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venerdì, marzo 07, 2014

L’ESERCITO DEGLI SFIGATI: IN ITALIA 3,7 MILIONI DI GIOVANI NON STUDIANO, NON SI AGGIORNANO E NON LAVORANO. SONO DEFINITI , CON UN INGLESISMO “N.E.E.T” (not in Education, Employment or Training). SONO GLI “UNDER 35”, CHE CONTINUANO AD AUMENTARE AL RITMO DI 300 MILA UNITA’ ALL’ANNO!



Oristano 7 Marzo 2014
Cari amici,
le statistiche impietose continuano a regalarci dati sconfortanti: dall’esercito dei cittadini che non vanno ad esprimere il loro diritto di voto a quello dei senza lavoro. L’Italia è diventata il Paese dove quasi la metà della popolazione, per sfiducia si astiene dall’esercitare un diritto irrinunciabile, quello del voto, e quello dove le percentuali della disoccupazione hanno raggiunto livelli stratosferici: in particolare la crescente disoccupazione giovanile che avvilisce un’intera generazione.
In Italia circa 3,7 milioni di giovani sotto i 35 anni si portano addosso un incredibile primato: non studiano, non lavorano né seguono un qualsiasi percorso formativo. Praticamente si trovano in un limbo che ne fa degli zombie: dei forzati all’inattività, parassiti delle generazioni precedenti. Primato, quello italiano, che ci fa balzare ai primi posti in Europa e che, anziché diminuire, cresce al ritmo di circa 300 mila unità all’anno. Questa situazione rilevata dall’Istat (l’ultimo riferimento è quello relativo al terzo trimestre 2013) è relativa ai giovani entro i 35 anni, e presenta aspetti ancora più drammatici al Sud, con quasi il 40% degli under 35 che non studia né lavora (in totale oltre due milioni di persone). Dalle tabelle statistiche si evince che su 3,7 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, 1,2 milioni non cercano lavoro né sono disponibili a lavorare. Ma per altri 2,5 milioni c’è la disoccupazione (1,333 milioni) o il limbo delle «forze di lavoro potenziali» (ovvero la condizione di coloro che pur non cercando sarebbero disponibili a lavorare) con oltre 1,2 milioni di persone.
Finora l’Istat aveva diffuso le rilevazioni sui NEET fino ai 29 anni: 2,5 milioni contro i 2,3 del terzo trimestre 2012. Percentuale record che raggiunge il 23,9% del totale. Se si guarda, poi, agli under 29 nel Mezzogiorno, sono fuori dal percorso lavorativo, formativo e di istruzione il 36,2% (1,3 milioni su 2,5 milioni in tutto il Paese). Nel complesso ci sono quasi 1,2 milioni di Neet tra i 30 e i 34 anni di cui 666.000 al Sud. Sulla cifra totale di 3,7 milioni ci sono oltre 1,5 milioni di giovani con bassa scolarità (fino alla licenza media), mentre 1,8 milioni hanno il diploma di maturità e 437.000 hanno nel cassetto una laurea o un titolo post laurea. La perdita economica dovuta al disimpegno dei giovani dal mercato del lavoro è stata nel 2011 pari a 153 miliardi di euro. Sempre in termini economici, gli italiani che non studiano né lavorano costano al paese più del 2% del P.I.L., al pari di quanto avviene in Bulgaria, Cipro, Irlanda, Lettonia, Polonia e Ungheria.
Le conseguenze di tutto questo, però, non sono solo di natura economica. Questa sfortunata generazione che potremo definire una "generazione perduta”, per il necessario sopravvivere dei giovani sulle spalle delle generazioni precedenti, subisce ulteriori ricadute anche sul piano sociale e relazionale. Ne accennavo in apertura di questa riflessione: il rischio sociale è la disaffezione nei confronti delle Istituzioni, con una forte rinuncia alla partecipazione democratica nella vita sociale e comunitaria. La sempre più alta astensione alle elezioni democratiche del Paese credo possa dimostrare questa affermazione. L’Europa dovrebbe recitare un ruolo ben più incisivo su queste problematiche che angustiano diversi paesi dell’Unione, tra cui l’Italia. Politiche che, oltre che strettamente aritmetiche, dovrebbero essere più ragionevoli e lungimiranti, capaci di consentire ai vari stati dell'Unione di migliorare la formazione dei giovani e agevolare il loro inserimento lavorativo. L’Italia, come altri stati,  da sola certamente non ce la può fare.
Con una pressione fiscale record, praticamente a livelli “svedesi” (44,1%), con una pessima performance quanto a competitività delle imprese, l’Italia sta praticamente arrivando ad essere il fanalino di coda in Europa. Con un debito pubblico record, che farebbe paura ad uno Stato ben più solido del nostro, trovare rimedi per abbassare il “cuneo fiscale”, incentivare le imprese e quindi favorire l’occupazione, migliorare l’istruzione e renderla competitiva al pari di quella europea, sarà veramente arduo anche per un decisionista come Renzi.  Tutti si augurano che nelle sue mani fiorisca una bella bacchetta magica, ma non sarà facile procurarsela.
La soluzione, cari amici non può che essere presa con grande serietà e determinazione da parte di tutti i partner europei. Ha fatto bene Renzi questi giorni scorsi a ribadire a Bruxelles «No a compiti a casa dalla Ue, l'Italia sa cosa deve fare e lo farà». Certo che sappiamo “scrivere e fare di conto”, ma, come in una famiglia, le difficoltà di un componente si affrontano “tutti insieme”. Se l’Unione Europea non è nata per il benessere comune ma solo per il vantaggio di pochi, allora è meglio che ognuno riprenda la sua strada, senza indugi e senza rimpianti. Dico questo da europeista convinto: l’Unione Europea sarà una grande realtà solo quando potrà scrollarsi di dosso gli egoismi nazionali, le invidie della coltivazione dei “piccoli orticelli personali” e, con grande liberalità, potrà davvero affermare che siamo tutti “Cittadini Europei”, uguali e liberi. L’Europa Stato Federale potrà competere ad armi pari con qualsiasi altro Stato del mondo, ma solo quando potrà operare con un’unica voce. Oggi la nascita di questo Stato, per mille resistenze, nonostante gli oltre 60 anni di vita “comune”, non si intravede neanche all’orizzonte.
Le incompiute, cari amici, sono più pericolose della precedente individuale vita di ogni Stato, e creano più danni che guadagni. Ci pensino bene i “grandi” che vorrebbero una “finta Europa”, come adesso, solo per continuare ad alimentare interessi di parte (nazionali) a scapito dei membri più deboli. L’arroganza tedesca, la grandeur francese e inglese, se non lasceranno il giusto spazio agli altri, s’accorgeranno presto dei loro errori e non sarà facile tornare indietro, perché il limite di sopportazione sembra molto vicino.
Cari amici, ho sognato di vedere un’Europa vera, unita, unico Stato Federale, già da molto tempo. Credo che mi sarà difficile vederlo realizzato! Peròusando una frase ormai nota, voglio ribadire a tutti: Attenti, partner egoisti, perché “…se non si farà presto l’Europa, sarà l’Europa a morire”.
Grazie a tutti dell’attenzione.
Mario

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