venerdì, giugno 18, 2021

UN PESCATORE AMERICANO, INGHIOTTITO COME PINOCCHIO DA UNA BALENA, SI SALVA MIRACOLOSAMENTE GRAZIE A UN PROVVIDENZIALE RIGURGITO DEL CETACEO.


Oristano 18 giugno 2021

Cari amici,

Certi avvenimenti, a dir poco straordinari, non sono certo facili né da vivere né da raccontare successivamente, mantenendo la giusta serenità. Nei romanzi, certo, le storie strane si sono sempre raccontate, come nella favola di Pinocchio che si salvò col padre dopo essere finiti entrambi nel ventre di una balena, oppure, come racconta la Bibbia, la storia del profeta Giona, che passò 3 giorni nel ventre di una balena per rimediare al suo peccato di omessa predicazione del Vangelo. Ebbene, di recente un’avventura reale molto simile, conclusasi con il lieto fine,  è stata vissuta da un pescatore di aragoste americano di 56 anni, che vive al Nord della East Cost, nei paraggi di Provincetown nel Massachusetts.

L’uomo, che si chiama Michael Packard,  passa il suo tempo pescando aragoste sulla punta ad uncino della baia di Cape Cod, ed è considerato un espertissimo pescatore subacqueo, forse l’ultimo veterano di un mestiere attualmente considerato un po’ troppo duro e pericoloso. Ebbene, per quanto abile ed esperto di quei pericolosi mari, l’uomo non aveva messo in conto proprio tutti i rischi del mestiere, in quanto mai avrebbe pensato che poteva finire dentro la gigantesca bocca di una balena! Ma vediamo come un avvenimento così straordinario si è potuto verificare.

Era un venerdì mattina, intorno alle otto, quando Michael Packard, che era già alla seconda immersione, sente uno strano urto alla sua imbarcazione e d’improvviso tutto si è fatto buio attorno a lui. Il colpo era stato assestato da una balena, della specie delle megattere, che dopo l’urto lo aveva inavvertitamente risucchiato nella propria vasta cavità orale. L’uomo, forse intontito dal colpo non si è accorto subito di trovarsi all’interno dell’immensa bocca del bestione, che certamente in quella zona era alla ricerca di cibo, come crostacei, molluschi e plancton. Sembra che quando spalancano la bocca le balene non vedano più nulla: a selezionare quello che vi entra dovrebbero essere quelle lamine dette fanoni che esse hanno al posto dei denti.

Non appena riavutosi dallo smarrimento iniziale, Packard, immerso nel buio più totale, impiegò la sua attrezzatura da sub per cercare di respirare, mentre la balena, con il grosso malloppo in bocca appariva un po’ agitata. In un tentativo disperato, Packard ha provato a scuotere la bocca della balena. "E a un certo punto - ha riferito poi l'uomo - l'interno è stato inondato di luce e c'era acqua ovunque. La balena stava cercando di buttarmi fuori. L'ultima cosa che ho visto è stata la sua coda immergersi in mare e io steso in superficie". Si, fortunatamente, dopo una quarantina di secondi, la balena, che non aveva gradito l’inusuale pasto, con alcuni sgraziati conati, sputò il terrorizzato Packard in mare. Una volta tornato a terra l’uomo non ha perso tempo, iniziando a raccontare la straordinaria disavventura vissuta, fortunatamente andata bene, considerato che non era certo usuale essere inghiottiti da una megattera, un cetaceo che può raggiungere anche i 15 metri di lunghezza.

All'inizio Packard, dopo il colpo subito dalla sua barca, si era convinto di essere stato aggredito da uno squalo, prima di finire nel buoi della bocca della megattera. "Ho pensato che non ce l'avrei fatta - ha raccontato dal letto d'ospedale dove era ricoverato per le ferite riportate - ero arrivato al punto di pensare 'o mi lascia andare o morirò'. Terrorizzato ho pensato ai miei figli, uno di 12 e l'altro di 15 anni, a mia moglie, a mia madre e mi sono detto che era finita". La sua fotografia sul letto d’ospedale, che lo vede sorridente col dito alzato in segno di vittoria, è già diventata molto famosa: senza alcun dubbio è una delle immagini più sorridenti e foriere di buon umore che mai siano state scattate al capezzale di un ospedale.

Cari amici, sicuramente quello capitato a Packard è un evento straordinario, che si verifica con grande rarità. Un collega sub, Josiah Mayo, ha assistito al momento in cui Packard è stato sputato dalla balena, miracolosamente illeso, senza ossa rotte. L'ipotesi più accreditata è che la megattera possa aver scambiato la sua tuta da sub per un gruppo di pesci. "Una storia mai sentita prima, un evento raro", ha commentato la direttrice di studi marini di Provincetown, Jooke Robbins.

A domani.

Mario

 

giovedì, giugno 17, 2021

NASCE A COPENAGHEN L’ISOLA CHE NON C’È. IL PARLAMENTO, PERÒ, SI RITROVA CON LA RIVOLTA DEGLI AMBIENTALISTI.


Oristano 17 giugno 2021

Cari amici,

Di recente in Danimarca il Parlamento ha approvato un progetto inedito: realizzare un’isola artificiale davanti al porto di Copenaghen, capace di dare vita ad una Comunità di circa 35mila persone. Il progetto, il cui costo non è di poco conto in quanto parrebbe costare circa 20 miliardi di corone danesi (pari a 2,7 miliardi di euro), oltre a richiedere parecchio tempo per la necessaria realizzazione (creare un’isola artificiale non è semplice come costruire un grattacielo), dovrebbe prendere forma nell’arco di una dozzina d‘anni. Il nome provvisorio di questa “Isola che non c’è” è Lynetteholmen, e i lavori per la sua nascita dovrebbero iniziare nel 2035, per essere completati nel 2070.

L’ipotesi di creare quest’isola artificiale iniziò a prendere corpo nel 2018, quando fu presentato nell’ottobre di quell’anno dal Governo di centrodestra guidato dall’allora primo ministro Lars Loekke Rasmussen, il progetto che poco dopo fu approvato dall’Amministrazione comunale di Copenaghen. Data la complessità dell’opera si è arrivati ai giorni nostri, e ora l’opera dovrebbe essere praticamente messa in cantiere. Il Parlamento svedese, che ha approvato il progetto con 85 voti favorevoli e 12 contrari, si ritrova però a dover affrontare non poche critiche, avanzate dai gruppi ambientalisti.

Il piano per la realizzazione di Lynetteholmen, dunque, non avrà vita facile, considerato sia il grande impegno finanziario richiesto che le ricadute ambientali. Secondo il progetto approvato Lynetteholmen avrà un’area di quasi tre chilometri quadrati (pari a più o meno 400 campi da calcio) e sarà collegata alla città di Copenhagen con un tunnel stradale e una linea metropolitana. Il piano prevede inoltre che l’isola, che dovrebbe essere realizzata davanti al porto della città, abbia sul suo perimetro una serie di strutture per proteggere il porto dalle mareggiate e dall’innalzamento del livello del mare.

Le principali critiche mosse dagli gruppi ambientalisti riguardano diverse situazioni ritenute di pericolo. La prima critica, per esempio, riguarda i materiali che dovranno essere usati e trasportati per realizzare l’isola. Secondo la stima di uno questi gruppi ambientalisti (citato dalla BBC) servirebbero fino a 350 camion al giorno per portare via terra i materiali necessari. Solo per quanto riguarda i materiali per il suolo (e quindi non per la realizzazione di tutto quello che eventualmente ci andrebbe sopra) è stato stimato che bisognerà portare circa 80 milioni di tonnellate di “terreno”. Altre critiche riguardano poi il possibile impatto che l’isola avrà sugli ecosistemi e sulla qualità dell’acqua.

Sebbe Selvig, portavoce del movimento “Stop Lynetteholm”, ha così commentato l’approvazione da parte del Parlamento: "Non esiste un piano di impatto ambientale generale. E l'impatto stando agli esperti sembra negativo". Uno dei manifestanti, un certo Morten, commentando che certe decisioni vengono prese in un caos totale ha detto: "è semplicemente grottesco il fatto che sia stato approvato". L'impatto ambientale, a detta degli ambientalisti, è stato valutato solo per la costruzione dell'isola artificiale, senza considerare il fatto che sull’isola sarebbero sorte case e infrastrutture.

Dal canto suo Il Ministro dei Trasporti, Benny Engelbrecht, ha respinto con forza le accuse: "È stato un esame che è andato in profondità, si è valutata la posa della singola pietra con gli esperti e in Parlamento". Per Anne Skovbro, Presidente della Società costruttrice, l'isola fungerà, invece, da barriera, preservando dalle acque la capitale danese. "Il livello dei mari si innalza e dobbiamo preservare Copenaghen", ha commentato. In realtà il progetto, secondo i favorevoli alla sua costruzione, intende far fronte a tre importanti sfide: la mancanza di appartamenti a Copenaghen, la congestione del traffico nel centro cittadino e verso l’aeroporto e la protezione climatica del porto di Copenaghen, di fronte all’innalzamento del livello del mare.

Cari amici, è un forte braccio di ferro quello che vede le due parti su posizioni praticamente opposte. Chi avrà maggior ragione? Io credo che tra batti e ribatti, l’Isola che non c’è, presto diventerà realtà!

A domani.

Mario

mercoledì, giugno 16, 2021

LA SARDEGNA E I SUOI RITI, TRA CULTURA E SCARAMANZIA: LA PUERPERA E IL RITO SCARAMANTICO DELLA PLACENTA E DEL CORDONE OMBELICALE.


Oristano 16 giugno 2021

Cari amici,

Per la donna, molti secoli fa, l’attesa di un bambino era un momento particolarmente critico, considerato che cure mediche e ospedali non erano certo quelli di oggi e i bambini nascevano in casa con l’aiuto della “levatrice”. Nella nostra antica Sardegna, per certi aspetti particolarmente scaramantica, si diceva che " Sa parturenti tenidi coranta dis sa fossa oberta"  (La partoriente ha per quaranta giorni la fossa aperta), a significare il reale pericolo di morte, durante o dopo il parto. Le partorienti, perciò, erano invitate a confessarsi in prossimità del parto, tenendo presente il pericolo che esse andavano a correre.

Nel libro "Cultura popolare in Sardegna tra '500 e '600", di Salvatore Loi, leggiamo che la Chiesa vigilava in maniera costante sull'attività delle levatrici che, in caso di pericolo, dovevano somministrare il battesimo ai neonati.  Prima di iniziare la loro attività dovevano sostenere un esame per essere in grado di battezzare e dovevano giurare di "tener segreta qualunque cosa di cui fossero venute a conoscenza, sotto pena di essere private dell'ufficio e pure di scomunica maggiore". Queste donne esperte, che aiutavano a dare la vita ai neonati, nel Medioevo erano spesso sospettate di portare anche la morte. Nel periodo in cui imperava l'Inquisizione numerose levatrici furono processate come streghe-fattucchiere, sospettate di essere legate al demonio. Nell'autodafé del 1583 (L'autodafé, o auto da fé o sermo generalis, era una cerimonia pubblica, facente parte soprattutto della tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita, coram populo, la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione.), furono processate tre levatrici e tutte confessarono di aver ucciso molti bambini con l'aiuto del diavolo.(pag.241).

Il Ghirlandaio, nascita di Giov.Battista
Fino agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso si partoriva sempre in casa, e l’idea di andare in ospedale non era minimamente presa in considerazione, salvo rarissimi casi. il parto, come detto, era gestito dalla levatrice, figura che noi oggi chiamiamo ostetrica. Solo quando si presentavano particolari difficoltà si ricorreva al medico. A questo proposito si racconta che un medico (siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso) chiamato al capezzale di una partoriente in quanto il bambino tardava a nascere, trovò intorno al letto un gruppo di donne che recitavano preghiere e formule magiche, agitando anche un paio di forbici sul ventre della donna. Le forbici servivano per alleviare i dolori del parto. Se il parto si prolungava più del previsto si ricorreva alla Medicina dell'Occhio.

In alcune zone della Sardegna vi era l’usanza, durante il parto, di far stendere sul letto il marito della donna, che doveva simulare i dolori del parto, urlando come in preda a laceranti dolori; questo comportamento scaramantico serviva a distrarre il diavolo, perché si riteneva che il demonio, attraverso la placenta, poteva impossessarsi dell'anima del nascituro. Contente di aver sconfitto il diavolo, le mamme facevano poi seccare la placenta e la chiudevano in una “Punga” che accompagnava per anni il bambino. La punga era un sacchetto di forma romboidale, talvolta anche ricamato. Poteva contenere svariati oggetti o cartigli con formule magiche e veniva usato come scapolare. Si portava sempre addosso appeso al collo con un laccio o fermato da una spilla sulla maglietta. Era simile al breve.

Altro rito importante, legato alla nascita, è quello inerente il “Cordone ombelicale”. Il cordone ombelicale, in sardo “s’imbìligu", rappresenta nella cultura popolare sarda il legame esistenziale tra figlio e madre, pregno di significati magici. Per evitare che “s’imbìligu" potesse diventare, in mani estranee, uno strumento utilizzato contro la serena unione tra madre e figlio, esso veniva distrutto (spesso insieme alla placenta), sotterrandolo o bruciandolo al fuoco del camino. In alcune zone, quella parte del cordone che seccandosi poi si stacca dall'ombelico del neonato, veniva conservata mummificata come reliquia, in quanto avrebbe svolto la funzione magica di perpetuare l'originario profondo legame tra madre e figlio, anche quando questo era ormai diventato adulto.

Terminate felicemente le incombenze del parto, la puerpera era tenuta a stare a lungo a casa (in quanto le era vietato uscire prima dei quaranta giorni) dopo il parto. Alla prima uscita era d’obbligo recarsi in chiesa per purificarsi, confessandosi e comunicandosi; andando in chiesa la donna doveva camminare a testa bassa e non poteva salutare o parlare con nessuno. Altra norma da rispettare era questa: durante le visite o gli incontri con amici e parenti non si poteva baciare il bambino prima del compimento del primo anno di vita, e non si potevano donare dei fiori.

Successivamente, quando la mamma usciva col bambino,  chi lo ammirava doveva toccarlo o sputargli sopra (si sputacchiava), perché non fosse vittima del malocchio. La saliva era considerata efficace per la guarigione di certe malattie o ferite. Tale usanza è originaria delle genti delle colonie greche ed orientali. Nella Grecia antica quando si accarezzava un bambino bisognava sputare subito leggermente su di lui per tre volte. Questa curiosa usanza è viva ancora oggi in alcune parti della Sardegna, e risulta in auge pure in Grecia.

Che dire, amici, la Sardegna è una terra con una cultura millenaria, e quello che ho riportato oggi a Voi è solo un minuscolo frammento di un puzzle scaramantico straordinario di dimensioni grandissime. Vi racconterò in seguito altri dettagli, anche se chi mi legge sa che molte altre cose le ho già scritte (come gli oggetti scaramantici che si usano da noi in Sardegna per proteggere il bambino dagli influssi malefici)!

A domani.

Mario
Antica stampa del parto

 

martedì, giugno 15, 2021

IN CINA È NATO UN BAMBINO CON DEI POTERI NON SPIEGABILI DALLA SCIENZA: È IL PRIMO SUPER-UMANO? GLI EXTRATERRESTRI SONO GIÀ TRA DI NOI?


Oristano 15 giugno 2021

Cari amici,

In questo periodo si parla sempre più di “esseri alieni”, di extraterrestri e di UFO, ovvero di quei dischi volanti pilotati da alieni, che da anni sarebbero stati avvistati intorno alla terra e che si muoverebbero mossi da forze a noi sconosciute, dato che si spostano a velocità vicine a quelle della luce. Per ora mancano le certezze, anche se i dubbi restano, stante le diverse interpretazioni di chi dice di aver visto e filmato questi fenomeni.

Ebbene, ad aumentare non poco questo nostro pesante bagaglio di incertezze si aggiunge ora un fatto nuovo: ci stiamo trovando di fronte a qualcosa di straordinario, che sulla terra non era mai successo prima: in Cina è nato un bambino dotato di poteri unici e straordinari mai visti prima, con innate capacità che sanno poco di umano, mai verificate in precedenza e che la scienza ancora non è riuscita a spiegare. Ma vediamo esattamente di cosa si tratta.

A Dahua, in Cina, è nato un bambino fisicamente ben diverso dal solito, e che in particolare, crescendo, ha mostrato di possedere dei “poteri superumani”. Nong Yousui, questo il suo nome, contrariamente alla gran parte dei suoi connazionali, presentava non solo gli occhi di un blu intenso, ma anche dotati di una straordinaria luminosità, che lo facevano distinguere non poco dagli altri bambini, anche quei pochi dagli occhi blu. Ma il colore e la luminosità dei suoi occhi non erano l’unico attributo speciale: Nong Yousui, in realtà aveva anche un potere  unico, straordinario: la capacità di avere una visione perfetta nell’oscurità più totale!

Un bambino così diverso è diventato subito un fenomeno inspiegabile anche in famiglia, e, come avrebbero fatto ogni papà e mamma, Nong fu portato all’ospedale per avere delle risposte esaurienti all’insolito fenomeno. Il padre era meravigliato e preoccupato dal fatto che durante la notte gli occhi del figlio brillavano come lanterne accese. Dopo le analisi al padre, per tranquillizzarlo, i medici dissero che crescendo i suoi occhi avrebbero smesso di brillare e poi sarebbero diventati neri come la maggior parte dei cinesi, anche se quanto da loro affermato non si è mai verificato.

Le straordinarie capacità di Nong si diffusero presto in Cina, e una volta diventate di pubblico dominio, un giornalista cinese scettico decise di far fare al ragazzo un severo test. Il giornalista, dopo aver creato una serie di questionari per il bambino (da completare in un ambiente controllato, ovvero una stanza buia con una tonalità nera), lo sottopose ai diversi test. Una volta completati, i risultati dei test hanno chiaramente dimostrato che il bambino non solo poteva vedere al buio, ma poteva anche leggere e scrivere perfettamente nell’oscurità totale.

La World Records Academy, l’organizzazione che certifica i record del mondo, ha assegnato a Nong Yousui il premio come “prima e unica persona al mondo che riesce a vedere e leggere al buio”. C’è chi dice che Nong Yousui sia un bambino delle Stelle (ovvero discendente da specie di altri pianeti), cioè uno di quei bambini che, secondo  una teoria, si reincarnano sul nostro pianeta per aiutarci ad evolvere! Indubbiamente la nascita di Nong è un fatto straordinario, che si presta alle più svariate ipotesi e le più suggestive interpretazioni.

Amici, Nong, intanto, continua nella sua fase di crescita e, sebbene possa vedere chiaramente al buio, quando i suoi occhi sono esposti alla luce del sole ha difficoltà a sopportare la forte luminosità; la trova molto intensa e questo gli provoca un certo disagio. Il suo insegnante afferma anche che quando la luce viene riflessa direttamente sugli occhi di Nong nel buio, questi riflettono il raggio con un tono di neon verde.

Cari amici lettori, come riporta il giornale “The Sun”, il caso di Nong Yousui è per ora inspiegabile da parte della scienza, in quanto il bimbo appare dotato di abilità uniche che la specie umana fino ad oggi non possedeva e quindi non spiegabili; c’è anche chi sostiene che potremmo avere dentro di noi un potenziale non sfruttato, che va oltre la nostra immaginazione, ma per ora queste sono solo ipotesi. Per ora Nong (che viene chiamato anche bimbo-gatto), è l’unico dotato di abilità speciali, considerate “superumane”.

A me un dubbio è venuto: GLI EXTRATERRESTRI SONO GIÀ TRA DI NOI?

A domani.

Mario

lunedì, giugno 14, 2021

LA PRIMA GUERRA BIOLOGICA FATTA DALL'UOMO? FU FATTA CON L'UTILIZZO DELLE API.


Oristano 14 giugno 2021

Cari amici,

L’utilizzo degli organismi viventi come armi da utilizzare contro i nemici, ha radici lontane. Pare che gli insetti siano stati i primi ad essere utilizzati dall’uomo come armi biologiche. Si ipotizza addirittura che questo tipo di armi, composte da esseri viventi, cominciarono ad essere utilizzate nientemeno che nel Paleolitico Superiore (oltre 10.000 anni fa). Era un periodo dove le lotte tribali avvenivano ancora con l’uso di armi elementari, come le pietre e i bastoni, un sistema rudimentale utilizzato anche per la caccia delle prede.

In realtà l’uomo, contrariamente alle altre specie, non cacciava aggredendo le prede prendendole di petto, ma utilizzando appositi oggetti da lanciare e colpire da lontano la preda.  L’uomo, dunque, diventato capace di uccidere le prede a distanza, perfezionando sempre più gli strumenti come fionde e lance. In questo modo risultava più semplice e meno pericoloso procacciare il cibo per sé e la Comunità. Col passare del tempo gli strumenti si perfezionarono, diventando più potenti ed efficaci: dalle lance in legno e selce ai giavellotti, fino ad arrivare, secolo dietro secolo, alle armi più recenti, quelle da fuoco, mantenendo, comunque, il principio generale della cattura e della eventuale offesa al nemico: “colpire da lontano”. Per quanto riguarda l’approvvigionamento alimentare, alla caccia seguì la domesticazione e l’allevamento; si stima che il primo animale domesticato sia stato il cane, attorno al 15.000 a.C. Poi fu il turno di cavalli, cammelli, elefanti, e così via.

La domesticazione portò all’uomo anche la possibilità di utilizzare gli animali addomesticati come arma contro il nemico. Questi animali venivano comunemente utilizzati in guerra, ma avevano il “difetto” di disertare durante la battaglia, per via del loro istinto di conservazione. Per fortuna, però, l’uomo si accorse che in natura ci sono anche esseri viventi, tipo certi insetti sociali come le api, che nella loro evoluzione hanno sviluppato la tendenza a difendere il super organismo di cui fanno parte (l’alveare) fino alla propria morte, se necessario. E le utilizzò contro il nemico.

Per l’uomo primitivo trovare gli alveari delle api selvatiche risultava abbastanza facile; gli agglomerati di api, erano anche facilmente trasportabili, per cui un uomo robusto, con un buon braccio, poteva lanciare facilmente uno di questi nidi (grandi più o meno come una palla da basket) alla sua preda o al suo avversario, causando in questo modo un caos indescrivibile. In tempi antichi gli strateghi militari vedevano nelle api una vera e propria forza bellica.

Lo avevano certamente osservato quando uno sciame formato da una moltitudine di piccole api (apis mellifera) era in grado di mettere in fuga addirittura un orso! Questo faceva presumere loro che anche un gruppo inferocito di uomini in battaglia poteva essere messo in fuga dalle api, facendolo battere in ritirata. Le api, lo sappiamo bene, per via del loro pungiglione col quale iniettano il veleno, sono in grado non solo di provocare dolori piuttosto acuti, ma anche di suscitare panico e paura. Insomma, quando decidono di difendersi possono arrecare un danno enorme, specialmente se paragonato alla loro piccolissima stazza.

Usare le api in battaglia è certo un’idea geniale, anche se non priva di problematiche. Uno dei problemi, per esempio, è che le api sul campo di battaglia non si preoccupano solo di “pungere” le fazioni nemiche, ma anche gli “alleati”, non solo quindi i “nemici”. Insomma, il cosiddetto “fuoco amico” era all’ordine del giorno! Il vantaggio comunque era evidente, in quanto gli alveari lanciati nei punti giusti erano in grado di rompere un assedio e far scappare i nemici allo scoperto. Anche le tecniche di “lancio delle bombe d’api” col tempo diventarono raffinate. Inizialmente questi nidi contenenti api erano come una sorta di granate messe dentro ad una scatola: non potevano essere lanciati molto lontano, e nel momento in cui “esplodevano” i proiettili (ovvero le api) schizzavano in ogni direzione, pungendo chiunque. Diventò perciò necessario trovare un modo per direzionare gli arpioni avvelenati. Per raggiungere un miglior risultato, si usarono diversi metodi.

I TIV, ad esempio, un gruppo etnolinguistico della Nigeria, sviluppò un cannone d’api, ovvero un corno molto lungo, appositamente sagomato. Una volta caricate le api dentro al corno, questo veniva puntato verso il nemico. Per via della forma e della lunghezza del corno, le api venivano a tutti gli effetti direzionate verso il nemico. Anche i Maya utilizzavano le api (o le vespe) come armi. In un testo di miti e leggende Maya (il Popol Vuh), si parla della costruzione di una sorta di manichini vestiti da guerrieri, opportunamente agghindati, con una zucca al posto della testa, che conteneva l’alveare.  Quando gli aggressori colpivano i manichini, gli insetti reagivano furiosamente. Questo metteva in fuga gli assalitori, permettendo così ai Maya di colpirli mentre scappavano in preda al panico.

Nei secoli successivi, in particolare durante gli assalti ai castelli e alle città fortificate, gli assediati  utilizzavano le “bombe di api” lanciandole sugli assedianti dall’alto delle mura durante i periodi di assedio. Fu così che nella progettazione di alcuni castelli si pensò di piazzare gli alveari direttamente sulle mura cittadine, dove avrebbero potuto assolvere ad un duplice scopo: in tempo di pace avrebbero prodotto miele, cera e propoli, in tempo di guerra avrebbero prodotto morte e scompiglio fra le fila nemiche.

Cari amici, Vi potrei raccontare molte altre storie sull’uso in battaglia delle api, ma sarebbe troppo lungo e vi annoiereste. Vu riporto solo un paio di esempi. I romani, seppure militarmente validissimi, subirono una sonora sconfitta nel 197  a.C. quando i cittadini di Hatra, (ora Iraq), usarono insetti contro le legioni dell’imperatore Settimio Severo. Nonostante non sia specificato se si trattasse di api o vespe, i romani persero la battaglia. L’altro esempio che riporto successe durante le Crociate, quando i cristiani combatterono per cacciare i musulmani da Gerusalemme: entrambe le fazioni usarono le api. Secondo le cronache del tempo, Riccardo Cuor di Leone portò in battaglia numerosi vasi contenenti api da utilizzare a scopo bellico.

Il mondo delle api, cari lettori, è davvero un mondo straordinario! Se non esistesse, bisognerebbe inventarlo!!!

A domani.

Mario

domenica, giugno 13, 2021

ACCORDO STORICO ALL’ULTIMO G7: STABILITA LA TASSAZIONE MINIMA IN CAPO ALLE MULTINAZIONALI. SARÀ DI ALMENO IL 15 PER CENTO.

L'incontro del G7

Oristano 13 giugno 2021

Cari amici,

Tanto tuonò che piovve!” Dopo molti batti e ribatti, promesse e sotterfugi, finalmente un primo colpo è andato a segno: sabato scorso, 5 giugno, i Paesi del G7 (Usa, Regno Unito, Canada, Germania, Francia, Giappone e Italia) hanno raggiunto un accordo che mira a impedire alle grandi multinazionali presenti nei loro Paesi di insediare “fittiziamente” il loro quartier generale in una nazione “Paradiso fiscale”, obbligandole finalmente a pagare al Paese dove operano una fetta del loro reddito, nel quale ricavano i loro lauti profitti. L’accordo è stato raggiunto su una tassazione non certo alta, calcolata sul 15% sui profitti, che si applicherà in qualunque Paese in cui le imprese decideranno di insediare il loro quartiere operativo.

È certamente un primo passo, a cui si aggiunge anche una ulteriore tassa del 20% sui profitti che eccedono il 10% del fatturato; anch’essa, stando alle speranze dei firmatari dell’accordo, da pagare in qualunque Paese le multinazionali decidano di insediarsi. Per ora questo accordo è stato firmato da soli sette Paesi (quelli del G7). Ora si spera che una cerchia ben più larga di Paesi, quelli riuniti nel G20, decidano di uniformarsi a queste nuove regole stabilite nel G7, considerato anche che è prevista una riunione a breve: si incontreranno da noi in Italia, per la precisione in ottobre.

"Oggi a Londra - ha commentato il Commissario UE all'Economia, Paolo Gentiloni - abbiamo compiuto un grande passo verso un accordo globale senza precedenti sulla riforma della tassazione delle imprese. Le possibilità di un accordo globale sono notevolmente aumentate. Ora dobbiamo fare l'ultimo miglio per espandere questo consenso a tutti i membri del G20 e a tutti i Paesi coinvolti nel quadro inclusivo dell'Ocse". Positive le prime reazioni delle multinazionali. Amazon, Google e Facebook si sono dichiarate favorevoli all'accordo. "Crediamo che un processo guidato dall'OCSE, possa creare una soluzione multilaterale atta ad aiutare a portare stabilità al sistema fiscale internazionale", ha affermato un portavoce di Amazon.

Non è, però, ancora il momento di cantare vittoria. La battaglia sarà dura anche solo in Europa, in quanto convincere Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo, Svizzera (giusto per dirne quattro), a controfirmare una proposta che potrebbe far volare via le tantissime multinazionali che hanno issato una delle loro bandiere pirata sul loro territorio per pagare meno tasse o non pagarne proprio, non sarà né semplice né facile. Tuttavia l’accordo appena raggiunto all’interno del G7, manifesta anche i primi segni di speranza, per tutta una serie di ragioni.

Sé anche il prossimo G20 che si terrà in Italia il prossimo ottobre confermerà le scelte fatte dal G7, darà un segnale molto forte, sia alle multinazionali che ai Paesi, in particolare a quelli dove albergano i paradisi fiscali. Alle multinazionali, in quanto qualora decidessero di porsi al di fuori di questo nuovo quadro normativo, rischierebbero un danno di reputazione enorme, in particolare in un momento che vede ancora in atto la devastazione portata dalla pandemia del Covid-19; quanto ai Paesi, invece, quelli che non dovessero accettare di imporre la tassa stabilita per le multinazionali, si porrebbero al di fuori di un consesso economico che comprende gli Usa, la Cina e le principali economie europee.

Cari amici, è tempo che la potenza delle multinazionali, che ormai sta oscurando quella degli Stati, inizi a riflettere, perché tirare troppo la corda si rischia di spezzarla; così come anche certi Paesi devono capire che non si può vivere solo di “fiscalità agevolata”, salvando il proprio giardino ma inaridendo quello degli altri, quello dei vicini! Un bel gioco dura poco, in quanto poi, come un boomerang, l’egoismo torna indietro, carico di effetti molto negativi. C’è anche da dire che pagare il 15% sui profitti è ben poca cosa, se pensiamo che la pressione fiscale in Italia oscilla tra il 40% del 2019 e il 59,1% del 2020, e che qualunque lavoratore dipendente lascia allo Stato ben più del 15% di quel che guadagna, rigorosamente trattenuto alla fonte!

È tempo di equità ed uguaglianza fiscale che non può essere ulteriormente rinviata! Ci basti pensare che le imprese con sede legale in Irlanda pagano lo 0,05% sui profitti, oppure, come ha stimato l'economista francese Gabriel Zucman, che le piazze offshore sottraggono all’Italia entrate fiscali per  circa 7 miliardi di euro all'anno, in gran parte (quasi il 90%) a causa delle politiche fiscali di altri Paesi europei come Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Malta e Cipro. Secondo uno studio dell’International Centre for Tax and Development, nel solo 2019 le multinazionali hanno spostato circa mille di miliardi di dollari di profitti nei "Paradisi fiscali". Una cifra enorme che davvero fa una bella differenza!

Cari amici, facendo un piccolo calcolo, con la tassazione del 15% si avrebbero 150 miliardi l’anno di nuove entrate fiscali, in quei Paesi dove gli utili prima evidenziati sono stati prodotti, permettendo così ai Governi di quei Paesi di ridurre le tasse sulle piccole imprese o sui redditi da lavoro, oppure di aumentare la spesa per servizi cruciali come scuola e sanità. Insomma, si avrebbe un riequilibrio in tutti i casi, apportando un certo migliorando e nuovo benessere alle popolazioni di quegli Stati, diminuendo, seppure di poco, i profitti, assolutamente ingiustificati, delle multinazionali pigliatutto!

A domani.

Mario