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sabato, aprile 11, 2015

LA PRUDENZA, PRIMA DELLE QUATTRO VIRTÙ CARDINALI. CHE VALORE HA OGGI, NEL TERZO MILLENNIO?



Oristano 11 Aprile 2015
Cari amici,
agli inizi di questo mese, il 3 di Aprile, ho iniziato con Voi una riflessione sui “Vizi e le Virtù”, ovvero su quei comportamenti umani, già messi in buona evidenza dai grandi pensatori del nostro passato.  Dopo una prima analisi generale, avevo promesso a Voi che successivamente avremo, di volta in volta, analizzato uno per uno questi comportamenti, sia virtuosi che viziosi, cercando di seguire la loro evoluzione nel tempo, concentrandoci in particolare sulla loro validità attuale, quella del millennio che stiamo attraversando.  Ebbene, partiamo allora: iniziando dalle Virtù, e tra queste da quella ritenuta la più importante: la Prudenza.
La prudenza (in latino prudentia) è una delle virtù cardinali. Secondo S. Tommaso d'Aquino, fra le quattro virtù (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza) essa ha sicuramente il primato sulle altre tre, in quanto rappresenta il retto comportamento dell’uomo: la regola base di tutte le sue azioni. Ciò significa, in particolare secondo la morale cristiana, che non basta che un atto umano venga compiuto con la necessaria bontà d’animo, ma esso deve anche essere eseguito con il giusto equilibrio. Nella filosofia platonica la prudenza è detta anche "saggezza", ed è considerata la virtù propria dell'anima razionale.
La prudenza, in sostanza, è nell’uomo la necessaria “ragione pratica a discernere”, che dovrebbe accompagnarlo in ogni circostanza; è la capacità di saper riconoscere il “vero bene”, utilizzando sempre i mezzi più adeguati per poterlo attuare. Concretamente, quindi, la prudenza si estrinseca nella capacità di saper distinguere il vero dal falso e il bene dal male, smascherando - attraverso questa stessa virtù - le false verità (a volte difficilmente identificabili), e approfondendo sempre ciò che si vede. Da questo ne discende che l'uomo prudente non è l'indeciso, il cauto, il titubante, ma al contrario quello che sa prendere la giusta decisione con sano realismo; è prudente l’uomo che non si fa trascinare dai facili entusiasmi, non tentenna e sa osare con la giusta oculatezza.
Questa virtù nella letteratura viene tradotta con tutta una serie di espressioni (sinonimi) che, pur nella loro varietà, esprimono sempre lo stesso concetto di base: saggezza, cautela, calma, accortezza, giudizio, previdenza, oculatezza, senno, ponderatezza, lungimiranza, circospezione, attenzione, precauzione, e così via. La prudenza ha fatto riflettere i grandi pensatori del passato, dei quali ci restano innumerevoli frasi celebri (a partire da quella di Gesù, come la più nota, che dice: ”Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”). Tra le altre ne ho scelto tre: eccole.
“Il fidarsi troppo alle speranze non è da savio, né il trascurarle: il prudente deve considerare i pericoli che per lo più si nascondono sotto la scorza della speranza”. (Papa Sisto V);
La prima delle cardinali è la prudenza. È qui che si battono, e spesso restano battuti, papi, vescovi, re e comandanti. Questa è la virtù caratteristica del diplomatico”. (Papa Giovanni XXIII);
“La prudenza è la parte più nascosta del vero coraggio”. (Aldo Busi)
Bene, cari amici, passiamo ora ai nostri tempi, quelli che, ogni giorno, stiamo vivendo. Pensate Voi che la Prudenza sia ancora ben applicata da parte degli uomini e delle donne del Terzo Millennio? Che abbia ancora il significato reale di cui abbiamo parlato prima? Chissà! Io penso proprio di no! Adam Smith, uno dei più grandi economisti di ogni tempo, affermava con convinzione che “lo sviluppo e la ricchezza delle nazioni non nascono dal vizio dell’avarizia né dalla passione triste dell’egoismo, ma dalla virtù cardinale della prudenza” (A. Smith, Teoria dei Sentimenti Morali, 1759). Se volgiamo uno sguardo al secolo scorso, quello della Civiltà Contadina, ci accorgiamo che la virtù della prudenza era ancora ben presente: contadini e artigiani la coltivavano la terra, educando al buon uso dei beni, alla manutenzione delle poche cose possedute, e a far crescere prudentemente patrimoni, sogni e progetti di vita.
E’ bastato un secolo per passare dalla Civiltà della Prudenza a quella dello spreco, dalla civiltà oculata a quella dell’Usa e Getta! Un triste passaggio, dal buon uso delle risorse a quello disfattista del gettarle via, sperperandole senza costrutto.  Spreco e lassismo diffuso, che dal privato, dall'economia famiglia, si sono trasferiti nell'economia della vita pubblica, dove il concetto di “bene comune come bene di tutti” si è trasformato in “bene di nessuno”, che tutti possono saccheggiare a piene mani, come quotidianamente avviene.
Che la Prudenza ci abbia definitivamente abbandonato? Io sinceramente spero proprio di no. Mi auguro che sia solo un periodo di vacce magre!
A presto,  per parlarvi (non so ancora quando…) di un’altra grande virtù: la Giustizia.
Mario

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