sabato, ottobre 10, 2020

L’IMPORTANZA DEI SOGNI. TUTTI SOGNIAMO, PRATICAMENTE TUTTE LE NOTTI, MA PERCHÉ ALCUNI SOGNI CI RESTANO IMPPRESSI E ALTRI NO?

 


Oristano 10 ottobre 2020

Cari amici,

Che l’uomo sogni è una realtà nota fin dall’antichità. Tutti sogniamo, praticamente tutte le notti, ma la gran parte dei sogni al nostro risveglio sono scomparsi e non solo non ci ricordiamo di “cosa” abbiamo sognato ma nemmeno “che” abbiamo sognato! La nostra mente lavora sempre, 24 ore su 24, e, seppure cambi registro, stiamo pur certi che è sempre attiva e vigile. I numerosi studi effettuati hanno messo in luce che il “Processo onirico”, così come viene definito, consiste in una analisi fatta dal nostro cervello delle esperienze vissute da ciascuno di noi e dalle tracce, più o meno rilevanti, che queste hanno lasciato nella persona.

Su questo interessante argomento ho già avuto occasione di scrivere diverse volte, tanto che chi fosse interessato può andare a leggere (o rileggere) quanto scrissi cliccando sui seguenti link: http://amicomario.blogspot.com/2013/11/analizziamo-i-nostri-sogni-i-fatti-le.html, post del 28 ottobre 2013 e http://amicomario.blogspot.com/2019/08/il-grande-mistero-dei-sogni-perche-la.html, post del 22 agosto 2019.

Nel post di oggi vorrei riflettere con Voi su un dubbio che ci poniamo tutti: Perché ricordiamo solo una piccola percentuale dei sogni che facciamo, visto che in teoria sogniamo tutte le notti? Gli esperti su questo fatto hanno costruito delle teorie certamente molto vicine alla realtà, ma spesso non tutte concordanti. Se la gran parte degli studiosi afferma che ricordiamo più facilmente quei sogni che facciamo nelle ultime ore di sonno, poco prima di svegliarci (è questa la così detta “fase REM del sonno”, che sta per Rapid Eye Movement), altri affermano diversamente.

Altri, come ad esempio il Professor Roberto Pani (docente di Psicologia Clinica all'Università di Bologna, autore insieme al Professore Marco Casonati del libro “Il sogno”), dividono i sogni a seconda della loro importanza. Ed è proprio in base a questa importanza che alcuni si ricordano e altri no. Partendo dal presupposto che la notte il nostro cervello riordina il nostro vissuto, la maggior parte dei sogni che riguardano avvenimenti già vissuti e metabolizzati, considerati quindi poco importanti perché hanno esaurito la loro funzione, vengono dal cervello cancellati senza problemi, insomma viene effettuato un semplice lavoro di pulizia del contenuto della nostra mente.

Diverso, invece, il problema che il nostro cervello si pone di fronte ad avvenimenti importanti ancora non metabolizzati e che poi vengono rivissuti in certi sogni. Sono questi i sogni che al risveglio ci possiamo ricordare, quelli che per la nostra mente hanno un significato più importante e quindi non accantonabile. Si, amici, sono questi i sogni che si ricordano, perché i problemi a cui si riferiscono non hanno completato il loro percorso, e di conseguenza sono ancora latenti nella nostra mente. Un po' come dire che sono "nodi rimasti ancora nel pettine", quindi non cancellabili.

Cari amici, il Professor Roberto Pani, Docente di Psicologia Clinica all'Università di Bologna, autore insieme al Professore Marco Casonati del manuale universitario, Il sogno (Moretti & Vitali Editori, in vendita su Bol.it), afferma che i sogni che ricordiamo, che ci rimangono impressi, sono relativi a problemi che ci creano un forte malessere interiore; in gran parte sono sogni collegati a problemi derivanti da eventi stressanti, che non si sono ancora metabolizzati, per cui generano ancora ansia e di conseguenza sogni ansiosi. Ma questo, però, non esclude che il riferimento possa essere anche relativo ad eventi che possiamo definire felici. Avvenimenti che possono essere riferiti ad un cambio positivo di vita (come sposarsi, trovare un nuovo amore, un successo lavorativo o sportivo).

Altro quesito importante è come mai nel sogno viviamo situazioni assolutamente assurde, come volare, spostarci come se fossimo in possesso del ‘teletrasporto’ o avessimo in mano la lampada di Aladino. Sono situazioni create a scopo rassicurante, dice il professore, e di conseguenza il nostro cervello si inventa personaggi, così come li possiamo trovare nei fumetti, in modo da stemperare le nostre ansie e i nostri timori. Sempre su questo tema il professor Marco Casonati, co-autore del "Sogno", scrive: “Nel sogno è come se si svolgesse un dialogo con l’Ego, cioè il rappresentante psichico del Sistema Nervoso Centrale, che per convenzione e istanza simbolica consideriamo il nostro principale regista, osservatore e protagonista dei sogni stessi”.

Amici, anche se viviamo nel Terzo Millennio, era dei computer sempre più simili al nostro cervello umano (anche se mai l’intelligenza artificiale potrà uguagliare quella umana), il fatto che il nostro cervello non solo non dorma mai, ma che la notte faccia il Back-up e sistemi tutto il nostro archivio di ricordi, cancellando e mantenendo quello che serve, un po’ spaventa, non credete?

A domani.

Mario   

 

venerdì, ottobre 09, 2020

NEL SINIS, ALL’INTERNO DELL’AREA MARINA PROTETTA “PENISOLA DEL SINIS – ISOLA DI MAL DI VENTRE”, C’È L’OASI FAUNISTICA DI SEU, DOVE VIVONO LE TARTARUGHE.


Oristano 9 ottobre 2020

Cari amici,

Nel golfo di Oristano, lungo il litorale di Cabras, è presente un’oasi Floro-faunistica dove domina la bassa macchia mediterranea, costituita da lentisco, mirto, rosmarino, palme nane, cisto, elicriso, etc.; un luogo dove la fauna di terra (conigli, lepri, tartarughe) e di mare (falco della regina, gabbiani, cormorani,  aironi cinerini, pernice sarda, etc.) vivono in tranquillità come nel passato. Quest’oasi può essere a pieno titolo definita il “regno delle tartarughe”, piccole e numerose, che vivono serene all'ombra della bassa vegetazione.

Si, amici, sul litorale di Cabras quest’oasi può essere definita un vero tesoro naturalistico, purtroppo ora lasciato a sé stesso, visto che in pochi oggi se ne curano, mentre meriterebbe un’attenzione ben più grande. La prima triste realtà è che quest’oasi non è uno spazio pubblico ma privato, e finora i numerosi tentativi da parte della Pubblica Amministrazione per acquisirlo non sono andati in porto. Uno dei maggiori sostenitori dell’acquisizione dai privati di questo ‘tesoro’ è Dario Cossu, per anni delegato dal WWF, e in passato responsabile dell’Oasi di Seu. Ex sindaco di Cabras, un passato da professore di storia e filosofia nei licei di Oristano, può essere considerato uno dei maggiori conoscitori di questo territorio.

In effetti negli anni Ottanta del secolo scorso questo spazio meraviglioso era diventato un’oasi del WWF, in quanto il Comune di Cabras ne aveva disposto l’esproprio; successivamente però, dopo una lunga battaglia legale, il Comune la dovette restituire, e l’oasi è tornata così in mano ai privati. Oggi Dario Cossu, presidente dell’Associazione Civica per la promozione e tutela del territorio, cerca nuovamente di dare un futuro a questa meravigliosa Oasi naturalistica di Seu.

Dario Cossu, persona determinata, ha da tempo preso contatti sia con il Comune di Cabras che con i proprietari dell’area, nell'intento di aprire una trattativa tra l’Amministrazione, guidata dal sindaco Andrea Abis e i tre proprietari dell’area. L’oasi, originariamente posseduta dal nobiluomo oristanese Don Efisio Carta (sequestrato proprio nell'oasi nel 1978 e mai più tornato a casa), risulta ora divisa tra tre proprietari differenti. La speranza è che, seppure la trattativa risulti molto difficile, l’acquisizione al patrimonio pubblico possa avvenire, rendendo fruibile a tutti questo meraviglioso spazio naturale e certamente da conservare.

Uno spazio, amici, che anche oggi, seppure poco curato e ordinato, è in grado di dare ai visitatori un’immagine a dir poco straordinaria. Queste le sue principali caratteristiche. L’oasi dii Seu si estende per circa 80 ettari coperti di Macchia Mediterranea completamente intatta. Si è mantenuta in questo stato naturale in quanto in passato (fino a una cinquantina di anni fa) era una riserva di caccia privata e la sua conservazione naturale era l’interesse fondamentale dei proprietari.

La torre di Seu (foto di Marta Mereu)

Questo luogo ameno risulta abitato fin da epoca antichissima. Ci vissero sicuramente i nuragici tra il 1500 e il 100 a.C., visti i resti di insediamenti umani rinvenuti e databili a periodi diversi, tra cui anche un tempio a pozzo al quale farebbe riferimento il toponimo Maimone (che identifica una divinità di origine sardo-punica che dà il nome alla limitrofa spiaggia di Maimoni). Poi vi si insediarono i cartaginesi, che da Tharros si addentrarono nell’entroterra e qui aprirono le cave di arenaria. Dopo di loro i romani, che probabilmente diedero vita ad un nucleo urbano, come testimoniano l’iscrizione di un’antica tomba e i resti di laterizi e ceramiche d’epoca. Successivamente, in epoca bizantina, la zona si spopolò e solo nel XVI secolo, con l’arrivo degli spagnoli, venne edificata la “torre del sevo”, da cui “turr’e seu”, utilizzata fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando il re Vittorio Emanuele II decretò la fine dell’intero sistema di difesa delle torri costiere.

L’oasi di Seu, quindi, si è conservata fino ad oggi in modo eccellente, e si può dire che racchiuda gli aspetti più significativi dell’intera Penisola del Sinis; insomma, in questo luogo ricco di storia, dalla terraferma al mare, risulta evidente un unico comune denominatore: la natura, rimasta incontaminata e protetta. Tutto questo ha permesso sia il mantenimento della vegetazione originaria che anche la permanenza dei suoi abitanti naturali, costituiti da diverse e particolarissime specie animali (come le bellissime testuggini di piccola taglia, osservabili grazie ai sentieri che attraversano il Parco) e rari vegetali, che passano dalle pioniere di spiaggia agli arbusti tipici della macchia, integrati poi anche da alberi di grosso fusto introdotti successivamente, come nel conosciuto boschetto di Pini d’Aleppo.

In questo luogo ameno e ricco di pace, anche oggi al visitatore che si addentra nell'oasi respirando l’aria salsa a pieni polmoni, si presentano una dietro l’altra le sue ricchezze ambientali: dal profumo del rosmarino a quello del lentisco e dell’elicriso. Nell’oasi di Seu sono state censite oltre trecento specie vegetali, distribuite nella macchia mediterranea e negli spazi meno verdi, comprese le dune e la spiaggia. Un ambiente che ospita un variegato insieme zoologico, messo sotto tutela anche dal riconoscimento (del 2006) della Regione Sardegna, che ha classificato il compendio di Seu quale “area di notevole interesse faunistico”. Le tartarughe qui sono davvero le padrone di casa, unitamente a conigli, lepri, ricci e volpi; poi i tanti volatili: dal falco della regina all’airone cinerino; dalla pernice sarda al gabbiano reale.

Cari amici, credo che l’oasi di Seu abbia diritto a quell'attenzione che oggi manca. Plaudo alla caparbietà dell’associazione guidata da Dario Cossu, che cerca, in ogni modo possibile, di dare un futuro a questo luogo meraviglioso che non può restare negletto e abbandonato. Credo anche che tutti dovremmo batterci perché questo gioiello diventi un luogo pubblico, fruibile e conservato integro anche per le nuove generazioni.

A domani amici!

Mario
I meravigliosi gigli sulle dune


giovedì, ottobre 08, 2020

LA RAPA ROSSA (BARBABIETOLA ROSSA) E LE SUE STRAORDINARIE PROPRIETÀ, A PARTIRE DALLA SUE POCHISSIME CALORIE.

Rape rosse

Oristano 8 ottobre 2020

Cari amici,

La “RAPA ROSSA”, ‘BARBABIETOLA ROSSA’, (Beta vulgaris L.) è un tubero dall'inconfondibile e particolarissimo colore rosso brillante. Pur appartenendo alla famiglia della barbabietola da zucchero, non va assolutamente confusa con questa, sia per composizione che per utilizzo. Di barbabietole ne esistono, infatti, diverse varietà: da zucchero, da orto, e anche da foraggio, destinate all'alimentazione del bestiame.

Questo tubero era noto e utilizzato anche nelle antiche civiltà: conosciuto nel mondo greco (ne parla Teofrasto) e anche nell’antico mondo romano, come scrissero Plinio il Vecchio e Columella. Allora la Beta veniva usata non solo come cibo, ma anche come medicinale. Nel XV secolo la sua coltivazione si diffuse, in particolare nei monasteri, per il prevalente utilizzo delle sue foglie, ma in seguito la sua diffusione si estese anche per il consumo della radice (specialmente nella variante rossa). Successivamente lo sviluppo maggiore di questo tubero fu riservato alla barbabietola da zucchero, considerata l’importante quantità di sostanza zuccherina che se ne poteva estrarre.

Tornando alla varietà di cui voglio parlarvi oggi, la Barbabietola rossa, questa ha una grande radice tondeggiante, carnosa, con una piccola radichetta finale, il cui tratto particolarmente caratteristico è dato dal forte colore rossastro, che, a seconda della varietà, può essere un rosso più delicato o più violento, che tende al violaceo o si alterna al bianco, ma è comunque sempre rosso; questa colorazione particolare è dovuta al pigmento naturale contenuto, chiamato betanina. Tra le varietà di rapa rossa più conosciute e coltivate, ci sono la Barbabietola Nera piatta egiziana, caratterizzata da un colore molto scuro, la varietà Detroit, molto diffusa negli Usa, la varietà tonda di Chioggia, originaria dell’Italia e nota perché presenta, una volta tagliata, anelli bianchi e rossi.

Quanto al suo consumo, la rapa rossa si può mangiare sia cruda sia cotta; in commercio esistono le confezioni sottovuoto di rape rosse semicotte. Se si decide di comprarla fresca, si deve scegliere una radice soda, priva di muffa, non troppo grande. In frigorifero si può conservare per svariati giorni, anche settimane. Si può anche congelare, dopo averla fatta bollire per qualche minuto. Per quanto riguarda le radici vendute sottovuoto, è necessario rispettare la data di scadenza. Ovviamente la rapa rossa da cruda mantiene più sostanze nutritive, e può essere consumata dopo essere stata affettata o grattugiata; si ricorda che chi decide di assumerla per la presenza di ferro, deve accompagnarla con succo di limone, perché ne facilita l’assimilazione.

La rapa rossa, sia cruda che cotta, può essere servita in insalata, condita con olio e limone. Se si decide di consumarla cotta, la rapa rossa può essere lessata, saltata in padella o cotta in forno. Oltre ad essere presentata da sola, in insalata o come contorno, può fungere da ingrediente per piatti più complessi, come il risotto. Può essere consumata sia calda che fredda. Ma intanto vediamo quali sono le sue eccellenti proprietà salutari.

Una delle più importanti è quella antiossidante, grazie alla presenza di nitrati che comportano un effetto ipotensivo; altre importanti proprietà sono quelle disintossicanti, depurative, antisettiche e mineralizzanti, in quanto la rapa rossa contiene ferro, sodio, potassio, calcio, magnesio e fosforo. Il consumo di questo ‘tubero rosso’ è in grado di risolvere i problemi digestivi, poiché stimola la produzione di succhi gastrici e bile, migliorando anche gli stati anemici. La presenza di fibre, inoltre, aiuta la funzionalità dell’intestino. Nelle rape rosse sono presenti numerose vitamine: la vitamina A, la C, le vitamine B1, B2, B3, B6, A ed E. Sono presenti anche antociani, allantoine e flavonoidi e acido folico.

Le possibili controindicazioni sul suo consumo riguardano i soggetti che soffrono di gastrite, poiché questo ortaggio stimola la produzione di succhi gastrici; inoltre contenendo degli zuccheri, deve fare attenzione al suo consumo chi soffre di diabete. Debbono prestare attenzione, per la presenza di calcio, anche quelli che hanno problemi di calcoli renali. Quanto ai suoi valori nutrizionali ecco il dettaglio.

La rapa rossa è costituita all’incirca per il 91 per cento da acqua, ha basso contenuto calorico (contiene 20 kcal e 84 kj – energia - per etto), per cui è un prodotto ideale per chi sta affrontando una dieta ipocalorica; ogni cento grammi di prodotto (non ci sono grassi), il 2,60 per cento sono fibre e 4 sono carboidrati, mentre poco più di un grammo è costituito da proteine vegetali.

Cari amici, credo che il consumo delle rape rosse risulti davvero benefico per il nostro organismo, in quanto introdotto nell'alimentazione fa dimagrire, migliora le prestazioni sportive e anche del cervello. Per queste sue qualità la rapa è usata come ingrediente di integratori che aiutano a perdere il peso in eccesso. Il suo succo, inoltre è un valido alleato nella dieta.

Cosa aspettiamo a consumare di più le rape rosse?

A domani.

Mario

mercoledì, ottobre 07, 2020

IN TANTI SOGNANO UN “PICCOLO” ORTO URBANO: DA COLTIVARE SUL TERRAZZO O SUL BALCONE. LA NOSTRA VITA IN CITTÀ SENZA DIMENTICARE IL VERDE.

 


Oristano 7 ottobre 2020

Cari amici,

Per rendere meno triste e arida la nostra vita in città, riempire il nostro spazio abitativo con un po’ di verde credo sia la cosa più utile, sotto diversi punti di vista. Quest’esigenza è dimostrata da un fatto statistico: sempre più italiani hanno deciso di creare un orto sul balcone! Insomma, le erbe aromatiche sono più utilizzate degli scontati vasi di fiori. Quello manifestato è un bisogno sempre più impellente: cercare di ricreare un piccolo spazio verde per mitigare l'arida e triste vita cittadina, dedicando una piccola porzione del proprio tempo alla cura di un piccolo orto casalingo. Chi lo ha fatto ha rilevato non solo una positiva attività manuale, pratica e appagante, ma ne ha ricavato beneficio in particolare per il suo spirito, in quanto occuparsi di questo mini orto ha calmato notevolmente anche le tante ansie e le frustrazioni del vivere in città.

Un bisogno, come ho detto prima, davvero crescente, in quanto essere circondati da un po’ di verde risulta davvero benefico, e, stando ai dati diffusi da Coldiretti ben un italiano su quattro ha già sul suo balcone, davanzale o terrazzino, una schiera di vasi con erbe aromatiche e verdure. Oltre un milione di italiani, dunque, ai soliti fiori in vaso ha preferito piantare rosmarino, basilico e pomodori. Ma quale la molla che ha spinto tanti a diventare col “pollice verde”? Qual è il segreto del successo di questo nuovo verde in città? Sicuramente sta in una combinazione di fattori: non solo passione e pollice verde, ma anche la voglia di avere a tavola prodotti genuini, risparmiando anche qualche euro sulla spesa.

Una passione cresciuta enormemente nel periodo triste del “Lockdown”, che ci ha costretti a trascorrere maggior tempo in casa. Ebbene amici, questo nuovo interessantissimo ed ecologico nuovo interesse, ora, agli inizi dell’autunno, può essere davvero sviluppato con buona attenzione. L’autunno è certamente la stagione ideale per creare un orto in casa, attrezzandosi di quanto necessario e senza dimenticare le regole di base e i giusti prodotti: dal tipo di contenitori al terriccio, dal concime ai prodotti fitosanitari.

In base alle dimensioni di questo ‘piccolo’ spazio all’aperto si possono mettere a dimora e coltivare ortaggi, piante aromatiche e anche alberelli da frutto. Per realizzare il ‘nostro mini-giardino, ci sono guide ad hoc con tante idee, anche creative. Può essere allestito in orizzontale (se c’è spazio), in alternativa in verticale, utilizzando, ad esempio, fioriere in legno a muro; fioriere in legno esistono anche in orizzontale, mentre le piantine più piccole possono essere appese alla ringhiera o posate sul davanzale. Con il pallet è, invece, possibile creare un piccolo angolo per le piantine aromatiche.

Si amici, sul balcone o sul terrazzo, in teoria si può coltivare di tutto (in particolare se c’è una buona esposizione al sole e una certa ventilazione. Possiamo pensare agli ortaggi (grandissima la varietà coltivabile), alle piante aromatiche (cipolla, aglio, prezzemolo, basilico, rosmarino, etc.) o addirittura alle piccole piante arbustive, come l’alloro, il mandarino cinese o i limoni. Una volta realizzato il giardino, sarà davvero un piacere rilassarsi e vedere la vegetazione intorno far quasi compagnia!

Secondo la Coldiretti i numeri, relativamente agli orti in balcone, sono in rapido crescendo: avere un orto coltivato sul balcone pare sia il sogno più frequente per il 62% degli italiani! Lo dimostra l’impennata negli acquisti di semi, piantine, fertilizzanti e strumenti domestici per la coltivazione. Le piantine più richieste, sottolinea sempre la Coldiretti, «sono quelle di insalata perché sono semplici da coltivare e garantiscono il raccolto dopo appena 40 giorni con un costo di soli pochi centesimi di euro. Ma molto gettonate sono anche le piantine mignon di pomodoro».Per una buona crescita, risulta importante l’utilizzo del giusto terriccio. Quello per orto è tradizionalmente ricco di sostanze minerali e organiche, mentre esistono terricci specifici per piante aromatiche come, ad esempio, basilico prezzemolo, origano, salvia. 

C’è anche il terriccio per l’orto in terrazzo, senza torba e ricco di sostanze organiche, da utilizzare con l’argilla espansa, che ne aiuta la capacità di drenaggio. Importante è anche la scelta del concime. Quello per orto è molto ricco di fosforo e potassio, ma si possono utilizzare anche concimi universali a base di azoto, fosforo e potassio, principali nutrienti dei concimi. Per assicurare poi al nostro mini orto la giusta quantità d’acqua (limitando sia gli sprechi ma anche dando la giusta quantità necessaria alla nostra coltivazione), risulterebbe utile un piccolo impianto di irrigazione a goccia.

Cari amici, vivere in città, in particolare in un periodo come quello che stiamo vivendo, è davvero difficile. L’aria sempre più mefitica, i rumori, il traffico, non sono certo piacevoli compagni di viaggio. Ecco perché un piccolo, seppure limitato ritorno alla natura, dedicando spicchi di tempo a quel verde che tanto ci manca, risulta essere un buon placebo, capace di darci una mano, ridarci fiducia e continuare ad amare quella campagna che tanto manca a chi vive in città.

A domani.

Mario

martedì, ottobre 06, 2020

NEL CAPITALISMO DI OGGI, «ECONOMIA ED ECOLOGIA SONO INSCINDIBILI». DALLE PRIME TEORIE DI MILTON FRIEDMAN A QUELLE DI OGGI.


Oristano 6 ottobre 2020

Cari amici,

Nel 1970, periodo di boom economico, l’economista Milton Friedman scrisse un influente articolo, pubblicato sul New York Times Magazine, nel quale dichiarò che lo scopo principale di un’impresa era quello di massimizzare i profitti per i suoi azionisti. Il significato era chiaro: le aziende non avevano la responsabilità di fornire posti di lavoro, eliminare le discriminazioni o evitare di inquinare, ma solo creare profitto. Gli americani cercarono di applicare in toto le teorie dell’economista (Friedman fu anche ascoltato consigliere del Presidente Reagn), e le ondate di deregulation finanziaria negli anni Settanta e Ottanta furono basate proprio sulle sue famose dichiarazioni.

Oggi però, in un contesto difficile, pregno di pericolosi cambiamenti epocali sulla vita sulla terra, la teoria di Friedman vacilla. In un mondo caratterizzato da un pericoloso aumento della temperatura, dallo scioglimento dei ghiacci, incendi in Amazzonia, una crescente disuguaglianza e mancanza di una vera giustizia sociale (che fa aumentare in modo pericoloso il razzismo), la teoria della “shareholder primacy” di Friedman (ovvero, come detto prima, della massimizzazione dei profitti aziendali) sembra non essere più applicabile.

Con lo spauracchio dell’avanzare del cambiamento climatico, che in USA sta causando immensi danni ambientali mai verificatisi prima, sono sempre di più i cittadini statunitensi che protestano contro un lassismo imperante, tra cui primeggia l’ingiustizia razziale e l’aumento della disuguaglianza economica; tutte cose che rendono la vita sempre più difficile, oltre che inquinata. Insomma, la filosofia di Friedman che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso contribuì in modo massiccio a favorire l’aumento del business aziendale e a far diminuire le forme di tutela dei lavoratori, al giorno d’oggi si sta rivelando “fuori luogo e fuori tempo”, tanto da convincere anche diversi manager  responsabili delle grandi aziende.


Il capitalismo insomma si trova a un bivio, e questo appare chiaramente anche ai leader aziendali, economisti di primo piano e anche alla maggioranza dei cittadini statunitensi. Le impietose statistiche hanno evidenziato che la produttività dei lavoratori dal 1948 al 1979 aumentò del 108,1% e i salari crebbero del 93,2%; dal 1979 al 2018, invece, l’incremento del salario dei lavoratori è stato solo dell’11,6%, mentre quello della produttività è stato del 69,6%. Le aziende, convinte di non avere alcuna responsabilità nei confronti dell’ambiente (in base ai principi della teoria di Friedman), hanno beatamente ignorato i rischi ambientali, considerandoli un problema dell’intera collettività.

Il problema, però, ora c'è ed era diventato già abbastanza grave ben prima dell'arrivo della pandemia scatenata dal Coronavirus, che ha ulteriormente aggravato la situazione. Il Ceo di JPMorgan Jamie Dimon in un messaggio agli azionisti ha definito la pandemia di Coronavirus un “campanello d’allarme” per i leader, affinché cambino registro, in primo luogo facendo fronte alla disuguaglianza diffusa in tutti gli Stati Uniti. Mark Cuban, proprietario della squadra di basket dei Dallas Mavericks e investitore, ha già intimato ai leader aziendali di porre rimedio alla disuguaglianza di reddito.

Rebecca Henderson, economista di Harvard e autrice del libro Reimagining Capitalism, ha detto qualche mese fa a Business Insider “Il possibile risvolto positivo di questa pandemia è che rappresenta un’opportunità per cambiare. Tutte le carte sono in tavola. La gente vede chiaramente la necessità di un cambiamento. Dobbiamo davvero approfittarne”. Chissà se sapremo cogliere l'opportunità.

Amici, è tempo che l’arida economia capitalistica degli inizi del secolo scorso, egoistica e con il solo fine del conseguimento del massimo profitto, cambi registro. Nell'economia capitalistica, la natura è sempre stata intesa come una “madre avara”, e la scarsità di risorse ha occupato sempre un posto centrale nella produzione economica. Cavalcando questa scarsità si è creato un mondo diventato però sempre più disuguale e di sfruttamento sia della natura che dell’uomo. Con queste concezioni alla fine la natura, sempre più violentata e offesa, si è ribellata, con le conseguenze che oggi stiamo già pagando.

L’unica via che ci resta, prima che sia troppo tardi, è impostare le nostre azioni per rimediare agli errori fatti, per arrivare quanto prima a sviluppare una "Economia sostenibile”, che significa che l'attività umana deve svolgersi senza stravolgimenti e violenze, garantendo all’ambiente la capacità di rigenerarsi. Quest'invito non è altro che l'applicazione del principio di prudenza del filosofo Hans Jonas: "Opera in tal modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra".

Cari amici, sappiamo bene che la storia è fatta di corsi e ricorsi, che nulla resta fermo e nulla rimane immutato. Ma la violenza che a lungo l’uomo ha perpetrato sulla natura, con stravolgimenti addirittura irreversibili, deve finire; l’uomo ha violentato quell’ordine naturale perfetto, che ora dovremo cercare di ripristinare. La natura oggi ci ammonisce severamente: senza rapidi e seri cambiamenti il declino del nostro pianeta appare già avviato, sacrificando in particolare le generazioni future.

A domani.

Mario
Quanto possiamo resistere al cambiamento climatico?