giovedì, agosto 07, 2025

AMICIZIE E SOCIALIZZAZIONE. TROVARE NUOVI AMICI, CON L’AVANZARE DELL’ETÀ, RISULTA SEMPRE PIÙ DIFFICILE. MA DOBBIAMO PROVARCI.


Oristano 7 agosto 2025

Cari amici,

Se è pur vero che l’uomo non è stato creato per vivere in questo mondo in solitudine, ma per abitarlo con i suoi simili instaurando una vita sociale fatta di relazioni e amicizie, questo bisogno “di stare insieme”, non è costante: prima rallenta, e poi si fa più difficile con l’avanzare dell'età. Si, man mano che il tempo passa, e dalla fanciullezza si passa all'età adulta e poi alla senilità, la voglia di "stare insieme agli altri", di vivere condividendo con gli altri pensieri, opinioni e progetti, in particolare con quelli che sentiamo più vicini alle nostre idee e al nostro pensiero, arriva a diminuire fino a spegnersi. Con l'avanzare dell'età fare nuove amicizie diventa ogni giorno più difficile. In realtà è un cambiamento epocale, se pensiamo che prima da bambini, poi da adolescenti e anche nelle prime fasi della nostra maturità, abbiamo stretto amicizie con grande facilità, una volta entrati  nella "senilità", i rapporti di amicizia prima iniziano a diminuire fino, poi, a scomparire del tutto, quasi che la relazione con gli altri non sia né gradita né appagante.

In precedenza, fino al secolo scorso, quando le relazioni umane si svolgevano sempre “di persona”, in quanto non erano state ancora stravolte dall’avvento dei social, che hanno ampliato alla grande le amicizie virtuali a scapito di quelle vere, reali, relazionarsi fisicamente era ben più semplice, in quanto interagire in presenza favoriva la nascita di una maggiore conoscenza che poi poteva diventare amicizia. Ora, con la vita di oggi, in particolare con l’avanzare dell’età, trovare nuovi amici risulta sempre più difficile.

Si, la realtà è che, man mano che l’età avanza, ovvero invecchiando, le opportunità di contatto spesso diminuiscono. Secondo gli esperti, in particolare una volta arrivati al termine dell’attività lavorativa svolta, i neo pensionati già faticano a mantenere le amicizie consolidate, quelle esistenti da lunga data, immaginiamoci se si impegnano a cercarne attivamente di nuove! È questo un comportamento dettato dalle diverse esperienze maturate nella vita, capaci di creare nel soggetto una forte diffidenza, tipica negli anziani, che limita, impedisce, la possibilità di creare nuove amicizie.

È, purtroppo, quella accennata, una situazione paragonabile a quella del “gatto che si morde la coda”. Arrivati all’età senile, stare insieme agli altri, dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, per trascorrere una vita serena risulterebbe non solo utile ma addirittura necessario, vivere praticando una socialità di gruppo. Trascorrere del tempo con altri coetanei, partecipando ad attività di gruppo come club sportivi, laboratori creativi o associazioni per ampliare la cerchia sociale, sarebbe alquanto positivo, direi indispensabile. Condividere interessi comuni è un ottimo modo per trascorrere le giornate della senilità serene e appaganti.

Amici, la vita di ciascuno di noi, arrivato alle soglie della senilità, è ricca di tutta una serie di esperienze che, giorno dopo giorno, hanno forgiato il nostro carattere. Arrivati all’età della riflessione, quella post-lavorativa, tutta l’esperienza vissuta contribuisce a rendere le persone più diffidenti e selettive. Tutti, invecchiando, diventiamo più diffidenti verso il nuovo; le esperienze passate, le delusioni e le aspettative spesso andate deluse, ci inducono ad avere scarsa fiducia negli altri, ad avere maggiore cautela. Sebbene questa cautela sia legittima, a volte, però, ha dei risvolti negativi, frenando i nuovi incontri, e le nuove, possibili conoscenze.

Invecchiare bene, cari lettori, significa mantenere, nonostante la diffidenza, una mentalità aperta, non scartando a priori le opportunità di contatto. È dimostrato che, spesso, le amicizie più inaspettate sono quelle che diventano più forti! Cercare di restare disponibili nei confronti degli altri, dialogare senza timore con le persone che incrociamo, intavolare conversazioni con persone nuove negli ambienti che frequentiamo (in palestra, nel club sportivo, nelle varie associazioni, etc.), ci consentirà certamente di trovare le persone giuste con cui instaurare nuove amicizie.

Cari amici, fare nuove  amicizie nella senilità è certamente più difficile, rispetto a quando eravamo giovani, ma tutt'altro che impossibile. Lo possiamo fare in modo intelligente: prendendo consapevolezza degli ostacoli esistenti, ma adottando delle semplici "strategie", possono certamente arricchire la nostra cerchia sociale. Trascorrere un vecchiaia serena, è il sogno di ognuno di noi, e, per realizzarlo, dobbiamo “osare”, mai rinchiuderci nel nostro ristretto spazio consolidato, perché aprirsi agli altri significa uscire dal guscio, vivere anche in senilità quella appagante vita sociale che abbiamo sempre sognato!

A domani.

Mario

mercoledì, agosto 06, 2025

UN SERIO PROBLEMA DEI NOSTRI GIORNI: LA SOLITUDINE. LA RELAZIONE SOCIALE HA SUBITO RALLENTAMENTI PERICOLOSI CHE SI RIPERCUOTONO SULLA NOSTRA SALUTE.


Oristano 6 agosto 2025

Cari amici,

La SOLITUDINE è un male dei nostri giorni alquanto pericoloso. A mettere il dito nella piaga ci ha pensato anche il COVID, che ha accelerato quel triste stato di solitudine presente in particolare negli anziani; un male capace di creare non solo tristezza interiore, ma anche seri danni al nostro cervello. Si, l’amara realtà è che la solitudine non danneggia solo l’umore, ma crea pericolosi danni al nostro cervello che può letteralmente arrivare a rimpicciolire! Un recente studio ha evidenziato e documentato, per la prima volta, che, trascorrere lunghi periodi senza contatti umani, provoca cambiamenti fisici misurabili nella struttura cerebrale.

I dottori Mathias Basner e David R. Roalf, operativi presso l’Università della Pennsylvania, per effettuare questa particolare ricerca hanno utilizzato tecnologie di imaging avanzate per documentare i cambiamenti neurologici in tempo reale. La scoperta è arrivata dall’analisi condotta su 25 persone che hanno vissuto un anno intero nella base antartica Concordia, completamente isolate dal resto del mondo. Durante questo periodo, i ricercatori hanno osservato una riduzione effettiva del volume cerebrale. Il confronto delle scansioni cerebrali effettuate prima e dopo i cinque mesi di isolamento, hanno mostrato una diminuzione della materia grigia in aree legate a memoria, orientamento ed emozioni, come l’ippocampo e il talamo. I ventricoli cerebrali si sono ingranditi, segnale di perdita di tessuto, con ripresa parziale nel tempo. Chi ha dormito meglio e fatto più attività fisica ha perso meno volume cerebrale, dimostrando che sonno ed esercizio fisico proteggono il cervello.

Amici, passando alla realtà che tutti noi viviamo ai nostri giorni, possiamo vedere che risultati simili si riscontrano anche tra gli anziani socialmente isolati, confermando che la solitudine cronica danneggia il cervello indipendentemente dall’ambiente. Lo studio ha confermato che anche nella vita quotidiana, restare connessi con gli altri, fare vita sociale, muoversi e dormire bene, aiuta a preservare le funzioni cognitive. L’isolamento non è solo una questione emotiva: ha effetti misurabili sul corpo e sul cervello.

Tralasciando il problema degli astronauti prima evidenziato, e focalizzando l’attenzione sulla solitudine dei nostri anziani, uno studio giapponese, effettuato su oltre 8.800 anziani, ha rilevato che le persone con meno contatti sociali presentavano un volume cerebrale totale inferiore dello 0,5% rispetto ai coetanei più socialmente attivi. Anche l’ippocampo e l’amigdala risultavano ridotti. Altre ricerche simili hanno collegato la solitudine cronica ad un assottigliamento del tessuto nell’ippocampo anteriore e ad una riduzione dello spessore della corteccia cerebrale. Gli effetti dell’isolamento sociale sul cervello, dunque, è accertato che si manifestano sia nelle distese ghiacciate dell’Antartide che negli appartamenti delle città moderne!

Amici, eliminare la solitudine degli anziani è, ormai, una priorità sociale da gestire nel modo giusto. Per esempio, possiamo aiutare gli anziani a socializzare realizzando strutture di soggiorno (o ricovero) privilegiando gli spazi comuni, luoghi progettati in modo da poter favorire incontri casuali o i saloni mensa, luoghi alquanto socializzanti, che potrebbero aiutare a stare insieme in armonia e anche a proteggere il cervello, proprio come la palestra proteggeva gli esploratori polari. Stimolare la socialità a tutte le età gioverebbe a salvaguardare la nostra salute, presente e futura! Coltivare relazioni sociali è la strada maestra da seguire, in quanto risultano essere concrete strategie di protezione neurologica documentate scientificamente.

Cari amici, vivere la solitudine come isolamento significa rinunciare alla vita, significa perdere il gusto di vivere, di meravigliarsi, di immaginare nuovi orizzonti esistenziali, ovvero morire dentro, prima dell'arrivo della morte vera, quella fisica. Chiudersi in se stessi, è un lasciarsi andare, un mettere la propria esistenza su di un piano inclinato verso la fine, in quanto si è persa la speranza. È un VIVERE SENZA VIVERE!

A domani.

Mario

martedì, agosto 05, 2025

IL GRIDO D'ALLARME DELLA BIOLOGA EMANUELA EVANGELISTA SULL'AMAZZONIA: “SE LA FORESTA CONTINUA AD ESSERE VIOLENTATA, PER L'UOMO SARÀ LA FINE”.


Oristano 5 agosto 2025

Cari amici,

«L’AMAZZONIA è in pericolo: siamo noi a doverla salvare». Questo il forte grido d’allarme lanciato da Emanuela Evangelista, biologa della conservazione ed attivista ambientale, riferendosi alla continua  depredazione della “Foresta Amazzonica”, dopo l’uscita del documentario Missione Amazzonia. Questo reportage, successivo al viaggio d’osservazione e di studio sugli effetti del cambiamento climatico, condotto nel 2024 durante la più grave siccità che l’Amazzonia avesse mai registrato, era stato ideato ed organizzato da AMAZÔNIA ETS, l’Organizzazione di cui Emanuela è Presidente.

Questa biologa è impegnata da più di vent’anni nella tutela della biodiversità e delle popolazioni tradizionali della più vasta foresta tropicale del pianeta. Dal 2013 Emanuela vive nel villaggio di Xixuaú, nel cuore della foresta amazzonica, insieme a una piccola comunità di famiglie locali che abitano in palafitte circondate dalla foresta primaria incontaminata. Persona colta e straordinariamente attiva, Emanuela, che è Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, vincitrice della seconda edizione di Campiello Natura, col libro "Amazzonia, una vita nel cuore della foresta) e membro della Species Survival Commission della IUCN, lavora con tanto impegno in questo particolarissimo luogo, e i risultati delle sue ricerche hanno addirittura contribuito alla creazione del Parco Nazionale dello Jauaperi, salvaguardando ben 600.000 ettari di foresta intatta!

Come scrive Mattia Caneppele, giornalista ed ecologista di Trento, che ha avuto modo di intervistare Emanuela Evangelista, l’amore per l’Amazzonia della grande biologa è nato circa venticinque anni fa. All’epoca stava svolgendo una ricerca sulla lontra gigante, specie presente nel bacino amazzonico e a rischio d’estinzione a causa della caccia per la pelliccia e della distruzione del proprio habitat. Successivamente l’amore per l’Amazzonia si ampliò, andando oltre il semplice interesse per l’ambiente, ma includendo anche la salvaguardia dello stile di vita delle popolazioni locali. Amici, per Emanuela l’Amazzonia è una parte del mondo “essenziale per la sopravvivenza del pianeta”. La sua struttura complessa e allo stesso tempo armonica è unica: introvabile nel resto del mondo! È un mix di rara bellezza e di meraviglioso silenzio naturale, i cui suoni producono una melodia unica, lontana dai frastuoni metallici della società civile. In questo modo è prima nato e poi cresciuto l’amore di Emanuela per l’Amazzonia. Così, Lei ha sentito la necessità di andarci a vivere, di  cercare di appartenere a quel mondo che sentiva sempre più suo.

Qui, la popolazione nativa l’ha subito ben accolta: all’inizio era osservata con curiosità, poi lentamente si è creato un legame forte, fatto di accoglienza e di fiducia, che le ha consentito di entrare a pieno titolo come parte della famiglia. Nella foresta Emanuela ha trovato il desiato rapporto non mediato con la natura: un rapporto che all’inizio terrorizza ma poi affascina, e chiama fortemente a sé. Ha così maturato quel “processo di indigenizzazione”, che la faceva sentire sempre più parte di quell’ambiente: parte sia della flora che della fauna che la circondava, un unicum diventato parte di se.

Per Emanuela, imparare a vivere in una socialità arcaica è stata una scoperta meravigliosa. Si è resa conto dell’importanza degli abitatori della foresta, che nel tempo hanno consentito di mantenere la foresta intatta, anche se non totalmente integra. Certo, la foresta è stata lentamente modificata dalle popolazioni indigene insediate in Amazzonia tra i 12.500 ed i 20.000 anni fa, ma creando aree d’occupazione non invasive, sempre rispettose per l’ambiente, non certo con occupazioni violente, simili alle nostre. Per questo il loro modo naturale di vivere dev’essere assunto a modello: essi non vedono la natura come un ostacolo da sopraffare, ma come un compagno con cui percorrere il proprio cammino. Questo modello etico d’occupazione del pianeta può essere di grande aiuto per la sua e la nostra sopravvivenza. Quanto allo stato attuale di salute della foresta pluviale, Emanuela ha dichiarato che è in forte pericolo. «È in uno stato precario, – ha detto - la deforestazione si accumula: il tasso annuale di deforestazione continua: in Brasile siamo passati da 20.000 chilometri quadrati deforestati nel 2024, ai 4.000 attuali, ma questi dati vanno a sommarsi alla deforestazione cumulativa che, dagli anni ‘70 ad oggi, ha portato ad una riduzione della Foresta Amazzonica pari al 18%. Questo è un dato allarmante: secondo la Comunità scientifica, quando si raggiungerà il 20% di foresta pluviale andata perduta, scatterà il punto di non ritorno! »

Poi ha così continuato: «A quel punto si sarà messo in moto un processo irreversibile, che causerà la trasformazione dell’ecosistema dalla foresta pluviale, tropicale ed umida, ad una foresta arida, povera di biodiversità e simile ad una savana. Non abbiamo molto tempo: ci restano 15 anni, 30 al massimo per invertire questo trend. Questa progressiva morte della foresta è già visibile nelle regioni dell’Amazzonia fortemente antropizzate dove gli alberi madre, incaricati della sopravvivenza della biodiversità, muoiono. La progressiva morte dell’ecosistema sta già portando alla sua sostituzione con la savana. La lotta per la salvezza dell’Amazzonia è una delle sfide più importanti del nostro secolo: se l’Amazzonia dovesse collassare, ci aspettiamo l’emissione in atmosfera di una quantità così grande di CO2 che equivarrebbe a otto anni d’emissione attuali. Questo comporterebbe la sconfitta nella lotta al cambiamento climatico e la scomparsa della specie umana! L’homo sapiens ha bisogno d’una certa temperatura per sopravvivere su questo Pianeta, le condizioni che s’andrebbero a creare con la perdita del polmone verde della Terra, porterebbero a situazioni in cui sarebbe impossibile evitare la nostra estinzione».

Cari amici, credo che le lucide analisi di Emanuela Evangelista siano terribilmente vere! Senza interventi seri, globali, da parte dei Grandi Paesi del mondo, credo che il nostro pianeta sia in serio pericolo!

A domani.

Mario

lunedì, agosto 04, 2025

UN RITORNO AL PASSATO: IN ITALIA, DOPO 40 ANNI, RIAPRONO DIVERSE MINIERE, ALCUNE ANCHE IN SARDEGNA. I CORSI E I RICORSI DELLA STORIA.


Oristano 4 agosto 2025

Cari amici,

Si fa in fretta dire che certe decisioni prese sono definitive! Tutto in questo mondo è relativo, e, nonostante sia difficile pensare ad un “Ritorno al passato”, a volte succede, forse perchè a volte si deve “FARE DI NECESSITÀ VIRTÙ”. Si, come sta avvenendo, per esempio, con la riapertura di diversi siti minerari dismessi, tra i quali alcuni presenti nella nostra antica Sardegna, dove in passato l’estrazione mineraria era un’attività di grandissimo spessore. Ma vediamo meglio nei dettagli la motivazione di questa decisione.

In Italia, circa quarant'anni fa, il settore estrattivo fu messo a riposo e le miniere abbandonate. La concorrenza economica da parte di altri siti minerari stranieri, ne aveva messo in discussione l’economicità, e ciò portò, alla dismissione della gran parte delle miniere attive. Ora, in conseguenza della necessità di approvvigionamento di nuovi materiali presenti in questi siti, come le “Terre rare” di cui siamo fortemente dipendenti dall’estero, il Governo italiano ha approvato un primo programma di ri-esplorazione delle ex-miniere di casa nostra. Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica ha già dato il via libera a 14 progetti di ricerca, distribuiti in diverse regioni, dal Piemonte alla Sardegna.

L'iniziativa, che ha coinvolto oltre 400 specialisti, con un investimento iniziale di 3,5 milioni di euro, è coordinata dal SERVIZIO GEOLOGICO D'ITALIA DELL'ISPRA, e punta a ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche, essenziali per la transizione energetica. Seppure gli analisti del settore (in realtà sono gli stessi che negli anni Ottanta spinsero per la chiusura delle miniere italiane), si siano dimostrati scettici sui tempi di realizzazione e sull'effettiva capacità di competere con i mercati internazionali, l’iniziativa di accertare la presenza e la possibilità estrattiva dei minerali utili in alcune miniere, va avanti.

Indubbiamente nella fattibilità del progetto “pesa molto” il nodo dei tempi di sviluppo, spesso incompatibili con gli obiettivi politici. Servono in media dai 7 ai 15 anni per passare dalla scoperta di un giacimento all'entrata in funzione di una filiera produttiva completa; un percorso che nelle democrazie occidentali risulta ancora più lento a causa dei vincoli ambientali e delle lungaggini burocratiche. Nel frattempo, la domanda di LITIO, per esempio, è destinata a crescere di diciotto volte entro il 2030, ma anche i progetti più avanzati faticano a rispettare le tempistiche. E non è solo un problema di tempi.

Lo stanziamento iniziale, destinato  alla prima fase di esplorazione delle possibili risorse esistenti, appare scarsa, rispetto agli obiettivi: i 3,5 milioni di euro messi a disposizione inizialmente, appaiono modesti se confrontati con gli investimenti necessari per sviluppare progetti minerari competitivi. L'esperienza internazionale indica che servono centinaia di milioni di euro per portare una miniera dalla fase esplorativa alla produzione commerciale, cifre che l'Italia dovrà trovare in un contesto di bilanci pubblici sotto pressione.

In Italia, stante la BUROCRAZIA alienante (è tra le peggiori al mondo), non sarà facile riaprire i siti minerari dismessi. Ferma la necessità di cercare di ridurre la dipendenza da altri Paesi, per avere in casa la disponibilità di materie prime critiche come quelle necessarie per la transizione ecologica e digitale, sarà dura arrivare in tempi brevi a reperire e utilizzare quelle di casa nostra. Certo, l’iniziativa è legata alla strategia europea di diversificare le fonti di approvvigionamento e garantire una maggiore autonomia strategica, soprattutto per quanto riguarda litio, grafite, cobalto e altre terre rare.

La Sardegna, amici, risulta alquanto coinvolta in questo progetto. La miniera di Silius, per esempio, è uno dei primi siti ad essere riaperti, essendo presenti importanti giacimenti di fluorite, un minerale strategico per le batterie agli ioni di litio. Anche il progetto URBES, finanziato dal PNRR, si muove sulla stessa lunghezza d’onda, e mira a recuperare materie prime dai rifiuti estrattivi delle vecchie miniere, con particolare attenzione alla bonifica di siti inquinati come quello di Montevecchio in Sardegna. Certo, i tempi non saranno brevi, ma la strada da seguire è certamente quella dell’utilizzo dei materiali di casa nostra.

Cari amici, la Sardegna, dunque, potrà tornare, nel settore minerario, protagonista come in passato. Nell’isola sono tanti i minerali presenti: tungsteno, terre rare e rame nella miniera di Funtana Raminosa; nella miniera di Silius, invece, sono presenti la fluorite e altre terre rare. Anche nell'area di Furtei, situata a sud del paese omonimo, ci potrebbero essere terre rare, insieme a minerali come barite e fluorite. Infine, anche la miniera di Buddusò, nota per l'estrazione di granito, potrebbe contenere terre rare come sottoprodotto. Che dire, amici lettori, potrebbe esserci un positivo ritorno minerario, capace di creare lavoro ai giovani inoccupati della nostra isola!

A domani.

Mario

domenica, agosto 03, 2025

LA FECONDAZIONE UMANA E I FALSI MITI SULLA LOTTA DEGLI SPERMATOZOI PER FECONDARE L'OVULO.


Oristano 3 agosto 2025

Cari amici,

Sulla fecondazione umana, sul concepimento, c’è da dire che girano tanti racconti, che spesso sono solo favole, come ad esempio quando si parla della “maratona”, dell’epica lotta messa in atto dagli spermatozoi per raggiungere l'ovulo e fecondarlo. Che la fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo per creare una nuova vita, sia indubbiamente un processo complesso è certamente vero, e, forse per questo, nel tempo la fantasia si è davvero scatenata, ipotizzando, da parte degli spermatozoi, delle lotte cruente per arrivare a fecondare l'ovulo, lotte che però, in realtà, non ci sono mai state! Si cari lettori, recenti studi hanno messo in luce ben altro! La fecondazione avviene certamente attraverso dei passaggi ben precisi, dove l’ovulo, però ha una parte attiva, non certo passiva! L'ovulo svolge un'azione selettiva, con il compito di stabilire, nella selva di spermatozoi, quello più compatibile, cosa che risulta fondamentale.

Partiamo dall’inizio. Arrivato a maturazione nella donna l'ovulo viene rilasciato dall'ovaio della donna e inizia il suo viaggio verso l'utero attraverso le tube di Falloppio. Qui incontra gli spermatozoi, li giunti dopo essere stati rilasciati dall'uomo durante l'eiaculazione. Su questo incontro, tra spermatozoi e ovulo, sono nate tante leggende. Si è sempre raccontato che milioni di spermatozoi, come in una maratona, mettono in atto una corsa disperata verso l’ovulo, e che, solo il più veloce, il più forte, il più tenace vince la sfida penetrando l’ovulo. Falso! Niente di più sbagliato!

È grazie a una ricerca scientifica del 2020 (pubblicata su “Proceedings of the Royal Society B”), che si è appurato che l’ovulo non è un “soggetto passivo”, che attende il possibile vincitore che lo feconderà. L’ovulo svolge una parte attiva, potente e selettiva, perché non è un soggetto passivo che attende di essere fecondato! L’ovulo è in possesso degli strumenti per selezionare, scegliere il partner più consono, quello che, una volta scelto, lo deve fecondare. Per fare la sua scelta l’ovulo rilascia precisi segnali chimici, i cosiddetti chemio-attrattanti, capaci di  attirare lo spermatozoo che ha scelto di preferire. Per gli altri non c’è scampo: ricevono dall’ovulo segnali repulsivi (li rallenta, li blocca, li scarta).

Anche il muco cervicale svolge una sua precisa funzione: fa da filtro, impedendo allo sperma più debole o di scarsa qualità di proseguire. Questa la prima dimostrazione della inesistente lotta tra gli spermatozoi per conquistare l’ovulo. È l’ovulo della donna a fare la selezione, scegliendo con attenzione “chi” deve fecondarla! Una selezione a monte, dunque: nessuna corsa, nessuna lotteria! Come ha avuto modo di spiegare il ricercatore scientifico John Fitzpatrick, professore dell'Università di Stoccolma e coautore dello studio, “Il fluido follicolare di una donna è in grado di attirare meglio lo sperma di un uomo, mentre quello di un’altra donna attirava meglio lo sperma di un altro”.

Amici, questo complesso processo della creazione umana, tradotto in parole semplici, sta a significare che la vera scelta è fatta dalla donna, in base a determinati parametri di compatibilità. È lei a scegliere da chi essere fecondata! Poi, una volta che ha scelto lo spermatozoo fortunato, quando questo inizia a penetrare l’ovulo, lei chiude tutto. Rilascia una sostanza che provoca la distruzione immediata della testa di tutti gli altri spermatozoi presenti, applicando una specie di decapitazione chimica di massa. Niente ripescaggi! Niente seconde possibilità! I risultati di questa ricerca, dunque, dimostrano l’inesattezza delle precedenti convinzioni, sulla grande lotta degli spermatozoi per la conquista dell’ovulo. Niente lotta, dunque, lo spermatozoo vincitore è lei a sceglierlo! Una volta che questo spermatozoo penetra la membrana dell'ovulo, avviene la fecondazione, formando lo zigote. Questo inizia un processo di divisione cellulare mentre viaggia verso l'utero, dove si impianterà nella sua parete. Se l'impianto ha successo, si verifica la gravidanza.

Insomma, amici lettori, questa è la dimostrazione chiara ed evidente che anche nella riproduzione umana chi ha sempre avuto il vero controllo è la donna! Nessuna gara per conquistarla, nessuna lotta, è lei a scegliere, nel senso che l’ultima decisione è la sua! Come ha avuto modo di commentare il professor Daniel Brison, direttore scientifico del Dipartimento di medicina della riproduzione del Saint Marys’ Hospital di Manchester, co-autore della ricerca, “L’idea che gli ovuli scelgano gli spermatozoi è davvero nuova nella scienza della fertilità umana”.

Cari amici, in natura la selezione del partner è alla base del meccanismo di riproduzione degli animali. Lo scopo è quello di assicurare alla prole, alle generazioni successive, il maggior vantaggio genetico possibile. Anche tra gli esseri umani, dunque, vige la ricerca del partner più adatto per creare generazioni migliori. Insomma, è la donna a mettere in atto un efficace sistema per investire nel futuro della specie umana!

A domani.

Mario

sabato, agosto 02, 2025

LA STRORDINARIA LUMACA DI MARE “ELYSIA CHLOROTICA”, L'UNICO ANIMALE AL MONDO CAPACE DI FARE LA FOTOSINTESI COME LE PIANTE.


Oristano 2 agosto 2025

Cari amici,

Che nel mondo, sia il regno animale che quello vegetale, siano costituiti da un’infinità di soggetti portatori di grande diversità, alcuni dei quali anche molto particolari, non sono certo io il primo a dirlo! Ebbene, in questo straordinario mondo, c’è una creatura addirittura particolarissima, che possiamo considerare unica al mondo: è L’ELYSIA CHLOROTICA, una lumaca di mare capace di realizzare la fotosintesi, proprio come le piante! Questo mollusco marino, di colore verde smeraldo, noto anche come Eastern Emerald Elysia, ha sviluppato una strategia unica per sopravvivere: “ruba” i cloroplasti dalle alghe di cui si nutre e li utilizza per produrre energia dalla luce solare!

Questa straordinaria lumaca di mare ha sviluppato, infatti, una particolare abilità, detta kleptoplastia, con la quale riesce a rubare i cloroplasti delle alghe di cui si nutre e a utilizzarli per fare la fotosintesi! Indubbiamente è un adattamento unico, che le permette di sopravvivere anche per un anno senza cibo. Amici, è questa una capacità assolutamente particolare, che sfida le tradizionali divisioni tra regno animale e vegetale, rappresentando un fenomeno biologico eccezionale che ha attirato l’attenzione della Comunità scientifica internazionale. Ma vediamo come funziona questo incredibile adattamento messo in atto da questa lumaca.

L’inusuale, incredibile capacità fotosintetica, messa in atto dall’Elysia chlorotica è resa possibile grazie all’interazione con un’alga specifica, la Vaucheria litorea. Quando la lumaca si nutre di questa alga, non la digerisce completamente: trattiene invece i cloroplasti, ovvero le strutture cellulari responsabili della fotosintesi, e li integra nelle cellule del proprio tessuto intestinale. Una volta assorbiti, questi cloroplasti rimangono attivi e permettono alla lumaca di sfruttare l’energia del sole per produrre composti organici utili alla propria sopravvivenza. In condizioni favorevoli, alcuni esemplari di Elysia chlorotica possono vivere fino a un anno senza bisogno di ulteriore nutrimento, basandosi esclusivamente sulla fotosintesi.

Questo miracoloso meccanismo messo in atto dalla Elysia chlorotica, che per ora appare come l’unico al mondo, offre all’animale vantaggi non comuni: oltre quello energetico anche il mimetismo! Il colore verde brillante derivante dai cloroplasti assorbiti consente alla lumaca di confondersi perfettamente con le alghe circostanti, riducendo il rischio di essere individuata dai predatori. Un adattamento che risulta fondamentale per la sua sopravvivenza. Grazie, infatti, a questa strategia, l’Elysia chlorotica può nascondersi tra le alghe e sopravvivere a lungo senza dover cercare cibo: un vantaggio significativo in un ambiente in cui le risorse possono essere limitate.

Amici, i ricercatori hanno cercato di comprendere come sia possibile che i cloroplasti rimangano attivi così a lungo all’interno della lumaca. Nelle piante, infatti, questi organelli necessitano di un continuo supporto genetico da parte del nucleo cellulare per funzionare. Inizialmente fu ipotizzato che l’Elysia chlorotica avesse integrato nel proprio DNA alcuni geni dell’alga, tramite un processo chiamato trasferimento genico orizzontale (HGT), ma successivamente questa teoria fu smentita. È un mistero che continua a incuriosire gli scienziati, che in futuro potrebbe fornire nuove prospettive sulla bioingegneria e l’uso della fotosintesi in altri organismi.

Il caso di Elysia chlorotica, amici, non è solo una curiosità biologica, ma potrebbe avere implicazioni rivoluzionarie. Studiare come questa lumaca riesca a mantenere operativi i cloroplasti senza il supporto genetico dell’alga, potrebbe aprire nuove strade nella ricerca sulla fotosintesi artificiale e sulle fonti di energia rinnovabili. Comprendere i meccanismi di questo processo potrebbe aiutare la scienza medica e biologica a sviluppare nuove tecniche di ingegneria genetica e biotecnologie innovative, magari persino applicabili all’uomo. Questa incredibile creatura dimostra ancora una volta quanto la natura sia ricca di sorprese e come l’evoluzione possa portare a soluzioni straordinarie per la sopravvivenza.

Cari amici, il professor Debashish Bhattacharya, docente nel Dipartimento di Biochimica e Microbiologia presso la Rutgers University-New Brunswick, relativamente alla straordinaria Elysia chlorotica, si è così espresso: “L’idea che un animale possa letteralmente “diventare verde” e sopravvivere di luce come una pianta, sfida le nostre concezioni più basilari sulla separazione tra regni biologici”. Personalmente resto basito: sulla straordinarietà della natura, penso ci sia poco da aggiungere...

A domani.

Mario

venerdì, agosto 01, 2025

ECCO IL PIU ANTICO DOLCIFICANTE SARDO: “S'ABBAMELE”. DERIVATO DAL MIELE, È UTILIZZATO FIN DAL PERIODO NURAGICO.


Oristano 1° agosto 2025

Cari amici,

Da sardo verace, voglio iniziare anche i post di agosto parlando della nostra isola. La Sardegna, terra ricca di una civiltà ultra millenaria, è patria di abitanti che conoscono profondamente la natura in tutte le sue particolarità. L’uomo (e il sardo non è da meno) da millenni ha sempre consumato con piacere le sostanze dolci. Sicuramente le api furono tra le prime a procurargli questo piacere, e da allora, "questo dolce piacere" continua, senza mai attenuarsi, anche oggi. Con la sua intelligenza, però, l’uomo non si limitò a consumare quello che la natura gli offriva già pronto, ma iniziò a fare delle modifiche, come ad esempio sperimentando la fermentazione della frutta, ricavando gustose bevande alcoliche. Ebbene, fermentando la frutta, ottenne, per esempio, la sapa, ricavata dall’uva o dai fichidindia, così come il vino dall'uva; quanto al prodotto delle api, pensò non solo di consumare il miele, ma anche di utilizzare i sottoprodotti dell’alveare, facendoli fermentare. Vediamo come.

Fin dall’epoca nuragica, l’uomo sardo, già prima dell’introduzione delle arnie costruite in sughero (su casiddu), e poi di quelle successive, utilizzava il miele prodotto dalle api selvatiche, che in quei tempi si auto-costruivano l'alveare negli incavi dei tronchi d’albero. Ebbene, siccome l'uomo aguzza sempre l'ingegno, una volta estratto in modo rudimentale il miele contenuto, visto che i favi avevano ancora un buon contenuto di sostanze dolci residue, cercò di estrarre queste sostanze facendo bollire i favi. Questo succo, una volta fermentato, prese il nome di ABBAMELE, ottenuto dalla bollitura lenta e artigianale dei dolci residui dell'alveare. L'Abbamele in sostanza è un decotto di miele e polline, con ottime proprietà antibiotiche, antisettiche, antiinfiammatorie, antivirali e antimicotiche.

Indubbiamente il prodotto ricavato risultò alquanto gradito dall’uomo ancora primitivo: era un ottimo dolcificante, ma anche una prima fonte di ebbrezza, per l’alcool contenuto prodotto dalla fermentazione! Da questo primordiale idromele (il miele era ritenuto preziosissimo, per cui vi era la necessità di non perderne nemmeno una goccia), è poi derivata la lavorazione tecnica da cui si ottenne S’ABBAMELE (noto anche come abbattu, s’acuamebi o saba ‘e meli…), un prodotto dalla storia antichissima che è rimasto radicato ed esiste ancora oggi nella tradizione sarda.

Ma come si prepara oggi questo antico dolcificante? Un’esperta come Anna Maria Cabiddu, produttrice di miele sul lago di Mulargia (la sua azienda si chiama Cuore di Mulargia), ci ha gentilmente spiegato come fare. Per prima cosa bisogna recuperare dal favo fino all’ultima goccia di miele, in genere se ne ottiene un ulteriore 20%, ricco di polline e propoli, e separarlo dai rimasugli di cera. Per farlo i pezzi di favo tagliati si immergono in acqua intorno ai 50°C, facendo sciogliere la cera che potrà quindi essere poi rimossa, e quello che rimane è acqua (in sardo ”abba”,  e miele: “ABBAMELE”, per l’appunto.

Il liquido così ricavato viene messo a bollire per ore, fino a far evaporare l’acqua in eccesso e, come per tutti i mosti cotti, consentirà di concentrare il sapore e caramellizzare gli zuccheri, dando al prodotto finale un fantastico gusto caramellato dal leggero aroma tostato. A questo punto entra in gioco la fantasia del produttore: si può aromatizzare l’Abbamele con scorze d’arancia, di limone, con la mela cotogna o un mix di questi o altri ingredienti, aggiunti rigorosamente a non più di mezz’ora dalla fine della bollitura, per mantenerne intatti gli aromi.

Amici, se in passato, per millenni, s’Abbamele era il cibo dei meno abbienti, oggi s’Abbamele è apprezzato anche negli ambienti di alto livello, per le sue grandi potenzialità gastronomiche. Il suo gusto, profondo e complesso, dai molteplici toni dolci, in perfetto equilibrio e con una elegante nota amara, risulta qualcosa con un gusto straordinario! Un prodotto abbinabile ad una grande varietà di prodotti: insomma, un gusto difficile da trovare con un altri ingredienti. S’Abbamele è un prodotto straordinario: lo possiamo abbinare sia con i piatti dolci che con quelli salati; è perfetto con formaggi freschi e stagionati, sparso su gelati e seadas, o con carne di maiale e, ovviamente, con i salumi tipici della Sardegna!

Cari amici, oggi S’ABBAMELE è un Prodotto Agroalimentare Tradizionale sardo (PAT), un prodotto di nicchia della Sardegna, ricavato seguendo le regole tradizionali, codificate da più di 25 anni; fu iscritto nei Prodotti Agroalimentari Tipici nel 2010. È oggi un prodotto eccellente, che merita di essere conosciuto non solo nella nostra Isola ma anche nel resto d’Italia! Insomma un prodotto che, noi sardi in particolare, dovremmo conosce e FAR CONOSCERE meglio, perché spesso siamo noi sardi che conosciamo poco i nostri prodotto d’eccellenza!

 A domani.

Mario