venerdì, ottobre 03, 2014

IL ROVO, ARBUSTO SPINOSO MA CHE PRODUCE FRUTTI DALLE STRAORDINARIE PROPRIETÀ SALUTARI. UNA DELLE TANTE “DELIZIE DI SARDEGNA”.




Oristano 3 Ottobre 2014
Cari amici,
i sentieri delle nostre campagne sono quasi sempre bordati da aggrovigliate siepi arbustive, necessarie soprattutto per delimitare le proprietà; qui il soggetto dominante, che la fa praticamente da padrone, è quasi sempre il rovo. Questo arbusto, terribilmente spinoso, considerato per lungo tempo una semplice pianta infestante, è risultato invece uno “scrigno benefico”, carico di molti elementi, utilissimi sia all’uomo che agli animali che se ne cibano. Vediamo di conoscere meglio le sue molteplici virtù.
Il rovo (Rubus ulmifolius Schott, 1818) è un arbusto perenne appartenente alla famiglia delle Rosaceae. Pianta a portamento sarmentoso, produce molti fusti aerei a sezione pentagonale, lunghi fino a 6 metri ed anche più, provvisti di spine arcuate. È una pianta semi caducifoglia, in quanto molte foglie permangono anche durante l'inverno. Queste, di colore verde scuro, con margine seghettato, hanno la pagina superiore glabra e quella inferiore tomentosa, con fitti peli bianchi. I fiori, di colore bianco o rosa, sono composti da cinque petali e cinque sepali. Sono raggruppati in racemi, a formare infiorescenze di forma oblunga o piramidale. Il colore dei petali varia da esemplare a esemplare con dimensioni comprese tra i 10 e 15 mm. La fioritura compare al principio dell'estate.
La pianta produce un frutto commestibile composto da numerose piccole drupe, verdi al principio, poi rosse e infine nerastre a maturità che prendono il nome di More. In Italia il frutto è maturo tra Agosto e Settembre ed il gusto è variabile: da dolce ad acidulo. Il rovo è diffuso in quasi tutta l'Europa, il Nord Africa ed il sud dell'Asia; la pianta è stata successivamente introdotta anche in America e Oceania. La riproduzione è sessuale attraverso i semi contenuti nelle drupe, ma anche vegetativa attraverso l'interramento di rami che danno origine ad una nuova pianta. È considerata una infestante in quanto tende a diffondersi rapidamente e si eradica con difficoltà. Poiché è una pianta eliofila, tollera poco l'ombra degli altri alberi, pertanto vegeta bene ai margini dei boschi e lungo i sentieri, nelle siepi e nelle macchie.
Della pianta non si utilizzano soli i frutti ma anche le radici, le foglie e i giovani germogli. Oltre alle more, infatti, anche le foglie, la corteccia e le radici possono essere utilizzate in erboristeria, in virtù delle loro spiccate proprietà terapeutiche. Sin dai tempi antichi si consigliava, e si consiglia tuttora, di masticare le foglie di mora qualora si soffra di gengive deboli e sanguinanti. Ottimo risulta il decotto, che, oltre che preparato in casa, si può facilmente trovare nelle nostre erboristerie. Le foglie vengono spesso utilizzate in impacchi e tisane che leniscono i dolori derivanti dalle ulcere gastriche o della pelle, come quelle derivate dai geloni alle mani ed ai piedi. Non va inoltre dimenticato anche il potere astringente della pianta, efficace in caso di problemi gastroenterici!
Nell'uso popolare, i giovani germogli, raccolti in primavera, sono ottimi lessati brevemente e consumati con olio, sale e limone al pari di molte altre erbe selvatiche. I germogli primaverili, colti quando il sole è alto, lavati e lasciati a macerare in una brocca di acqua fredda tutta la notte, danno una deliziosa e aromatica acqua depurativa, tradizionalmente usata per favorire le funzioni intestinali e depurare l'organismo dalle tossine accumulate durante l'inverno. In cucina i frutti possono essere usati al naturale e come guarnizione di dolci, yogurt e gelati, oppure nella confezione di marmellate, gelatine, sciroppi, vino e acquavite (ratafià). Ottimo anche il liquore ricavato dall’infusione delle bacche in alcool.
Le more presentano un contenuto nutrizionale significativo in termini di fibra alimentare, materie grasse, vitamina A, B9, K e C, acidi organici (citrico, malico, tartarico, folico), calcio, potassio, manganese, pectine, antocianosidi. I numerosi e grandi semi, contenuti nei frutti, non sempre apprezzati dai consumatori, contengono grandi quantità di acidi grassi omega-3 (acido alfalinolenico) e omega-6 (acido linoleico), proteine, fibra alimentare, carotenoidi, ellagitannini e acido ellagico. Dalla parte aerea della pianta sono stati isolati 3 nuovi antroni: rubantrone A, B e C. Il rubantrone A ha mostrato di possedere attività antimicrobica verso lo Staphylococcus aureus. Come tutti gli altri frutti di bosco, le more sono conosciute anche col nome di "frutti rossi" e solo ultimamente si è scoperto che contengono una grande quantità di sostanze con proprietà antiossidanti.
La presenza nei frutti delle antocianine (i pigmenti che danno la colorazione ai frutti di bosco) e dei flavonoidi, questi ultimi in grado di inibire la crescita delle cellule tumorali, dimostrano la grande bontà dei frutti di questa pianta. Uno studio condotto nell'Ohio e pubblicato sulla rivista Cancer Prevention Research del Gennaio 2009, ha confermato l'attività antitumorale delle antocianine e dei flavonoidi. Oltre a questo importante aspetto le more, oltre le proprietà depurative, diuretiche, antireumatiche e dissetanti, aiutano anche a combattere le malattie cardiovascolari mantenendo pulite ed elastiche le arterie, poiché contribuiscono ad eliminare il colesterolo "cattivo" dal sangue.
Anche senza tener conto di tutte queste benefiche proprietà, le more risultano ben utilizzate in cucina come alimento: oltre che fresche possono essere consumate, come detto, preparate come gustosa marmellata, oppure nella confezione di dolci o liquori. Non voglio dilungarmi oltre: prima di chiudere ecco due brevi ricette, una per la confezione della confettura di more e l’altra per preparare un buon liquore profumato, da servire a fine pasto ghiacciato o versato su un paio di cubetti di ghiaccio o sul gelato.
Ricetta per confettura di more:
Ingredienti: 1 Kg. di more, 400 gr, zucchero, 1 limone spremuto.
Dopo averle lavate, mettere le more in una pentola con lo zucchero ed il succo del limone. Cuocere a fuoco basso mescolando spesso per circa 50 minuti.
Continuare a mescolare ed eventualmente schiumare la confettura con una schiumarola. Per verificare la cottura versarne un cucchiaino su un piatto, lasciare intiepidire e se inclinando il piattino la confettura non cola, è pronta. Sterilizzare dei vasetti di vetro, versarvi la marmellata, chiudere e capovolgere e lasciare raffreddare. Se si vogliono evitare quei fastidiosi semini che fanno parte del frutto, prima di versarla nei vasetti passarla usando il passa-verdure.
Oplà, il gioco è fatto! Sentirete che bontà!
Ricetta per liquore di more.
Ingredienti: 500 grammi di more di rovo, 1 litro di alcool per liquori, 400 grammi di zucchero, mezzo litro d’acqua.
Lavare accuratamente le more e poi farle sgocciolare. Prendere un contenitore di vetro capiente a chiusura ermetica e mettere le more intere con l’alcool. Tenere in luogo fresco e asciutto per una ventina di giorni, agitando di tanto in tanto. Passati i venti giorni preparare uno sciroppo sciogliendo lo zucchero nell’acqua dentro un pentolino. Far bollire il composto per alcuni minuti e spegnere, lasciando ben raffreddare (mai aggiungere liquido caldo all’alcool che evaporerebbe).
Nel frattempo togliere le more dall’alcool e scolarle per bene. Filtrare il liquido alcolico e aggiungerlo allo sciroppo raffreddato, mescolando per bene. Imbottigliare e tenere a riposo per un mese circa. Se il prodotto risultasse troppo alcolico correggere con l’aggiunta di un po’ d’acqua.
Cari amici, le more sono una delle tante delizie che io oso definire “Bontà di Sardegna”! Esse meriterebbero da parte nostra migliore attenzione! Potrebbero davvero contribuire a rafforzare, insieme a tanti altri genuini prodotti sardi, i nostri “punti di forza” agro-alimentari, facendo uscire l’Isola da quel limbo millenario di isolamento e di sudditanza!
Ciao a tutti.
Mario

giovedì, ottobre 02, 2014

I POPOLI E IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE. SCOZIA, CATALOGNA, BRETAGNA E, A SEGUIRE, ANCHE CORSICA, NORD ITALIA E SARDEGNA… IL VENTO INDIPENDENTISTA SOFFIA FORTE IN EUROPA.



Oristano 2 Ottobre 2014
Cari amici,
pochi giorni fa ho fatto qui con Voi una riflessione sul recente referendum scozzese, che si è concluso con la risicata vittoria degli unionisti e la forte delusione degli indipendentisti. 
All’attenta lettura del risultato del referendum, non risulta tanto importante l’esito (che tra l’altro ha messo in luce non solo l’ampia partecipazione ma anche l’alta percentuale della popolazione favorevole al distacco), quanto la constatazione di una crescente “voglia d’indipendenza”! E’ come osservare l’effetto di un grosso sasso lanciato in uno stagno: i piccoli cerchi concentrici iniziali si allargano a dismisura, fino ad arrivare alla riva . Sicuramente a monte sono molteplici le motivazioni alla base di un simile comportamento collettivo, che, con forza crescente, ha iniziato un percorso “controcorrente”, rispetto alle “aggregazioni” (a volte innaturali) fatte nei secoli scorsi. Forse, alla base, c’è un rifiuto di fondo alla logica della “globalizzazione”, che vorrebbe portare – almeno in teoria – alla costruzione, oltre che di un unico mercato mondiale, anche ad di un’unica cultura universale, quella del liberismo consumistico occidentale! Le odierne “richieste di distacco”, in effetti, costituiscono il percorso inverso, rispetto al passato. Vediamo insieme, allora,  di capire meglio i motivi di tale disaffezione, partendo dal reale significato del suo principio-base: “l’Autodeterminazione” dei Popoli.
Il principio di autodeterminazione dei Popoli (diritto inderogabile, garantito dalle Norme Internazionali), stabilisce che un popolo, sottoposto a dominazione straniera, può in qualsiasi momento chiedere e ottenere l'indipendenza, e di scegliere autonomamente di autogovernarsi. Tale principio costituisce una norma di diritto internazionale generale, cioè una norma che produce effetti giuridici (diritti e obblighi) per tutta la Comunità degli Stati. Inoltre, questo principio è anche una norma di ius cogens, cioè diritto inderogabile, un principio supremo e irrinunciabile del diritto internazionale, per cui non può essere derogato neanche da convenzioni internazionali. Come tutto il diritto internazionale, il diritto di autodeterminazione viene ratificato dalle leggi interne dei vari Stati, come è avvenuto in Italia con la L. n. 881/1977, che l’ha incluso come legge dello Stato.
La prova lampante dell’esistenza di questo diritto si è manifestata di recente in Scozia, dove la Gran Bretagna, anche se mal sopportava l’idea che la Scozia si potesse staccare, ha considerato legittimo il referendum proposto dagli scozzesi. La richiesta, dunque, risultava pienamente giustificata, a prescindere dall’esito dalla consultazione. Non così, invece, sta avvenendo in Spagna, dove il caso della Catalogna, che da tempo domanda anch’essa un analogo referendum per la sua eventuale autonomia, vede bocciata la sua richiesta. Pochi giorni fa, con sentenza della Corte Costituzionale spagnola, il referendum indetto dalla Catalogna per il prossimo Novembre, è stato considerato “incostituzionale”. La sentenza, che stride fortemente con la norma sull’inderogabile autodeterminazione dei popoli, sta facendo discutere tutta l’Europa.
"Il referendum in Catalogna non si farà perché è incostituzionale", ha detto il numero Due del governo di Madrid, Soraya Saenz De Santamaria, dopo che il Presidente catalano Artur Mas ha convocato il voto sull'indipendenza per il 9 Novembre. "Nessuno è al di sopra della volontà del popolo spagnolo", ha aggiunto De Santamaria. Parole gravi, che comunque non fanno indietreggiare di un passo il Presidente catalano Artur Mas i Gavarró, che senza mezzi termini ha sostenuto che Lui andrà avanti comunque, anche se la Corte Costituzionale spagnola, ignorando il diritto internazionale, ha sentenziato che il referendum in Catalogna non si può fare.   
La discussa sentenza, che volutamente e arbitrariamente ha violato il “principio di autodeterminazione dei popoli, appare foriera di tempesta. Nella sentenza si legge che – eccetto quello spagnolo nella sua interezza – “nessun’altra parte di popolo può attribuirsi la sovranità” e che “una Comunità autonoma non può convocare unilateralmente un referendum di autodeterminazione”
Eppure la normativa internazionale appare chiara. I diritti umani e i diritti dei popoli sono beni assolutamente irrinunciabili e debbono essere garantiti con certezza. La stessa Carta delle Nazioni Unite stabilisce all’art. 1 che il rispetto dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei popoli costituisce uno dei fini principali delle Nazioni Unite.
Il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), Ban Ki-Moon, è intervenuto ufficialmente sulla situazione creatasi in Catalogna e ha detto che “le Nazioni Unite rispettano i processi di autodeterminazione.”  Ha anche chiesto che il processo catalano venga risolto attraverso il dialogo e con mezzi pacifici. “Tutte le questioni in sospeso tra i Paesi dovrebbero essere risolti pacificamente e attraverso il dialogo, nel rispetto delle reali aspirazioni delle persone interessate”, ha sottolineato il Segretario Generale delle Nazioni Unite.
Cari amici, a prescindere da come si risolverà la questione della Catalogna, la realtà è che l’anelito di “indipendenza” appare sempre più ampio, diffondendosi come un virus in tutta l’Europa, e non solo. Diversi altri popoli aspirano ad autogovernarsi, come i Baschi ed i Corsi ad esempio. Il basco Izaskun Bilbao in rappresentanza del “Partido Nacionalista Vasco” ha recentemente sostenuto che “la nuova Europa dei popoli deve essere costruita dal basso”; il corso François Alfonsi, del “Partitu di a Nazione Corsa”, afferma che “l’Europa non deve preoccuparsi per questo processo (ndr: di indipendenza), semmai dovrebbe cercare di essere più flessibile, in modo da essere in grado di accogliere le istanze di un popolo, il quale esiste in quanto riesce ad affermarsi democraticamente”.
L’Italia non resta immune da questa voglia di “distacco”. Spesso la causa principale è da attribuirsi ad un centralismo esagerato. Da tempo non pochi “rumors” fanno capire che “qualcosa si sta muovendo” anche nel nostro Paese, dove sia al Nord (in Padania) che al Sud (nella nostra Sardegna) si confrontano diversi movimenti che vorrebbero portare la popolazione ad esprimersi in senso autonomistico-indipendente.  Il Nord sembra più agguerrito e compatto, e la Lega da tempo non fa che ribadire la necessità del referendum. 
Meno compatto appare il fronte sardo autonomista-indipendentista, composto da diverse anime che, senza un progetto comune, difficilmente riusciranno a concretizzare il loro sogno.
Analizzando le motivazioni di tale disaffezione-insoddisfazione di popoli aggregati in passato, nei confronti di Stati considerati “Patrigni” e prevaricatori dei loro diritti e delle loro specificità, penso si possa sostenere che una delle ragioni debba essere attribuita agli effetti della Globalizzazione. Dinanzi a una crisi economica devastante, causata dalle “perverse” ripercussioni della globalizzazione che ha annullato le economie e le culture locali per imporre un mondialismo ed un centralismo costituito da ferree “Sovra-strutture”, come le Istituzioni Europee, la reazione non può che essere di rifiuto. 
Globalizzazione perversa che ha messo in seria difficoltà anche i vecchi Stati nazionali, con la conseguente necessità di far pagare ai più deboli il reale costo della crisi. Questo potrebbe significare che il futuro dell’Europa, se riuscirà ad uscire dalle secche ed a salvarsi, non sarà l’auspicata Europa delle Nazioni, ma quella dei Popoli e delle Regioni! In questo caso anche la globalizzazione attuale diverrebbe  qualcosa di diverso che lo studioso Zygmunt Bauman ha definito “Glocalizzazione” (termine che coniuga Globale e Locale); in sintesi questo significherebbe che i Popoli, pur uniti nella politica estera, nella difesa comune e nei grandi processi macroeconomici transnazionali, rimarrebbero autonomi e indipendenti sia culturalmente che a livello di microeconomia. Una via di mezzo: come dire: “In medio stat virtus”.
Cari amici, le Nazioni, come sono strutturate oggi, non hanno un grande futuro. Frutto di unioni costruite in passato con la violenza e con la forza, mettendo insieme popoli diversi (prevaricandone alcuni e privilegiandone altri), sono destinate a disgregarsi.
La Spagna in questo momento ne è un esempio eclatante: la radiografia fatta dagli analisti economici e finanziari ha evidenziato il suo eccessivo centralismo, che implica grosse problematiche al sistema finanziario del Paese, che privilegia alcuni e ne penalizza altri. Senza cambiamenti radicali il futuro appare nebuloso:  al pari dell’Italia,  anche in Spagna a pagare il prezzo più alto sono i più deboli. Il centralismo esagerato risulta disgregante: i ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione, il mercato del lavoro in crescente crisi, i rischi d’insolvibilità nell’erogazione delle pensioni e una limitata sicurezza negli investimenti, fanno della Spagna un Paese debole e ad alto rischio di esplosione.
Cari amici, difficile dire oggi come andrà a finire. Personalmente sono convinto che tutte le rivoluzioni lasciano sul campo morti e feriti, ma il cambiamento a volte non è solo utile ma addirittura necessario, anzi indispensabile. Partendo da una granitica certezza: l’autodeterminazione dei Popoli è un diritto sacrosanto, che nessuna forza, nessuna violenza potrà mai riuscire a spegnere.
Ciao a tutti.
Mario


mercoledì, ottobre 01, 2014

FORMAGGI GRASSI? NO, GRAZIE! E’ IL “GRAUKÄSE” IL FORMAGGIO PIÙ MAGRO AL MONDO!



Oristano 1 Ottobre 2014
Cari amici,
la Sardegna, come ben sappiamo, è terra di formaggi! Buoni, saporiti, di pecora, di capra o di vacca, ma tutti con una percentuale di grassi oltremodo alta, che, soprattutto ad una certa età, sono poco raccomandabili nelle diete tipo. L’altro giorno, però, navigando nel Web ho scoperto, che esiste un formaggio vaccino assolutamente magro, con una percentuale di grassi inferiore al 2%! Inoltre questo formaggio super-magro (risulta essere il formaggio più magro al mondo) pare sia non solo buonissimo ma soprattutto è italiano! Curiosi come siete, voglio riportare anche per Voi la storia di questo particolare formaggio.
Il “Graukäse” (la libera traduzione è Formaggio Grigio) appartiene alla famiglia dei “Sauerkäse”, i formaggi a coagulazione acida che non prevedono l’utilizzo del caglio. Questa particolare e antica lavorazione si diffuse nei secoli scorsi nelle alte valli dell’arco alpino tirolese. Le notizie storiche riportano all’anno 1325 le prime lavorazioni di questo tipo di formaggio, prodotto con latte crudo vaccino proveniente esclusivamente da allevamenti locali. Un’origine antichissima, dunque, documentata attraverso alcuni scritti presenti nei registri di Castel Badia (Sonnenburg), per secoli adibito a convento, nel quale erano ospitate le figlie della nobiltà locale. A loro erano riservate le produzioni alimentari più golose, ottenute mediante la riscossione delle tasse del periodo (decime), spesso versate col conferimento in natura. Ovviamente tra questi prodotti vi era anche il pregiato Graukäse del Rio Bianco, considerato il migliore.
La lavorazione di questo particolare formaggio si diffuse soprattutto nel cuore dell’antico Tirolo, in valle Aurina, e nelle altre che da essa si dipartono (Selva dei Molini e Rio Bianco); oggi il Graukäse è diventato un Presidio Slow Food (introdotto dal 2005). La sua attuale produzione inizia ai primi di giugno per terminare a fine settembre, in quanto legata esclusivamente all’alpeggio. La stagionatura abituale è di circa 2 settimane, ma un’altra particolare tipologia a bassa temperatura permette un affinamento fino a 12 mesi. Questo formaggio magro lo è davvero: è quasi certamente il più magro dei formaggi esistenti, considerato che, come detto prima, la materia grassa sul residuo secco non supera il 2%. L’origine di tale peculiarità sta nella sua stessa natura: esso è prodotto con il latte avanzato dalla produzione del burro, dopo aver perso praticamente la gran parte della materia grassa.
Il latte, una volta privato del grasso con l’estrazione del burro, viene lasciato a riposare nel contenitore per due giorni; in queste 48 ore si innesca al suo interno la coagulazione acida. A questo punto la massa semi-liquida viene riscaldata molto lentamente fino a raggiungere la temperatura di 55°C. La cagliata ricavata viene estratta a mano con un telo di lino o di cotone, e successivamente appesa, in modo da favorirne la spurgatura. Una volta eliminata la gran parte il siero (dopo una mezz’ora circa) la cagliata viene finemente frantumata con le mani. Segue poi la salatura a secco (alcuni produttori aggiungono piccole quantità di pepe) e la pressatura, sempre a mano, negli appositi stampi, rotondi o quadrati.

La stagionatura ha una durata di circa due o tre settimane a 25°C, in un ambiente temperato con umidità naturale. Le forme maturano su ripiani di abete e possono variare dai 500 grammi ai 7 chili. Durante il periodo di affinamento vengono regolarmente rivoltate, senza però essere pulite. Viene utilizzata anche un’altra particolare stagionatura definita a “freddo”, dove la maturazione a 25°C viene interrotta dopo circa dieci giorni e le forme trasferite in un luogo più “freddo” nel quale l’affinamento continua al massimo fino a 12 settimane.
Nel corso della stagionatura il Graukäse sviluppa delle muffe fungine grigio-verdi, che imprimono un sapore forte e un odore potente e penetrante, mentre la forma diviene irregolare. E’ un formaggio che non ha crosta, con una pasta che si presenta marmorizzata, e un nucleo bianco-gesso: il colore può variare a seconda del grado di maturazione fino a divenire giallo e untuoso, con un odore decisamente penetrante costituito da note pronunciate e decise, date dalle componenti acidule e fermentative. E’ presente in maniera predominante anche una nota amarognola che può crescere a seconda della quantità di siero che il casaro lascia al momento di essere spurgato.
Nelle attuali aree di produzione (Valli di Tures e Aurina da Gais fino a Casere (Kasern), comprese le valli laterali quali Selva dei Molini (Muehlwald), Lappago (Lappach), Rio Bianco (Weissenbach) e Riva di Tures (Rein) in provincia di Bolzano, si cerca di favorire il recupero della produzione artigianale del Graukäse, ormai da tempo sostituita e accantonata, a seguito dell’invasione dei formaggi di valle e di latteria (fatti con l’utilizzo di latte pastorizzato e fermenti). Il progetto, sponsorizzato tra gli altri dalla Camera di Commercio di Bolzano e Provincia Autonoma di Bolzano, vuole far riemergere l’antica tradizione, con il recupero della vera produzione artigianale del Graukäse attraverso le tecniche originali di caseificazione e utilizzando esclusivamente il latte crudo proveniente da allevamenti locali. L'obiettivo è anche quello di coinvolgere nuovi produttori e di costituire una associazione che li riunisca.
Il turismo, cari amici, si conquista anche in questo modo! In tempi come quelli che stiamo attraversando, dove “il magro” ha un altissimo valore, rispetto al prodotto grasso, il Graukäse  può rappresentare un grande prodotto di nicchia. 
L'abbinamento classico, per gustarlo nel modo migliore, è quello di preparare dei pezzetti di Graukäse condendoli con una giusta dose di olio d’oliva, aceto di vino, e una piccola quantità di cipolla tagliata molto sottile. Si può servire con frutta secca, come nocciole e noci, ma si abbina anche alla polenta. Si può utilizzare anche per condire gnocchetti, paste corte e risotti. Si può infine degustare imperlato di miele. Un prodotto così sapido richiede l'abbinamento con del vino altrettanto di nerbo: si abbina a vini rossi di buon corpo o anche vini amabili, capaci di ammorbidirne i toni acuti e pungenti.
Cari amici, credo che anche la Sardegna, che in fatto di formaggi non è seconda a nessuno, potrebbe, volendo, “inventarsi” un formaggio magro, capace di conquistare palati anche difficili e sopraffini. Sperimentare è un’arte difficile, ma se non ci si prova non si arriverà mai a scoprire…niente! Chissà se i giovani (e ne abbiamo di validissimi) troveranno nella nostra terra sarda e nei suoi prodotti genuini il segreto per vivere, meglio di noi oggi, il loro domani!
Ciao.
Mario