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sabato, febbraio 15, 2014

LA MASCHERA, MEZZO DI TRASFORMAZIONE DELL’IDENTITA’ DELL’UOMO: UN RITO DI COMUNICAZIONE TRA L’UMANO E IL DIVINO. LE TANTE MASCHERE DEL CARNEVALE SARDO.



Oristano 15 Febbraio 2014
Cari amici,
Febbraio è il mese del Carnevale. Fin dall’antichità l’uomo ha voluto festeggiare il passaggio da un anno all’altro con riti propiziatori, effettuati con la variopinta esibizione di una lunga serie di maschere dalle forme più curiose, raffiguranti animali o volti deturpati, orridi o androgini (come quella della Sartiglia), tutti, però con un preciso scopo: far entrare chi la indossa in un’altra identità, capace di mediare tra terra e cielo. 
L’uso della maschera da parte dell’uomo è iniziato in epoca lontanissima, addirittura preistorica, per celebrare rituali religiosi. Essa è stata sempre considerata un efficace mezzo di comunicazione tra gli uomini e le divinità, uno strumento capace di far scomparire l’uomo terreno e proiettarlo all'interno di un “altro mondo”: divino, rituale, mistico. Colui che indossava la maschera perdeva la propria identità per assumerne un’altra, quella rappresentata dalla maschera; strumento, quindi, veicolo di comunicazione con lo spirito con il quale si desiderava agire ed al quale trasmettere le richieste di grazia.
Dai primi antichi rituali tribali la maschera ha esteso nel tempo il suo “potere” di comunicazione e di intermediazione: è diventata prima maschera funebre presso la civiltà egizia, cultura poi trasmessa alle civiltà greche e fenicio-puniche, e successivamente maschera per i riti celebrativi gioiosi, come nella cultura romana classica (l'utilizzo rituale delle maschere è descritto da Virgilio in un passo delle Georgiche, indossate in onore di Bacco, in un clima celebrativo gioioso e spensierato). Il rapporto fra maschera e morte resta, però, sempre solido: si accentua nel mondo ellenistico e all'interno dei culti misterici romani. La maschera di Sileno, ad esempio, diviene uno dei simboli per eccellenza della morte iniziatica (cfr. affreschi della Villa dei Misteri a Pompei). La sua capacità di inter-relazionare il sacro con il profano, fa della maschera un veicolo unico per l’uso teatrale della stessa, cosa che troviamo già applicata nel contesto greco-romano.
Il teatro, infatti, eredita in modo straordinario l’uso di questo strumento, capace di apportare mirabili trasformazioni. Nel teatro greco le maschere avevano la doppia funzione di caratterizzare il personaggio e di fungere da cassa di risonanza sonora per amplificare la voce e rendere più udibili i dialoghi. Tutte le culture successive ne hanno poi fatto uso: nell'epoca barocca l'uso di maschere venne esteso anche alle rappresentazioni musicali. Dal teatro alla goliardia, il passo fu breve. Esaurita la funzione per gli antichi rituali, oggi la maschera è appannaggio quasi esclusivo dei festeggiamenti carnevaleschi di Febbraio, diffusi in tutto il mondo. L’Italia (Venezia in primis) vanta tradizioni carnevalesche meravigliose, anche se la Sardegna non è dammeno: la nostra Isola ha una incredibile varietà di maschere carnevalesche da fare invidia a qualunque regione.
A parte la classica, storica, maschera della Sartiglia di Oristano (sicuramente la più nota fuori dall’Isola), tante altre compongono il vivace e variopinto carnevale sardo. Nella chiacchierata con Voi di oggi mi piace passare in rassegna questi curiosi “paludamenti carnevaleschi”, che in Sardegna sono almeno una trentina: 2 le maschere maggiormente in uso nel Cagliaritano, 16 le più note nel Nuorese, 1 nell’Ogliastra e 9 nell’Oristanese. Vediamole insieme.
Maschere del Cagliaritano (2):
Is Cerbus. Le maschere Is Cerbus di Sinnai rappresentano una ritorno all’antico, certamente legate ai riti dionisiaci, evidenziando l’eterna lotta tra l’uomo e la natura. Is Cerbus rappresentano i cervi, sul capo hanno la testa e le corna e sono costantemente predati e catturati dai cacciatori.
Is Mustayonis e s’Orcu Foresu. Il carnevale di Sestu è rappresentato da “S’Orku Foresu e is Mustayonis”. S’Orku Foresu è una maschera zoomorfa: ha lunghe corna sul capo, un vestito di pelle scura e cammina carica di campanacci. S’Orcu è legato con una corda ai Mustaionis che, durante il tragitto, lo percuotono costringendolo a stramazzare a terra esanime.
Maschere d’Ogliastra (1):
Su Maimulu. Il carnevale ogliastrino di Ulassai ha luogo dalla notte di San Sebastiano fino al giorno di Martedì grasso ed è caratterizzato dalla questua in onore del fantoccio “su Maimoni”;  completano il gruppo carnevalesco sa Ingrastula, ossia la madre del carnevale, su Maimulu, personificazione vivente del Carnevale, l’orso, ”ursu o omini aresti”, con i guardiani “omadoris”, is Assogadoris, i pastori provisti di lazzi di “soga” e sa Martinica, ossia la donna-uomo-scimmia che questuando disturba s’Ingrastula, rubandole spesso e volentieri i doni della gente. L’ultimo giorno viene bruciato il fantoccio presso la piazza di Barigau, a Ulassai.
Maschere del Nuorese (16):
Su Harrasehare Lodinesu. Il Carnevale di Lodine, paese al centro della Barbagia,  si svolge il Mercoledì delle Ceneri. Il protagonista è il classico fantoccio carnevalesco con l’aspetto di un personaggio, più o meno noto, che si è messo in evidenza per motivi negativi e che per questo viene deriso da “Sas Umpanzias”, uomini mascherati di nero. Il corteo segue il fantoccio sbeffeggiandolo e schernendolo con rime in barbaricino.



Boes e Merdules. Quello di Ottana, uno dei più noti, autentici e affascinati carnevali della Sardegna, ha tre protagonisti principali: sos Boes, i buoi, ricoperti di campanacci e pelli di pecora e tenuti dalle redini da sos Merdùles, uomini col viso coperto da atroci maschere nere, e infine Sa Filonzana (o “Sa ilonzana”), una spaventosa e misteriosa vecchia che fila la lana. Il “Carrasegare de Otzana”, come gli altri carnevali sardi, affonda le sue radici nel mondo sardo arcaico e mette in scena i momenti più importanti della vita agro-pastorale.

Su Bundu. Su Bundu è la maschera del carnevale di Orani, piccolo comune della provincia di Nuoro. Su Bundu indossa abiti da contadino, un cappotto largo, pantaloni di velluto, gambali di cuoio, e una grossa maschera di sughero con corna, un naso prominente, il pizzo e dei baffi. La maschera è stata recuperata a partire dal 1997.
Mamuthones e Issohadores. Probabilmente quello di Mamoiada, paese al centro della Barbagia, è il carnevale sardo fra i più noti fuori dalla Sardegna. I protagonisti assoluti sono le maschere dei Mamuthones e degli Issohadores. I primi indossano le famosissime maschere nere di legno, pelli ovine sul corpo e soprattutto pesanti campanacci sulla schiena, che agitano seguendo dei precisi passi di danza. Gli Issohadores hanno un aspetto più umano, portano giubbe rosse e pantaloni bianchi. I due gruppi portano avanti una vera e propria cerimonia, tanto affascinante quanto misteriosa, che affonda le sue radici nella lontana cultura sarda agro-pastorale e nei riti legati ai culti dionisiaci.
S’Urtzu e Mamutzones di Aritzo. La maschera dei Mammutzones di Aritzo è stata riscoperta in tempi recenti a seguito di ricerche etnografiche. I mammutzones indossano una lunga giacca senza maniche, tipica dei pastori sardi, di pelle scura (di pecora o di capra) e sulla testa una sorta di copricapo in sughero coperto di pelle, con corna di capra o di muflone, o anche un’intera testa di animale. La fuliggine annerisce il viso dei mammutzones, mentre il petto e le spalle sono ricoperte di pesanti campanacci. Nei giorni del Carnevale i mammutzones avanzano saltellanti verso S’Urtzu, la vittima sacrificale.



Maschera a gattu. La maschera più importante del carnevale di Sarule è “Sa maschera a gattu”, ormai nota in tutta l’isola. La maschera indossa le due gonne del costume tradizionale (“duos oddes”) al rovescio, una copertina bianca fermata da una fascia rossa sulla testa e il caratteristico velo nero a coprire il viso, simbolo di morte.
Il Carnevale di Ovodda. Il Carnevale di Ovodda si differenzia dagli altri carnevali della Barbagia. Il protagonista assoluto è Don Conte, un grosso fantoccio dall’aspetto grottesco, con una grossa pancia fatta di stracci e il volto di sughero e cartapesta. Il Mercoledì delle Ceneri Don Conte viene fatto sfilare su un carretto trainato da un asino e addobbato con ortaggi, pelli d’animali e vari oggetti. Accompagnato da un largo seguito lungo le vie del paese, il corteo aperto dal grosso fantoccio è seguito da “sos Intintos”, cioè “i colorati”, uomini vestiti con stracci e abiti vecchi, col volto annerito dalla fuliggine. Alcuni di loro, gli Intinghidores, imbrattano con polvere di sughero bruciato (“zinziveddu”) i malcapitati che incontrano per strada. In piazza si balla “su ballu tundu” intorno al fuoco. Al tramonto Don Conte viene giustiziato: bruciato e gettato in una scarpata alla periferia del paese. Da quel momento la comunità si riunisce intorno a un ricco banchetto, in un momento di forte aggregazione sociale fino a notte fonda.
Sas Mascaras Nettas e Sas Mascaras Bruttas. Anche Lodè, piccolo comune del nuorese situato al centro della regione delle Baronie, da alcuni anni ha recuperato le proprie maschere tradizionali. Sono Sas Mascaras Nettas (le maschere pulite), rappresentate da uomini con abbigliamento sia maschile che femminile con un alto copricapo su cui è avvolto un fazzoletto, contrapposte a Sas Mascaras Bruttas, le vecchie maschere legate ai culti pagani vietate dalle Chiesa durante l’evangelizzazione della Sardegna. Sas Mascaras Nettas procedono in coppia – precedute da su Marratzaiu che suona i campanacci e le guida – alla ricerca di spettatori da catturare. Se però ad essere individuata come possibile preda è una donna si svolge un rituale che onora la figura femminile: la prescelta viene accompagnata a casa dove offre da bere alle maschere per poi essere riaccompagnata nel punto da cui era stata prelevata.
S’Urtzu e is Sonaggiaos. A Ortueri le maschere “Is sonaggiaos” prendono il nome dai campanacci che si appendono al collo di buoi e pecore. Il gruppo principale, composto da uomini col viso nero, ricoperti di pelli bianche, rappresenta infatti un gregge: avanza nelle strade del paese a passo cadenzato agitando i campanacci. S’Urtzu invece è ricoperto di pelli scure: è la bestia/demone che si agita e si dimena, aggredisce le persone e si arrampica su case e alberi. Le maschere del carnevale di Ortueri hanno diversi elementi in comune con le maschere degli altri paesi della stessa zona con cui molto probabilmente condividono le stesse radici dionisiache, tipiche della cultura agro-pastorale sarda. La maschera de “Is Sonaggiaos”, dopo una scomparsa durata decenni, è stata riscoperta di recente basandosi sui ricordi degli anziani e su una poesia di Bonaventura Licheri.
Urthos e Buttudos. S’Urthu e sos Buttudos sono le maschere tradizionali di Fonni, il paese più alto della Sardegna, nella provincia di Nuoro. S’Urthu, l’animale, ha il consueto campanaccio ed è vestito di pelli nere o bianche, di montone o di caprone, e viene tenuto alla catena da sos Buttudos, uomini incappucciati vestiti di nero, con dei campanacci sulle spalle. Le due maschere, che compaiono per i fuochi di Sant’Antonio, mettono in scena la classica lotta tra bene e male, tra l’uomo e l’animale: s’Urthu, l’animale, cerca di scappare e di liberarsi arrampicandosi ovunque, su alberi e balconi, mentre sos Buttudos cercano di domarlo.
Il Carnevale di Ollolai. Le maschere tradizionali del carnevale di Ollolai, chiamate Sos Bumbones, sono Sos Truccos o Sos Turcos, Maria Vressada, Maria Ishoppa e Sa Mamm’e e su Sole. Sono figure femminili rappresentate da uomini avvolti in un pizzo bianco, mentre sulle spalle portano una mantella e uno scialle rosso, viola e blu.
S’Urtzu e Sos Colonganos di Austis. Le maschere di Austis, Sos Colonganos, pur essendo simili a tutte le altre maschere barbaricine hanno una caratteristica fondamentale che li differenzia dalle altre: sulle spalle, al posto dei tradizionali campanacci portano infatti delle ossa di animali che vengono scosse per produrre un suono cupo, meno forte di quello dei campanacci, ma di certo non meno affascinante. Si pensa che in passato anche le altre maschere sarde portassero sulle spalle le ossa degli animali al posto dei moderni campanacci. Sos Colonganos portano inoltre una maschera di sughero ricoperta di rami di corbezzolo sul viso e pelli di volpe o di martora sul capo. Ad accompagnare il gruppo c’è la tradizionale figura de “S’Urtzu”, la vittima, vestito da cinghiale, che viene percosso dai due guardiani incappucciati, vestiti completamente di nero. La maschera di Sos Colonganos, che prende il nome dal grego kolos (pecora), fa parte delle maschere riscoperte di recente in seguito a ricerche sull’antica cultura sarda.
Sos Tumbarinos. Sos tumbarinos sono i tamburini che nei giorni del Carnevale animano le strade di Gavoi, paese nel cuore della Barbagia, suonando all’impazzata sui tamburi costruiti a mano con pelli di pecora e capra. Il vero protagonista di questo carnevale infatti è proprio il suono, “su Sonu”. I tamburi di Sos tumbarinos sono accompagnati da “su pipiolu” (il piffero), “su triangulu” (il triangolo)” e “su tumborro”, una serraggia, strumento a corda realizzata con una vescica di animale. Il carnevale di Gavoi, che ha anch’esso origine dagli antichi riti dionisiaci, inizia dal giovedì grasso fino all’alba del mercoledì successivo. La notte del martedì grasso si dà addio alla festa bruciando su un rogo Zizzarone, il fantoccio del re del carnevale.
Sa Filonzana. “Attenti! Attenti! Arriva sa filonzana”, grida il pubblico di Mamoiada, Orotelli, Ottana, etc. Sa Filonzana indossa una triste e orribile maschera antropomorfa in legno e un ampio scialle nero. A volte porta una grossa gobba. Ha in mano il fuso con cui fila la lana. E’ la Parca sarda. In mano tiene il fuso e fila in continuazione un filo sottile. E' il filo del nostro destino e lei lo conosce, è nelle sue mani. Ha una gobba tanto pronunciata che quasi la spezza in due, è cattiva e ambigua. Fila di continuo e quello che tutti temono è che il filo che tiene fra le mani si spezzi, a significare la morte. La gente ha paura di lei e la rispetta ma non la gradisce; ha infatti una gran brutta fama, anche se nessuno sa da cosa derivi. La notte dei tempi, forse, l'ha vista nascere ma i racconti popolari non ne hanno conservato l'origine. Sa filonzana è una maschera tipica del carnevale sardo: spesso compare alla fine della sfilata, quasi un monito dopo la baldoria tipica della festa.
Su Battileddu. Su Battileddu è la maschera del Carnevale di Lula, sicuramente una delle più impressionanti del carnevale sardo. Ha il viso sporco di sangue e annerito dalla fuliggine e il corpo ricoperto di pelli di pecora e montone. Sul capo porta due corna fra le quali viene fissato uno stomaco di capra, mentre sulla pancia, sotto i campanacci, uno stomaco di bue riempito di sangue, che viene bucato di tanto in tanto. Su Battileddu è la vittima sacrificale del carnevale. Intorno a lui si muovono maschere dal volto nero che lo aggrediscono più volte fino a ucciderlo. Su Battileddu viene quindi fatto sfilare su un carro, ma alla fine risorgerà, caratteristica che secondo molti dimostrerebbe come anche la maschera di Lula, come la maggior parte delle maschere sarde, tragga origine dai riti Dionisiaci. Su Battileddu, dopo un periodo di oblio nel Novecento, è stato recuperato a partire dal 2001 e viene tuttora rappresentato.
Maschere dell’Oristanese (9):
Su Componidori. Su Componidori, una sorta di cavaliere semi-dio: è l’enigmatica figura a capo della Sartiglia, una spettacolare corsa all’anello di origine medievale che si corre a Oristano ogni anno l’ultima domenica e il martedì di carnevale. Su Componidori, dallo spagnolo “Componedor”, durante il momento solenne della Vestizione indossa per la prima volta una maschera androgina di terracotta, calzari in pelle, camicia bianca, un velo bianco sul capo e un cappello a cilindro nero. Con quest’aspetto sceglierà e guiderà gli altri cavalieri mascherati che avranno l’onore di correre nel tentativo di infilzare con la spada una stella a cinque punte.
Karrasegare Osinku. Il momento culminante del Carnevale di Bosa, che i bosani chiamano Karresegare, si ha nelle giornate di domenica, lunedì e martedì. Anticamente i festeggiamenti in questo paese iniziavano la notte di Capodanno poiché venivano aperte le sale da ballo frequentate sino alla notte del martedì grasso. Il Carnevale bosano coinvolge l’intero paese i cui abitanti si improvvisano artisti di strada esibendosi in drammatizzazioni e canti satirici. Il martedì grasso è la giornata centrale del Carnevale bosano dedicato alla sfilata di maschere con personaggi particolari: Gioldzi (il Re Giorgio, simbolo del Carnevale) e le maschere di “s’attittidu” (lamento funebre). Al mattino molto presto le Attittadoras passano per le strade, vestite completamente di nero, piangendo per la morte di Gioldzi e i loro lamenti si sentono per tutto il paese. Al tramonto del sole la scena cambia: le Attittadoras spariscono e compaiono le maschere in bianco che rappresentano le anime del Carnevale che sta finendo.
Sos Corriolos di Neoneli. Sos Corriolos sono le maschere del Carnevale di Neoneli, piccolo comune in provincia di Oristano, situato nella regione storica del Barigadu, riscoperte di recente grazie al ritrovamento di alcuni scritti del 1700. Sul copricapo, generalmente di sughero, vengono applicate corna di daino o di cervo. Sulle spalle indossano una pelle di riccio, mentre sulle schiena, al posto dei tradizionali campanacci, scuotono delle ossa di animale, a rappresentare il ciclo di morte e rinascita tipico di questi riti arcaici. Durante il rito le maschere seguono il suono di un corno disponendosi in cerchio intorno a un fuoco.
Maschera a lenzolu di Aidomaggiore. Le maschere tipiche del Carnevale di Aidomaggiore, piccolo comune di circa 500 abitante della provincia di Oristano, sono le maschere “a lenzolu”: di colore bianco il lunedì, di colore nero il martedì, il giorno della fine del carnevale.
Sos Cotzulados. Sos Cotzulados, le maschere del carnevale di Cuglieri, piccolo centro in provincia di Oristano, si discostano decisamente nell’abbigliamento dalle altre tipiche maschere del carnevale sardo. Sos Cotzulados prendono infatti il nome dalle conchiglie (principalmente valve) con le quali queste maschere si ricoprono il corpo, sopra a pelli di capre e altri animali, e che scuotono per produrre un suono apotropaico. Il viso di Sos Cotzulados è tinto di ocra gialla e sulla fronte portano un corno sul cui significato originale non si hanno notizie precise, ma si pensa possa rappresentare la cornucopia, cioè il corno dell’abbondanza. La maschera è stata riscoperta di recente in seguito ad attenti studi su un testo settecentesco del gesuita–poeta Bonaventura Licheri.
S’urtzu e sos Bardianos. S’Urtzu e Sos Bardianos di Ula Tirso sono fra quelle maschere recuperate più o meno recentemente, nei primi anni 90, frutto di rielaborazioni degli antichi carnevali. Si tratta del classico rapporto uomo-bestia, come in molti altri carnevali sardi. S’Urtzu, figura presente anche altrove, è rappresentato da un uomo che indossa la pelle di un cinghiale, un campanaccio e un pezzo di sughero sulla schiena. L’animale viene percosso da sos Bardianos, uomini con il viso e il vestito di colore nero, dotati di un bastone con cui colpiscono s’Urtzu. A questi si affianca anche Maskinganna, altra figura popolare sarda, che di solito rappresenta il diavolo.
Mamutzones di Samugheo. Le maschere tipiche di Samugheo sono i Mamutzones (da non confondere con i Mamuthones). Il personaggio dominante del carnevale di Samugheo infatti è senza dubbio su Mamutzone, che annuncia il suo arrivo a tarda sera, col rumore inquietante dei campanacci che suonano al ritmo della sua danza.  Con il volto nascosto dal sughero annerito e grosse corna caprine sul capo, su mamutzone danza minaccioso intorno alla maschera zoomorfa de “s’Urzu”, la sua vittima. S’ Urzu indossa un completo di pelle di caprone nero con un campanaccio appeso al collo, ed è tenuto per la corda da s’omadore, il pastore, vestito con un manto nero e il volto annerito di fumo, che lo pungola e tormenta di continuo. Le maschere di Samugheo mettono in scena rituali il cui significato più arcaico si è ormai perduto nel tempo.
Sos Corrajos. E’ la maschera di Paulilatino, comune di 2.500 abitanti in provincia di Oristano. Si tratta di una di quelle maschere recuperate solo di recente, più precisamente nel 2004, ad opera di un’associazione culturale. E’ possibile vederla durante il Carrasegare paulesu, il carnevale di Paulilatino, o in occasione di sfilate e incontri di maschere sarde.
Su Corongiaiu. “Su Corongiaiu” è la maschera di Laconi, piccolo comune della provincia di Oristano, ricostruita e riproposta di recente dopo anni di oblio, come è capitato a molte altre maschere del carnevale sardo. Su Corongiaiu indossa un cappotto di lana di pecora e dei sonazzos che suonano a ogni passo. Caratteristica di questa maschera è l’aspetto impressionante caratterizzato da una grossa maschera di sughero con un grosso naso, una grande bocca, una barba di pelle e grosse corna di capra sulla testa.

La provincia di Sassari ha tradizioni carnevalesche abbastanza differenti, rispetto al resto dell’Isola. Le più importanti sono le Maschere e i personaggi celebri del Carnevale Tempiese, che sfilano unitamente a variopinti carri allegorici, dove le antiche figure tradizionali in maschera sono: lu Traicogghju, spirito che si trascina pelli di bue o di cavallo, catene e paioli, arcaica sintesi tra figura animalesca e maschera demoniaca, la Réula, schiera dei morti, e lu Linzolu cupaltatu, figura femminile avvolta in un lenzuolo e per questo irriconoscibile e disinibita. Compaiono anche personaggi che hanno fatto la storia del carnevale, come Garaoni, Sgiubbì o Pippinu Mazzittoni. Alle sfilate, ormai note anche fuori dall’Isola, partecipano anche gruppi ospiti, sbandieratori e majorettes. Chiude la sfilata la maschera di re Giorgio (in origine un fantoccio chiamato Ghjolghju Puntogliu), che rappresenta il potere seduto sul trono, circondato e adulato per sei giorni dalla sua corte e dagli ambasciatori e di cui si celebrano le nozze con la formosa popolana Mannena. La manifestazione si conclude la sera del martedì con il processo di sua maestà re Giorgio per tutte le colpe e i problemi di Tempio e della Gallura e la sua condanna al rogo sulla pubblica piazza mentre i giullari gridano: " Ghjogliu meu! Ghjogliu meu!, lu mé fiddòlu bonu ch'eri tu! ohi! ohi! Moltu è carrasciali! Carrasciali è moltu!". Vengono distribuite le frittelle (li frisgioli longhi), fritte nell'olio di lentischio (òciu listincu) e il moscato di Tempio.
Cari amici, siamo partiti dalla maschera votiva e rituale del passato,  per arrivare alle maschere delle feste carnevalesche. Anche il Carnevale, a partire dalle antiche feste pagane, è un inno alla vita che si rinnova, un grande desiderio collettivo di miglioramento e di augurio per il nuovo anno, una preghiera al Padre Celeste, perché conceda i suoi doni: una buona annata agraria, salute e felicità per tutti!
BUON CARNEVALE A TUTTI!
Ciao.
Mario

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