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giovedì, novembre 24, 2011

ORISTANO: LA LENTA AGONIA DELLA CAPITALE DELLA CERAMICA.


Oristano 24 Novembre 2011

Cari amici,

parlare oggi di “Figoli”, di artigianato della ceramica, ad Oristano, è come parlare di corda in casa dell’impiccato!

Certamente per una città che per secoli ha recitato in questo settore un ruolo di primissimo piano nel panorama dell’Isola, vedere la situazione attuale è certamente sconfortante. Perché oggi Oristano conta cosi poco in un settore che, invece, potrebbe dare ancora grandi soddisfazioni ed un sicuro avvenire ai tanti giovani che reclamano occupazione e lavoro? Chissà! Eppure in passato la tradizione ceramica è stata incredibilmente importante per la Sardegna e per Oristano in particolare.

La lavorazione della ceramica in Sardegna ha radici lontane. I più importanti musei archeologici dell’Isola conservano reperti di oltre cinquemila anni fa che ricordano questa tradizione che parte dal periodo nuragico. La produzione ceramica di utensili d'uso quotidiano ha infatti avuto inizio coi primi insediamenti umani nell’Isola e si è successivamente evoluta col passare del tempo nella tipologia e, soprattutto, nella decorazione, attraverso la capacità di mani esperte di abili artigiani prima nuragici, poi punici, romani e quindi medievali.

La prima testimonianza scritta sull’arte ceramica in Sardegna si trova proprio ad Oristano: in un documento del 1692, e precisamente nello statuto del “Gremio dei Figuli di Oristano”. Questo documento, che attesta l'esistenza di una corporazione dedita alla realizzazione di stoviglie destinate al consumo popolare e ne detta le regole, curiosamente, imponeva, agli esponenti che ne facevano parte, l'obbligo di non apportare variazioni ai modelli dei manufatti già in uso, impedendo quindi l’evoluzione della produzione. I rigidi dettami di quello statuto impedirono per secoli alla produzione sarda di competere ad armi pari con quella nazionale. Era, infatti, questa, più raffinata ed elegante, mentre la nostra produzione, riproducendo tassativamente modelli di utensili semplici e poco sofisticati, in modo cosi vincolato, restò, fino agli inizi del Novecento, imbrigliata ed incapace di competere ad armi pari fuori dall’Isola.

Il primo a dare inizio alla creazione di forme nuove fu, nella prima metà dell'Ottocento, il generale Alberto La Marmora, che concesse ad un figulo oristanese il permesso di realizzare pezzi diversi da quelli usuali. Fu questo l’inizio di una evoluzione rapida e significativa che in tempi brevi allineò la ceramica sarda a quella nazionale.

In questo panorama “nuovo” e stimolante abili e preparati artigiani, aperti all’ innovazione, diedero vita ad un’eccellente lavorazione di ceramiche, sia quelle di uso corrente, quotidiano, che quelle destinate, invece, ad arredo e abbellimento della casa; più pregiate, queste, riservate alle classi elevate, nobili o più agiate. Oristano in poco tempo riuscì a recuperare il terreno perduto ed a rivestire, da subito, un ruolo assolutamente primario, superiore a quelli degli altri centri isolani del settore. Oristano si era ritagliato, a tutti gli effetti, il ruolo di “Capitale della ceramica” nell’Isola.

Quando Oristano era capitale del Giudicato d'Arborea, fulcro quindi di tutte le attività economiche del territorio, i suoi numerosi figoli, come dimostrano i ritrovamenti scoperti all’interno del Monastero di S. Chiara, erano in possesso di grandi capacità tecniche di lavorazione, e realizzavano manufatti di grandissima qualità e pregio.

Come le altre città dell’epoca (XII e XIII secolo) Oristano aveva il cosi detto ‘impianto medievale’: città murata, con il centro ripartito in quattro zone, che potremo definire quartieri (Porta Mari, Porta Ponti, Santa Crara e Santu Sadurru), tutti allocati all’interno della cinta muraria, e che costituivano “ Su Pottu”, il luogo “fortificato”, destinato ai nobili ed agli abbienti.

A questo luogo protetto dalle mura si contrapponeva "Su Brugu", o il borgo, costruito all’esterno, a ridosso delle possenti mura, e che confinava con le campagne; Su brugu era la dislocazione abitativa del popolino, formato da una serie di lavoratori di ben diversa estrazione sociale: contadini, fabbri, falegnami, figoli ed altri piccoli artigiani. Due mondi ben diversi: il primo “Su pottu”, chiuso, elegante, riparato e ben difeso, sede dei poteri religioso, civile ed economico-mercantile, il secondo, aperto, povero e poco lussuoso, sede dei popolani, in gran parte al servizio dei nobili e dei potenti.

“ Su Brugu”, il borgo popolare della città, nei documenti che risalgono anche a date antecedenti al 1400, risultava diviso in cinque unità, distribuite nella fascia che circondava la cinta muraria: Brugu de su Scarahioni, o de Pontixeddu, [Via Tharros-Via Tirso], Brugu de is Congiolargius [Via Mazzini, Vico Mazzini, Via Figoli ], Brugu de sa Madalena, o de su Putzu de su Castellanu, [Via Ricovero e strade adiacenti], Brugu “suburbiolum Noni” ,il borgo per eccellenza, [da via Vittorio Veneto a Sant' Efisio a via Solferino] e Brugu de Santu Lazaru, [Via Arborea, Via Aristana, Via Palmas verso l'antica Chiesa e Lazzaretto di San Lazzaro, ubicata presso l'attuale mercato del Sacro Cuore].

Ho voluto riportare questa antica divisione per evidenziare che Oristano aveva un popoloso quartiere, abitato dai figoli, e per questo chiamato” Brugu de is congiolargius”. Questo fatto dimostra quanto fiorente fosse allora l’attività degli artigiani che lavoravano la ceramica, chiamati più propriamente “ Is congiolargius”, in quanto produttori di congios (vasi).

Nel periodo medioevale gli artigiani che esercitavano professioni importanti si riunivano in associazioni che erano chiamate “Corporazioni delle arti e dei mestieri”, denominate anche “Gremi”. Le più importanti e note erano non solo ambite (per entrare a farne parte bisognava superare non pochi ostacoli) ma forti, ricche e potenti. Ad Oristano fino alla prima metà del XIX secolo, operavano ben sette Gremi: Muratori, Scarpari, Ferrari, Falegnami, Figoli, Sarti e Contadini. Qualcuno di questi Gremi è sopravvissuto ed è arrivato fino a noi: la Società dei Muratori di Santa Lucia, che ha sede nella Chiesa omonima in Via Lamarmora, la Società dei Falegnami di San Giuseppe e la Società dei Contadini di San Giovanni Battista. Queste ultime due, le più note, sono quelle che proseguono da secoli, per tradizione, ad organizzare la giostra equestre, ormai nota in tutto il mondo e che noi ben conosciamo: “ Sa Sartiglia”.

Le Corporazioni, queste associazioni che allora riunivano gli esponenti delle più note professioni, esercitavano un ruolo per quei tempi eccezionale: regolare con appositi Statuti, rigidi e vincolanti, l’attività degli appartenenti, oltre che garantire, come una vera e propria assicurazione collettiva, il mutuo soccorso tra i soci. Questa “Associazione”, che si autofinanziava con le quote degli appartenenti, interveniva con prestiti in denaro, assistenza medica e anticipo di spese per eventi eccezionali, oltre che per l’acquisto delle attrezzature. Oristano, ancora oggi, ha in vita la “ Società Operaia di Mutuo Soccorso”, erede e prosecuzione di quell’antica Corporazione. Queste importanti strutture di affiliazione e di solidarietà ed assistenza, non dimentichiamolo, furono il “seme” che fece maturare, poi, in età moderna, le attuali strutture sindacali ed assistenziali.

Oristano medioevale, quindi, vera capitale sarda della ceramica, con un quartiere ed un Gremio importante, che riuniva i lavoratori artigiani del settore, “Is congiolargius”, che aveva le botteghe principali in una via tutta sua, vicinissima alla porta "maggiore" della città, ancora oggi chiamata col nome dei sui antichi abitanti: “Via Figoli”; luogo in cui essi producevano, cuocevano e vendevano le loro brocche, i loro vasi, i loro piatti e stoviglie.

L’analisi degli antichi reperti prima citati, e relativi ai secoli che vanno dal XII al XIV, oltre che mettere in evidenza la capacità degli artigiani dell’epoca, mette in luce nuove tecniche di lavorazione: i reperti rinvenuti risultano "invetriati" e finemente decorati con la tecnica dello “stangiu”, una coperta di ingobbio e vetrina. E’ questa una caratteristica particolare della ceramica di Oristano, tramandata fino ai nostri giorni: essa consiste nel rivestire la ceramica con una vernice colorante, in verde o giallo, talvolta supportata da ingobbio. L'effetto ottico, oltre che funzionale di questo processo, è raccontata così dal viaggiatore-disegnatore francese Gaston Vuillier nel 1891: “…Oristano fornisce tutta la Sardegna delle sue anfore […]. Ve n’è talvolta di un colore straordinario, con una vernice speciale che dà una patina singolare. Mi è capitato, tanto questa vernice trae in inganno, di crederle di bronzo o di rame brunito…”.

Il periodo che va dal secolo XIII al XIV, evidenza una ricca produzione di stoviglie per la mensa come scodelle, coppe, piatti, coppe, fiasche ecc.; nel XV secolo si introducono nuove forme (piattelli e forme chiuse) ed un perfezionamento della tecnica decorativa prima accennata: quella della copertura vetrosa chiazzata di verde e giallo sull’ingobbio bianco; il pezzo più prestigioso e noto, realizzato con questa nuova tecnica, è la “brocca della sposa”, un’anfora con quattro anse, arricchita da applique floreali, geometriche e figurine umane o animali riprese dalla storia, dalla tradizione e dalla religione. E’ questo l’oggetto principe che identifica in tutto il mondo la particolare abilità e maestria dei ceramisti di Oristano.

Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, l’attività ceramica ad Oristano conosce un ulteriore grande sviluppo. All'invetriatura in verde e giallo si aggiunge una ulteriore lavorazione, detta dello “slip-ware”; è questa una decorazione ottenuta tracciando con l’argilla bianca motivi decorativi sul pezzo ceramico. La migliorata produzione allarga ulteriormente i confini di vendita. Tra il 1600 e il 1634, sono attivi a Oristano almeno 85 ‘congiolargi’; tra i reperti che risalgono a questo periodo ci sono sia forme spagnoleggianti sia forme italianeggianti. Lo "Statuto" del “Gremio dei Figuli di Oristano”, prima citato ed approvato il 25 aprile 1692, oltre che stabilire l’obbligo di non variare le forme originali dei prodotti fabbricati, istituiva per l'accesso alla corporazione un preventivo esame per gli apprendisti che intendevano aprire una bottega. I secoli successivi, dal XVIII fino al XIX, vedono una costante crescita dell'attività, con le maggiori botteghe concentrate nella Via Figoli, che ancora oggi porta questo nome identificativo. Gli anni più recenti, quelli del XX secolo, invece, evidenziano una lenta ma inesorabile decadenza, per la massiccia invasione dei prodotti industriali fabbricati in grande serie.



Nel 1925 lo scultore Francesco Ciusa, nell'intento di dare nuovo impulso a quest'arte, apre la Scuola d’Arte Applicata, che vanta una sezione ceramica. La Regione sarda nel 1957 fa nascere l'I.S.O.L.A., l’Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano, finalizzato a promuovere lo sviluppo economico, tecnico e culturale degli artigiani in Sardegna. Ad Oristano, invece, nel 1961 viene istituito l’Istituto Statale d’Arte, con lo scopo di creare nuovi artigiani-artisti, capaci di conservare e far rivivere l’antica arte dei figoli oristanesi.
Tutto questo per cercare di rivitalizzare la grande varietà delle professioni artigiane che, con l'avvento dell'industria avevano ricevuto un colpo mortale.
Cosa ne è stato, da allora, del settore ceramico in Sardegna ed, in particolare, ad Oristano?
Se esaminiamo, spassionatamente, lo stato attuale della produzione ceramica di Oristano, se ci domandiamo qual'è - al momento - lo “Stato dell’Arte”? Credo che non avremo difficoltà a rispondere, mestamente, scuotendo il capo. C'è certamente ben poco da consolarsi a vedere un settore con un avvenire di grande incertezza.

Domandiamoci, allora: come può Oristano, oggi, riprendersi il suo prestigioso passato di “Città della Ceramica”? Come può, considerato il suo indiscusso passato, recitare nuovamente il ruolo di leader indiscusso del settore?

Ebbene, Oristano è una città che, volendo, può e deve tornare protagonista. Oristano non ha dimenticato il suo luminoso passato. Oggi, pur soffrendo, vive intimamente ed intensamente la sua storia, senza voler abdicare, rimpiangendo sì il passato certamente più fulgido, ma pensando al domani, con la speranza di ricostruire “l’anello mancante”, quello che potrebbe dare, finalmente, uno sbocco ai giovani.

Le recenti iniziative per cercare di rivitalizzare il settore della ceramica, un settore da considerare ormai alla stregua di un “cavaliere perduto”, pur con le migliori intenzioni, non hanno ottenuto i risultati auspicati.

“Il tornio di via Figoli” , titolo dato ad una Mostra-Manifestazione che nel 2004, che per tre settimane, ha animato il centro storico di Oristano, non ha suscitato grandi entusiasmi. Per rivitalizzare un settore come questo bisogna partire dalla scuola. Incentivare i giovani, con leggi appropriate sull’apprendistato, e sostenere, con agevolazioni e sgravi fiscali, i pochi artigiani in grado di insegnare loro la difficile arte. Altrimenti altre “Mostre”, come quella summenzionata, falliranno senza portare frutti, come è già successo per tante altre iniziative artigiane. Non dobbiamo demordere però. Cerchiamo le soluzioni, anche se difficili, senza disperare, perché non possiamo non dare un futuro ai nostri giovani. Lottiamo, perché altrimenti le nostre speranze moriranno sul nascere, abortiranno, e finiranno nel vortice di quell’immenso “buco nero”, frutto della globalizzazione selvaggia, che continua ad inghiottire le piccole attività artigianali, anche le più qualificate, soppiantate dalla ripetitiva produzione dozzinale industriale di lontana provenienza.

Da qualche anno Oristano (2002) è entrata a far parte dell'Associazione Italiana Città della Ceramica, che riunisce le città italiane di affermata tradizione ceramica in base alla Legge 188/1990. A questa Associazione aderiscono i 33 comuni italiani che nel settore possono vantare un'antica e affermata tradizione. La Legge 188/1990 tutela la denominazione di origine della produzione di ceramica artistica e tradizionale mediante l'apposizione di un apposito marchio.

Anche questo può aiutare la rinascita, ma il resto lo dobbiamo fare noi. A noi spetta il compito di rivitalizzare una prestigiosa tradizione per evitare che muoia del tutto. I pochi e volenterosi ceramisti locali rimasti cercano di resistere, aspettando con ansia tempi migliori. Cerchiamo tutti di contribuire a trovare la giusta soluzione.

Oristano, cari amici, non ha ancora dimenticato via Figoli, s’arruga de is congiolargius, ed il grande attivismo economico del passato. La speranza è che oggi tanti altri giovani, artigiani ed artisti, possano nuovamente riempire e rivitalizzare le antiche botteghe che in passato furono dei lori padri. Se ce la mettiamo tutta credo che il miracolo possa, davvero, avverarsi!

Grazie a tutti Voi dell’attenzione.

Mario

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