sabato, maggio 03, 2014

L’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME, NATO PER LA DIFESA DEI LUOGHI SANTI E DELLA CRISTIANITA’: IERI CON LA SPADA, OGGI ATTRAVERSO IL SOSTEGNO AI PIU’ DEBOLI, UNA LOTTA CORAGGIOSA PER LA GIUSTIZIA E LA PACE, E LA TESTIMONIANZA DELLA FEDE CRISTIANA. 2^ PARTE.



Oristano 3 Maggio 2014
Cari amici,
dopo il post del 30 Aprile sulle origini dell’Ordine, oggi, nella seconda parte, riepiloghiamo la sua storia recente: evidenziando cos’è, oggi, quest’Ordine Cavalleresco e di cosa si occupano i suoi moderni cavalieri e dame nel Terzo Millennio, per perpetuarne l’antico impegno, nato con la spontanea e valorosa partecipazione alla difesa dei Luoghi Santi, con  la forza della spada.
Nella prima parte della storia dell’Ordine ci siamo fermati agli inizi del Milleottocento. L’Ordine, ormai, aveva perso gran parte del suo potere e delle sue proprietà, lontano dalla Terra Santa, ma voleva continuare ad esercitare la sua funzione di aiuto e sostegno ai cristiani ed ai Luoghi Santi. 
Artefice del rinnovamento dell’Ordine, come anticipato nella 1^ parte, fu il Pontefice, Papa Pio IX:  la Santa Sede, dopo diversi tentativi, riuscì a stipulare un accordo con la Sublime Porta (l’Autorità musulmana che dominava incontrastata in terra Santa), che consentì di ripristinare, nel 1847, il Patriarcato di Gerusalemme. Con questo accordo l’Ordine del S. Sepolcro tornò sotto la guida del suo antico e naturale capo: il Patriarca Latino di Gerusalemme. Papa Pio IX, poi, nel 1858, mise mano alle regole dell’Ordine, ne modificò la Costituzione e adottò un nuovo Statuto, dando un assetto più moderno alla struttura. L’Ordine venne posto direttamente sotto la protezione della S. Sede e la reggenza affidata al Patriarca Latino. Il Pontefice, inoltre, definì il “nuovo e fondamentale ruolo” dell’Ordine: il mantenimento delle opere e delle strutture del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Negli anni successivi il Pontefice Leone XIII, con Lettera Apostolica del 1888, estese alle donne “che si fossero distinte tra le altre per la pietà, la generosità e lo zelo verso la religione cattolica”, l’onore di appartenere all’Ordine del S. Sepolcro. L’innovazione era puramente apparente poiché, in effetti, era un ritorno all’antico, in quanto le Canonichesse del S. Sepolcro erano state create, diversi secoli prima, da S. Elena. L’ingresso concesso nuovamente alla Dame, allora chiamate “Matrone del S. Sepolcro”, rappresentava la continuazione ideale di un’antica tradizione.
Nel 1906 Papa Pio X, ampliando le innovazioni fatte da Pio IX (che aveva introdotto nell’Ordine, al posto del solo grado di cavaliere, tre gradi di appartenenza: Gran Croce, Commendatore e Cavaliere), assimilò l’Ordine nelle decorazioni agli altri Ordini sacro-militari, decorandolo di un trofeo militare. Lo stesso Papa era il massimo vertice dell’Ordine (Gran Maestro), mentre il Patriarca di Gerusalemme rivestiva la carica di Luogotenente. Successivamente, con Breve del 1928, Papa Pio XI stabilì che l’Ordine dipendesse esclusivamente dall’autorità del Patriarca di Gerusalemme, che divenne anche Gran Maestro dell’Ordine. Pio XII nel 1949 stabilì che il Gran Maestro dell’Ordine fosse, invece,  un Cardinale di Santa Romana Chiesa, assegnando al Patriarca di Gerusalemme la prerogativa di Gran Priore. Giovanni XXIII nel 1962 e poi Paolo VI nel 1977, diedero un ulteriore impulso inserendo nello statuto norme più precise al fine di consentire un’azione più coordinata ed efficiente.
Nel Febbraio del 1996 il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II (oggi Santo) ha “elevato” la dignità dell’Ordine: assegnandole il ruolo di “Associazione Pubblica di fedeli”, eretta dalla Sede Apostolica a norma del can. 312 par.1. L’associazione gode di personalità giuridica, sia canonica che civile. Anche lo Stato Italiano, riconosce l’Ordine: con R.D. del 10 Luglio 1930, n° 974, Art. 3, venne autorizzato l'uso nel proprio territorio delle onorificenze dell'O.E.S.S.G., autorizzazione riconfermata espressamente dalla Legge 3 Marzo 1951, n° 178, art. 7, comma 3, della Repubblica Italiana. Pertanto in Italia, l'Ordine del Santo Sepolcro, è riconosciuto "Ex Lege", come per il Sovrano Militare Ordine di Malta. Per sottolineare e rafforzare i vincoli dell'Ordine, Sua Eminenza il Gran Maestro ha di recente istituito, con particolare solennità, nell'ultima domenica del mese di Ottobre, la celebrazione della festa dedicata alla sua Celeste Patrona, la Beata Vergine Maria Regina della Palestina.
Prima di chiudere vorrei aggiungere una curiosità, inerente il protocollo ed i riconoscimenti attribuiti dal Vaticano ai vari Ordini Cavallereschi. La Santa Sede, interpellata circa il  proprio atteggiamento nei confronti di Ordini Equestri dedicati a Santi o aventi intitolazioni sacre, ha confermato nel 2002 con una nota autorizzata dalla Segreteria di Stato che: "la Santa Sede, oltre i propri Ordini Equestri, riconosce e tutela solo due Ordini cavallereschi: il Sovrano Militare Ordine di Malta e l'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme". 

La precisazione non si esprime sulla precedenza tra i due Ordini, pur citando per primo l'Ordine di Malta. La questione della precedenza tra queste due Istituzioni è oggetto di una lunga controversia: alcuni affermano che l'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme abbia la precedenza su quello di Malta, basandosi sulla bolla "In supremo militantis Ecclesiae" di Benedetto XIV (1746), emessa prima della rifondazione dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme da parte di Pio IX (1847), nella quale il Papa stabilisce la precedenza dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme su tutti gli altri, ad eccezione di quello dello Speron d'oro; altri attribuiscono la precedenza all'Ordine di Malta, basandosi sul suo “carattere sovrano”, ma tale precedenza non è mai stata condivisa dalla Santa Sede. La regola per lo più seguita, almeno su base consuetudinaria, vede la precedenza dell'Ordine di Malta. Il cerimoniale della Repubblica Italiana dà la precedenza alle insegne dell'Ordine di Malta anche rispetto a quelle degli ordini della Santa Sede, mentre in tutti gli altri Stati Sovrani esteri questa consuetudine non viene rispettata perché priva del benestare papale.
Questi i riferimenti storici più importanti su questo antico Ordine Equestre: importanti sì, ma non determinanti, per i compiti ai quali oggi l’Ordine è chiamato. Il suo percorso storico deve essere “di aiuto e monito” al cavaliere odierno che intende entrare a far parte di un Ordine antico e glorioso, per aiutarlo ad improntare la sua vita seguendone le precise regole e manifestando la stessa fedeltà e dedizione degli antichi crociati. L’Ordine al giorno d’oggi ha ben altri compiti, diversi da quelli di ieri: obiettivi da raggiungere non più con l’uso della spada ma ugualmente impegnativi, che vanno assolti con forza e determinazione, oggi come ieri. Le doti dell’odierno cavaliere e della dama che intendono entrare a farne parte, devono essere simili a quelle dei loro predecessori.
L’odierno Statuto dell’Ordine indica chiaramente gli scopi e gli impegni che si assumono gli odierni appartenenti all’antica e nobile Istituzione:
-Rafforzare nei suoi membri la pratica della vita cristiana, in assoluta fedeltà al Sommo Pontefice e secondo gli insegnamenti della Chiesa, osservando come base i principi della carità dei quali l’Ordine è un mezzo fondamentale per gli aiuti alla Terra Santa;
-Sostenere ed aiutare le opere e le istituzioni culturali, caritative e sociali della Chiesa Cattolica in Terra Santa, particolarmente quelle del Patriarcato Latino di Gerusalemme, con il quale l’Ordine mantiene legami tradizionali;
-Zelare la conservazione e la propagazione della fede in quelle terre, interessandovi i cattolici sparsi in tutto il mondo, uniti nella carità dal simbolo dell’Ordine, nonché tutti i fratelli cristiani;
-Sostenere i diritti della Chiesa Cattolica in Terra Santa.

L’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme è l’unica Istituzione laicale dello Stato Vaticano a cui, come già detto, è affidato il compito di sopperire alle necessità del Patriarcato Latino di Gerusalemme e di tutte le attività ed iniziative a sostegno della presenza cristiana in Terra Santa. Le oblazioni dei suoi membri rappresentano dunque la principale fonte contributiva istituzionale del Patriarcato.
L’organizzazione centrale dell’Ordine del Santo Sepolcro è così strutturata:
- il Gran Maestro, un Cardinale di Santa Romana Chiesa, nominato da Sua Santità; 
- il Sommo Pontefice, che regge e governa l’Ordine attraverso il Gran Maestro;
- il Patriarca Latino di Gerusalemme, che è anche il Gran Priore dell’Ordine;
 - un Ufficio di Presidenza, di cui fanno parte un Governatore Generale e tre Vice   Governatori Generali;
 - un Gran Magistero, avente funzioni consultive; esso è composto di non più di 18 Membri nominati dal Gran Maestro. La struttura operativa si articola poi su due distinte gerarchie, quella Ecclesiastica, cui è affidata la responsabilità dello sviluppo spirituale dell’Ordine, sotto la guida del Cancelliere e del Cerimoniere, e quella Laica, cui è affidata la responsabilità gestionale dell’Ordine sotto la guida del Governatore Generale. L’organizzazione territoriale si configura in Luogotenenze (una o più per ogni Stato), ciascuna guidata a sua volta da un Luogotenente laico, da un Gran Priore e da un Consiglio. Le Luogotenenze sono suddivise in Sezioni, che a loro volta, se ne esistono i presupposti, possono essere suddivise in Delegazioni. Il Luogotenente, i Presidi (Responsabili delle Sezioni) ed i Delegati (Responsabili delle Delegazioni), sono affiancati da una struttura Ecclesiastica parallela costituita dai Priori rispettivamente di Sezioni e Delegazioni.
L’Ordine è attualmente presente in quasi tutte le nazioni del mondo: conta 52 Luogotenenze (24 in Europa, 15 nel Nord America, 5 in Sud America, 6 in Australia ed Estremo Oriente), con un numero di appartenenti attivi, cioè di coloro che partecipano alla sua vita nell’impegno di servizio e di carità assunti all’atto dell’ammissione, di oltre 23.000. In relazione alle esigenze economiche del Patriarcato Latino di Gerusalemme e delle altre Istituzioni Cattoliche, che ivi operano a supporto della presenza cristiana in Terra Santa, l’Ordine cerca di sopperire come meglio possibile. La strategia dell’Ordine è stata e continua ad essere quella di portare i cristiani di Terra Santa ad un livello culturale e professionale tale da consentire loro un inserimento attivo nella vita sociale del proprio Paese, a pari livello degli appartenenti ad altre professioni di Fede.
Dalla fine del secolo scorso ad oggi l’Ordine ha finanziato la realizzazione e la gestione, oltre alle tradizionali attività diocesane, anche di ben 40 asili nido, 40 scuole elementari, 26 scuole medie e 7 licei, in Israele, Palestina e Giordania, con un personale di oltre 800 docenti e più di 100 religiose. Queste scuole ospitano, oggi, circa 18.600 allievi distribuiti nelle varie classi.  Le scuole sono frequentate mediamente da un 65% di Cristiani (tra cattolici, ortodossi, etc.) e da un 35% di Musulmani. I costi di gestione del Patriarcato e delle sue 68 Parrocchie, i salari dei circa 1.500 Insegnanti ed Impiegati delle strutture scolastiche, i costi del Seminario Patriarcale e degli Orfanotrofi e Dispensari, nonché delle nuove iniziative e degli altri progetti del Patriarcato (inclusa la costruzione di alloggi per le giovani famiglie), sono ingenti e continuano ad aumentare, gravando sull’Ordine, e quindi possono essere sostenuti solo grazie alla generosità dei suoi Membri attivi. Quanto realizzato non è certamente che una goccia in un mare di bisogni e di necessità che stentano a trovare copertura. Tutti i cavalieri lo sanno e contribuiscono, come possono, anche andando personalmente in Terra Santa, a toccare con mano quanto bisogno ci sia di ciascuno di loro.

Cari amici, come ho detto all’inizio da molti anni appartengo a questa nobile Istituzione. Oggi, che ho la responsabilità di una Delegazione (quella di Oristano e Provincia) posso dire che sono felice di essere entrato a farne parte. Non mi ha certo aggiunto nulla (in onori) al mio precedente impegno di cristiano, ma sicuramente l’idea di poter contribuire, anche se in minima parte, ai bisogni della Terra Santa mi da conforto. Credo che anche oggi, nel Terzo Millennio, la cristianità abbia ancora tanto bisogno di cristiani attivi, e anche di numerosi cavalieri e dame del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che con grande spirito di servizio continuino a contribuire alla difesa del cristianesimo nel mondo, in particolare dei luoghi che videro la nascita e la morte di Nostro Signore Gesù Cristo.
Grazie, cari amici della Vostra attenzione.
Mario

venerdì, maggio 02, 2014

IERI ERA IL PRIMO MAGGIO, LA GIORNATA DELLA “FESTA DEL LAVORO”. MA COSA C’ERA DA FESTEGGIARE SE IL LAVORO NON C’E’ PROPRIO?



Oristano 2 Maggio 2014
Cari amici,
un primo Maggio proprio triste quello di ieri! Una giornata che in passato aveva rappresentato la vittoria, anche molto sofferta, della classe operaia, dedicata alla grande dignità del lavoro, ma che oggi quasi non ha più ragion di esistere, perché manca il protagonista principale: il lavoro!
La Festa del lavoro è nata per questo, per festeggiare l’operosità dei lavoratori, e dalla fine dell’Ottocento continua ad essere celebrata, il 1º maggio di ogni anno, in molti Paesi del mondo. Ma oggi, come ben tutti sappiamo, abbiamo ben poco da festeggiare. Ieri, dal Presidente della Repubblica agli alti Organi dello Stato, tutti hanno parlato del grande assente, il lavoro, e del “coraggio”, necessario per far ripartire la nazione che è ferma da troppo tempo; si è parlato di “scelte coraggiose” da fare, sostenendo che è tempo di uscire dalla promesse per cominciare a far parlare i fatti. Belle parole! Tranne solo un piccolo particolare: che chi a gran voce chiede scelte coraggiose è il primo a non voler rinunciare ai privilegi di cui è in possesso. Non si può continuare a far pesare il costo di funzionamento dell’intera nazione sui “soliti noti”, quella classe intermedia, di operai e lavoratori, che per l’egoismo dei più fortunati continua a “mantenere l’intera baracca! In questo modo mi da l’impressione che stiamo tornando ai tempi ottocenteschi della prima industrializzazione.
La festa del lavoro è nata proprio per ricordare quel periodo: le tante battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista, allora, di diritti ben precisi: maggiore dignità ed un adeguato salario ed orario di lavoro quotidiano, fissato, dopo quelle battaglie, in otto ore (in Italia stabilito con il Regio D.L. n. 692/1923). Le lotte sindacali iniziarono in America già agli inizi della rivoluzione industriale: nel 1886 e 1887 a Chicago non pochi lavoratori perirono negli scontri con la polizia e altri furono condannati dal tribunale per gli scioperi messi in atto; sette di essi finirono condannati alla pena di morte. Ma non morirono invano: il sacrificio dei Martiri di Chicago portò i suoi frutti, non solo in America ma in gran parte dei Paesi industrializzati, arrivando anche in Europa. Quegli scontri  cruenti erano avvenuti a Maggio, e proprio questo mese divenne il simbolo delle lotte per il lavoro. La data del primo maggio fu adottata come festa del lavoro prima in USA e poi anche in Canada (nel 1894). In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare la Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.
Cari amici ho seguito anch’io (che fortunatamente sono in pensione) con poco entusiasmo lo svolgersi delle celebrazioni del 1 Maggio di quest’anno, riprese dalle varie televisioni. Di entusiasmo poco se ne vedeva in giro. Il dilemma, nella mente di tutti, credo fosse uno solo: Come si fa a festeggiare qualcosa quando manca la materia prima, quando si vuole festeggiare qualcosa che non c’è, come il lavoro? Sarebbe come festeggiare una importante ricorrenza, con la tavola perfettamente imbandita, ma senza le pietanze da servire a tavola!
Ieri tutti, come ho accennato prima,  hanno parlato di coraggio. Di coraggio ha parlato il Presidente della Repubblica (“…ricerca di soluzioni solidaristiche e innovative coraggiose e determinate"), come di coraggio hanno parlato i sindacati (“…servono fatti e coraggio per l’occupazione”), rivolti al Governo. Ma il lavoro, come sappiamo, non si crea per Decreto, che serve però a “crearne le condizioni”. E’ assolutamente necessario incentivare le aziende perché riprendano ad investire, a produrre: solo così potranno essere creati posti di lavoro per i giovani e meno giovani, facendo ridiventare l’Italia un Paese che produce ed esporta. Certo, le riforme che l’attuale governo in carica intende portare avanti sono indispensabili: inutile nascondersi dietro un dito! Per stare al passo coi tempi è necessario modernizzarsi, perché per salvare l’albero questo va potato, eliminando i rami secchi. Il rebus più difficile da risolvere, anche per Renzi, è il fatto che nessuno vuole rinunciare neanche ad un’oncia dei suoi privilegi! Allora come si fa a far quadrare il cerchio? E’ come se in una famiglia il padre e la madre, abituati inizialmente a vivere da soli senza i figli, quando si ritrovano con due o tre figli in casa, non intendessero minimamente rinunciare a nessuna delle abitudini precedenti! Eppure cambiare è necessario, in famiglia come nella Nazione.
Cari amici, senza una drastica riforma dell’attuale struttura dello Stato, senza una precisa strategia di lotta all’evasione, senza una seria riforma anche della Pubblica Amministrazione, credo che quell’abbondante 40 % di giovani che è senza un lavoro, stenterà a trovarlo. Ho detto prima che il lavoro non si crea per decreto. Verissimo, ma le leggi,  i decreti, servono a creare le giuste condizioni economiche perché le imprese possano produrre e creare lavoro. Solo se lo Stato riuscirà ad alleggerire le imprese dall’immenso carico di pesi e balzelli oggi esistenti (che le tagliano fuori dal mercato, rispetto alle tante altre europee), queste riprenderanno ad investire, a produrre e ad assumere, altrimenti continueranno a licenziare ed a chiudere bottega.
L’Italia è davvero tutta da riformare. E’ da più di vent’anni che si parla di “riforme”, ma i buoni propositi sono rimasti più o meno tutti sulla carta. Mi sembra di tornare indietro di secoli, a quando il Gattopardo sosteneva che “era necessario cambiare tutto, affinché non cambiasse niente”.  
Avantieri Renzi ha annunciato l’ennesima riforma, quella della Pubblica Amministrazione. Sicuramente ha scoperchiato una pentola che sarà molto difficile far smettere di bollire! Eliminare i privilegi, spesso consolidatisi nel tempo, non sarà cosa facile (abbiamo già visto la reazione nelle alte sfere della magistratura, oltre che in quella dei manager pubblici) ma bisogna farlo. L’egoismo delle varie consorterie, delle caste, che si ritrovano per mille ragioni privilegiate, va eliminato. Chi oggi è un “privilegiato” va costretto a ragionare: è necessario fargli comprendere che, come in una famiglia, quando le vacche grasse sono diventate magre, bisogna accontentarsi di “mangiare” di magro un po’ tutti, nessuno escluso. Anche i sindacati, che anch’essi grazie a Dio di privilegi non  mancano, debbono accettare lo stesso identico ragionamento.
Spero che Renzi non molli: sono certo che è determinato a vincere una difficile partita. il suo impetuoso modo di agire, fatto di battute taglienti e di finti ricatti (“…o riesco a fare le riforme o me ne vado”), credo significhi che per l’Italia non ci sono altre vie, altri piani B o C, oltre quello che si sta portando avanti. Quello che mi impensierisce molto, in questo tentativo di salvataggio di un’Italia allo stremo, è la torbida reazione delle varie caste privilegiate, che gattopardescamente stanno tentando di resistere fino all’ultimo, infischiandosene di tutto, anche se l’Italia dovesse affondare! Forse dimenticano una cosa importante, che se affonda l’Italia affondano anche loro!

Ciao a tutti.

Mario
.................................
 
P.S.
Chissà se Renzi riuscirà a fare goal!


 

giovedì, maggio 01, 2014

LA MALARIA E’ TORNATA IN SARDEGNA…O, FORSE, NON ERA MAI ANDATA VIA… IL RECENTE CASO DI INFEZIONE CI RIPORTA INDIETRO AGLI ANNI DEL DOPOGUERRA.



Oristano 1 Maggio 2014
Cari amici,
Il clima cambia, e con esso anche le possibili condizioni per nuove malattie e per il ripetersi di altre, apparentemente debellate. La nuova allerta su un antico male, la malaria, riguarda un po’ tutta l’Europa mediterranea. In Sardegna le condizioni del giovane trentenne nuorese, pare mai mossosi dall’Isola e che ha contratto la malaria, continuano a migliorare, ma è sempre ricoverato in serie condizioni al San Francesco di Nuoro. 
La malaria è una malattia subdola: è sufficiente un solo morso della zanzara infetta per esserne colpiti. Questa malattia di origine tropicale potrebbe presto nuovamente diffondersi massicciamente, dicono i vari ricercatori inglesi ed americani, che attribuiscono la probabile recrudescenza di questa patologia ai cambiamenti climatici che si stanno registrando a livello globale nel pianeta. Studi recenti, effettuati negli altopiani dell'Etiopia e della Colombia hanno dimostrato che si verificano sempre più casi di malaria proprio per l’aumento delle temperature, come scrivono gli esperti britannici e statunitensi sulla rivista statunitense "Science", pubblicata di recente.
La malaria, a detta degli esperti, è ancora un male insidioso e difficile da debellare anche ai nostri giorni. Nel 2012 sarebbero morte a causa del patogeno trasmesso dalle zanzare anopheles, una specie molto diffusa nelle zone tropicali di tutto il mondo, circa 627 mila persone, soprattutto bambini. La Colombia e l’Etiopia risultano le zone più colpite. 

In queste zone la media dei casi di malaria é aumentato negli anni più caldi ed é diminuito, di conseguenza, nei periodi in cui il clima era più fresco. Questo porta ad una logica considerazione: con l'aumento delle temperature, che riguardano tutto il pianeta,  più persone saranno esposte al rischio di infezione malarica in futuro. Nel mondo circa metà della popolazione, 3,4 miliardi di persone, è "a rischio" di contrarre questa malattia: i casi rilevati nel 2012 sono stati oltre 200 milioni, ed hanno interessato 97 Paesi. Le zanzare portatrici dell'elemento patogeno stanno ampliando progressivamente il loro raggio d'azione. Anche l'Europa, che con l’aumento della temperatura si va tropicalizzando, non ne è immune, avvertono gli esperti.
 La Sardegna in passato ha già pagato un prezzo altissimo per questo male, con un tasso di mortalità fra i più alti della nazione: negli anni 1920 /1939 la Sardegna era la regione d'Italia più colpita dalla malaria, seguita dalla Puglia. Le origini di questa insidiosa malattia in Sardegna si perdono nella notte dei tempi: probabilmente fu introdotta con l'arrivo dei Protosardi di provenienza nord-africana, e divenne endemica all'epoca dei Fenici e dei Cartaginesi. Con la conquista da parte dei Romani questo male assunse le caratteristiche di una vera e propria epidemia, ma la diffusione continuò in tutta l'isola fino al Medio Evo, per proseguire poi fino al XX secolo. Durante la seconda guerra mondiale la Malaria aumentò sensibilmente in tutta l'Italia a causa della disgregazione dei servizi sanitari e della distruzione degli impianti di drenaggio in seguito alle operazioni militari; ciò portò ad un aggravarsi della situazione in varie regioni, ad esempio nel Lazio, nelle Paludi Pontine e nell'Agro Romano; la situazione ritornò sotto controllo nel 1946, con l'uso del DDT. In Sardegna l'Ente Regionale che si occupò della Lotta Anti-Anofelica  fu l’ERLAAS, istituito il 12 aprile 1946, come Ente speciale dell'Alto Commissariato Italiano per l'Igiene e la Sanità.
Il progetto, di grandi dimensioni e di difficile attuazione, necessitava  per poter funzionare di una grande disponibilità di fondi. La messa in atto fu possibile grazie all’ampio sostegno americano: finanziatori furono l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), l’ECA (Economic Cooperation Administration) e la Rockfeller Foundation. La Fondazione Rockfeller contribuì al progetto, che ebbe inizio il 13 maggio 1946, anche con la direzione tecnica dello stesso, attraverso la propria International Health Division; l'attività, svolta con svariati mezzi (tra cui anche aerei per le zone più difficili da raggiungere), continuò fino alla fine del 1950.

Le campagne di disinfestazione messe in atto furono quattro: Nella prima campagna antianofelica (aprile-ottobre 1947), che fu di tipo sperimentale, si suddivise una superficie di 5.400 chilometri quadrati nella parte sud-occidentale della Sardegna, in 10 sezioni, raggruppate in due divisioni; Nella seconda campagna anti larvale, durata dal febbraio all'ottobre del 1948, si intervenne contro tutte le specie di zanzara anofele presenti in Sardegna; per facilitare le imprese di disinfestazione, i confini dei diversi distretti furono definiti in modo più chiaro, si cercò di invogliare gli osservatori attraverso una "caccia ai focolai” anche minuscoli, non solo ai grandi specchi d’acqua; Nella terza campagna, che durò dal febbraio all'ottobre del 1949, vennero ri-setacciate le zone dove erano sopravvissute le anofeline (fino al marzo del 1949), poi si intensificarono gli sforzi contro la sola specie della Anopheles labranchiae; venne effettuata, infine, un'altra campagna antianofelica (la quarta) nel 1950, che doveva servire come controllo. I focolai furono ricontrollati, per prevenire l'eventuale pericolo che il vettore malarico fosse ancora presente. Alla fine degli anni '50 si accertò che il lavoro effettuato in queste campagne (specialmente nell'ultima) era stato soddisfacente e che il morbo, nonostante le difficoltà, era ormai sotto controllo.
Dopo quest’impegno assai notevole, durato circa 5 anni e costato svariati milioni di dollari, si prese atto che il vettore indigeno della malaria, pur fortemente colpito e ridimensionato, non era stato comunque debellato del tutto: un numero esiguo di focolai, in alcune zone isolate della Sardegna purtroppo rimasero. Per la popolazione sarda, però, questo risultato rappresentava indubbiamente uno degli eventi più significativi della sua storia: la vasta azione di bonifica  rese disponibili e vivibili grandi aree di terreni coltivabili e, inoltre, l’opera di bonifica aveva messo in luce l'entità delle risorse agricole, minerarie e naturali prima inutilizzate, diventate potenzialmente preziose.
Dopo oltre mezzo secolo di tranquillità oggi il problema “malaria” torna alla ribalta anche in Sardegna, oltre che in varie altre parti del mondo. In attesa del nuovo vaccino, che potrebbe arrivare nel 2015, i farmaci esistenti e gli accorgimenti come la diffusione delle zanzariere trattate con insetticida possono fare molto per l'eradicazione, o almeno per il controllo.  
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la malaria e la sua fonte, la zanzara anofele, andrebbero combattute più efficacemente. In Africa ancora oggi ogni minuto un bambino muore a causa della malaria. Certo ci vorrebbero molti più soldi per una protezione efficace, ma mancano adeguate risorse. Sarebbero necessarie zanzariere, insetticidi, e farmaci di profilassi: questi gli unici modi per diminuire il rischio di contagio, tenendo presente che il problema non riguarda solo gli abitanti delle aree tropicali, ma anche i cittadini di altre zone, anche immuni, che per viaggio o turismo si spostano in zone che precedentemente non erano considerate a rischio.
Il cambiamento del clima, il riscaldamento del pianeta, che continua ad aumentare, ha allargato il raggio d'azione della zanzara anofele e anche noi sardi, che la malaria la conosciamo bene, abbiamo di nuovo paura. Io, che da ragazzo ho visto all’opera i disinfestatori, ricordo bene quelle macchinette a pompa che, riempite di DDT, spruzzavano nuvole di quel disinfettante dall'odore pungente nelle stanze, nei cortili e anche sui capelli in testa a noi ragazzi, per il timore delle possibili punture. Anche a casa mia sulla facciata, all’altezza della porta d’ingresso, rimase per lungo tempo quel triste quadrato dipinto con vernice nera, dentro il quale c’era la data di disinfestazione e la scritta DDT. La riapertura nella mia mente, dopo tanti anni, di quel file di ricordi giovanili, mi ha messo paura: mi fa ancora rabbrividire…
Grazie amici dell’attenzione, a domani.
Mario