venerdì, marzo 28, 2014

IL GRANDE MOSTRO DELLA BUROCRAZIA: SAPETE CHI L’HA INVENTATO? MI VIENE QUASI DA RIDERE DICENDOVI CHE SONO STATI GLI ANTICHI ROMANI…



Oristano 28 Marzo 2014
Cari amici,
della Burocrazia, volenti o nolenti, credo che nessuno possa farne a meno; questa specie di Boa Constrictor ci avvolge nelle sue spire dalla culla alla tomba! Fin dal momento della nascita essa ci catapulta negli uffici comunali a denunciarne l’evento, fino, poi, al decesso, quando è sempre la burocrazia a stabilire dove, come e quando il corpo, ormai privo di vita, potrà essere seppellito. Il termine “Burocrazia”, definito in maniera sistematica da Max Weber, indica il "potere degli uffici": un potere (o, più correttamente, una forma di esercizio del potere) che si struttura intorno a regole impersonali ed astratte, procedimenti, ruoli definiti in modo uniforme e immodificabili dall'individuo che ne ricopre la funzione. L'etimologia ibrida del termine, nasce dal francese bureau ("ufficio") connesso al greco krátos ("potere"). Ma questa grande piovra, che ci cattura con i suoi tentacoli giorno e notte, per tutta la vita, come e quando è nata? Chi ha avuto la malefica idea di inventare questo mostro? La risposta è datata: furono gli antichi romani ad inventarla, frutto della furbizia di un imperatore. Ecco la sua storia.
Fu l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C., intollerante nei confronti del Senato dove era accentrato tutto il potere politico, a studiare un modo per cercare di svuotare questo potere, creando e interponendo, tra il Senato e la Società Romana, un “corpus di funzionari” ai quali era delegato il compito di applicare le leggi deliberate e le modalità di applicazione. Questi funzionari, inizialmente strettamente legati al potere imperiale, contribuirono in modo sostanziale a diminuire il peso del potere senatoriale, sostanzialmente svuotandolo. Una novità assoluta mai vista prima, rispetto al tradizionale accentramento del potere politico nelle mani del Senato, che, direttamente e senza filtri, condizionava la vita sociale. Questa machiavellica idea, portata avanti per tarpare il potere del Senato, si insediò facilmente nello spazio creato tra Senato e Popolo e, come un cancro, si installò e proliferò in modo irreversibile.
L’imperatore Claudio, per portare avanti la sua rivoluzione, affidò arbitrariamente i vari nuovi uffici “burocratici” ai suoi liberti (schiavi liberati), i cui nomi (Pallante, Narcisso e Callisto) sono ancor oggi sinonimo di corruttela, arbitrio, intrallazzo e cospirazione, non certo di rettitudine e di servizio al popolo romano. Questi burocrati ante litteram, designati direttamente dall'Imperatore, secondo quanto scrive Tacito nei suoi Annales: "esercitavano poteri regali con animo di schiavi".

L'articolazione e l'importanza della burocrazia continuarono a crescere ed espandersi in epoca imperiale, andando di pari passo con il potere ed il peso politico dei burocrati; questi, pur in possesso di un potere formalmente limitato e subordinato a quello imperiale, grazie ad un grande e variegato numero di norme e leggi e ad una ininterrotta proliferazione di nuove leggi e regolamenti (in gran parte poi confluiti nel Corpus Iuris), diventarono, invece, i veri “Deus ex Machina” dell’applicazione delle norme, acquisendone il vero potere applicativo ed esecutorio. Successivamente questo modo di procedere si consolidò costantemente, divenendone, per esempio, un tratto peculiare dell'impero bizantino e del suo complicatissimo cerimoniale: ancora oggi, infatti, il termine bizantinismo, come sinonimo di astrusità, cavillosità, pedanteria e tortuosità, è utilizzato quasi esclusivamente in riferimento alla burocrazia ed alle sue procedure. Nel corso del XX secolo il fenomeno burocratico acquisì nuove denominazioni qualificanti, quali: rigidità, lentezza, incapacità di adattamento, inefficienza, inefficacia, lessico difficile o addirittura incomprensibile (il cosiddetto burocratese), mancanza di stimoli, deresponsabilizzazione, eccessiva pervasività, tendenza a regolamentare ogni minimo aspetto della vita quotidiana.
Lord Cyril Northcote Parkinson, autore di un ironico libro (La legge di Parkinson) in cui criticava la burocrazia, osservò che, anche nel momento di massimo declino del sistema coloniale britannico, la struttura burocratica degli uffici coloniali continuava costantemente a crescere. Dalle sue rigorose osservazioni si evince che, in una qualsiasi organizzazione burocratica, il tasso di crescita degli impiegati si attesta su un 5-7% annuo, indipendentemente da qualsiasi variazione nel lavoro da svolgere. Tali fenomeni dipendono strettamente da elementi intrinseci al modello burocratico, che tende ad espandersi per perpetuare ed aumentare il proprio potere, diluendo nel contempo le responsabilità individuali.
Nel diciottesimo secolo il potere era tutto concentrato sulle norme di Legge e i funzionari burocrati, delegati ad applicarla, erano inquadrati in schemi assolutamente rigidi. Le norme stabilivano la non-proprietà, da parte del funzionario, dei mezzi di produzione del proprio lavoro, l’assoluta garanzia e stabilità del suo rapporto di lavoro (tanto che non poteva essere licenziato anche se sgradito al superiore) e gli avanzamenti di carriera. In epoca moderna l'introduzione sistematica di una burocrazia rigidamente organizzata risale all'epoca della costituzione dei primi Stati nazionali, con un ruolo di primo piano ricoperto da Napoleone Bonaparte. Questi riuscì a realizzare un apparato burocratico estremamente accentrato, fondato sulla funzione dei prefetti, per nulla pachidermico, anzi snello e ben funzionante; tant'è che dopo la restaurazione alcuni governi tentarono di imitarne il funzionamento, in testa a tutti la Casa Savoia, senza però riuscirvi del tutto.
L'età d'oro della burocrazia coincise con lo sviluppo dei rapporti capitalistici nella società europea: furono gli apparati a consentire agli Stati di pervenire a un più efficace e stringente controllo sulla massa dei sudditi-cittadini e a fornire strumenti idonei alla creazione di infrastrutture e provvedere ad un miglior governo del territorio. Pur se reclutati specialmente tra gli strati intermedi della borghesia e selezionati attraverso i canali dell'istruzione secondaria che si diffondevano nel corso del XIX secolo, i burocrati tesero a considerarsi come un gruppo sociale a sé stante; in particolare per l'omogeneizzazione introdotta da pratiche di lavoro ormai uniformi e a tal punto codificate da renderli “personaggi ben riconoscibili” nel panorama socio economico europeo. Lo status di “Burocrate” divenne ambito, contagiando ampie frange della borghesia urbana. Gli appartenenti divennero quasi una “casta”, titolari di una nuova identità collettiva, che si identificava nel servizio svolto nella Pubblica Amministrazione. Tuttavia la crescita abnorme della burocrazia all'interno degli Stati europei ottocenteschi pose il problema, a tutt'oggi non risolto, della sua “non congruità” (in eccesso) con le esigenze di governo dell'economia oltre che con la gestione democratica delle Istituzioni amministrative.
In epoca moderna, nonostante i profondi cambiamenti dell'assetto geopolitico, una migliore consapevolezza dei cittadini, nata anche dal confronto generalizzato con altre realtà oltre i confini nazionali, si è sviluppata una nuova sensibilità nei rapporti con la burocrazia. Si guarda anche con interesse alla struttura burocratica di Paesi tradizionalmente diversi, come quelli legati al sistema dello spoil system; sistema, quest’ultimo, di stretta marca anglosassone, dove il “cambio” di potere politico ha come conseguenza l’immediato turn over dell’alta burocrazia esecutiva, sostituita da un’altra di stretta fiducia dei nuovi governanti. Oggi, parlando dell’Italia, il peso della burocrazia è un macigno praticamente quasi impossibile da distruggere o almeno da modificare. Solo al sistema delle Piccole e Medie Imprese (Pmi) italiane la burocrazia costa quasi 31 miliardi di euro. Il dettaglio dei costi burocratici per ogni PMI lo troviamo nel seguente prospetto:

Credo che ogni commento sia superfluo. In questi ultimi vent’anni tutti i governi al potere hanno, almeno a parole, cercato di sostenere che la semplificazione era d’obbligo e che si sarebbe provveduto, con gradualità, a snellire oneri e procedure. Dall’eliminazione delle mille autorizzazione per aprire una nuova attività alla riduzione numerica della montagna di norme spesso in contrasto l’una con l’altra, dalla riduzione dei tempi di attesa per una licenza all’introduzione del silenzio-assenso per una concessione. Poco, però, è cambiato. Il gran Moloch della burocrazia è un mostro inestinguibile, dove la resistenza alla semplificazione è giustificata dalla paura della perdita del potere, grande o piccolo che sia, e che fa del funzionario preposto il depositario della verità e del conseguente accoglimento o negazione della richiesta. Il funzionario che ha il potere di concessione, parafrasando i romani che hanno inventato la burocrazia, sembra immedesimarsi nell’imperatore, che nell’arena al termine del combattimento dei gladiatori faceva pollice su o pollice verso, accogliendo o negando, dando anche oggi vita o morte alle iniziative proposte.
“Morire di Burocrazia” è il termine che oggi corre spesso sui titoli dei giornali. Cari amici, credo che “cambiare verso all’Italia” significhi anche cambiare verso alla burocrazia. L’impresa non sarà facile, ma non ci sono imprese facili e tutti debbono contribuire a far si che la lotta a questo mostro possa finalmente dirsi vinta!
Grazie, amici, dell’attenzione.
Mario


giovedì, marzo 27, 2014

E’ TEMPO DI ASPARAGI SELVATICI! NON SOLO GUSTOSI MA ANCHE BUONI PER LA NOSTRA SALUTE: DIURETICI E ANTITUMORALI.




Oristano 27 Marzo 2014
Cari amici,
Sabato scorso, tiepida e soleggiata giornata di primavera, ho fatto un bel  giro in campagna. Era da tempo che aspettavo una bella giornata per fare una salutare passeggiata campestre, utile anche per cercare di procurarmi un bel mazzo di asparagi selvatici, buoni e salutari. Con Santino mi sono diretto nelle campagne di Norbello, dove, oltre la casa, possediamo ancora qualche pezzo di terra (in parte incolta). Conoscendo i luoghi non ci è stato difficile portare un casa un discreto bottino: nonostante il costante aumento dei “visitatori campestri” del fine settimana (sono tanti quelli che la Domenica si recano in campagna), abbiamo portato a casa due grosse buste piene del prezioso e utile vegetale. Non li abbiamo certo mangiati tutti da soli: la bella raccolta è stata anche l’occasione per fare un gradito presente agli amici, che hanno gradito senza ombra di dubbio! Per chi non conosce bene questo saporito vegetale ecco ora una breve sintesi delle sue eccelse qualità.
L’asparago (Asparagus officinalis L. var. altilis) è una pianta erbacea pluriennale conosciuta con il nome scientifico di “asparago comune”, appartenente alla famiglia delle Liliaceae, sottofamiglia Asparagoideae. Nel periodo primaverile la pianta produce numerosi germogli (turioni) che, se lasciati crescere, si sviluppano in fusti molto ramificati, alti fino a due metri. Questo vegetale è presente in tutto il bacino del Mediterranea, è caratterizzato da radici rizomatose (le cosiddette zampe) di durata pluriennale, che danno origine a germogli chiamati scientificamente turioni (la parte commestibile), che presentano pseudo foglie chiamate cladodi. In Sardegna l’asparago è molto diffuso, soprattutto nei terreni poco coltivati o a lato dei muretti a secco che delimitano le proprietà. E’ noto anche come "asparago spinoso" o "asparago pungente", per le sue caratteristiche spine poste alla base dell'apparato fogliare. Vegeta nelle macchie, leccete, boschi caducifogli, siepi da 0 a 1300 metri. Fiorisce in agosto-settembre e produce una bacca verde a maturità. La pianta rimane spoglia ed a riposo durante l’inverno, ma in Primavera dalla sua base cominciano, ai primi tepori, a spuntare i giovani germogli, i turioni.
Questi turioni, pur di dimensioni ridotte nella circonferenza rispetto a quelli coltivati, sono sapientemente usati in cucina e ricercatissimi dagli intenditori, anche se difficili da reperire. I germogli dell'asparago di campo si raccolgono in primavera (aprile e maggio); in genere si trovano seminascosti sotto le siepi, sui dossi, ai bordi delle radure. Il loro diametro medio alla base è di 7-8 mm., di un colore che varia dal verde chiaro al verde scuro al quasi violaceo nella parte terminale.  E’ da questa pianta selvatica che sono poi derivate, da tempo immemorabile, tutte le varietà di asparago coltivate.
Il termine “asparago” pare derivare dal persiano çperegh  (che voleva dire “punta”) o dal sanscrito aspargos (che significa “germoglio”). Oggi si sta tentando di riprodurre coltivata anche una varietà somigliante alla specie selvatica, che comunque rimarrà sempre di qualità inferiore rispetto a quella veramente selvatica. L’asparago, originario delle regioni del Mediterraneo orientale, è conosciuto dall’uomo fin dall’antichità, quando veniva usato esclusivamente come pianta medicinale, tanto che Linneo lo ha chiamato officinalis. Disegni dei turioni di asparagi compaiono già nelle piramidi di 5000 anni fa, per cui viene attribuita agli Egizi la diffusione di questa pianta nel bacino del Mediterraneo. La pianta era nota anche ai Greci (asparagòs) e ai Romani (asparagus), che lo avevano consacrato a Venere; ne parla per primo il greco Teofrasto, nella sua “Storia delle piante” (300 a C.), seguito poi a Roma da Catone nel “De agricoltura” e via via, poi, da Plinio, Columella, Giovenale, Aulo Cornelio Celso, fino a Galeno, che ne fece l’elogio dal punto di vista medicamentoso, esagerando anche un poco nel ritenerlo capace di azione afrodisiaca e utile rimedio contro il morso dei serpenti.

Plinio addirittura ne parla affermando che l’asparago rappresenta “l’erba che ha bisogno di maggiore diligenza per essere coltivato”, ma curiosamente sostiene pure che gli asparagi selvatici “... secondo le mie fonti...” nascono anche da “corna d’ariete ridotte in pezzi e messe sotto terra”. Sempre i Romani considerano l’asparago come un raffinato alimento; Giulio Cesare, infatti, ospite a Milano di Valerio Leone, mangiò asparagi con una salsa detta “miron” e criticò gli altri ospiti che non rinunziarono a condire gli asparagi con olio, secondo l’uso antico. Apicio, che ne era un cultore, per poterlo usare tutto l’anno, insegnò ad usarlo in cucina anche essiccato. Saltando al Medioevo lo troviamo citato dal Platina nel suo “De honesta voluptate et valetudine”, dove chiarisce che gli asparagi sono buoni conditi con olio, sale e aceto. Giovanvettorio Soderini (1526-1597), fiorentino, in un suo trattato indicava una ricetta che prevedeva, per gli asparagi, una bollitura e, poi, “scolati e infarinati si frigghino nella padella”.
A parte l’antica attribuzione a questo vegetale di proprietà medicamentose, ancora oggi l’asparago è considerato una pianta officinale I turioni di asparago e ancora di più i rizomi sono  ricchi di vitamina A, C e gruppo B. Possiedono effetto  diuretico, sedativo cardiaco, aperitivo, lassativo e dimagrante. Contengono aminoacidi (asparagina) e molti sali minerali.  Nell’organismo, dopo il consumo alimentare, si forma un metilcaptano, sostanza che viene eliminata attraverso le urine, conferendo loro un caratteristico odore penetrante e sgradevole. L’uso, però,  è sconsigliabile a chi soffre di infiammazioni renali. E’ controindicato e quindi va evitato in caso di gotta, arteriosclerosi, calcoli e infiammazioni delle vie urinarie.
E’ scientificamente provato che l’asparago, anche quello coltivato, favorisce la filtrazione del sangue ad opera dei reni,  ha un forte potere diuretico, ma soprattutto contiene – cosa caratteristica solo dell’asparago – due saponine. Agostino Falavigna, Direttore dell’Unità di ricerca di Orticoltura del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Montanaso Lombardo, in provincia di Lodi, esperto della materia, nel propagandare le proprietà dell’asparago afferma che “Le saponine sono dei composti chimici la cui famiglia è molto complessa. Quelle che si trovano nell’asparago sono conosciute scientificamente per avere un forte potere inibente nella proliferazione nelle cellule tumorali del colon. C’è una vasta letteratura sviluppata sull’argomento all’Università del New Jersey negli Stati Uniti, dove si dimostra che queste due saponine, la protodioscina e la protodiogenina, hanno questo potere. Nell’asparago selvatico la concentrazione di queste molecole benefiche è molto più elevata rispetto all’asparago coltivato, superiore fino a dieci volte. Ne contengono tre o quattro grammi per ogni chilo. Questi composti hanno una riconosciuta attività nutraceutica”.
Cari amici, a parte le sue interessanti proprietà medicamentose l’asparago è un vegetale buonissimo da mangiare, capace di migliorare il sapore di molte pietanze. Gli asparagi selvatici si distinguono per un sapore leggermente più amarognolo, ma proprio per questo sono particolarmente ricercati per un’infinità di preparazioni gastronomiche (frittate, sughi, risotti, minestre, contorni, etc.). Il suo gusto forte può essere felicemente associato non solo ai primi piatti, ma può essere abbinato a secondi di carne e di pesce, oltre che essere un ingrediente principe di torte salate e quant’altro. Prima di chiudere una curiosità tutta sarda.

Nella vita agropastorale, quando il pastore, spesso, viveva in campagna solo, senza la famiglia, in primavera, questi, al ritorno all’ovile, dopo aver condotto le pecore al pascolo, raccoglieva per se un bel mazzo di asparagi. Dopo aver eliminato le parti più dure avvolgeva, come in un fagotto, gli asparagi con delle di foglie di asfodelo, intrecciandole per tenere l’involto ben chiuso, collocandolo poi sulla brace velata di cenere per circa 15-20 minuti. La risultante era un profumato ed eccellente “antipasto” o contorno che, spalmato sul pane carasau dove era già stato sciolto del formaggio fresco, costituiva un modo saporito ed intelligente di nutrirsi con gusto!
Grazie amici della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

mercoledì, marzo 26, 2014

ANTONIO AMORE: IL PITTORE CHE AMAVA LA SARDEGNA CON “IRONICO AMORE”.



Oristano 26 Marzo 2014
Cari amici,
Venerdì scorso 21 Marzo, presso la Pinacoteca Comunale Carlo Contini ad Oristano, è stata inaugurata la mostra “IRONICO AMORE”, omaggio al pittore Antonio Amore, artista che, per quanto non sardo, operò per molti anni in Oristano. Il Prof. Antonio Amore, catanese di nascita, classe 1918, approdò nell’Isola nel 1964, un anno prima di iniziare la sua carriera di insegnante di materie artistiche ad Oristano. Innamoratosi a prima vista della Sardegna, al Suo arrivo nell’Isola era già un pittore con alle spalle una lusinghiera esperienza artistica. In quel fatidico 1964, lasciava Roma, città certamente ben più movimentata e densa d’arte e di “dolce vita” dell’Isola, che tra l’altro gli stava iniziando ad aprire le vie di un sicuro successo artistico, per approdare, esule volontario, in una terra cosi tanto diversa: aspra, forte e legata ad ancestrali riti e consuetudini che, nelle lande silenziose tra Austis e Neoneli, più precisamente nella cantoniera di S’isteddu, dove aveva deciso di andare ad abitare, erano ancora la quotidianità. Luogo aspro e per certi versi inospitale quello scelto, dove querce secolari, graniti, pecore e pastori lo accolsero con quella ospitalità tutta sarda che “s’istranzu”, l’ospite forestiero, impara presto a conoscere e amare.
Antonio Amore impiegò poco a recidere i suoi legami con la Capitale: il connubio con i sardi fu immediato e lo sfarzo, la modernità, i clamori ed il chiacchiericcio romano furono presto abbandonati, per tuffarsi nella parlata dei pastori del luogo, fatta di suoni secchi e gutturali, dove uno sguardo è più carico di significati di un lungo discorso, dove un abbraccio e una stretta di mano valgono più di mille contratti. Fu così che Antonio Amore, immerso in un contesto a Lui congeniale, divenne il più sardo dei sardi tra gli artisti del Novecento. Avendo scelto, ormai, la Sardegna quale terra d’elezione riuscì a interpretarne l’anima più profonda, senza false connotazioni folcloristiche, mantenendo la sua arte profondamente ancorata all’evoluzione contemporanea, ulteriormente ispirata da una terra che ormai lo aveva conquistato.
Antonio, erede di una antica famiglia Catanese, già avversata dal Governo Borbonico per la sua attiva partecipazione alla lotta carbonara, mantiene nelle sue vene l’antica indole libertaria della famiglia. Da ragazzo prima segue il padre, affrescatore di soffitti e cappelle, poi, pervaso da amore patriotico, abbandona gli studi per partecipare alla conquista dell'impero; si arruola partendo volontario in Africa (dal 1936 al 1946), dove visse l’esperienza di due guerre, seguita da una lunga prigionia in Kenia. Durante questa detenzione cominciò a dipingere, affermandosi in una mostra organizzata a Nairobi. Tornato in Patria nel 1946 seppe che suo fratello Francesco era caduto in guerra. Nel 1947 si trasferì in pianta stabile a Roma, dove viene accolto nella casa studio di Giacomo Balla, la cui amicizia durerà fino alla morte dell'artista. La vita artistica della Capitale inizialmente lo entusiasma, e in quel contesto l’artista percorre un interessante iter pittorico. Molto importanti furono per lui le prime mostre personali: nel 1955 alla Galleria del Vantaggio e nel 1960 alla Galleria Alibert. In quegli anni partecipò alle più importanti rassegne pittoriche, conseguendo vari premi tra cui il secondo premio alla III° rassegna di Arti figurative di Roma e del Lazio. Eseguì anche vari affreschi a Padova (S. Giovanni in Viridiana), un grande Crocifisso e alcune vetrate della Cappella dei Chierici di S. Vittore all’E.U.R.

Iniziata l’esperienza sarda nel 1964, nel 1969 presenta ad Orgosolo disegni e poesie. Durante il suo soggiorno ad Oristano (insegna Discipline pittoriche all'Istituto d'Arte di Oristano), oltre che dipinti realizza opere di scultura in legno, marmo, bronzo e acciaio inox. L'archeologo e accademico dei Lincei Giovanni Lilliu lo ammira e lo apprezza: gli dedica due importanti conferenze a Sassari e Nuoro. Ama anche scrivere: pungente corsivista suoi quotidiani dell'isola, ottiene diversi riconoscimenti letterari. "Io canterò per voi senza un vero motivo", dice un verso di Antonio Amore. Ed è all'uomo, a tutti gli uomini che egli rivolge il suo canto con la voce dell'arte che non può tacere. La Sua arte non ha bisogno di parole: come forti sono gli sguardi silenti dei sardi cosi è forte la sua espressione artistica.
Scrive di Lui Franco Solmi (Amore, opere 1965 – 1968): Senza un vero motivo, ma per una tensione ineludibile al dire e al comunicare, questo testimone del silenzio e della disperazione affronta con strana fiducia il mondo dei linguaggi assenti e dei segni obbliganti, nel recepire il segreto ed il mistero, ne rivela la nascosta umanità nel sacrificio di un'arte che non nomina mai invano il nome del proprio Dio. Tutti i modi dell'espressione vengono così a confluire e a confondersi nella religiosa limpidezza dell'opera di Antonio Amore: dal grottesco al drammatico dal realista al surreale, fino allo scoperto simbolismo delle assonanze narrative e formali che rivelano la modernità del suo linguaggio lacerante ma non lacerato, teso all'oscurità del sublime e a quella dimensione universale dell'essere dove l'individuo "sente" la sua incredula libertà…”.

La mostra “Ironico Amore”, citata in premessa, omaggio della città di Oristano all’artista a pochi anni dalla Sua scomparsa, propone ai visitatori diversi pezzi della Sua produzione meno nota e più privata, caratterizzata da un’ironia che spesso si è spinta fino al sarcasmo, nella denuncia della deriva della società contemporanea. Non, dunque, sono stati esposte opere degli esordi siciliani o l’astratta sintesi dei Cristi del periodo romano né, tantomeno, la cupa e tragica visionarietà dell’epopea del mondo agropastorale sardo nel suo desolante tramonto, quanto, piuttosto, le opere che meglio evidenziano l’aspetto più ludico e irriverente del suo percorso artistico. Quelle permeate da un’ironia sarcastica nell’analisi spietata e attualissima del degrado dei rapporti sociali e della deriva del mondo politico. Ai  curiosi occhi dei visitatori si parano davanti tronfie e inebetite pecore in poltrona, vacui ectoplasmi delle animule pendule, espliciti uomini membra, così come l’invereconda cortigiana Paolina. Un mondo abitato da tante pecore, pecore e ancora pecore, non più simbolo identitario quanto, piuttosto, amara metafora di una devastante omologazione culturale e della sconsolata constatazione di una deriva umana nella quale il limite tra riso e pianto è davvero impalpabile.
L’interessante mostra resterà aperta fino al 21 maggio 2014 con gli orari: 10.30 - 13.00 | 17.00 - 19.30 (dal lunedì al sabato). Per informazioni: Pinacoteca, tel. 0783 791262 | pinacoteca@comune.oristano.it
Cari amici, la grande figura di Antonio Amore, artista che ho avuto il piacere di conoscere e che si è dedicato alla sua arte intensamente fino all’ultimo, ci ha lasciato un'intensa traccia del Suo passaggio. Ormai novantenne, ha continuato a dipingere ed a svolgere gli amati programmi culturali. La sua ultima mostra "antologica" ad Oristano fu quella del Settembre 2003, e recava il titolo Ricominciamo da Cristo
Antonio Amore, non sardo d’origine ma vero sardo d’adozione, ha lasciato questa terra nel 2010 all’età di 92 anni.
Mario