giovedì, agosto 27, 2015

TICKET RESTAURANT (BUONI PASTO), UNA STORIA CURIOSA E SOTTO CERTI ASPETTI KAFKIANA! CON I NUOVI BUONI ELETTRONICI LA SPESA SI PUÒ ANCORA FARE O NO?



Oristano 27 Agosto 2015
Cari amici,
fortunatamente, quando ancora lavoravo, non ho mai avuto a che fare con i buoni pasto. Non che non ci fossero, ma erano destinati al “personale impiegatizio”, i dirigenti ed i funzionari ne erano esclusi. La contrattazione aziendale, infatti, aveva previsto questa machiavellica agevolazione solo per le categorie medio basse, anche se, poi, furono concessi anche al resto del personale.
Perché oggi voglio affrontare con Voi questo problema? Semplicemente perché una recente normativa ha modificato i vecchi “buoni cartacei” trasformandoli in ticket elettronici, con cambiamenti importanti che si ripercuoteranno certamente su una grande fascia di lavoratori. Ma per meglio chiarire tutti gli aspetti del problema, partiamo dall’inizio, ovvero dalla nascita di questo strumento che prese piede per la prima volta in Inghilterra nel 1954.
Il “Buono Pasto” in effetti altro non è che un “fringe benefit” concesso al lavoratore dall’azienda da cui dipende, per consentirgli di consumare un pasto, per ogni giorno di lavoro prestato, con costo a carico del datore di lavoro, senza incidere sulla sua retribuzione. Stante questo preciso scopo, il buono-pasto non poteva essere assimilato al danaro contante, ma speso solo ed esclusivamente per lo scopo per cui era stato concesso: acquisto di generi alimentari.
I primi buoni vennero utilizzati per la prima volta nel 1954 da alcune aziende del Regno Unito. In quell’anno John R. Hack, avveduto uomo d’affari inglese, avendo constatato che alcuni clienti di un ristorante pagavano con dei “biglietti di carta” forniti dall’azienda per cui lavoravano, chiese al responsabile del ristorante come funzionasse questo innovativo sistema di pagamento. In lui si era accesa un’idea luminosa, che gli consentì un anno dopo, nel 1955, di fondare la “Luncheon Vouchers Ltd”, prima vera azienda ad emettere i ticket-pasto. Hack ebbe anche l’intuizione di fare accordi con numerosi ristoranti, in modo tale che in poco tempo i ticket rilasciati dalla sua azienda venissero accettati dai ristoranti sull’intero territorio nazionale. Una volta utilizzati, i ticket-pasto venivano restituiti alla Luncheon Vouchers Ltd, ricevendo in cambio la somma di denaro pattuita. Il sistema riscosse subito un buon successo, grazie anche alla defiscalizzazione dei buoni pasto concessa dal governo inglese.
In Italia, i buoni pasto arrivarono a metà degli anni Settanta del secolo scorso. Oggi il servizio è utilizzato da circa il 40% degli 11 milioni di italiani (sia dipendenti pubblici che privati) che pranzano ogni giorno fuori casa. Fiscalmente sono disciplinati dal D.P.C.M. del 18 11. 2005 ("Affidamento e gestione dei servizi sostitutivi di mensa"). Considerato il fine, non sono né cumulabili, né convertibili in danaro, né cedibili o commerciabili. Come “servizio sostitutivo di mensa”, il buono pasto non è soggetto ad oneri fiscali o previdenziali, né a carico del datore di lavoro né del lavoratore, fino a un valore di 5,29 euro per singolo buono. Dal 1º luglio 2015 la defiscalizzazione è giunta a 7,00 euro, relativamente, però, ai soli buoni pasto elettronici.
La norma della Legge di Stabilità (commi 16 e 17, legge 190/2014) che è entrata in vigore il 1° Luglio ed ha innalzato a 7,00 euro la soglia di defiscalizzazione dei buoni pasto elettronici (lasciando invariata a 5,29 euro quella dei voucher cartacei), ha l'obiettivo di favorire la digitalizzazione e la tracciabilità di questo particolare strumento di pagamento, anche se nelle scorse settimane non sono mancate interpretazioni allarmistiche sulla nuova normativa e sulle presunte conseguenze negative che comporterebbe per gli utenti. Quali, dunque, le novità del buono elettronico rispetto a quello cartaceo?
A dispetto di quanto affermato da alcuni media, nessuna norma impedisce l'utilizzo dei buoni pasto elettronici per fare la spesa al supermercato o cenare in pizzeria fuori dall'orario di lavoro. Resta, tuttavia, il divieto di cumulabilità; come fa notare la Federazione Italiana Pubblici Esercizi, da sempre i buoni - cartacei o elettronici che siano - vanno utilizzati nella misura di uno al giorno (non per nulla sui ticket è stampata l'avvertenza "non sono cedibili, commercializzabili, cumulabili o convertibili in denaro").
Con i buoni cartacei questa regola veniva regolarmente "aggirata", in virtù della loro non tracciabilità e con la "compiacenza" dei supermercati che consentivano ai clienti di spenderne più di uno contemporaneamente per spese anche di decine di euro; ora, invece, con i ticket elettronici (e tracciabili) la regola non può che essere applicata alla lettera! Ne consegue che, ferma restando anche la spendibilità nei negozi di alimentari o in pizzeria, l’utilizzo dovrà avvenire “singolarmente” (uno al giorno), entro il limite del suo valore nominale (massimo 7,00 euro): l'eventuale differenza dovrà essere saldata in contanti. Quindi, rispetto all’uso precedentemente fatto dei buoni cartacei, non è che non sia cambiato nulla!
Cari amici, anche se all’apparenza poco sembra essere cambiato, in realtà il cambiamento c’è stato, e non è di poco conto! Se non si troverà una soluzione per far accettare “in blocco” (magari il fine settimana al supermercato) i nuovi ticket, il lavoratore ne risulterà sicuramente penalizzato. I tempi di utilizzo (uno al giorno) sono certamente troppo penalizzanti e non pochi perderebbero il valore del bonus.
La mia riflessione finale è una sola: a pagare…è sempre l’anello più debole della catena.
Ciao, amici, a domani.
Mario

mercoledì, agosto 26, 2015

LA SARDEGNA RISCOPRE L’ANTICO GRANO SENATORE CAPPELLI, PROIETTANDOLO VERSO IL FUTURO.



Oristano 26 Agosto 2015
Cari amici,
la Sardegna ha sempre avuto una forte vocazione agricola. Il Campidano tra Oristano e Cagliari, le pianure estese tra i rilievi mammellonari della Marmilla furono, nel periodo romano, ampiamente coltivate a grano, tanto da costituire il granaio dell’Isola. Su queste antiche terre agli inizi del secolo scorso fu impiantata una nuova varietà di grano,  un cultivar di grano duro autunnale, ottenuto dal genetista Nazareno Strampelli. La nuova specie trovò in Sardegna il clima adatto e la coltivazione si estese anche ad altri territori, dando vita ad una produzione di “grano duro” di eccezionale bontà. Vale la pena, prima di riportare la notizia della sua riscoperta, ricordare brevemente la storia di questo eccellente ‘particolare’ grano duro.
Agli inizi del XX secolo (siamo nel 1915) presso il Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia Nazareno Strampelli, genetista di fama, riesce ad ottenere, per selezione genealogica da un grano nordafricano (lo “Jenah Rhetifah”), una nuova varietà, a cui fu dato il nome di “Senatore Cappelli”. Questo signore che diede nome al grano era il Marchese Raffaele Cappelli, Senatore del Regno d'Italia di origine abruzzese e agricoltore per passione, che negli ultimi anni dell'Ottocento aveva avviato, assieme al fratello Antonio, numerose trasformazioni agrarie in Puglia e, in particolare, aveva sostenuto lo Strampelli nella sua attività, mettendogli a disposizione campi sperimentali, laboratori ed altre risorse.
In Sardegna il grano Cappelli arrivò nel 1920 e si diffuse rapidamente. Questo tipo di frumento, nonostante fosse di stelo alto, circa 150-160 cm, con le ariste lunghe e di colore bruno dorato, tardivo e suscettibile alle ruggini ed all'allettamento, ebbe nell’Isola grande successo, grazie alla sua larga adattabilità, alla sua rusticità ed alla eccellente qualità della sua semola. Per oltre un trentennio, dagli anni Venti agli anni Cinquanta, oltre il 60% della superficie agraria nazionale fu destinata a questo cereale, coltivazione che in  seguito si diffuse anche in altri Paesi del Mediterraneo. Col passare del tempo, però, questa coltivazione iniziò a calare: a segnare l’inizio del declino del Cappelli, dopo decenni di dominio incontrastato, furono le nuove varietà di grano duro introdotte: il “Capeiti 8 e il Patrizio 6”, anche se questi cultivar, pur più produttivi e precoci (di 10-15 giorni rispetto al Cappelli) e resistenti all’allettamento, erano di qualità peggiore, sia per la panificazione che per la fabbricazione della pasta.
Il Senatore Cappelli, pur relegato ad una coltivazione marginale, resistette in alcune zone: dopo quasi un secolo è ancora oggi coltivato nel Meridione d'Italia (Basilicata, Calabria, Puglia e Sardegna), per la produzione di pasta di qualità superiore, pane e pizza biologici, prodotti di nicchia per i quali si va sempre più sviluppando un mercato interessante. In Sardegna, dopo anni di pura sopravvivenza, ora il Cappelli sembra tornato davvero in auge: è nata una nuova sfida, fatta non solo di produttori lungimiranti ma anche di mugnai, panificatori, artigiani della pasta e della birra. Per la Sardegna questo ritorno è quasi una rivoluzione: nella terra dell’individualismo più spinto, l’unione è una cosa rara, soprattutto se rivolta verso una buona causa! Questa “Santa Alleanza”, intende ora puntare sulla valorizzazione delle nostre risorse tradizionali, come il pane in tutte le sue svariate forme confezionato con il lievito naturale, le paste ricavate da eccellente grano duro, e ora anche la birra artigianale.
Il nome data a questa ‘Alleanza’ è “Consorzio Sardo Grano Cappelli”, che riunisce 40 imprese, disposte a rilanciare il grano degli antenati. Un grano che piace, che da sapore e profumo unici al pane confezionato nuovamente con l’antico lievito madre e che ha già varcato il mare per approdare, grandemente apprezzato, nella Penisola. Il Consorzio, per essere meglio identificato, ha adottato un marchio che torna all’antico: ha i baffi all’insù di Nazareno Strampelli, l’inventore del Cappelli. La Vice Presidente del Consorzio, Laura Accalai, dice: “E’ una sfida per tutti noi, abbiamo alzato il prezzo ai coltivatori per stimolare la produzione, vogliamo rispettare i consumatori, offrire un prodotto sano, adatto anche ai celiaci”.
Si, cari amici, è una grande sfida! Il Consorzio è partito con oltre 30 agricoltori consorziati, aziende molitorie come il molino La pietra di Nurri e Sulis di Samugheo, panifici come Kentos di Orroli e Sa Modixia di Genuri, pastifici come Cicalò di Isili e Demetra di Siddi, birrifici artigianali come il Lara di Tertenia. Una sfida quasi all’insegna del detto sardo “Saludi e Trigu”, come scrive Lello Caravano su l’Unione Sarda del 23 Agosto. La sfida lanciata sembra aver già prodotto i primi effetti:  lo dimostrano le richieste pervenute dalle grandi fiere internazionali, dal Biofach di Norimberga al Salone del Gusto di Torino, inventato da Slow Food. La produzione del Cappelli, oggi, ha già raggiunto i 5.000 quintali di grano da seme e i 12/15 mila quintali da massa; il suo prezzo, rispetto ai grani normali, è praticamente il doppio: 55/60 euro a quintale, contro i 26/28. La produzione attuale non basta: dovrà essere incrementata.
Pochi giorni fa (nel mio post del 22 Agosto, parlando del PSR Sardegna 2014-2020), ho riportato le parole dell’Assessore all’Agricoltura Elisabetta Falchi che, parlando degli interventi previsti dal PSR, ha detto di voler sostenere in particolare le eccellenze alimentari della Sardegna, valorizzandole e premiandole. Sicuramente tra le eccellenze più importanti c’è il grano duro di Sardegna Senatore Cappelli e tutti i prodotti derivati. Ce lo auguriamo tutti!
Ciao, a domani.
Mario



martedì, agosto 25, 2015

POMODORI RIPIENI: UNA SAPORITA RICETTA ESTIVA.



Oristano 25 Agosto 2015
Cari amici,
l’estate (quest'anno, tra l'altro, è anche particolarmente afosa), richiede per la nostra alimentazione ricette di cucina abbastanza semplici ed allo stesso tempo fresche e saporite. Una delle soluzioni è quella di mangiare moderatamente e senza troppi intingoli, possibilmente consumando un “piatto unico”. Inoltre, considerata l’abbondanza di verdure del periodo estivo, è preferibile mangiare più frutta e verdura, diminuendo la carne e privilegiando il pesce. Ecco, allora, un suggerimento che può comunque appagare allo stesso tempo gusto e necessità di nutrimento: un piatto unico costituito per esempio dai “Pomodori ripieni”.
La preparazione è abbastanza semplice e può essere del tutto vegetariana (se usiamo il riso come riempimento), oppure mista, riempiendo i pomodori con del tonno. Sono entrambe ricette facili da realizzare e posso assicurarvi che il gusto è assicurato! Eccole dunque per Voi due buone ricette, augurandovi di provarle e di gustarle con…Buon Appetito!
POMODORI RIPIENI DI RISO
Ingredienti per 4 persone: 8 bei pomodori maturi, 8/10 cucchiai di riso, 5/6 patate, olio extra vergine d'oliva, basilico, origano, pepe, prezzemolo tagliato molto fine e sale. 
Preparazione (tempi): lavorazione circa 15/20 minuti, amalgama degli ingeedienti, circa un’ora e mezza, cottura, circa un’ora.
Possiamo iniziare scegliendo dei bei pomodori maturi, più o meno della stessa grandezza, lavandoli e asciugandoli. Con un coltello tagliamo la parte superiore del pomodoro, conservando questo “cappello”, che servirà dopo. Svuotiamo ora con delicatezza i pomodori, facendo attenzione a non lacerarli; la polpa interna la mettiamo dentro un passaverdura (per eliminare i semi) versandola dentro un recipiente. Questa polpa con succo ora la condiamo con sale, pepe, olio, basilico, origano e prezzemolo. Dopo aver assaggiato per verificare se va bene di sale e la giusta consistenza (facciamo attenzione a non lasciare troppo liquido del succo), uniamo il riso alla polpa e, dopo aver rimestato per bene, lasciamo amalgamare per almeno un’ora e mezza. La bontà, potremmo dire il  “segreto” di questa ricetta, è quello di lasciare macerare per bene il riso nella polpa di pomodoro. Più tempo vi rimane e più il risultato finale sarà migliore.
Il composto è ora pronto per riempire i pomodori precedentemente vuotati. Con le mani sistemiamo per bene il composto all’interno, evitando che rimangano spazi vuoti, coprendo poi con la calotta superiore del pomodoro precedentemente messa da parte. Disponiamo ora i pomodori   dentro una teglia unta di olio, sistemando tra un pomodoro e l’altro,  delle patate tagliate a spicchi. Aggiungiamo olio e sale alle patate e inforniamo per circa un’ora a 200 °C. Una volta tolta la teglia dal forno possiamo lasciar raffreddare e mangiare subito, oppure consumare la pietanza fredda (io la trovo più gustosa, dopo che si è raffreddata).
I pomodori ripieni sono un classico dell’estate. Accompagnati dalle patate al forno costituiscono un eccellente piatto unico (vegetariano), fresco e facilmente digeribile. Un felice abbinamento è quello di gustare questo piatto unico con un buon vino bianco, frizzante e sapido!
POMODORI RIPIENI DI TONNO

Anche questo è un piatto semplice da preparare e molto saporito, particolarmente adatto alla stagione estiva. I pomodori ripieni di tonno infatti, sebbene si preparino al forno, vanno gustati freddi per poter apprezzare al meglio il loro sapore. Perfetti per una cena all’aperto o per un buffet, sono più gustosi se lasciati riposare almeno per qualche ora: anzi, il consiglio è quello di prepararli il giorno prima, oppure la mattina per la sera, conservandoli in frigorifero e togliendoli un quarto d’ora prima di servirli. E’ più sfizioso servirli accompagnandoli con un contorno di rucola.
Ingredienti per 4 persone: 1 Kilogrammo abbondante di pomodori grandi, 100 g di pane duro a pezzetti, 250 g di tonno in scatola (peso sgocciolato), 2 alici, 4-5 capperi sotto sale, un bel ciuffo di prezzemolo, 2 cucchiai di parmigiano grattugiato, un uovo, sale q.b. e dell’olio extra vergine di oliva.

Preparazione (tempi):  20 minuti per preparare quanto serve, 40/50 minuti per la cottura.
Possiamo iniziare mettendo nel mixer il pane duro a pezzetti; dopo aver unito il tonno sgocciolato, le alici, i capperi (precedentemente dissalati), il parmigiano e il prezzemolo. Lasciamo ora il composto da parte e ci dedichiamo ai pomodori. Dopo averli lavati accuratamente tagliamo con un coltello affilato la parte superiore, mettendo da parte i cappello. Con uno scavino ora svuotiamo i pomodori della polpa, lasciando le pareti con un buon spessore (circa 3 mm). Dopo aver eliminato i semi e l’acqua in eccesso, la polpa restante la uniamo agli altri ingredienti già nel mixer.

Ora possiamo frullare il tutto, fino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiustiamo se necessario di sale, uniamo l’uovo e mescoliamo ancora accuratamente. Prendiamo ora i pomodori prima svuotati, li saliamo leggermente all’interno e iniziamo a riempiteli con il composto; a fine lavoro li copriamo con la loro calotta. Dopo aver unto leggermente con dell’olio una teglia da forno vi sistemiamo i pomodori ripieni, in modo che rimangano dritti e ravvicinati. Prima di mettere la teglia in forno li saliamo anche in superficie, irrorandoli con un filo d’olio. Inforniamo nel forno già caldo a 180°, per 40-50 minuti. A questo punto i pomodori ripieni saranno leggermente dorati e sono pronti per essere gustati. E’ preferibile, però, lasciarli raffreddare per bene, in quanto se mangiati freddi sono ancora più gustosi.
Che dire cari amici, ogni stagione ha i suoi piatti preferiti! I ripieni di verdure sono ideali per l’estate, e i pomodori fanno egregiamente la loro parte! Anche questo secondo piatto io lo accompagnerei con del vino frizzante, magari rosato, fresco e sapido! Buon appetito.
Ciao, a domani.
Mario

lunedì, agosto 24, 2015

UN UTILE RICICLO CREATIVO: LA “PET ART”. DALLA PLASTICA NASCONO FIORI, ANIMALI E PIANTE! UN MONDO INANIMATO E COLORATO CHE AIUTA A RICORDARCI LE MILLE SFACETTATURE DELLA PLASTICA.



Oristano 24 Agosto 2015
Cari amici,
proprio ieri ho parlato del “diavolo” che ci circonda: la plastica. Un’invenzione sotto certi aspetti malefica, per tutto quello che ha comportato e che comporterà in futuro, se non cercheremo di limitarla. Ebbene, di questo particolare prodotto, realizzato in mille colori, c’è qualcuno che ha provato ad utilizzarlo in modo creativo: è nata la “PET ART”, curiose e incredibili realizzazioni di oggetti, creati con una vena artistica eccezionale.
Uno degli artisti più noti che utilizza questo “riciclo creativo” è Veronika Richterová, un’artista ceca molto conosciutissima sul web, che con la plastica riesce a creare dei veri e propri capolavori scultorei. Le sue opere riproducono personaggi del regno vegetale e animale, come cactus, rose, giacinti, ma anche meduse, pesci, coccodrilli, scimmie e pinguini. Nella sua collezione, chiamata proprio “PET ART”, c’è un campionario incredibilmente vario, capace di attirare curiosi e appassionati che la apprezzano e amano senza condizioni.
Tutto è iniziato nel 2004, dopo che Veronika aveva scoperto che le comuni bottiglie di plastica, quelle che la maggior parte di noi butta senza pensarci due volte  nei rifiuti, potevano essere facilmente manipolate e deformate col calore. Lei, infatti, utilizza proprio il calore per modellare, tagliare e modificare le bottiglie nella forma che più le interessa; in men che non si dica, le bottiglie di plastica si tramutano in cactus, farfalle, pinguini, fiori colorati, aragoste, meduse e addirittura in un coccodrillo! Dal 2004 ad oggi, in questi 11 anni, Veronika ha utilizzato migliaia di bottiglie in PET, creando oltre un centinaio di oggetti diversi, in gran parte ispirati al mondo della natura e degli animali, perfezionando sempre di più la sua tecnica.
Nel 2007 Veronika, con il supporto di suo marito Michal Cihlář, ha iniziato la costruzione di una collezione, che potesse raccogliere le sue opere d’arte e quelle di altri artisti (amici e sostenitori) provenienti da tutto il mondo, in cui emergono oggetti inaspettati e davvero originali. La collezione, in continua espansione, contiene attualmente circa 3.000 opere provenienti da 76 Paesi del mondo. Coloro che desiderano approfondire la sua arte possono leggere un articolo (sul sito web dell’artista) intitolato “A tribute to PET bottles” in cui spiega storia, usi, tendenze e altri interessanti aneddoti riguardanti proprio le bottiglie di plastica.
Cari amici, Veronika è un’artista che ha fatto del riciclo creativo di bottiglie di plastica le sue opere d’arte, utilizzando la sua straordinaria fantasia, che, osservando le sue opere, è davvero fuori dal comune! La plastica, poi, come ben sappiamo non è un materiale eco-sostenibile, e, oltre a selezionarlo per eliminarlo con la differenziata, possiamo anche utilizzarlo in modo creativo: basta guardare le incredibili opere realizzate da questa ragazza riutilizzando le bottiglie in PET di acqua e bevande. In questo caso possiamo davvero affermare che è proprio vero che della plastica, come il maiale, non butta via niente! Solo tanti di noi, perfettamente ignoranti, le eliminiamo senza neanche farle finire nella raccolta differenziata inquinando il mondo.
Cari amici, le sculture di plastica di Veronika Richterová sono un perfetto esempio di riciclo intelligente e creativo, che a volte ci lascia davvero stupiti per la fantasia e la straordinaria capacità manuale che questa giovane artista ceca ha incredibilmente dimostrato. Veronika  Richterová, e suo marito e collega Michal Cihlář, fotografano tutti gli oggetti creati con il Pet, realizzati in tante altre parti del mondo; scopo principale è quello di catturare e, se possibile, suscitare in tanti altri il “desiderio di riciclo creativo”. La loro filosofia, in sintesi, non è tanto quella di creare oggetti funzionali, quanto quella di valorizzare il recupero: anche solo e semplicemente decorativo.

Non voglio aggiungere nulla a quanto scritto, solo una considerazione: la plastica, purtroppo, anche se costituisce un grande e utile strumento nella nostra epoca è anche un temibile materiale che, usato impropriamente, può crearci non pochi problemi. L’utilizzo artistico certamente evita che migliaia di bottiglie facciano una …brutta fine! A noi il compito, sicuramente importantissimo, non tanto di trasformarci tutti in artisti, quanto quello di riciclarle con coscienza, attraverso la raccolta differenziata.
Ciao a domani.
Mario