domenica, luglio 15, 2012

FESTEGGIARE IL COMPLEANNO: UN RITO DI ORIGINE PAGANA CHE SI PERDE NELLA NOTTE DEI TEMPI.

Oristano 14 Luglio 2012

Cari amici,

domani è il mio compleanno. Gli anni passano (per ora sono 67) e, con grande serenità, bisogna accettare lo scorrere del tempo come qualcosa di inarrestabile e di ineluttabile. Una cosa, però, è certamente importante: restare giovani dentro!

Stasera mentre riflettevo sul tempo che ho già messo dietro le spalle ho pensato che mi sarebbe piaciuto riepilogare la storia di questa annuale ricorrenza. Quando nasce la tradizione di festeggiare il compleanno? Eccola, cari amici, la storia di questa “festa” che certamente potrà soddisfare anche la Vostra curiosità.

La “festa di compleanno” ha origine da antiche usanze pagane, che in questo giorno usavano fare gli auguri al festeggiato nell’intento di “proteggerlo” dalle forze del male e di auspicare per Lui salute e sicurezza per l’ulteriore anno che stava per iniziare.

I primi “festeggiatori” di compleanni della storia, a quanto pare, furono gli antichi Egizi, che in queste occasioni usavano omaggiare il faraone preparando per lui ogni sorta di prelibatezze. L’idea della torta fu invece dei Persiani che erano abili pasticcieri. I Greci ereditarono poi queste due tradizioni “fondendole” nella celebrazione del compleanno di Artemide, dea della Luna, il sesto giorno di ogni mese. Filòcoro [antico storico greco] ci racconta che per l’occasione i seguaci della dea preparavano una torta tonda e bianca (era fatta con miele e farina) e la illuminavano con delle candele. Una volta finita, la torta doveva sembrare proprio una “piccola luna” e risplendere alla luce delle fiammelle. Nel corso della storia poi, il “fuoco” sulle torte che venivano preparate nei banchetti festosi serviva anche a tenere lontani gli spiriti maligni, che potevano... guastare la festa!!! Infatti è per questo motivo che, alla fine delle celebrazioni le candele venivano spente con un soffio: a festa ormai finita gli “spiriti malvagi” si allontanavano da soli e il fuoco non serviva più! Successivamente in Germania nacque la tradizione di tenere accese tutte le luci di una casa nel giorno del compleanno di uno dei suoi abitanti. Questa usanza si tramutò poi nella “festa del bambino”, in uso nelle campagne tedesche. Il “fortunato” che compiva gli anni veniva svegliato prestissimo dal...profumo di una torta gigante preparata solo per lui. Su questa torta dovevano restare accese le candeline dalla mattina fino a sera dopo cena, momento in cui il bimbo spegneva le candele, pensava a un desiderio da realizzare e...finalmente si poteva mangiare la sua fetta di torta! Questo rito si è mantenuto pressoché intatto fino ai “compleanni nostri” . Continuiamo con la storia!

L'Encyclopedia Americana (1991) afferma: "Nel mondo antico — in Egitto, Grecia, Roma e Persia — si celebrava il genetliaco di divinità, re e nobili". Gli autori di un libro sui compleanni ne rivelano la ragione fondamentale. Essi scrivono: "Mesopotamia ed Egitto, culla della civiltà, furono anche i primi paesi in cui gli uomini usavano ricordare e festeggiare il compleanno. Nei tempi antichi era importante tenere una registrazione del giorno della nascita soprattutto perché la data di nascita era essenziale per fare l'oroscopo" (Ralph e Adelin Linton, The Lore of Birthdays). Anche di alcune divinità pagane si festeggiava la ricorrenza della nascita. Per esempio il 24 maggio i romani commemoravano la nascita della dea Diana e il giorno dopo quella del loro dio-sole, Apollo. Quindi le feste di compleanno erano inizialmente legate al paganesimo, non alle successive religioni monoteiste: ebraica, musulmana e cristiana.

È interessante quanto dice la stessa enciclopedia degli antichi Greci e Romani: "L'offerta di doni in particolari occasioni era spesso dettata da timori superstiziosi, come nel caso dei doni di compleanno". L'articolo fa notare che "in precedenza si attribuiva una virtù magica" alla consuetudine di fare questi doni. Essa spiega pure che nell'antica Grecia lo scopo speciale della celebrazione dei compleanni "era quello di invocare l'aiuto del Buon Demone (agathos daimon) in un tempo in cui — al limite fra due periodi — gli spiriti maligni erano specialmente inclini a esercitare la loro influenza".

“I greci credevano che ognuno avesse uno spirito protettore o dèmone che era presente alla sua nascita e vigilava su di lui durante la sua vita. Questo spirito aveva una relazione mistica con il dio nel cui compleanno la persona era nata. Anche i romani accettarono e condivisero questa idea. Questa nozione si consolidò anche in futuro e riuscì a tramandarsi nel pensiero religioso dell’uomo: la ritroviamo nell’angelo custode, nella fata buona, nel santo patrono e cosi via. Nella credenza popolare, le candeline sono dotate di uno speciale potere magico, capace di esaudire i desideri. Le candeline accese perpetuano gli antichi riti dei fuochi sacrificali che hanno avuto un particolare significato mistico sin da quando l’uomo ha eretto i primi altari ai suoi dei. Che dire del tradizionale augurio di "Buon compleanno"? Alcuni studiosi affermano che "I saluti e gli auguri di buon compleanno sono una parte essenziale di questa festa. L'idea trae le sue origini dalla magia. La stregoneria viene impiegata soprattutto per gettare incantesimi, buoni e cattivi. Si è specialmente sensibili a tali incantesimi nel giorno del compleanno, perché in quel tempo i propri spiriti sono in giro. Gli auguri di buon compleanno possono esercitare un'influenza buona o cattiva perché quel giorno si è più vicini al mondo degli spiriti".

L'accertata origine pagana delle molte usanze associate ai compleanni ha costituito una “barriera”, una negazione, un “rifiuto”, alle religioni successive, prima ebraiche e poi cristiane, che inizialmente non le hanno ne accettate ne condivise. La lettura delle Sacre Scritture menziona infatti solo due casi di celebrazioni di compleanni che riguardano entrambe personaggi pagani: un faraone d’Egitto e Erode Antipa.

Ecco i passi che li riportano:

1) Genesi 40:20-22 : “Ora avvenne che il terzo giorno era il compleanno di Faraone, ed egli faceva un banchetto . . . Pertanto ristabilì il capo dei coppieri nel suo ufficio di coppiere . . . Ma appese il capo dei panettieri”.

2) Matteo 14:6-10 : “Quando si celebrava il compleanno di Erode, la figlia di Erodiade ballò alla festa e piacque tanto a Erode che egli promise con un giuramento di darle qualunque cosa avesse chiesto. Quindi essa, dietro istigazione di sua madre, disse: ‘Dammi qui su un piatto la testa d1 Giovanni il Battista’. . . . [Egli] mandò a decapitare Giovanni nella prigione”.

Il rifiuto della tradizione pagana fece si che gli Ebrei mai accettarono di festeggiare i compleanni. L'Encyclopaedia Judaica cosi afferma: "La celebrazione dei compleanni è estranea al tradizionale rituale ebraico". Un libro sulle usanze in Israele osserva: "La celebrazione dei compleanni è stata presa a prestito dalle consuetudini di altre nazioni, perché né la Bibbia, né il Talmud né gli scritti dei Saggi d'epoca posteriore menzionano l'esistenza di un'usanza del genere fra gli ebrei. In effetti era un'antica usanza egiziana" ( Customs and Traditions of Israel).

La Cyclopædia di M'Clintock e Strong (1882, vol. I, p. 817) dice che gli ebrei "consideravano le celebrazioni del compleanno come parte dell'adorazione idolatrica e questo probabilmente a motivo dei riti idolatrici che si tenevano in onore di quelli che erano ritenuti gli dei patroni del giorno in cui si teneva il ricevimento". Sul racconto del compleanno di Erode, il dott. Richard Lenski afferma: "I giudei aborrivano festeggiare i compleanni, ritenendola un'usanza pagana, ma i vari Erode in queste celebrazioni superarono perfino i romani, tanto che l'espressione 'compleanno di Erode' (Herodis dies) rimase a indicare uno sfarzo spropositato".

Anche i cristiani, fino al principio dell' Era Volgare, si comportarono allo stesso modo, evitando di celebrare i compleanni. Fino al IV secolo, dunque, il cristianesimo respinse la celebrazione dei compleanni giudicandola un’usanza pagana” (Schwäbische Zeitung – supplemento Zeit und Welt – del 3-4 aprile 1981, p. 4). Il ministro luterano John C. McCollister ha scritto nel suo recente libro The Christian Book of Why (Il libro cristiano dei perché): "A quell'epoca tutti i cristiani pensavano che la celebrazione di qualsiasi compleanno (anche quello del Signore) fosse un'usanza pagana. Nel tentativo di separarsi da qualsiasi pratica pagana, i primi cristiani rifiutarono di riservare un giorno alla nascita di Gesù". Lentamente, però, anche il Cristianesimo, a partire dal Medioevo, iniziò a festeggiare la ricorrenza.

Se il compleanno antico era concepito come un rito pagano e quindi per questo motivo fu rifiutato dal cristianesimo, quello moderno è apparso soltanto quando ha cominciato ad affrancarsi dalla tradizione cristiana che, nel Medioevo, vedeva nel battesimo una 'rinascita' e nelle feste dei santi il ricordo della loro 'nascita' alla 'vera vita', quindi a far data dalla Loro morte. Lentamente ma inesorabilmente, però, anche la consuetudine di festeggiare la ricorrenza del compleanno per la nascita dei nostri cari e anche la nostra con torta, candeline, regali e auguri di 'buon compleanno', si è inserita con forza, ma in data abbastanza recente. Le ricerche effettuate da Jean-Claude Schmitt, ci consentono di scoprire, non senza stupore, il carattere tardivo di una celebrazione a noi così cara. Il rito di festeggiare il compleanno inizia prima negli ambienti aristocratici dell'epoca moderna, poi nella borghesia del XIX secolo e infine, ma non prima del XX secolo, negli ambienti popolari. Famosa la grande torta con le cinquantatré candeline per il compleanno di Goethe, nel 1802.

Cari amici, credo che anch’io festeggerò con torta e spumante. Pochi familiari e pochi amici, quelli veri.

Debbo confessare che ho avuto molto dalla vita e ringrazio il Signore per questo. L’augurio che faccio a tutti, famiglia, amici e ovviamente me stesso è un “altro anno” possibilmente pieno di serenità, pace e amore. Tutto il resto sono solo briciole.

Grazie a tutti Voi dell’attenzione!

Mario

giovedì, luglio 12, 2012

PER GARANTIRE LA PLURALITA’ D’INFORMAZIONE E’ DAVVERO NECESSARIA LA TV DI STATO ? RAI PUBBLICA SI O NO?


Oristano 12 Luglio 2012

Cari amici,

da parecchi giorni ormai i giornali, in prima pagina, continuano a parlare del nuovo Consiglio di Amministrazione della RAI. Tra veti incrociati ed accordi sottobanco la lotta per accaparrarsi un posto importante in Consiglio continua.

Neanche la proposta di Monti, poi approvata, di mettere al vertice della TV pubblica un nome altisonante come quello di Anna Maria Tarantola, attuale Vice Direttore generale della Banca d’Italia, è riuscita a rasserenare gli animi. Tutto questo credo faccia presumere che, allora, molti altri interessi si celino dietro la facciata della “necessaria pubblica garanzia dell’informazione”! La mano pubblica nel settore delle telecomunicazioni aveva un senso ed era una vera necessità nei primi anni del secolo scorso, non certo oggi. I tempi sono cambiati, cari amici, e le necessità di oggi sono molto diverse da quelle di ieri.

Per poter meglio conoscere il problema di oggi credo sia necessario ripercorrere, anche velocemente, la lunga storia di questa nostra “Mamma Rai”, telenovela che appassionava, appassiona e forse appassionerà ancora a lungo con chissà quante altre puntate le serate degli italiani.

La Rai Radiotelevisione Italiana, Società per Azioni nota più semplicemente come RAI, è la società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia. È una delle più grandi aziende di comunicazione d'Europa, il quinto gruppo televisivo del continente. La società ha origine dal Regio Decreto n. 1067/1923, che affidava allo Stato l'esclusiva sulle trasmissioni radiofoniche da esercitare tramite società concessionarie. È così che il 27 agosto 1924 nacque a Torino l'Unione Radiofonica Italiana (URI), sotto forma di Società anonima (ossia società per azioni per le norme del tempo) creata dal primo Ministro delle Comunicazioni d'Italia Costanzo Ciano. Quattro anni dopo, nel gennaio del 1928, l'URI venne trasformata in Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR), mantenendo una quota in mano ai privati. Il 26 ottobre 1944 l’EIAR si trasforma, diventa la Radio Audizioni Italiane (RAI), sempre struttura privata, ma le azioni furono acquistate dal Ministero delle Comunicazioni, che divenne successivamente Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni. Il 10 aprile 1954, in seguito all'avvio delle trasmissioni televisive regolari (avvenuto il 3 gennaio 1954), la Radio Audizioni Italiane S.p.A. si trasformò in Rai Radiotelevisione Italiana S.p.A. Ultimo passaggio è stato la fusione nel 2004 della Rai Holding S.p.A. (che deteneva la maggioranza relativa delle azioni della Rai) con la Rai S.p.A. diventando quella che oggi è: una società controllata dalla mano pubblica. Con il referendum popolare del 1995 venne abrogata la legge che riservava esclusivamente alla mano pubblica il possesso delle azioni RAI, anche se non si è mai proceduto alla privatizzazione che si intendeva avviare.

La RAI, come detto concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo italiano, non è un’azienda che trova sul mercato i mezzi per svolgere i suoi compiti. Per far fronte al contratto di concessione la Rai riceve dallo Stato un importante finanziamento: incassa il ricavato di un'imposta sugli apparecchi televisivi, chiamata “Canone televisivo”, dovuta da chiunque detenga apparecchi in grado di ricevere trasmissioni televisive. A fronte di questa entrata, la RAI deve rispettare un Contratto di servizio con lo Stato italiano, pena una eventuale revoca della concessione annuale. La concessionaria dal servizio radiotelevisivo pubblico resta impegnata a svolge una funzione di servizio universale di pubblica utilità.

Detto questo, cari amici, e prima di porci delle domande specifiche vorrei fare con Voi una piccola riflessione.

Se nel 1923, anno di nascita di questo “monopolio”, il controllo delle telecomunicazioni poteva avere un senso, legato ai tempi, alla monarchia imperante, ed alla necessità di controllo in un’Italia da poco tempo unita ma non ancora perfettamente consolidata come “Nazione”, oggi, considerati i tempi credo proprio di no. In un millennio come il nostro, dominato dalla globalizzazione, che senso può avere una struttura di “comunicazione”, governata dalla mano pubblica? Sapete qual è l’ironico esempio di confronto che mi viene in mente? Quello della “mano invisibile” in economia, teorizzata e portata avanti da Adam Smith. Il grande economista sosteneva che l’equilibrio dei mercati avviene automaticamente tra compratore e venditore senza interventi esterni modificatori; il “miglior prezzo” di mercato si forma attraverso la selezione naturale tra venditori e compratori (ecco la dimostrazione della “mano invisibile”): solo i migliori venditori riuscivano a soddisfare le esigenze dei compratori, eliminando quelli meno competitivi e capaci. In questa teoria l’eventuale intervento della mano pubblica sarebbe stato considerato una turbativa della libertà di scambio, contribuendo a creare prezzi artificialmente formati.

Sono convinto che avete compreso il senso della mia riflessione. L’attuale struttura “pubblica” dell’informazione, che si deve misurare con una competizione costante con i privati che operano sullo stesso mercato, credo possa paragonarsi all’esempio precedente: contribuire a vanificare, come in economia, l’intervento della “mano invisibile”.

Perché allora, nonostante il referendum popolare del 1995, la “mano pubblica” continua a tenere saldamente stretta a se la RAI? Quali i motivi che impediscono la sua privatizzazione? Il primo, anche se non certo l’unico, è quello del controllo politico sull’informazione. I dati rilevati dal Centro di Ascolto dell'informazione radiotelevisiva, accusano da anni la RAI di soggiacere al controllo politico (Parlamento e Governo), con la conseguenza, quindi, di non essere in grado di assicurare un'informazione indipendente, non condizionata dagli interessi di parlamentari e ministri. L'accusa alla RAI è di mancare di pluralismo e di operare un vera “censura” nei confronti di professionisti di indubbio valore e competenza ma sgraditi agli uomini politici di riferimento; in sostanza l'azienda viene tacciata di lottizzazione, ovvero avere nei posti chiave, dove si prendono le decisioni, persone scelte dai partiti politici ed a loro asservite.

Se riflettiamo un attimo ci viene spontanea una domanda: ma la mano pubblica sulla RAI non era prevista proprio per garantire una informazione “libera ed obiettiva”, sganciata dagli interessi di parte, non era nata per garantire quella “pluralità di informazione” che, invece, viene negata?

Anche in molti altri paesi europei la TV pubblica esiste, anche se sono ormai in atto leggi che hanno iniziato a svincolarla, almeno parzialmente, dal controllo dei politici. In Italia oggi una delle proposte che viene avanzata per risolvere l’anno problema del controllo politico sull'informazione e che la Rai tagli definitivamente il “cordone ombelicale” che la lega alla politica, trasferendo il controllo dell’azienda a seri e preparati professionisti del settore.

Non continuiamo a far finta di non vedere o, ancora peggio, fregandocene! Per svincolare l’azienda dal potere di controllo dei politici, bisognerebbe poter effettuare le nomine attraverso “puliti” concorsi pubblici, mezzi che anche la Costituzione vede come garanzia di indipendenza, come nel caso ad esempio della magistratura. Altra soluzione, che per me resta certamente la migliore, quella della reale privatizzazione. Nell’odierno mondo globalizzato, dove Internet porta quotidianamente, momento per momento, tutte le notizie dal mondo in tempo reale, una TV pubblica come la nostra è uno strumento “obsoleto”, fuori dal tempo, capace solo di soddisfare il grande bisogno dei politici di mostrarsi, di esibirsi e se del caso di “omettere”, di nascondere, le quotidiane malefatte.

Una delle cose che ho apprezzato in questa tornata di “rinnovo” del Consiglio di Amministrazione della RAI è la nomina di Anna Maria Tarantola a Presidente. Conosco personalmente la Tarantola per essere stato in passato consigliere di filiale della Banca d’Italia e posso dire che la Sua professionalità è fuori da ogni dubbio. Credo che le Sue capacità manageriali e di controllo possano essere, per il momento, la migliore soluzione possibile. Solo in attesa, però, di costruire una “Nuova Rai”, diversa, non lottizzata, capace di muoversi sul mercato liberamente, senza “Padrini”, che possa competere con le sue gambe ripristinando quel meccanismo della “Mano Invisibile”, tanto caro ad Adam Smith.

Grazie a tutti dell’attenzione e… Buone Vacanze!

Mario

domenica, luglio 08, 2012

I NUOVI “GRILLI PARLANTI” DI UN’ITALIA SOMIGLIANTE AL PINOCCHIO DI COLLODI.

Oristano 8 Luglio 2012

Cari amici,

la mia riflessione con Voi oggi parte dall’autore di un libro che da ragazzo tanto mi colpì ed entusiasmò: Pinocchio. L’autore era Carlo Lorenzini, più noto in tutto il mondo come Collodi.

Carlo Lorenzini nasce nel 1826 a Firenze. Povero di famiglia riuscì comunque a studiare, grazie all’aiuto dell’importante famiglia Ginori. Formatosi alle scuole degli Scolopi, considerata la sua grande indole satirica, iniziò subito a scrivere. Nel 1848, a soli 22 anni fondò una rivista satirica, “Il Lampione”, che la censura dell’epoca chiuse quasi subito. Si affermò subito come scrittore divenendo anche direttore di un giornale. Nel 1883 pubblicò “Le avventure di Pinocchio”, libro che divenne presto famoso e che nel tempo si diffuse in tutto il mondo. Collodi morì a Firenze nel 1890. Perché voglio oggi parlare di Pinocchio? La risposta è semplice. I fatti di questi ultimi tempi mi hanno fatto trovare delle grandi analogie con quanto contenuto in questo famoso romanzo del Collodi.


La storia raccontata parla di un mastro Geppetto, povero falegname, che incarna molto bene il “povero Cristo” di oggi, quell’italiano che fondamentalmente di sani principi, lotta quotidianamente per sopravvivere; al suo fianco c’è un Pinocchio, prima burattino e poi giovane esuberante, che non si accontenta del poco che ha e che incarna la gioventù del “vogliamo tutto e subito”; intorno a loro ci sono poi, come in tutte le favole che si rispettino, “Buoni e Cattivi”: dal Gatto e la Volpe a Lucignolo, dalla Fata Turchina a Mangiafuoco, in una sequenza di fatti e misfatti che, con grande similitudine, possono essere messi a confronto con i protagonisti della vita odierna. Senza scordare, ieri come oggi, la presenza del “Grillo Parlante”, personaggio metaforico, apparentemente saggio, quasi ad incarnare la coscienza collettiva, che, come un’antica Cassandra, predica e ammonisce sui fatti e misfatti della vita sociale. Voglio iniziare questa mia riflessione proprio dal dialogo tra il “Grillo parlante” e Pinocchio, dagli ammonimenti che nel libro il grillo fa a Pinocchio e della sua fine non proprio onorevole.

Ecco come il Lorenzini-Collodi, li riporta nel libro.

“…Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso ai campi, per far più presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza. Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece: — Crí-crí-crí! — Chi è che mi chiama? — disse Pinocchio tutto impaurito.— Sono io! — Pinocchio si voltò, e vide un grosso grillo che saliva lentamente su su per il muro. — Dimmi, Grillo, e tu chi sei? — Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di cent’anni. — Oggi però questa stanza è mia — disse il burattino — e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro. — Io non me ne andrò di qui, — rispose il Grillo — se prima non ti avrò detto una gran verità. — Dimmela e spicciati. — Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente. — Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia, e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.

— Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da grande un bellissimo somaro, e che tutti si piglieranno gioco di te? — Chetati, Grillaccio del mal’ augurio! — gridò Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce: — E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane? — Vuoi che te lo dica? — replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. — Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo che veramente mi vada a genio. — E questo mestiere sarebbe? — Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo. — Per tua regola — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma — tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre all’ ospedale o in prigione. — Bada, Grillaccio del mal’ augurio!... se mi monta la bizza, guai a te!... — Povero Pinocchio! mi fai proprio compassione!... — Perché ti faccio compassione? — Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno. — A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso di sul banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo; ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crí-crí-crí, e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete…”.

L’attuale situazione economica, che ci sta creando non pochi problemi, credo non sia molto diversa da quella di allora. Ormai la gente è stanca e sfiduciata, si è “lasciata andare”, e non ha più voglia di combattere. Alla rassegnazione si sta aggiungendo l’indifferenza ed il rifiuto a credere ancora alle parole, prive di senso e di soluzioni, che la classe politica continua a propinarci senza concreti risultati. La pericolosa situazione economica che ha portato prima alla caduta del governo Berlusconi e successivamente all’insediamento di un gabinetto “tecnico” guidato da Mario Monti (io avrei usato un termine più efficace, di antica matrice, quello di “salute pubblica”), ha palesato tutta l’impotenza dei duri provvedimenti messi in atto. Il recente esito delle elezioni amministrative ha dimostrato, senza ombra di dubbio, quanto la gente sia stanca e sfiduciata nei confronti dei partiti “classici”, sia di destra che di sinistra, che sono stati in buona parte “rifiutati” dagli elettori! Vi sembra ci possa essere messaggio più chiaro di questo? Il problema è grave, serio.

Nel nostro Paese si stanno creando le condizioni per un ritorno ad un nuovo e pericoloso populismo, alimentato da intriganti nuovi “grilli parlanti” che, pur nell’apparente logica e ragione formale, istigano i cittadini, stanchi e demotivati da una politica sbagliata, a rivoltarsi. Le arringhe di questi nuovi “grilli”, autoproclamatisi “capi popolo”, incitano alla ribellione, al rifiuto dello “Status Quo”, ad abbandonare la “strada sbagliata”, senza indicare le nuove vie da percorrere. Sta proprio qui l’errore.

La storia ci insegna che se un regime è sbagliato bisogna indicarne uno diverso, non protestare, fare la rivoluzione, senza sapere dove andare a parare. In questo modo, spesso, si può cadere dalla padella nella brace. Il più importante movimento dove sono confluiti non pochi “Grilli-Cassandre” è il “Movimento 5 Stelle”. Questo nuovo raggruppamento politico italiano che rifiuta la qualificazione di partito, definendosi "libera associazione di cittadini", è nato il 4 ottobre 2009 sulla scia dell'esperienza del movimento Amici di Beppe Grillo già attivo dal 2005, e presentatosi per la prima volta alle elezioni a partire dal 2008, con diverse Liste Civiche con il marchio “Cinque Stelle”. Le cinque stelle del nome rappresentano i cinque temi al centro dell'ideologia del movimento: acqua pubblica, trasporti, sviluppo, connettività, e ambiente. Alle recenti elezioni amministrative questo movimento ha ottenuto percentuali di voto da capogiro: anche oltre il 10% dei votanti. Sono cifre che anche partiti consolidati molto spesso faticano a raggiungere!

Quale, dunque, il fascino che ha trascinato tanti italiani a votare il Movimento 5 stelle? Quale il fascino del “Grillo parlante” più noto d’Italia, Beppe Grillo? Nell’ultima tornata di elezioni amministrative, il suo Movimento Cinque Stelle ha consentito l’elezione di alcuni sindaci, come a Parma. I tre maggiori partiti che sostengono Monti hanno raccolto insieme il 37% dei voti, rispetto al 72% ottenuto nel 2010. Un successo oltre ogni limite quello ottenuto, mai ipotizzato prima del voto. Giorni fa in una importante trasmissione televisiva si è appreso di un sondaggio sulle prossime “intenzioni di voto degli italiani” alle politiche 2013: i dati sono impressionanti, in quanto assegnano al movimento percentuali al di sopra del 16%. Dalle interviste, eseguite da più parti, si ricava che un terzo degli italiani attribuisce al nuovo movimento ottimi risultati nelle prossime elezioni politiche, ormai in calendario tra 10 mesi circa, anche se due terzi pensano che in caso di vittoria non sarà capace di guidare il paese. Il rischio concreto è che l’Italia potrebbe seriamente andare alla deriva.

La gente sembra quasi ragionare alla maniera del “muoio io con tutti i filistei”, anche se credo che un barlume di saggezza scatterà prima della catastrofe. I partiti al governo dovrebbero capire e rimboccarsi le maniche, anziché continuare ad ignorare le richieste dei cittadini, anziché continuare a difendere i privilegi, a difendere quelli con le fedine penali sporche, combattendo, invece, l’enorme evasione. Grillo è seguito perché offre soluzioni semplici a problemi difficili, spaziando dall’energia alle questioni monetarie (propone l’inadempienza del debito e l’abbandono dell’euro). Nella realtà sono risposte troppo semplici per essere veramente praticabili, ma il popolo le accetta perché è stanco di promesse non mantenute. Utopia quella strombazzata da Grillo, ma che riesce a fare presa.

Cari amici, nella mia riflessione mi sono anche chiesto: chi sta supportando in modo cosi consistente il gruppo di Beppe Grillo? Ho scoperto che i nuovi adepti non sono solo “descamisados” di nuova generazione. Ci sono tra i supporters non poche persone ben educate, serie e colte. Del resto, di fronte all’impotenza dei partiti al governo, qualcosa bisogna pur fare. Un giovane su tre in Italia è al di fuori del mercato del lavoro, o fa fatica a vivere con un contratto a breve termine da circa 1000 euro al mese. Il ceto medio che lavora ed il mondo dei pensionati sono ogni giorno più strangolati da nuovi e più pesanti balzelli. I partiti tradizionali ignorano gli uni e gli altri, mentre i privilegiati continuano ad essere “intoccabili”. E’ in questo malessere diffuso che il movimento di Grillo trova ampi spazi, proponendo soluzioni ed acquisendo ulteriori consensi. Certo molti nell’apparenza formale sostengono anche Monti, un uomo che è l’esatto contrario di Grillo! Monti, però, se vorrà continuare la sua battaglia, se vorrà restare al potere dopo la primavera del 2013, dovrà affrontare l’elettorato. Grillo è pronto per la lotta. Monti potrebbe avere qualche possibilità in un’aula universitaria, mentre in una battaglia mediatica su Internet credo che la vittoria del nuovo “Grillo parlante” sarebbe scontata.

Quando i tempi sono duri, la strada davanti è dolorosa: tutti sono tenuti a stringere forte la cinghia, a partire da chi è più grasso e pasciuto, altrimenti l’amara medicina stronca chi è già debole. Questo i partiti tradizionali dovrebbero non solo comprenderlo ma metterlo in atto, altrimenti non si alimenta neanche la speranza. Gli avvenimenti del passato dovremo ogni tanto “ripassarli”: la rivoluzione francese, di non lontana memoria, dovrebbe ancora oggi farci riflettere. Le odierne democrazie, considerati i numerosi errori commessi in precedenza, continueranno ad essere assediate dai nuovi “Grilli”, come nel richiamato libro di Pinocchio, martellando e mettendo in difficoltà chi governa.

Non è questo solo un problema italiano, cari amici. Perché quando si tira troppo la corda ad essere strangolate non sono solo le economie ma anche i sui protagonisti. Non dobbiamo stupirci se la Grecia si trova oggi all’interno di un circuito drammaticamente pericoloso o se la Spagna soffre degli stessi mali. Il comitato di esperti della “Demos”, importante associazione per la cultura democratica, evidenzia che i movimenti populisti sono in crescita anche in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Austria, Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia e Ungheria. I vari raggruppamenti neo-populisti potrebbero non avere molto in comune, a parte la spavalderia, ma non sono più gruppi marginali. Combattono senza un fine preciso, non sentono alcuna responsabilità per il loro operato e non credono nel progetto per unire l’Europa. Se dovessero continuare a trovare ulteriore accettazione credo che sarebbe la fine. Il “Neo-Populismo”, cari amici, non è nato per costruire un nuovo sistema ma per distruggere quello esistente, senza indicare la possibile nuova struttura.

Cari amici, tra poco andrò in vacanza, al mare. Ho già messo da parte alcuni libri da leggere. Ieri ne ho aggiunto due: il Pinocchio di Collodi e il Contratto sociale di Rousseau. Credo che per l’ennesima volta li rileggerò con grande attenzione.

Grazie e…Buone vacanze a tutti Voi!

Mario





giovedì, luglio 05, 2012

“CATTURATA LA PARTICELLA DI DIO”. MA DIO CREO’ COL FANGO O COL BOSONE?

Oristano 5 Luglio 2012

Cari amici,

dall’enorme risonanza mondiale data all’evento sembra quasi di capire che siamo arrivati a scoprire gli strumenti con i quali è stato costruito il mondo.

La stessa espressione “particella di Dio”, che alcuni scienziati hanno voluto attribuire al “Bosone” di Higgs, la famosa particella che da la massa a tutte le altre, sembra quasi dimostrare, senza mezzi termini, che l’uomo, mediante i nuovi strumenti di conoscenza, è diventato esso stesso Dio. Credo sia utile, a prescindere dalla grande importanza dell’evento, riflettere su passato e presente, per affrontare meglio il futuro.

Questa mia chiacchierata con Voi, considerata la mia scarsa conoscenza di una materia cosi complessa, non è incentrata sulla scoperta, utilissima certamente per comprendere determinati meccanismi ancora non perfettamente noti, ma vuole essere, invece, una riflessione sul nostro mondo e sulla nostra esistenza. Riflessione fatta da un credente in Dio che però non rinnega la scienza, fermamente convinto che l’una non escluda assolutamente l’altra. Vediamo il perché.

La Bibbia, il primo e più importante libro degli Ebrei prima e dei Cristiani dopo, riporta, con parole semplici e non certo scientifiche la creazione del mondo da parte di Dio. Nella prima parte, la Genesi, vengono riepilogate le origini del mondo e dell’umanità. Il linguaggio è semplice, adatto alla cultura dell’epoca, e cerca di far capire, comunque, all’uomo, sua creatura, la sua immensa potenza e la sua grandissima capacità.

La Bibbia non è un trattato scientifico ma uno strumento per far conoscere Dio all’uomo. Strumento che riepiloga la grandezza e la potenza del Dio creatore ed elenca le cose da Lui create. Bibbia e scienza non sono in conflitto a meno che non si cerchi volutamente di farlo. Galileo Galilei riteneva che la Bibbia fosse una conoscenza che serve per “andare in cielo”, mentre un trattato scientifico serve per spiegare “come è fatto il cielo”. Le due cose possono certamente andare di pari passo se ad ognuna viene dato il suo valore: il problema sorge se se ne fa un uso improprio: quando l’una pretende di sostituire l’altra. Quando la scienza pretende di spiegare tutto l’universo solo dal punto di vista materiale, va incontro a falsità, perché vi sono cose non materiali: la conoscenza, l’amore, la libertà, la soggettività, la stessa vita, solo per fare qualche esempio. Così se volessimo spiegare tutto il reale solo dal punto di vista della Bibbia, è chiaro che sarebbe impossibile, perché la Bibbia, come parola di Dio, esprime il rapporto tra Dio e l’umanità, e non la possiamo prendere in considerazione come un trattato scientifico sulla struttura atomica della materia.

A quelli che cercano di spiegare scientificamente la nascita, la formazione del “creato”, dell’universo, attraverso la teoria del “Big Bang” e della successiva progressiva “evoluzione”, potrei chiedere loro, per esempio, cosa fosse prima quell’enorme misteriosa “massa di materia che esplode nel big bang”; quale è stata la causa dell’esplosione? Perché, poi, non è esplosa prima o anche dopo, dato che il tempo è infinito? Altra considerazione. Se poi si dà per scontata l’esplosione della materia, vuol dire che il big bang supponeva un mondo anteriore, ma questo è contraddittorio, perché se il primo fatto esistenziale è il big bang prima non c’era nulla, vuol dire che «nulla» preesisteva al big bang. Ma se non c’era nulla, come ha potuto esplodere il nulla? Quante domande senza valide risposte!

Rileggendo la Bibbia, che molti sostengono che non consideri, non parli di evoluzione, direi che invece anche la Bibbia, cari amici, parla di evoluzione! Si legga il 1° capitolo della Genesi: “…Dio creò la luce, e poi il firmamento, e poi le acque…”; non vi sembra questa una forma di “big bang” in lenta evoluzione, guidato da mano illuminata e sapiente, molto più sensato di quel presunto, misterioso ed inspiegabile big bang scientifico, dotato di propria personalità autoregolante e caoticamente costruttiva. Vi sembra quest’ultima abbastanza credibile?

La scienza cerca di spiegare l’evoluzione sostenendo che una specie deriva dall’altra, ma non riesce a spiegare il mistero della vita, come questa sia sorta dalla materia. Il mondo racchiude infiniti e enormi misteri che la scienza cerca di spiegare e continuerà a farlo, forse vanamente. A questa «scienza», che manca delle soluzioni cercate, la Bibbia apporta un raggio di «razionalità», quando ci dice che l’evoluzione non avviene in forza del caso (come afferma invece Margherita Hack), ma in forza di una volontà e intenzionalità che è quella di quell’essere superiore che ci governa: Dio.

Cari amici, se rileggiamo non solo in modo letterale i contenuti del 1° capitolo della Genesi, credo che possiamo trovarvi quello che cerchiamo: la costruzione “voluta” dell’Universo da parte di Dio, la Sua capace azione creatrice e la lenta e successiva costante evoluzione. Qui s’inserisce l’indagine scientifica, la quale, ripeto, non deve assolutamente mancare, ma limitata esclusivamente all’aspetto materiale e fisico, e non anche sotto gli altri aspetti che certo non sono secondari. Questi ultimi sono di competenza di altre discipline: filosofiche, religiose, umanistiche, spirituali, oltre che sociali. Solo mettendole tutte insieme possiamo arrivare ad una spiegazione, “la più vicina alla realtà”, senza che nessuna, singolarmente, si arroghi il diritto di essere l’unica a dire la verità.

La scienza svolge un ruolo di conoscenza importante, come i fatti di questi giorni dimostrano. Scoprire i meccanismi che regolano la “materia”, la sua composizione, la sua massa, è certamente un qualcosa che ci consentirà di migliorare non poco il nostro vivere.

La conferma dell’esistenza del Bosone di Higgs, particella che è stata catturata finalmente senza alcun dubbio nel superacceleratore Lhc del Cern di Ginevra dopo ripetuti esperimenti che le davano da tempo la caccia con tecnologie diverse, è dunque provata. Dotato di una grande energia, che si esprime tra 125 e 126 GeV (miliardi di elettronvolt), il bosone conferma la teoria delle particelle elementari (il cosiddetto “modello Standard”). La scoperta regalerà orizzonti conoscitivi “più ampi e sconfinati”, come sostiene il filosofo Karl Popper.

Cari amici, credo che anche oggi questa mia chiacchierata sia servita a farci riflettere, almeno un po’. Riporto in questo “pezzo” diverse foto scientifiche del bosone e del CERN, ma anche alcune della Cappella Sistina e delle sue splendide immagini sulla “creazione dell’uomo” da parte di Dio.

Io, chissà perché, più che al bosone sono molto più affezionato a quella “pasta di fango” che nelle sapienti mani di Dio ha dato vita alla nostra natura umana; non rinnego il Bosone, impropriamente definito “particella di Dio”, ma mentalmente non lo preferisco!

Grazie dell’attenzione.

Mario

martedì, luglio 03, 2012

EURO 2012: L’ANDAMENTO DI CALCIO ED ECONOMIA METTE IN EVIDENZA CHE E’ TEMPO DI “CAMBIARE”!

Oristano 3 Luglio 2012

Cari amici,

non è un segreto per nessuno che in Italia il calcio è malato da tempo. Gli scandali del passato sembra non abbiano insegnato niente a nessuno, come i recenti arresti hanno dimostrato, coinvolgendo anche persone ad alto livello che mai l’uomo della strada avrebbe pensato, considerati i più che lauti emolumenti percepiti. Ma tant’è.

Sull’altro versante, quello della nostra situazione economica, le cose non vanno certamente meglio. Ai rigidi e a volte terribili provvedimenti presi, e che hanno portato milioni di famiglie sull’orlo della bancarotta, non è corrisposto un altrettanto comportamento responsabile teso a “cambiare rotta”, da parte di chi, continuando a beneficiare di compensi stratosferici, in gran parte di provenienza pubblica, avrebbe invece potuto e dovuto assumere. Parlo dei nostri rappresentanti in Parlamento, dei grandi manager sia delle Pubbliche Amministrazioni che delle Aziende private, direttamente o indirettamente, tempo per tempo, sostenute dalla troppo caritatevole mano pubblica.

Quando tutto questo succede in periodi di “vacche grasse” l’attenzione sui misfatti è meno forte e “molto” passa inosservato. Quando, invece, la corruzione, gli sprechi, l’arroganza del potere avvengono in periodi di “vacche magre”, come quello che stiamo attraversando, l'indignata opinione pubblica ha tutto il diritto di ribellarsi. Adeguare i comportamenti ai tempi è sempre stato un consiglio da prendere in considerazione. Non si può pensare che la ruota giri sempre in un solo senso: a volte questa ruota non solo rallenta fino a fermarsi ma è possibile che possa anche tornare indietro. La storia ci insegna che ai tempi bisogna adeguarsi e costantemente rinnovarsi, altrimenti è la fine.

L’urgente esigenza di “rinnovamento” che questo periodo richiede in tutti i settori, da quello economico a quello sociale, non è solo una mia “visione personale”, ma una necessità percepita da molti, a partire dal nostro Primo Cittadino, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Nel recente incontro al Quirinale con i nostri giocatori della Nazionale, reduci dalla terribile sconfitta subita dagli spagnoli alla finale dei campionati europei EURO 2012, ha tra l’altro detto: "Quando parliamo di rinnovamento, di cambiamento, a volte mi sento chiedere se sto parlando del calcio o dell'Italia. Beh, i discorsi si somigliano molto...”.

Il calcio per l’Italia è sempre stato un fattore importante. La gioia della Domenica calcistica ha in passato regalato a tante famiglie la possibilità di sognare, dimenticando le amarezze della settimana: come salari modesti, problemi economici, emigrazione e quant’altro. Poi anche il calcio pulito si è pian piano sporcato. Chi già ne era beneficiario con contratti milionari ha voluto aggiungere “sporchi guadagni” fatti con le combine, annullando e distruggendo il calcio pulito. Non c’è limite al marciume, purtroppo, il Dio Danaro è ormai l’unico a cui prestare attenzione, a cui inchinarsi.

L’occasione di questa riflessione mi da la possibilità anche di dire la mia sul numero di stranieri presenti nei vari club, a partire dalla massima divisione. Se è pur vero che “vincere a tutti i costi” è ormai l’imperativo di ogni azione della nostra vita, non solo nel calcio, e anche vero che vincere a certe condizioni non è proprio appagante. Cosa ci troviamo di bello in una vittoria di un nostro prestigioso club se questa è stata raggiunta con un alto numero di “stranieri” presenti in squadra? Credo poco. La mia considerazione non è di matrice “razzista”, assolutamente no. Il fatto è che in questi ultimi anni l’orgasmo per il “campione” straniero ha fatto dimenticare i nostri: non si pensato a seminare, accontentandoci di comprare il prodotto pronto, confezionato dagli altri! Non si data importanza ai vivai, al calcio giovanile, non si è incentivato, anche nei piccoli centri, il gioco del calcio “pulito”, fin dalla più tenera età. Questo, a mio avviso è stato un errore molto grande.

Rinnovamento necessario, dice il nostro Presidente Napolitano ed ha ragione. Rinnovamento che deve partire proprio dai giovani, dai nostri giovani. Solo cosi eviteremo di continuare a “comprare” dai vivai degli altri, lasciando inaridire i nostri.

Dando uno sguardo, invece, alla nostra situazione economica le cose cambiano di poco. Sono molto giorni, ormai, che tutte le campane mediatiche non fanno altro che battere i rintocchi, scandendo e ribattendo gli echi della “Spending review”. Tagliare la spesa pubblica è un passo obbligato ma non è facile: parlarne lo è, tagliare, invece, a volte è impossibile.

La spending review, messa sul tappeto a fine Aprile, dovrà garantire nel 2012 molto di più dei 4,2 miliardi annunciati all’inizio e punterà a ridurre del 10% i dipendenti pubblici attualmente in servizio. Incontrando enti locali e parti sociali a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Mario Monti ha tenuto a sottolineare che la revisione mirata della spesa pubblica "non è una nuova manovra di finanza pubblica" ma "un'operazione strutturale" per "eliminare gli sprechi senza ridurre i servizi", superando la logica dei "tagli lineari per guardare a più alte priorità". Tutto questo per evitare che in ottobre ci sia l'aumento dell'Iva, e per questo è necessario reperire non meno di 4,2 miliardi. Se consideriamo poi che oltre all’indilazionabile necessità della “ripresa” si sono aggiunte altre due importanti esigenze: la sistemazione degli “esodati”, il cui numero è ormai diventato un mistero misterioso, e il terremoto in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, la cifra originariamente prevista di 4,2 miliardi lieviterà in modo molto più consistente, come ha sostenuto Monti nel colloquio con le parti sociali.

Si preparano già le barricate sindacali a questo annuncio, innescando reazioni giustificate e non. Se la spesa sociale è ammissibile che debba essere ridimensionata con grande attenzione, molti sono, invece, i settori dove gli sprechi non si contano e dovranno essere come minimo “sforbiciati”. Credo che il compito del Commissario Bondi non sarà, davvero, molto facile.

Cambiare, ridimensionare usi, costumi ed abitudini, dopo anni di vacche grasse, è triste e shoccante. Quando si è malati, però, nella gran parte dei casi, la medicina, pur molto amara, è fonte di salvezza. Berla è indispensabile, anche turandosi il naso, perché non prenderla significa andare incontro a morte certa.

Grazie dell’attenzione.

Mario