martedì, dicembre 03, 2013

IL CAVALLINO DELLA GIARA: RARO ESEMPLARE DI RAZZA EQUINA, PRESENTE SOLO IN SARDEGNA. AD ORISTANO PROTAGONISTA DELLA SARTIGLIA DEI RAGAZZI.



Oristano 3 Dicembre 2013
Cari amici,
da poco, su questo blog, ho voluto ricordare Antonio Casu, recentemente scomparso, uno degli ideatori e protagonisti della “Sartigliedda”, quella del Lunedì. Questa manifestazione giovanile, inserita tra la Sartiglia della Domenica e quella del Martedì,  è riservata ai ragazzi, che gareggiano alla stella in sella a piccoli destrieri: i cavallini della Giara. Il “Signor Antonio”, come affettuosamente  veniva chiamato (soprattutto dai ragazzi) era il patron del “Giara Club”, un maneggio di cavalli, proprio di “Cavallini della Giara”. 
Oggi voglio parlare con Voi proprio di questi particolari cavallini, praticamente unici al mondo, presenti in Sardegna da tempo immemorabile.
I cavallini della Giara appartengono ad una razza selvatica di origine non accertata: essi sono considerati  un vero e proprio fossile vivente, poiché hanno conservato intatti alcuni caratteri originali della specie equina. Gli studi se questo cavallo fosse di origine autoctona o di importazione partivano proprio dalla considerazione che la Sardegna, inizialmente parte integrante del continente euroasiatico, insieme alle Isole Baleari e alla Corsica costituiva un’appendice geologica dell’attuale Provenza. Circa 100 milioni di anni fa, gli eventi geologici che coinvolsero i continenti africano ed euroasiatico, diedero origine a delle fratture che provocarono il distacco di due micro placche, da cui nacquero le isole Baleari, la Sardegna e la Corsica. Il distacco dalla terra madre ha lentamente creato modificazioni genetiche, dando vita ad una evoluzione differenziale di fauna e flora, con la costituzione di alcuni paleo endemismi derivanti dalla conservazione di elementi ancestrali, (di specie nel frattempo estinte nel Continente e presenti ancora, invece nella “zolla” staccatasi), e dando vita ad un cospicuo numero di neo endemismi provenienti dall’evoluzione differenziale, attraverso la nascita di sottospecie o specie nuove. Gli studi non hanno portato ad una soluzione concreta e i cavallini ancora oggi sono considerati di origine ignota.
Alla convinzione degli studiosi che il cavallino della Giara non sia una “specie autoctona della Sardegna”, in quanto pare non esistano reperti fossili certi del periodo antecedente il tardo nuragico per comprovarlo, si aggiungono quelle degli storici che  ipotizzano che siano stati importati in Sardegna dai paesi africani della fascia mediterranea dai nostri colonizzatori fenici, oppure da navigatori greci nel periodo del V-IV secolo a.C.; altri addirittura ipotizzano che siano di origine asiatica. Secondo altre fonti, invece, questa razza può anche essere autoctona, in quanto presente ed addomesticata dalle popolazioni nuragiche un millennio prima e, in quest’ipotesi,  sarebbe quindi un discendente del cavallo selvatico presente in Sardegna già dal Neolitico e del quale sono stati rinvenuti fossili del 6000 a.C. circa. A prescindere dalle origini la cosa certa è che questo splendido equide di piccola taglia è oggi una realtà viva e vegeta, presente, forse solo in Sardegna!
Le fonti certe sulla presenza dei cavallini in Sardegna risalgono ad alcuni secoli fa: esse attestano che il cavallino della Giara era presente in grossi branchi nell’Isola fino al tardo Medioevo, e viveva allo stato brado. Ora si trova solamente nell'altopiano della Giara, da cui prende il nome, in circa 500 esemplari. Le caratteristiche dell'altopiano, esteso per oltre 4.500 ettari e con un'altitudine che varia dai 500 ai 600 metri sul livello del mare, con le pareti scoscese a precipizio, hanno isolato completamente i branchi presenti, garantendone la conservazione della tipicità della razza. La Giara è per i cavallini un luogo ideale: un altopiano basaltico con una vegetazione costituita da sugherete molto aperte, inframmezzate da vasti prati a pascolo. Caratteristici sono i “paùlis”, ristagni d’acqua temporanei che in primavera si ricoprono di ranuncoli acquatici: abitat, questo che è considerato dall’UE, per questa specie, un “habitat prioritario”. Alcuni esemplari si trovano anche sul monte Arci, nella riserva naturale di capo Caccia ad Alghero e a foresta Burgos, dove nel 1971 l'Istituto di incremento ippico di Ozieri ha creato un centro di allevamento e di ripopolamento.
La scheda tecnica di questo animale di dimensioni abbastanza contenute ha evidenziato che i soggetti maschi hanno un’altezza al garrese di 125 -135 cm, mentre le femmine di 115 – 130 e che il peso nell’adulto varia dai 170 ai 200 kg. Il mantello dell’animale, originariamente di color bruno scuro, varia attualmente dal colore morello al baio, ma sono presenti anche individui sauri; non infrequenti sono inoltre le balzane e i segni sulla fronte, segni inequivocabili di antiche mescolanze tra razze diverse. Caratteristiche del cavallo giarino sono anche la criniera e la coda molto lunghe e folte e gli occhi di forma leggermente a mandorla. Gli esemplari sono caratterizzati da testa quadrata, con vistoso ciuffo come la criniera e da un collo robusto. Il garrese è appena pronunciato, la groppa è corta ed inclinata, l'attaccatura della coda è bassa. Torace basso e stretto. Gli arti sono sottili. I branchi pascolanti nell’altipiano della Giara erano, in data precedente al 2002, (anno in cui la XXV Comunità montana “Sa Giara”, attraverso un finanziamento della Regione Sardegna, li acquisì al patrimonio pubblico), di proprietà di allevatori dei paesi vicini che in parte li domavano e li utilizzavano per il lavoro dei campi, in particolare la trebbiatura prima dell’arrivo delle macchine, oppure per equitazione da campagna.
I cavallini sulla Giara vivono in gruppi familiari stabili costituiti da un maschio dominante (capo branco) e da una a otto femmine. Ogni nucleo ha un proprio territorio che talvolta può parzialmente sovrapporsi con quello di gruppi limitrofi. La riproduzione: la nascita dei piccoli puledri, dopo circa 11 mesi di gravidanza, avviene fra marzo e aprile, ed ogni femmina partorisce un solo esemplare. A pochi giorni dal parto (8 -10 giorni) la femmina rientra in calore e si ha un nuovo accoppiamento, per cui l’allattamento è contemporaneo alla nuova gravidanza. I piccoli restano sotto la protezione della madre per tutto il primo anno di vita e continuano a succhiare il latte anche se già svezzati. I giovani maschi vengono allontanati attorno secondo-terzo anno, con la completa maturità sessuale, mentre le giovani femmine restano nel branco per diversi anni, se non vengono “rapite” da altri maschi. I rapporti parentali tra individui di uno stesso branco sono molto forti. Non sono ammesse situazioni di promiscuità, ogni capobranco è fortemente geloso del suo harem ed è pronto a difenderlo a suon di calci e morsi nei confronti di eventuali altri maschi intrusi. Molto più diplomatico è invece il comportamento del capobranco se l'intrusione avviene ad opera di una cavalla in età fertile, che accetta di buon grado. La dolce vita da sceicco, per lo stallone capobranco, durerà fino ai 15-20 anni di età quando, ormai anziano, verrà a sua volta soppiantato da un altro giovane maschio e andrà a trascorrere gli ultimi anni della sue vita in un altro territorio in compagnia di altri "scapoli".
I cavallini della Giara sono animali dal carattere indomito e irrequieto. Il processo di domesticazione del cavallino della Giara non è ne semplice ne veloce; in nessun altro animale definito domestico si riscontrano intatti i caratteri comportamentali ancestrali come in questo cavallo. Di carattere nevrile e indomito pur se apparentemente tranquillo, il cavallino della Giara, sprigiona una forza e una resistenza insospettabili ogni qualvolta l'uomo minaccia di privarlo della sua libertà. La cattura anche se per curarlo, per marchiarlo, per domarlo o per qualunque altro motivo, storicamente non è mai stato un compito agevole e gli inseguimenti dei cavallini nelle pietraie della Giara da parte di esperti cavalieri si sono spesso conclusi con un nulla di fatto. Questo cavallo è inserito tra le razze italiane riconosciute.
Per gli amanti di gite ed escursioni il periodo migliore per visitare l'area della Giara dove vivono, e osservare i cavallini a pascolo brado, è la primavera, quando le paùlis si ricoprono di ranuncoli acquatici e gli animali sono in amore. Se si è sufficientemente fortunati e cauti, potrebbe anche capitare di assistere allo scontro tra un maschio che difende il suo territorio e il suo harem e un giovane puledro ancora scapolo, pronto a tutto pur di guadagnarsi una femmina e il suo spazio. Una gita che merita, davvero, di essere vissuta! Per chi invece ama la Sartiglia, il Lunedì di carnevale, vada ad assistere alla Sartiglia dei ragazzi, dove potrà ammirare splendidi esemplari di cavallini che quanto e più di quelli più grandi sono in grado di dimostrare le loro capacità, con in sella i mini cavalieri.
Malinconici occhi a mandorla, dimensioni ridotte ma armoniche e aggraziate, criniera e coda folte e lunghe, temperamento nervoso e indomito, questo è oggi il cavallino della Giara, che non molto tempo fa Antonio Casu iniziò ad utilizzare per addestrare i ragazzi giovanissimi a montare a cavallo prima ed a gareggiare, poi, in particolare nella grande giostra della Sartiglia.
Cari amici, questo cavallo in miniatura è una splendida presenza nella nostra Sardegna che meriterebbe più attenzione. Nonostante la limitata diffusione il cavallino della Giara non rientra nella lista delle specie protette dalla L.R. 29 luglio 1998, n.23, in quanto non lo si considera in estinzione; questa mancata protezione, ovviamente, impedisce di punire il non corretto utilizzo di questa specie.
Il carnevale si avvicina e presto i cavallini li rivedremo di nuovo all’opera nella “Sartiglietta 2013”, a lottare per la vittoria alla stella, lanciati al galoppo con in sella un giovanissimo cavaliere! Lotteranno anche per onorare un uomo che ha voluto valorizzarli insieme a tanti capaci ragazzi-cavalieri: Antonio Casu, forse anche per loro “Signor Antonio”.
Ciao a tutti.
Mario

lunedì, dicembre 02, 2013

LA SARDEGNA E LE TOMBE DEI GIGANTI: SOLO LUOGHI DI SEPOLTURA COLLETTIVA O GRANDI ACCUMULATORI DI ENERGIA? L’ATTUALE RICORSO ALLA MAGNETOTERAPIA TERRESTRE, CI DICE CHE IL FUTURO HA RADICI ANTICHE!



Oristano 2 Dicembre 2013
Cari amici,
credo che pochi sardi non abbiano mai visitato una delle tante “Tombe di Giganti” sparse in tutta l’Isola. Di questi grandi sepolcri collettivi, di questi antichi e possenti monumenti del nostro lontano passato, ne sono sopravvissuti tanti: ne abbiamo censito oltre 300, esattamente 321.

Spesso le "Tombe" le incontriamo isolate, più raramente in piccoli gruppi, collocate in luoghi oggi quasi sempre disabitati, ma sempre di grande fascino e suggestione. Sono grandi e maestose,  costruite con grandi lastroni di pietra, in gran parte basaltica o granitica, che spesso ci fa pensare ai loro costruttori come degli individui particolarmente massicci e forti, giganti insomma, considerato che costruivano anche i grandi e possenti Nuraghi. Sono queste tombe costruzioni megalitiche, dove le pietre utilizzate sono finemente lavorate (la Sardegna è ricca di pietre, quindi non mancavano certo le possibilità di scelta) da capaci uomini che abitavano la nostra terra circa 3.500 anni fa.
Monumenti, questi,  che oggi appaiono un po’ in disarmo: solo dei grandi templi in rovina, ma, pur nell’apparente stato dimesso,  state sicuri che non sono macerie, non sono morti ma solo dormienti! Basta fermarsi a guardare una qualsiasi di queste tombe di giganti all’ora del tramonto, dopo l'imbrunire o dopo il crepuscolo, per accorgersene. Le ombre che la luce proietta sulla piccola corte antistante l'ingresso della tomba, danno l’impressione di trovarsi di fronte ad un tempio vivo, dove il gioco delle ombre sembra ricreare la vita del passato in questo sacro luogo di culto. Ombre in movimento che ci fanno rivivere quel viavai di uomini e donne che certamente animavano quel luogo. Luogo sacro, dove i vivi si incontravano con i loro antenati, in una dimensione diversa dall'ordinario. I morti li sepolti non erano semplicemente morti, ma passati a miglior vita: da li avevano preso la via verso l’ignoto, verso una vita ultraterrena. Tombe gigantesche, quindi, come veicolo di congiunzione tra la vita terrena e “l’altra vita”, quella sconosciuta, quella che tanto turba, ma che fa anche pensare, riflettere. In quella antica civiltà i vivi dovevano sempre tributare onore e gloria ai corpi mortali dei loro predecessori, ora viaggiatori verso un nuovo e temuto mondo sconosciuto. Il legame dei morti con i vivi era mantenuto alto e forte, perché gli antenati rappresentavano la fonte della vita, e loro, i vivi, ne erano la continuazione; onore e rispetto, questo il tributo dovuto: era il flusso inarrestabile della vita, la continuazione, di generazione in generazione.
Studiosi, sia del passato che recenti, si sono posti la domanda sulla logica della scelta di quei luoghi, sul perché era stato individuato proprio “quel luogo” per erigere una costruzione così imponente ed importante. Un dato certo, che è stato ricavato e verificato, è che  sia i luoghi che le pietre utilizzate, sono degli enormi accumulatori di energia terrestre. Mauro Aresu, uno dei più importanti studiosi di questo argomento, dopo aver a lungo analizzato diversi di questi monumenti, afferma che  ogni tomba costituisce un punto importante di emanazione energetica. Energia questa che, accumulata all’interno della tomba, avrebbe proprietà terapeutiche nei confronti delle persone che si rechino o si distendano al loro interno.
La grande abilità costruttiva di questi nostri antichi progenitori ha predisposto la costruzione tombale disponendo a semicerchio il frontale, che avrebbe dovuto seguire le linee energetiche telluriche, catturandone il flusso. Il grande monumento di pietra si sarebbe, poi, man mano impregnato costantemente di questa energia vitale. Per usufruire di questi benefici era necessario distendersi sulla grande pietra piatta rituale, posta nel corridoio della costruzione subito dopo l'ingresso (spesso ancora presente in molte tombe), colma di energia ricevuta dal flusso magnetico. Pietra che assolveva alla funzione di ricettore del flusso magnetico, catturato dalla punta della stele più alta che, come un’antenna, una trasmittente satellitare, raccoglieva e trasmetteva la forza ricevuta.
Scopo originario della megalitica costruzione era quindi quella di creare le condizioni perché il corpo del defunto, posizionato all’interno della tomba ricevesse un’energia tale da strappare la sua anima dal corpo, ricolmarla di nuova vita, quella della Madre Terra, e ricondurla, in una nuova vita, alle sue lontane origini. Insomma, più che tomba poteva essere considerata una grande rampa di lancio, capace di proiettare l’uomo verso l’aldilà, verso le stelle. L’alta stele frontale dà ancora oggi l’idea di tutto questo: una specie di vettore spaziale capace di proiettare l’anima verso il cielo, verso il ritorno a casa. Culto, quello sardo del dio Toro e della madre Terra, non molto differente da quello egizio; Sardegna, quindi, pregna di un mix di culture che si incrociavano e si amalgamavano: ne sono testimonianza diverse simbologie correlate, come le false porte, la piramide di Monte D’Accoddi, le tombe accessoriate di oggetti di vita quotidiana, dove appaiono chiaramente gli incroci culturali.
Circa il culto del Dio Toro, prima menzionato, Mauro Aresu afferma che, se viste dall’alto, le Tombe dei Giganti possono sembrare delle teste di toro stilizzate. La figura del toro era molto diffusa nella civiltà sarda dell’epoca, perché rappresentava la forza maschile in unione con la Dea Madre. Il loro sacro incontro generava la vita e successivamente dava l’energia all’anima perché potesse riunirsi all’energia della terra. Presso le tombe dei giganti si presume che venissero svolti rituali legati al richiamo della vita e della rinascita: nella parte esterna della tomba, proprio nell’esedra antistante, si nota la presenza di sedili, che fa presupporre la partecipazione collettiva. Questi nostri antenati, riuniti in gruppo, mettevano in atto una cerimonia sacra (forse anche in uno stimolato stato di “sonno-trance liturgico”, mediante la quale cercavano di entrare in contatto con la divinità (rituale molto diffuso nella cultura greca), per onorare e raccomandare il defunto, oltre che per implorare il rinnovo della vita nell’ambito della Comunità.
Queste tombe, progettate in modo così accurato dal punto di vista architettonico, testimoniano il grande rispetto che la civiltà nuragica nutriva nei confronti della morte e della vita dell’oltretomba. L’enorme fatica umana che queste costruzioni così imperiose richiedevano, i complessi rituali, i grossi calcoli e le conoscenze nell’erigere monumenti così complessi in precisi luoghi energetici, tacitamente ci dimostrano non solo la loro cultura e la loro capacità ma anche l’importanza che questi popoli nuragici e pre-nuragici attribuivano al sacro, allo spirito. Questi popoli, a ben pensare,  non erano poi tanto primitivi, se avevano dei valori così forti, sotto certi aspetti anche più di quelli di noi oggi, attribuendo alla vita ed alla morte un grandissimo valore.
Questi nostri antenati sapevano scegliere con cura i luoghi dove edificare non solo i templi ma anche le loro abitazioni, tenendo ben conto delle emanazioni magnetiche del suolo. Il campo magnetico terrestre, come ben sappiamo, è essenziale per tutti gli esseri viventi e per la sussistenza biologica del pianeta; esso è determinante per il controllo e la regolazione dei processi biologici dell’organismo e la sua assenza, o il surplus di radiazioni create dai campi magnetici artificiali (creati dall’uomo) possono creare disfunzioni ed influenzare l’apparato cellulare tanto da far ammalare le cellule. L’antico utilizzo della magnetoterapia era una tecnica di cura ben conosciuta dagli antichi sardi; essi sapevano individuare con precisione quei “particolari luoghi” carichi di energia e li utilizzavano a scopo terapeutico potenziandoli con le capacità frequenziali dell’acqua.
Ecco, l’acqua, l’altro elemento vitale nella vita dell’uomo, fin dalle sue origini. L’acqua, secondo gli antichi, era dotata di caratteri e virtù eccezionali: i pozzi sacri, architetture religiose e simboliche dedicate al culto ed all’adorazione dell’acqua sorgiva, essenziale per la vita, erano mete continue di pellegrinaggi. Le sorgenti, i fiumi ed i laghi, erano considerati sacri, diretta emanazione della Dea Madre o del Dio Toro, portatori di potenza e di fertilità; rievocavano la peculiarità del ciclo materno, capace di generare la vita e nutrirla. Presso le antiche genti che popolavano la Sardegna grande fu lo sviluppo del culto idro-geologico, che portò gli uomini a edificare monumenti al di sopra di falde acquifere sotterranee generanti magnetismo alla superficie.
Cari amici, chi studia la nostra antica civiltà nuragica si rende conto di quanto avanti culturalmente fossero questi nostri grandi antenati! Un popolo, quello dei Nuraghi, delle Tombe dei Giganti, delle Domus de Janas e dei Giganti di Mont’e Prama, che conosceva a fondo la natura e le sue forze: in particolare il magnetismo della terra, delle pietre. dell’acqua e dell’universo. Forze grandi, ciclopiche, come i monumenti che costruivano. Gli uomini di oggi, forse, lo hanno capito in ritardo. Oggi esiste una riscoperta delle cure basate sul magnetismo, cure capaci di portare alla guarigione di determinate malattie, in particolare quelle relative ai dolori muscolari ed ossei. Non solo: sui benefici del magnetismo sono stati fatti ulteriori esperimenti, con risultati sorprendenti. Queste forze magnetiche sono in grado di riattivare le funzioni enzimatiche ed immunitarie, facilitare il consolidamento di strutture ossee colpite da fratture, ripristinare i tessuti colpiti da lesioni, piaghe, ulcere e molto altro.
Il visitatore che oggi, dopo aver contemplato la grande armoniosa bellezza di una tomba dei giganti (ce ne sono stupende e ben conservate), seduto o sdraiato su una delle panche laterali interne, se è un attento osservatore, potrà notare la ionizzazione dell’aria, causata dal magnetismo del suolo che attraversa l‘aria: osserverà una miriade di minuscole bollicine che sembrano scendere dal cielo! Se poi vorrà conoscere meglio la forza, ”il potere” che il flusso magnetico presente in questi luoghi possiede, metta in atto questo comportamento. Si porti nel corridoio centrale della tomba subito dopo l'ingresso, si sdrai sulle lisce pietre levigate e rimanga per un po’ sdraiato e rilassato in quella posizione; dopo un po’ avvertirà ripetute sensazioni di calore o formicolio, in particolare nelle parti del corpo in cui esista un problema fisico. A molti è successo e ne hanno trovato sicuro giovamento! Provate anche Voi, non ve ne pentirete!
Grazie, amici lettori, della Vostra curiosa attenzione!
Mario

domenica, dicembre 01, 2013

“CONTUS DE FORREDDA”. IL FANTASTICO MONDO ONIRICO DEL PASSATO: LE MITICHE FIGURE CHE POPOLAVANO I SOGNI DI GRANDI E PICCINI, NELLA SARDEGNA AGRO PASTORALE.



Oristano 1 Dicembre 2013
Cari amici,
chi ha la mia età e ha conosciuto e vissuto gli ultimi fuochi della civiltà contadina (estintasi in Sardegna praticamente con gli anni ’70 del secolo scorso), ricorda le lunghe serata estive in cui grandi e piccini si radunavano nello spiazzo di una delle case del vicinato per godere dell’alito fresco della notte, dopo una giornata molto calda, oppure i lunghi racconti degli anziani,  nel dopo cena invernale,  intorno al grande camino che dominava la cucina e che raccoglieva intorno a se giovani ed anziani.
Nelle fredde serate d’inverno a casa si cenava intorno alle sette pomeridiane (tempo segnato dal rintocco delle campane, detto dell’Ave Maria); finita la cena ci si sedeva tutti intorno al fuoco. Il camino era sempre costruito abbastanza ampio tanto che spesso i bambini potevano sedersi all’interno su piccoli sgabellini (“scannisceddus”) mentre gli adulti sedevano tutt’intorno all’esterno. Per “passare l’ora”, fino ad andare a letto, genitori e nonni intrattenevano la platea con “istorias o “contus de forredda” (favole) che, per creare sempre nuovo interesse negli ascoltatori, pur partendo da una base comune, venivano continuamente re-inventate dal narratore. Erano storie che riportavano fatti della tradizione popolare del passato, ma alimentati da quelli più recenti, con continui aggiornamenti. In quegli anni non era certo la televisione a farla da padrone o il computer, i telefonini o le play station. Le persone che si radunavano, al fresco o al caldo del camino, parlavano del passato, fantasticavano su avvenimenti sognati o sentiti dalla comare che, con grande dovizia di “particolari inventati” cercava di attirare l’attenzione di chi la ascoltava. Era questo un modo per rilassarsi, per distogliere il pensiero dalle grandi fatiche e preoccupazioni del giorno, per vagare con la mente, dando a piccoli e grandi un aiuto e contribuire a dare corpo ai loro sogni. I bambini ascoltavano con grande attenzione ed interesse questi “Contus de Forredda”, queste chiacchiere da caminetto, che  parlavano di personaggi mitologici, di fate e folletti, di spiriti buoni e cattivi, di streghe, stregoni e fantasmi, che, pur impaurendo, eccitavano al massimo la loro grande fantasia.
La cultura agro pastorale sarda aveva prima adottato e poi anche inventato tutta una serie di figure mitiche che, in modo particolare nella mente dei bambini, consentiva loro di fantasticare in modo incredibile. Credo che i giovani di oggi facciano fatica a comprendere termini come questi: Ammuntadori, Bruscia, Coga, Jana, Fuglietto, Gioviana, Maskinganna, Momotti, Pana, Pundo, Puzzinosa, Sa mamma de su ‘entu (oppure Sa mamma ‘e su soli), Stria, Su carr’e nannai, solo per citare i più importanti. In assenza di libri, video, televisione, il racconto fatto dagli anziani, con la loro viva voce, era senz’altro l’unico mezzo capace di far sognare grandi e piccoli. Per la curiosità dei giovani di oggi, che hanno molta più dimestichezza con le favole televisive, con le pagine del computer e dei vari videolibri, ecco qui per Loro un piccolo sunto di quelle mitiche figure che popolavano i sogni della gioventù di ieri.
S’Ammuntadori. Chiamato anche Ammutadore, Ammutaroi, Muntadori e Mutarolla, era un essere molto particolare che agiva di notte: dopo che la sua preda aveva raggiunto il primo sonno, esso si sdraiava sopra il malcapitato, con tutto il suo peso, provocandogli una sensazione di forte angoscia, soffocamento e oppressione. La vittima si sentiva incapace di muoversi e gli era impossibile reagire alla sua morsa. Questa figura appartiene al vasto mondo degli Incubi ed era il terrore di giovani e anziani, che si svegliavano agitati e madidi di sudore freddo.
Bruscia. Detta anche Bruja, Brùsa o Bru(i)xa, un termine di origine spagnola che significa meretrice, prostituta; anche la bruscia, come la Coga, era principalmente una strega. La Bruscia, però è anche  bella: strega molto istintiva e selvaggia, era capace di mille malvagità, tanto da essere paragonata ad una donna di facili costumi. Poteva anche divenire moglie e madre, ma avrebbe sempre mantenuto  il suo aspetto malefico notturno, pregno di magia e di istinti negativi.
Coga. Chiamata anche Koga o Kogu. Si trattava di una donna malvagia, vestita sempre di nero, dal volto brutto e scavato. Conosceva il potere delle erbe, recitava formule magiche, preparava filtri per il malocchio, costruiva bambole di pezza, preparava filtri d'amore. La ricercavano fidanzate disilluse o illuse, mogli stufe e invidiose, che a lei chiedevano aiuto per i loro problemi. Naturalmente le Coghe si nutrivano di sangue umano, come le altre streghe sarde, ma la loro caratteristica era l'abile uso di arti magiche. Le Cogas di notte si intrufolavano nelle case dove c'erano dei bambini appena nati di sesso maschile, per ucciderli succhiando il sangue. Per scongiurare tale eventualità, i genitori ponevano sulla culla del neonato un bastone di canna e un rosario benedetto. Queste creature tenebrose quando giungevano accanto alla culla iniziavano a contare i grani del rosario, senza però mai riuscire a contarli tutti prima dell'alba, quando oramai sarebbero dovute scappare per non essere colpite dalla luce del sole. Le Cogas si riconoscevano soprattutto perché avevano mantenuto dalla nascita un piccolo pezzo di coda e avevano la capacità di assumere qualsiasi forma.
Jana. Le Janas erano le Fate considerate abitatrici delle piccole case scavate nella roccia, dette Domus de Janas. Possedevano tanti nomi, altrettanto misteriosi quanto le loro origini: Yanas, Ayanas, Arzhanas, Bayanas, Birghines, Virgines; erano donne minuscole, di straordinaria bellezza, che cantavano, filavano, tessevano e si dedicavano ai lavori domestici Potevano predire il futuro decretando la fortuna o la sfortuna di una persona, Erano gentili ed affabili, ma riservate e timide, non si sposavano e se non venivano disturbate, vivevano tranquille nelle loro casette di roccia. Secondo la tradizione si rifugiarono, per non si sa quale motivo, nella valle di Lanaitu, poi di loro se ne persero le tracce. Si dice però che continuino a proteggere le grotte naturali, i dolmen e i vecchi edifici. Le Janas sono governate da una Regina (Jana Maista). Alla famiglia delle Janas appartengono anche le Deinas, conosciute anche con il nome di “Videmortos”, che erano veggenti molto stimate e temute, anche per la loro capacità di comunicare con i defunti.
Fuglietti. Costituiscono una tribù appartenente al Piccolo Popolo, molto diffusa in Sardegna, in particolare nel territorio di Aggius (Sassari), dove erano conosciuti anche con il nome di Parasismi. Si ritiene che i Fuglietti dimorino nelle abitazioni nelle quali sono morte persone che hanno giurato il falso mentre un’altra tradizione afferma che questi siano le anime di bambini morti senza aver potuto ricevere il battesimo. Pur abitando nelle case, a volte i Fuglietti si trasferiscono anche nei boschi dove fanno udire ai passanti le loro allegre risate.
Gioviana. Genio tutelare femminile che si presentava nelle case la notte del giovedì per aiutare le donne a filare.
Maskinganna. E’ il Maestro degli Inganni. Figura un po’ demoniaca che con la sua stridula voce chiama i dormienti, i quali si svegliano terrorizzati in un bagno di sudore. Altre volte appare invece sotto forma di uno spirito burlone, di bambino piangente o di un qualsiasi oggetto. Non avendo le sue azioni e le sue apparizioni un senso preciso si pensa che tutto il suo strano comportamento sia volto esclusivamente a destare paura nelle persone.
Momotti. La paura di questo personaggio è sempre stata grande, anche se nessuno ha mai avuto modo di vederlo, ma quasi tutti lo hanno sentito camminare proprio vicino al loro letto! Momotti si aggira vestito di un grande mantello colore della notte che gli ricopre interamente il corpo; nella mano sinistra tiene una grande sacca dentro la quale sistema le sue prede, ovvero i bambini che non obbediscono.
Paltuggiana. Appartiene alla famiglia delle Panas (vedi voce) ma è abbastanza particolare: è solita cantare una ninna nanna mentre lava i panni e in questo modo fa penitenza per due anni. Se durante questo suo “lavoro” viene incautamente disturbata la Paltuggiana si vendicherà spruzzando i panni sull’incauto disturbatore e le gocce d’acqua gli bruceranno il viso e le mani. Sia la Paltugiana che le Panas sono parenti della grande famiglia delle Lavandaie Fatate.
Panas. Sono queste figure donne morte di parto, condannate a tornare sulla terra nelle ore notturne, e a recarsi al fiume per lavare i panni del parto macchiati di sangue e le fasce del bambino. Per evitare tale condanna si usava mettere nella bara della puerpera un ago infilato col filo non annodato, in tal modo la defunta rimaneva occupata a cucire il corredo per il bambino e tralasciava di andare a lavare al fiume.
Pundos. Si tratta di strane bestiole o piccoli mostri che vengono partoriti al posto dei bambini secondo una credenza originaria di Nuoro. I vecchi del luogo raccontavano che molto tempo fa, una donna partorì un animaletto, un Pundos, che assomigliava ad una rana; appena venuta alla luce la strana creatura sgusciò sotto il letto e sparì per sempre.
Puzzinosu. Si tratta di uno spirito malvagio che vaga nelle notti senza luna a Palau (Sassari). Secondo la tradizione locale questo essere rivolge la sua attenzione soprattutto sui bambini tanto che anticamente gli abitanti del luogo erano soliti sputare vicino ai bambini al fine di allontanare questa sua inquietante presenza.
Sa mama ‘e su Bentu e  Sa mamma 'e su soli.  La prima, nelle giornate di vento, passa accompagnata dal marito Uragano, seguita dai suoi figli, sempre affamati e alquanto scostanti, e quando è di malumore graffia il volto dei bambini disobbedienti. La seconda, Sa mamma 'e su soli, prende a legnate in testa chi esce da solo dopo aver mangiato nei pomeriggi d’estate. Si tratta di una vecchina ricoperta da un lenzuolo bianco che si aggira nelle ore assolate in cerca di bambini disobbedienti che non riposano dopo pranzo. Se li trova brucia loro la fronte costringendoli a letto con un forte febbrone e una cicatrice.
Stria. Il nome, di origine latina, indica un uccello notturno; stria è il nome usato in molte zone d'Italia per indicare le streghe. Tra tutte essa appare le più vicina a pratiche demoniaco-malefiche a causa del perpetuarsi in Sardegna della credenza romana, secondo cui la strige (la civetta e/o per somiglianza il barbagianni) uccide i neonati nella loro culla succhiandogli il sangue, tradizione mantenuta nell'isola fino oltre la seconda metà del 1700. Nel contempo i sardi attribuivano a questo animale anche proprietà terapeutiche tanto che bruciandone le piume e bevendone con acqua le ceneri si aveva un ottimo rimedio contro l'itterizia. La stria, quindi, una strega dal duplice aspetto e dai vasti poteri: guaritrice ma anche assetata di sangue di giovani vittime. La stria opera anche aggregandosi insieme ad altre strie, tanto che una leggenda parla di un processo ad una di esse che, condannata al rogo, viene salvata proprio dalle sue sorelle. La cultura popolare ha attribuito nel passato il suo nome ad un colle granitico vicino a Buddusò che, ancora oggi, ne conserva il nome: Sa punta de s'Istria.
Su Carr´ ´e Nannai. La tradizione di questo misterioso carro è nota e seguita da tanti in tutta la Sardegna, ma sulle sue origini si è ancora molto incerti. Racconta la leggenda che tale Nannai possedesse un carro tutto sgangherato, a tal punto  che, passando in strada, faceva un chiasso infernale; questo rumore, udito da lontano, ricordava molto il rombo del tuono, da questo la tradizione del detto popolare “Teh, su carr´ ´e Nannai!”, quando si avvicina un temporale. Circa il termine Nannai, all’apparenza maschile, sarebbe invece di genere femminile, e sarebbe riferito alla Dea Diana. Diana, infatti, con il nome di Inanna, è anche lei alla guida del carro della luna, protettrice delle partorienti, che regola il lato sinistro del corpo e che, come tutte le divinità lunari, governa le acque e di conseguenza anche la pioggia. Con la diffusione del cattolicesimo Inanna divenne S. Anna.
Cari amici, quelli che ho riportato sono solo una piccola parte degli antichi visitatori dei sogni dei nostri antenati! Molti altri, a volte genericamente definiti “Cosas Malas”, hanno abitato le menti degli antichi sardi. Alla base di queste ansie, vissute dai nostri progenitori con un misto di paura, rassegnazione, ma anche di speranza, c’erano mille ansie: quella della carestia, delle malattie e della morte. Ecco, per finire, due ultimi flash su questi antichi “mitici personaggi” e sui riti che li riguardavano: Cosas malas e Anime dei defunti e il ballo dei morti.
Cosas Malas. E’ uno dei tanti termini per indicare i fantasmi, in special modo gli spettri o spiriti inquieti. Per difendersi da questi, molti modi sono stati concepiti per tenerli a debita distanza. Un modo per allontanare queste temibili creature è flagellare l’aria dell’ambiente ritenuto infestato con una frusta, oppure conficcare un grosso coltello nella porta d’ingresso, spargere nel proprio letto ciuffi di erba procellaria, o anche spargere sul guanciale alcune gocce di essenza di anice.
Anime dei defunti, e Il Ballo dei Morti. Un’antica credenza affermava che l’anima dei defunti, dopo aver vagato per la campagna annusando l’odore di un’erba o di un fiore, sceglie una pianta, e vi si rifugia, rimanendovi dentro fino a quando Dio non deciderà di liberarla. Proprio per questo motivo gli alberi, le piante, i fiori e la natura sono dotati di un’anima: sono le anime dei nostri morti; in particolare i fiori, che ospitano le anime di bambini o di bambine. Forse proprio sulla scorta di questa antica storia, nei tempi antichi, era possibile sorprendere qualche donna nell’atto di allattare un fiore dopo aver perduto il proprio bambino.Il Ballo dei Morti, invece, era un sogno che capitava di fare: sentire durante il sonno il vociare di uomini e donne provenire da una chiesa, mentre, in questo luogo sacro, cantano e ballano, invitando i pochi passanti notturni ad entrare e fare festa con loro. Sarebbe molto pericoloso accettare l'invito, i vecchi lo sanno, e all'invito dei morti sorridono e declinano. Questo ballo è molto simile, se non una variante, del Ballo Fatato e del Ballo delle Streghe, entrambi molto noti nella tradizione contadina del passato.
Cari amici, sia che siate non più giovani (come me…),  giovani o giovanissimi, non Vi sembra che il nostro passato di Sardi sia ricco, anzi ricchissimo, di storia e tradizioni ancora molto interessanti? Io credo di si, del resto la Sardegna, non dimentichiamolo, è sempre un grande Continente! 

Grazie della Vostra attenzione!

Mario