giovedì, giugno 06, 2024

ANCHE IN ITALIA LE FERROVIE TESTANO LA “LEVITAZIONE MAGNETICA” SUI BINARI ESISTENTI. IL 1° TEST È STATO EFFETTUATO SULLA LINEA FERROVIARIA ADRIA-MESTRE.


Oristano 6 giugno 2024

Cari amici,

Che l’evoluzione nel trasporto ferroviario continui senza interruzione è proprio vero! Si è passati dalle locomotive a vapore ai treni ad altissima velocità, che utilizzano la moderna tecnologia per muoversi a levitazione magnetica. Un sistema davvero interessante, ricercato un po’ da tutti i Paesi, in quanto consentirebbe di abbattere costi e consumi energetici, oltre a rumori e vibrazioni. L’Italia non è da meno, e le aziende del settore cercano in tutti i modi di trovare la soluzione più adatta al nostro sistema ferroviario che in gran parte è ancora obsoleto. L’uso della levitazione che si sta studiando è finalizzato all’utilizzo della rete (dei binari) esistente, senza bisogno, quindi, di utilizzare nuove infrastrutture progettate appositamente, e, cosa molto importante, senza necessità di energia elettrica.

A trovare una soluzione che appare ideale a risolvere il problema, è stata un’azienda hi-tech di Treviso, la  IRONLEV, società nata dalla collaborazione tra Ales Tech, una startup spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e la Girotto Brevetti di Treviso. La soluzione che è stata trovata consente di trasportare merci e persone sulle rotaie già esistenti in modo alquanto efficiente, oltre che rispettoso dell’ambiente; le prove effettuate hanno già superato il 1° test: 2 km di tragitto lungo la linea ferroviaria Adria-Mestre.

Lo studio che ha portato al progetto italiano ad utilizzare la tecnologia MAGLEV è alquanto diverso dal sistema che viene attualmente usato nei treni super-veloci in Giappone e in Cina. In quei casi il trasporto a levitazione magnetica si basa sul campo magnetico creato da binari appositamente progettati per lo scopo, che interagiscono con elementi inseriti nei vagoni. È la stessa dinamica su cui si basava anche l’idea di Elon Musk dell’Hyperloop.

Molto diversa, invece, la soluzione adottata dell’azienda trevigiana, che, pur agendo sul vettore, lascia invariata la precedente infrastruttura ferroviaria. Lo può fare perché sfrutta le proprietà ferromagnetiche della materia, cioè la capacità fisica della materia di creare un campo magnetico. Il vettore, tramite dei magneti permanenti, interagisce con questo campo creando come un cuscinetto d’aria, che separa fisicamente il veicolo dal binario.

Il principio alla base della levitazione magnetica passiva è, infatti, quello di creare un cuscino d’aria che separi fisicamente il veicolo dalla pista, con forti vantaggi in termini di attrito, efficienza, rumore e vibrazioni. Questo è possibile grazie a speciali ferromagneti a forma di “U” rovesciata che avvolgono i binari, permettendo al treno di restare sospeso in modo passivo, quindi senza l’utilizzo di energia elettrica. Un altro aspetto particolarmente rilevante della soluzione adottata da IRONLEV è che la particolare tecnologia a levitazione magnetica utilizzata risulta “passiva”, cioè non necessita di energia elettrica per il funzionamento delle sue componenti.

Il test effettuato sulla tratta ferroviaria veneta, prima accennato, ha dimostrato che la soluzione dell’azienda italiana ha molti punti di forza. Oltre a funzionare su qualsiasi tipo di binario già esistente, il sistema può garantire un’elevata efficienza energetica. Il prototipo sperimentale di 1 tonnellata che ha percorso i 2 km di rotaie vicino a Venezia, lo ha fatto solo a 70 km/h, ma è già allo studio un secondo prototipo che simulerà di fatto un pesante vagone: 20 tonnellate da far correre a 200 km/h.

Amici, un adeguato sistema di controllo permette di mantenere il veicolo allineato ai binari, capace di reagire in modo tempestivo alle imperfezioni lungo il tracciato, così da garantire il massimo della sicurezza. L’assenza di rumore e di vibrazioni, inoltre, permette di pensare a una sua applicazione in ambito urbano, riducendo allo stesso tempo i costi di manutenzione dell’infrastruttura e del veicolo, non più sottoposto ad abrasione e stimoli meccanici. Come ha spiegato Adriano Girotto, fondatore e Presidente di IronLev, “il prossimo passo sarà quello di creare un carrello motorizzato entro due anni, per testare un veicolo con un peso da 20 tonnellate e una velocità fino a 200 km/h”.

L’interessante progetto è stato presentato Il 12 marzo scorso a Verona, all’interno della LetExpo2024, la Fiera del Trasporto e della Logistica sostenibili, in collaborazione con la Regione Veneto. Questa innovativa tecnologia ha, dunque, l'evidente vantaggio di essere applicabile su larga scala limitando i costi e la complessità tecnologica. La IronLev ha già pensato di applicare la sua tecnologia a levitazione magnetica a molti altri ambiti, oltre al trasporto ferroviario: come porte scorrevoli, ascensori, carrelli industriali, etc.

Cari amici, sono certo che il futuro ci riserverà ancora incredibili scoperte, che faranno impallidire quelle più recenti!!!

A domani.

Mario

 

mercoledì, giugno 05, 2024

MAI DIRE MAI! “PREVENIRE È MEGLIO CHE CURARE”, DICE UN SAGGIO PROVERBIO! E L’UOMO STUDIA UN SUO POSSIBILE FUTURO SU MARTE…


Oristano 5 giugno 2024

Cari amici,

Che la vita sulla terra stia diventando ogni giorno più a rischio, tra aumento della temperatura, costante distruzione dell’ambiente, scioglimento dei ghiacci e molto altro, è una realtà che preoccupa non poco gli studiosi. Ovviamente, chi studia questi fenomeni pensa al futuro, rendendosi conto delle possibili conseguenze anche catastrofiche, per cui si ipotizza l’eventualità di un possibile deterioramento del pianeta, tanto da pensare seriamente ad un necessario “ABBANDONO” della terra, nel caso che questa diventasse inabitabile.

Si amici, gli scienziati preoccupati dei possibili stravolgimenti nel nostro pianeta, ipotizzano il “trasferimento” della specie umana in un altro pianeta, come ad esempio MARTE. La prima domanda che essi si sono posti è questa : “Gli esseri umani possono vivere su Marte in un prossimo futuro? Ovviamente solo predisponendo tutta una serie di strutture, che, studiate in modo approfondito, potrebbero consentire all’uomo la vita su questo pianeta. Strutture possibili, che si spera di poter approntare nei prossimi 25/30 anni, come città, fabbriche, colture e allevamenti.

La risposta è dunque un “SI”, e, quanto alla città, è stato dato anche un nome a questo ipotetico nucleo urbano  da costruire sul “Pianeta Rosso”, come Marte da tempo è chiamato; la prima città su Marte si chiamerà NÜWA. Ovviamente si tratta di una città particolare, autosufficiente e sostenibile, capace di contenere ben un milione di persone. Questo innovativo, fantastico progetto è in corso di realizzazione da una grande azienda ingegneristica: “ABIBOO Studio”, ed è stato presentato di recente al concorso della The Mars Society, sviluppato dalla rete SONet, un team internazionale di scienziati e accademici, che potrebbe diventare presto realtà.

Questa ipotetica città di NÜWA sorgerebbe sul pendio di una delle scogliere marziane, in località “Tempe Mensa”, un luogo dove l’accesso all’acqua è considerato abbondante. Il progetto è stato selezionato, insieme ad altri nove, tra oltre 175 progetti in tutto il mondo che hanno partecipato al concorso della The Mars Society. Il progetto prevede la costruzione di una città verticale scavata nella roccia, protetta in questo modo da radiazioni e meteoriti e avendo accesso alla luce solare indiretta.

Quanto al nome dato alla città,  NÜWA, questo ha radici nella mitologica dea cinese che è la protettrice degli umani; una dea che ha sciolto cinque pietre per dare robusti pilastri sociali. Il progetto sviluppato da ABIBOO Studio è frutto delle attente, ripetute analisi sulle dure condizioni del pianeta: “Se dovessimo costruire gli edifici come sulla Terra, gli edifici tenderebbero a esplodere per la pressione. La radiazione solare e gamma che si abbatte su Marte ci ha costretti a costruire spazi che non sono direttamente esposti al cielo”, afferma Alfredo Muñoz, fondatore di ABIBOO Studio.

Amici, il complesso studio abitativo di esseri umani su Marte ha ipotizzato la realizzazione di cinque città come Nüwa, che fungerebbe da capitale. Ogni città ospiterebbe tra 200.000 e 250.000 persone; a parte Nüwa, il resto delle città seguirebbe la stessa strategia urbana, come Abalos City, situata al Polo Nord per sfruttare l’accesso al ghiaccio, o Marineris City, situata nel canyon più esteso del sistema solare. La soluzione adottata è un modello flessibile e scalabile che potrebbe essere facilmente applicabile in molte altre aree della superficie del pianeta Marte.

Negli edifici verticali scavati nella roccia, si svolgeranno tutte le attività residenziali e lavorative; questi palazzi saranno collegati tra loro da una rete di gallerie e da ascensori ad alta velocità, simili ai grattacieli sulla Terra. In questo modo si riducono i costi e le tempistiche di costruzione, creando spazi modulari facilmente replicabili. “Quando questi tunnel raggiungono la parete verticale della scogliera, gli spazi naturali creati artificialmente funzionano come zone cuscinetto. Sono stati chiamati ‘Green-Domes’ e sono di due tipi: quelli che consentono la presenza umana e fungono da parchi e quelli che sono vegetazione sperimentale esposti all’atmosfera puramente marziana.”, affermano gli architetti di ABIBOO Studio.

Inoltre, per potersi muovere liberamente e velocemente verrà utilizzato un sistema di treni leggeri e autobus che collegheranno le varie zone della città utilizzando dei tunnel longitudinali. Il trasporto da città a città, invece, verrà effettuato con treni di autobus/vagoni che viaggeranno su strade asfaltate. L’avveniristico progetto è studiato in modo le città siano tutte assolutamente “sostenibili”, ovvero saranno capaci di autoprodurre tutto il necessario per il corretto funzionamento.

Oltre a produrre la necessaria quantità di energia da fonti rinnovabili, queste città di cui Nüwa è la capofila, saranno in grado di produrre gli alimenti necessari per la popolazione. La coltivazione delle colture sarebbe la principale fonte di produzione alimentare, fornendo il 50% della dieta umana, trasformando CO 2 in O 2 e prendendo parte al sistema di trattamento dell’acqua. Ai piedi della scogliera, sono stati concepiti dei grandi padiglioni per l’interazione sociale nella valle, caratterizzati da una copertura traslucida in grado di offrire la vista sui paesaggi di Marte. Le risorse alimentari arriveranno, oltre che dai vegetali coltivati, anche fa fonti animali: si alleveranno maiali, polli e pesci, oltre ad insetti, anch’essi necessari; nelle vicinanze della città  verranno allestiti dei capannoni  protetti, in quanto l’allevamento ha bisogno di un’atmosfera simile a quella umana per vivere.

Cari amici, la realtà è che la nostra terra è davvero in pericolo! Seppure io, per ora, consideri il trasferimento su Marte una bella, grande utopia, “MAI DIRE MAI”! In questo nostro mondo, che l’uomo continua a rovinare, la catastrofe potrebbe essere più vicina di quanto immaginiamo! Allora, continuiamo a studiare la nascita su Marte di città come Nüwa e delle sue città gemelle, progettate oggi per accogliere gradualmente, “domani”,  gli esseri umani, fino a raggiungere una capacità di 1 milione di abitanti. Sembrerà fantascienza, ma meglio avere sempre un piano B!

A domani.

Mario

 

martedì, giugno 04, 2024

“RICICLARE”, UN VERBO CON CUI CI RIEMPIAMO SPESSO LA BOCCA, MA SENZA DARE SEGUITO AI FATTI. IL TRISTE DESTINO DELL'ABBIGLIAMENTO USATO.


Oristano 4 giugno 2024

Cari amici,

A parole siamo tutti ecologisti! Nella gran parte delle città sono tanti i cassonetti gialli che invitano la popolazione a depositare l’abbigliamento usato che, una volta sanificato, dovrebbe avere una seconda vita. Abbigliamento destina a chi, purtroppo, certe spese non se le può permettere. In tanti rispondono positivamente, e spesso questi contenitori sono addirittura stracarichi. Ma ci siamo mai chiesti che fine fa, poi, tutto questo abbigliamento che viene ritirato dai camion delle imprese autorizzate? Come prosegue, poi, la catena del riciclo solidale? Purtroppo in maniera alquanto diversa da come la gran parte della gente pensa e crede!

Dopo che in tanti abbiamo depositato negli appositi cassonetti gialli l’abbigliamento, spesso in ottime condizioni (ce ne siamo liberati solo per il fatto di averli voluti cambiare perché ormai un po’ fuori moda o fuori stagione), abbiamo ingenuamente pensato che questi indumenti sarebbero stati proficuamente utilizzati da famiglie bisognose o, comunque, ben riciclati. La triaste realtà, però, risulta alquanto diversa da quella che noi pensiamo. Andiamo a vedere perché.

Per analizzare il grande problema dello smaltimento dell’abbigliamento usato, abbiamo chiesto l’aiuto di un esperto: il dottor Giuseppe Ungherese, giornalista e responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Abbiamo così scoperto che nel mondo il recupero e il riciclo di vecchi  tessuti è ancora decisamente marginale, tanto da non rappresentare al momento una modalità valida per calmierare i problemi che avrebbe dovuto risolvere. Greenpeace, infatti, ha affermato che meno dell’1% degli indumenti dismessi viene riciclato!

Come ha avuto modo di spiegare in dettaglio il dottor Ungherese, “Il riciclo degli abiti è abbastanza una chimera! I vestiti usati? Non è facile recuperarli. Sono in pochi a sapere che solo una piccola porzione dei vestiti usati, quelli portati nei cassonetti gialli della raccolta, viene effettivamente riciclata o consegnata ai bisognosi”. Stando ai dati raccolti dal Guardian, a livello mondiale, solo il 20% di tutti gli abiti raccolti finiscono effettivamente in opere di bene o venduti nei negozi di seconda mano. Ecco, invece, come viene gestito il considerevole resto.

Un recente Studio ha accertato che i vestiti non utilizzabili, ad esempio perché danneggiati, vengono termo-valorizzati, mentre per il resto, una piccola porzione è venduta a chili a società che, almeno in teoria, si dovrebbero occupare del loro smaltimento. E il resto? Purtroppo non è facile saperlo, poiché il percorso non prevede tracciabilità se non in poche organizzazioni d’eccellenza, ma potrebbero essere la causa di un forte inquinamento che si sta verificando in Africa. Si, perché, come afferma ancora Ungherese, “sono molti i passaggi e, perciò, la tracciabilità si perde. La realtà è che il grosso dei nostri abiti dismessi, va a finire in Africa, indipendentemente da quale sia la provenienza del suo canale europeo”.

Amici, da qualche anno diversi Paesi dell’Africa sono diventati dei grandi importatori di abiti usati. Solo il Ghana, ad esempio, importa ben 214 milioni di dollari di abiti usati ogni anno, grazie alle bassissime tasse d’importazione. Lo stesso accade anche in Kenya, ma dove finiscono tutti questi indumenti? Il percorso è alquanto complesso e sotto certi aspetti misterioso, in quanto in questi Paesi non è facile seguire l’intero processo. Sappiamo che una parte di questo abbigliamento, donato dei Paesi del Nord del mondo, vengono aggregati in balle e venduti al chilo a trader ghanesi o kenioti; di ogni singola balla, meno del 40% dei capi viene rivenduto localmente o donato ai poveri. Il resto viene perlopiù gettato in luoghi naturali trasformati in discariche a cielo aperto. Uno degli esempi più eclatanti è quello del mercato di Kantamaro, ad Accra. Qui ogni giorno arrivano centinaia di tonnellate di capi, di cui 100, ogni giorno, vengono gettate come rifiuti.

Ci si chiede: “Ma chi sono i soggetti responsabili dell’inoltro di questi abiti in Africa, dei veri e propri “regali avvelenati”, come emerge dal report Poisoned Gift di Greenpeace, condotto in Kenya? “È molto difficile risalire all’esatta provenienza dei singoli capi di abbigliamento, è molto complicato”, sottolinea sempre Ungheresi. In altre parole, egoisticamente, i Paesi ricchi del mondo stanno delegando a quelli meno sviluppati l’onere di smaltire i propri rifiuti tessili. “Noi andiamo a scaricare le conseguenze di una produzione insostenibile su altri Paesi”. aggiunge Ungherese. “È come se noi decidessimo di spazzare il pavimento della nostra casa, per poi nascondere tutto quel che raccogliamo sotto lo zerbino davanti al portone”!

Il problema del riciclo, amici, al momento viene in gran parte affrontato solo a parole. Se abbiamo difficoltà noi, a trovare soluzione, immaginiamoci se il problema lo si risolve scaricandolo a quei Paesi  che non hanno nessuna struttura in grado di farlo! E quindi è un problema veramente serio, che andrebbe arginato, perché dovrebbero essere impedite queste esportazioni all’estero, che risultano altamente inquinanti. Per ora, la triste realtà è che la circolarità, di cui a parole ci riempiamo la bocca, è qualcosa che praticamente non esiste nel settore!

Cari amici, il problema del riciclo è più serio di quello che crediamo, per cui l’ultima cosa da fare è proprio quella di giocare a scaricabarile, perché una volta che il mondo sarà totalmente inquinato, nessuno si salverà!

A domani.

Mario

 

lunedì, giugno 03, 2024

LA STRAORDINARIA RESILIENZA DELLA NATURA: NEL GRANDE DESERTO DEL SAHARA SOPRAVVIVONO MILIONI DI ALBERI! LI HA SCOPERTI E CONTATI UN’INTELLIGENZA ARTIFRICIALE.


Oristano 3 giugno 2024

Cari amici,

Del grande deserto del Sahara mi è capitato di parlare diverse volte su questo blog, essendo oggi il deserto più grande del mondo, con una superfice praticamente vicina a quella di tutti gli Stati Uniti. Sappiamo anche che questo immenso territorio non è stato sempre desertico, ma in passato aveva una vegetazione rigogliosa, coltivazioni, fiumi e laghi, animali e abitanti. Poi, come è successo in altre zone, i cambiamenti climatici hanno desertificato questo paradiso, rendendolo arido e apparentemente privo di vita. Solo in apparenza, però.

Ebbene, in questo arido Sahara, terra ritenuta del tutto inabitabile, dove si alternano grandi dune di finissima sabbia preda di venti impetuosi a sconfinate pianure che vengono modificate giorno dopo giorno, con un clima secco e arido, la vita non è morta: si è solo mimetizzata! In questo inferno arido e bollente, dove la vita sembrerebbe impossibile, contro ogni previsione gli scienziati hanno scoperto incredibili forme di vita, come ad esempio un grande numero di alberi. Si, amici, alberi!

In precedenza, date le condizioni estreme di questo deserto, era stato difficile studiarlo a fondo, ma ora, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie, è stato possibile scoprire molto di più sul deserto del Sahara. La scoperta più sensazionale è stata quella della sopravvivenza del mondo vegetale! Si, grazie all’intelligenza artificiale(che ha utilizzato algoritmi e immagini satellitari ad alta risoluzione) sono stati rilevati e contabilizzati finora oltre 1,8 miliardi di alberi, che vivono solitari nell’area del Sahel, nella parte Ovest del deserto.

Lo studio, subito pubblicato sulla rivista Nature, ha coperto un’area di 1,3 milioni di chilometri quadrati e si è basato su oltre 11.000 immagini rivelando che il Sahara e il Sahel ospitano 1,8 miliardi di alberi! Questa straordinaria scoperta è stata ottenuta, come detto, grazie a un totale di 11.000 immagini, fornite dalla NASA, che hanno rivelato l’esistenza di questi alberi. Sempre con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è stato possibile contarli, arrivando allo straordinario numero prima indicato. Questo studio è stato condotto da Martin Brandt, un accademico dell’Università di Copenaghen, in Danimarca.

Amici, anche per gli scienziati è stata una scoperta incredibile, in quanto era ritenuto impossibile per le specie arboree adattarsi a queste condizioni estreme. Tra le caratteristiche più importanti di questi alberi, che sopravvivono solitari nel caldissimo deserto del Sahara, c’è la loro rigogliosa chioma. A seconda della zona in cui si trova l’albero, l’estensione della sua chioma è più o meno grande; tra 3m² e 12 m² circa. Altro fatto importante da evidenziare è che gli alberi presi in considerazione per questo studio erano quelli con una chioma di 3 m² o più, ma la realtà è che ci sono anche altri tipi di arbusti più piccoli. Ciò, dicono gli scienziati, implica un drastico cambiamento nel modo di intendere gli ecosistemi.

Secondo Martin Brandt, professore di geografia all’Università di Copenaghen che ha diretto lo studio, trovarsi di fronte questa vegetazione rigogliosa, finora sconosciuta, ribalta le ipotesi precedenti su tali aridi habitat. “Siamo rimasti molto sorpresi dal fatto che ci siano (così) tanti alberi che crescono nel deserto del Sahara, e se è pur vero che ci sono vaste aree senza alberi, ce ne sono anche altre, desertiche come il Sahara, con un’alta densità di alberi, quindi, anche tra le dune sabbiose, ci sono qua e là degli alberi che crescono”, ha ribadito Martin Brandt.

Si, amici, grazie ai risultati ottenuti da questi studi, si è arrivati alla conclusione che finora non siamo riusciti a comprendere appieno la natura che ci circonda. Questa scoperta rappresenta una rivoluzione nel nostro attuale pensare agli ecosistemi; con una maggiore conoscenza degli alberi e degli ecosistemi del pianeta, forse, avremmo trovato altre soluzioni ad una varietà di problemi ambientali, e ipotizzare anche un modo diverso per garantire un futuro migliore, sia per l’ambiente che per l’uomo.

Cari amici, non facciamo i sapientoni: sulla straordinaria natura che ci  circonda c’è tanto ancora da scoprire, comprendere e riflettere. Se in un luogo così arido e inospitale come il deserto del Sahara, una moltitudine di alberi ha saputo adattarsi e sopravvivere, ciò significa che non siamo ancora riusciti a capire quella straordinaria e complessa natura che ci circonda, con la sua incredibile capacità di sopravvivenza e resilienza! Dovremo, ancora una volta, porci molte domande sui molteplici fenomeni dall'uomo non perfettamente compresi, domande che. piano piano, con gli studi e le ricerche, troveranno  le giuste risposte.

A domani.

Mario

 

 

 

domenica, giugno 02, 2024

ATTENZIONE ALLA NUOVA, PERICOLOSA TRUFFA DEL PHISHING: IN CIRCOLAZIONE DELLE PERICOLOSE MAIL CHE COMUNICANO UN “FINTO RIMBORSO” DA PARTE DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE.


Oristano 2 giugno 2024

Cari amici,

Che la fantasia dei ladri informatici sia immensa, ormai non è più un’ipotesi ma una triste realtà. Di recente circola un nuovo tentativo di PHISHING (termine utilizzato per indicare quel particolare raggiro informatico mediante il quale i cybercriminali cercano di ingannare le vittime predestinate convincendole, ingenuamente,  a condividere informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso), che cerca di trovare creduloni inviando delle mail fingendosi un Ente pubblico o addirittura Istituzionale.

La capacità di questi malintenzionati è alquanto alta, tanto che inviano mail perfettamente congegnate, con tanto di loghi di strutture pubbliche statali, e utilizzando un linguaggio burocratico molti simile a quello ufficiale e quindi facilmente ingannevole. La truffa di cui voglio parlare con Voi oggi, inizia con l’invio di una mail a diversi destinatari; il testo ed il logo utilizzato, risultano alquanto simili alle comunicazioni veritiere che provengono dall’Agenzia delle Entrate per comunicare i rimborsi. Nelle mail in parola si parla di un presunto rimborso fiscale dell’importo di 268, 35 euro, a cui il destinatario avrebbe diritto. La vittima viene quindi sollecitata a cliccare sul link fornito nel messaggio per ottenere la somma indicata, e nel messaggio è anche precisato che per ottenerla ha tempo solo 5 giorni.

Amici, la mail fasulla, per meglio chiarire, prosegue con un'accurata spiegazione della procedura da seguire per richiedere il fantomatico rimborso. Come per altre truffe similari, lo scopo dei criminali è sempre lo stesso: convincere le potenziali vittime, allettate dal rimborso annunciato, a cliccare sull'indirizzo fornito per accettarlo, ma che conduce, invece, ad una pagina di PHISHING. in cui vengono richiesti dati importantissimi: le coordinate della propria banca (per una presunta verifica dell'account), un passaggio dichiarato necessario e indispensabile per avere il rimborso.

Purtroppo, la mail risulta per tanti alquanto allettante, ed è facile cadere nelle mani di questi esperti truffatori. Una volta che questi abili truffatori si sono impossessati dei dati sensibili, delle password e dei pericolosi riferimenti bancari, il povero ingenuo è caduto nella rete! Il suo conto verrà velocemente prosciugato, e non gli resterà altro da fare che “piangere sul latte versato”! Al malcapitato, caduto nelle grinfie dei cybercriminali, non resta altro da fare che denunciare l’accaduto, ma con scarsa probabilità di riavere il mal tolto!

Purtroppo, amici, in particolare per le persone anziane, cadere nella rete non è difficile! La mail è fatta molto bene e riproduce accuratamente il logo dell’Agenzia delle Entrate, e anche il contenuto appare alquanto veritiero, in quanto abilmente concepito. Eppure un maggior pizzico di prudenza avrebbe potuto evitare la truffa. Quando si ricevono e-mail di questo tenore, bisognerebbe tenere conto di alcuni indizi che possono aiutare nel riconoscere la truffa. Il mittente della mail, per esempio (sempre da verificare!), non è un indirizzo istituzionale, ma a ben guardare addirittura, spesso, con desinenza estera.

Anche l'oggetto della mail è alquanto generico: "Avete diritto a un rimborso fiscale", senza precisare ne il particolare tipo di rimborso, né l’anno di riferimento. Anche l’indirizzo del destinatario non è selettivo, ma indirizzato a un generico cittadino italiano. Che dire poi della dichiarata urgenza, tipo la richiesta di rimborso entro 5 giorni? Riflettendo su tutto questo, chi riceve la mail dovrebbe come minimo essere assalito dai dubbi, prima di accettare quanto proposto dalla mail.

Il problema, purtroppo, sta diventando alquanto serio, tanto che anche l’Agenzia delle Entrate raccomanda a tutti i cittadini di non entrare nel link presente nella e-mail. Altro consiglio importante è quello di non aprire alcuna pagina collegata, e non scaricare niente! Ovviamente non devono essere comunicati per nessun motivo i dati personali, le password o le coordinate bancarie.

Cari amici, il consiglio è quello di usare sempre la massima attenzione e prudenza quando si ricevono mail di questo tipo, perché, se è pur vero che dell’informatica non possiamo più fare a meno, la cautela deve essere sempre massima, in quanto nella grande foresta del Web si nascondono molte bestie feroci, tale e quale come in passato succedeva nelle grandi, verdi, foreste!

A domani.

Mario

 

sabato, giugno 01, 2024

IL LAVORO NON È PIÙ AL PRIMO POSTO NEI DESIDERI DEI GIOVANI DI OGGI. LA SCALA DEI VALORI SI È TOTALMENTE TRASFORMATA.


Oristano 1° giugno 2024

Cari amici,

Inizio i post di giugno parlando con Voi di giovani e di lavoro. Da che mondo è mondo, le generazioni che si susseguono dimostrano inequivocabilmente dei cambiamenti, rispetto alle generazioni precedenti. Sono cambiamenti frutto delle diverse dinamiche sociali, che si registrano anche a seguito di nuove scoperti e nuovi sistemi di vita, innovando rispetto al passato. quando, per esempio, il lavoro era il perno su cui ruotava tutta l’esistenza. Con la modernizzazione, la meccanizzazione, il ridimensionamento del padronato, l’arrivo del Welfare, e molto altro, hanno modificato la precedente necessità di lavorare a qualsiasi condizione, facendo passare in secondo piano il lavoro inteso come unica forma di vita, e rivalutando, di conseguenza, quegli importanti valori che in passato, giocoforza, venivano trascurati.

I giovani di oggi, secondo la recente indagine fatta dall’EURISPES sui desideri e le speranze dei giovani italiani, hanno modificato non poco la scala dei precedenti valori in capo alla generazione precedente. Uno dei valori che è maggiormente emerso quello della SALUTE, frutto anche degli effetti perversi creati dalla pandemia del Corona Virus; un altro valore schizzato ai vertici è quello della DEMOCRAZIA, valore inteso come un maggior bisogno di giustizia nella Società; giustizia intesa anche come diritto alla libertà di poter esprimere le proprie esigenze e il bisogno di essere ascoltati; a seguire altri due importanti valori:  una ADEGUATA REMUNERAZIONE e  una quota di TEMPO LIBERO, con una maggiore serenità.

I giovani che hanno partecipato all’indagine di Eurispes si dividono in due gruppi, in base alla loro scelta dei modi con cui raggiungere gli obiettivi dichiarati. Il primo gruppo è costituito da quanti fanno affidamento su sé stessi, sulle proprie abilità e capacità personali, sulle proprie conoscenze, privilegiando l’istruzione (24,8%) e il desiderio di trovare un lavoro di valore riconosciuto e altamente retribuito (27%). Nella speranza di realizzarsi professionalmente, sono pronti a lavorare con piena dedizione. Un’altra traiettoria di questo gruppo è quella associata alla scelta dello sport come carriera o come mezzo che permette di risalire la scala sociale (20,7%). Infine, il 16,3% ritiene che per raggiungere i propri obiettivi occorra essere attivi nella sfera pubblica o politica e coinvolti nelle attività di organizzazioni importanti.

Il secondo gruppo di giovani, invece, definisce il proprio percorso di vita puntando principalmente sull’aiuto di altre persone. Alcuni ripongono le loro speranze su un compagno (15,9%), mentre altri esprimono un orientamento chiaramente mercantilistico e si affidano a un matrimonio redditizio (14,7%) o all’uso del mecenatismo e dei legami familiari (9,3%). Un altro 5,1% ritiene che il trampolino di lancio per raggiungere i propri obiettivi sarà il proprio aspetto. Tuttavia, un confronto tra le risposte fornite dagli intervistati nel 2019 e nel 2020, mostra che le speranze riposte sul sostegno “degli altri” tendono a diminuire.

Amici, in passato trovare un lavoro, qualunque esso fosse, anche alquanto diverso dalle proprie aspirazioni, era una necessità inderogabile. Oggi, invece, il lavoro è accoglibile solo se soddisfa anche le altre, diverse necessità, tra cui la famiglia e il tempo libero. Il lavoro è indubbiamente un’importante fonte di reddito, possibilmente ben retribuito e appagante, ma svolto in un ambiente ben strutturato, dove si è apprezzati e mai “sfruttati”; un lavoro, ovviamente, dove non deve mai mancare il tempo da dedicare a se stessi, quindi senza orari troppo rigidi e alienanti.  

Cari amici, ecco, riposte nei sogni dei giovani di oggi, le loro aspettative per il futuro: una maggiore sicurezza, più uguaglianza e stabilità, più ecologia, innovazione e giustizia sociale; quanto alle principali sfide da affrontare in futuro, essi pensano che al primo posto ci sia la protezione dell'ambiente e la lotta al cambiamento climatico, a seguire il miglioramento della sanità pubblica e della gestione delle emergenze sanitarie, la riduzione della povertà e della disuguaglianza sociale, la riduzione della disoccupazione giovanile, la crescita economica e la riduzione del debito pubblico. Insomma, amici, quella di oggi è, indubbiamente, una generazione che aspira ad un forte cambiamento!

A domani.

Mario