sabato, novembre 24, 2012

LO STRAORDINARIO MONDO DELLE API: UN’ORGANIZZAZIONE PERFETTA CHE HA INCURIOSITO L’UOMO DA MILLENNI.

Oristano 23 Novembre 2012
Cari amici,
quanti di noi, soprattutto nella bella stagione, passeggiando in campagna hanno ammirato un’ape che posata su un fiore succhiava avidamente dalla corolla il suo dolce nettare? 
Credo proprio tanti! E’ un mondo, quello delle api, incredibilmente organizzato, presente sulla terra certamente prima di quello dell’uomo; un mondo che ha sempre attratto la curiosità umana e sul quale nei millenni sono nate leggende, non solo per la grande bontà dei prodotti che le api fabbricavano ma anche per la sua perfetta organizzazione sociale.
La comparsa dell’ape sulla Terra è sicuramente anteriore a quella dell’uomo: lo dimostrano ampiamente i ritrovamenti fossili, come quello di Gottingen che ci permette di datare la sua presenza sulla terra  da 35  a 40 milioni di anni fa.   La venerazione da parte dell’uomo dell'ape e del suo dolcissimo  miele è una costante che attraversa i secoli. La mitologia considera il miele il prodotto inviato sulla terra dagli Dei. La stessa parola miele sembra derivare dalla lingua ittita “melit” e individuava l’allora unico alimento zuccherino concentrato disponibile, capace di dolcificare gli alimenti. L’ape, fabbricante di questo incredibile prodotto, è stata in poco tempo adottata dall’uomo.

La testimonianza più antica della sinergia tra uomo e ape e che risale al neolitico (5.000-7.000 a.C.) si trova In una rappresentazione rupestre rinvenuta in Spagna nei pressi di Valencia, a Cueva de la Arana intorno agli anni ‘20 del Novecento. Vi è raffigurata una persona (forse una donna) sospesa a liane con una bisaccia e numerose api che le ronzano attorno mentre sta raccogliendo alcuni favi di miele da un anfratto di roccia; più in basso si può notare una seconda figura (probabilmente un adolescente), anch’essa dotata di un idoneo contenitore (Crane, 1983; Marchenay, 1986; Garibaldi, 1997). E’ la primitiva rappresentazione di un cacciatore di miele, attività ancora oggi presente in certe tribù primitive. Il  passaggio dall’utilizzo del miele selvatico a quello domestico credo sia stato rapido. Il primo documento storico che dimostra l’utilizzo costante del miele lo troviamo nell’Egitto dei faraoni, sul bassorilievo del sarcofago di Mikerinos (circa 2560 a.C.). Il miele presso gli  Egizi era  considerato cosi prezioso che essi  usavano deporre, accanto alle mummie, grandi coppe colme di miele che il defunto avrebbe consumato durante il viaggio nell’aldilà (vasi di miele ermeticamente chiusi il cui contenuto si era perfettamente conservato sono stati rinvenuti durante gli scavi delle tombe dei faraoni). In alcuni geroglifici si leggono ricette a base di miele impiegate sia nell’arte culinaria che in medicina: cura dei disturbi digestivi, oltre che unguenti per piaghe e ferite. 

L’uomo apprezzò cosi tanto questo dolcissimo prodotto che quasi subito mise in atto un vero e proprio “allevamento” delle api. Gli Egiziani furono forse i primi a capire l'importanza di offrire alle api un “luogo sicuro” dove creare l'alveare. Nacquero così attorno al 2600 a.C. le prime arnie fatte di rami, canne intrecciate e fango essiccato; avevano forma cilindrica e venivano poste vicine l'una all'altra per agevolare il controllo e l'allevamento delle api. I luoghi ideali erano i campi lungo le sponde del Nilo, che consentivano ampie fioriture per le api. Anche altri popoli affrontarono e risolsero presto il problema di adottare le api. Ogni popolo sviluppò a modo suo il sistema di costruzione delle arnie; talvolta venivano usati anche oggetti costruiti per altri utilizzi, adattati poi allo scopo dell'apicoltura. In Medio Oriente si prediligevano i vasi in terracotta, nell'Europa centrale i tronchi svuotati, altrove contenitori di paglia o di fibra vegetale e argilla.
Il miele non era, però, solo un prodotto capace di dolcificare gli alimenti. Ricerche storiche dimostrano che i Sumeri impiegavano il miele nella cosmesi già nel 2000-3000 a.C., mentre Assiri e Babilonesi lo usavano a scopo curativo: usavano il miele per le affezioni che colpivano epidermide, occhi, genitali, apparato digerente. Il miele e la cera ottenuta dai favi erano usati anche per trattare i corpi dei defunti. Anche i Celti lo usavano nei riti di sepoltura, mentre per gli Etruschi il miele rappresentava una preziosa offerta votiva.
Nel mondo greco iI miele era considerato il “prodotto degli arcobaleni e delle stelle” e quindi proveniente dagli Dei, di cui era considerato il cibo. L'allora comune credenza voleva che le divinità si cibassero di nettare e ambrosia e che gli dei, in uno slancio di generosità, non potendo dare l'immortalità agli uomini, per confortarli per la loro condizione svantaggiata, permettessero loro di poter gustare il miele facendolo cadere sulla terra dalle loro tavole riccamente imbandite. La forza energetica del miele era tale che i greci lo consideravano un potente elisir di giovinezza e lo somministravano regolarmente agli atleti che concorrevano ai Giochi Olimpici. Aristotele (384-322 a.C.) fu il primo a studiare scientificamente le api analizzandole sia nel modo di riprodursi che nella complessa organizzazione.
Nell'antico mondo romano troviamo importanti studi sulle api e l'apicoltura. Plinio il Vecchio pubblica nel 79 d.C. la "Storia degli animali" dove parla spesso delle api e dell'apiario. Sappiamo per certo che presso i Romani l'apicoltura doveva essere particolarmente sviluppata; essi praticavano la sciamatura artificiale, costruivano arnie e sperimentavano nuove tecniche. Virgilio, apicoltore e poeta, nelle "Georgiche" tratta dell'organizzazione dell'apiario e della flora apistica; è il primo vero e proprio trattato di apicoltura che sarà utilizzato in tutto il mondo occidentale fino al Cinquecento. I Romani facevano grande uso del miele a scopo terapeutico, cosmetico e in cucina, tanto che era considerato un alimento fondamentale, presente in ogni pasto. Essi ne importavano grandi quantitativi da Creta, da Cipro, dalla Spagna e da Malta. Lo stesso nome Malta pare derivi dal termine originale Meilat, appunto terra del miele. I romani non lo utilizzavano solo come dolcificante ma anche per la produzione di idromele, di birra e come conservante alimentare e per preparare salse agrodolci.
Il passare dei secoli non fece mutare il piacere e la passione per il miele: esso continuò ad avere un ruolo centrale nell’alimentazione: basti pensare che fino al Medioevo era  l’unico prodotto dolcificante e fu gradualmente soppiantato come agente dolcificante solo nei secoli successivi, soprattutto dopo l'introduzione dello zucchero raffinato industrialmente. Recentemente, però, in virtù delle sue proprietà terapeutiche, il miele sta in parte ritornando in voga. La suprema bontà del prodotto “miele” non è scaturita casualmente, ma è frutto di una perfetta organizzazione produttiva: le fabbriche del miele (le arnie) ed i suoi impareggiabili ingegneri-fabbricanti, le api, dotate di una fantastica capacità organizzativa.
L’organizzazione sociale di questo insetto, e la gestione della sua  città-fabbrica, “l’alveare”, ha sempre affascinato l’uomo che dell’ape ha voluto spesso farne un simbolo. Già nell’antico Egitto l’ape era stata scelta a simbolo dei Faraoni del Basso Egitto (a partire dalla I dinastia (3200 a.C.): rappresentazioni dell’ape stilizzata sono state rinvenute su tombe, statue ed in pitture rupestri. Anche i I greci apprezzavano la perfetta organizzazione delle api. Queste erano definite “uccelli della musa”, in quanto ad esse veniva attribuito il potere di conferire all’uomo il dono dell’eloquenza.  La religione cristiana considerava le api dotate di forza ed integrità, perché sciamarono dal Giardino dell’Eden dopo la caduta dell’uomo. Anche Maometto si rivolgeva all’ape con deferenza, credendola l’unico animale a cui Dio si potesse rivolgere direttamente. Anche in tempi più recenti l’ape è stata utilizzata come emblema di Papi e Regnanti: si ricordano papa Urbano VIII e Napoleone.
La zoologia classifica le api come Imenotteri, appartenenti alla famiglia degli apidi, genere Apis, che conta diverse specie, tra cui le più comuni italiane sono: l’Ape comune (Apis mellifica ), l’Ape italiana (Apis ligustica), l’Ape carnica (Apis carnica) e l’Ape sicula (Apis sicula). La struttura sociale della comunità delle api, l’alveare, è imperniata sulla superiore importanza della vita sociale rispetto a quella individuale. Nella società delle api ogni singolo individuo esiste in funzione del suo essere “parte necessaria” della comunità: non esiste come individuo a se stante ma come parte integrante di un organismo complesso di cui è compartecipe. In questa “Società”, perfettamente organizzata, l’insieme  (l’alveare) ha raggiunto un grado di organizzazione talmente perfetto da essere considerata come un vero “unicum”, un organismo complesso ma unico, perfettamente funzionante.
In questa città-alveare, come in ogni Società che si rispetti, ognuno ha il suo compito ben preciso e la sua funzione. La regina, i fuchi, le api operaie, che si dividono in esterne (bottinatrici) ed interne (casalinghe), operano in perfetta sintonia. Un alveare tipo, nel pieno della sua attività, comprende una struttura cosi concepita: una regina, 300 fuchi, 25mila api esterne, 25mila api interne, 9mila larve nell’incubatoio (da nutrire), 20mila larve nella fase di pupe e circa 6mila uova depositate nelle celle. Nell’alveare la divisione dei compiti stabilisce la reale gerarchia che le caste rivestono all’interno: La regina, i fuchi e le operaie. Il riconoscimento degli appartenenti alle tre caste è semplificato anche dalle differenze nell’aspetto esteriore e per la diversa struttura anatomica.La riproduzione della specie avviene solo ed esclusivamente attraverso l’ape regina, l’unica dotata di apparato riproduttivo e quindi feconda, perché tutte le altre api sono sterili. Il sistema riproduttivo è semplice e complesso allo stesso tempo. Nel periodo stabilito la regina, dopo aver effettuato il volo nuziale e l’accoppiamento che la feconda, ritorna nell’alveare e comincia a depositare un uovo in ogni celletta; dopo tre giorni dalle uova escono le larve vermiformi che vengono nutrite per tre giorni con pappa reale, tutte indistintamente. Dal quarto giorno solo una, la nuova ape regina, continuerà ad essere nutrite con questo alimento, mentre le altre, che diventeranno operaie, riceveranno solo miele e polline). E’ questa una straordinaria alimentazione selettiva che stabilisce, partendo da un’unica base uguale, la scelta della nuova matriarca che dovrà successivamente guidare la comunità. Il costante nutrimento con la pappa reale, infatti, consente lo sviluppo completo dell’organismo dell’ape che diventerà regina, in particolare del suo sistema riproduttivo. A differenza delle api operaie, nate da uova fecondate, i fuchi sono generati da uova non fecondate: non tutte le uova, infatti, vengono fecondate durante il volo nuziale: le uova “vergini” daranno vita a larve da cui nasceranno i fuchi. E’ questo un tipico esempio di riproduzione senza fecondazione o partenogenesi. 
La città alveare è un vero regno matriarcale. L’ape regina, la matriarca della comunità, vive fra i tre e i quattro anni. Essa è più lunga di circa un terzo dell’ape operaia: ha la testa più piccola, le antenne più corte e l’addome, più grosso ed allungato, oltre che presentare una colorazione più brillante; le sue ali sembrano più piccole di quelle dell’operaia. Essa, al pari delle operaie, possiede un pungiglione che utilizza contemporaneamente come ovodepositore ed organo di difesa contro altre regine o fuchi. In ogni alveare, normalmente vi è una sola regina, che nasce da un uovo deposto dalla regina precedente e di cui prenderà il posto. Essa viene allevata in una speciale cella al centro del favo e alimentata con pappa reale dalle api operaie; viene accudita con grande attenzione, pulita e “coccolata”, finché, all’età di sedici giorni non è considerata adulta. Talvolta può succedere che vengano allevate contemporaneamente più regine, ma la maggior parte di esse viene uccisa a colpi di pungiglione dalle altre, mentre le superstiti sciamano.

Il governo attento dell’alveare da parte della regina è un compito non indifferente. Essa deve assicurare una regolare deposizione delle uova, l’unica maniera atta a garantire la sopravvivenza della comunità. L’alveare, infatti, è una città sterminata, popolata anche da centomila individui che devono sottostare ad una rigorosa suddivisione del lavoro. Tutti debbono essere perfettamente operativi: nemmeno l’ape regina si sottrae alla regola: la collettività esige da lei un’attività riproduttiva incessante; può deporre, infatti, più di duemila uova al giorno, che equivalgono ad un peso pressappoco pari a quello dell’ape regina stessa.   L’ape regina viene fecondata una sola volta in tutta la sua esistenza, durante il famoso volo nuziale; dopo l’accoppiamento immagazzina circa venticinque milioni di spermatozoi del maschio nella propria borsa  spermatica, una piccola sacca attaccata all’apparato riproduttore. Le cellule germinali maschili conservate in questo ricettacolo serviranno a fecondare le uova al momento del passaggio nell’ovidotto, dopo la maturazione negli ovai. Nell’alveare, come una vera citta stato, tutti hanno un compito ben definito a cui nessuno può sottrarsi.
I Fuchi, il cui compito è solo quello della riproduzione, quindi di fecondare la regina, non svolgono nessuna altra mansione se non quella riproduttiva. Privi dell’apparato nutritivo chiamato ‘ligula nettarifera’  i maschi sono incapaci di alimentarsi: debbono essere alimentati per tutta la vita dalle api operaie. La loro breve vita, che dura circa tre mesi, finisce al termine dell’estate, quando, cacciati via dall’alveare perché inutili ed incapaci di procurarsi il cibo, moriranno di  fame. Le api operaie, invece, sono l’asse portante dell’intera comunità. Esse svolgono tutte le funzioni necessarie al buon funzionamento dell’alveare. Già da giovanissime (a circa 20 giorni dalla nascita) iniziano a prestare la propria opera con l’adibizione a piccoli lavori interni nell’alveare. Il lavoro, ripartito in base all’età delle operaie, inizia con la pulizia dell’alveare, poi dopo circa 12 giorni di vita, le nuove api faranno le nutrici e alimenteranno la regina con la pappa reale; successivamente daranno inizio alla produzione della cera necessaria alla struttura dell’alveare, alla guardiania (contro gli intrusi) ed alla ventilazione dell’alveare per mantenere una temperatura costante. Infine, ormai adulte, cominceranno il lavoro più faticoso, quello di bottinatrici, raccogliendo il nettare e volando incessantemente da e per l’alveare, macinando un’infinità di kilometri. L’attività di bottinatrice è certamente quella più pesante: per trasportare nell’alveare un litro di nettare occorrono circa 100.000 viaggi. Spesso in quest’ultimo compito da adulte le api muoiono di stanchezza fisica, dopo aver dato tutto se stesse alla comunità di appartenenza.
L'ape, da che mondo è mondo, è stato considerato sempre un essere avvolto da un inspiegabile velo di mistero! Agli occhi degli antichi l’ape era considerata una messaggera, che “viaggiava sui sentieri della luce” portando con sé i messaggi che gli uomini inviavano agli Dei.  Emblema indiscusso dell'operosità fin dai tempi antichi l’ape è stata protagonista e  simbolo in miti, leggende e religioni. Protagonista, nota fin dalla preistoria, per la propria utilità. La mitologia greca considerava le api “messaggere delle Muse” per la loro sensibilità ai suoni, ma anche il simbolo del popolo obbediente al suo re. Quando, secondo la leggenda, Zeus bambino fu nascosto dalla madre Rea in una grotta del monte Ida a Creta per sottrarlo al padre Crono che voleva divorarlo, fu nutrito, oltre che dal latte della capra Amaltea, da un miele prodotto dalle api locali. Particolarmente considerata era anche l'organizzazione dell'alveare, descritta con ammirazione da Plinio il Vecchio e presa a paragone per la sua laboriosità dallo stesso Cicerone. L'ape era considerata anche simbolo del coraggio, per la sua determinazione nell'attaccare gli aggressori.
Cari amici studiare il mondo delle api, quel fantastico mondo costituito di una perfetta e funzionante città-alveare, dove regna un ordine armonico e incredibilmente operoso, mi ha fatto riflettere molto. Mi ha fatto paragonare, rapportare, quel loro mondo al nostro. L’evoluzione umana, lenta ma continua nel tempo, non è riuscita nel lunghissimo periodo, dall'apparizione dell’uomo sulla terra ai nostri giorni, a trovare una armonica organizzazione che consentisse di vivere ed operare nel pianeta in modo pacifico e operoso, dove a ciascuno viene affidato il suo compito. Il nostro mondo si evoluto poco saggiamente (forse in molti periodi involuto), creando quel clima caotico e litigioso, di odio inestinguibile tra le parti, che da millenni ci perseguita. Certo nessun modello, perfettamente funzionante e funzionale in una comunità, può essere applicato banalmente ad un’altra dove, invece, può rivelarsi inadeguato. Può, però, costituire modello di analisi. Lo studio attento  di un modello che funziona “bene” può servire per capirne l’essenza, per estrapolare da esso ciò che può essere felicemente applicato in un altro modello. Ecco perché credo che un’attenta osservazione del mondo delle api possa essere utile ad introdurre nella nostra organizzazione umana accorgimenti e sistemi migliorativi dello status quo.
Situazione, quella nostra attuale, litigiosa e conflittuale, dove l’individualismo continua a crescere mentre i valori comuni,  quelli che costituiscono il “patrimonio dell’intera comunità”, si stanno sempre più impoverendo. Non sta a me suggerire o dare soluzioni; vorrei solo invitare tutti  a riflettere sul funzionamento sbagliato del “nostro mondo”, un mondo cosi imperfetto, rispetto a quello dell’alveare! Basterebbe una sola considerazione per dimostrarlo. Nella città-alveare tutti lavorano, ognuno nella sua mansione, alta o qualificata che sia. Nessuno resta inoperoso ma tutti apportano la propria capacità al servizio e nell’interesse della Comunità. A differenza della nostra società dove in pochi lavorano e in tanti, soprattutto giovani, sono invece costretti a mendicare il pane ai pochi “privilegiati” che lavorano! C’è proprio da meditare e riflettere, molto!

Giunto al termine di questa lunga chiacchierata sulle api, debbo dirvi che non sono riuscito, come avrei voluto, a parlarvi delle straordinarie qualità del loro prodotto: il “MIELE”. Credo che potrà essere oggetto di una delle mie prossime riflessioni. Sono certo che ne varrà la pena!
Grazie, cari amici, della Vostra sempre splendida attenzione.
Mario


lunedì, novembre 19, 2012

IL FUMO, CROCE E DELIZIA DEL GENERE UMANO. IL SUO USO (ABUSO) COSTRINGE A PRIVARSI DELLE “TRE ESSE” PIU’ IMPORTANTI: SOLDI, SESSO E SALUTE.

Oristano 19 Novembre 2012
Cari amici,
questa mattina mentre facevo la mia solita passeggiata in città ho avuto occasione di osservare, mentre chiacchieravano sedute al tavolino di un bar abbastanza frequentato, tre ragazze molto giovani. Credo fossero ancora sotto i 18 anni, anno più anno meno. La mia attenzione è stata attratta soprattutto da una di esse, forse la più giovane, che appoggiata allo schienale della poltroncina d’alluminio, fumava una lunga sigaretta ben stretta dalle Sue labbra; con forza, mantenendola tra l’indice ed il medio della mano, effettuava una lunghissima inspirazione, quasi volesse consumare in un solo istante la sigaretta. Sembrava un bisogno forte, un desiderio da appagare in modo totale, senza indugi. Anche le altre due, al tavolino con Lei, fumavano ma in modo più distaccato.

L’immagine di questa forte “voglia di tabacco” mi è rimasta impressa e, continuando la mia strada, mi sono trovato a riflettere, ad interrogarmi, su cosa abbiamo fatto in questi anni per scoraggiare questa cattiva abitudine al fumo, questo “vizio”, che tanto danno crea non solo agli individui ma alla collettività intera. L’Italia fino al 2004 figurava al secondo posto nella classifica mondiale dei paesi importatori di tabacco pur avendo una produzione interna considerevole. La legge, che a partire dal 2004 ha bandito il fumo dai locali pubblici e aperti al pubblico, ha portato l’Italia ad essere il Paese all'avanguardia nel mondo nella battaglia scatenata contro il fumo. Gli studi condotti dalla Doxa per conto dell’Osservatorio su Fumo Alcol e Droghe (OSSFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità hanno dimostrato che il provvedimento legislativo ha iniziato a produrre la sua efficacia e confermato la seppur lenta ma costante diminuzione della percentuale di fumatori nel nostro Paese.

L’abitudine al fumo in Italia  è un’abitudine ancora molto radicata. Se gli effetti della Legge del 2004 hanno inizialmente fatto calare lentamente il consumo (il picco del calo è stato raggiunto nel 2008), secondo il "Rapporto sul fumo in Italia – 2009” i dati ricavati dall'OSSFAD evidenziano, già a partire dal 2009, una brusca risalita nella crescita del numero degli italiani che fumano. Stando alle statistiche effettuate su un campione rappresentativo della popolazione, in Italia ci sono oggi circa 13 milioni di fumatori (circa 7,1 milioni, pari al 54,6%, di uomini e 5,9 milioni, pari al 45,4%, di donne). L’età media alla quale si accende la prima sigaretta resta pericolosamente al di sotto dei 18 anni e la diffusione del fumo tra i giovani, nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni, è alta: un maschio su tre e una femmina su cinque fumano, e la percentuale sale addirittura un po’ nella fascia di età tra i 25 e i 44. Anche sugli effetti delle legge del 2004 il dato “giovanile” risulta in  controtendenza e deve, perciò, costituire motivo di grande attenzione; emerge, dalla lettura delle statistiche, che ad una generale tendenza alla diminuzione dei fumatori fa eccezione la fascia di età più giovane: la sigaretta, nonostante il divieto, è riuscita ad accrescere il suo fascino tra giovani fumatori sia maschi che femmine. In sostanza il numero globale dei fumatori diminuisce, mentre il numero dei fumatori e delle fumatrici “giovani” aumenta.
Se in passato le donne fumatrici erano molto meno degli uomini, ora le statistiche dicono che sono quasi in parità. In Italia il tabagismo è diffuso tra li 19,7 per cento della popolazione femminile (quella maschile è al 23,9 per cento). Nella sostanza ben 5,2 milioni di italiane sono dipendenti dalle sigarette! I nostri dati non sono molto diversi da quelli del resto del mondo. Di fronte a questi dati, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di orientare la campagna anti-tabacco proprio verso le donne e ha dato vita alla “World No-Tobacco Day”, alla giornata mondiale senza tabacco. Particolarmente preoccupante è la crescita del consumo di tabacco tra le ragazze: il nuovo rapporto dell'OMS "Donne e Salute" ha evidenziato che la pubblicità del tabacco è sempre più indirizzata alle giovani. 

“I dati provenienti da 151 Paesi mostrano che circa il 7 per cento delle adolescenti fuma sigarette, rispetto al 12 per cento dei ragazzi", ha dichiarato Enrico Garaci, Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità in occasione dell'inaugurazione del XII Convengo Nazionale sul Tabagismo e Servizio Sanitario Nazionale. Oltre a fermare al più presto il consumo di sigarette tra gli adolescenti, è fondamentale e prioritario "Che le generazioni di italiane tra i 40 e i 60 anni smettano di fumare" afferma Carlo La Vecchia, dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, "È infatti tra queste generazioni di donne che cominciano ora a diffondersi le malattie e le morti legate al fumo".
Le statistiche sul fumo, a leggerle, sono proprio impietose. I fumatori nel mondo sono più di 1 miliardo e 100 milioni (800 milioni nel Terzo Mondo; 300 milioni in Occidente). Ecco qualche dato. I tredici milioni di fumatori italiani spendono “in fumo” circa 13 miliardi di Euro ! Di questa cifra lo Stato ne introita una buona parte: circa 11 miliardi. All’apparenza queste cifre indicherebbero un buon introito per lo Stato, ma cosi non è. Il costo annuo per curare le patologie dei fumatori in Italia oscilla tra i 10 ed i 25 miliardi di Euro! In Italia ogni anno il fumo causa la morte di 80-90.000 persone (è come se ogni giorno precipitasse un jumbo jet senza alcun superstite a bordo),  il fumo è responsabile di 1/3 di tutte le morti per cancro e del 15% di tutte le cause di morte: una morte ogni 6-7 è attribuibile al fumo; il fumo fa una vittima ogni 7 minuti: un numero di morti circa 10 volte superiore a quello di tutti gli incidenti stradali e circa 100 volte superiore a tutti gli omicidi.
Cari amici che dire? Il fumo, questa voluttuosa nuvola profumata che ammalia,  è capace di “mandare in fumo” almeno tre cose importanti della nostra vita: SOLDI, SESSO E SALUTE. i Soldi, che, spesi per il fumo, mancano per altri acquisti importanti e minano il già magro bilancio della nostra famiglia;  il sesso, in quanto la normale vita di coppia risente pesantemente del fattore fumo. Basti pensare che il fumo è tra i maggiori colpevoli delle disfunzioni sessuali. Nella cura delle disfunzioni erettili si è appurato che oltre il 48% del campione esaminato era fumatore o lo era stato. Tale disfunzione era presente anche nel campione esaminato dei giovani sotto i 40 anni, dove il fumo incideva in modo credibile; la salute in generale, soprattutto quella relativa all’apparato respiratorio e cardio circolatorio,  risente in modo concreto dei danni causati dal fumo.
"Il fumo uccide". Questa la frase scritta sui pacchetti di sigarette che ha colpito gli italiani più delle altre che obbligatoriamente compaiono su tutti i prodotti da fumo. Se la ricorda l'83.4% dei fumatori. Seguono "il fumo provoca cancro mortale ai polmoni" (57.8%), "il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno" (51.6%), "fumare in gravidanza fa male al bambino" (45.7% ), "il fumo ostruisce le arterie e provoca infarti e ictus" 37%. Una stessa percentuale di fumatori (il 36.8%), sensibile alla perdita della bellezza, ricorda bene che "il fumo invecchia la pelle", mentre al 35% è rimasto maggiormente impresso che "smettere di fumare riduce il rischio di malattie cardiovascolari e polmonari mortali" e il 30.4% del campione ha avuto un forte impatto di fronte alla frase "proteggi i bambini: non far loro respirare il tuo fumo".
E’ tempo, davvero, di trovare una valida soluzione per una drastica riduzione del consumo di tabacco. Non aspettiamo che siano le leggi o la pubblicità positiva a farlo. Possiamo farlo noi, da soli, in modo responsabile. Io sono stato un accanito fumatore per oltre vent’anni. Quando ho deciso di smettere (circa trent’anni fa) l’ho fatto senza usare prodotti o consulenze psicologiche: ho usato solo la mia forza di volontà e ci sono riuscito. Credo che in tanti possano farcela!
Cari amici, la scoperta dell’America, fatta da Colombo nel 1492, ha aperto all’Europa le porte del Nuovo Mondo, ma ha anche portato “nuovi prodotti”, come il tabacco, che hanno radicalmente cambiato il modo di vivere precedente! Utilizziamo, sempre, il “nuovo” con saggezza. Anche quando il ‘nuovo’ sembra portarci la felicità!
Grazie dell’attenzione.
Mario

mercoledì, novembre 07, 2012

GLI STATI UNITI E LA VERA DEMOCRAZIA AMERICANA DELL’ALTERNANZA. OBAMA, RIELETTO PRESIDENTE, RICEVE SUBITO DALLO SCONFITTO ROMNEY GLI AUGURI COME PRESIDENTE DI TUTTI.

Oristano, 7 Novembre 2012
Cari amici,
l’attesa è finita. Il lungo spoglio della notte scorsa, tra l'una e le 7 del mattino (in Italia), dopo la chiusura dei seggi per l’elezione del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, ha dato il suo responso: Obama, dopo una lunghissima e combattuta battaglia, è stato confermato, per un secondo mandato, alla presidenza dello stato simbolo della democrazia nel mondo: gli U.S.A.
Gli Stati Uniti hanno dunque scelto il rappresentante democratico per altri 4 anni. Fra i primi a complimentarsi con lui, sgombrando il campo da possibili contestazioni, è stato proprio Romney, tributandogli il riconoscimento di Presidente di tutti gli americani. Romney, lo sfidante che ha lottato strenuamente fino all’ultimo, non ha esitato ad ammettere subito la vittoria dei democratici e di Obama, non vergognandosi di ammettere la sconfitta. Con grande senso di responsabilità, rivolgendosi alla platea che lo ascoltava, ha detto: "Auguro il meglio a Obama, vi invito a pregare per il presidente eletto". Ha ringraziato poi gli elettori e tutti i supporters che hanno alacremente lavorato per Lui. I repubblicani, comunque, in queste elezioni mantengono il controllo della Camera, mentre i democratici quello del Senato, dove è record per il numero delle donne che ne fanno parte.
Anche Obama, il vincitore, che prima di mostrarsi alla folla ha aspettato il discorso di Romney, nell’atteso discorso alla Nazione da nuovo Presidente per i prossimi quattro anni, ha reso omaggio a tutto il popolo americano per la rinnovata fiducia, confermando che ora sarà in grado di “completare” il suo programma. "Il meglio deve ancora venire" ha detto alla folla che, numerosissima, attendeva le Sue parole. Ha, poi ringraziato tutti i supporters che, ha detto, “hanno lavorato in modo fantastico”, la moglie e tutti gli americani. 

“Grazie, avete portato speranza", ha sostenuto con forza. Nell’applaudito discorso Obama ha parlato in particolare della forte coesione che tiene unito il popolo americano. “La nostra nazione è una famiglia”, ha detto, “che si alzerà o cadrà ‘tutti insieme’, mai disunita”. La famiglia, ha detto, è la vera forza del popolo americano: è dalla famiglia che parte la coesione, l’impegno e lo stimolo a lottare, alla ricerca di quel vivere “tutti insieme” in pace. Ha ringraziato in particolare la moglie Michelle, dichiarando quanto la ami e stimi, oggi più di ieri e  le due figlie, che si augura possano crescere in libertà e serenità. L’unità della famiglia ha aggiunto è la forza basilare di ogni comunità,  aggiungendo poi, scherzando e rivolto alle figlie, che, però, “ in casa un solo cane è abbastanza”! 

Obama, dunque, torna per altri quattro anni alla Casa Bianca più forte di prima. Sicuramente la sua conferma eviterà quel necessario “terremoto” che ad ogni “cambio” di presidenza si verifica nella compagine presidenziale: quello “spoil system” che vede un grande avvicendarsi nelle cariche più importanti di supporto al Presidente. Figura di grande prestigio e potere quella del presidente degli Stati Uniti. Nazione questa, forte di una Costituzione che è tra le più antiche in vigore nel mondo.
La Carta Costituzionale infatti è sempre quella del 1787, con pochi emendamenti,  e regola un immensa federazione: sono 50 gli Stati federati. Al momento della dichiarazione di indipendenza (1776), gli Stati Uniti erano costituiti da 13 stati, ex colonie del Regno Unito. Negli anni seguenti il numero è costantemente cresciuto stante l'espansione verso ovest, con la conquista e l'acquisto di terre da parte del governo americano, e anche a causa della suddivisione degli stati già esistenti, fino a portare all'attuale numero di 50. La bandiera, il simbolo che rappresenta gli Stati Uniti, contiene “la memoria” dello Stato: tredici strisce orizzontali rosse e bianche alternate (la prima dall'alto è rossa) e nel quadrante superiore (sul lato dell'asta)  un rettangolo blu con 50 piccole stelle bianche a cinque punte, disposte su nove file da sei o cinque stelle che si alternano (la prima è da sei). Le 50 stelle rappresentano i 50 Stati federati degli Stati Uniti e le 13 strisce rappresentano le tredici colonie originarie. 

La domanda che molti certamente si pongono è: Come viene eletto negli Stati Uniti il Presidente? All’apparente semplice risposta “viene eletto dal popolo” (che è inesatta) corrisponde, invece, un sistema elettorale,  apparentemente semplice, ma più complicato di quanto possa apparire. Per sfatare un luogo comune, il Presidente americano non è eletto “direttamente” dagli elettori. Essi nella scheda consegnata per l’espressione della preferenza non votano per ”OBAMA O ROMNEY”, ma danno la preferenza ad uno dei “Grandi Elettori” indicati nella scheda, i quali in precedenza si sono già “espressamente dichiarati” verso uno dei due candidati. Per capire meglio il complesso sistema di voto in vigore negli Stati Uniti ecco un breve riepilogo  delle modalità di elezione, ovvero come si arriva a “costruire” un candidato presidente. Il sistema in uso è un marchingegno  poco semplice e abbastanza variegato al suo interno.
Il Sistema americano è un sistema bipartitico, considerata la legge elettorale maggioritaria.  Fondamentalmente i due partiti chiamati in causa sono il Partito Democratico e il Partito Repubblicano, pur essendo presenti altri schieramenti minori. I candidati Presidente e Vice-Presidente vengono scelti in una grande assemblea di partito, chiamata Convention. Fanno parte di questa grande assemblea, i delegati che sono legati ad un candidato e che sono scelti o tramite Caucuses (Caucus: questa parola trova origine nella tribù indiana Algonquin e significa "consiglio", "assemblea"), che sono riunioni di partito, o tramite le più famose Primarie che possono essere aperte o chiuse. La maggior parte degli Stati degli USA si avvale delle Primarie. Nelle Primarie aperte, possono partecipare tutti i cittadini mentre in quelle chiuse partecipano i membri o i simpatizzanti di quel partito. Quindi il candidato Presidente deve ottenere la Candidatura dal Partito e conquistare, poi, per essere eletto la maggioranza dei Grandi Elettori, che rappresentano i singoli stati e formano il Collegio elettorale degli Stati Uniti.

Gli USA, stato federale, assegnano ad ogni stato appartenente, un numero di voti elettorali, equivalente alla somma dei rappresentanti spettanti: con questo sistema sono assegnati un minimo di due grandi elettori più un numero che varia a seconda della popolazione. Negli Usa, per chiarire, è ogni singolo Stato a contare e pesare direttamente nell’elezione presidenziale. I “voti popolari” dei cittadini si contano Stato per Stato, non al livello nazionale. Colui che vince, anche di uno solo voto, in uno Stato conquista tutti i Grandi Elettori in palio in quello Stato. I grandi elettori, insieme, formano il “ Collegio dei Grandi elettori”, costituito da 538 delegati (100 senatori e 438 deputati) e sono l’organo deputato a eleggere il presidente degli Stati Uniti. Le elezioni presidenziali sono quindi “indirette”: è loro tramite che i cittadini americani, esprimono la loro preferenza e quindi sono successivamente i “Grandi elettori” che, una volta eletti, si riuniranno per eleggere il Presidente, nel mese di dicembre. La particolarità del sistema bipolare americano fa si che, considerato che al candidato-presidente che ottiene la maggioranza in un determinato Stato sono assegnati tutti i grandi elettori del suddetto stato, Esso può essere eletto presidente pur non avendo ottenuto la maggioranza del voto “globale” espresso da tutti gli elettori americani, come successe nel caso Bush - Al Gore nel 2000, e come pare sia avvenuto anche ieri, avendo Romney avuto a suo favore un maggiore “globale” voto popolare rispetto a Obama. E’ sufficiente, dunque, avere a proprio favore almeno 270 grandi elettori per assicurarsi la vittoria.
“La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, sosteneva Abraham Lincoln, e gli americani continuano su questa strada. L’evento conclusosi eri notte è stato seguito in diretta Tv, via satellite e su Internet, da miliardi di persone. L’importanza di questa scelta interessa il mondi intero. L’ansia per la scelta tra il democratico Barack Hussein Obama, avvocato e professore di diritto costituzionale, e l’imprenditore repubblicano pluri-laureto Mitt Romney ha tenuto col fiato sospeso il mondo intero da est a ovest, da nord a sud. Ora, senza scossoni, senza cambi di rotta, la politica avviata da Obama prosegue e gli consente di dichiarare che porterà avanti il suo piano “più forte di prima”. Si raccolgono già le prime impressioni negli altri Stati e Organizzazioni del mondo. Dalla NATO (che si augura di poter continuare una stretta collaborazione) alla ANP (i palestinesi sperano che il rinnovato mandato sia foriero di pace in M.O.), dall’Europa (la Merkel si augura che Obama porti avanti quella iniziata collaborazione che possa sconfiggere la grave crisi economica e finanziaria) all’Italia (il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha dichiarato che "L'America è più forte e rappresenta un'ulteriore grande opportunità per l'Europa e l'Italia"), tutto il mondo plaude al rinnovato incarico presidenziale ad Obama.
Nonostante tutto Obama è atteso da sfide di grande spessore. La grande pesantezza del debito pubblico americano, la recessione che comincia come un cancro ad insinuarsi anche in larghi strati della popolazione americana, è una grande sfida che Obama cercherà di combattere e vincere. In questo millennio, governato più che dalla sapienza e lungimiranza di ogni singolo Stato, da quella “Globalizzazione” che mette insieme ricchi e  poveri, stati industrializzati ed in via di sviluppo o molto arretrati, giocherà un ruolo importante e, forse, determinante la capacità di uscire dai singoli egoismi di parte: senza la necessaria sussidiarietà, senza guardare alle necessità, ai bisogni, del vicino neanche chi è benestante potrà godere in solitudine del suo apparente benessere.
 “Aggiungiamo un posto a tavola”, non facciamo come il ricco Epulone citato nel Vangelo che dalla sua tavola imbandita lasciava cadere solo le briciole con le quali il povero cercava di sfamarsi. E’ tempo di allargare la tavola, far partecipare anche gli altri, dividendo equamente le risorse. Non sarà facile ma, credo, che sia necessario almeno provarci, se vogliamo, davvero, sperare in un mondo migliore, di pace e serenità.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario


domenica, novembre 04, 2012

ORISTANO: PASSEGGIANDO NEL CENTRO STORICO IN CERCA DI FALSI “PERSONAGGI D’AUTORE”. ADESIONE E PARTECIPAZIONE ALLA “IX GIORNATA NAZIONALE DEL TREKKING URBANO”, ALLA SCOPERTA DELLA STORIA DI “ARISTANA” E DI ALTRI PERSONAGGI INESISTENTI!


Oristano 4 Novembre 2012,
Cari amici,
ieri si svolta una bellissima passeggiata nel centro storico della città. 
Quest’anno Oristano ha dato piena adesione alla partecipazione alla “IX GIORNATA NAZIONALE DEL TREKKING URBANO”, ideata nel 2002 dal Comune di Siena, e che oggi annovera una bella rete di Città storiche partecipanti. L’evento, curato dall’Assessorato al Turismo del Comune di Oristano in collaborazione con il CONI, la Pro Loco, i Lions e il Rotary club, Slow food e Cavatappi d’idee e la Cooperativa La Memoria Storica, ha coinvolto, oltre l’assessore al Turismo Peppino Marras, il direttore dell’Antiquarium Arborense Raimondo Zucca. Sono trentaquattro le città italiane che hanno aderito a questa IX edizione della manifestazione che quest’anno ha per titolo “Storie comuni di uomini e donne non comuni”: Amelia, Ancona, Arezzo, Ascoli Piceno, Avellino, Bari, Biella, Bologna, Brescia, Cagliari, Chieti, Cosenza, Fermo, Foggia, Forlì, Mantova, Massa, Napoli, Oristano, Padova, Pavia, Perugia, Pisa, Pistoia, Rieti, Roma, Salerno, Spoleto, Tempio Pausania, Trento, Treviso, Urbino e Venezia.
Il trekking urbano, una delle nuove frontiere del turismo sostenibile e sensoriale, ogni anno coinvolge decine di capoluoghi italiani e consente di “riscoprire le città”, come spazi da percorrere a piedi senza fretta, riappropriandosi del tempo, della memoria e dell’identità dei luoghi.  Percorrere gli itinerari proposti è aggregante e rilassante; seguire, tutti insieme, le tracce dei tanti personaggi, reali o leggendari che non risultano dai libri di storia, consente di analizzare collegialmente il “significativo contributo”, anche fantasioso, dato alla vita della comunità.
La fervida mente del prof. Zucca ha ideato per Oristano un percorso a cui è stato dato il titolo di “Storia di Aristana e di altri uomini e donne non esistenti”. Titolo ben appropriato se pensiamo che per un lungo periodo le false “Carte di Arborea” hanno aggiunto alla reale, concreta e luminosa storia di Oristano, fatti, avvenimenti e  personaggi esistiti solo nella ironica fantasia degli autori. Per chi volesse approfondire l’argomento l’ottimo libro di Paolo Gaviano  “LE CARTE D’ARBOREA” (Editrice S’Alvure – ediz.1996) riepiloga in modo completo l’intera operazione. L’imbroglio o lo scherzo, se cosi lo possiamo chiamare, fu concepito con grande capacità e furbizia, avvalendosi di supporti sia cartacei che di scrittura (inchiostri) molto raffinati per l’epoca, e capaci di notevole inganno. L’occasione di questa “passeggiata storica” è stata davvero propizia per “rispolverare” la storia di quei codici e pergamene clamorosamente falsi ma presi seriamente per autentici. Falsi che ingannarono in particolare l’allora Sindaco di Oristano e deputato Giovanni Corrias che, convinto della bontà delle carte si adoperò per far stanziare nel 1860 la bella somma di 1500 lire per acquistarle. Non solo. La gioia e l’orgoglio del ritrovamento di simili “pezzi di storia” fece si che nel 1876, sedici anni più tardi, quando in Italia ed anche all’Estero ormai il mondo accademico dubitava fortemente della loro autenticità e sosteneva con convinzione la falsità di detti reperti, il Comune, invece, deliberava che dodici vie della città venissero dedicate ad altrettanti personaggi “inesistenti” contenuti nelle ormai dichiarate “false” Carte d’Arborea. 


Ed ecco, presenti ancora oggi in gran parte, importanti vie della città giudicale fregiarsi pomposamente di personaggi, come Guantinu, Severino, Paulesu, Colmone, Torbeno Falliti, Aristana, Cisipo, Gallo, Corelio, Gialeto ed Ammirato; tutti personaggi inventati di sana pianta dalla fervida fantasia dei due canonici De Castro e Nino, uno di Oristano, l’altro di Bosa; con la complicità dell’allora direttore dell’Archivio storico di Cagliari, Pillito. A stare un po’ attenti tutto questo non sarebbe dovuto succedere, in quanto l’Accademia di Berlino già nel 1870, sei anni prima della decisione del Comune, aveva smascherato l’imbroglio ribadendo la falsità dei documenti. Neppure successivamente, almeno in senso riparativo, fu mai attivato atto alcuno e i mitici personaggi continuano ancora a figurare nelle formelle apposte sulle vie e nella corrispondenza indirizzata ai cittadini. Recentemente, nel 1996, il professor Antonello Mattone, dell’università di Sassari, nel corso di un convegno internazionale, pose definitivamente la parola fine su questa grandiosa burla che mise a rumore tutto il mondo scientifico.Il prof. Zucca ha voluto in questo gradevole percorso, attivato in occasione della IX giornata nazionale del trekking urbano, ripercorrere proprio la storia di questa grande “bufala”, che ha insperatamente coinvolto tanti cittadini, anche molto giovani, tra i quali, credo, in tanti  ignoravano o poco conoscevano questa storia. Per la cronaca della giornata, alla quale curiosamente ho partecipato, debbo confermare che è stata un vero successo di pubblico e di giovanile partecipazione.  Ecco la sintesi della serata.

Il raduno, fissato per le 15,00 in piazza Eleonora, ha fatto partire “la passeggiata” alle 15,30; accompagnato dalla banda musicale il corteo si è snodato per le vie dell’antico centro storico cittadino percorrendo circa 5 kilometri. Tre le fermate intermedie: alla bifora di S. Chiara la prima, presso il Gremio dei contadini in via Aristana la seconda ed in via Goito (ex via Corelio) la terza. Il rientro, dopo due ore circa, in piazza Eleonora per la conclusione del percorso, dove, previa esibizione della banda musicale S. Cecilia,  si è assistito alla rappresentazione della farsa “Tanto rumore per nulla” a cura della compagnia teatrale “Aristana” e dell’associazione culturale “Il ferro dorato”. Quasi cinque chilometri di passeggiata nella città antica non hanno fiaccato le forze dei tanti partecipanti che hanno applaudito a lungo sia la banda che gli attori della Compagnia teatrale. A chiudere  degnamente l’interessante serata un rinfresco a base di vernaccia e mostaccioli: le nostre tipiche e graditissime specialità oristanesi!

Credo che questa giornata molto gradevole e condivisa abbia stimolato in tutti la partecipazione.  Una bella giornata “insieme”, trascorsa in luoghi poco inquinati come il nostro territorio, è in grado di far ritrovare la gioia dello  “stare insieme”, di ricreare quella “aggregazione” capace di coltivare degnamente in ciascuno il benessere sia della mente che del corpo, anche attraverso il ritorno alla velocità del passo umano. Percorrere a piedi la città, al ritmo degli uomini che l'hanno costruita molti secoli fa, riporta anche noi indietro nel tempo, scacciando, almeno per un momento, i  ritmi assillanti e angoscianti della civiltà del terzo millennio.
Un invito questo a rinnovare, di anno in anno (se non più volte…nell’anno), un simile percorso!
Grazie dell’attenzione.
Mario


venerdì, novembre 02, 2012

DEMOCRAZIA E RAPPRESENTANZA: QUANDO RINUNCIARE AL VOTO SIGNIFICA RAFFORZARE IL PROFESSIONISMO POLITICO. L’EFFETTO PONZIO PILATO ORMAI DILAGA.

Oristano 2 Novembre 2012


Cari amici,

da pochi giorni si sono chiuse le urne in Sicilia per il rinnovo del Consiglio Regionale. Il dato più evidente in queste elezioni regionali siciliane, che hanno visto prevalere il candidato del centrosinistra Rosario Crocetta, è senza dubbio quello dell’astensione record.
A votare è andato solo il 47,42% dei siciliani: ciò significa che più della metà degli elettori ha preferito restare a casa, e che il vero partito di maggioranza nell’isola è rappresentato dagli astenuti. Lo sconcertante dato è il risultato di una disaffezione sempre più marcata degli elettori verso quella politica ormai logora e marcia, in grado di erodere le fondamenta democratiche dell’intero Paese. per comprendere meglio la realtà del voto siciliano si precisa che il vincitore, Rosario Crocetta, sostenuto da Pd e Udc ha messo insieme un 30,5% dei voti espressi, ma in realtà, considerata l’altissima astensione, governerà la Sicilia attraverso l’espressione in suo favore di un modestissimo 15% dell’intero elettorato siciliano. Dato sconcertante se pensiamo che è la somma dei voti di due partiti importanti: PD e UDC.

L’analisi di questo voto mette in luce una situazione politica di una pericolosità impressionante! Senza contare che ai dati prima indicati si deve aggiungere il risultato raggiunto dal partito di nuova formazione capitanato da Grillo, il Movimento 5 Stelle, che risulta il primo partito oggi in Sicilia con l’acquisizione di un 14,90% dei voti espressi. Tra un PDL che predica un neo populismo, un PD incapace di conciliare vecchio e nuovo e un Centro indeciso se allearsi a destra o a sinistra l’Italia è precipitata in pieno caos: anziché andare avanti sembra quasi tornata indietro, con situazioni simili al caotico periodo prebellico di non lontana memoria. L’errore più grande, però, a mio avviso è quello del disimpegno, del lavarsene le mani, del “vedetevela Voi”.
 
A me, che amo riflettere sui comportamenti umani, sembra di rivedere la scena del processo a Gesù, chiamato a difendersi di fronte al Governatore romano Ponzio Pilato. Quando alla fine una decisione doveva essere presa, ed era necessario farlo, Pilato volle disimpegnarsi, decidendo di “Non decidere”, trincerandosi dietro quel comportamento che, poi, da lui preso il nome di “Pilatesco”. Per gli amanti delle note riporto cosa scrisse Matteo nel suo Vangelo, al capitolo 27: “Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla e disse: "Non sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi!".
Cari amici, credo che anche quell’abbondante 52% di siciliani che non è andato alle urne si è comportato proprio come Pilato, perché davanti ad una decisione importante per la democrazia in Sicilia e di riflesso anche in campo nazionale, ha codardamente pensato: “Vedetevela Voi”, delegando agli altri, ai pochi andati alle urne, il compito di prendere la decisione. Delegare un diritto-dovere importante come il voto è qualcosa di molto preoccupante; significa che chi lo fa si trova in uno stato di totale sfiducia nei confronti delle Istituzioni, considerandosi inutile e quindi delegittimandosi! Se pensiamo che per secoli si è lottato con sudore e sangue per far  valere questo sacrosanto diritto, unico modo reale e concreto per garantire una seria democrazia rappresentativa, il comportamento di astensione prima evidenziato fa un effetto terribile. Esso fa capire che il malessere che attraversa l’Italia in lungo e in largo ha raggiunto dimensioni molto preoccupanti. Quando il cittadino elettore arriva alla rassegnazione, a pensare che “non gli importa più nulla”, che “succeda quel che succeda”, la baracca diventa cosi instabile, così traballante, da far pensare che sia in procinto di cadere.
L’Italia ha necessità di una forte dose di ottimismo e di una massiccia iniezione di credibilità. Gli scandali ultimi, che hanno evidenziato un generale coinvolgimento di quasi tutte le forze politiche in campo, sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La corruzione, che come un cancro ha corroso tutti gli strati e tutti i livelli delle strutture pubbliche, ha talmente impressionato la gente da scoraggiarla, da far gettare la spugna anche ai più caparbi. Il dato che ha interessato oggi la Sicilia potrebbe non essere un caso isolato di protesta. Lo scenario che si affaccia sulle prossime elezioni politiche non solo non è sereno ma rischia di essere più complesso di quello che apparentemente sembra. Se la disaffezione che ha colpito oggi la Sicilia non fosse un caso isolato ma come un pesante sasso lanciato nello stagno allargasse i suoi cerchi concentrici al resto d’Italia, potremo vivere una situazione e dir poco terrificante. Se oltre il 50% degli italiani non andasse a votare, se il neonato movimento 5 Stelle, dando retta alle previsioni spuntasse percentuali tra il 20ed il 25% diventando il primo partito, il caos sarebbe imperante. Le altre forze in campo di destra, di centro e di sinistra vedrebbero non solo ridotto il loro potere ma soprattutto continuerebbero una lotta interna ed esterna capace di ricreare nella nostra nazione quel caos politico-istituzionale anticamera del totalitarismo, già vissuto in Italia negli anni ’30 e che portò al fascismo ed in Germania, invece, portò alla nascita del nazismo.
Non voglio aggiungere altro. Senza un serio esame di coscienza da parte di tutti anche il “salvataggio” economico portato avanti dal governo Monti finirebbe nel cestino. E’ ora che si smetta di litigare a destra ed a sinistra. E’ ora che sia portata avanti la nuova legge elettorale, le leggi che vietino ai corrotti di candidarsi e che si metta fine agli sprechi pazzeschi che continuano, “nonostante le apparenze”, in tutti gli ambienti della pubblica amministrazione, a partire dal ridimensionamento degli emolumenti dei parlamentari ed, a cascata, di tutti i componenti le altre Istituzioni intermedie: dai grandi dirigenti, ai manager pubblici, magistratura inclusa. Risanare l’Italia è un dovere di tutti, nessuno può tirarsi indietro, a nessun livello.
Nel chiudere questa mia riflessione penso ai giovani, ai tanti che pur in possesso di validi titoli di studio sono senza lavoro. Senza questo nostro sforzo comune, senza un risanamento serio, il loro futuro non esisterà. Dovranno emigrare, toccare con mano “quanto sa di sale il pane altrui”, e noi della vecchia generazione continueremo a restare qui, a piangere sul latte versato, ad alimentare la bassa forza lavoro degli emigrati.

Riflettiamo senza rassegnazione e con la voglia di cambiare! Obama nella precedente campagna elettorale diceva “YES, WE CAN!”, Si, Noi possiamo; qualcuno oggi dice “IL CAMBIAMENTO, ADESSO!

Grazie della Vostra attenzione.

Mario