domenica, giugno 06, 2021

IL MATRIARCATO NON È SCOMPARSO: IN EUROPA È ANCORA PRESENTE IN ESTONIA, NELLE ISOLE DI KIHNU E MANIJA.

Kihnu, l'isola dove vige il matriarcato

Oristano 6 giugno 2021

Cari amici,

Noi sardi sappiamo bene cos’è il “Matriarcato”, dato che l’antica civiltà barbaricina l’ha sempre praticato, tanto che ancora oggi retaggi di quell’antico costume, che dava alle donne la gestione forte della famiglia, in parte è ancora in auge. Ebbene, seppure per molti il matriarcato possa essere considerato un retaggio storico, esso esiste ancora! E' ancora presente in Europa, in Estonia, precisamente nelle isole di Kihnu e Manija.

Su queste due isolette vivono poco meno di mille persone, in gran parte donne, con pochissimi uomini. Qui la vita sociale è totalmente regolata e gestita dalle donne, tanto da essere considerata come l’ultima società matriarcale in Europa, dove le donne anziane si occupano di tutti gli aspetti della vita quotidiana mentre i loro mariti viaggiano per mare. Kihnu e Manija sono situate nel mar Baltico e fanno parte dell’Estonia, dove permane da secoli una cultura davvero arcaica.

Le due isole sono abitate da una Comunità chiusa, che non accetta innovazioni, conservando con orgoglio gli antichi ritmi di vita e le tradizioni. Molte forme di cultura popolare sono, infatti, rimaste intatte: riti e danze, costumi tradizionali, dialetto e lavori con l’ago. A ornare questa rara testimonianza sono i tradizionali canti runici precristiani, che possono essere sentiti tutt’oggi in queste isole. L'antico costume tradizionale, pensate, non viene indossato solo in occasione di una sagra o di una festa popolare, ma è l’abito quotidiano, in quanto ritenuto un simbolo di non contaminazione, di conservazione, di ricordo e proseguimento orgoglioso del passato. Ancora oggi si può incontrare una abitante di Kihnu vestita con una tradizionale gonna a strisce verticali, che si muove su una motocarrozzetta per andare da qualche parte.

Amici, la vita particolare portata avanti da questa Comunità, è considerata un vero fenomeno culturale non solo per l’Estonia ma per l’intera Europa; comportamento sociale che ha consentito il permanere dell'antica cultura storica presente in queste minuscole isole. In particolare gli usi e costumi praticati in quella di  Kihnu (l’isola è lunga solo 7 km e larga 3,3 km) sono stati inclusi nel patrimonio orale e immateriale dell’umanità, con la protezione dell'UNESCO. In questi luoghi il matriarcato del passato si è conservato integro, senza cambiamenti, stante il fatto che la maggior parte dell’anno gli uomini lo trascorrono in mare, impegnati nella pesca e nella caccia alle foche.

Neppure col passare del tempo le abitudini praticate per secoli sono state cambiate. I pochi uomini di queste due isole, viaggiando a lungo per mare lontani da casa per poter guadagnare il necessario, non sono quasi mai presenti nella Comunità; i giovani isolani, invece, iniziano a rompere la tradizione della pesca andando a cercare fortuna nelle grandi città. Così le isole restano gestite dalle donne anziane. Il posto, in realtà isolato dal resto del mondo in quanto in balia delle avverse condizioni meteorologiche, crea agli abitanti una vita molto dura. Per queste ragioni le isolane (oltre al lavoro dell'accudire la famiglia) sono abituate a lavorare sodo fuori casa e a prendersi cura delle maggior parte dei necessari lavori: arano il terreno, guidano i trattori, cuciono i vestiti e provvedono al bestiame.

Si, cari amici, nel freddo Mar Baltico - quello su cui si affacciano tra le altre anche la Finlandia, la Germania, la Polonia e la Svezia, in queste due piccole isole il tempo sembra essersi fermato! Il fatto che ancora oggi a gestire la vita nelle isole di Kihnu e Manija siano le donne a “governare” e guidare la vita, ha una forte motivazione tutt'ora valida. Il motivo per cui c'è ancora il matriarcato, è che qui gli uomini, ieri come oggi, sono sempre lontani da casa: per pescare, per lavorare altrove, per combattere e così via. Per questo, da secoli, le donne della Comunità continuano a svolgere tutte le mansioni, dalle più tipiche per il genere femminile, come occuparsi della casa e dei figli, fino a quelle che lo sono meno, come tagliare la legna, pascolare il bestiame (soprattutto pecore) e costruire le case.

A Kihnu, per esempio, anche il mantenimento delle tradizioni è strettamente in mano femminile: sono loro infatti a tramandare le danze e i canti popolari (che hanno un'enorme importanza per la cultura locale), come anche a gestire l'insegnamento dell'arte tessile alle nuove generazioni. In questo microscopico angolo di Estonia i tessuti hanno molta importanza, incarnano un valore simbolico, si usano per tutte le cerimonie più importanti e, attraverso disegni e fantasie, raccontano la storia di questa popolazione.

Anche le cerimonie ufficiali (come i matrimoni e i funerali) vengono celebrate dalle donne, a differenza di quasi tutto il resto del mondo. E nel tempo questa caratteristica ha attratto curiosi, giornalisti e studiosi da tutti i continenti. Ne ha scritto il New York Times in un lungo reportage, per esempio, e il National Geographic ha scattato delle bellissime immagini della vita quotidiana sull'isola. A questa società matriarcale poi sono stati dedicati servizi TV, studi e tesi di laurea.

Cari amici, questa piccola Comunità, che ha saputo mantenere usi costumi e tradizioni del passato, è un esempio di come sia importante il passato, ma dimostra anche quanto sia sempre stato alto il valore delle donne! Nel mondo attuale, purtroppo, questo loro valore stenta ancora ad affermarsi appieno. 
Personalmente plaudo a questa ‘conservazione del passato’, dove le donne, dimostrando capacità e saggezza, si occupano di custodire il patrimonio culturale ereditato dalle generazioni precedenti, tramandandolo a quelle future. La loro eredità, come detto prima, è ricca di danze, giochi, musica, ricami e persino riti funebri. Pensate, a sessant’anni le isolane iniziano a preparare tutto il necessario per il proprio funerale: confezionano i vestiti per la sepoltura, lavorando a maglia anche i guanti per i giovani uomini che loro hanno scelto come scavatori delle proprie tombe! C'è davvero tanto da scoprire nell'universo femminile...

Grazie amici, a domani.

Mario


 

sabato, giugno 05, 2021

IL PASSAGGIO DAL CARTACEO AL DIGITALE: SCOMPARE LA FIRMA CON LA PENNA SU DOCUMENTI E ATTI IMPEGNATIVI.


Oristano 5 giugno 2021

Cari amici,

la rivoluzione digitale sta facendo scomparire dai documenti un elemento fino ad oggi ritenuto essenziale per la loro validità: la firma autografa, ovvero la sottoscrizione, spesso redatta con penna stilografica e inchiostro indelebile! Scompare, dunque, uno degli elementi basilari degli atti impegnativi, la “firma manuale”, che ne dichiarava l’accettazione del contenuto e la validità. “Firma” deriva dal latino firmus, col concreto significato di “fermo”, “solido”, “irremovibile”. Anche nella lingua inglese il termine “signature” deriva da un’altra parola latina, il verbo “signare”, che significa “marcare”, tracciare un “segno”, e quindi una reale “prova concreta”. In sostanza l’apposizione della “firma”, costituiva un segno grafico inamovibile, unico, valido come prova.

Il ricorrere alla sottoscrizione di impegni tracciando con la mano il segno di accettazione è un’usanza che si perde nella notte dei tempi. Del resto la prima cosa che si insegna ai bambini alle elementari è l’alfabeto, e di conseguenza una delle prime cose che danno soddisfazione al piccolo è scrivere il proprio nome! Questo processo grafico è ormai talmente radicato che risulta faticosissimo pensare di poter sostituire la nostra firma manuale con la così detta “firma digitale”; un processo elettronico, quest’ultimo, che ci crea non poche ansie, in quanto da quando è arrivato internet il furto di identità digitale ha scalato la classifica delle nostre paure.

Che dire poi della spersonalizzazione di un atto così impegnativo? L’idea che con un click, o inserendo un codice PIN, noi abbiamo firmato un documento ci fa perdere tutta la responsabile gestualità, imparata sin dall’infanzia, nell’apporre il nostro “segno”. E ammettiamo anche che la cosa  ci appare parecchio strana e anche poco “solida”! Eppure è dimostrato che la firma digitale, al pari della firma autografa su carta, a detta degli esperti è in grado di garantire l’identità certa del sottoscrittore e la piena validità legale del documento, che non può essere ripudiato dal sottoscrittore, una volta firmato. In più, rispetto al cartaceo, la firma digitale garantisce che il documento non venga modificato dopo la sottoscrizione, problema che nel cartaceo non era completamente evitato. Vediamo allora, per conoscerla meglio, in cosa consiste esattamente questa firma digitale.

Esistono quattro tipi di firma digitale espresse in forma elettronica:

La firma elettronica, ovvero l’insieme di dati in forma elettronica riconducibili all’autore. È il tipo di firma più debole. Ad esempio se associamo a una e-mail una persona fisica sappiamo che le comunicazioni provenienti da quell’indirizzo saranno di un dato autore. Ma può capitare che o per essere vittime di spam, oppure che l’account di posta sia stato sottratto, che cada la certezza sull’autore delle comunicazioni.

La firma elettronica avanzata. È questo un  tipo di firma che, allegando o connettendo dei dati elettronici ad un documento informatico, questa aggiunta ne garantisca l’autenticità e l’integrità. Per dimostrare il falso di questa firma l’onere della prova spetta all’estensore. Sarà chi l’ha apposta che dovrà dimostrare che non è stato lui. Una delle firme elettroniche avanzate più diffuse è quella su tablet, detta “grafometrica”.

La firma elettronica qualificata. Questa, che è basata su un certificato rilasciato da certificatori accreditati, risulta dare maggiori garanzie (tramite un dispositivo sicuro per la creazione della firma) circa l’identificazione dell’autore. Può essere utilizzata purché chi appone la firma e chi la accetta accettino gli stessi certificati accreditati.

La firma digitale. Quest’ultima è un particolare tipo di firma elettronica avanzata, ancora più sicura in quanto oltre che sul certificato è basata su chiavi crittografiche. Queste chiavi sono due, una pubblica e una privata, per cui chi firma con chiave privata vede attestato anche dal destinatario tramite chiave pubblica la provenienza della firma e del mittente e l’integrità del documento firmato. Le più diffuse sono smart card e token.

Cari amici, il progresso tecnologico avanza in modo sempre più dinamico e veloce e credo che nessuno possa fermarlo. Delle firme digitali prima indicate, l’ultima è certamente la più sicura, e anche la più complicata nella sua struttura. In generale possiamo pensare che la firma digitale, con il suo sistema di crittografia avanzato, alla fine risulti più certa, solida e protetta della firma autografa, anche se passerà ancora del tempo prima che nella mente di tanti di noi diventi norma psicologicamente accettata, e non - come adesso - l'eccezione!

A domani.

Mario

 

venerdì, giugno 04, 2021

LA LUNGA STORIA DI ZANTE, ISOLA DELLO IONIO DOVE IL 6 FEBBRAIO DEL 1778 NACQUE UGO FOSCOLO. ERA ALLORA SOTTO IL DOMINIO DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA.

L'isola di Zante (Zacinto)

Oristano 4 giugno 2021

Cari amici,

La storia dell’isola di Zante, patria del poeta Ugo Foscolo, è straordinariamente avvincente e affonda le sue radici nei secoli. Questa bella isola, parte delle Ionie, è stata un possedimento marittimo estero della Repubblica di Venezia a partire dalla metà del XIV fino al XVIII secolo. La conquista da parte di Venezia di alcune isole dello Jonio avvenne gradualmente; le prime ad essere state conquistate furono Cerigo e l'isolotto di Cerigotto, nel 1363, 23 anni dopo fu la volta di Corfù, che entrò volontariamente a far parte delle colonie di Venezia. Dopo circa un secolo, Venezia conquistò Zante nel 1485, Cefalonia nel 1500 e Itaca nel 1503. La conquista fu completata nel 1718 con la presa di Leucade. Ognuna delle isole rimase parte dei possedimenti della Repubblica di Venezia fino a quando Napoleone Bonaparte sciolse la Repubblica Veneta nel 1797, e così anche Zante andò perduta, ceduta alla Francia con il Trattato di Campoformio.

Nel 1809 però, gli inglesi, forti di un numeroso esercito si invasero Zante e vi si insediarono, facendone la capitale dello Stato delle Ionie. L’oppressivo insediamento inglese portò gli isolani a tentare di ribellarsi, prima con delle petizioni di protesta verso il governo inglese, fino ad arrivare poi alla fondazione di una società segreta patriottica che prese il nome di “Filikì Eteria”. Quest’organizzazione fu alla base dell’insurrezione nazionale greca (a Zante è presente una stele che commemora questi patrioti). L’indipendenza della Grecia dalla Turchia, poi, fece nascere un movimento radicale nelle isole Ionie che a lungo lottarono contro gli Inglesi con l'intento di potersi annettere alla Grecia e non essere più sottomessi da stranieri. L’unione di Zante e delle altre Ionie alla Grecia avvenne nel 1864 anno in cui finalmente venne innalzata la bandiera greca sull’isola.

Un vero peccato che Zante, che nel cuore di molti abitanti è ancora, in parte, "veneziana", non sia più parte del nostro territorio. Zante, patria del nostro grande poeta Ugo Foscolo, possiamo dire che sente ancora Venezia nelle sue vene. Venezia la amministrò in modo continuo (salvo una piccola interruzione turca dal 1479 al 1485) per secoli, fece crescere l’isola in modo eccellente. Nel Seicento fu costruita la grande fortezza (terminata nel 1664) e nel 1669 Zante vide accrescere notevolmente la sua popolazione, in seguito all'evacuazione dei veneziani da Creta. I nuovi arrivati portarono con sé notevoli risorse e trasformarono Zante in una piccola Venezia con molti portici e molte chiese, conseguenza della presenza mista di Cattolici e Ortodossi. L'8 maggio del 1748 i fratelli Demetrio I (1723 – 1793) e Demetrio III Nicolò Mocenigo, figli di Demetrio, ottennero dalla Repubblica di Venezia il titolo di conti del Zante. È in questi anni che a Zante, il 6 febbraio del 1778 vi nacque Ugo Foscolo.

A governare le Isole Ionie durante il periodo veneziano era il Provveditore Generale da Mar, che risiedeva a Corfù; inoltre, le autorità di ogni isola erano divise fra veneziani e locali. L'economia delle isole si basava sull'esportazione di prodotti locali, in primo luogo uvetta, olio d'oliva e vino, mentre la lira veneziana, la moneta di Venezia, era anche la valuta locale. Alcune caratteristiche della cultura di Venezia vennero incorporate in quella delle Isole Ionie. Come la lingua "italiana", per esempio, che venne introdotta nelle isole come lingua ufficiale, parlata che ancora oggi e ben diffusa in queste isole. 

Ugo Foscolo nacque a Zante in quanto la famiglia paterna, discendente dalla nobiltà veneziana, seppure decaduta, aveva da tempo trasferito la famiglia nelle colonie venete tra la Dalmazia e la Grecia.  Niccolò Ugo (questo secondo nome fu poi preferito dal poeta) crebbe dunque a Zante, amando l’isola fin dalla prima infanzia. Il padre Andrea in quest’isola (celebrata da Foscolo nel sonetto A Zacinto) svolgeva, all’epoca l’incarico di medico di bordo della marina veneziana, mentre la madre, Diamantina Spathis, vedova di un precedente matrimonio, era greca. Dopo il primogenito nacquero altri tre figli: Rubina nel 1779, Gian Dionisio (Giovanni, ricordato da Ugo in un altro celebre sonetto) nel 1781 e Costantino Angelo (Giulio) nel 1787, entrambi morti suicidi.

Salomon Bartholdy, 
La lingua madre per il piccolo Ugo è il greco moderno che gli veniva insegnato da Diamantina, mentre apprendeva  il veneziano, seppure nella versione contaminata delle colonie, dal padre. Imparò correttamente l’italiano solo dopo il suo arrivo a Venezia, dove nel 1793 raggiunse  la madre che, dopo la morte del padre avvenuta nel 1788, l’aveva lasciato con i nonni sull’isola greca. Il rapporto che Foscolo strinse con l’isola natale, in cui passò, dopo un breve soggiorno in Dalmazia, gli anni importanti della sua formazione, rimase immutato con il passare del tempo. In una lettera scritta nel 1808 dal Foscolo al cugino Jakob Salomon Bartholdy, si legge: “Quantunque italiano d’educazione e d’origine, e deliberato di lasciare in qualunque evento le mie ceneri sotto le rovine d’Italia anziché all’ombra delle palme d’ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano”. (Ugo Foscolo, Epistolario, lettera del 29 settembre 1808).

Zante rappresentò sempre per Foscolo la Patria ideale, il luogo dei ricordi infantili e degli affetti familiari. Divenendo adulto la sua origine assumerà un significato emblematico per il poeta, convinto di essere un predestinato e di aver stretto con gli antichi un legame privilegiato. Nello stesso tempo l’isola rappresentò per lui la terra da cui, nella condizione di esiliato, si era allontanato con la consapevolezza di non potervi più fare ritorno. Un sentimento di perdita che lo accompagnerà per tutta la vita. Foscolo, infatti, dopo aver accolto Napoleone come liberatore della Patria, in seguito alla firma del Trattato di Campoformido, nel 1797,  partì per un esilio volontario che lo spinse oltremanica, a Londra, dove morirà in povertà nel 1827, assistito dalla figlia Floriana. L’amore per quell’isola che lo vide nascere, per quel luogo ricco di storia, sarà per lui fortissimo fino alla fine. Ci basti rileggere la bellissima e commovente poesia che Ugo Foscolo dedica a Zante (la chiama col suo antico nome greco Zacinto):

A Zacinto.

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

^^^^^^^^^^^

Grazie amici della Vostra sempre gradita attenzione!

Mario
Scorci di Zante

 

 

giovedì, giugno 03, 2021

LE API E E LA LORO GRANDE CAPACITÀ DI ADATTAMENTO. CON L’AUSILIO DELLA DOPAMIDA SONO IN GRADO DI TRASFORMARSI DA OPERAIE IN GUERRIERE.


Oristano 3 giugno 2021

Cari amici,

Sul mondo delle API, la cui organizzazione è una delle più straordinarie della natura, ho scritto a piene mani anche su questo blog. Di recente ho parlato anche della loro importanza strategica per il futuro del mondo (sono il principale vettore della riproduzione di un’infinità di vegetali che senza il loro contributo scomparirebbero), e oggi voglio ritornare sulla loro perfetta organizzazione, concepita sulla ripartizione in “caste”, che vanno dall’Ape Regina ai fuchi, passando per le diverse qualità di operaie (sono tante le diverse specializzazioni), il tutto finalizzato al raggiungimento di una organizzazione dell’alveare, il più possibile perfetta.

Si, l’alveare ha un’organizzazione incredibilmente precisa: al vertice c’è l’Ape Regina, poi i fuchi, e a seguire un’immensa schiera di “api operaie”: Bottinatrici, esploratrici, nutrici, spazzine, fino a quelle adibite alla difesa dell’alveare, ovvero le “api guerriere”. La schiera delle api operaie e davvero molto grande, in quanto rappresentano la maggior parte della popolazione dell’alveare. Esse svolgono tutti quei lavori necessari per la sopravvivenza della colonia; sono tutte api femmine, ma a differenza della regina non sono feconde. Lo sviluppo del loro apparato riproduttore, infatti, è inibito dai particolari feromoni che producono la regina e la covata stessa. La durata media della vita di un’ape operaia è variabile in base alla stagione in cui nasce. Un’operaia invernale può vivere fino a 6 mesi, mentre quelle nate nei periodi più frenetici dell’anno vivono al massimo 30-40 giorni.

In ogni alveare la massa delle “operaie”, come accennato, non è costituita da api “fac totum”, ma da schiere di api “specializzate” nelle diverse mansioni utili alla gestione dell’alveare. Ecco una prima descrizione delle diverse funzioni svolte. Si parte con l’Ape pulitrice, che appena nata si occupa, fin dai primi 3 giorni di vita, di pulire i favi e l’alveare, oltre che di preparare le celle per la nuova covata, rivestendole di propoli; c’è l’Ape nutrice, che provvede alla nutrizione delle larve; questa inizialmente provvede ad alimentarle solo con miele e polline, in quanto le ghiandole che producono la pappa reale non sono ancora sviluppate. Solo quando queste saranno operative l’ape potrà nutrire le larve più giovani e quelle deposte nelle celle reali.

L’Ape ceraiola, è quella dotata di ghiandole che producono la cera, cosa che consente la costruzione e riparazione dei favi, e questo sarà il suo unico compito; c’è poi l’Ape becchina, il cui incarico è quello di eliminare le api morte all’interno dell’alveare; è questo un compito fondamentale, necessario per mantenere alto il livello di igiene della colonia. Le api becchine iniziano il loro lavoro all’incirca quando hanno circa 12,5 giorni di vita. L’Ape immagazzinatrice, invece, è quella che riceve il nettare e il polline raccolto dalle compagne per poi riporlo all’interno dei favi.

L’Ape ventilatrice, che vive tutto il tempo all’interno dell’alveare, ha il compito di mantenere stabilmente la giusta temperatura all’interno della struttura abitativa, e per questo deve costantemente muovere le ali ventilando senza sosta; il compito è svolto dalle api che hanno 21 giorni di vita ed è necessario per consentire la deidratazione del nettare immagazzinato nei favi. È l’Ape bottinatrice, anch’essa operativa a partire dal  21° giorno di vita, quella che si deve occupare della raccolta di nettare, polline, propoli e acqua, tutte sostanze necessarie per la sopravvivenza dell’alveare.

Nel mondo delle api ci sono, poi, due alte specializzazioni: le api esploratrici e le Api guardiane (o scout). Le Api guardiane, sono davvero di alto valore per la sopravvivenza dell’alveare. Diventare Api scout è molto difficile, e c’è da dire che la maggior parte delle api non diventeranno mai esploratrici o scout. Pur essendo possibile cambiare mansione nel corso del tempo, le scout, sono quelle specializzate nella ricerca di cibo (sono il 5-15% degli individui di una colonia) o nella ricerca di un nuovo luogo dove insediarsi (nest-scout, 5% degli individui di una colonia); per questo compito debbono essere in possesso di doti davvero particolari, tra cui un’alta capacità esplorativa e olfattiva.  

La difesa dell'alveare

Quanto alle Api guardiane (o scout), il compito a loro delegato è altamente impegnativo, in quanto il loro pesante lavoro consiste nella difesa in tutti i modi della famiglia dai numerosi aggressori esterni, comprese le api di altri alveari. Per svolgere questo impegnativo compito alle api operaie particolarmente dotate, viene in aiuto una sostanza molto utile, la dopamina, prodotta dal cervello e capace di trasformare le api operaie in api guerriere. La difesa dell'alveare non è cosa di poco conto, e solo le migliori e più dotate svolgeranno senza timore e con vero sprezzo del pericolo la mansione, mettendo al sicuro l’alveare dagli attacchi dei nemici.

Cari amici, come ho accennato in premessa, il mondo delle api è quello, forse, più perfetto in natura. Un’organizzazione quasi militare, che nulla lascia al caso e che, seppure in un regime che possiamo definire militarmente rigido (non certo molto democratico), fa funzionale ogni alveare in modo eccellente! Sulle api, amici, c’è ancora tanto da scoprire!

A domani.

Mario
Sciame di api nel bosco: nasce un nuovo alveare

mercoledì, giugno 02, 2021

IL FALLIMENTO DEL REDDITO DI CITTADINANZA. LE MODALITÀ DI EROGAZIONE, ANZICHÉ INCENTIVARE LA RICERCA DI UN LAVORO, NE HANNO FAVORITO, INVECE, IL RIFIUTO.


Oristano 2 giugno 2021

Cari amici,

Oggi è la festa della Repubblica. In un'Italia ancora sotto stress per la pandemia, in realtà c'è poca voglia di sorrisi, anche se la speranza della ripresa conforta e da nuova carica. Uno dei problemi più complessi è certamente l'immenso debito pubblico che ci sovrasta, che dovrebbe far riflettere di più chi continua ad allargarlo. Oggi, per esempio, parlo di qualcosa che lo ha enormemente appesantito: il reddito di cittadinanza. Con un costo stratosferico, tra gli 8 e i 9 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si è rivelato un fallimento di dimensioni colossali. Il provvedimento legislativo, nato per sopperire alle temporanee, urgenti necessità di chi era senza lavoro, ma con il principale intento di creare le strutture di supporto per aiutare a trovarlo (leggi Navigator), si è rivelato più un danno che un guadagno. A sentire il Governatore della Campania Vincenzo De Luca (che oltre  a dover fronteggiare i problemi causati dal Covid, si trova ora nella necessità di risolvere il problema della mancanza di operatori stagionali),  il reddito di cittadinanza non ha fatto altro che allontanare i lavoratori precari e a tempo dalla ricerca di lavoro, che preferiscono accontentarsi del reddito di cittadinanza restando così liberi e inoperosi come in vacanza.

Quella di De Luca può essere definita una delle tante crociate messe in atto per contrastare i danni creati dalla allegra concessione del RDC, che anziché contribuire a diminuire la disoccupazione in realtà la sta aumentando. In una recente conferenza stampa De Luca si è così espresso: "Mi è stato confermato che alcune attività commerciali non apriranno anche quando sarà consentito, perché per esempio per i bar e per i ristoranti non si trovano più camerieri; per le attività stagionali non si trova ugualmente più personale, come già verificatosi nelle aziende industriali alberghiere. È uno dei risultati paradossali dell'introduzione del reddito di cittadinanza. Se tu mi dai 700 euro al mese e io mi vado a fare qualche lavoretto in nero, io non ho interesse ad alzarmi la mattina alle 6 per andare a lavorare in un'industria di trasformazione agricola".

Cari amici, l’amara realtà è che, seppure sia condivisibile lo scopo iniziale di concessione dei sussidi alla parte fragile della società, purtroppo il RDC non ha raggiunto nessuno degli obiettivi per cui era stato progettato: sopperire provvisoriamente ai bisogni delle famiglie, ma contribuendo alla ricerca del lavoro. Secondo i numeri riportati da Repubblica, a beneficiare del RDC era un parterre di oltre un milione di nuclei famigliari, per un totale di 2,5 milioni di persone – il 76% della platea potenziale stimata dal precedente governo – e la ricarica media della carta per gli acquisti di circa 500 euro al mese.

Ma l’obiettivo totalmente mancato è stato quello di creare strutture per ‘trovare lavoro’. Per raggiungere questo obiettivo il piano del reddito di cittadinanza aveva introdotto l’assunzione a tamburo battente (e fra mille pasticci) di oltre 2.300 navigator, che salvo errore sono rimasti in gran parte totalmente inoperosi. La realtà, bisogna prenderne atto, è che, pur partendo da un  principio  valido (sostenere chi è in difficoltà), una misura di sostegno perde la sua efficacia se nel medio-lungo periodo non riesce a innescare una dinamica virtuosa, ovvero raggiungere lo scopo prefissato: trovare il lavoro.

La legge istitutiva del RDC, definita proprio del “Diritto al lavoro”, è stata purtroppo concepita in modo del tutto sbagliato. Perché, per esempio, si è scelto di partire prima con l’erogazione del reddito e poi di mettere in moto la claudicante ossatura dei navigator? Inoltre, si è fatto un macroscopico errore di prospettiva: dei 2,5 milioni di destinatari, si è era appurato “chi era davvero in grado e pronto a lavorare”? Calcoli fatti a posteriori hanno accertato che erano meno di 800 mila quelli in grado di lavorare, disposti ad assumere un impiego dall’oggi al domani. Di questi, solo 423mila sono stati contattati dai centri per l’impiego; in 332mila hanno sostenuto un colloquio con il navigator di turno e appena 220mila hanno sottoscritto il Patto di servizio (senza il quale, in teoria, non si dovrebbe aver diritto al reddito).

In concreto, da settembre a oggi, il lavoro è arrivato solo per poco meno di 29 mila persone, la stragrande maggioranza con contratto a termine (il 18% con un accordo stabile e per il resto con apprendistati e tirocini); gente, dunque, che tornerà presto a percepire il reddito, I conti sono presto fatti: 29mila occupati su 791mila occupabili, sono il 3,6%! Tutto questo può considerarsi un epilogo positivo? Senza ombra di dubbio, proprio no! La cruda realtà è che il RDC è stato realizzato in fretta e furia per mantenere una promessa elettorale dei 5 Stelle, e i tempi ristretti non hanno consentito di approfondire le logiche di concessione, determinando la sua inefficienza ed il suo reale fallimento. 

Cari amici, La riforma di questo costoso meccanismo, spacciato come panacea per creare lavoro, si fa ogni giorno più urgente. Secondo i dati INPS più recenti, i percettori del RDC hanno ora un assegno mensile medio di 570 euro e sono circa 3 milioni, con una crescita del 25% rispetto a gennaio 2020 (di questi, 2 milioni e 900mila persone stanno riscuotendo l’assegno senza lavorare). Dall’entrata in vigore della misura di sostegno sono stati spesi 8,5 miliardi di euro: una cifra enorme, che ha sicuramente aiutato diverse famiglie, ma che ha attinto ai soldi dei contribuenti e ha creato un ulteriore voragine nel nostro debito pubblico, che ricadrà sulle spalle delle generazioni future.

Credo che ci sia poco da aggiungere…

A domani.

Mario

martedì, giugno 01, 2021

“AVERE UNA SPADA DI DAMOCLE SULLA TESTA”. LA CURIOSA ORIGINE DI UN “MODO DI DIRE”, RIPORTATO ANCHE DA CICERONE NELLE SUE “TUSCULANAE DISPUTATIONES”.


Oristano 1 giugno 2021

Cari amici,

Al giorno d’oggi l’espressione “Avere un spada di Damocle sulla testa” viene usata per indicare una situazione di alto pericolo, in cui anche un piccolo errore o un fatto imponderabile ci può creare delle conseguenze molto serie, addirittura irrimediabili. I 'detti', i modi di dire, sono la saggezza del passato, nati dall'esperienza consolidata del passato. Ebbene, amici, oggi voglio raccontarvi come è nata questa curiosa ‘espressione’, partendo dalla situazione che l'ha creata, risalente addirittura ai secoli prima di Cristo. È davvero un storia lontana ma interessante, ed è per questo che ho deciso di raccontarvela.

Dionisio I
Nella Sicilia del IV secolo a.C., tiranno della città di Siracusa era un certo Dionisio I, salito al potere grazie agli intrighi e alla cospirazione. Dionisio era un uomo dotato di grande potere di persuasione, cosa che facilitò la sua ascesa al potere. Come d’uso nell’epoca, il sovrano era circondato da numerosi uomini di scorta, dato che per prudenza voleva avere “un forte gruppo” sotto il suo comando diretto, tanto che il popolo approvò che lo proteggessero 600 uomini. Alla sua corte vi era anche Damocle, un giullare molto abile nell’adulare il sovrano, che sottolineava in continuazione le sue grandi capacità e quanto fosse fortunato ad avere potere e ricchezze. In realtà Damocle covava anche una certa invidia nei confronti del tiranno ma, non potendo esternarla, trasformava questo sentimento in adorazione e piaggeria. Dionisio, che stupido non era, accorgendosi della sua falsa cortesia, cercò con uno stratagemma di ricordargli la sua effettiva condizione. Un giorno che il cortigiano, incontrandolo a corte, lo riempì di enormi elogi e adulazioni, decise di giocargli un tiro mancino. Al termine delle sue lusinghe, Dionisio gli propose un invito cena alla sua la tavola, di norma imbandita con cibi e delizie di ogni tipo.

Damocle, che non stava in sé dalla gioia, arrivò per tempo, iniziando a lodare esageratamente, come suo solito, il sovrano. Dionisio lo accompagnò al tavolo, facendolo accomodare nel suo posto regale, perché fosse servito degnamente, come viene servito un re. Damocle, felice come non mai della considerazione ricevuta, era rimasto incantato dell’onore datogli, e, sedutosi sul trono, venne servito da una moltitudine di domestici che assecondavano ogni suo desiderio, anche il più piccolo dei suoi capricci.

Nella sua euforia Damocle non si era accorto, però, che legata proprio sopra lo scranno regale era stata posta una lucida e affilata spada sguainata, legata solo ad un esile crine di cavallo. Un legame così sottile e delicato che la spada avrebbe potuto cadere in ogni momento sopra la sua testa. Solo alla fine del ricco banchetto Damocle si accorse di avere sopra di sé quella terribile spada pendente, e allora, inginocchiatosi di fronte al sovrano, lo supplicò di lasciarlo andare via, e poter, così, tornare ad occuparsi delle sue modeste mansioni di giullare. Dionisio lo accomiatò con un sorriso, convinto di avergli fatto capire che la vita di un uomo di potere non è, in realtà, così semplice e sicura. Il potere non è mai esente da rischi, in quanto chi governa è costantemente minacciato da rivali, deve sempre guardarsi alle spalle, e non sa di chi può realmente fidarsi. Quella spada pendente sulla testa, legata ad un esile crine di cavallo, rappresentava proprio la doppia faccia del potere, la sua ambivalenza.

A riportare per primo ai posteri l’interessante esperimento di Dionisio fu quasi certamente Timeo Tauromenio (356-260 a.C.), anche se a trasformarla nel celebre racconto che viene citato anche al giorno d’oggi fu il famoso filosofo Marco Tullio Cicerone, che la incluse nella sua opera “Tusculanae disputationes”, e, grazie a ciò, la storia divenne famosa in tutto l’Occidente. Marco Tullio Cicerone, uno dei grandi politici, filosofi e pensatori romani dell’epoca, fu un grande difensore della Repubblica, ma gli toccò anche di vivere la dittatura di Dionisio I.

Si presume che Cicerone, che apparteneva alla scuola filosofica degli stoici (sostenitori una vita senza eccessi, perché alla lunga avrebbero generato sofferenza), nel riportare l’episodio abbia voluto mostrare la “faccia nascosta del lusso e dell’ostentazione”, oltre a rimarcare  una velata critica a Dionisio ed al suo punto debole: la paura di essere tradito da chi aveva vicino. La storia, in realtà, dimostra che il potere in se stesso comporta sempre dei rischi, cosa che rende impossibile godere anche delle piccole cose. “Chi è temuto da tanti, deve temere molti”.

Cari amici, come accennato prima, anche al giorno d’oggi “Avere una spada di Damocle sulla testa” sta ad indicare un pericolo imminente, qualcosa di negativo che può accadere da un momento all’altro; un pericolo che incombe in modo particolare su chi è uomo di potere, circondato sempre da un’infinità di finti amici. Un’eccellente metafora, dunque, quella che ho riportato oggi, per ricordare il prezzo che gli uomini di potere devono pagare per la posizione di privilegio che ricoprono.

A domani cari lettori!

Mario