunto il nome di "draisina") dei pedali che furono fissati al perno della ruota anteriore. In tutto il Milleottocento i miglioramenti continuarono e in Francia, verso la fine del secolo (siamo nel 1860), comincia a circolare il termine “bicicletta”, che sostituì quello precedente di “velocipede”.

Il sistema della trasmissione del moto generato dai pedali fu oggetto di grandi studi, tanto che, prima della fine del secolo, il problema della trasmissione fu risolto collegando i pedali a una ruota dentata connessa a una catena; questa soluzione tecnica consentì di ridurre la dimensione della ruota anteriore. Col passare degli anni la bicicletta diventò sempre più simile a quelle attuali: ruote uguali, trasmissione a catena sulle ruote posteriori, e, grazie a Dunlop, nel 1888 furono montati sulle ruote i primi pneumatici a camera d'aria. Nei primi anni del Novecento l’uso della bicicletta si diffuse rapidamente, tanto che nacquero le prime competizioni sportive come il Tour de France nel 1903 e, nel 1909, il primo Giro d'Italia.

Questo mezzo col passare degli anni fu costantemente aggiornato tecnologicamente con interessanti miglioramenti, applicando anche, per diminuire lo sforzo della pedalata, un motorino elettrico ausiliare. Nessuno, però, fino ad oggi aveva ipotizzato di modificare, in modo sostanziale, la trasmissione a catena da lungo tempo presente. Questa idea rivoluzionaria di eliminare la trasmissione a catena è finalmente arrivata: l'innovativa bicicletta si chiama “OYO”, ed è concepita in modo totalmente nuovo, senza catena e senza cambio! Insomma, qualcosa che sorprende e affascina, in quanto nessuno aveva mai pensato prima a concepire una simile rivoluzionaria bicicletta, che si sarebbe mossa, per la prima volta in assoluto, utilizzando la trasmissione idraulica. Vediamo allora insieme questa rivoluzionaria scoperta!

La bici “OYO” la cui realizzazione è ancora in fase sperimentale, adotta al posto di cambio e catena la trasmissione idraulica. In sostanza, il nuovo sistema di trasmissione, è costituito da una pompa idraulica (inserita in blocco sigillato a circuito chiuso), che viene azionata dalla pedalata del ciclista, che pompa con i pedali il fluido idraulico. La forza della pedalata del ciclista spinge il liquido pressurizzato, che passa nei tubi all’interno del telaio e raggiunge il mozzo posteriore dove si trova il motore elettrico (idraulico), che ne sfrutta l’energia cinetica che fa andare la bicicletta in modo lineare e uniforme.

In realtà i vantaggi della trasmissione idraulica sono notevoli. In primo luogo il sistema richiede poca manutenzione, il ciclista non si ricopre di olio di cui è impregnata la catena, che unge abiti e mani; ci sono poi meno parti in movimento, rispetto a quelle della trasmissione a catena; anche passare agilmente e con facilità da un rapporto di trasmissione ad un altro avviene in modo automatico, senza fare clic su ogni singolo ingranaggio. I primi modelli sperimentali di OYO sono già in commercializzazione da BC Bikes (3.599 dollari, in campagna su Indiegogo); queste bici montano un motore ausiliario elettrico da 250 watt, che aumenta la potenza della pedalata del ciclista. Sul manubrio è sistemato un display, da cui si accede ai cinque livelli di assistenza elettrica.

Credo, amici, che la curiosità di provarla sia tanta, nonostante il prezzo per ora abbastanza alto; la tentazione è forte, considerato anche che questa e-bike può arrivare a spingersi fino alla velocità di 25 km/h. I sensori integrati, inoltre, tengono sotto controllo la velocità e la cadenza a coppia, informando così il ciclista sulla necessità di cambio di rapporto. Circa la durata della batteria, il costruttore non ha ancora fornito dati specifici; si sa che è al litio e che si trova alloggiata sul tubo obliquo della bicicletta OYO, in modo da poter essere rimossa facilmente per essere ricaricata. Il telaio della OYO è costruito in alluminio ed è anche dotata di un sistema antifurto, gestito direttamente dall’app dedicata su smartphone. I freni sono a disco idraulici Tektro e le luci sono uno tra gli optional possibili da scegliere.

Cari amici, l’interesse per questa bici super moderna appare davvero di grande rilievo. Sarà per il fatto che si prevede un futuro dove le due ruote conteranno molto più di adesso, in un mondo sempre più ‘green’, ma questa bici innovativa supererà certamente le aspettative di vendita. OYO è comparsa per la prima volta su Indiegogo a dicembre del 2020, e il lancio del crowdfunding ha chiuso il finanziamento richiesto in pochissimo tempo: il finanziamento aperto sul sito ufficiale OYO si è chiuso superando i 5 milioni di shekel israeliani, che corrispondono a 1,3 milioni di euro circa. Ora si attendono gli sviluppi commerciali, che certo non mancheranno!

A domani, amici.

Mario

 

venerdì, aprile 23, 2021

RIUTILIZZARE IL CIBO AVANZATO È UN DOVERE, MA SEGUENDO LE REGOLE GIUSTE PER NON RISCHIARE LA SALUTE. IL CIBO, INFATTI, VA CONSERVATO E POI RISCALDATO NEL MODO GIUSTO.


Oristano 23 aprile 2021

Cari amici,

Sprecare il cibo è certamente un comportamento assolutamente da evitare, in quanto irresponsabile, specie in particolare in momenti in cui, come in quello che stiamo attraversando, la povertà continua a colpire in maniera sempre più forte. Tutto questo ci dovrebbe portare a praticare un’economia delle risorse, partendo dal fatto che quando avanza del cibo, lo si deve conservare, non certo gettare via. Certo, siamo in tanti a non sprecarlo, e una volta che abbiamo accertato “la rimanenza”, la riponiamo in appositi contenitori per conservarla in frigorifero, e poterla così consumare l’indomani. Il problema si pone però successivamente, quando il giorno dopo ci accingiamo a toglierlo dal frigo per metterlo a tavola.

Si, amici, è saggio conservare il cibo in frigorifero, ma il vero problema non sta tanto nella giusta conservazione del prodotto in frigo, quanto nel suo riutilizzo, perché per essere consumato il giorno dopo (anche qualche giorno dopo) dovrà essere riportato a temperatura ambiente e poi riscaldato. Conservare il cibo è un processo che prevede delle regole ben precise, che è giusto che tutti conosciamo per bene e rispettiamo, in modo da evitare sorprese poco piacevoli per la nostra salute. Vediamo alcune regole che ci aiuteranno a gestire meglio la nostra cucina.

Secondo Michael Mosley, il famoso divulgatore scientifico della BBC, scaldare il cibo avanzato comporta grandi rischi per la salute, per tutta una serie di problemi che è giusto che siano noti. Al contrario di quanto si crede, riscaldare gli alimenti cotti in precedenza e poi conservati in frigo, non aiuta ad eliminare i batteri presenti, capaci di causarci intossicazioni alimentari come la pericolosa salmonella. Facciamo alcuni esempi.

Sulla carne di pollo è spesso presente il batterio Campylobacter; quando lo cuciniamo, il calore della cottura permette di eliminare il batterio, evitandoci un’eventuale, pericolosa intossicazione. Dopo la cottura però sul cibo si formano nuovi batteri. Se non consumiamo tutto il pollo cucinato, è bene farlo raffreddare a temperatura ambiente prima di metterlo in frigorifero; in questo modo si ritarda la formazione di ulteriori batteri. Mosley raccomanda anche di non tenere gli alimenti cucinati conservati oltre quattro ore fuori dal frigorifero.

Quando poi l’alimento conservato viene tolto dal frigo per riscaldarlo, è essenziale portarlo “tutto” alla temperatura giusta, evitando che non ci siano ancora delle parti fredde, perché questo causerebbe una mancata eliminazione dei batteri. I rischi sono maggiori quando si scaldano gli avanzi nel microonde. L’esperto suggerisce di mescolare il cibo durante la cottura in maniera tale che tutto si scaldi correttamente. In questo modo gli avanzi di cibo si scalderanno in maniera omogenea eliminando tutti i batteri.

Altro particolare importante è che non tutti i cibi avanzati possono essere successivamente riscaldati. Alcuni cibi, infatti, possono diventare potenzialmente cancerogeni per il nostro corpo, e per questo risultano essere altamente tossici. Da essi possono derivare una serie di patologie avverse che, con il tempo, colpiscono il nostro organismo facendolo ammalare. Per capire meglio, prendiamo nota di questi cinque (5) alimenti che non devono assolutamente essere riscaldati per nessuna ragione al mondo.

Se abbiamo preparato una golosa frittata di uova e una parte avanza, sia che sia stata preparata con le patate o con le zucchine, facciamo molta attenzione nel mangiarla riscaldata! Le uova se non vengono consumate in poco tempo tendono a modificare il loro sapore e soprattutto l’odore. Una volta riscaldate possono sprigionare delle sostanza tossiche per l’organismo e possono provocare indigestioni, crampi addominali, gonfiore e diarrea. Se proprio non volete perdere la frittata, è meglio consumarla a temperatura ambiente, evitando di riscaldarla. La stessa cosa vale anche per il pollo, se lo mangiate il giorno dopo meglio mangiarlo a temperatura ambiente.

Parliamo ora di patate. Essendo un alimento abbastanza gustoso, le patate possono essere cucinate in tanti modi: c’è il purè di patate, le patate al forno, trasformate in supplì! Insomma tante ricette golose. Ovviamente, se cucinate in grandi quantità, anche loro possono avanzare. Anche con questo alimento, a parte le modificazioni di sapore e delle proprietà nutritive, sappiate che le patate diventando addirittura tossiche, se riscaldate ad alta temperatura. Se sono avanzate e le avete conservate in frigo, l’indomani potete mangiarle gustose anche fredde.

Quanto alle verdure, vale lo stesso discorso: le verdure possono risultare davvero molto dannose soprattutto se riscaldate! Questo perché, quando vengono coltivate, vengono trattate con una particolare sostanza, che, se presente in grandi quantità, risulta davvero molto nociva! Stiamo parlando dello ione nitrato. I nitrati non sono di per sé nocivi, lo diventano se vengono riscaldati perché tali nitriti possono sprigionare altri composti organici chiamati nitrosamine, le quali risultano essere cancerogene. Dunque, fate attenzione a scaldare spinaci, broccoli, bieta, scarola ecc.

Se invece parliamo di funghi, questi sono una pietanza davvero versatile: possono essere mangiati come accompagnamento per un secondo piatto o magari come condimento per un primo! In entrambe i casi però è sconsigliato vivamente mangiarli riscaldati. Oltre a perdere le proprietà nutritive, possono provocare gonfiore addominale, indigestione, crampi allo stomaco e flatulenza. Anche il riso, è un alimento che, conservato, può creare qualche problema. Se avanza va riposto immediatamente in frigorifero, in quanto lasciarlo a temperatura ambiente favorisce la proliferazione di alcuni batteri, con conseguente produzione di sostanze tossiche. Per consumarlo, quindi, evitate di usare il microonde, che non sempre garantisce l’eliminazione di queste pericolose sostanze.

A domani, amici.

Mario

 

giovedì, aprile 22, 2021

RISOTTO CON ASPARAGI, GAMBERETTI E ZAFFERANO. UN PIATTO DI STAGIONE CON UN MIX DI PROFUMI DI TERRA E DI MARE.


Oristano 22 aprile 2021

Cari amici,

La pandemia in atto (che ci costringe a trascorrere un maggior numero di ore in casa), sollecita la nostra mente a cercare di distrarsi, per evitare di soffermarsi troppo su una triste situazione di emergenza; per questo, per cercare di rimanere impegnata, la nostra mente può dedicarsi, per esempio, ad una maggiore applicazione culinaria casalinga, introducendo nel menù quotidiano ricette prima abbastanza trascurate, soprattutto per mancanza di tempo. In questo modo, anziché arroccarci sul problema del Lockdown, cerchiamo conforto nelle fantasie culinarie. Allora, proprio per questo, oggi voglio proporvi una bella ricetta, sapida e abbastanza semplice, che riesce a miscelare i profumi del mare con quelli di terra, mettendoli insieme con grande armonia.  La ricetta che voglio proporvi oggi è questa: “RISOTTO CON ASPARAGI, GAMBERETTI E ZAFFERANO.

È questo un primo piatto (volendo pure un piatto unico) semplice ma allo stesso tempo raffinato e gustoso. Il risotto agli asparagi con gamberi e zafferano è una ricetta facile da realizzare, perfetta anche per le occasioni da vivere con gli ospiti, in cui gli ottimi asparagi di stagione incontrano la dolcezza dei crostacei e il profumo dello zafferano. Ovviamente, per una buona riuscita del piatto, è importante scegliere sempre ingredienti di qualità: un riso ben adatto per i risotti (personalmente consiglio il Carnise dell’Azienda Falchi di Oristano), asparagi di campagna freschi e profumati, e così i gamberetti e lo zafferano (eccellente quello sardo di Turri)! Diamoci ora da fare per preparare gli ingredienti.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE.

          350 g di Riso (Carnise FALCHI)

          250 g di Asparagi freschi di campagna

          300 g di Gamberi (Code)

          1 bustina di Zafferano

          1 Cipolla piccola

          Alcuni mestoli di brodo vegetale

          Sale q.b.

          Olio extravergine d'oliva

PREPARAZIONE.

Cominciate con gli asparagi, eliminando la parte più dura del gambo (che volendo potreste poi anche lessare e passare al passaverdura per ricavarne una cremina buonissima per condire della pasta) e passando sotto l’acqua la parte morbida. Dopo aver salvato alcune punte particolarmente grosse e tenere, tagliate il resto a tocchetti di circa 2 cm.; pulite ora la cipolla e tritatela finemente su un tagliere. Prendete ora un tegame, versateci dell’olio EVO e fate appassire dolcemente la cipolla. Aggiungete prima le punte di asparagi, rosolando leggermente (cercando di tenerli interi) per qualche minuto, poi toglieteli delicatamente e metteteli in un piatto: serviranno per guarnire i piatti una volta portati a tavola; versate ora il resto degli asparagi nel tegame, aggiustate di sale e fate cuocere a fuoco moderato per una decina di minuti, finché si saranno ammorbiditi.

Passate ora ai gamberi. Sgusciateli, eliminando le code ed il filamento nero; lavateli per bene e asciugateli con carta da cucina. Scaldate ora una padella antiaderente e fate scottare i gamberi per un paio di minuti da entrambi i lati; dopo averli tolti dal fuoco, tagliateli a pezzettini, lasciandone qualcuno intero per la decorazione finale sul piatto.

Prima di riprendere in mano il tegame con gli asparagi, prendete il brodo vegetale (sicuramente ne avete in frigo) e fatelo bollire in un tegamino; dopo aver riacceso il gas sul tegame dove ci sono gli asparagi, versateci il riso e fatelo tostare a fuoco alto. Coprite il tutto con il brodo vegetale bollente, abbassate la fiamma e fate cuocere il risotto rimestando di frequente e bagnando con altro brodo man mano che vi accorgete che il composto si asciuga.

A metà cottura circa, aggiungete lo zafferano (che avrete fatto sciogliere in poco brodo caldo) e i gamberi a pezzetti; controllate se va bene di sale, e rimestate dolcemente fino al termine della cottura. Spenta la fiamma, se vedete che è un po’ asciutto, aggiungete un filo d’olio d’oliva extravergine. Il risotto verrà servito ben caldo e il piatto dei commensali, prima di essere messo in tavola, andrà guarnito con le punte intere degli asparagi e qualche gamberetto intero. 

Amici, con questo piatto sono certo che farete una magnifica figura! Però, prima di augurarvi buon appetito, Vi consiglio di mettere in tavola anche un vino adatto: un fresco e sapido vino del nostro Sinis come un Karmis, della cantina Contini di Cabras!

A domani, amici.

Mario

mercoledì, aprile 21, 2021

ARRIVA (TRA 2 ANNI) LA BATTERIA INFINITA: UTILIZZA I NANO-DIAMANTI, È ECONOMICA, SICURA E DURERÀ FINO A 28 MILA ANNI!


Oristano 21 aprile 2021

Cari amici,

È in arrivo la batteria del futuro: sarà ecologica, sicura e durerà fino 28 mila anni! Non stiamo parlando del prossimo film di fantascienza, ma di una realtà che dovremmo avere a breve tra di noi e che cambierà di molto l’attuale problema delle ricariche. Oggi, è vero, il problema grosso è proprio la durata delle batterie, senza le quali, ormai, nulla si muove, e trovare sistemi che garantiscano maggiore durata, affidabilità e sicurezza è il sogno di tutti. Pensiamo, solo per fare un esempio, ai tanti casi di smartphone con batterie agli ioni di litio che esplodono, ai diversi problemi legati al riciclo, alle auto elettriche e ai mezzi elettrici, che creano un’infinità di problematiche sia agli utenti che alla Comunità scientifica.

Ebbene, una Start-Up americana pare abbia trovato “l’uovo di Colombo”, ovvero una soluzione che al momento appare, però, fantascientifica. L’azienda NDB Inc. dichiara di aver creato una batteria ai nano-diamanti (la Start-Up ha preso il nome “NDB” proprio dall’acronimo Nano Diamond Battery) davvero straordinaria, mai immaginata prima d’ora. La batteria sta completando anche i test ufficiali per provarne il corretto funzionamento.

Ma in cosa consiste la straordinaria e innovativa batteria creata da NDB? Le batterie di NDB sono create a partire da scorie nucleari di carbonio-14, purificate e utilizzate per creare in laboratorio diamanti artificiali al carbonio-14. La struttura a diamante funge da semiconduttore e dissipatore di calore.  C’è infine un rivestimento di nano-diamante realizzato dal Carbonio-12 che non solo non è radioattivo ma è altamente resistente e previene le perdite di radiazioni, così come spiegato nel dettaglio dai rappresentati della società. La batteria risulta in grado di durare fino a 28.000 anni.

Indubbiamente appare come qualcosa di incredibile, anche se la durata non è l’unico beneficio di questa batteria! Essa, infatti non genera emissioni di carbonio durante il funzionamento, ha una potenza superiore rispetto alle batterie a litio ed è più economica di queste ultime grazie all’utilizzo del materiale nucleare di scarto. Altro importante beneficio è la parziale risoluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti nucleari. Una volta accertato il suo buon funzionamento, questa nuova batteria risolverebbe un’infinità di problemi oggi difficili.

L’obiettivo di questa nuova tecnologia è quello di dare elettricità dove oggi è difficile produrla, come ad esempio i piccoli borghi, privi delle più elementari infrastrutture adeguate; le nuove batterie potranno essere installate in tutti i dispositivi elettronici (PC, smartphone, tablet, smartwatch, etc.) e anche nei veicoli elettrici, aerei, treni e altri strumenti ancora. Per ora si testa in tutti i modi il prototipo in azienda, che necessita ancora di diversi test, ma secondo la NDB Inc. potrebbe divenire realtà in circa 2 anni, anche meno. Addirittura, la startup americana avrebbe già contattato i primi clienti che utilizzeranno una “versione beta” della batteria: tra questi ci sarebbero una compagnia “leader mondiale nel settore aerospaziale” e altre aziende del settore nucleare.

Cari amici, siamo in tanti a sognare cosa succederà in futuro quando questo nuovo prodotto sarà commercializzato e a disposizione. Se pensiamo al nostro smartphone pensiamo che non solo non lo dovremo più ricaricare, ma che la batteria la potremo addirittura spostare in quello nuovo che andremo a comprare! Quanto alla durata dichiarata in 28 mila anni circa, questa sarà per i dispositivi di piccolissime dimensioni, mentre la durata scenderebbe a circa 90 anni per i veicoli elettrici e a 9 per computer e smartphone. Ma è sempre tanto!

Certamente è uno straordinario passo avanti, che contribuirebbe anche a diminuire l’inquinamento creato dagli attuali scarti elettronici (i depositi di batterie di vecchia generazione esaurite sono spesso super colmi), che spesso finiscono anche in aperta campagna. Chissà che in futuro non siano in arrivo soluzioni più giuste e adeguate per cominciare ad inquinare meno questo nostro mondo già abbastanza violato!

A domani.

Mario

martedì, aprile 20, 2021

IL VELENO, UN’ARMA IN DOTAZIONE A MOLTE SPECIE CHE SPESSO È LETALE. L’ORGANISMO LA AGGIORNA IN CONTINUAZIONE, E IN FUTURO QUEST’ARMA POTREBBE SVILUPPARSI ANCHE NELL’UOMO.


Oristano 20 aprile 2021

Cari amici,

Chi più di altri ama trascorrere il tempo libero immerso nella natura, in particolare durante la bella stagione, sa bene che non gli mancheranno occasioni d’incontro con diversi animali dotati di un’arma alquanto pericolosa: il veleno. Non parlo solo delle vipere o degli scorpioni, dei rospi o delle vespe, ma di tanti altri, in quanto l’elenco sarebbe davvero molto lungo. In natura ci sono tanti esseri viventi dotati di arsenali tossici, usati sia per difesa che per caccia, veleni che nella specie si sono selezionati in milioni di anni di evoluzione. La storia di quest’arma, spesso micidiale sia per le prede ma anche per l’uomo, parte da lontano: è iniziata milioni di anni fa. La domanda che ci poniamo, però, è questa: come ha avuto origine, quali i meccanismi che l’organismo ha creato per la sopravvivenza delle varie specie? È una storia antica ma mai statica, in quanto costantemente aggiornata. Proviamo a dare uno sguardo.

Di recente gli scienziati dell'Okinawa Institute of Science and Technology Graduate (OIST) e dell'Australian National University hanno affrontato questo tema, partendo dalle origini. I ricercatori hanno constatato che i sistemi utilizzati dalle diverse specie che utilizzavano il veleno orale, si erano evoluti più volte in numerosi vertebrati, consentendo così lo sfruttamento delle nicchie predatorie presenti nel loro habitat. Ciò che, però, non è stato ancora ben chiarito è il “come e quando” questi arsenali tossici si erano evoluti. Quello che si è scoperto, invece, è un dato altrettanto importante: che i meccanismi e i geni di quelle particolari ghiandole velenifere si trovano anche nelle ghiandole salivari di tanti animali che al momento non producono veleno, compresi noi umani!

Gli scienziati hanno affermato che "Il tessuto salivare della maggior parte dei mammiferi produce grandi volumi di miscele molto diluite, mentre le ghiandole del veleno di serpente, per esempio, producono miscele altamente concentrate di diverse tossine". La realtà è che in teoria vi sono ancora tanti punti in comune tra noi, esseri non velenosi, e i diversi animali portatori di questi potenti veleni, facendo scattare l’equazione che in futuro il nostro percorso evolutivo potrebbe portarci proprio in quella direzione, ovvero diventare anche noi velenosi!

Si, amici, secondo gli scienziati non è escluso che, in futuro, la saliva degli esseri umani e di molti altri animali potrebbe diventare velenosa! Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista PNAS, hanno individuato una base genetica necessaria per l’evoluzione del veleno orale, presente sia nei rettili come nei mammiferi. La ricerca fornisce anche la prima prova concreta di un legame molecolare tra le ghiandole velenose dei serpenti e le ghiandole salivari dei mammiferi. Nelle ghiandole velenose del serpente Habu taiwanese, gli studiosi hanno identificato 3.000 di questi geni “cooperativi” e hanno concluso come essi svolgono un ruolo importante nella protezione delle cellule dallo stress causato dalla produzione di molte proteine.

I ricercatori hanno anche esaminato i genomi di altre creature, inclusi i mammiferi, come cani, scimpanzé e gli esseri umani, scoprendo che essi contenevano delle versioni analoghe di questi geni. Analizzando i tessuti delle ghiandole salivari dei mammiferi, il team di ricerca ha scoperto come i geni seguissero un modello di attività simile a quello osservato nelle ghiandole del veleno dei serpenti, suggerendo come questi due tipi di ghiandole condividessero un “antico nucleo funzionale”.

Agneesh Barua, il primo autore dello studio, ha spiegato in un’intervista come questa ricerca fornisca “la prima vera prova per la teoria secondo la quale le ghiandole velenose si siano evolute dalle prime ghiandole salivari”. Mentre i serpenti incorporavano molte tossine diverse nel loro veleno e aumentavano il numero di geni coinvolti nella loro produzione, i mammiferi, come i toporagni, “producono un veleno più semplice che è molto simile alla saliva”, ha spiegato Barua. L’apparente facilità con cui la funzione delle ghiandole salivari può essere ”riutilizzata” per trasformarsi in sostanza velenosa, insieme agli esperimenti degli anni ’80 che hanno dimostrato come i topi maschi producono composti nella loro saliva che sono “altamente tossici quando iniettati in altri ratti”, permettono di supporre che, in determinate condizioni ecologiche, “in poche migliaia di anni potremmo trovare topi velenosi”, così come, allo stesso modo, non si può escludere che anche gli esseri umani possano in futuro diventare velenosi!

Cari amici, la realtà di oggi è che circa 100 mila specie tra insetti, rettili, molluschi, anfibi, mammiferi, persino uccelli, possiedono la loro “arma velenosa”. Animali estremamente diversi, che non discendono da un unico antenato, ma hanno sviluppato l'abilità di produrre veleno più volte, separatamente e in tempi e contesti geografici distanti, semplicemente perché risultava vantaggiosa per la loro sopravvivenza. L’evoluzione è partita 600 milioni di anni fa, se pensiamo che i celenterati come le meduse detengono lo scettro dei più antichi animali velenosi! Ma anche i rettili sono presenti sulla terra da circa 54 milioni di anni, e l’evoluzione continua.

Ebbene, a me fa paura pensare che in questo millennio, o in quello successivo, anche la nostra specie umana potrà diventare “fisicamente velenosa”, perché virtualmente – a dire il vero – un po’ lo è già!

A domani.

Mario

 

lunedì, aprile 19, 2021

IL CORONAVIRUS AUMENTA LO STRESS E L'ANSIA: LA CAUSA? LA MANCANZA DI CONTATTO FISICO. TORNEREMO PRESTO A RIABBRACCIARCI?


Oristano 19 aprile 2021

Cari amici,

È trascorso più di un anno dallo scoppio della pandemia causata dal Coronavirus ma per il contatto umano poco o nulla pare cambiato. Siamo passati dall’affettuosità che ci contraddistingueva come popoli mediterranei, a comportamenti freddi e distaccati, senza abbracci e strette di mano, privati di quel “contatto fisico” che consideravamo una parte molto importante della nostra vita di relazione; insomma, privati di quel "modo di vivere in Comunità" fatto di affettuosa serenità. Ora, dopo più di un anno trascorso con la maschera sul viso, continuiamo ad essere privati dello scambio di baci e abbracci che ci davano la forza del vivere insieme.

Un cambio drastico di abitudini umane come quello prima citato non è facile da assorbire. La solitudine di questi lunghi mesi di pandemia ha stravolto la nostra vita, facendoci perdere il sonno e la tranquillità; l’assenza di contatto fisico ci è sembrata una cosa durissima da affrontare, in quanto un abbraccio, un bacio, una carezza, costituiscono per il nostro IO  un grande sollievo, un farmaco straordinario, capace di lenire le ansie e le ferite del cuore, ridandoci fiducia e serenità ogni giorno. Si, perché queste manifestazioni d’affetto ci fanno sentirci più tranquilli, rilassati, come avviene per il bimbo che piange e smette subito al contatto con il petto della madre e alle sue carezze.

Amici, Il “potere degli abbracci” è un argomento studiato da tempo dalla scienza; diverse ricerche hanno dimostrato che gli abbracci hanno il potere di facilitare il rilascio dell’ossitocina, un ormone molto importante per la nostra salute mentale. E non solo. Questo contatto fisico, quando i due corpi si toccano con il piacere reciproco di entrambi, riesce anche ad abbassare i livelli di cortisolo, che è considerato l’ormone dello stress. Quando questo ormone è presente in modo eccessivo nel nostro corpo, dormiamo male e aumenta anche la pressione arteriosa.

Abbracciarsi, dunque, è un vero toccasana per il nostro organismo, in quanto è in grado di aumentare anche le sue capacità di difesa, stimolando il rilascio delle endorfine, che hanno un effetto benefico nel rinforzare le difese immunitarie. Diversi studi hanno dimostrato il potere analgesico degli abbracci, in quanto, grazie al rilascio delle endorfine, essi sarebbero in grado di far diminuire anche i sintomi del mal di testa e del doloroso fastidio dato dalle mestruazioni. In questo secondo caso non c’entrerebbero tanto le endorfine, ma l’ossitocina.

Amici, pure questa Pasqua appena trascorsa, e la successiva Pasquetta sono state entrambe giornate di solitudine, a cui, di conseguenza, si è aggiunto lo stress di un convivio senza amici e parenti, senza gite fuori porta e allegre scampagnate. Una tristezza, quella che ci avvolge, che ha serie ripercussioni sul nostro benessere psichico, e in grado di provocarci quel malessere che gli psichiatri definiscono “fame di pelle”, e che i vari studi scientifici già documentano; il distanziamento sociale imposto dalla necessità di gestire i contagi, infatti, “ruba contatto fisico e gesti di affetto”. Vengono così meno gli scambi affettivi di amici e parenti non conviventi, di nipoti e figli, in particolare con i nonni, questi ultimi a ragione considerati i più fragili.

Massimo di Giannantonio ed Enrico Zanalda, co-presidenti della Società Italiana di Psichiatria (SIP), precisano che “Il contatto fisico è un atto rassicurante, perché è la modalità più arcaica per farci sentire al sicuro. Inoltre il senso di sicurezza e di appagamento che provoca, innesca modificazioni neurochimiche positive come l'aumento della produzione di ossitocina, l'ormone dell'attaccamento che ha un effetto 'tranquillizzante'".

Gli effetti della carenza di abbracci in era Covid cominciano dunque ad essere documentati; uno studio in via di pubblicazione mostra che in America solo nel primo mese di lockdown si è generata una diffusa carenza di contatto fisico e abbracci che si è accompagnata ad un sovraccarico di disturbi dell'umore, come depressione e ansia, oltre ad un senso di affaticamento e disturbi del sonno. Lo studio, condotto da Tiffany Field della Università di Miami in Florida, ha coinvolto 260 adulti, il 60% dei quali ha riferito la carenza di contatto fisico affettuoso.

Un altro lavoro appena pubblicato sulla rivista Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology e coordinato da Debby Herbenick della Indiana University School of Public Health-Bloomington, ha evidenziato che i livelli di depressione e di solitudine, durante la prima ondata di Covid-19, sono risultati aumentati. Solo coloro che hanno mantenuto elevati livelli di contatto non virtuale ma fisico e alti livelli di connessione sociale presentavano un miglior stato di salute mentale.

Cari amici, se è pur vero che il COVID ci ha imposto severe restrizioni sociali proprio perché necessarie, in questa fase, purtroppo, il rovescio della medaglia è dato dal fatto che è ancora impossibile assicurare ai nostri cari non conviventi i consueti gesti di affetto; risulta poi evidente che né le videochiamate, né i messaggi possono sostituire l'incontro reale tra due persone, come hanno sottolineato  i professori Giannantonio e Zanalda. Certo, secondo loro ci sono piccoli accorgimenti che si possiamo adottare per supplire alla carenza di contatto fisico, stimolando il tatto in altro modo. Un placebo che a qualcosa serve.

Come un bagno caldo, per esempio, che ha un effetto calmante e rassicurante, oppure toccare stoffe morbide e confortevoli come la seta o fare un massaggio ai piedi, cosa che induce sensazioni piacevoli che fanno stare meglio. È un artifizio, certo, ma esercitare un contatto della nostra 'pelle' con materiali gradevoli o caldi, ci fa comunque provare piacere, riuscendo in questo modo, almeno in parte, ad attenuare la mancanza della vicinanza reale alle nostre persone care. Tuttavia, concludono gli psichiatri, "il contatto fisico va cercato e praticato tutte le volte che è possibile, per esempio con i familiari conviventi".

Amici, quanto durerà ancora questo terribile stato di disagio?

A domani.

Mario