domenica, ottobre 06, 2013

L’AMICIZIA CHE QUALCHE VOLTA TI SORPRENDE. BEPPE MELONI, UN PASSATO DA BANCARIO (COME ME), DA SEMPRE UN ATTENTO OSSERVATORE DELLA REALTA’ ORISTANESE.



Oristano 6 Ottobre 2013
Cari amici,
l’amicizia è quello straordinario dono di Dio capace non solo di farti sentire la concreta e tangibile capacità di vivere insieme nella Comunità umana, ma anche di darti costantemente la certezza che la vita umana vale la pena di essere vissuta soprattutto amando e non  odiando, sgombrando il campo dall’egoismo e dall’individualismo, abbracciando e non respingendo il fratello.
L’amicizia è un gioiello raro, prezioso. Si dice che chi ha un amico vero possiede un grande tesoro, ed io credo di poter confermare, per averlo toccato con mano, questo detto comune. Ieri mattina Beppe mi ha telefonato a casa. Dopo i convenevoli mi ha detto guarda Mario, ho completato la lettura del tuo libro “Marieddu” e ho elaborato nella mia pagina Facebook un commento al tuo lavoro. Dopo averlo ringraziato ho cercato subito un modo per andare a leggerlo (non sono un utente di facebook anche se sono attivo su Twitter): ero curioso di conoscere cosa aveva mai scritto su di me l’amico Beppe.
La mia amicizia con Lui risale a vecchia data e, nonostante il trascorrere del tempo e l’aver intrapreso, io e Lui, percorsi diversi, non si è mai affievolita. Nel mio recente ultimo libro (“TRACCE, orme fragili nel cammino della vita – Fatti e Personaggi di Oristano e dintorni”), uno dei “ricordi” l’ho dedicato proprio a Lui, l’amico di sempre.
Non è facile parlare di se stessi, quindi lascio a Voi la lettura del Suo pensiero nei miei confronti e del mio verso di Lui. Spero che la lettura dei due “pezzi” non Vi annoi più di tanto…
Grazie!

Beppe Meloni , su Facebook in data 5 Ottobre 2013
 “Marieddu, Bauladu e dintorni”.

 












 Il primo mare, l’antico profumo del pane, la scuola de “Su Maistu Pisu”, la cena all’Ave Maria, l’internazionale ciclistica Sassari-Cagliari. E, ancora, il carretto delle paste di piazza Manno, il professor De Cesaris, “il sacco” di piazza Roma, la straordinaria amicizia con Remo Branca. Sono alcuni dei cento racconti che Mario Virdis, sessantotto anni giovanilmente portati, ha messo in fila nel libro “Marieddu, ricordi di gioventù. Bauladu e…dintorni”. Frammenti di vita quotidiana nella Sardegna del dopoguerra, nei racconti di un ragazzo che “non vestiva alla marinara”(EPDO edizioni di Roberto Cau - Oristano 2012). Confezionato in velocità a prezzi contenuti da una stamperia dei nostri tempi.
Un ritorno della memoria a quel ”piccolo mondo antico” di casa nostra, tra Bauladu, ai piedi della collina di Santa Vittoria e quella Oristano dei difficili anni Cinquanta del secondo dopoguerra e del postfascismo, in lotta contro il flagello antico della malaria. Che somiglia molto all’Italia di oggi, alle prese con un’opera di ricostruzione economica, etica e morale, che ha dell’incredibile. Scorrono veloci i capitoli dall’ingresso a scuola, al passaggio dall’infanzia alle prime responsabilità. La grande cattedra, grembiule nero e colletto bianco, calamaio incastrato nei banchi di legno.
Anni indimenticabili di povertà generale, quando non c’era riscaldamento, e nelle case il camino era l’unica fonte di calore. E il pasto quotidiano era un problema per molte famiglie di Bauladu, paese povero tra Campidano e Logudoro, dove l’unico lavoro era “la giornata” in campagna. Poi gli studi superiori, il diploma, il lavoro nella banca tutta sarda, il matrimonio, la famiglia, i giorni della pensione. Con nuovi traguardi e laurea in età matura in scienze della comunicazione nell’ateneo sassarese.
Momo Zucca, anche lui adolescente a Bauladu, nella presentazione definisce quello di Marieddu” un romanzo di formazione, in cui l’io narrante ha frantumato in mille sfaccettature il caleidoscopio della vita, nel tempo immediatamente successivo la seconda guerra del “secolo breve”. Un percorso umano e sociale, vissuto intensamente all’insegna del fare. Senza scorciatoie o mezze misure. Com’è nel temperamento di Marieddu. Un ragazzo, come dice lui, ”che non vestiva alla marinara”.
Beppe
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Ecco ora il mio “pezzo su di Lui, nel mio libro “TRACCE, orme fragili nel cammino della vita – Fatti e personaggi di Oristano e dintorni” ediz. Emmevu 2013.


 













L’AMICO BEPPE MELONI, DALLA BANCA ALLA COMUNICAZIONE. UN ATTENTO OSSERVATORE DELLA REALTA’ ORISTANESE.

Ho conosciuto Beppe Meloni quando entrambi facevamo lo stesso lavoro: bancari, anche se in banche diverse, Lui al Credito Italiano io al Banco di Sardegna. Beppe, però, di carattere era diverso da me, più portato  al confronto, alla dialettica. Per oltre vent’anni ha svolto il delicato incarico di Rappresentante Sindacale del settore del Credito (con incarichi a livello regionale e anche nazionale); in quest’attività non si limitava a occuparsi delle questioni specificatamente relative al settore del credito ma operava con un raggio d’azione più grande, spaziava nella globalità del contesto sociale, politico e culturale, concentrando la Sua attenzione in particolare su  Oristano. Fu segretario della Camera del Lavoro di Oristano (dal 1981 al 1984) e fin da giovane si occupò di giornalismo, per passione. Iscritto all’Albo dei Pubblicisti è stato per anni corrispondente di quotidiani, mensili e settimanali.  Oggi Beppe è in pensione, ma non ha ancora appeso al chiodo la sua voglia di raccontare Oristano.
La vasta esperienza maturata in anni di impegno civile e la Sua costante ricerca sul nostro territorio fanno oggi di Beppe Meloni uno dei massimi conoscitori della storia del nostro territorio, in particolare della Oristano dell’ultimo secolo. Suoi articoli “storici” sulla Oristano del passato li possiamo trovare sia nell’Unione Sarda che nella Nuova Sardegna. Beppe, inoltre, è autore di numerose opere: nel 1986 firma un’opera a più mani dal titolo “Tharros 1906-1986. Ottant’anni nel cuore”; nel 1997 diede alle stampe il volume “Quelli del Canopoleno, storia e cronaca del prestigioso Convitto di Sassari”, edito da Carlo Delfino; nel 1999 seguì con “Oristano, memoria e cronaca”, edito da S’Alvure e successivamente, nel 2003, “Oristano, Novecento e dintorni”, sempre edito da S’Alvure.
Beppe può essere certamente definito un “Oristanese con la città nel cuore”, per la Sua passione e per il Suo amore per la città. La nostra conoscenza si rafforzò quando la Pro Loco di Oristano, nell’intento di far uscire un volume per i 50 anni dell’associazione mise in piedi un gruppo (nel quale ci siamo ritrovati), per realizzare a più mani “un percorso storico” della vita dei primi cinquant’anni del sodalizio. Lavorammo insieme e diventammo amici. L’amicizia, come ben sappiamo, col passare del tempo si rafforza: anche quella con Lui col tempo diventò sempre più intensa.
L’avere, poi, amici comuni, con gli stessi ideali, rafforza, consolida e allarga l’amicizia. Quando ci incontriamo, da soli o con gli altri amici, è facile tornare indietro nel tempo: ricordare fatti, persone e luoghi oggi così ben diversi dal passato, spesso snaturati e corrotti. Beppe, nella sua lucidità ricostruttiva è un custode fedelissimo dei ricordi del passato, di quei ricordi che sono le nostre radici. Nelle Sue lucide esposizioni Beppe sembra ricordarci, parlandone e scrivendone con grande competenza, che non c’è futuro senza un solido ancoraggio al passato, come l’albero, che cresce e si sviluppa attingendo alle sue solide e portanti radici.
Grazie Beppe, del Tuo amore per Oristano che riesci a trasmettere anche agli altri!
Mario
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Grazie anche a Voi, cari amici lettori, della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario


sabato, ottobre 05, 2013

LA CALZA NELLA STORIA. UN ACCESSORIO APPARENTEMENTE SCONTATO E BANALE CHE HA ATTRAVERSATO I SECOLI CON UNA METAMORFOSI STRAORDINARIA.



Oristano 5 Ottobre 2013
Cari amici,
chi di noi, fin dai primi anni di vita, non ha mai avuto a che fare con le calze? Credo nessuno! Dalle prime calze/scarpette in lana, indossate per avvolgere i minuscoli piedini del neonato, ai grandi calzettoni in lana per andare sui campi di sci, dalle calzette bianche da indossare con le scarpe da ginnastica, alle calze di nylon con la giarrettiera, dai collant alle lunghe calze scure maschili o ai vituperati calzini corti. Tranne che nel breve periodo prettamente “marinaro”, trascorso a piedi nudi sulla spiaggia, credo che la calza ci accompagni dalla culla alla tomba!
E’ una storia lunga quella della calza, una storia che affonda le sue radici nei secoli, essendo stata indossata anche nella civiltà egizia: nelle tombe dei faraoni sono stati ritrovati frammenti di calze lavorate a maglia. In Cina, fin dall'antichità, era ritenuto molto sconveniente mostrare i piedi nudi in pubblico, ragion per cui venivano accuratamente fasciate le proprie estremità. I pastori e i contadini dell'antica Grecia, invece, pensavano che tenere al calduccio i piedi fosse necessario e piacevole, e perciò prima dei sandali, si infilavano ai piedi i calzari, una specie di fodera della calzatura vera e propria. Anche gli antichi Romani usavano avvolgere le gambe con fasce di tela o di lana.
La nascita della calza, però, così come viene intesa in senso moderno, risale al Medioevo, quando la seta cominciò ad essere lavorata proprio per realizzare questo tipo di indumento. A indossare le calze, però, erano esclusivamente gli uomini, unici destinatari, come nei secoli precedenti,  di questo accessorio. L’esclusiva maschile, però, un bel giorno finì! Successe nel momento in cui alle donne, dopo secoli, fu concesso di mostrare le gambe. Nel Medioevo, in Europa, oltre l’uso della seta per realizzare le calze vere e proprie, si diffuse anche il costume di coprire non solo i piedi, ma anche le gambe con le “calcia”, lunghe calze di sottile pelle o di tessuto, molto aderenti, che sostituivano i calzoni. L’usanza durò fino al Settecento, quando nella moda maschile questo tipo di calze venne sostituito dai pantaloni veri e propri, meglio adatti a coprire le gambe.
La scoperta delle calze da parte delle donne avviene intorno al 1.300, quando queste incominciarono a indossare, rigorosamente sotto la veste, calze di panno e di seta, lunghe fino al ginocchio e quasi sempre di colore rosso. Successivamente, intorno al 1400, le dame veneziane diffusero la moda delle calze lunghe, antenate della moderna calzamaglia, ricamate a mano e impreziosite da trine e merletti. La costosa produzione manuale, che riservava questo accessorio solo ai ceti abbienti, fu soppiantata presto, però, dalle macchine. Fu l'inglese William Lee a ideare nel 1589 il primo telaio per produrre le calze in serie. Qualcuno, dopo essere riuscito a copiare il modello di quella macchina utilissima, la riprodusse in America, che era già stata colonizzata dagli inglesi. Il successo fu immediato: le calze furono accolte con grande simpatia e il fabbricante si arricchì. Nel Seicento in Inghilterra vennero censiti circa seicento telai adatti a fabbricare calze e ben presto i calzettai diventarono una corporazione di artigiani molto importante. La successiva invenzione dei telai meccanici incrementò ancor più la produzione allargando il mercato: innumerevoli tipi di calze,  lunghe, corte, di cotone, di lana, di seta, di fibre sintetiche, colorate e ricamate, resistenti, velate, eleganti, sportive, comode e adatte alle esigenze e al gusto di persone di ogni età, si diffusero senza limiti.
Nate per esigenze maschili le calze trovarono terreno fertile nel fantasioso mondo femminile. Una volta sdoganata da parte delle donne la possibilità di mostrare le gambe, le calze ebbero un successo straordinario! Il nuovo accessorio riservato alle gambe iniziò lentamente a trovare un posto importante fra i loro capi di vestiario, sino a diventare - nelle versioni velate in seta - simbolo del lusso e della femminilità. Un lusso destinato inizialmente solo a poche donne. Sarà il Novecento, ad iniziare dagli Anni Venti, con l'invenzione del rayon - ribattezzato "seta artificiale" ad allargare ampiamente le fasce di mercato: le calze, fabbricate con il nuovo materiale che dava alle gambe una piacevole velatura, diventarono accessibili ad una più larga fascia della popolazione e si diffusero velocemente. Si trattava, allora, di calze prodotte col sistema della maglia sagomata e cucita. La vera rivoluzione nel mondo delle calze da donna, infatti, non era ancora arrivata. Bisogna aspettare la fine degli Anni Trenta per assistere ad una vera e propria rivoluzione epocale.
Fu il francese studioso di chimica Eleuthère Irènèe DuPont de Nemours, immigrato nello Stato americano del Delaware, e titolare nel 1902 di un impianto per la produzione di polvere nera, a creare questa rivoluzione. Proprio da quella piccola azienda di tipo familiare nel 1938 uscì il “Nylon”, inventato da Wallace H. Carothers: era questo nuovo prodotto la prima “fibra sintetica”, che veniva definita "resistente come l'acciaio e delicata come una ragnatela".
Le calze costruite con la nuova fibra ebbero un successo strepitoso: le calze di nylon, inizialmente vendute in pochi negozi di Wilmington, il centro in cui aveva sede la DuPont de Nemours, andarono a ruba. Per acquistarle donne e uomini arrivavano a Wilmington persino da New York! La produzione subì un  incremento incredibile e la distribuzione ben presto fu estesa a tutto il Paese americano, sino a raggiungere - dopo il primo anno - la quota di 64.000.000 di paia vendute. Nel 1940, con l'inizio della seconda guerra mondiale, la produzione di calze in nylon subì una brusca interruzione, soprattutto nei titoli più fini (la finezza del filato (o gauge in inglese) si misura calcolando il numero di aghi presente in un pollice. Altra “Unità di misura” usata per descrivere lo "spessore" della calza è costituita dai “Denari”: più basso è il numero di denari e più trasparente è l'indumento. Il numero di denari corrisponde al peso in grammi di 9000 metri di filo usato per la fabbricazione delle calze: ad esempio 9000 metri di filo usato per tessere una calza 20 denari pesano 20 grammi).
Pur meno resistenti le calze più sottili erano le più richieste, e quelle tessute con un alto numero di denari, essendo meno trasparenti ancorché di maggiore durata, non erano preferite. Fu quello della guerra un periodo di carestia, ma la fantasia delle donne che amavano esibire la loro femminilità,  arrivò a disegnarsi sulle gambe quella cucitura posteriore che caratterizzava le loro amatissime compagne quotidiane! Terminato il conflitto le calze riapparvero in gran numero, facendo riassaporare alle donne tutta la loro desiderabilità. Riapparse le agognate calze sul mercato fu subito un delirio di acquisti: davanti ai negozi si formavano lunghe code di donne (come pure di uomini "incaricati" all'acquisto) e, fra di esse, non mancò nemmeno qualche lite furiosa per l’accaparramento. Una nota di colore: i soldati americani che sbarcarono in Italia nel 1944 per la liberazione, si racconta che, per ingraziarsi la popolazione (soprattutto femminile), distribuissero a piene mani proprio calze di nylon!
 Gli Anni Cinquanta portarono, nel mondo delle calze, una nuova rivoluzione che, nata negli USA, arrivò presto anche in Europa: era nata la calza senza cucitura! Questo nuovo modello si arricchì ben presto di nuove velature e di nuovi colori, mentre i progressi tecnologici, che resero il nylon meno costoso, e dunque più accessibile, allargarono ancora il mercato. Con gli anni Sessanta arrivò una ulteriore rivoluzione nei mondo della calzetteria, e, manco a farlo apposta, è ancora una volta firmata DuPont! Il colosso americano lanciò sul mercato il suo “elastam Lycra”. Inizialmente questa nuova fibra venne utilizzata nella fabbricazione delle calze medicali, ma quando nella prima metà del 1965 André Courrèges e Mary Quant lanciarono la minigonna, il collant si fece strada, affiancando quella microgonna che mostrava le gambe in tutta la loro bellezza!
In campo femminile le calze sembrano destinate a combattere una battaglia senza fine: sembra di assistere ad una rivoluzione senza limiti. L’invenzione del collant da parte di Allen Grant, che lo concepì nel 1959 utilizzando il nylon come materiale, ebbe un grande successo imponendosi come nuovo strumento di moda, frutto dell'incontro fra la tecnologia ed i nuovi filati. Successivamente tecnica e moda continuarono a procedere di pari passo, ravvivando il mercato con l' avvento di calze e collant in pizzo negli Anni Settanta, imponendo i velati eleganti dall' aspetto setoso negli Anni Ottanta e culminando nella ricerca del massimo comfort negli Anni Novanta. L’inizio del Terzo Millennio si apre all’insegna della rivincita delle “vere calze”: innovative autoreggenti  con LYCRA® di ultima generazione che parlano di femminilità e seduzione, magari arricchite da intrecci di lacci sul retro che ricordano audaci corsetti. Modelli come la “calza-bustier” Cocò di La Perla, che si chiude con i caratteristici gancetti da corsetteria e lascia intravedere una maliziosa fettuccia colorata che si intreccia sulle gambe, miscelano il fascino dell’antico con la moderna tecnologia. Oggi l’allure anni ’40 della riga posteriore torna a slanciare le gambe, come nella nuovissima autoreggente con LYCRA®, proposta sempre da La Perla, che abbina al celebre motivo un fiocco “bon –ton” sulla caviglia. Infine è dell'estate scorsa l'ultima provocazione trendy: il collant infradito per gambe coperte e piedi in bella mostra!

Cari amici, il reale motivo per cui le calze hanno affascinato il mondo femminile è che queste rendono più belle le gambe, nascondendo difetti ed esaltandone i pregi. Le calze, più o meno velate, migliorano le curve, mascherano le imperfezioni come macchie, nei e graffi e rendono le gambe più toniche. Come se non bastasse sono piacevoli al tatto e con il design possono soddisfare i gusti modaioli e attirare l'attenzione. Evitiamo di prenderci in giro: sicuramente anche una calza velata contribuisce a tener calde le gambe e aiuta la circolazione ma il suo ruolo primario è estetico. Gambe che indossano delle calze velate attireranno gli sguardi maschili come una calamita ma con eleganza e senza nessuna volgarità. Fare in modo che le donne si sentano ammirate e sicure di se stesse, è questo il compito primario delle calze, compito sempre assolto meravigliosamente nel tempo!
Non ci sono dubbi. Da semplice accessorio di abbigliamento quale era in origine la calza è diventata con il tempo un complemento significativo dell’abito stesso, quasi una sua appendice: parte integrante e irrinunciabile di un modo di vestire e vivere la moda. Dietro ogni modello di calza ci sono attenti studi rivolti al passato al fine di cogliere suggestioni da riadattare in chiave moderna, si guarda all’evoluzione del colore, dello stile, del costume. In queste indagini gli stilisti del prêt-à-porter e dell’alta moda hanno un ruolo determinante per mettere a punto la particolarità delle calze per adattarle a ogni stile, di moda e soprattutto di donna.
Per chiudere questa mia riflessione, che senza ombra di dubbio ha trascurato il settore maschile, avendo dedicato maggior tempo alla moda femminile, vorrei ironicamente “girare a Voi” l’annoso “nostro” quesito, rimasto sempre senza risposta, quello di:
 “Dove vanno a finire le calze “spaiate”, che improvvisamente ciascuno di noi, giorno dopo giorno trova “solitarie”, senza riuscire a trovare la compagna”? Il dilemma, pare, affligga gli uomini di tutto il mondo.

A tutti quanti noi è capitato di andare nel cassetto delle calze e di porsi questa domanda, spesso in modo anche abbastanza colorito. Le nostre calze sembrano smaterializzarsi, cambiare camaleonticamente colore o peggio ancora venire rapite da extraterrestri o, addirittura, per una sconosciuta ragione fuggire nel famoso “Paese delle calze perdute”! Fatto sta che nei nostri cassetti, dopo quel fatidico momento in cui le indossiamo per la prima volta, è difficile che le si possa ritrovare ripiegate e lavate a distanza di 2/3 lavaggi. Spesso non fanno ritorno sui nostri piedi neanche dopo averle usate una sola volta, ahimè. Che cosa accada nessuno lo sa. Ho provato anche a parlare con loro, a lavarle a mano, ma nulla è cambiato. Non so se mai verrò a capo del mistero, ma intanto ho provato e riprovato a trovare qualche soluzione che vorrei suggerire anche a Voi. Ecco il riepilogo dei miei tentativi fatti:
1) ho provato a lavarle legandole insieme dopo averle tolte, ma spesso il nodo si scioglie;
2) ho tentato a lavarle io a mano un paio alla volta, ma l’idea di fare la bella lavanderina, spesso non mi esalta proprio;
3) ho anche tentato di infilare le calze una nell’altra, ma anche in questo caso la conseguenza è stata quella del punto primo;
4) per rabbia ho anche buttato via le calze dopo averle messe una volta sola, ma in tempo di crisi come quello attuale mi sembra una soluzione impraticabile;
5) anche il tentativo di comprare 6 paia di calze blu 6 paia di calze nere 6 paia di calza grigie all’inizio di ogni stagione e chiedere a mia moglie di fare un piccolo disegno con un filo di diverso di colore “sgargiante” su ognuno dei tre lotti, non ha portato significativi risultati (nei lavaggi i colori cambiano in modo camaleontico);
Avvilito per non aver trovato soluzioni accettabili credo che mi rassegnerò ad applicare quell’artifizio apparentemente abbastanza banale. Ho in mente di comprare tanti sacchetti di cotone bianco (con chiusura a zip, capace di dare sicura garanzia che non possano scappare), dove inserire le calze prima di lavarle! Non ho ancora deciso se, per maggior sicurezza, comprerò anche dei piccoli lucchettini per chiudere lo zip dei sacchetti ed evitare fughe non autorizzate nel “Paese delle calze perdute”!
Grazie, cari amici, della Vostra sempre splendida attenzione.
Mario

giovedì, ottobre 03, 2013

STORIA DELL’ANTIQUARIUM ARBORENSE, NATO NEL 1938 DALL’ACQUISIZIONE DA PARTE DEL COMUNE DI ORISTANO DELLA PRESTIGIOSA “COLLEZIONE PISCHEDDA”.



Oristano 3 Ottobre 2013

Cari amici,

la mia recente riflessione sull’illustre oristanese Peppetto PAU, primo direttore dell’Antiquarium Arborense, mi da l’opportunità di parlare qui del nostro museo, che può essere considerato uno dei più importanti della Sardegna.

L’Antiquarium Arborense nasce ufficialmente nel 1938 con l’acquisizione al pubblico patrimonio della pregiata Collezione Pischedda, messa su da Efisio Pischedda, avvocato di Seneghe, amante sin da giovane di archeologia e antichità, che strinse fruttuosa amicizia con il canonico Giovanni Spano, responsabile per i Musei e gli scavi della Sardegna.
Efisio Pischedda era nato a Seneghe, centro dell’Oristanese, nel 1850 da un’agiata famiglia di possidenti. Da loro viene avviato alla carriera in legge, dato che suo padre era notaio e sua madre apparteneva ad una famiglia di magistrati. Il suo grande interesse per l’archeologia gli fu facilitato sia dall’esercizio della professione forense, che lo mise in contatto con clienti legati a questo mondo, che dalle frequentazioni e dalle amicizie coltivate nell’ambiente dei Musei e delle Antichità. L’amicizia, in particolare, con il  Canonico Spano, primo Commissario per i Musei e gli Scavi della Sardegna e poi direttore del Museo di Cagliari, gli consentì di acquisire, non appena ne ebbe notizia, la preziosa collezione di Giovanni Busachi, di cui faceva parte un preziosissimo scarabeo intarsiato con punte d’oro, insieme ad altri numerosi reperti che Busachi aveva messo insieme in trent’anni di lavori e scavi. Dopo la morte del Canonico Spano, avvenuta nel 1878, Pischedda strinse cordiali rapporti con il suo successore, Filippo Vivanet e con il fedele discepolo dello Spano, Filippo Nissardi. Attraverso questi buoni legami, nel luglio del 1891 il Pischedda chiese e ottenne dal Ministero dell’Istruzione Pubblica il permesso per effettuare degli scavi a Tharros e nel Sinis di Cabras.

I suoi primi scavi riguardarono la zona de “Su Muru Mannu”, la fortificazione muraria a ponente della torre di San Giovanni di Sinis, dove rinvenne diverse tombe romane. Successivamente Pischedda proseguì i suoi scavi ottenendo un ulteriore rinnovo della concessione da parte del Ministero. Innumerevoli i ritrovamenti che nelle varie campagne di scavo il Pischedda riuscì a portare a casa, eludendo spesso le relazioni obbligatorie da fare alla Direzione del Museo di Cagliari. Nella Sua abitazione privata in Oristano il Pischedda realizzò un incredibile e straordinario “Museo Privato”, considerato dagli esperti “la più cospicua fra le collezioni private formatesi in Sardegna”, come sostenne con competenza anche l’archeologo Doro Levi.
Per mezzo secolo, sino alla sua morte, Efisio Pischedda accolse nel suo Museo studiosi provenienti sia dall’Italia che da numerose nazioni europee, intrattenendo anche rapporti epistolari con archeologi di chiara fama. Il Pischedda apriva tuttavia le porte del suo museo anche ai rari turisti della Oristano del primo Novecento, tant’è vero che la prima edizione della Guida Rossa della Sardegna, del Touring Club Italiano, citando Oristano, faceva puntuale riferimento alla collezione Pischedda.
Di quella straordinaria originaria collezione, però, mancano oggi i pezzi più preziosi e pregiati, che svanirono nel nulla. Una tradizione orale raccolta dalle labbra dell’ultima governante di Efisio Pischedda, Donna Sara Marongiu, da parte del primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, Peppetto Pau, racconta che la notte della morte dell’avv. Pischedda la cassetta con gli ori punici e romani e le gemme, fu recata ad un misterioso avventuriero che aveva preso temporaneo alloggio all’Albergo Industriale (poi Firenze) in Piazza Roma. 
Così scomparvero i pezzi più preziosi e unici della straordinaria collezione. Anche gli altri reperti corsero il rischio di passare al British Museum e a Berlino. Fortunatamente, otto anni dopo la morte dell’avvocato, nel 1938, il podestà di Oristano Paolo Lugas e l’archeologo Doro Levi riuscirono ad far acquistare al Comune i materiali di Pischedda, dando vita all’Antiquarium Arborense. Una scritta, incisa su una lastra di marmo bianco, commemora l’avvenuta costituzione dell’ “Antiquarium” cittadino.



Il Museo “Antiquarium Arborense” è, dal 1992, ospitato nell’ottocentesco Palazzo Parpaglia.
La collezione Pischedda, acquisita dal Comune di Oristano, si compone di numerosissimi reperti, che sono testimonianza di un arco temporale amplissimo. Dai reperti di Età Prenuragica (5000-1800 a.C.) a quelli del Paleolitico Inferiore (200-150.000 a.C.) ed al Mesolitico (12.000 a.C. circa). A seguire i reperti dell’Età del Rame (2700-1800 a.C.) e dell’Età del Bronzo Antico (1800-1500 a.C). Ben rappresentata, con interessanti reperti, sia l’età Fenicio-Punica che l’Età Romana; anche la successiva Età Vandalico-Bizantina (460-534 d.C. / 534-900 d.C.) è presente con numerosi reperti. Arricchiscono la collezione museale le lucerne mediterranee di produzione africana (sec. V-VI d.C.), tra cui spiccano una lucerna giudaica con la menorah (candelabro a sette braccia), rappresentante la prova della presenza di un nucleo di ebrei a Tharros nel sec. IV d.C., e delle lucerne paleocristiane col chrismon (monogramma di Cristo o della croce gemmata) appartenenti al sec. V d.C. A queste si affiancano le lucerne bizantine di produzione orientale, probabilmente egiziana, del sec. VII-VIII d.C.
Oltre la principale Collezione Pischedda, sono pervenute al Museo, successivamente, altre collezioni. Completano, infatti, la collezione Pischedda cinque collezioni minori donate all’Antiquarium Arborense dalle famiglie: Carta, Vitiello-D’Urso, Sanna-Delogu, Cominacini-Boy e Pau, che comprendono materiali principalmente delle stesse epoche. Eccone per sommi capi la composizione.
La collezione di Angelo Carta, costituita dai suoi antenati intorno alla metà dell’800, raccoglie materiali di età fenicio-punica, romana e bizantina. Segnaliamo fra i primi un’anforetta cartaginese, un askòs a forma di volatile e ceramica attica importata nel V sec. a.C. dai mercanti tharrensi. Per l’epoca romana, oltre alla ceramica sigillata italica e ceramica comune, spicca un’urna cineraria in vetro soffiato verde-azzurro del sec. I d.C. Alla fase bizantina si ascrive la lucerna di produzione orientale (egiziana).
La collezione Vitiello-D’Urso è formata dal corredo di una tomba greca della necropoli di Cirene della fine del IV-inizio III sec. a.C. I materiali funerari sono composti da: un’anfora a vernice nera di produzione alessandrina o apula con graffito sul fondo il nome del proprietario Parmeniskos figlio di Erostratos, una statuetta di divinità femminile, un guttario (vaso per versare l’olio nelle lucerne) e, infine, una coppa a vernice nera.
La collezione Sanna-Delogu comprende materiali preistorici, fenicio-punici, romani e alto-medioevali derivati in prevalenza da Tharros e dal Sinis. Eccezionale importanza ha la statuetta della Dea-Madre in arenaria, riferibile probabilmente all’Eneolitico Antico (2700-2300 a.C). Il vasellame fenicio comprende una brocca con orlo a fungo e altri manufatti di ambito funerario. Di età romana sono le ceramiche a vernice nera, in sigillata italica, in sigillata chiara A e il vasellame comune. Di ambito tardo romano è una lucerna bronzea a forma di piede.
 La collezione Cominacini-Boy è composta da materiale di corredo funerario fenicio-punico e romano, derivato in gran parte dalla necropoli di S.Giovanni di Sinis. Segnaliamo l’askòs configurato a cavalluccio montato da un personaggio con barbetta a punta (artigianato fenicio della fine del sec. VII – prima metà del sec. VI a.C.), importante esempio in Sardegna di oggetto lavorato al tornio. Il vasellame comprende una brocca con orlo a fungo, due brocche con orlo bilobato e un’anfora vinaria di età punica. La ceramica comune romana di età imperiale comprende vasellame da mensa, una lucerna con raffigurato un leone e, infine, un’anfora romana.
La collezione di Peppetto Pau, primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, abbraccia tre millenni e mezzo di storia del Sinis. Dalle ceramiche neolitiche al vasellame nuragico (pintadera, pesi per telaio, olle) al modello di Nuraghe in arenaria gessosa di Cannevadosu (Cabras-OR), alle terrecotte cartaginesi (piatti, brocche, portaprofumi), alle lucerne romane, alle numerose urne cinerarie. Due stele funerarie mostrano la recezione dei simboli cartaginesi da parte delle popolazioni del Sinis tra l’epoca Punica e quella Romana.
Per Chi visita oggi il museo di Palazzo Parpaglia (che si affaccia sia sulla Via Parpaglia che sulla laterale Piazzetta Corrias), l’attuale disposizione dei reperti ha il seguente schema organico:
 il piano terra del museo è riservato alle mostre temporanee, sempre di tema archeologico, mentre il piano superiore è dedicato all'esposizione stabile delle raccolte archeologiche e di alcune tavole di retabli quattro-cinquecenteschi.
La sala archeologica ospita la collezione Pischedda e le altre collezioni minori, costituite da materiali provenienti specialmente dalla penisola del Sinis e compresi nel periodo preistorico e protostorico, dal neolitico alla civiltà nuragica. Sono ben rappresentati anche i corredi tombali fenici e punici (VII-III secolo a.C.), provenienti in particolare da Tharros, e non mancano i reperti di età romana, paleocristiana e altomedievale (II sec. a.C.-VII sec. d.C.). Notevole il plastico ricostruttivo della città di Tharros nel IV sec. d.C. e il plastico ricostruttivo della città di Oristano nel XIV secolo d.C. durante il periodo giudicale, quando la città era circondata da una importante cinta muraria.
La sala retabli espone opere pregevoli quali il retablo di San Martino (XV secolo), il retablo del Santo Cristo (1533, di Pietro Cavaro) e il retablo della Madonna dei Consiglieri (1565, di Antioco Mainas).
L’Antiquarium Arborense è l’unico museo dell’isola a disporre di una sezione espositiva dedicata ai non vedenti e agli ipovedenti, dove è possibile toccare con mano alcuni fra i più bei manufatti esposti al Museo o facenti parte del patrimonio culturale cittadino.
Oristano è città ricca di storie e il visitatore che in futuro vorrà ripercorrere, unitamente alle sue vie, la sua storia potrà a breve anche arricchire la sua conoscenza visitando il Museo Diocesano, di prossima apertura che contiene manufatti di pregio straordinario relativi in particolare al periodo Tharrense.
Spero di poterlo presto visitare anch’io!
Grazie cari amici della Vostra gradita attenzione.
Mario