martedì, febbraio 22, 2011

RIFLESSIONI. BONTÀ È FORSE SINONIMO DI STUPIDITÀ? ESSERE BUONI NON SIGNIFICA ESSERE SCIOCCHI O STUPIDI.



ORISTANO 22 FEBBRAIO 2011
Cari amici,
navigando un po’ senza meta mi sono imbattuto, ieri, in un blog abbastanza interessante.
L’autrice, Gabriella Bellini, giornalista, mi ha dato lo spunto per introdurre una delle mie solite riflessioni. Quella che Vi sto per proporre analizza un po’ il nostro modo di essere, di proporci. Quante volte abbiamo pensato che essere buoni alla fine...significa solo essere sciocchi o stupidi?

Questo blog ( ecco per chi è curioso il link: http://www.gabriellabellini.blogspot.com/ ),

partendo dalla nota storiella del Leone e della gazzella nella savana africana, cosi commenta:

Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia.

Sa che dovrà correre più veloce della gazzella o morirà di fame.

Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia.

Sa che dovrà correre più veloce del leone o verrà uccisa.

Ogni mattina, in Africa, non importa se tu sei il leone o la gazzella ...

sarà meglio che cominci a correre !

Cosi prosegue Gabriella:
“ Da qualche tempo ho l'impressione che la mattina molta gente si svegli credendo di essere più furba degli altri. Capita così che l'essere buoni e corretti venga scambiato per l'essere fessi. Ma possibile che uno per far valere i propri diritti debba essere costretto ad alzare la voce e minacciare querele e denuncie? Perché non è più facile ammettere di aver sbagliato? Insomma, mi sto rendendo conto che essere una brava persona non sempre paga. Certo non cambierò atteggiamento, ma se magari c'è qualche "furbetto del quartierino" che sta leggendo questo blog capirà che non è più intelligente di me soltanto perché io sono più educata e comprensiva”.

Grazie Gabriella di avermi dato la possibilità di conoscerti, anche se a distanza. Sono certo anch’io che nel mondo di furbetti del quartierino ce ne sono tanti, ma questo non ci impedisce di commiserarli.

Credo di essere anch’io un “buono” ma sono anche convinto di non essere uno sciocco. Essere buoni significa amare senza secondi fini, senza certezza di essere ricambiati. Amare è amicizia pura. Il mio blog, come sapete, ha come commento al titolo di “Amico Mario” la frase di Reisman : " Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati".

Ecco questo è il mio pensiero, il mio credo.

Per dare la possibilità di una riflessione ai miei fedeli lettori voglio riportare un breve pensiero di Giovanni XXIII, l’indimenticato Papa Buono.

Eccolo.
Buona lettura.

Mario


lunedì, febbraio 07, 2011

VIVIAMO IN UNA SOCIETA' DELL'ESSERE O DELL'APPARIRE?




ORISTANO 7 FEBBRAIO 2011

Cari amici ed amiche del blog,

oggi voglio parlarVi di " COMUNICAZIONE". Argomento importante, come ben sapete, che è necessario affrontare con la giusta consapevolezza.
Colgo l'occasione della partecipazione, due giorni fa, ad un incontro sull'argomento per riepilogare anche a Voi queste interessantissime riflessioni.
Eccole.

Buona lettura.
Mario
Il recente incontro, Sabato 5 Febbraio, del nostro Arcivescovo, S.E. Mons. Ignazio Sanna con i rappresentanti dell’Informazione e della Comunicazione, nei locali del prestigioso Seminario Tridentino in Piazza Cattedrale in Oristano è stato un vero successo.
La qualificata presenza non solo della stampa locale ma di quella a carattere regionale che vedeva presenti non solo i rappresentanti dell’Informazione cattolica ma anche di quella laica, dall’Unione Sarda alla Nuova Sardegna, alle emittenti radio televisive ed alle altre testate sia su carta stampata che on line.
L’incontro-conferenza aveva un titolo significativo: “ETICA DELLA COMUNICAZIONE”.
L’argomento, ampio e variegato, è stato affrontato con grande competenza, toccando in particolare i temi più controversi: dall’uso dei nuovi mezzi di comunicazione all’etica necessaria alla diffusione della comunicazione stessa, dalla necessità della comunicazione-verità alla comunicazione-educazione.
Il qualificato uditorio ha ascoltato con attenzione la dotta esposizione del nostro Arcivescovo che partendo dalla sfida portata dalle nuove tecnologie ha messo in evidenza quanto questi nuovi potenti mezzi abbiano non solo cambiato il modo stesso di fare comunicazione ma anche, direi soprattutto, la comunicazione stessa.
“Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se s
tessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale. Con tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e di costruire comunione”, ha esordito l’Arcivescovo, continuando poi e sostenendo che:
“Oggi come ogg
i, la comunicazione non è fatta soltanto di parole, ma anche di immagini. Spesso le forme di comunicazione per immagini sono molto più efficaci delle parole. La mescolanza fra parole ed immagini - nonché il modo in cui vengono messe assieme - può determinare un orientamento delle coscienze e della mentalità molto più efficacemente che per mezzo di un discorso argomentato”.

Lo scorrere del discorso, fluido e profondo, non era scevro da pizzichi di ironia.
Con un velato sorriso ha affermato che la comunicazione, in realtà, non è mai “angelica”, intendendo con questo termine che la notizia mai potrà essere neutra, in quanto comunicazione e strategia sono indissolubilmente legate e che qualsiasi fatto o notizia conterrà sempre il pensiero e la cultura dell’emittente il messaggio.
Sono ben altri, però, i condizionamenti del messaggio comunicativo.
“La nostra società è fondata essenzialmente sul mercato e l’efficacia di un messaggio o di un programma viene valutata in base alla loro capacità di essere recepiti. Molti sono convinti che inseguire la presunta "domanda" sia il modo migliore per produrre dei messaggi culturalmente validi”
ha sostenuto, ma così non è. Non è concepibile che si adotti come principio etico l’idea del “cosi fan tutti”, adattando il messaggio a tale realtà, anziché utilizzarlo per migliorare e modificare, invece, comportamenti errati od inopportuni.
Da questo ne discende una semplice ed allo stesso tempo difficile domanda: “Quale tipo di etica è necessario, in questa fase, per fronteggiare le sfide della comunicazione, dell'informazione e delle relative tecnologie”?
Una sfida etica decisiva, ha continuato Mons. Sanna, sta nella selezione, nel grado di priorità da dare alle diverse informazioni e, soprattutto, nella maggiore o minore legittimità nel divulgare determinate notizie. Altra sfida irrinunciabile è quella della ricerca della verità reale, non parziale o di comodo, ma della “verità vera”.
“La verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua "popolarità" o dalla quantità di att
enzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari "annacquandola", ha ribadito con convinzione l’Arcivescovo.
Le nuove tecnologie, inoltre, in un mondo ormai nel bene e nel male “globalizzato”, consentono di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, aprendo in parallelo un mondo “virtuale” che, pur “ irreale” cammina fianco a fianco di quello reale creando legami e potenziali amicizie come in quello effettivo, reale. Ci si chiede, allora, “ Chi è il mio prossimo in questo nuovo mondo?”, creando difficili situazioni e disorientamento.
“E’ im
portante ricordare sempre, ha detto Mons. Sanna,

“ che il contatto virtuale non può e
non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita”.
Nell’ultima parte della Sua relazione, infine, Mons. Sanna ha ribadito che la Comunicazione è anche il veicolo migliore per affrontare la difficile “ Sfida educativa”. Sfida che non può e non deve riguardare solo la Scuola ma tutta la Società nel suo insieme: Famiglia, Scuola Chiesa e Società sono un “unicum” indissolubile ed organico.

Rimarcando le parole del Card. Bagnasco ha cosi concluso: “Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale. È la speranza, pane irrinunciabile sul tavolo dei popoli, a piegarsi e venire meno. Il cuore dei giovani tende − per natura − alla grandezza e alla bellezza, per questo cerca ideali alti: bisogna che essi sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità. In una parola, di valori perenni”.
Al lungo applauso è seguito un interessante dibattito che, credo, porterà comunque tutti gli operatori dell’informazione e della comunicazione ad un’attenta riflessione sull’importanza del loro lavoro, sul peso e sulla grande responsabilità che tutti i giorni debbono affrontare per scegliere di dare, ciascuno nel proprio campo, “il meglio” di se stessi e delle proprie capacità, nell’interesse di tutti. Perché è interesse di tutti che prevalga “l’essere sull’apparire”.
“E’ sempre una questione di scelte”, sosteneva Pirandello, “ scelte che influiscono su tutto. Chi decide di Essere e chi decide di Apparire…”.
Grazie dell’attenzione.

Mario




martedì, febbraio 01, 2011

LA MIA AVVENTURA IN COLONIA A GIORGINO (CA).

ORISTANO 1 FEBBRAIO 2011

Cari amici ed amiche del blog,

sollecitato anche da una cara persona, che ormai è "fedelissima" di questo giornalino on-line, aggiungo oggi un'altra puntata dei miei "ricordi".

Le mie prime vacanze al mare, purtroppo, come leggerete non ebbero un esito granchè favorevole.

Buona lettura.

Come ho già fatto cenno nel racconto che già conoscete e che ha per titolo “ Il mio primo mare”, recentemente pubblicato in questo blog, un’estate fui destinatario con pochi altri ragazzi del mio paese, di una vacanza estiva a Giorgino sul litorale di Cagliari.

Era un’estate degli anni ’50, gli anni della lenta ripresa post bellica, e lo Stato con il primo “Piano di Rinascita” destinato alla Sardegna, cercava di porre rimedio alle povere condizioni di vita e di salute dei Sardi.

Era la prima volta che mi succedeva di allontanarmi da casa. Certo in qualche altra circostanza era capitato di lasciare casa nostra con i miei per un giorno o due, ma mai da solo e per un periodo che, in questo caso, durava circa un mese. L’idea di andare a soggiornare fuori dalle classiche quattro mura di casa, in compagnia di molti altri ragazzi, era stimolante quanto un’avventura.

I preparativi furono frenetici, carichi di quella tensione ed aspettativa che solo un bambino che lo fa per la prima volta sente e prova per l’ignoto. La valigia da preparare era molto modesta. Qualche cambio, alcuni costumi da bagno, e poco altro. D’estate, tra l’altro, non si ha necessità di “grandi coperture”, bastando, anche se si resta in casa, solo maglietta e calzoncini.

Il giorno della partenza col pullman fu festa grande. Il mezzo, noleggiato appositamente per il viaggio, era già carico di molti altri ragazzi della mia età, provenienti dagli altri centri del circondario. La curiosità era grande. Anche se non c’erano accompagnatori adulti del mio paese nessuno di noi ebbe difficoltà a familiarizzare con tutto il gruppo ed a fare nuove conoscenze.

Arrivati a destinazione il pullman si fermò di fronte ad un caseggiato bianco, riverniciato di recente, che si trovava in mezzo ad un grandissimo arenile, con poca vegetazione intorno. L’area era un po’ isolata dal resto del centro abitato e, oltre la struttura centrale, aveva diversi altri piccoli fabbricati destinati ai servizi. Entrammo tutti in gruppo, guardandoci intorno con grande curiosità. C’era un grande fermento, un brusio, quasi che uno sciame d’api avesse invaso i silenziosi locali. La costruzione era abbastanza vecchia, anche se riverniciata di fresco. Soffitti altissimi, finestroni lunghi in legno laccato di bianco e pavimenti in graniglia. Credo fosse era un fabbricato del periodo fascista, originariamente destinato alla formazione dei “balilla”, i ragazzi della generazione precedente la mia. Dagli alti soffitti pendevano tristi lampadine un po’ impolverate che gettavano lunghe ombre sulle spoglie pareti; i tavoli e gli arredi evidenziavano il peso degli anni ed una manutenzione poco accurata: il legno era scrostato in più punti, le sedie un po’ traballanti e gli armadi mancavano di qualche pomolo e con i vetri opachi ed a volte affilati.

Il dormitorio (eravamo solo maschietti) era un unico grande camerone, stile militare, con le brande ed un piccolo comodino in ferro ogni due letti. Alla fine della camerata una stanzetta era destinata al personale di sorveglianza.

Dopo la visita ci fecero depositare il modesto bagaglio che conteneva tutte le nostre cose sul letto assegnato a ciascuno di noi e nell’armadietto. La prima giornata passò senza bagni in mare o divertimenti cdi alcun genere. Fummo registrati e subito dopo accompagnati in refettorio per il pranzo.

Anche questo ambiente era poco allegro: un lungo corridoio largo ed alto, con due grandi finestroni sul lato mare, dalle pareti grigie e spoglie. A fianco, dalla parte opposta alle finestre, vi erano le cucine, da cui usciva un forte odore di vivande, soprattutto di verdure e legumi. Era quel classico odore poco piacevole di minestrone….da noi ragazzi anche allora poco amato!

Ciascuno di noi aveva assegnato un posto preciso a tavola: con tovagliolo, coltello, cucchiaio e forchetta ad uso personale. Il tovagliolo, infatti, veniva sostituito settimanalmente, non giornalmente, ed a fine pasto doveva essere utilizzato per riporre le posate.

Prima dell’inizio di ogni pasto il Capogruppo faceva alzare tutti in piedi per la preghiera (la colonia era gestita dall’ OECE, attraverso una struttura religiosa). Subito dopo ciascuno di noi, in modo composto, andava a prendere il piatto preparato nell’attigua cucina, portandolo al proprio posto. Il pasto sia a pranzo che a cena era abbastanza spartano: normalmente era costituito da minestrone di verdure o pasta, una fetta di formaggio fuso, che oggi ricorderebbe le sottilette, e una fetta di pane. Al termine del pasto tutti in camerata a riposare fino al calare della sera.

Le giornate in colonia erano abbastanza monotone. La mattina sveglia presto, colazione con una scodella di latte in polvere sciolto in acqua tiepida e l’aggiunta di un cucchiaino di zucchero e di cacao accompagnata da una fetta di pane; subito dopo pulizia personale e della camerata ed alle 10 circa trasferimento in spiaggia per gli “esercizi ginnici” coordinati dall’assistente.

Questo lavoro durava circa un’ora.

Alle 11 - 11,30 bagno in mare, all’interno di uno spazio delimitato da piccoli galleggianti in sughero verniciati di rosso. Alle 12 - 12,30 doccia e rientro in camerata. Pranzo alle 13, con le modalità prima indicate. Il riposo pomeridiano in camerata durava fino alle 17, 30.

Alle 18, radunati in uno spazio coperto del cortile, si organizzavano semplici giochi, sempre collettivi, e sempre sotto la stretta sorveglianza degli assistenti. Alle 19,30 ci si preparava per la cena, servita alle 20 in punto, al termine della quale tutti dovevamo raggiungere la camerata per dormire, facendo il massimo silenzio, senza possibilità di chiacchierare o fare rumori, schiamazzi o quant’altro. Mica allora c’era la televisione o il cinema!

Dopo pochi giorni questa vita da caserma aveva infastidito e angustiato la gran parte dei ragazzi. A me, poi, particolarmente esuberante com’ero, la cosa era assolutamente sgradita.

Un ferreo controllo era esercitato sulla nostra giornata; a noi il repentino cambio delle precedenti abitudini ci dava l’impressione di “essere in prigione”, con una forte diminuzione della nostra libertà. Tutto questo, unito alla fornitura di un cibo scarso e poco gradito e servito ad orari troppo precisi, aveva prepotentemente risvegliato in tutti noi, ma in me in modo particolare, il desiderio di tornare alle sane, quotidiane e libere abitudini di casa!

Dopo una settimana io non ne potevo più e sentivo forte il bisogno di "andare via", di tornare a casa; ero già fortemente pentito di aver accettato una simile vacanza! Mai avrei pensato che sarebbe andata cosi.

Le comunicazioni, allora, non erano quelle di oggi. Niente telefonini e niente telefoni nelle abitazioni! L’unico telefono in paese era quello pubblico presso il tabacchino; anche nella colonia vi era un unico telefono a muro presso la direzione. Impossibile pensare di comunicare con le famiglie, salvo casi di reale forza maggiore.

L’unica possibilità, per le famiglie, di avere contatti con i propri figli in colonia era quella di una gita a Giorgino per visitarli, almeno una volta, nel mese di permanenza. In questo caso le possibili visite che i ragazzi potevano ricevere erano limitate alla domenica.

Anche a casa mia l’ansia di sapere come stavo doveva essere grande. Trascorsa in ansia la prima settimana, nella successiva mamma convinse il babbo a fare il viaggio e partire per vedermi.

Con gli scarsi mezzi dell’epoca il viaggio non era facile: in pullman fino ad Oristano, poi in treno fino a Cagliari ed infine in filobus fino a Giorgino. Le auto individuali non erano, allora molto diffuse e, soprattutto, non erano alla nostra portata.

In colonia per me il tempo non passava mai. Erano trascorse quasi due settimane e mi sembravano due anni. Quando la Domenica vidi arrivare babbo e mamma con mio fratello Nino, più grande di me di cinque anni, mi si illuminarono gli occhi e corsi ad abbracciarli piangendo. Non posi tempo in mezzo: dissi subito Loro che non stavo bene e che volevo andare via. Non avevo nessuna intenzione di restare, volevo tornare subito a casa, il giorno stesso, con Loro.

I miei erano preoccupati ed increduli: erano convinti che li ero felice e mi divertivo e invece mi trovavano cosi amareggiato e depresso. Cercarono tuttavia di calmarmi, ma io ero irremovibile. I miei parlarono a lungo con la direzione che, preoccupata per l’eventuale abbandono e temendo verifiche o ispezioni degli Organi superiori, negava la possibilità di farmi interrompere il soggiorno. Fu consigliato ai miei di fare un tentativo per convincermi a restare. Spostata la decisione al pomeriggio fu stabilito che mentre io consumavo il pranzo, i miei genitori avrebbero fatto finta di partire senza salutarmi: avrebbero, cosi, appurato concretamente la mia disponibilità a…inghiottire il rospo e, anche se malvolentieri, a restare!

Mentre consumavamo il pranzo nel refettorio i miei genitori si erano seduti in un angolo a chiacchierare. Mangiando pensoso e con la speranza di tornare in giornata a casa non mi accorsi, che senza dare nell’occhio Loro erano furtivamente usciti dal locale.

Appena mi accorsi della loro assenza mi venne il panico pensando terrorizzato di aver perso l’occasione di tornare a casa: in un istante lasciai il mio posto a tavola e volai fuori. Guardavo a destra e a manca cercando di individuarli, sapendo che non potevano essere andati lontano.

Vidi dopo un po’ in lontananza mio fratello e a gran voce iniziai a chiamarlo correndo verso di lui. Nino, che sapeva del tiro mancino che si tentava nei miei confronti, fece finta di non sentire e accelerò il passo cercando un riparo per nascondersi. La sfortuna volle che, nella fretta di eclissarsi, saltò un basso muretto dietro il quale si trovava, legato, un grosso cane che faceva la guardia alla Colonia. I bruschi movimenti di mio fratello spaventarono il cane che reagì affibbiandogli un bel morso su una mano. Le urla di mio fratello, spaventato e sanguinante, fecero accorrere alcuni inservienti che subito gli prestarono i primi soccorsi. In un attimo si formò un capannello di persone che cercava di riportare la calma.

La preoccupazione più grande era quella medica: non tanto la medicazione della ferita quanto la possibilità che il cane fosse o meno sano. Non vi era questa certezza in quanto l’animale non aveva certificati di vaccinazione (allora i tempi non erano quelli di oggi) e l’unica maniera per scongiurare un eventuale contagio di rabbia era portare il paziente in ospedale per essere sottoposto a puntura antirabbica. Cosi fu. Un’auto ci accompagnò all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove mio fratello fu curato e poi, successivamente alla stazione ferroviaria dove tutti, me compreso, prendemmo il treno per Oristano. Il viaggio di ritorno avvenne nel silenzio più assoluto. Nessuno parlava, in particolare mio fratello, che spaventato e dolorante mi guardava con occhi davvero “rabbiosi”!

Prevedendo il ritorno ad ora tarda mia madre, la mattina presto prima di partire, aveva preparato un po’ di cena: un’insalatiera piena di patate fritte, preparate in frittata con uova e cipolle. Era questo il pasto che veniva predisposto quando, per motivi di viaggio o altro, non si poteva cucinare al momento.

Arrivati a casa l’atmosfera era ancora tagliente. Nessuno fiatava. Mio fratello, dolorante, si sdraiò sul letto e i miei andarono in camera a cambiarsi d’abito prima di consumare il frugale pasto serale.

Io restai in cucina. Avevo fame. Scoperchiai l’insalatiera e inebriato da un profumo che da tempo non sentivo più iniziai a mangiare con avidità, servendomi direttamente con le mani. In un batter d’occhio il livello del recipiente calò paurosamente. Complici le diete forzate fatte in colonia, unite ai buoni sapori di casa mia, non mi trattenni: divorai tutto il contenuto leccandomi anche le dita. Poi, per rinviare il temuto rimprovero, rimisi il coperchio al suo posto e mi sedetti nello scanno che usavo di solito, collocato tra il blocco dei fornelli ed il camino. Al rientro degli altri in cucina mamma chiamò tutti a tavola. Io rimasi seduto, a testa bassa, aspettando la tempesta che si sarebbe abbattuta su di me.

Tolto il coperchio dal contenitore mia madre restò di sasso: era desolatamente vuoto. Non ci mise molto a capire che ero stato io. Dopo un attimo di silenzio alzò gli occhi verso di me e mi guardò con grande affetto, frutto di quell'amore immenso che nutriva per tutti noi. Lei comprendeva davvero, in quel momento, le regioni del mio forzato rientro! Non accennò neanche un finto rimprovero nei miei confronti. Con un dolce sorriso e gli occhi lucidi, rivolta a mio padre disse:

“ arrescioni teniada su pipiu a si nai che si chi cheriada andai”[i]: du tenianta senza pappai, fudi mort’e famini!(1)

Non aggiungo altri commenti, la commozione, ancora oggi, me lo impedisce.

Ciao a tutti.

Mario



(1)Nota.[i] “ Aveva ragione il bambino a volersene andare, lo tenevano senza mangiare, era affamato”, libera traduzione.


sabato, gennaio 22, 2011

SPIGOLATURE. IL VERO SIGNIFICATO DI “APPARTENENZA”. ESSERE “ROTARIANI” SIGNIFICA APPLICARE LE REGOLE DEL ROTARY TUTTI I GIORNI.










Oristano 22 Gennaio 2011

Cari amici,

entrare a far parte di un’Associazione è, spesso, una specie di “conquista”, il raggiungimento di uno “Status Symbol” che nel percorso lavorativo di ciascuno di noi può darci l’impressione di un punto d’arrivo.

Questa filosofia, però, se consente di riempire il nostro “carnet” di soddisfazioni personali non raggiunge, invece, quei traguardi, quegli obiettivi che l’Associazione accogliendoci intendeva raggiungere.

Diventare soci di una associazione importante non significa solo mettersi il distintivo all’occhiello ma partecipare attivamente alla sua vita, contribuire a raggiungere gli scopi e gli obiettivi fissati. Solo in questo modo potremo orgogliosamente affermare che ne facciamo parte, quindi “apparteniamo” a questa struttura.

Sono entrato nel club di Oristano del Rotary International da poco meno di un ventennio. Ero allora vice direttore del Banco di Sardegna e svolgevo il mio servizio ad Oristano. Sapevo dell’esistenza di un club Rotary ad Oristano perché quando fu costituito, nel 1967, svolgevo la mia prima attività lavorativa nell’ufficio di uno dei suoi soci fondatori.

Questo mi aveva dato la possibilità di sapere molte cose sull’Associazione ed i suoi scopi. Quando successivamente fui cooptato anch’io nel club misi a frutto la mia iniziale conoscenza e cercai in molti modi di approfondirla.

Sono nato abbastanza curioso da cercare sempre la ragione delle cose, soprattutto di quelle che mi coinvolgevano direttamente. Fin dai primi anni di appartenenza fui chiamato a svolgere diverse mansioni operative. Mi fu affidato prima l’incarico tesoriere e tre anni dopo quella di segretario, che svolsi per quattro anni. Fui poi eletto presidente, mansione che svolsi per due anni consecutivi, restando successivamente impegnato sia nel club che nel Distretto di appartenenza ( il 2080 che comprende Roma, Lazio e Sardegna ). Nella struttura distrettuale ho svolto l’incarico sia di componente che di presidente di diverse commissioni e successivamente di Assistente del Governatore, incarico rinnovatomi 4 volte dai diversi Governatori.

Tutto questo ha significato per me una conoscenza sempre maggiore del Rotary, in quanto per svolgere le mansioni affidatemi dovevo conoscerne a fondo si la struttura che le regole.

Più approfondivo la conoscevo del Rotary e più ero interessato a farlo. Quando nel 2003 lasciai l’azienda bancaria per andare, dopo 36 anni di servizio, in pensione mi venne in mente una felice idea: tornare sui banchi dell’Università per riprendere gli studi, quegli studi che da giovane, purtroppo, non avevo potuto completare.

L’idea iniziale di iscrivermi nuovamente alla facoltà di Economia e Commercio non mi appagava. Era quello un campo in cui mi ero acculturato abbastanza da solo, facendo per una vita intera il manager bancario! Volevo, invece, percorrere altri sentieri, scoprire vie nuove, aprire altri file che per me – persona molto curiosa - avevano altri significati, più pregnanti ed interessanti.

Accettando il consiglio di un amico mi iscrissi alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari, corso di laurea in “ Scienze della Comunicazione e Giornalismo”. Superato in poco tempo il gap generazionale, quello di sedermi sui banchi con i ragazzi dell’età dei nostri figli, raggiunsi con loro un buon feeling stringendo amicizie vere che si protraggono nel tempo. Frequentando regolarmente le lezioni e superando senza troppe difficoltà gli esami prescritti arrivai alle soglie della laurea nel pieno rispetto dei tempi previsti: potevo laurearmi alla prima sessione utile, quella di Luglio 2006.

Tutti gli studenti in regola con gli esami all’inizio del terzo anno pensano alla tesi da discutere. Anche io ci pensavo ma in maniera diversa. Io avevo già in mente l’argomento che avrei voluto affrontare, dovevo solo trovare un docente che, accettando la mia idea, mi avrebbe fatto da relatore. L’idea che mi martellava in continuazione era una sola: quella di uno studio approfondito sul Rotary, storico e sociologico insieme. In poco tempo trovai la persona giusta. La professoressa Elisabetta Cioni, docente di Sociologia, non disdegnò la mia proposta e mi affidò alla sua assistente la D.ssa Gaia Peruzzi, oggi ottimo docente nella stessa Facoltà.

Il lavoro mi impegnò alcuni mesi e con grande impegno riuscii a completare e discutere la tesi nella sessione estiva, a Luglio del 2006.

Ero riuscito nel mio intento: volevo conoscere meglio il Rotary, studiarlo a fondo e c’ero riuscito. Ero felice di questa conquista che, tra l’altro, mi diede nel mondo rotariano una non comune notorietà.

Io da parte mia ero certo che quel lavoro non sarebbe rimasto lettera morta. Ero convinto che quel mio studio, quella mia analisi, poteva essere utile anche ad altri, soprattutto ai giovani rotariani che si accingevano ad entrare a far parte dell’Associazione. Non mi sbagliavo.

Quest’anno il Governatore Roberto Scambelluri, di cui mi onoro di essere assistente, ha voluto dare alle stampe questa mia tesi. Opportunamente adattata ed aggiornata, con nuovi dati e fotografie, è uscita dalle tipografie Borgia di Roma, sotto forma di libro/manuale che circola negli ambienti rotariani, dando un contributo sia di conoscenza che di aiuto finanziario per le opere della Fondazione Rotary a cui ho voluto donarla.

Sono felice di tutto questo e soprattutto sono felice di essere un rotariano convinto. Credo che ogni vero rotariano debba vivere ogni sua giornata applicando costantemente le sue regole: in casa, nel lavoro e nella società. Regole semplici ma efficaci: amicizia, etica, tolleranza e disponibilità al servizio.

Utilizzando un motto del mio caro amico, Antonio Arcese, governatore del nostro Distretto recentemente scomparso, posso dire con orgoglio di essere un rotariano “ Formato, Informato e Coinvolto”.

Oggi mi piace non solo essere impegnato nel mio club, dove svolgo le mansioni di prefetto-cerimoniere e di responsabile della Comunicazione e delle Pubbliche Relazioni, ma anche nel Distretto, dove oltre che assistente del governatore sono corrispondente dalla Sardegna di Voce del Rotary, il nostro mensile. Mi piace, poi, parlare di Rotary sia ai vecchi che ai nuovi soci, facendo Conferenze anche ai giovani che domani, conoscendo meglio la nostra associazione, potranno entrare a farne parte.

In sintesi voglio dire con gioia a tutti Voi: “ sono felice di essere rotariano!”.



Ecco alcune foto della recente attività mia e del mio Club.

Grazie dell’attenzione.

Mario


sabato, gennaio 01, 2011

VOGLIO INIZIARE L'ANNO CON UN GRANDE AUGURIO A TUTTI VOI: BUON ANNO 2011 !






















Oristano 1 Gennaio 2011

Carissime amiche ed amici del blog,

Voglio iniziare l'anno con un un grande augurio a tutti Voi. Un augurio di vero cuore. Un augurio che possa, davvero, fugare le ansie e le preoccupazioni che certo non mancano!

Un augurio di pace, di serenità e di amicizia che possa concretizzare nel nuovo anno appena iniziato una nostra più incisiva attenzione al " pianeta giovani", un mondo che, spesso, per mille ragioni continuiamo ad ignorare.

Spero davvero che in questo giovanissimo 2011 che oggi è al suo debutto, vive il suo primo giorno di vita, questi nostri giovani possano, davvero, iniziare un percorso positivo che possa domani vederli seri e stimati protagonisti.

Facciamo tutti orgogliosamente la nosta parte!

Un abbraccio affettuoso a tutti Voi !

Mario

mercoledì, dicembre 29, 2010

LA MIA VOCAZIONE... MANCATA!

ORISTANO 29 DICEMBRE 2010

Cari Amici ed amiche,

chiaccherando con alcuni amici, proprio sotto queste feste di Natale, chissà per quale ragione, il nostro discorso è caduto sui miei anni giovanili ed, in particolare, sulla mia passata " mancata vocazione...sacerdotale ".

Sono nato e cresciuto a Bauladu, piccolo centro poco sopra Oristano, dove è avvenuto questo episidio che sto per raccontare anche a Voi.
La riapertura di questi "file nascosti" mi ha emozionato non poco: essi mi hanno fatto rivivere "momenti importanti" , che hanno dato forma e struttura al mio carattere ed alla mia personalità. Per questo, per evitare che si perdessero nell'oblio..ho deciso di mettere questi importanti ricordi, nero su bianco, su questo blog. Successivamente, credo, anche in un libro che sogno di completare, in quanto già iniziato!

Spero che questi momenti, queste mie riflessioni, possano interessare anche Voi.
Buona lettura.

La mia vocazione….mancata.

Una delle grandi preoccupazioni dei miei genitori era quella di farci studiare. Allevare due figli negli anni del dopoguerra e della ricostruzione non era semplice. Allora pochi continuavano gli studi dopo le scuole elementari, le uniche di cui Bauladu era dotata, e quei pochi andavano ad Oristano a frequentare, in gran parte, le Scuole di Avviamento Professionale che consentivano di specializzarsi in un mestiere diverso e più elevato di quello più modesto della famiglia di provenienza: bracciante agricolo o pastore.
Solo i figli delle poche famiglie benestanti, proprietari terrieri ed allevatori, venivano indirizzati alla Scuola Media e poi al Liceo-Ginnasio di Oristano, per proseguire successivamente gli studi all’Università di Cagliari diventando medici o Professori.
I miei genitori erano convinti che, anche a prezzo di grandi sacrifici, studiare per acquisire almeno un diploma era necessario: avrebbe consentito a me e mio fratello di avere una vita più dignitosa e meno sacrificata della Loro. Complici anche i consigli del maestro Pisu, il mio insegnante alle Elementari, che come ho già avuto occasione di raccontare in altre storie collegate ai miei ricordi giovanili, fece buona opera di persuasione, i miei si erano convinti che entrambi, io e mio fratello, avevamo le capacità per studiare e prendere il diploma. La loro preoccupazione era, però, quella di trovare i denari necessari per mantenerci agli studi ad Oristano. Quello finanziario, allora, un problema di non poco conto, ne semplice ne facile da risolvere.
Entrambi, mio padre e mia madre, si arrovellavano il cervello per trovare una buona soluzione e far quadrare il magro bilancio familiare costituito da un unico stipendio neanche troppo “ricco”.
La nostra era una famiglia molto religiosa e di sani principi morali. In casa abbondavano le immagini dei Santi, mamma era particolarmente devota alla Madonna di Pompei, a S. Antonio di Padova ( al quale mi aveva, in particolare, affidato ) ed a S. Ignazio da Laconi. La Parrocchia era per noi un grande punto di riferimento ed io, in particolare, ero un bravo chierichetto che serviva Messa già di primo mattino, prima di andare a scuola.
Un giorno il Parroco chiamò i miei genitori e fece loro un lungo discorso. Disse Loro che studiare era molto importante e che era possibile, almeno per uno dei due figli, farlo senza grossi gravami economici, entrando in Seminario. C’era in quel momento una buona occasione che, se avessero voluto, potevano prendere al volo: un seminario nel Lazio, dove si formavano molti seminaristi di tutte le Regioni, aveva disponibilità di posti e lui aveva la possibilità di segnalare alcuni nominativi. Conoscendo le mie qualità e capacità aveva pensato di riservarne uno per me.
I miei genitori ascoltarono con attenzione ed interesse. Certo era una buona occasione e mamma sarebbe stata veramente orgogliosa di avere un figlio Sacerdote! Anche mio padre, pur con qualche dubbio, non era contrario. Ogni loro perplessità fu fugata quando alla domanda di mio padre su cosa sarebbe successo se magari nel tempo, io non avessi confermato la mia vocazione per diventare sacerdote e avessi voluto smettere, ma gli fu risposto che nessun obbligo io avrei avuto e che, in quel caso comunque, avrei potuto utilizzare nella vita civile la cultura acquisita.
I miei si riservarono di dargli una risposta.
Passarono alcuni giorni ed i miei genitori iniziarono l’operazione di convincimento nei miei confronti. Prima mia madre, che cercò di farmi capire l’importanza dello studio e soprattutto in un mondo a noi consono, quello religioso.

Poi mio padre, che ricordandomi i suoi lunghi anni di emigrazione a lavorare nell’industria dell’acciaio, cercò di farmi capire l’importanza dell’offerta ricevuta. La mia risposta fu da subito assolutamente negativa. Ero certo di non avere la vocazione per diventare sacerdote. Essere cristiani e frequentare la Chiesa era una cosa importante, ma questo non significava, però, diventarne anche Sacerdote. Per farlo era necessario avere dentro di se la vera vocazione, sentire realmente la chiamata del Signore. Farlo solo per comodità sarebbe stato un vero peccato mortale, un sacrilegio. Io, certo, volevo studiare ma non a quelle condizioni. Ero irremovibile.
Ci fu un grande lavorio di convincimenti, lenti ed inesorabili. Le donne dell’Azione Cattolica, le catechiste e non poche famiglie di amici che avevano già convinto i loro figli ad andare in Seminario (ad Acquapendente, questa era la località del Lazio dove saremo dovuti andare), cercarono in tutti i modi di convincere anche me, ma io non mollavo. Ero certo delle mie convinzioni e non volevo prendere in giro nessuno, soprattutto Dio, che immaginavo giusto e ben capace di scegliersi i suoi Sacerdoti. Ero certo che per me Lui aveva in serbo altri progetti!
I miei genitori, intanto, si erano convinti che sarebbero riusciti nell’intento e preparavano tutto il necessario per il gran giorno della partenza. I ragazzi di Bauladu che sarebbero dovuti partire erano cinque, oltre me che proprio non ne volevo sapere.
Vedendo in casa i preparativi della mia partenza ero molto nervoso; cercavo soluzioni per convincere i miei a farmi restare ma non ne trovavo. Angosciato da queste pressioni che violentavano la mia volontà faticavo a dormire e facevo brutti sogni. La notte precedente la partenza andai a letto ma non riuscii a dormire. Tutto era stato preparato a dovere: il corredo con la biancheria, un secondo paio di scarpe, due paia di pantaloni, maglioni e quant’altro.
La partenza era stabilita con la “corriera” mattutina delle 7,00.
La valigia era stata già riempita e depositata in salotto, "sa cambara bella"(1). Mi agitavo nel letto e piangevo perché, ormai, soluzioni per non partire non ne trovavo.
All’improvviso una luce abbagliante, come di un cielo illuminato da mille fuochi d’artificio, fece scattare nel mio cervello una pazza decisione: non sarei partito! Mi sarei alzato di nascosto e, mentre tutti dormivano, sarei fuggito e mi sarei nascosto in campagna fino a che il pullman, che avrei dovuto prendere con gli altri ragazzi, non sarebbe andato via.
In un attimo mi alzai, mi vestii in fretta e con passo felpato raggiunsi al buio l’ingresso di casa, feci scorrere il passante senza fare rumore ed uscii. Prima a passo lento e guardingo poi sempre più veloce, di corsa, mi allontanai verso la collina che domina il paese, sulla cui sommità c’è la Chiesa di S.Vittoria. Avevo già deciso dove andare. Insieme ad altri ragazzi avevo, da tempo, scoperto una piccola grotta che, durante la guerra, serviva per ripararsi dai bombardamenti. Ecco, mi sarei nascosto li e avrei aspettato la partenza del pullman e solo dopo, fugato il pericolo, sarei rientrato. Non mi importava delle conseguenze! Arrivato a destinazione mi nascosi in fondo alla grotta e scoppiai a piangere, forse per la tensione, forse per la disobbedienza, non so.
In paese fu una mattinata convulsa e caotica. I miei genitori, disperati perché non mi avevano trovato in casa, iniziarono a cercarmi in tutte le case vicine e chiedevano per strada a destra e a manca se mi avessero visto da qualche parte. Nessuno, però, sapeva nulla di me.
La corriera arrivò alle sette in punto e, pur nel trambusto, i miei compagni salutarono i genitori e partirono, mentre i miei piangevano a dirotto.
Subito dopo ripresero le ricerche nei miei confronti. Io dalla grotta sentivo gridare forte il mio nome e, solo dopo aver capito che il pullman ormai era partito, uscii allo scoperto e col capo chino mi avviai lentamente verso casa mentre il sole si alzava già all’orizzonte, spazzando via le ombre del primo mattino.
Non tardai ad incontrare il gruppo che mi cercava. Con il volto contrito, emozionato e preoccupato per la grossa marachella fatta, non risposi subito alla valanga di domande che mi venivano poste. Pur rimproverandomi, alcuni anche in maniera forte, erano comunque tutti più sereni per aver accertato che non mi era successo nulla di male.
I miei genitori erano i più sollevati. Mamma, da fervente credente, vide in questo mio rifiuto un segno di Dio: disse di fronte a tutti ad alta voce: “ si vede che Dio non voleva, non lo aveva chiamato, vuol dire che “Marieddu” non è destinato a fare il prete; non importa, con l’aiuto di Dio anche lui troverà la sua strada”. Stranamente a casa non ricevetti punizioni per il mio comportamento, neanche i classici due schiaffi.
Nei giorni successivi la vita quotidiana riprese senza scosse, anche se qualcosa cambiò nell’atmosfera familiare. Forse era ripresa, nei miei genitori, la preoccupazione per il mio futuro e quello di mio fratello. Con grandi sacrifici riuscirono a farci continuare gli studi e, sia io che mio fratello, prendemmo il diploma: Lui di Insegnante ed io quello di Ragioniere. La battaglia portata avanti dai miei genitori fu vinta con grande Loro orgoglio e soddisfazione! Il sacrificio, cari amici, portato avanti con grande determinazione, spesso è ampiamente ripagato.
Quello che non successe in casa, però, successe in Parrocchia. Il Parroco, Don Motzo, non era uomo da ricevere dinieghi o subire rifiuti. Da quel momento prese a rimproverarmi in continuazione, criticandomi per ogni cosa che facevo e, spesso, dandomi del miscredente. Si vendicò anche impedendomi di fargli da chierichetto. Diventai, cosi, il chierichetto del vecchio parroco ormai in pensione, Don Desogus, che invece mi aveva sempre stimato e continuò a farlo, apprezzandomi e confortandomi sempre.
Il ricordo della sua amicizia è ancora molto vivo in me e credo che non lo dimenticherò mai. Tutti gli anni a Novembre, quando vado in cimitero a Bauladu a mettere un mazzo di fiori sulla tomba dei miei genitori, non dimentico di avvicinarmi alla Sua tomba e depositarvi un fiore. Gli chiedo ancora di pregare per me ed aiutare la mia famiglia, in questo mondo pieno di pericoli. Lui, osservandomi dalla foto sbiadita, sembra dirmi di si, con quel suo sorriso dolce che riempie il cuore e solleva l’animo dalla tristezza.

Grazie a tutti dell'attenzione. Vi auguro uno splendido NUOVO ANNO 2011 !

A U G U R I !

Mario

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note.
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(1) “Sa cambara bella” ( la camera bella) era in realtà la prima stanzetta subito dopo l’ingresso che serviva per ricevere gli ospiti. Era quella meglio arredata con un salottino, i ritratti di famiglia, una credenza con piatti e bicchieri e qualche bottiglia di liquore ( rosolio fatto in casa ). Sovente vi era montato un letto (normalmente da una piazza e mezzo ) per ospitare un eventuale ospite.