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venerdì, maggio 02, 2014

IERI ERA IL PRIMO MAGGIO, LA GIORNATA DELLA “FESTA DEL LAVORO”. MA COSA C’ERA DA FESTEGGIARE SE IL LAVORO NON C’E’ PROPRIO?



Oristano 2 Maggio 2014
Cari amici,
un primo Maggio proprio triste quello di ieri! Una giornata che in passato aveva rappresentato la vittoria, anche molto sofferta, della classe operaia, dedicata alla grande dignità del lavoro, ma che oggi quasi non ha più ragion di esistere, perché manca il protagonista principale: il lavoro!
La Festa del lavoro è nata per questo, per festeggiare l’operosità dei lavoratori, e dalla fine dell’Ottocento continua ad essere celebrata, il 1º maggio di ogni anno, in molti Paesi del mondo. Ma oggi, come ben tutti sappiamo, abbiamo ben poco da festeggiare. Ieri, dal Presidente della Repubblica agli alti Organi dello Stato, tutti hanno parlato del grande assente, il lavoro, e del “coraggio”, necessario per far ripartire la nazione che è ferma da troppo tempo; si è parlato di “scelte coraggiose” da fare, sostenendo che è tempo di uscire dalla promesse per cominciare a far parlare i fatti. Belle parole! Tranne solo un piccolo particolare: che chi a gran voce chiede scelte coraggiose è il primo a non voler rinunciare ai privilegi di cui è in possesso. Non si può continuare a far pesare il costo di funzionamento dell’intera nazione sui “soliti noti”, quella classe intermedia, di operai e lavoratori, che per l’egoismo dei più fortunati continua a “mantenere l’intera baracca! In questo modo mi da l’impressione che stiamo tornando ai tempi ottocenteschi della prima industrializzazione.
La festa del lavoro è nata proprio per ricordare quel periodo: le tante battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista, allora, di diritti ben precisi: maggiore dignità ed un adeguato salario ed orario di lavoro quotidiano, fissato, dopo quelle battaglie, in otto ore (in Italia stabilito con il Regio D.L. n. 692/1923). Le lotte sindacali iniziarono in America già agli inizi della rivoluzione industriale: nel 1886 e 1887 a Chicago non pochi lavoratori perirono negli scontri con la polizia e altri furono condannati dal tribunale per gli scioperi messi in atto; sette di essi finirono condannati alla pena di morte. Ma non morirono invano: il sacrificio dei Martiri di Chicago portò i suoi frutti, non solo in America ma in gran parte dei Paesi industrializzati, arrivando anche in Europa. Quegli scontri  cruenti erano avvenuti a Maggio, e proprio questo mese divenne il simbolo delle lotte per il lavoro. La data del primo maggio fu adottata come festa del lavoro prima in USA e poi anche in Canada (nel 1894). In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare la Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.
Cari amici ho seguito anch’io (che fortunatamente sono in pensione) con poco entusiasmo lo svolgersi delle celebrazioni del 1 Maggio di quest’anno, riprese dalle varie televisioni. Di entusiasmo poco se ne vedeva in giro. Il dilemma, nella mente di tutti, credo fosse uno solo: Come si fa a festeggiare qualcosa quando manca la materia prima, quando si vuole festeggiare qualcosa che non c’è, come il lavoro? Sarebbe come festeggiare una importante ricorrenza, con la tavola perfettamente imbandita, ma senza le pietanze da servire a tavola!
Ieri tutti, come ho accennato prima,  hanno parlato di coraggio. Di coraggio ha parlato il Presidente della Repubblica (“…ricerca di soluzioni solidaristiche e innovative coraggiose e determinate"), come di coraggio hanno parlato i sindacati (“…servono fatti e coraggio per l’occupazione”), rivolti al Governo. Ma il lavoro, come sappiamo, non si crea per Decreto, che serve però a “crearne le condizioni”. E’ assolutamente necessario incentivare le aziende perché riprendano ad investire, a produrre: solo così potranno essere creati posti di lavoro per i giovani e meno giovani, facendo ridiventare l’Italia un Paese che produce ed esporta. Certo, le riforme che l’attuale governo in carica intende portare avanti sono indispensabili: inutile nascondersi dietro un dito! Per stare al passo coi tempi è necessario modernizzarsi, perché per salvare l’albero questo va potato, eliminando i rami secchi. Il rebus più difficile da risolvere, anche per Renzi, è il fatto che nessuno vuole rinunciare neanche ad un’oncia dei suoi privilegi! Allora come si fa a far quadrare il cerchio? E’ come se in una famiglia il padre e la madre, abituati inizialmente a vivere da soli senza i figli, quando si ritrovano con due o tre figli in casa, non intendessero minimamente rinunciare a nessuna delle abitudini precedenti! Eppure cambiare è necessario, in famiglia come nella Nazione.
Cari amici, senza una drastica riforma dell’attuale struttura dello Stato, senza una precisa strategia di lotta all’evasione, senza una seria riforma anche della Pubblica Amministrazione, credo che quell’abbondante 40 % di giovani che è senza un lavoro, stenterà a trovarlo. Ho detto prima che il lavoro non si crea per decreto. Verissimo, ma le leggi,  i decreti, servono a creare le giuste condizioni economiche perché le imprese possano produrre e creare lavoro. Solo se lo Stato riuscirà ad alleggerire le imprese dall’immenso carico di pesi e balzelli oggi esistenti (che le tagliano fuori dal mercato, rispetto alle tante altre europee), queste riprenderanno ad investire, a produrre e ad assumere, altrimenti continueranno a licenziare ed a chiudere bottega.
L’Italia è davvero tutta da riformare. E’ da più di vent’anni che si parla di “riforme”, ma i buoni propositi sono rimasti più o meno tutti sulla carta. Mi sembra di tornare indietro di secoli, a quando il Gattopardo sosteneva che “era necessario cambiare tutto, affinché non cambiasse niente”.  
Avantieri Renzi ha annunciato l’ennesima riforma, quella della Pubblica Amministrazione. Sicuramente ha scoperchiato una pentola che sarà molto difficile far smettere di bollire! Eliminare i privilegi, spesso consolidatisi nel tempo, non sarà cosa facile (abbiamo già visto la reazione nelle alte sfere della magistratura, oltre che in quella dei manager pubblici) ma bisogna farlo. L’egoismo delle varie consorterie, delle caste, che si ritrovano per mille ragioni privilegiate, va eliminato. Chi oggi è un “privilegiato” va costretto a ragionare: è necessario fargli comprendere che, come in una famiglia, quando le vacche grasse sono diventate magre, bisogna accontentarsi di “mangiare” di magro un po’ tutti, nessuno escluso. Anche i sindacati, che anch’essi grazie a Dio di privilegi non  mancano, debbono accettare lo stesso identico ragionamento.
Spero che Renzi non molli: sono certo che è determinato a vincere una difficile partita. il suo impetuoso modo di agire, fatto di battute taglienti e di finti ricatti (“…o riesco a fare le riforme o me ne vado”), credo significhi che per l’Italia non ci sono altre vie, altri piani B o C, oltre quello che si sta portando avanti. Quello che mi impensierisce molto, in questo tentativo di salvataggio di un’Italia allo stremo, è la torbida reazione delle varie caste privilegiate, che gattopardescamente stanno tentando di resistere fino all’ultimo, infischiandosene di tutto, anche se l’Italia dovesse affondare! Forse dimenticano una cosa importante, che se affonda l’Italia affondano anche loro!

Ciao a tutti.

Mario
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P.S.
Chissà se Renzi riuscirà a fare goal!


 

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