sabato, maggio 25, 2024

L'ORIGINE DELL'AGGRESSIVITÀ E DELLA VIOLENZA NELL'ESSERE UMANO. L'ESPERIMENTO DELLO PSICOLOGO ALBERT BANDURA.


Oristano 25 maggio 2024

Cari amici,

Sull’origine dell’aggressività e della violenza, spesso presente nell’essere umano, sono state fatte tante ricerche; gli studiosi si sono cimentati nelle indagini, nell’intento di arrivare a capire se questi mali fossero presenti nell’individuo fin dall’origine, quindi frutto dell’istinto, oppure fossero derivati da possibili, successive imitazioni di comportamenti, magari effettuati dai personaggi di riferimento. Insomma, erano mali presenti nel DNA, oppure successivamente acquisiti per imitazione?   

Questo dubbio sorse anche a filosofi e psicologi del passato, interrogativo successivamente ripreso dai sociologi e psicologi moderni, ma con risultati alquanto diversi tra loro. Alcuni convinti assertori delle antiche teorie dell’HOMO HOMINI LUPUS (citazione latina che risale a Plauto e che fu successivamente ripresa dal filosofo Hobbes), propensi a riconoscere che la principale caratteristica dell’essere umano è l’egoismo innato che porta alla sopraffazione, mentre altri risultano propensi, invece, ad asserire che nell’uomo è presente il mito del “BUON SELVAGGIO”, ovvero inizialmente pacifico e socievole, che viene poi corrotto dalla Società, acquisendo di conseguenza il “seme del male”.

Ebbene, amici, oggi voglio parlare con Voi di un curioso esperimento, realizzato tra il 1961 e il 1963, dallo psicologo canadese Albert Bandura, che lo realizzò partendo dall’analisi del comportamento infantile. L’esperimento messo in atto prevedeva l’analisi comportamentale dei bambini, messi di fronte a determinati comportamenti aggressivi e violenti, effettuati di fronte a loro da un adulto di riferimento. Oggetto dell’aggressione era una bambola di nome Bobo, che, nelle sue previsioni doveva servire a dimostrare, seppure empiricamente, una sua teoria alquanto importante: “La teoria dell’apprendimento sociale”.

Albert Bandura, amici, è considerato uno degli psicologi più influenti di tutti i tempi. In un’epoca in cui il comportamentismo dominava la psicologia, Bandura con la sua teoria dell’apprendimento sociale iniziava ad attribuire importanza, nello sviluppo dell’apprendimento infantile, dell’analisi fatta dal bambino del comportamento messo in atto dall’adulto di riferimento, che lo portava, poi, alla successiva imitazione. Lo studio prima citato, chiamato della “Bambola Bobo”, dal nome commerciale della bambola utilizzata, diede risultati davvero straordinari.

I risultati ottenuti da Bandura ebbero un’eco alquanto forte, tanto che quell’esperimento cambiò il corso della psicologia dell’epoca, poiché l’esperimento della bambola Bobo è stato il precursore dell’analisi della condotta aggressiva dei bambini. Ma vediamo, in sintesi, come si svolse l’analisi predisposta da Bandura. L’esperimento si basava sulla dimostrazione che alcuni comportamenti venivano appresi dai più piccoli imitando le azioni degli adulti. Allo studio presero parte 36 bambini e 36 bambine di età compresa tra i 3 e i 5 anni, tutti alunni della scuola materna dell’Università di Stanford.

I bambini vennero divisi in tre gruppi: 24 vennero esposti al “modello aggressivo”, 24 al “modello non aggressivo” e i restanti al “gruppo di controllo”. I gruppi vennero a loro volta divisi per genere (maschi e femmine). I ricercatori si assicurarono che la metà dei bambini fossero esposti alle azioni di adulti dello stesso sesso e l’altra metà ad alcuni del sesso opposto. Sia nel gruppo aggressivo sia in quello non aggressivo ogni bambino osservava individualmente il comportamento di un adulto verso la bambola Bobo (una bambola gonfiabile di plastica alta un metro e mezzo, che recuperava il suo equilibrio dopo averla fatta dondolare). Nella prima stanza (scenario del modello aggressivo), l’adulto iniziava a giocare con i giocattoli presenti nella stanza per circa un minuto. Dopodiché, assumeva un comportamento aggressivo verso la bambola, picchiandola o utilizzando un martello-giocattolo per colpirle la faccia. Nella seconda stanza (scenario del modello non aggressivo), l’adulto giocava semplicemente con la bambola. Nella terza stanza, invece, i bambini erano da soli e non seguivano alcun modello.

Al termine dell’osservazione, i tre gruppi venivano riuniti in un’unica stanza dove erano presenti Bobo, dei giocattoli neutri e altri riconducibili alla violenza (martelli o finte pistole). Ebbene, come Bandura aveva previsto, accadde che i bambini che avevano assistito al modello aggressivo iniziarono a comportarsi come l’adulto che avevano osservato prima: colpirono ripetutamente il pupazzo, brandirono le armi finte e si dimostrarono più inclini alla sopraffazione verso i bambini degli altri due gruppi. Quelli degli altri due gruppi, invece, erano calmi e volevano soltanto giocare come avevano fatto in precedenza. Un altro aspetto interessante che Bandura e i suoi collaboratori notarono (i bambini erano osservati attraverso telecamere e specchi invisibili), fu la differenza di aggressività tra maschi e femmine. I maschi si dimostrarono molto più irruenti a livello fisico rispetto alle femmine, mentre verbalmente il livello di aggressività era simile in entrambi i sessi.

Cari amici, l’esperimento di Bandura servì a dimostrare che l’aggressività e la violenza non sono innate nella specie umana, ma che queste vengono assorbite, proprio a partire dalla più tenera età, osservando il comportamento aggressivi degli adulti, specie quelli di riferimento. Anche oggi, la violenza e l’aggressività, mali purtroppo sempre più diffusi tra i minori, derivano certamente dagli errati metodi educativi iniziali, a partire da quelli della famiglia, poi della scuola e infine della società.

A domani.

Mario

 

venerdì, maggio 24, 2024

I CORSI E I RICORSI DELLA STORIA. QUANDO IN EGITTO IL VALORE DELLE DONNE ERA UGUALE A QUELLO DEGLI UOMINI. ANCHE LA RELIGIONE NELL’ANTICO EGITTO ONORAVA ED ELEVAVA IL RUOLO DELLA DONNA.


Oristano 24 maggio 2024

Cari amici,

Ad analizzare la storia dell’umanità, ci si accorge che non sempre, col passare degli anni, c’è stato un miglioramento evolutivo, relativamente all'uguaglianza tra uomo e donna. Spesso, infatti, è avvenuta un’involuzione. Ciò che sostengo è dimostrato dallo studio delle antiche civiltà, come ad esempio quella dell’Egitto dei Faraoni, periodo storico in cui la donna era considerata alla pari dell’uomo; a fare la differenza, allora, era la classe sociale di appartenenza ma non il genere, ovvero l’essere uomo o donna. In sintesi, nell'antico Egitto la donna godeva degli stessi diritti legali in capo all’uomo.

I suoi diritti DE JURE (diritto spettante) stabilivano, infatti, che tutte le proprietà terriere discendevano per linea femminile, da madre a figlia (la maternità era considerata una certezza, mentre la paternità era una questione di opinione). La donna, inoltre, aveva il diritto di amministrare i propri beni e di disporne come desiderava; poteva comprare, vendere, essere socia in contratti legali, essere esecutrice testamentaria e testimone di documenti legali; poteva presentare azioni in tribunale e adottare bambini col proprio nome. Insomma le donne nell'antico Egitto erano considerate, a tutti gli effetti, “LEGALMENTE CAPAX”, ovvero in possesso della piena capacità giuridica.

In quella evoluta civiltà era dovuto alle donne il massimo rispetto in quasi tutti gli aspetti della vita, sia civile che religiosa. Gli dèi venerati, infatti, erano sia maschi che femmine, e ognuno era venerato per le sue presunte capacità. Anche la storia della creazione, ad esempio, vedeva protagonisti un dio e una dea: Osiride e Iside. Questa coppia (fratello e sorella), secondo il loro credo, governava il mondo (cioè, l'Egitto), dopo aver insegnato agli umani i precetti della civiltà, l'arte dell'agricoltura e la corretta applicazione dell’uguaglianza di genere.

Amici, questa civiltà per quei tempi era avanti anni luce, rispetto alle altre del periodo, come ad esempio la civiltà greca, dove la donna non aveva minimamente questi diritti. Pensate che le donne nella civiltà egizia potevano sposare chi volevano e divorziare da coloro che non erano ritenuti più adatti a loro; potevano occupare i posti di lavoro che preferivano e viaggiare come desideravano. Uguaglianza valida anche in campo religioso, dove una donna poteva diventare scriba o sacerdotessa. Una volta che una donna diventava scriba poteva entrare nel clero, intraprendere l'insegnamento o diventare medico. Le donne, pensate, venivano consultate anche per l'interpretazione dei sogni!

Una dimostrazione sul ruolo paritario delle donne nell’antico Egitto, rispetto alle donne della Grecia, lo si rileva da questo episodio. Nel IV secolo a.C., in Grecia, ad una donna, Agnodice, fu negata un'educazione in medicina a causa del suo sesso, in quanto in Grecia ciò era vietato alle donne. Agnodice non ci pensò due volte: andò a studiare in Egitto, tornando poi da medico in Grecia, dove – travestita da uomo – poté esercitare la professione. Le donne medico, amici, nell'antico Egitto erano molto rispettate, e la scuola medica di Alessandria era frequentata da studenti provenienti da molti altri Paesi.

Amici lettori, potrei continuare ancora a lungo per dettagliare quanto fosse grande la libertà e la parità della donna nell’antico Egitto, dove  la condizione della donna era incredibilmente avanzata, sotto molteplici aspetti, a ben vedere, anche rispetto ad oggi! Amici, a questo punto ci chiediamo in tanti: “Quando avvenne il declino della condizione della donna nell'antico Egitto? La condizione della donna nell'antico Egitto iniziò a declinare nel IV secolo e.v. (era volgare, ovvero a partire dall'anno della nascita di Cristo) con l’istituzione ed il prevalere delle leggi e della cultura proveniente e derivante da quella greco-romana, che, combinate con l’avanzare del cristianesimo, incoraggiarono la superiorità maschile, relegando la donna al ruolo subordinato che ben conosciamo. Il declino continuò poi nel VII secolo e.v. dopo l'invasione degli arabi musulmani in Egitto.

Cari amici, la perdita della parità per le donne fu una vera e propria involuzione, che arrivò ad un totale annullamento, se pensiamo a come vive ed è considerata, ancora oggi, la donna nel mondo musulmano! Ecco, la triste storia delle donne nel mondo, relegate a svolgere un ruolo subalterno da un maschilismo alquanto difficile da estirpare! Questi sono i corsi e i ricorsi della storia!

A domani.

Mario

 

 

 

giovedì, maggio 23, 2024

LA MOSTARDA: UNA GOLOSO PREPARATO DERIVATO DALL'ANTICA RICETTA DI CONSERVAZIONE DELLA FRUTTA, QUANDO IL FRIGO NON ESISTEVA.


Oristano 23 maggio 2024

Cari amici,

La “MOSTARDA” è oggi considerato un prodotto eccellente del nostro ricco patrimonio culinario. Viene preparata mettendo insieme una bella varietà di frutta (la cui preparazione varia a seconda delle coltivazioni presenti nelle diverse regioni), con ricette, però, alquanto diverse da Nord a Sud. Le sue origini sono molto antiche: risalgono a quando conservare la frutta fuori dalla sua stagione non era facile, in quanto non esisteva la catena del freddo che noi oggi ben conosciamo. I contadini allora dovevano fare i conti con i mesi invernali, e per questo trovarono il sistema per conservare e far durare la frutta il più a lungo possibile.

Si, amici, l'origine di questa preparazione affonda le radici nella storia, arrivando sino agli antichi romani che, per conservare la frutta, utilizzavano come conservante il mosto cotto. Non è un caso, infatti che il termine Mostarda derivi dal latino “Mustum Ardens”, che stava a significare mosto ardente, ovvero piccante. L'usanza di aggiungere alla frutta, in modo più o meno generoso, un pizzico di senape per rendere piccante la preparazione, dovrebbe, però, risalire al Medioevo, o al Rinascimento, quando gli speziali dell'area lombarda diedero vita alla prima ricetta della mostarda con la senape.

Quanto al “luogo di origine”, pare che la prima ricetta della mostarda, come la concepiamo noi oggi, sia di invenzione francese; visto il gradimento ottenuto, poi, la ricetta uscì dalla Francia e, arrivata in Italia, fu perfezionata, sviluppandosi nel Seicento e diffondendosi inizialmente nella pianura padana. L’iniziale preparazione della mostarda comprendeva diversi tipi di frutta, con l’aggiunta di dolcificante ed essenza di senape. Il risultato finale fu un prodotto dolce ma molto piccante, che si sposava facilmente con le pietanze salate, come i bolliti di carne misti, i salumi e i formaggi stagionati.

A far aumentare il gradimento della Mostarda contribuì soprattutto il suo sapore particolarmente ricco di profumi primaverili, che in questo modo venivano trasportati nel periodo invernale che ne è privo, rendendo così la mostarda alquanto ricercata. Con queste caratteristiche la mostarda, così profumata, speziata e golosa, diventò l’accompagnamento preferito per formaggi, carni e dolci. Per le feste, in particolare a Natale, (soprattutto per chi d’inverno vive in climi freddi), trovare in tavola quel variopinto piatto di frutta, da aggiungere al bollito misto o all’arrosto e ai formaggi stagionati e ai dolci, è una gioia di non poco conto!

Oggi, amici, sono davvero tanti i tipi di mostarda che possiamo gustare a tavola! Una delle più note è la Mostarda di Cremona, preparata con frutta mista intera oppure tagliata in pezzi grossi. Vedere a tavola quel tripudio di colori e profumi tra mele, pere, ciliegie, mandarini, fichi e cedro non ha prezzo; c’è poi la Mostarda Mantovana, che è a base di mela campanina, una varietà di mela molto piccola che cresce nella terra dei Gonzaga, nota per il gusto dolce-acidulo. Infine, c’è la Mostarda di Voghera, che risulta molto simile a quella cremonese, anch’essa preparata con frutti misti interi e con uno sciroppo leggermente aromatizzato alla senape. Tra le due, la più piccante è quella cremonese.

In Piemonte, invece, la Mostarda cambia nome; nel Monferrato e nelle Langhe, sentirete parlare di COGNÀ, che è una mostarda dal colore bruno, molto vellutata, a base di uva nera di Barbera, Dolcetto o Moscato, mele cotogne, zucca, pere, fichi, prugne, noci, nocciole tostate, scorza d’arancia e di limone; essa risulta molto dolce e non particolarmente piccante. In Romagna, ad accompagnare formaggi stagionati o stracchini, ma anche come ingrediente di crostate o raviole, si usa la mostarda bolognese; risulta ben frullata e densa, preparata con mele cotogne, pere, prugne secche, mandorle sbucciate, uvetta sultanina, cannella e scorza di limone. Arrivando al Sud, soprattutto in Sicilia e Puglia, la mostarda in realtà non ha nulla a che vedere con le “sorelle” nordiche: l’ingrediente principe è il mosto, accompagnato da noci e fichi.

E non è tutto, amici lettori, perché col tempo è nata anche una variante particolare: al posto della frutta c’è la verdura! Insomma, dalla classica ricetta della mostarda di frutta, si è arrivati a quella di verdura, con l’utilizzo della verdura di stagione, diversa a seconda della zona di preparazione e del periodo. Gli ortaggi che meglio si prestano alla lavorazione sono: zucca, cipolle, peperoni, finocchi, cavolfiori, carote, cetrioli, melanzane e pomodori. A un chilo di verdura sbucciata e pulita si aggiungono zucchero o miele, vino bianco secco, senape e succo di limone. Una sorta di giardiniera ma più ben più corposa e dal sentore dolce-piccante piuttosto che acidulato. Una variante, pensate, alquanto gradita!

Cari amici lettori, da noi in Sardegna la Mostarda non è molto usata, anche se, personalmente, credo che sia, davvero, un eccellente prodotto, capace di accompagnare e insaporire diversi piatti della nostra cucina.

A domani.

Mario

 

 

mercoledì, maggio 22, 2024

L'IMBROGLIO DEL FINTO “RICICLO DELLA PLASTICA”. ECCO LA DENUNCIA DELL’ASSOCIAZIONE AMERICANA “CENTER FOR CLIMATE INTEGRITY”.


Oristano 22 maggio 2024

Cari amici,

Si, amici, “Tra il dire e il fare è proprio vero che c’è di mezzo il mare”! Che la plastica sia la peste del Terzo Millennio, è ormai noto, così come si sa bene che è un prodotto difficile da riciclare! Tuttavia, quando gli interessi commerciali sono molto forti, si cerca fittiziamente di “addolcire la pillola”, millantando “ricicli” che restano, purtroppo, sulla carta, in quanto non solo sarebbero difficili e costosi ma spesso impossibili. L’importante, però, è tranquillizzare il consumatore, che in questo modo si rasserena pensando che col riciclo tutto si aggiusta, mentre, invece, la crescente invasione della plastica continua senza sosta.

Negli Stati Uniti l’associazione ecologista  “Center for Climate Integrity”, urla ai 4 venti che lo strombazzato riciclo della plastica, altro non è che una “frode”!  L’indagine portata avanti ha evidenziato che “Alla base della crisi dei rifiuti di plastica c’è una campagna decennale di frodi e inganni sulla riciclabilità della plastica. Nonostante sappiano da tempo che il riciclo della plastica non è né tecnicamente né economicamente sostenibile, le aziende petrolchimiche si sono impegnate in campagne di marketing e di educazione pubblica fraudolente, volte a ingannare il pubblico sulla fattibilità del riciclo della plastica come soluzione ai rifiuti plastici”.

In realtà il tasso di riciclaggio della plastica negli USA era appena il 5%-6% nel 2021, ma il dato è rimasto nascosto ai consumatori. La Society of the Plastics Industry (SPI) ha introdotto i Codici di Identificazione delle Resine nel 1988, i famosi numeri all’interno di un triangolo e con le frecce, divenuti i simboli ampiamente riconosciuti come indicativo della riciclabilità. Tuttavia, questi simboli hanno fuorviato i consumatori, facendo credere che i contenitori in plastica siano tutti riciclabili e successivamente rimessi in circolo utilizzando il materiale riciclato, il che non è sempre vero. E questo non è tutto.

Secondo il Center for Climate Integrity l’inganno nei confronti dei consumatori va ben oltre le etichette. Vi sarebbe, infatti, una incomprensione di fondo: a differenza di quanto comunicato, la maggior parte delle plastiche è difficile da riciclare a causa della loro struttura molecolare, che si degrada durante la fabbricazione iniziale, con l’invecchiamento e con qualsiasi processo di recupero successivo. Una degradazione che porta la plastica riciclata a costare addirittura di più, nonostante la minore qualità, rispetto alla resini vergini. Insomma, amici, sintetizzando il certosino lavoro svolto dal Center for Climate Integrity, la triste realtà è che “La maggior parte delle materie plastiche non può essere riciclata, non lo è mai stata e non lo sarà mai”, come afferma senza tentennamenti il report; la dimostrazione più evidente è quella detta prima: secondo i dati del 2021 il tasso di riciclaggio della plastica negli Stati Uniti non arriva a superare il 5-6% del totale.

E in Italia cosa succede? Secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna inquinamento di Greenpeace, “La nostra indagine ha evidenziato, ancora una volta, il mito del riciclo”. Da anni ci sentiamo dire come questa sia l’unica soluzione per risolvere i problemi ambientali innescati dall’abuso di plastica, ma purtroppo i dati e i numeri del riciclo rivelano un fallimento su scala planetaria. E se è vero che in Europa e in Italia il riciclo va meglio che nel resto del mondo, questo non basta a far fronte all’aumento dei consumi e dei rifiuti. Servono regole globali che taglino la produzione del 75% entro il 2050 per contenere il riscaldamento entro 1,5° C e prevenire gli impatti ambientali più disastrosi”.

Secondo un report dell’OCSE (2022), negli ultimi 30 anni, trainato dalla crescita dei mercati emergenti, il consumo di plastica è quadruplicato; e la produzione plastica, ricorda sempre l’OCSE, è responsabile del 3,4% delle emissioni globali di gas serra. La maggior parte della plastica in uso oggi, infatti, è plastica vergine – o primaria – ricavata dal petrolio grezzo o dal gas. La produzione globale di plastiche riciclate (o secondarie) seppure sia quadruplicata, passando da 6,8 milioni di tonnellate nel 2000 a 29,1 nel 2019, rappresenta ancora solo il 6% della produzione totale.

Insomma, amici lettori, la situazione non è certo delle più felici. In Europa il modo più usato per smaltire i rifiuti di plastica è la termovalorizzazione, seguita solo al secondo posto dal riciclaggio. Il 25% circa dei rifiuti in plastica generati viene smaltito in discarica, mentre metà della plastica raccolta per il riciclaggio viene esportata al di fuori dei confini europei (e li…chissà, che fine fa...).  La maggior parte va principalmente in Turchia, India ed Egitto. In passato la si esportava anche in Cina, ma poi è arrivato il blocco all’importazione dei rifiuti di plastica imposto dal governo di Xi Jinping.

Cari amici, riusciremo mai a trovare in sostituto ecologico alla plastica, che continua a inquinare mari e monti e a mettere in pericolo il pianeta? Il dubbio è forte!!!

A domani.

Mario

martedì, maggio 21, 2024

PERCHÈ' LA GEOTERMIA È LA CENERENTOLA DELLE RINNOVABILI? UN ABBANDONO CHE APPARE INSPIEGABILE, CHE, PERÒ, NON PUÒ DURARE A LUNGO…


Oristano 21 maggio 2024

Cari amici,

Che la terra al suo interno possieda un grandissimo calore è cosa nota, in quanto è facilmente verificabile sia dai vulcani che dai tanti siti “geotermici”, dai quali fuoriesce il calore spesso misto ad acqua ad alta temperatura. Il nostro Paese, tra l’altro, è ben ricco di vulcani, per cui presenta tutta una serie di fenomeni di Geotermia, dai quali non sarebbe difficile ricavare dell’energia “pulita”, in quanto questa è assolutamente non inquinante, quindi a basso o nullo impatto ambientale.

I numerosi studi di settore condotti dagli specialisti affermano che questa energia potrebbe arrivare a generare addirittura il 10% della produzione elettrica del nostro Paese! Per meglio chiarire, pensate che se ne ricaverebbe una quantità di energia pari a quella ricavata dalle 4 centrali nucleari che furono progettate in passato. Eppure, nonostante ciò, questa potenziale fonte di energia continua ad essere ignorata. Quali, dunque le motivazioni per cui non viene portato avanti lo sfruttamento dell’energia geotermica?

A sentire il GIGA, il Gruppo informale per la geotermia e l'ambiente, è la volontà politica che manca, essendosi questa, ormai, focalizzata solo ed esclusivamente sulle rinnovabili prodotte dal vento e dal sole, con le pale e i pannelli fotovoltaici. Eppure le moderne tecniche di sfruttamento del calore del sottosuolo oggi esistono, e sarebbero alquanto compatibili con il rispetto e la protezione dell’ambiente e la tutela del territorio. Ad esempio si potrebbero costruire delle centrali di piccola-media taglia a circuito chiuso, capaci di reimmettere i fluidi geotermici caldi nel ciclo.

Amici, purtroppo di energia geotermica nel nostro Paese (nonostante la sua buona presenza) si parla pochissimo, nel senso che la geotermia è ancora considerata «la Cenerentola fra le rinnovabili», come afferma Bruno Della Vedova, Presidente dell’Unione geotermica italiana (UGI). Per meglio chiarire, quella geotermica è un’energia, che si presenta sotto forma di calore, racchiusa sotto la superficie terrestre. Grazie alle tecnologie geotermiche è possibile tirare fuori dal sottosuolo un’enorme quantità di energia, che aspetta solo di essere estratta.

L’energia geotermica viene portata in superficie in diversi modi. Uno fra questi si serve di vettori fluidi (acqua o vapore), naturali o iniettati, che spontaneamente si spostano da un punto A (sottosuolo) a un punto B (fuori dalla crosta terrestre) sotto forma di geyser, soffioni o sorgenti termali. Il secondo metodo è più meccanico e artificiale, e prevede la perforazione meccanica della superficie terrestre (il cosiddetto pozzo geotermico). Seppure l’Italia trascuri questa risorsa, l’iniziale utilizzo dell’energia geotermica per produrre corrente elettrica è stato italiano: nel 1904, a Larderello (Toscana), fu sperimentato il primo generatore geotermico, a opera del principe Piero Ginori Conti. Poi non se ne fece più nulla.

Secondo il Presidente UGI, le motivazioni principali sul mancato utilizzo di questa energia sono diverse, come ad esempio l’insufficiente informazione e comunicazione, la resilienza del mercato e della clientela alle innovazioni tecnologiche, la carenza di progettisti e tecnici esperti del settore, la mancanza di incentivi pubblici mirati; inoltre, sempre secondo Della Vedova, «il quadro normativo e le procedure autorizzative per la geotermia (ed anche per le altre fonti rinnovabili) non sono chiare, ma incomplete, lunghe ed estenuanti».

Amici, seppure l’Unione Europea stia considerando la geotermia come una tecnologia strategica per la decarbonizzazione, in Italia i piani energetici nazionali non puntano su questa tecnologia. Secondo lo studio Ambrosetti, se l'Italia riuscisse a valorizzare anche solo il 2% del potenziale presente in tutto il territorio italiano nei primi 5 km di profondità (pari a 2.900 TWh), la geotermia potrebbe contribuire al 10% della produzione elettrica prevista da qui al 2050.

Cari amici, seppure le raccomandazioni dell’Unione Europea circa lo sviluppo della geotermia hanno da tempo stabilito che «Gli Stati membri dovrebbero accelerare la diffusione e l’integrazione dell’energia geotermica per diversi motivi, tra cui: risparmio economico, sviluppare sistemi di teleriscaldamento, per sostituire i combustibili fossili, etc.», in Italia al momento non sembrano esserci all’orizzonte misure di sostegno mirate e di lungo periodo per rilanciare questa fonte energetica. Un grave errore, perché la risorsa energetica geotermica, può dare un importante contributo al mix delle rinnovabili del futuro.

A domani.

Mario

lunedì, maggio 20, 2024

L'ANTICA E CURIOSA STORIA DELLO “CHALLAH”, IL MILLENARIO PANE EBRAICO: COSÌ CHIAMATO, IN ORIGINE, IN QUANTO UNA “PORZIONE DI PANE” ERA DESTINATA AI SACERDOTI.


Oristano 20 maggio 2024

Cari amici,

Lo “CHALLAH”, l’antico pane ebraico utilizzato ancora oggi dagli ebrei, è così chiamato perché in origine questa parola indicava la porzione di pane da offrire ai sacerdoti, i Kohanim, impegnati a tempo pieno nel tempio, per garantire loro il sostentamento. i Kohanim, infatti, che si occupavano esclusivamente delle vicende religiose, non avrebbero avuto di certo il tempo per panificare. Lo Challah, dunque, è un pane con alta valenza religiosa, offerto ai sacerdoti dagli Ebrei per ringraziare il Signore.

Lo “CHALLAH” era un alimento abbastanza comune in quei tempi, tanto che costituiva la base dell’alimentazione prevalente del popolo ebraico. I panificatori israeliti dell’epoca, dovevano obbligatoriamente offrire parte della panificazione ai sacerdoti del Tempio, e questa parte era quantificata in un ventiquattresimo dell’intera panificazione. Nel Libro dei Numeri (è il quarto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana) al punto 15: 18-20 si legge che Challah era la porzione di pane da offrire ai sacerdoti, i Kohanim, per il loro sostentamento, “in modo che i sacerdoti, che sono sempre occupati con il servizio divino, vivessero senza alcuno sforzo”.

Amici, come sappiamo, il sabato, per gli Ebrei lo Shabbat, è il giorno del riposo, nel quale si celebra il Kiddush, il rito di ringraziamento a Dio per l'opera della creazione e della salvezza del popolo ebraico. Durante il Kiddush si benedicono il vino e la Challah, la treccia di pasta dolce (tipo pane-brioche), che viene consumata in questo rito religioso unitamente alla recita delle preghiere. Ebbene, l’utilizzo dello Challah biblico continua tradizionalmente anche oggi, consumato in particolare nello Shabbat, in ringraziamento al Signore.

Gli Ebrei, amici, non hanno mai rinunciato a praticare le loro antiche usanze, e, ancora oggi, a distanza di migliaia di anni, la religiosità del cibo e del suo consumo resiste, avendo mantenuto quel profondo legame con la spiritualità praticata nel periodo biblico; una cultura religiosa che, a loro avviso, è la via migliore per affrontare le avversità della vita. Per il popolo ebraico tra
 “Cibo e Religione” esisteva ed esiste ancora oggi un forte connubio; non deve quindi meravigliarci, stupirci, il suo profondo legame con la sfera del sacro.

Uno di questi cibi da consumare religiosamente è indubbiamente lo Challah, che rappresenta per gli Ebrei, oggi come ieri, la celebre “MANNA”, fatta piovere dal Signore nel deserto per nutrire il popolo ebraico che fuggiva dall’Egitto. In origine questo alimento era preparato secondo i severi dettami della religione ebraica: ovvero seguendo con precisione e attenzione tutte le fasi, in modo da realizzare un alimento “KASHER”, ovvero adatto ad essere consumato dai fedeli osservanti. Gli ingredienti base impiegati per realizzare lo Challah-Kasher erano: la farina, le uova, l’acqua, il sale, il lievito e lo zucchero. Una volta effettuato l’impasto, realizzato ad intreccio e spennellato con l’uovo sbattuto, questo veniva sistemato nel forno, dove doveva cuocere fino a quando assumeva un invitante colore dorato. Questo era lo Challah-Kasher, preparato con l’autentica ricetta originale. Ovviamente, come spesso succede, pure per questa ricetta col passare del tempo furono effettuate delle varianti.

A contribuire fortemente alla nascita delle varianti fu senz’altro il fenomeno della “DIASPORA”,  che portò gli Ebrei a trasferirsi in tante parti del mondo. Ci sono varianti che hanno incluso il miele, l’uvetta e lo zafferano, semi di sesamo e anice, così come possiamo trovare varianti senza l’uovo, ricetta quest’ultima adatta ai vegani. Per gli Ebrei sefarditi (quelli provenienti dalla penisola iberica), per esempio, nella preparazione ci vuole pochissimo zucchero, altrimenti si crea un dolce, che non è adatto a commemorare il ricordo.

Amici, oltre alla precisa, rituale preparazione dello Challah-Kasher, per gli Ebrei è importante anche il rituale del suo consumo. Il rito prevede che lo Challah sia portato in tavola coperto con un apposito panno ricamato (questo telo ricamato con cui viene coperto il pane rappresenterebbe gli strati di rugiada che proteggevano la manna nel deserto); una volta a tavola viene effettuata la benedizione (il Kiddush). Poi, seguendo le prescrizioni della Torah (il testo sacro degli Ebrei), prima del consumo è necessario che il pane venga intinto o cosparso di sale. Il rituale classico prevede che sia il Capo Famiglia a spezzettare (con le mani) la Challah, distribuendola ai commensali.

Cari amici, la storia di questo pane non fa altro che affermare l’indissolubile legame tra cibo e religione. Lo vediamo nella cultura religiosa ebraica, e lo vediamo chiaramente nella cultura cristiana, con l’utilizzo del pane e del vino. Il pane è per l’uomo l’alimento indispensabile per il corpo nella vita terrena, la religione l’alimento necessario per il nutrimento dell’anima.

A domani.

Mario