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giovedì, marzo 16, 2017

GIOVANISSIME E ABORTO. IL CASO DELLA RAGAZZA CHE A 18 ANNI HA ABORTITO PER LA QUARTA VOLTA. LA TRISTE SOLITUDINE DELLA GIOVENTÙ SENZA SOSTEGNO.



Oristano 16 Marzo 2017
Cari amici,
Certe vicende ci lasciano sempre più sconcertati. La notizia della giovanissima ragazza che recentemente si è sentita male a scuola e, trasportata in ospedale, le è stato diagnosticato un aborto, ha colpito me e tanti altri in modo forte, per tutta una serie di ragioni. Per Lei quello era il 4° aborto, avendone avuti altri 3 da minorenne. 
Il cambiamento epocale che la società sta vivendo, badate bene, sta portando le relazioni sociali, amicali ed educative ad un sempre maggiore e arido isolamento, che come conseguenza  portano ad una crescita anomala, che non tiene più conto dei valori. Isolamento che sfocia in un egoismo sempre più marcato, che crea relazioni che potremmo definire sbagliate: ci muoviamo sempre di più verso un mondo virtuale, abbandonando il reale, con la conseguenza che siamo sempre di più quella “folla solitaria” che Reisman aveva lucidamente da tempo individuato.
Il caso della povera ragazza che recentemente ha catturato i riflettori, pur nella sua cruda amarezza, merita una seria riflessione di fondo che ci tocca tutti: come persone, come famiglie, come educatori e docenti e come membri di una società civile, che avrebbe invece il compito di cercare di creare le condizioni per una vita sociale armonica e condivisa, dove l’individualismo lasci ampio spazio all’altruismo e la crescita giovanile venga supportata in modo adeguato. 
Analizzando il caso citato nei suoi antefatti, potremmo porci una bella serie di domande, che però difficilmente potranno trovare risposte adeguate. Come racconta il Giornale di Vicenza una studentessa di origini ghanesi abitante da tempo a Vicenza viene colta a scuola da un malore; viene subito chiamato il 118 che invia un’ambulanza per il trasporto della ragazza in ospedale, al San Bortolo, dove i medici scoprono che la ragazza, 18 anni appena, stava abortendo.
Interrogata ammette che il giorno prima aveva assunto delle pastiglie nel tentativo di procurarsi un aborto, ma poi era andata regolarmente a scuola e, durante la lezione in classe, si era sentita male. La cosa che viene ulteriormente scoperta, però, è ben più complessa: per Lei è la quarta volta che questo fatto succedeva nel giro di tre anni: dai 15 ai 18 anni. Lo ha dichiarato Lei agli agenti della polizia che la interrogavano in ospedale: aveva abortito altre tre volte, quando era ancora minorenne. In base alla legge 194 del 1978 avrebbe dovuto andare, una volta accortasi del problema, in ospedale e non assumere farmaci in maniera impropria (aveva assunto un farmaco contro gli spasmi addominali che in grande quantità provoca l'interruzione di gravidanza). Così, come la legge prevede, è stata denunciata per procurato aborto e successivamente condannata in Tribunale a 15 giorni di reclusione, con pena sospesa.
Sempre dal racconto della ragazza, come riportato dal Giornale di Vicenza, Lei all’età di 15 anni era rimasta incinta dopo un rapporto non protetto con il suo fidanzato che, scoperto il fatto, le aveva chiesto di abortire; avendo trovato in casa una confezione di Cytotec, (un farmaco che provoca le interruzioni di gravidanza) ne prese dieci pastiglie, sentendosi poi male. Da quella prima interruzione di gravidanza è iniziata la lunga serie successiva, fino ad arrivare al 4° aborto.
Cari amici, a prescindere dal rispetto burocratico della legge (che non contesto), questo fatto fa riflettere non poco, in particolare per quello che concerne la giusta educazione da dare ai minori. Credo che sugli adulti (genitori, educatori scolastici, responsabili di strutture sociali, etc.) gravi, in relazione all’assistenza da fornire ai minori, in particolare nel periodo di passaggio dall'adolescenza alla maturità, una responsabilità ineludibile: per una crescita regolare essi non possono essere lasciati al loro destino, a decidere da soli, perchè è compito degli educatori cercare di risolvere i problemi nascenti dai pericolosi possibili comportamenti ad alto rischio. Chiediamoci allora, analizzando il caso prima citato: dove stavano famiglia, scuola e istituzioni, quando a 15 anni è iniziato il calvario della ragazza? Quale è stata la reazione "degli adulti" preposti alla tutela del minore dopo il primo, il secondo e il terzo aborto? Che cosa hanno fatto per impedire che dopo il primo aborto ne avvenissero degli altri?
Credo sia triste constatarlo, ma le strutture portanti della nostra società, che possono sintetizzarsi appunto in Famiglia, Scuola e Istituzioni, è chiaro che funzionano male: si, perchè non fanno quanto sarebbe necessario per supportare i nostri giovani, in particolare nel periodo più pericoloso, quello della pubertà! Io sono convinto che la crisi familiare e sociale, che da tempo ha “slegato” le tre strutture portanti prima indicate, con un triste (tragico) abbandono dell’impegno gravante di pari peso su tutte, vada ricucita, in modo che ognuno riprenda quanto prima il suo ruolo determinante.  E' attraverso uno grande sforzo congiunto dell'una con le altre, che può essere ripristinato quel compito formativo, quella missione indispensabile e insostituibile, capace di accompagnare i giovani al giusto traguardo dell’età adulta, senza mai lasciare soli i giovani nell’età più pericolosa, quella del passaggio dall'età dei giochi a quella della maturità.
Non credo di essere troppo drastico nelle mie convinzioni, perché tocco con mano ogni giorno i conflitti che continuano a nascere tra famiglia e scuola. Ieri era il genitore il primo a correggere il figlio che sbagliava, supportando l'insegnante, oggi viene difeso a spada tratta il figlio anche se sbaglia, e l’insegnante, continuamente demotivato, abbandona il suo compito di educatore per ridursi a semplice e asettico diffusore di nozionismo; in questo pericoloso contesto risulta assente anche l’autorità socio-politica che nulla fa per ricucire il conflitto, pur avendo i mezzi per farlo.
Cari amici, abdicare in questo modo al doveroso compito educativo che abbiamo nei confronti dei nostri giovani è un vero e proprio delitto, considerato che le nuove generazioni sono quelle a cui, noi adulti, dovremo in futuro consegnare il testimone per governare le generazioni a venire. Se non avremo dato loro gli strumenti giusti, che società potrà essere quella successiva?
Mettiamoceli questi interrogativi, perché appare semplicistico punire un giovane (in questo caso una giovane) che sbaglia, dimenticandoci che prima avremo dovuto punire chi ha consentito loro (omettendo il suo compito educativo) di sbagliare! Non dimentichiamoci l'antico detto che “PREVENIRE E MEGLIO CHE CURARE”, perché la cura spesso risulta tardiva e inefficace e il paziente di conseguenza può anche morire.
Grazie dell’attenzione, a domani.
Mario

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