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domenica, marzo 25, 2018

QUANDO LA GIUSTIZA È INGIUSTA. IL TRISTE CASO DELL’OPERATRICE ECOLOGICA LICENZIATA PER AVER RACCOLTO DALLA SPAZZATURA UN OGGETTO ANCORA UTILE PER DONARLO AL FIGLIO.



Oristano 25 Marzo 2018
Cari amici,
Che "la vera giustizia, quella davvero giusta, esista”, credo sia solo un’utopia, ben lontana dalla realtà. I sardi, di norma fortemente diffidenti, sono sempre stati convinti che la giustizia senza partigianeria, quella quotidianamente praticata, sia solo di facciata, lo hanno sempre sostenuto. Nei coloriti modi di dire già nel lontano passato coniarono un detto ad hoc: “Ancu ti currat sa giustizia”, che ti rincorra la giustizia, proprio per mal augurare a qualcuno di esserne perseguitato. 
Si, amici, che anche nei tempi attuali qualcosa non funzioni a dovere nella nostra sconquassata giustizia appare ogni giorno più evidente! Ci basti, per convincerci, venire a sapere di episodi come quello che oggi voglio riportare.
L’incredibile caso, recentemente venuto alla luce e che in tempi brevi si è diffuso in modo virale, riguarda una donna che si occupava della raccolta dei rifiuti a Torino Ovest; ebbene, un giorno come tanti, mentre era in servizio, ha recuperato dalla spazzatura (era depositato nel mucchio di oggetti della differenziata nel capannone dell'azienda per cui lavorava) un giocattolo usato, per portarlo a casa e darlo a suo figlio e per questa "azione di sottrazione" è stata addirittura licenziata! Una storia davvero triste, che ha sconvolto e impressionato, dimostrando inequivocabilmente che c’è una giustizia buona e una cattiva, se pensiamo che ci sono cittadini che finiscono in galera per aver rubato una mela per fame e fior di ladri matricolati che si appropriano di miliardi e continuano a godersi ville, panfili e corposi conti in banca. Ma veniamo nei dettagli alla realtà dei fatti.
L’operatrice ecologica al centro di questo caso ha 41 anni e si chiama Aicha Elizabethe Ounnadi, più nota a chi la conosce come Lisa, e lavorava dal 2006 come spazzina presso la Cidiu Servizi di Collegno (Torino). La donna non vive certo nell’agiatezza, in quanto ha tre figli, di cui uno di otto anni. In quel famigerato giorno, mentre era intenta al suo lavoro, notò tra il cumulo di spazzatura un giocattolo che avrebbe potuto far felice il suo bambino; era un monopattino, che era stato gettato via da chi poteva certamente comprarsene un altro, un oggetto strausato, quindi abbandonato e finito nella spazzatura. Che male c’era, avrà pensato, a recuperarlo e portarlo a casa? E così fece.
Purtroppo l’azienda non la pensò come lei, in quanto questa “sottrazione”, seppure dalla spazzatura, fu considera "appropriazione indebita di un bene non di sua proprietà"; cosa questa che comportò, da parte dell’azienda, una sanzione incredibilmente pensante: il licenziamento. Amareggiata e delusa Lisa fece subito ricorso, cercando di spiegare la sua buona fede che certamente non sottintendeva quello di sottrarre qualcosa di non suo, ma semplicemente di “recuperare” da un cumulo di spazzatura qualcosa che poteva ancora essere riciclato.
Il caso, come tutti possiamo immaginare, fece scalpore, e in suo favore si creò anche una immediata catena di solidarietà popolare, che arrivò addirittura a presentare anche una interrogazione in Parlamento. In fondo sembrava tutto di una linearità semplice e dimostrabile, e, soprattutto, appianabile con la conciliazione. Così invece non fu. Il tentativo di conciliazione fallì per l’intransigenza dell’impresa, rimasta totalmente ostile nella vertenza. Nel passaggio in Tribunale, in tanti si aspettavano che almeno il Giudice del lavoro avrebbe intimato all’azienda di reintegrare l'operaia nel suo posto di lavoro. Il Tribunale, per decidere in merito sul caso, si riservò di farlo prendendosi qualche mese di tempo, in modo da vagliare al meglio la questio.
Nei giorni scorsi è arrivata la sentenza. Il responso è stato: niente reintegro, addio definitivo al posto di lavoro, solo la corresponsione di un indennizzo. Per l'ormai ex operatrice ecologica, il giudice Marco Buzano ha sentenziato che per lei, che aveva “recuperato” un giocattolo dismesso dalla spazzatura, c’era solo un modesto indennizzo economico, pari a 18 mensilità. Curiosa la motivazione della sentenza che, se da un lato ammetteva che il licenziamento era stato un provvedimento eccessivo, ribadiva anche che il comportamento della donna era stato comunque “scorretto”, equiparabile al furto. In sostanza, anche se la causa del licenziamento i giudici non l'hanno considerata “giusta”, il ritorno sul posto di lavoro non era possibile.
Dopo una simile sentenza lo sconcerto appare d’obbligo. Personalmente la prima cosa che ho pensato è: ma in che mondo viviamo? Siamo sicuri che le leggi che regolano la vita civile siano assolutamente non interpretabili? Siamo sicuri che recuperare un oggetto dismesso da una discarica sia da considerarsi FURTO, paragonabile e uguale a quello di chi ruba auto, telefonini, portafogli e quant’altro?  Anche l’attuale normativa sul lavoro, imputabile alla “Legge Fornero”, in particolare sulla disciplina dei licenziamenti senza giusta causa come in questo caso, è stata interpretata in modo corretto? Se questa è la vera giustizia, credetemi, sono il primo a dire che è sbagliata.
Cari amici, la sconcertante sentenza su questo caso non fa altro che far crescere quel malessere che giorno dopo giorno continua ad aumentare, alimentando un populismo che non so dove potrà portarci.  Come non comprendere lo sconcerto, dopo la sentenza, dei tanti lavoratori come lei, che vedono sempre più precario il posto di lavoro che occupano? Come è possibile accettare che una lavoratrice, madre di 3 figli, che si spacca la schiena tutti i giorni per mantenere dignitosamente la famiglia, venga privata del posto di lavoro per aver preso un giocattolo dai rifiuti, quindi abbandonato e destinato al macero, per regalarlo a uno dei suoi tre figli?
Quando gli organi dello Stato non riescono a comprendere (né a giustificare) il gesto di bontà e di umanità di una mamma che voleva far sorridere il proprio figlio con un giocattolo, seppure in cattivo stato, che lei non poteva comprarli, gesto che peraltro può positivamente inserirsi anche nella logica ambientalista del riciclo, allora vuol dire che chi gestisce in modo così poco accorto la giustizia in questo nostro Stato debba essere messo da parte. A mio avviso non sono le leggi che abbiamo quelle da cambiare, ma la mentalità di chi, invece, dovrebbe avere la saggezza di saperle applicare.
È con grande amarezza che in chiusura Vi saluto con il mio solito “a domani”.
Mario

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