domenica, aprile 26, 2015

RELIGIONI E DIVERSITÀ. CATTOLICI E ORTODOSSI: COSA LI DIFFERENZIA? IL CRISTIANESIMO, TRA SEPARAZIONI E POSSIBILI RICONCILIAZIONI.



Oristano 26 Aprile 2015
Cari amici,
credo che molti di Voi sappiano che appartengo all’Ordine Equestre del S. S. di Gerusalemme, dove svolgo la funzione di Delegato per la Provincia di Oristano. Nelle nostre riunioni mensili, con il nostro assistente spirituale Mons. Italo Schirra, spesso viene affrontato e meditato il senso del nostro essere cristiani e, soprattutto, quello del nostro “particolare affetto e dedizione” nei confronti della Terra Santa.
Nell’ultimo incontro tra le quattro Delegazioni sarde dell’Ordine, organizzato dal Preside della Luogotenenza Italia Sardegna Nord, Comm. Sebastiano Casu e dal Delegato di Nuoro Comm. Salvatore Cambosu, si è dato vita ad un interessante Convegno di grande importanza e significato: “Religioni e Diversità a Confronto: l’Ortodossia”, relatore il Dottor Marco Maria Coltellacci, Direttore dell’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo ed il Dialogo Interreligioso, della Diocesi di Modena.
La Delegazione nuorese, dopo l’ospitale accoglienza gentilmente offerta a tutti i partecipanti, ha predisposto l’apertura dei lavori, introdotti dal saluto del Luogotenente per l’Italia Sardegna dell’Ordine Equestre, S. E. Gran Uff. Dott. Efisio Luigi Aste. Ha fatto seguito il fraterno saluto del Preside, Comm. Sebastiano Casu e del Delegato Comm. Salvatore Cambosu, poi l’incontro è entrato nel vivo.
Ha aperto la discussione Mons. Giancarlo Zichi, Vicario Episcopale per il Laicato dell’Arcidiocesi di Sassari, che dopo una breve introduzione ha passato la parola al relatore, Prof. Marco Maria Coltellacci. L’argomento oggetto di discussione, sicuramente di grande attualità, è un tema particolarmente difficile: l’Ortodossia. Termine questo particolarmente pruriginoso, che si è prestato e ancora si presta, alle più svariate interpretazioni. Il percorso della dotta relazione del Dottor Coltellacci è partito da lontano: dagli albori del Cristianesimo, quando non vi erano ancora divisioni tra i Cristiani, che iniziavano a calcare, ancora tutti insieme, le orme di quel Cristo, venuto sulla terra per redimere il mondo. Circa 400 anni dopo, invece, iniziarono le prime divisioni, derivate dalle diverse interpretazioni date al messaggio di Cristo, e che crearono quel particolare fenomeno chiamato Ortodossia.
Il termine Ortodossia (dal greco όρθος, "retto", "corretto" e δόξα, "opinione", "dottrina") sta ad indicare nel Cristianesimo quel comportamento di accettazione, piena e coerente, dei principi della sua dottrina, contrapponendosi al suo contrario, l'eresia, ovvero il rifiuto di quei principi. La nascita dell'Ortodossia, in termini storici, si sviluppa intorno al quarto secolo, quando il cristianesimo comincia ad allontanarsi dal paradigma giudaico-cristiano e inizia a tenere i primi concili. Per i primi 4 secoli del cristianesimo la Chiesa era rimasta senza divisioni, ed era proprio denominata "ortodossa", in quanto praticante la piena adesione al messaggio evangelico originario di Gesù, trasmesso successivamente dagli apostoli senza aggiunte né amputazioni né mutazioni. Proprio in quanto ritenendosi fedeli a tale messaggio, le Chiese orientali iniziarono a definire se stesse come ortodosse. Da notare, comunque, che per la Chiesa cattolica tutte le Chiese in linea con le decisioni dei primi 4 Concili ecumenici sono da ritenersi ortodosse.
L'inizio ufficiale della grande divisione fra Oriente e Occidente fu il grande scisma dell’anno 1054, in seguito al quale la Chiesa cattolica di Roma, vide la sua parte orientale distaccarsi definitivamente. Le colpe della divisione sono state variamente attribuite: la Chiesa occidentale ha sempre parlato di "scisma d'Oriente", quella orientale, invece, di "scisma dei Latini", per indicare che colpevole della rottura era la Chiesa di Roma. La Chiesa cattolica romana viene ritenuta da quella d’oriente non solo scismatica, rispetto a quella ortodossa, ma anche eretica per la contestatissima aggiunta del "Filioque" al Credo.
Interpretazioni teologiche a parte, da quel fatidico anno 1054 le divisioni anziché ricomporsi si sono ulteriormente aggravate: i motivi di fondo sono molteplici: in gran parte sconfinati da conflitto religioso in “conflitti di potere”, che poco o nulla avevano in comune con la corretta interpretazione teologica. Oscuri fini politici (in quegli anni da parte dei Franchi e di Carlo Magno), utilizzarono pretesti di stampo religioso per coprire rapaci conquiste spesso illegittime. Nel tempo il distacco si è allargato ancora, con la nascita di altre divisioni: dai protestanti agli evangelici, per citare solo alcune correnti. Eppure le prove di dialogo tra le diverse anime non si sono mai interrotte.

Nella Sua dotta e precisa relazione, che ha tenuto tutti in attento ascolto, il Prof. Coltellacci ha parlato del necessario dialogo ecumenico, del bisogno autentico di un dialogo interconfessionale tra religioni che si rifanno ad un'unica verità rivelata. E’ nello spirito del Vangelo che va ricercata l’unità dei Cristiani, operando con umiltà per cercare di superare le antiche rivalità.  Nel Suo dialogo appassionato  il Dr. Coltellacci, che opera a Modena, ha detto  che «Modena è una delle pochissime città italiane dove è attivo il Consiglio delle Chiese e dove cinque anni fa è stato sottoscritto un 'Codice di comportamento tra le Chiese cristiane”, e che quest’esempio dovrebbe essere imitato.

I grandi flussi migratori che investono l’Europa ed in particolare l’Italia, pongono i Cristiani di fronte alla necessità di un maggior dialogo con gli altri cristiani, a partire da quelli d’Oriente. Lo stesso discorso potrebbe farsi anche per i musulmani, sempre più numerosi anche in Italia. Per il Cristiano è necessario tendere la mano, sperimentare ogni giorno un ecumenismo fatto di piccoli gesti, non eclatanti ma concreti, capaci di ottenere, giorno dopo giorno, un riavvicinamento non solo utile ma necessario: siamo tutti figli dello stesso Dio, fratelli separati, ma da abbracciare e da riunire.




Al termine un lungo applauso ha posto termine all’incontro. I partecipanti hanno poi raggiunto la vicina Cattedrale per partecipare alla Santa Messa. I cavalieri e le Dame, guidati dal Luogotenente, dopo aver effettuato una breve processione indossando mantello e insegne, hanno partecipato alla Celebrazione Eucaristica officiata dal Vescovo di Nuoro, S.E. Mons. Mosè Marcia. Una piacevole agape fraterna ha ristorato i partecipanti, contribuendo ad aumentare lo spirito di fratellanza e di amicizia.
Mario Virdis



sabato, aprile 25, 2015

BRACCIO DI FERRO TRA REGIONE SARDA E GOVERNO PER PORTARE IL MAIALETTO ALL’ESPOSIZIONE DI MILANO: QUASI UN MANZONIANO: “ QUESTO MATRIMONIO (TRA IL PORCETTO SARDO E L’EXPO) NON S’A DA FARE, NE DOMANI NE MAI”.



Oristano 25 Aprile 2015
Cari amici,
poco importa se alla fine, anche se con un certo sussiego, l’autorizzazione a portare il porcetto sardo all’Expo di Milano, che a giorni aprirà i battenti, è arrivata: l’amaro in bocca rimane. La lunga telenovela che per mesi ha riempito le pagine dei giornali regionali e nazionali ha messo in rilievo con grande evidenza, che la Sardegna era, è e rimarrà sempre colonia. I prodotti sardi, in tanti lo sanno, sono particolarmente genuini ed apprezzati, e questo probabilmente crea fuori dall’Isola non poco fastidio. Le colpe sono tante (non escluse, anzi particolarmente da rimarcare, quelle degli stessi sardi), ma la Sardegna, purtroppo per mille ragioni, sta continuando a morire ed i nostri giovani ad emigrare, senza che nessuno muova un dito per cambiare la situazione. Andiamo, però, con ordine e rivediamo insieme la telenovela del maialetto sardo, su “proceddu”, prima rifiutato e poi…accolto all’Expo di Milano, seppur con riserva.
La Regione Sardegna questa volta, per essere ben visibile all’Expo, aveva predisposto le cose per bene: ampia la cifra stanziata, ben tre milioni e mezzo di euro, e tanto impegno, per allestire a Milano una scintillante “vetrina sarda”, dove esporre il meglio dei prodotti dell’Isola: pane carasau, vini particolari come il cannonau e il vermentino, formaggi tipici, in primis il pecorino, oltre ad una grande varietà di dolci ed alla bottarga, prodotto “unico”, particolarmente ricercato nella penisola e all’estero. In vetrina, tra i prodotti da esporre il posto d’onore sarebbe spettato al maialetto sardo, che avrebbe dovuto fare la parte del leone: il nostro “proceddu” arrosto, delizia della tavola non solo sarda ma nazionale, avrebbe fatto apprezzare al meglio, ai rappresentanti di tutto il mondo partecipante alla Fiera, il valore dei nostri prodotti. Su quest’ultimo, però, è presto calata la mannaia del diniego, il primo ferreo stop, sia da parte nazionale che europea. La Sardegna, ha sostenuto subito il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin,  non potrà presentare il maialetto sardo a Milano, in quanto nell’Isola è ancora presente la peste suina,  per cui continua a permanere il divieto (anche europeo) di esportazione di carni e salumi sardi. 
La peste suina africana, pur non essendo contagiosa per l’uomo, è presente in Sardegna e va debellata affinando i mezzi per combatterla; gli interventi per l’eradicazione continuano, in particolare nelle zone in cui i maiali vengono allevati allo stato brado, e di recente è stato anche approvato un piano straordinario di eradicazione e controllo di questo morbo. Sarebbe stato logico, stante questo impegno, esaminare fin da subito e con il dovuto rispetto la richiesta della Sardegna, concedendo le autorizzazioni, seppur con tutte le cautele necessarie. Eppure così non è stato.
Per una vetrina internazionale come quella dell’Expò di Milano gli allevatori sardi si aspettavano almeno una deroga, ma il Ministero della Salute e l’Unione europea, hanno fin da subito risposto  picche. Il diniego ha acceso gli animi di tutti i sardi, in primis i rappresentanti politici, e “Su Proceddu” è diventato subito un “caso” nazionale. Al ministro Beatrice Lorenzin sono arrivate interrogazioni e richieste di chiarimenti da parte dei parlamentari sardi, ma il maialetto sardo è rimasto off limits: nessuna deroga. La battaglia dalle aule parlamentari e dai giornali si è spostata anche sui social network con vivacissimi dibattiti, mentre anche le Associazioni degli allevatori scendevano in campo per contestare le restrizioni. Il direttore generale della Coldiretti Luca Saba, intervistato ha affermato: «Questa è una storia allucinante: in questo modo si danneggiano le ottomila aziende che rispettano alla lettera le regole e che allevano suini sanissimi e di ottima qualità»
Anche l’Assessore regionale all’Agricoltura, Elisabetta Falchi ha sostenuto che: «Sarebbe il colmo che sui banchi dell’esposizione milanese trovassimo insetti e carni di tutto il pianeta, come quella del coccodrillo, e che il suino isolano venisse lasciato alla porta. Non si può escludere uno dei prodotti di eccellenza del made in Italy». 
L’Assessore Arru, a nome di tutta la Giunta Pigliaru, riepilogando gli avvenimenti ha spiegato che fin dal mese di Settembre dello scorso anno la Giunta aveva presentato un protocollo al Ministero per ottenere l’autorizzazione alla commercializzazione dei nostri prodotti suini (da sottoporre alla termizzazione) al di fuori della Sardegna; questo perché, pur in presenza della malattia tale trattamento termico devitalizzava il virus impedendo ogni possibilità di diffusione ad altri suini. I prodotti termizzati infatti sono ritenuti sani, sicuri e di ottima qualità. Per questa ragione il Ministero avrebbe dovuto concedere la sua autorizzazione, e in questo modo il porcetto sardo sarebbe stato presente e protagonista all'Expo di Milano. Il lungo braccio di ferro tra Il Ministro Beatrice Lorenzin e l’Assessore alla Sanità Luigi Arru è durato a lungo ed ha fatto scintille per giorni: al no espresso dalla Lorenzin («sulla peste suina l'Ue non vuole correre rischi»), ha fatto seguito l'assessore Arru: «Garantiamo che non ci sono rischi di diffusione della malattia, tocca a voi decidere».
Alla fine della lunga battaglia il sofferto si è arrivato. La richiesta di poter commercializzare i prodotti suini sardi trattati termicamente è stata accolta dal Ministero della Salute, che ha comunque predisposto un protocollo sperimentale per una spedizione sicura delle carni precotte, provenienti dalle aziende della Sardegna e da utilizzare in ambito Expo Milano 2015. Certo, quello arrivato  dal Ministero è un sì con riserva e bisognerà attivarsi concretamente per poter debellare definitivamente questo male e far sì che i prodotti sardi possano finalmente circolare liberamente in tutto il mondo. È la prima volta, dopo tre anni e cinque mesi di blocco totale delle esportazioni, che un suino, per quanto precotto, può lasciare la Sardegna, in virtù di questa speciale deroga concessa dal Ministero della Salute.
Cari amici, oggi 25 Aprile si festeggiano i 70 anni dalla “Liberazione”, ricorrenza che per noi sardi, memori di un passato di sudditanza, ha un sapore ancora incompiuto. In Sardegna la vera liberazione culturale e sociale, la reale autonomia e identità del nostro popolo, concretamente non sono mai avvenute. La telenovela del maialetto sardo, che ho voluto ripercorrere con Voi, ne è un esempio eclatante. La Sardegna ha bisogno, anche in campo agro-pastorale, di darsi una mossa: è tempo che allevatori, veterinari e politici decidano di lavorare sinergicamente insieme, per creare le migliori condizioni di sviluppo dell’Isola; non solo, dunque, provvedimenti tampone per debellare l'epidemia di peste suina, ma per costruire una Sardegna fatta di Agricoltura e Pastorizia d’avanguardia: le condizioni ci sono tutte! Se è pur vero che per secoli siamo stati col capo chino (sudditi e non cittadini) è tempo che rialziamo la testa: La nostra isola merita sardi attivi, concreti e determinati. Solo in questo modo i nostri giovani potranno trovare un futuro più sereno e meno precario.
Cia a tutti.
Mario


venerdì, aprile 24, 2015

NEL MODERNO ARREDO URBANO LA CLASSICA PANCHINA SI È EVOLUTA: IL POLITECNICO DI MILANO L’HA TRASFORMATA IN UN OGGETTO INTELLIGENTE!



Oristano 24 Aprile 2015
Cari amici,
tutto è destinato a cambiare nel tempo, come i grandi dell’antichità avevano sentenziato già migliaia di anni fa! Pánta rêi (in greco πάντα ε), che tradotto letteralmente significa tutto scorre, è il celebre aforisma attribuito a Eraclito (anche se in realtà mai espressamente letto nei suoi scritti), che affermava con forza la costante necessità di cambiamento del modo di vivere dell’uomo, cosa che avveniva, lentamente ma inesorabilmente, giorno dopo giorno.
Ebbene cari amici, essendo questa affermazione ben valida anche ai giorni nostri, Vi segnalo una recente innovazione tecnologica mai avvenuta prima d’ora: uno dei più famosi “pezzi”  che compongono l’arredo urbano, la panchina, sta subendo una straordinaria quanto incredibile trasformazione! Il termine più adatto per definire il nuovo modello di questo oggetto è “Panchina intelligente”, che sta a significare che da semplice strumento di “seduta” per riposare, questo rigido divanetto per esterni si è trasformato in un supporto tecnologico di grande utilità, capace, in tempi come quelli che stiamo attraversando, non solo di farci riposare ma anche di risolvere molti dei nostri problemi. Vediamo come.
Frutto del lavoro di un team di designer e ingegneri del Politecnico di Milano, il brevetto della “Panchina intelligente”, ha rivoluzionato il concetto “statico” di questo oggetto, ridefinendo completamente la funzione di questo elemento classico dell'arredo urbano. L’idea innovativa è stata quella di pensare la panchina come elemento multifunzione: in grado non solo di consentire la sosta e il riposo ma anche di dare risposte alle nuove esigenze manifestate da chi la usa; in quest’ottica è stata dotata di prese elettriche, wi-fi, sistema di SOS 24 ore, sensore per la pioggia e di sistemi antifurto e antivandalo; la panchina inoltre è stata predisposta per essere anche antibatterica, antinquinamento, autopulente, resistente, leggera, visibile anche al buio e riciclabile! 
Gli ingegneri e i designer del Politecnico hanno realizzato la struttura portante con materiali compositi e avanzati, mutuati dall’esperienza aeronautica: un “sandwich” di PVC espanso, rivestito di tessuti unidirezionali in fibra di carbonio impregnati di resina epossidica; questo connubio fra materiali molto diversi, conferisce alla panchina qualità perfette per svolgere al meglio la sua funzione: coniugando al meglio snellezza, robustezza e leggerezza. La superficie è in tessuto di fibre di carbonio e alluminio, mentre il corpo centrale è in puro carbonio a vista. I profili dell'oggetto sono invece trattati con una resina capace di assorbire la luce del sole per restituirla di notte, rendendola facilmente localizzabile. Tutta la copertura, infine, è stata trattata con biossido di titanio foto-attivo, che la rende antinquinamento, autopulente e antibatterica, semplificando al massimo la manutenzione ordinaria.
Altra importante peculiarità della panchina intelligente è la sua sicurezza a 360 gradi: in caso di pioggia, infatti, è in grado di spegnere tutte le fonti di corrente e di lasciare attivo il solo sistema di SOS, il cui servizio sarà gestito da una centrale operativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con comunicazioni vocali bidirezionali. La panchina, infine, risulta anche facile da installare: data la sua leggerezza, basta un solo addetto per il suo montaggio e l'assemblaggio, grazie anche a un design flessibile, si presta alle più diverse realtà urbane. Essa quindi può trovare spazio in contesti sia indoor che outdoor e in tutti i luoghi di grande transito come aeroporti, stazioni e centri commerciali.
Cari amici, questo moderno modello di panchina, giustamente definito intelligente, è a mio avviso una sintesi perfetta tra nuovi materiali e nuove tecnologie. Esso mette in evidenza, ancora una volta, il fatto che in Italia esistono gli uomini capaci di ricreare, come avvenuto in passato, un vero “Rinascimento”, che oggi possiamo definire moderno, digitale, anche se in realtà di queste nostre grandi capacità non si parla a sufficienza. Quest’ultima creazione, perfetto connubio di ingegneria e design, una sintesi perfetta tra rispetto per l'ambiente e avanguardia tecnologica.
Ancora non si conosce il prezzo di questa panchina smart, anche se credo che non sarà basso, ma poco importa, considerato il suo grande valore. La sua diffusione sarà un primo passo verso lo sviluppo di città sempre più sofisticate, in grado di rendere la vita del cittadino del terzo millennio, più smart: 2.0 o addirittura 3.0! Il futuro dell'urbanistica, cari amici, dovrà necessariamente seguire questa strada: coniugando confort,  risparmio ambientale, design di alto livello e nuove tecnologie. E noi italiani in questo settore credo che saremo protagonisti!
Grazie, amici, a domani.
Mario

giovedì, aprile 23, 2015

FORTEZZA, TERZA VIRTÙ CARDINALE. SICURAMENTE UNA DELLE PIÙ NECESSARIE AI GIORNI NOSTRI!



Oristano 23 Aprile 2015
Cari amici,
se c’è una virtù particolarmente utile e necessaria all’uomo, in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, questa è la Fortezza. Definita Fortitudo in latino (in greco νδρεία - andreia), essa è una virtù che assicura, nelle difficoltà della vita, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Viene anche indicata, in modo maggiormente esplicativo, con in termine coraggio. Già il greco Platone aveva incluso la fortezza fra le più grandi virtù dell’uomo, e successivamente nella dottrina cristiana ancor meglio definita “cardinale”, per evidenziare la sua somma importanza, come si può rilevare, in primis, dagli scritti di Sant'Ambrogio.
Fortezza o Coraggio sono dunque termini che indicano la capacità dell’uomo di continuare a lottare, a vivere, nonostante le durezze, le avversità e le forti prove alle quali la vita lo sottopone. Virtù, dunque, costituita da una non comune forza spirituale e morale, che Gli consente di non lasciarsi andare, quando invece ci sarebbero tutte le condizioni per farlo. È la fortezza che ci consente di resistere nella costante ricerca della giustizia, nei nostri ambienti sempre più corrotti; che ci fa continuare a pagare le tasse, quando troppi non lo fanno; che ci fa rispettare gli altri anche quando siamo vilipesi, e ad astenerci dalla violenza dove questa è di casa.  
Essere forti, spesso, non è facile: richiede impegno e determinazione, fede e coraggio. La vita comunitaria, in particolare in questo terzo millennio, è sempre più in preda all’egoismo ed alla prevaricazione, comportamenti che alimentano, giorno dopo giorno, le disuguaglianze. La fortezza, soprattutto per i tanti delle classi più umili, è considerata addirittura sinonimo di salvezza: grazie a questa virtù essi riescono a sopportare l’ingiusta mancanza di risorse, la negazione di molti diritti, l’assenza di rispetto, riuscendo con dignità a non soccombere. Fortezza la loro che è evidenziata anche dalla capacità di resistere alle lunghe carestie (gli esempi delle grandi migrazioni di massa di questo periodo ne sono un esempio eclatante), causate dalle interminabili guerre pseudo religiose o economiche, fomentate queste ultime dall’egoismo delle classi più ricche.
Fortezza, cari amici, è da considerarsi anche l’accettazione rassegnata ma dignitosa delle sventure che ci colpiscono: come una malattia grave, un fallimento, una vedovanza o una separazione. La dignità e la forza morale posseduta in questi momenti, ci da la misura della nostra “fortezza”, della nostra capacita di superare le debolezze, proprio attraverso la nostra forza interiore. Fortitudo che risulta essenziale per superare e vincere le tentazioni che ogni giorno costantemente ci assalgono. L’inciviltà causata dallo spreco nei consumi (siamo i protagonisti della società dell’usa e getta), dalla propensione più all’egoismo che all’altruismo, dalla pratica speculativa, sia quella finanziaria che quella del gioco d’azzardo, è la fonte primaria delle tentazioni che assalgono l’uomo del terzo millennio e che solo la fortezza è in grado di vincere.
Fortezza è anche evitare i compromessi, non farsi tentare dalla “corruzione”, sempre più presente e praticata, rifiutando grandi e piccole donazioni immorali. Fortezza è anche affrontare con grande dignità le problematiche della vita familiare, senza cadere nella trappola delle tentazione, del tradimento e dell’egoismo. Essere forti e responsabili in questo campo significa avere il coraggio di frenare le proprie pulsioni: non lasciarsi coinvolgere o assecondare un innamoramento sbagliato, restando fedeli al proprio partner e salvaguardando l’armonia del proprio focolare domestico.
Fortezza è anche la virtù dell’imprenditore rispettoso della propria azienda e dei suoi dipendenti, che non si lascia tentare dalle furbizie, pur apparentemente legali, per guadagnare di più sulla pelle dei propri operai. L’imperativo morale di essere forti e coraggiosi è valido in ogni campo: dallo sport, dove fortezza significa competere senza violare le regole dopando il risultato, alla vita lavorativa, dove la prestazione deve essere sempre adeguata e mai inferiore o falsamente e artificiosamente attestata, così come ha la sua grande validità nella politica e nell’economia.
Certo, praticare costantemente la fortezza richiede uno sforzo non comune e, spesso, corre un rischio di non poco conto: quello dell’esaurimento. Senza essere costantemente alimentata, la fortezza inizia a decadere, ad andare in lento ma inesorabile declino, perché se è vero che praticando la fortezza questa ci tempra e ci da la forza di continuare, senza un’alimentazione costante essa svanisce come nebbia all’alba. Un segnale inequivocabile che la fortezza sta finendo (o è finita) è la comune frase che spesso si sente in giro: «Non ne vale più la pena». Guai all’uomo che arriva a rinunciare a praticare la fortezza!
Cari amici, il mondo sarebbe certamente molto diverso, senza la pratica di questa virtù. Essa risulta indispensabile all’uomo per conservare la gioia, la letizia e l’allegrezza del vivere, non solo nei momenti felici, privi di difficoltà, ma anche nei momenti in cui dobbiamo affrontare le avversità, come malattie, dissesti e tradimenti. 
Una delle “cose grandi”, fra le più sublimi al mondo è l’esempio datoci dalle persone che vivono con  gioia anche le situazioni più tragiche che la vita ha dato loro: una malattia invalidante come la sclerosi, per esempio, sopportata con fede e coraggio. Questo tipo di gioia-virtuosa, praticata sempre con grande dignità, è un vero inno alla vita, un bene prezioso che arricchisce tutti coloro che ne sono contagiati.
Da cristiano, amici miei, voglio dirvi che vivere la vita terrena praticando la fortezza, rende il giogo delle lunghe avversità terrene più leggero, persino soave.
A presto, amici! Magari tra qualche giorno esamineremo la quarta ed ultima virtù: la Temperanza.
Mario