mercoledì, novembre 02, 2011

LA PINTADERA: PREZIOSO SIGILLO O ANTICO CALENDARIO?

Oristano 2 Novembre 2011

Cari Amici,
credo che molti di noi abbiano abbiano avuto l'occasione di vedere e toccare una "Pintadera", quell'antico strumento comunemente noto per essere un attrezzo per segnare, marcare, il pane.
La sua storia è lunga ed anche, sotto certi aspetti, controversa.
Se siete curiosi leggete cosa ho avuto il piacere di riepilogare e raccontare.

Terra di antichissimi insediamenti la Sardegna! C’è chi sostiene addirittura che sia l’ultimo lembo della mitica Atlantide. Su questa stupenda isola, immobile al centro del Mar Mediterraneo, maestosamente adagiata come una grossa balena a riposo si sono sviluppate non poche civiltà. Fra le più antiche ed importanti la Civiltà Nuragica, nata ed evolutasi in Sardegna in un periodo di tempo che va dall’età del Bronzo (dal 1700 a.C.) al II secolo a.C., ormai in piena epoca romana. Civiltà che prende nome dai Nuraghi che costituiscono le sue vestigia più eloquenti ed imponenti, frutto del perfezionamento e della evoluzione di preesistenti civiltà, le cui tracce a noi più note sono i dolmen, i menhir e le Domus de Janas.

Sulla funzione dei nuraghi, considerati i monumenti megalitici più grandi d'Europa, si discute da almeno cinque secoli e, per quanto i recenti scavi abbiano consentito di confortare alcune teorie, tanti restano ancora gli interrogativi da chiarire: tombe monumentali o abitazioni per uomini di grande statura e potenza?, Nuraghi come fortezze o forni per la fusione di metalli?, Giganteschi templi di culto del Dio sole o osservatori astronomici? Difficile ipotizzarne un uso ed una la classificazione certa e razionale.
La civiltà nuragica, civiltà di alto spessore che ha convissuto a lungo con le successive civiltà arrivate nell'Isola, come quelle fenicio-punica e romana, non si è mai “mischiata”, integrata, con queste, resistendo sempre ai ripetuti tentativi di assorbimento. Pur non avendoci lasciato la scrittura, che ci avrebbe consentito di capirla meglio e non solo di interpretarla, ci ha lasciato molte altre tracce del suo passato: gli enigmatici templi certamente votivi dell'acqua sacra, le megalitiche tombe, dette anch’esse ‘dei giganti’ ed altri manufatti, tra cui delle particolari e bellissime statuine in bronzo, più note come bronzetti. Tra gli altri reperti, rinvenuti un po’ in tutta l’Isola, degli interessanti oggetti “particolari”: dei dischi circolari, sia in terracotta che in bronzo, con una delle facciate incise con una sequenza di disegni geometrici, convergenti su un punto centrale che sono state chiamate subito “Pintadere”, in quanto alcune di queste avevano da una parte una specie di manico che faceva presumere fosse uno strumento adatto a “marcare” qualcosa.
Il termine ”Pintadera”, parola di chiara derivazione spagnola (da pintado, dipinto), è il nome che viene dato a quegli strumenti che presso molte popolazioni servono per imprimere dei ‘marchi’, delle decorazioni, in particolare sui dolci, sul pane, sui tessuti. Di “PINTADERE” in Sardegna ne sono state rinvenute un buon numero in quasi tutto il suo territorio: alcune antichissime, riferite addirittura al primo periodo nuragico, altre, successive, fino al medioevo ma altrettanto interessanti. Al giorno d’oggi la parola “Pintadera” ci porta immediatamente a quella più famosa, rinvenuta presso il Nuraghe “Santu Antine” di Torralba, in quanto è diventata un logo conosciuto a livello nazionale: quello adottato qualche decennio fa dal Banco di Sardegna di Sassari, per identificare la sua radice sarda.

In tanti si sono chiesti quale fosse la reale funzione di questi dischi, fabbricati sia in terracotta che in metallo. La tesi più accreditata, forse l’equazione più semplice e che si è a lungo perpetuata nel tempo, è quella che la ‘Pintadera’ fosse un semplice marchio, un sigillo che serviva a dare “il marchio di fabbrica” a manufatti di grande preziosità come il pane, da cui è derivato anche il termine più specifico “pintapane”.

Qualche altro studioso, però, certamente non a vanvera, ha ipotizzato che potesse avere ben altra funzione. I dubbi derivavano dalla accuratezza della fabbricazione e dalla precisione delle incisioni che, facevano avanzare l’ipotesi che questi particolari dischi con le loro “iscrizioni” potessero essere, invece, degli antichi calendari, dei segnatempo lunari o solari, in uso alle antiche popolazioni nuragiche. Queste ipotesi sono state avanzate dopo ripetuti riscontri con altri oggetti molto simili, rinvenuti presso altre antiche civiltà. Le nostre pintadere, messe a confronto con ‘dischi’, anch’essi incisi allo stesso modo, e concordemente considerati, invece, degli antichi “calendari”, hanno fatto presupporre che anch’esse potessero avere la stessa funzione. I confronti con gli altri antichi “calendari segnatempo”, come il calendario egizio, il calendario di Festo, il calendario atzeco e quello celtico, sono stati ampiamente positivi. Osservando e confrontando con attenzione le nostre Pintadere con questi ‘calendari’ si è potuto notare che “i segni” incisi sulla pintadera, di derivazione geometrica, quali il punto, il triangolo e il cerchio, rimandano ai segni riportati su questi antichi calendari, dove il forte richiamo a immagini mandaliche è innegabile. Figure e simboli che, modellati sia sui nostri dischi che nei ‘calendari, concordano nel rimandare ai simboli classici dell'astrologia e della mitologia sacra.

Queste ‘nuove’ e suggestive ipotesi formulate sull'uso delle pintadere contribuiscono ad accrescerne il già forte fascino che le accompagnava, fin dall'origine. Quale il vero uso, dunque, di questi antichi e preziosi reperti? Sigillo o, invece, calendario? Dilemma di non facile soluzione.

La teoria più accreditata, per ora, resta certamente quella che ipotizza l’uso della pintadera come sigillo, come timbro. Teoria questa ‘dominante’ in quanto l’uso come “marcatore”, come “stemma di famiglia” per marcare il pane ha continuato a perpetuarsi nel tempo, per molti dei secoli successivi, tanto da essere ancora in voga tra le famiglie notabili in molti centri della Sardegna fin oltre il Medioevo.

Tuttavia anche l'altra ipotesi, quella più recente, che sostiene invece che nelle incisioni sulla superficie di alcune ‘pintadere’ si possa leggere la riproduzione di un calendario lunare e solare, appare convincente. Indubbiamente le due teorie hanno entrambe una buona validità. La cosa sicuramente importante è che i Sardi attribuivano alla “Pintadera” una funzione non marginale, considerata la cura con cui veniva realizzata fin dai tempi più antichi. Un uso ampiamente diffuso, quello di questo strumento, considerato il numero dei “pezzi” ritrovati, e la larga diffusione, testimoniata dai ritrovamenti localizzati in tutta l’Isola.











Le Pintadere, mentre noi ci arrovelliamo in questo amletico ed irrisolto dubbio, se sigillo o calendario, giacciono nei musei, o conservate gelosamente dagli amatori, continuando in modo enigmatico ed indecifrabile a sorriderci, senza sciogliere l’enigma.


La mia personale convinzione non esclude nessuna delle due teorie. Io penso che entrambe possano essere sostenute, senza che l’una prevarichi l’altra. Nessuno credo possa sostenere che un uso escluda l’altro. Perché sostengo questo? Perché spesso, la storia ci ha insegnato che un oggetto può avere più funzioni, sia iniziali che successive. Un oggetto nato con un uso può, successivamente, scoprendone una nuova utilità, essere utilizzato anche per quest’altro, senza ulteriore sforzo, ne creativo ne costruttivo. Chi ci vieta di pensare che una pintadera nata come calendario, importante ausilio per regolare la faticosa vita dei campi, non potesse essersi trasformata in un secondo tempo anche come ‘marcatore’ di uno degli alimenti più preziosi come il pane?

Le prime volte, forse, anche solo a titolo votivo, di ringraziamento agli Dei, quale omaggio devoto alla divinità, particolarmente prodiga per una messe abbondante. Rituale di buon auspicio, successivamente diffusosi e diventato un costante atto di natura religiosa, con cui ritualmente ingraziarsi gli Dei!

Marcare il pane, allora alimento sovrano per l’alimentazione delle popolazioni, incidere sul pane i simboli del calendario, non sarebbe stato un atto cosi astruso, ma positivo e non negativo. Nei secoli e nei millenni i Sardi hanno attribuito al pane un sacro rispetto. Nei confronti del pane vi era un amore assoluto, senza deroghe. Chi ha avuto il piacere di leggere il prezioso libro “PANI” (edito dal Banco di Sardegna e stampato dalla Ilisso), opera che ripercorre la lunga storia della panificazione in Sardegna, sa quanto prezioso sia stato considerato in passato questo alimento e quanto onore e devozione gli si attribuisse.

Scrive su questo libro Giulio Angioni ( “Pani” – pag.19): “…C’è tutto se c’è il pane. Un bicchiere di vino, quando c’è va bene, e meglio ancora se c’è una fetta di salsiccia o un morso di formaggio. Ma non c’è niente se non c’è il pane…”. Il pane, quindi come alimento indispensabile, capostipite di tutti gli altri alimenti a corredo. Cosi continua nella sua lucida esposizione Giulio Angioni: “…Al pane si davano tante forme diverse, di fiori e di frutti e di tutte le cose belle e buone. E per ogni festa c’era il pane speciale. Era l’ornamento della casa e l’orgoglio della sua padrona. I luoghi più puliti erano quelli dove si faceva il pane, a cominciare dal tavolo e dai recipienti. E dove si conservava la pasta per fare da lievito al pane della prossima volta era come il posto dove dormiva un figlio stimato. Si toccava con mani pulite, il pane, e si maneggiava con grande rispetto. Non si buttavano i resti. E il pane duro che si riportava come resto dalla campagna, bisognava mangiarlo per primo, perché era doppiamente santo. Così si diceva ai bambini che si buttavano sul più molle. C’era venerazione per il pane. Al pane si chiedeva quasi perdono per doverlo mangiare. E guai se il pane cadeva per terra, e se mai cadeva, devi baciarlo appena raccolto. Il pane insaporisce il companatico, più di quanto il companatico insaporisce il pane...”.


Questo omaggio devoto al pane lo possiamo trovare anche in molti altri autori, che del pane e della sua nobiltà e valenza hanno scritto nelle varie epoche. Poi, lentamente ma inesorabilmente anche questa cultura di apprezzamento, rispetto e devozione per questo nobile alimento è caduta in disuso. Come sono cadute in disuso molte altre sagge regole di vita.

Marcare questo prodotto alimentare, era certamente un segno di grande orgoglio, ed esibire un pane speciale con bellissime forme floreali, era per la sua padrona un segno di grande capacità e di apprezzamento per le sue doti. In ogni casa che si rispettasse, anche quella modesta, c’era certamente uno strumento atto a marcarlo il “suo pane”. La “Pintadera”, quindi, strumento principe per dare un segno inconfondibile, quasi un attestato di nobiltà, a quel prezioso pane, orgoglio di ogni casa, e capace di garantire una sana alimentazione a tutti i suoi componenti.

Questo il suo uso più noto, fino alla nuova grande e sensazionale teoria, che attribuiva a questo strumento un’altra funzione importante: quella del calendario. Suggestiva, davvero, questa teoria della Pintadera-Calendario!

La nostra Pintadera-Calendario “Nuragico”, potrebbe essere stata davvero un “marcatore del tempo”, usato dalle popolazioni sarde parallelamente ad altre popolazioni anche lontane, in particolare i Celti, col cui calendario la nostra ‘pintadera’ ha incredibili somiglianze. Lo studioso Nicola De Pasquale sostiene che la somiglianza dello strumento sardo con quello celtico è riferita al ‘calendario festivo annuale’ dei Celti. Questo studioso, che ha sviluppato schematicamente una Pintadera (la possiamo vedere nei disegni allegati), ha messo in relazione la “Pietra di Nurdole”, in cui è ravvisato il nostro calendario delle feste agricole e pastorali rapportate alla Luna e al Sole, con il ‘calendario celtico. Il confronto ha evidenziato delle incredibili concordanze ed assonanze. Lo schema o “ruota” corrisponde, come del resto corrispondono le festività! Le feste lunari, quelle più importanti, formano la “croce” e quelle solari formano la “X”. Civiltà anche lontane, dobbiamo riconoscerlo, si sono sviluppate parallelamente! Sembra quasi incredibile.

Queste nuove ipotesi sull'uso delle pintadere contribuiscono certamente ad accrescerne la suggestione ed il fascino. Quale la giusta risposta?

Calendario Nuragico, o per dirla alla maniera di Nicola de Pasquale, “S’ Arroda de Tempu”, la ruota del tempo, o, invece, sacro strumento per marcare l’alimento principe, il pane?

Poco importa. Io credo che gli usi possano essere stati tutti e due!

Chiudo questa chiacchierata-riflessione sempre più convinto che i legami con il passato sono sempre forti e vivi e che anche il presente sia un ‘lungo’ proseguimento, ancorché modificato, del passato. Le pintadere, sia quelle sarde sia quelle ritrovate in altri paesi del Mediterraneo ed anche in luoghi e civiltà lontane come quelle del Caucaso, offrono molti spunti di riflessione e aprono non poche ipotesi sulla civiltà Nuragica e sugli scambi e le contaminazioni culturali che fin dal Neolitico sono intercorsi tra i popoli che abitavano le sponde del "Mare Nostrum". Sardi, come possiamo rilevare dai numerosi bronzetti, grandi navigatori del Mediterraneo, in possesso della giusta strumentazione per calcolare la rotta, notte e giorno, attraverso il movimento degli astri. Questo ci da una grande certezza: i nuragici avevano ben chiara la concezione del tempo e dello spazio ed avevano gli strumenti necessari per misurarlo. Quello che non sappiamo con certezza è se per calcolarlo usassero la Pintadera!

Grazie a tutti Voi per l’attenzione.

Mario


1 commento:

shardanaleo ha detto...

A DIR LA VERITà... IL CALENDARIO delle FESTE SOLSTIZIALI e la rispondenza con quello CELTICO sono frutto di una ricerca e di uan pubblicazione di <Leonardo Melis...Con tutto il rispetto epr De Pasquale la sua ricerca è un'altra.