mercoledì, gennaio 16, 2013

L’AMICIZIA E IL VALORE DEL DONO NELLA CULTURA DEL POPOLO SARDO.


Oristano, 15 Gennaio 2013
Cari amici,
nella mia precedente riflessione su questo blog ho affrontato il tema delle relazioni sociali e del valore del “DONO” ad esse associate. La millenaria cultura del Popolo Sardo, maturata nel tempo e ben evidenziata in quel compendio di norme che prende il nome di “Codice Barbaricino”, attribuisce un alto valore allo scambio di “doni” tra i componenti la Comunità di appartenenza, oltre che nelle relazioni esterne. Il dono, quindi, anche nella civiltà sarda, elemento vitale di un sistema capace di costruire, ricostruire o rinsaldare quella vasta rete di amicizie, necessarie alla pacifica convivenza nella Comunità. Costante scambio di doni che, a prescindere dal valore venale, incorporano un forte valore aggiunto: «un’offerta di relazione amichevole», capace di rinsaldare la relazione sociale sottostante. Offerta, quella del dono, che innesca un meccanismo complesso, dove, all’iniziale e libera  prestazione del donante, segue la risposta: il ricambio del dono ricevuto. Atto del donare quindi che da libero e volontario si trasforma in atto “moralmente costrittivo”, nel senso che il dono spontaneamente concesso obbliga il donatario a ricambiare attraverso un contro dono, dando luogo ad un continuo andirivieni di doni offerti e di doni  ricambiati. Dare, Ricevere e Ricambiare, le tre fasi in cui si articola e si moltiplica l’atto dell'offerta omaggiante, costituiva, nelle società arcaiche, il modo più semplice per la stabilizzazione delle relazioni sociali, considerate prevalenti e ‘privilegiate’, rispetto alle pur importanti esigenze di natura economica. Il dono quindi elemento vitale di “libera e pacifica” convivenza nella Comunità.

Personalmente ho avuto modo, riprendendo gli studi all’università “in età matura”, dopo aver terminato la mia vita lavorativa, di migliorare in modo significativo la mia precedente modesta conoscenza della cultura del Popolo Sardo. E’ stato un interessante percorso scolastico “senile”, effettuato presso l’Università degli Studi di Sassari, facoltà di Scienze Politiche, durato ben otto anni, e che mi ha consentito di aggiungere non pochi preziosi tasselli al puzzle della mia conoscenza. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione ed una successiva “specialistica” in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo, ho voluto completare il percorso con una terza laurea “magistrale” in “Politiche pubbliche e Governance”, effettuando una tesi di ricerca proprio sull’importanza del Codice Barbaricino, ancora oggi strumento ”vivo”, capace di agevolare la nostra ricerca di miglioramento della giustizia, attraverso la rivalutazione dello strumento della “mediazione”, che la nostra cultura millenaria utilizzava ed ancora utilizza per la pacificazione sociale ed il ripristino delle relazioni amichevoli interrotte.

 L’idea di affrontare un argomento cosi complesso con una tesi universitaria di ricerca derivò da due profonde ragioni. La prima fu che durante la mia vita lavorativa  ebbi occasione di conoscere, soggiornando per tre anni a Fonni, la realtà e la diversità della cultura barbaricina, rispetto a quella del resto dell’Isola. La seconda scaturì dal pressante invito rivoltomi dalla mia docente di Psicologia Giuridica, la prof. Patrizia Patrizi, che, sapendomi appassionato della cultura sarda, in particolare di quella giuridica, mi propose di cimentarmi in un’analisi del Codice Barbaricino e delle sue possibili implicanze con l’odierno orientamento della giustizia, indirizzata verso la rivalutazione della mediazione, come mezzo per dirimere le controversie. L’analisi da me fatta è riuscita certamente a dimostrare che le relazioni sociali  tra gli individui di una Comunità crescono notevolmente attraverso il meccanismo del costante e ripetuto scambio reciproco di doni, sia materiali che immateriali, migliorando l’armonia e la pace sociale. La pacifica convivenza all’interno della Comunità era ed è agevolata dai “Prob’homines”, i saggi uomini di valore della Comunità che, proprio come “Uomini Probi”, cercano, con la mediazione e la proposta di riparazione, di “ricucire” le controversie tra i suoi appartenenti. Nella cultura barbaricina non esiste “visita di cortesia” che non sia accompagnata da un dono, anche simbolico, anche di scarso valore, ma che, qualunque esso sia, incorpora «quell’offerta di relazione amichevole», che prescinde dal valore intrinseco del dono.
E’ una cultura, quella barbaricina, che potremo definire antica e moderna insieme, perché a differenza di quella ritenuta più evoluta, avanzata e globalizzata, ha mantenuto forti le antiche radici. L’ho potuto constatare, toccare con mano, proprio durante i miei tre anni di soggiorno a Fonni. A questo proposito vorrei raccontarvi un fatto, curioso ed allo stesso tempo inquietante, che mi capitò in quel periodo. Opportunamente reso anonimo, per evitare precisi riferimenti alle persone, ecco il ricordo di quel fatto che, credo, possa dare una dimostrazione inequivocabile del “grande valore” ancora oggi attribuito al “dono”, materiale o immateriale che sia, nella cultura millenaria della Sardegna. Eccolo.


QUELLA MISTERIOSA E INASPETTATA OFFERTA.
Arrivato dal Campidano senza essere mai stato in Barbagia, ormai ero a Fonni da oltre un anno. Il mio lavoro di manager bancario veniva apprezzato dalla popolazione ed io, come persona, ero ritenuto serio ed affidabile. I dati statistici dell’andamento della nuova dipendenza bancaria (che avevo aperto nel Febbraio del 1979) erano positivi e godevo della stima della  Direzione di appartenenza che aveva sede a Nuoro. Nonostante i timori iniziali avevo superato le prime difficoltà e il mio inserimento nel tessuto sociale barbaricino era da considerarsi cosa fatta. Per evitare legami e mantenere la mia indipendenza mi stabilii in albergo: non volevo legarmi, stando a pensione, a nessun gruppo familiare (in Barbagia le famiglie allargate sono ancora una realtà e, spesso, tra gruppi familiari rivali non corre troppo buon sangue); meglio stare equidistante da tutti in modo da essere considerato un “super partes”,  mi avrebbe agevolato non poco il lavoro. Soggiornando in albergo ero avvantaggiato, potevo ricevere tutti anche quando l’ufficio era chiuso.  La sera, dopo cena, non pochi erano gli incontro informali che, dietro una semplice richiesta di informazioni, sorseggiando una bevanda calda al bar, mettevano le basi per un successivo contatto in banca per definire una nuova operazione bancaria.
La storia che sto per raccontarvi successe circa un anno dopo il mio arrivo. Premetto che Fonni è un centro agro pastorale importante e che i litigi per problemi di pascolo e di bestiame non sono mai mancati. Litigi che non poche volte si sono tramutati anche in feroci scontri che causavano anche degli omicidi. Nel periodo che accennavo  rientrò a Fonni, dopo parecchi anni di detenzione, un fonnese che aveva scontato una pena per omicidio. In questi casi il reinserimento nella società agro-pastorale barbaricina avviene senza troppi traumi; normalmente l’uomo di nuovo libero riprende la precedente attività di allevatore. L’uomo in parola, ancora abbastanza giovane, si preparava a riprendere la sua precedente attività e, possedendo anche dei terreni, necessitava di capitale per ricostituirsi il gregge. Per farla breve necessitava di un prestito bancario per l‘acquisto del bestiame, prestito che avrebbe restituito con il suo lavoro in cinque anni. Le provvidenze creditizie per queste necessità esistevano ed erano previste  anche a tasso agevolato. Le banche, come è noto, concedono i prestiti seguendo due parametri importanti: le garanzie reali e quelle personali, legate alla serietà e moralità del richiedente. L’uomo, che ben conosceva queste regole, era titubante a rivolgersi alla Banca, ipotizzando (con ragione) che qualche difficoltà gli sarebbe derivata dal suo passato. Per saggiare la possibilità di ottenere l’agevolazione mandò in avanscoperta un amico che mi contattò riservatamente. In un lungo colloquio mi espose tutta la situazione, evidenziandomi anche diversi risvolti del passato, dove cercava di dimostrare che questa persona, pur colpevole, non era persona inaffidabile ma coinvolta nei fatti suo malgrado. Risposi a questa persona che avrei fatto tutto il mio possibile per soddisfare le sue necessità.
Con la maggiore riservatezza possibile contattai persone affidabili, da sempre clienti della mia banca, che mi confermarono che, stante anche la discreta proprietà terriera, il rischio era accoglibile. Pochi giorni dopo confermai all’emissario che la persona poteva venire in banca e inoltrare la domanda di prestito. Aspettai qualche giorno e, finalmente, l’uomo venne a trovarmi in ufficio. Lo ricevetti in direzione, riservatamente. Era un po’ imbarazzato, titubante, e cercai di metterlo a suo agio con cortesia, incoraggiandolo a espormi le sue necessità. All’inizio non fu facile ma, lentamente, l’uomo trovò sicurezza e riuscì ad espormi in che modo intendeva realizzare il suo progetto per cui necessitava del prestito. Sul suo passato fu abbastanza parco di informazioni. Mi disse solo che certamente io sapevo già molto di lui e che nella vita, purtroppo, a tutti può succedere di sbagliare. Raccolsi la domanda, gli diedi l’elenco dei documenti che doveva presentare e lo accomiatai.

Confortato, oltre che dal patrimonio anche dalle informazioni positive, decisi di istruire favorevolmente la richiesta ed in tempi brevi la deliberai, riuscendo a mettergli velocemente il denaro a disposizione. Il giorno dell’erogazione si trattenne poco, firmò tutto il necessario, e ringraziandomi con una forte stretta di mano, guardandomi negli occhi, mi disse: Grazie, senza aggiungere altro. Restai molto colpito sia dalla stretta di mano, particolarmente forte, che dallo sguardo deciso, diretto sui miei occhi, che sembrava volermi dire qualcos’altro. Fu solo un attimo, però, e presto, assorbito dal lavoro, dimenticai il particolare. Era passato forse più di un mese quando una mattina venne a trovarmi in ufficio. Salutandolo lo pregai di accomodarsi in direzione ma declinò; mi disse che voleva offrimi un caffè e accettai. Uscimmo e passeggiando verso il bar mi disse che aveva già acquistato il bestiame e che con grande passione aveva ripreso a “vivere” la vita di campagna che aveva fatto in precedenza. Parlava lentamente, come lentamente camminava. Chissà perché mi dava l’impressione che volesse dirmi qualcos’altro e che cercasse di trovare le parole giuste per dirmelo. Prendemmo il caffè e poi tornammo in strada avviandoci nuovamente verso la banca senza parlare. Ad un certo punto si fermò (in quel momento per strada non c’era nessuno), mi mise la mano sul braccio e guardandomi dritto negli occhi mi disse, con forza e determinazione, che Lui era debitore nei miei confronti. Aggiunse che io avevo creduto in Lui dandogli fiducia, “nonostante tutto”, e che “certi favori non si dimenticano”. Non ricordo esattamente tutte le parole che mi disse ma alla fine stringendomi fortemente il braccio mi disse: “potrà passare anche molto tempo ma io sono e resto suo debitore e sarò sempre pronto a pagare il mio debito nei suoi confronti”. Cercai di schermirmi dicendogli che io avevo fatto solo il mio dovere, che nulla mi doveva, ma sembrava quasi ignorare quello che dicevo io. Di fronte all’ufficio mi salutò stringendomi la mano e dicendomi “grazie, mi cerchi quando vuole se ha bisogno, io per lei ci sono”.

Pur un po’ adombrato, rientrato in ufficio ripresi il mio lavoro e presto dimenticai le sue pesanti parole, forse perché, “da non barbaricino” non ne avevo appieno compreso il loro reale contenuto. Il tempo passava e io, ormai stanco della lontananza da casa, speravo in un avvicinamento che non tardò ad arrivare. A fine estate del 1982 rientrai ad Oristano lasciando definitivamente la sede barbaricina, tornando in quel “campidano” che avevo lasciato malvolentieri tre anni prima. Capitò, qualche mese dopo il mio rientro, che partecipando ad una festicciola in campagna mi ritrovassi con degli amici tra i quali anche diversi allevatori barbaricini. Sapevano del mio lungo soggiorno a Fonni e, chiacchierando,  mi chiesero come mi fossi trovato e cosi via. Normalmente a fine pasto, la maggiore allegria scatenata da un bicchiere di vino in più agevola la chiacchiera; io confermai di essermi trovato abbastanza bene e, parlando del più e del meno, mi venne in mente il curioso fatto di prima. Tralasciando ovviamente i riferimenti alle persone raccontai il fatto dei particolari ringraziamenti ricevuti per il “prestito” concesso, confermando tutta la mia meraviglia per un comportamento cosi particolare. Mentre raccontavo della mia meraviglia per un comportamento così inusuale, uno di questi amici barbaricini  sorrideva sornione e mi guardava come si guarda uno a cui è stata raccontata una barzelletta che non ha capito! Al termine della mia esposizione mi guardò sorridendo e mi disse: “tu, davvero, non hai capito nulla di quello che Lui voleva dirti! Tu, non hai inteso il significato della sua dichiarazione di debito nei tuoi confronti  e della sua disponibilità ad estinguere quel debito, sempre, a Tua semplice richiesta”. Lo guardai curiosamente, ancora senza capire il significato delle sue parole. Lui capì che io “non avevo capito” e, presomi da parte, mi disse che la cultura barbaricina ha un rituale ed un codice che io non potevo conoscere. L’offerta fattami da questa persona era una vera e propria dichiarazione di “debito” nei miei confronti, che Lui intendeva pagare, quando io ne avessi avuto bisogno. Debito, cercò di farmi capire, che non è quantificabile facilmente. Mi precisò anche cha una dichiarazione di debito come quella a me fatta in modo cosi deciso, sottintendeva che nulla io gli avessi chiesto di fare lui avrebbe rifiutato, fosse anche un omicidio. Lo guardai senza parlare, come se i miei occhi lo interrogassero, chiedendogli se quello che diceva era vero. Capii che lo era! In un attimo un brivido freddo mi attraversò la schiena accapponandomi la pelle; mi rividi di fronte a Lui, in strada, mentre guardandomi negli occhi mi offriva la sua disponibilità senza limiti. Da campidanese, da “Bacheo” (come loro in senso dispregiativo appellano quelli della pianura) allora non avevo capito. Forse, è stato meglio cosi.
Cari amici, la cultura millenaria del Popolo Sardo può sembrare anche “barbara”, ma non lo è affatto! Nel bene e nel male l’amicizia è un valore raro ed apprezzato, capace di donare e di donarsi senza limiti. L’amicizia ed il “dono” sono e saranno sempre strettamente legati.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario



lunedì, gennaio 14, 2013

RELAZIONI SOCIALI: L’AMICIZIA E L’ANTICO RITO DEL “DONO”. UNA CONSUETUDINE DELLE SOCIETA’ARCAICHE CHE E’ POSSIBILE RECUPERARE ANCHE OGGI.

Oristano, 14 Gennaio 2013
Cari amici,


la riflessione di oggi riguarda il “Dono”, quell’antico rito comunitario messo in atto dalla specie umana, effettuato da un individuo nei confronti di un altro, con l’offerta spontanea e volontaria di un dono senza richiesta di contropartita. L’antica consuetudine di relazionarsi con i propri simili attraverso il “Dono” nasce in epoca lontanissima e si è sviluppato con lo scopo di creare, mantenere o ricreare forti legami sociali all’interno delle Comunità. L’offerta libera, senza contropartita, del dono è slegata dal  “valore” economico del dono stesso. Capire il reale significato dell’offrire, del donare, è comprendere appieno “che cosa” incorpora in se il dono offerto: non solo la materialità, il valore della cosa ma quel di più che in essa è stato inserito: quella pacifica e spontanea «offerta di relazione amichevole», così come ben evidenziata dal celebre saggio sul dono di Marcel Mauss (1923-24).

In questo libro-analisi  Marcel Mauss ha illustrato in modo chiaro il rituale del dono, mezzo particolarmente adatto al consolidamento dei legami sociali nelle Comunità. Legami che, attraverso il dono, si cementano, si moltiplicano, creando un circuito di ripetuti scambi. All’azione del donare seguono, infatti, come in un movimento di azione – reazione, i successivi gesti del ricevere e ricambiare, in un triplice scambio di dare, ricevere e ricambiare – le tre fasi in cui si articola e si moltiplica l’atto dell'offerta. Questo sistema costituiva, nelle società arcaiche, il modo più semplice per la stabilizzazione delle relazioni, considerate prevalenti e ‘privilegiate’ rispetto alle esigenze di natura prettamente economica. Il dono quindi elemento vitale di un sistema di reciproche prestazioni, allo stesso tempo libere e costrittive, nel senso che il dono spontaneamente concesso obbligherebbe il donatario a ricambiare attraverso un contro dono, dando luogo ad un continuo andirivieni di doni offerti e di doni compensativi. È l'alternanza di questi passaggi che origina lo scambio; uno scambio che non si limita al rapporto tra i singoli individui ma si estende ad una relazione più vasta che interessa l'intera comunità. Lo scambio, dunque, inteso non in semplice senso economico ma come un circuito ben più complesso, capace di associare la socialità all’economia ed al mercato. Dalle società arcaiche a quelle successive, fino ad arrivare a quella attuale, ormai globalizzata, il passo non è stato certo breve e la “filosofia del donare” è stata abbondantemente superata e stravolta dalla arida filosofia economica, dove l’individualismo e l’egoismo hanno sostituito la comune logica iniziale della  vita comunitaria, dove ognuno offriva spontaneamente, senza obbligo di contropartita. Secondo Alain Caillè, che ha studiato a lungo ed in modo esaustivo i comportamenti degli individui nella Società, a dominare le relazioni sociali ed economiche sono i diversi comportamenti sociali messi in atto, i ‘modi di agire’ tempo per tempo, e che vengono distinti in tre filoni diversi, denominati “Paradigmi” e che si possono così riassumere:

1. Il Primo Paradigma, definito di “individualismo metodologico”, mette in luce un agire secondo cui l’insieme dei fenomeni sociali è vissuto dai singoli individui con comportamenti tesi alla salvaguardia dei loro interessi materiali. Primo paradigma, quindi, che focalizza l’immagine dell’homo oeconomicus. L’uomo, individualista, mosso dal solo tornaconto personale, alla ricerca del massimo profitto da raggiungere secondo una logica di costi-benefici, che non tiene conto della logica del “bene comune”. Il dono, secondo tale approccio individualistico, è considerato “dono per interesse”, per creare una contropartita, non con lo scopo di ottenere una migliore socialità. E’ il calcolo del vantaggio, quindi, che spinge gli individui a “donare”.  Se il dono è una forma di scambio, dietro a questo si cela sempre e comunque un interesse economico. Individualismo che prevale e che trova ampi spazi, dal liberismo in economia al contrattualismo in ambito giuridico. Da qui alle scelte ed alle opzioni di tipo politico il passo è breve. I comportamenti che appartengono al primo paradigma sono quelli che hanno creato i presupposti del liberalismo e delle politiche ad esso connesse, secondo cui la comunità politica non trova altra ragion d’essere se non la difesa degli interessi individuali, dalla cui interazione scaturirà quasi per incanto – attraverso la famosa “mano invisibile” - il benessere di tutti i componenti la Comunità.

2. Il Secondo Paradigma. Se il primo paradigma sembra evidenziare la prevalenza dell’interesse individuale, da cui discende poi il benessere di tutti, il “secondo paradigma” rovescia totalmente il concetto. E’ questo il paradigma “olistico”, secondo cui, in base ad una logica per molti versi opposta e speculare alla prima, è il “tutto”, ovvero la Comunità nel suo insieme, a precedere il valore dei singoli individui, le “parti” che la compongono. Il secondo paradigma rovescia quindi i valori portati dal primo: non viene prima l’individuo e da questo discende il valore della Società di appartenenza ma, al contrario, è la Società a dare corpo e valore all’individuo. Se il primo paradigma svuota il valore del “tutto”, essendo questo solo la somma, per così dire, degli interessi individuali, il secondo finisce per svalorizzare gli individui medesimi, dato che essi risultano essere, in fin dei conti, solo “elementi” che diventano “valore” solo nell’insieme. Nel secondo paradigma la reale e concreta importanza del dono finisce per svanire: esso perde quei caratteri di libertà e spontaneità che lo connotano, finendo per essere ricompreso nell’ambito degli “atti rituali e consuetudinari” a cui tutte le azioni individuali sono ridotte, stando alla logica olistica prevalente.

3. Il Terzo Paradigma. Superando i limiti e l’unilateralismo dei primi due il “terzo paradigma” rivaluta in modo coerente la funzione logica del “dono”, riconoscendogli quel “valore aggiunto” che incorpora. Il reciproco obbligo di dare, ricevere e ricambiare stringe gli individui in un legame stabile e vincolante che esula dagli interessi e dall’utilità immediata. Il dono è considerato come l’espressione della libera azione di ciascun soggetto, e non come una consuetudine preesistente che va a determinare, a priori, i comportamenti messi in atto. Se il paradigma individualistico e quello olistico cercano di spiegare entrambi il fatto sociale ponendosi su di un piano verticale (l’uno operando dal basso verso l’alto, ovvero dagli individui al tutto, l’altro dall’alto verso il basso, ovvero dal tutto agli individui), il paradigma del dono si colloca su di un piano orizzontale, vedendo la società quale espressione della continua ed incessante interrelazione di una pluralità di soggetti e delle interconnessioni relative. Da una parte viene superato l’individualismo, legandosi i soggetti gli uni agli altri attraverso gli obblighi che la pratica del dono impone loro, dall’altra il formalismo e la costrizione insiti nel paradigma olistico, a partire da quell’atto di libera determinazione dal quale la logica del dono viene innescata. 

Il terzo paradigma è quello che riporta il dono alla sua originaria funzione. Il bene scambiato si spoglia dei suoi connotati “materiali” per assumere quelli “simbolici”, quelli di un medium per consolidare il legame sociale. Il dono instaura quindi un vincolo personale, e solo subordinatamente una relazione economica, a differenza di ciò che avviene nella società moderna, dove sono i rapporti economici a prevalere. In questa arida società  moderna il valore delle cose è distaccato dai soggetti a cui appartengono. E’ questa una società che privilegia l’apparire sull’essere. Quando andiamo a fare la spesa al supermercato compriamo con gli occhi prima ancora che con il buon senso. Il valore delle persone è misurato non sul valore umano, morale,  ma sempre di più sulle cose che possiede. L’individuo vale non per quello che è ma per quello che ha!  Non può che essere così, da quando questa nostra società  ha messo davanti a tutto il denaro, l’economia, da quando non è più l’economia al servizio dell’umanità  ma l’umanità, e l’ambiente, al servizio dell’economia. Un’economia fine a se stessa che per tenere fede al principio della “crescita infinita”, è diventata un cancro per l’ambiente e una patologia per la società. Oggi l’uomo è sola tra la “folla solitaria”, in un deserto sempre più arido.

E’ tempo che l’uomo torni ad una vita sociale e comunitaria più vivibile. Tornare alla realtà del semplice vivere quotidiano in Comunità significa “ripartire” dalla ricostituzione dei legami sociali, disgregati dall’individualismo e dall’egoismo, dal recupero dei valori morali, frustrati e frantumati. Dobbiamo curare senza perdere tempo questa arida società che ha perduto la socialità. Possiamo sperare di far guarire questo malato grave? Possiamo sperare di far uscire le persone dal gelo dell’egoismo calcolatore, dall’individualismo esasperato, per ripristinare relazioni sociali dove l’altruismo possa ancora avere un suo ruolo attivo? Credo che l’unica medicina per tutto ciò sia il riappropriarsi dell’antica e mai dimenticata pratica del dono. Il donare non è un fenomeno obsoleto, limitato alle comunità  antiche basate sul rispetto e sul valore della reciprocità, ma al contrario esso è ancora il veicolo privilegiato per la creazione ed il mantenimento di qualsiasi legame sociale e affettivo. Il dono insomma come quel veicolo che realizza ed esprime una delle qualità  umane più importanti: la capacità di associarsi, di fare “comunità”. Dai legami affettivi più stretti e affiatati, alle alleanze tra gruppi numerosi ed eterogenei, dal nucleo familiare alla politica di un paese, ogni relazione sociale si sviluppa, si mantiene o s’interrompe secondo una catena infinita di scambi materiali o immateriali immersi nello spirito del dono.

Cari amici, la capacità dell’uomo di relazionarsi agli altri “donando” è vero che si è notevolmente assopita ma non è morta. Nell’uomo moderno è senz’altro evidente, prevalente e dominante la forza  dell’homo economicus, ma esso non potrà mai far scomparire l’homo donator, perché in ogni essere umano esso è presente e pronto a riapparire. Se la società  moderna spinge, o costringe, le persone a vivere in sé stesse, nel gelo dell’egoismo calcolatore, ciò non significa che così debba essere in ogni caso per sempre. Questa non è solo una mia convinzione, tutt’altro! Tale convinzione è ben più diffusa: basta osservare le innumerevoli persone impegnate volontariamente in numerose associazioni umanitarie e di volontariato, che offrono spontaneamente la loro opera e la loro professionalità senza nulla chiedere in cambio. La scintilla del cambiamento arriverà e colpirà la nostra società arida ed egoista; il cambiamento ci sarà proprio partendo dal ripristino del valore del dono, dal donare senza contropartita. Tutti possiamo farlo. Donare sé stessi, il proprio tempo ed il proprio talento; senza nulla chiedere e senza esclusioni, verso tutti, verso chi non se lo aspetta. Donare è un meccanismo contagioso: dal primo che inizia con coraggio, che mette la ruota in movimento, nasce una catena di speranza, fatta dai tanti che vogliono dare, donarsi, ricreando in entrambi una duplice gioia: quella di chi dona e quella di chi riceve. Solo rivalutando il dono l’uomo potrà riappropriarsi di se stesso come essere sociale. Solo così l’economia sarà al servizio dell’uomo e non l’uomo al suo servizio.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario


mercoledì, gennaio 09, 2013

LA VITA OLTRE LA VITA. IL TUNNEL DI LUCE: IL PASSAGGIO DA QUESTA ALL’ALTRA VITA, NEI RICORDI DI CHI E’ TORNATO INDIETRO.

Oristano 9 Gennaio 2013
L’argomento di oggi, cari amici, non è un argomento allegro perché la riflessione che voglio fare con Voi è sulla morte, il passaggio da questa all’altra vita. Un riflettere sulla fine del nostro corpo mortale, quella scatola fatta di materia, che ci accompagna fin dalla nascita e all’interno della quale alberga il nostro spirito. Non è un argomento facile, difficile da affrontare anche tra amici, ma che comunque resta un problema che ci angoscia, ci tiene compagnia sempre, fino alla fine della nostra vita terrena. Personalmente debbo confessarvi che sono stato sfiorato dal gelido alito della morte almeno in due occasioni: quando avevo 14 anni, durante una gita al mare, e quando di anni ne avevo 46 e, rientrando a casa in auto, ebbi un terribile incidente stradale. Trovarsi, in modo cosciente, di fronte alla fine della propria esistenza è una sensazione molto particolare.
Cosa succede alla persona che si trova improvvisamente di fronte il baratro della fine? Negli istanti che precedono la fine della nostra vita terrena, le reazioni che abbiamo sono, davvero, del tutto particolari. Trovarsi lucidi, coscienti, in punto di morte scatena nell’individuo una serie di velocissime reazioni, tra cui una, forse la più importante, è quella di rivedere in pochi istanti il percorso della propria vita. Egli,  come in un film, si rivede in una ininterrotta serie di immagini, di azioni compiute, belle e meno belle, nella gioia e nel dolore; si rivede “dall’esterno”, però, separato dal proprio corpo, come “sdoppiato”: l’uno che osserva l’altro. Affermo questo non tanto per aver letto libri o studiato testi appositi, ma per aver vissuto,  “personalmente” questa sensazione. Vi ho detto prima che la morte mi è passata accanto almeno due volte ma solo la prima volta, quella dei miei 14 anni, mi è rimasta impressa indelebilmente nella mente, tanto che il suo ricordo è ancora vivissimo dentro di me. Voglio raccontare a Voi quei terribili momenti vissuti, quando ancora ragazzo stavo per lasciare, stupidamente, questo mondo. Ecco il ricordo di quella terribile giornata al mare che, iniziata in modo gioioso, stava per concludersi in modo tragico.

GIOCHI PERICOLOSI AL MARE.
Quand’ero ragazzo (parlo degli anni ’60) al termine dell’anno scolastico, quando il caldo sole di Luglio arroventa le stradine in terra battuta del paese e l’aria si fa torrida, la voglia di bagnarsi, di fare un tuffo nelle fresche acque del mare era un desiderio difficile da spegnere ma anche da realizzare. Anche se Bauladu non era troppo distante da Torregrande i mezzi per raggiungere la località marina erano scarsi e, tra l’altro, procurarsi i soldi per il biglietto creava ulteriori limitazioni. Anche se con grande fatica, però, si riusciva a trovare soluzione ed a fare “gruppo” per raggiungere con immensa gioia l’agognata spiaggia di Torregrande. Raggiunta Oristano con il pullman della Frau bisognava aspettare l’altro mezzo che dalla città portava gli appassionati del mare a Torregrande. Il pullman si fermava proprio di fronte all’antica torre, davanti alla quale nel grande arenile era stato costruito il lido. Nei mesi estivi questa grande costruzione bianca, dotata di una lunga serie di cabine, di bar e servizi, era meta dei molti oristanesi benestanti che prendevano in affitto le strutture ricettive e potevano cosi godersi beatamente le agognate vacanze. I comuni mortali invece, raggiunta la spiaggia, cercavano un angolino riparato dove poter indossare il costume, lontano da occhi indiscreti, per poi tuffarsi in acqua per un lungo bagno ristoratore.
Il nostro gruppetto di amici appena sceso dal pullman si avviò verso la zona del porticciolo, lontano dalla zona affollata, in modo da poter, in piena libertà,  dare sfogo alla nostra esuberanza giocando a pallone o rincorrendoci nella sabbia. Per poter meglio trascorrere le ore in acqua ci eravamo portati una camera d’aria di camion che, gonfiata a turno dai vari componenti del gruppo consentiva, usata come canotto, di stare a galla e prendere a turno il sole in acqua. La giornata trascorreva in allegria e al mio turno di usare la camera d’aria mi sistemai per benino sopra (il metodo migliore era quello di sedersi al centro della camera d’aria tenendo le gambe e la schiena appoggiate ai bordi e con il sedere in acqua) e facendo un po’ di movimento con le mani mi allontanai di qualche metro e rimasi cosi a godermi il sole, rinfrescato dall’acqua che si muoveva dolcemente. Gli amici del gruppo, alcuni in spiaggia altri in acqua, continuavano a sbizzarrirsi con scherzi e giochi. Ad un certo punto, accortisi che io sonnecchiavo beatamente adagiato sull’improvvisato canotto, decisero di farmi uno scherzo: avvicinarsi a me senza fare rumore e  buttarmi in acqua rovesciando la camera d’aria. Così fecero. Io un po’ intontito dal sole non mi accorsi della loro manovra e non li sentii arrivare. Mi circondarono e, in un attimo, sollevarono me e la gomma su cui ero adagiato e mi scaraventarono in acqua. L’improvvisa azione da loro messa in atto mi colse di sorpresa;  annebbiato dal caldo e dal sole cocente non fui in grado di reagire prontamente e, senza aver prima preso fiato, andai rapidamente a fondo.

La spiaggia di Torregrande, pur completamente sabbiosa e priva di sassi e scogli, non degrada dolcemente verso l’acqua ma, già dopo pochi passi, si inclina improvvisamente togliendoti l’appoggio e costringendoti a nuotare. A pochi metri dal bagnasciuga l’acqua raggiunge già la profondità di due o tre metri. Scaraventato in acqua cosi all’improvviso mi trovai sott’acqua senza fiato. Ancora annebbiato mi muovevo disordinatamente senza riuscire ad intravedere la superficie dell’acqua.  in pochi istanti consumai il pochissimo ossigeno che avevo in corpo e il bisogno di respirare si fece pressante, drammatico. Una paura terribile si impadronì di me paralizzandomi. Anziché puntare in superficie e con poche bracciate risalire e mettere la testa fuori dall’acqua per respirare, lo spavento mi teneva bloccato e, trattenendo a stento la voglia di respirare, chiusi gli occhi. Il terrore si era ormai impadronito di me. Pensai di morire: la mia resistenza era ormai al termine ed il folle desiderio di inspirare aria era ormai incontrollabile.
In un attimo sembrò che il tempo si fosse fermato: qualcosa aveva fatto scomparire la paura. Stranamente rividi, come in un film che mi scorreva davanti, la mia breve vita di quattordicenne. Le immagini si muovevano con grande velocità . Mi rividi a casa, a scuola, con gli amici. Mi rividi felice mentre scorrazzavo per strada pieno della mia esuberanza e della mia voglia di vivere. La cosa più strana era che vedevo il film della mia vita da “estraneo”, da spettatore. Non ero agitato ma sereno, rilassato; non so come, ma la mia ansia, la mia paura di morire erano scomparse. Vedevo me stesso come fossi un’altra persona, come se osservassi, dall’alto, un altro Mario. Come risvegliandomi da un sonno mi accorsi ad un certo punto che avevo esaurito la resistenza, che i miei polmoni non potevano più stare fermi, e inspirai profondamente facendo entrare una grande quantità d’acqua. Mi lasciai andare ed il mio corpo si adagiò sul fondale sabbioso, come su un letto. Avevo perso i sensi ma io non me ne ero reso conto. Vedevo dall’alto il mio corpo disteso e subito dopo mi accorsi di una luce che velocemente si avvicinava. Non era la luce del sole che penetrava in profondità nell’acqua ma una luce diversa. Una luce di una intensità strana: forte e calda, non fastidiosa come quella del sole quando lo guardi, ma morbida, dolce, riposante. La luce mi illuminò e  sembrò avvolgermi come in un abbraccio. Mi sembrò anche di sentire anche una dolce musica in lontananza. Poi tutto finì e tornò il buio. Ripresi conoscenza poco dopo: ero in spiaggia circondato dagli amici preoccupati che cercavano di rianimarmi.
Quando riaprii gli occhi respiravo con molta fatica. Il mio respiro era cortissimo. Mi dolevano tanto i polmoni come oppressi di un peso immane. Quelli che mi stavano intorno  mi battevano sulla schiena e premevano sul petto nel tentativo di farmi espellere l’acqua che avevo ancora nei polmoni. Piano piano, espellendo l’acqua con piccoli rigurgiti  mi ripresi quasi del tutto, riprendendo a respirare con regolarità, anche se il dolore al petto ed un forte bruciore alla trachea ed alla gola continuavano a farmi compagnia. I miei compagni mi raccontarono che mi avevano portato fuori dall’acqua svenuto e che, terrorizzati, pensavano fossi addirittura morto.   Erano afflitti e certamente si rendevano conto dello scherzo di cattivo gusto che mi avevano giocato. All’ora del rientro mi aiutarono a rivestirmi e, senza gioia, rientrammo a casa senza commentare ulteriormente l’accaduto. In pochi giorni mi ripresi del tutto ma lo spavento per l’accaduto mi aveva segnato: non solo non tornai più al mare per quell’estate ma per alcuni anni non misi più piede in nessuna spiaggia. Non solo. Quando ritornai al mare il terrore dell’acqua mi impediva di muovermi liberamente in questo elemento. Non riuscivo ad entrare in acqua e abbandonarmi, nuotando liberamente come prima. Anche oggi cari amici entro in acqua solo “camminando lentamente” sul fondale. Non oltrepasso mai il limite di altezza delle mie spalle e quando l’acqua arriva al mio collo, torno indietro, sempre camminando cautamente sul fondo. Credo che niente e nessuno potrà, mai, farmi dimenticare quella terribile giornata.

Trovarsi di fronte al “capolinea” della propria esistenza, vivere coscientemente il momento del “passaggio”, dalla vita che conduciamo su questa terra a quella successiva, è un fatto che ci segna in modo indelebile. Il misterioso fenomeno del “Tunnel di Luce”, quel misterioso ponte che collega la nostra vita terrena a quella futura, quella del nostro spirito, è presente nella gran parte dei soggetti che coscientemente hanno vissuto le fasi che precedono la fine della vita. Il fenomeno denominato Near-Death Experiences (NDE) oppure Stato di Pre-Morte (SPM) o Esperienze di Pre-Morte (EPM), solitamente si verifica nei soggetti che dopo aver avuto un trauma fisico che avrebbe dovuto portarli alla morte sono, invece, sopravvissuti. Il Tunnel, dunque, fase di passaggio che ‘lega’ l’abbandono del corpo da parte dello spirito ed il suo librarsi, libero, sopra le cose terrene prima vissute. Questa esperienza straordinaria solitamente è vissuta dall’individuo senza ansia, senza angoscia, e subentra subito dopo che il suo spirito ha lasciato il corpo. La persona si trova di fronte ad un tunnel, oppure davanti ad un portale e si sente spinta verso le tenebre. Dopo avere attraversato questo spazio buio, entra in una luce splendente. Alcune persone invece di entrare nel tunnel dicono d’essere salite lungo una scalinata. Altri hanno affermato d’avere visto delle bellissime porte dorate che indicano il passaggio in un altro regno. Alcuni soggetti hanno dichiarato che, nell’entrare nel tunnel, hanno sentito un sibilo o una specie di vibrazione elettrica oppure un ronzio. L’esperienza del tunnel non è una particolare scoperta degli attuali studiosi e ricercatori. Già nel quindicesimo secolo, Hieronymus Bosch nel dipinto che ha per titolo “Visioni dell’aldilà: Il paradiso terrestre – L’Ascesa all’Empireo”, descrive quello che solitamente racconta chi ha vissuto una NDE. Questo quadro, che si può ammirare nel Palazzo Ducale di Venezia, rappresenta il misterioso e definitivo passaggio dalla vita alla morte; un buio tunnel che conduce a una sfolgorante luce, resa ancor più vivida dallo sfondo nero, verso il quale si avviano esili creature ancora in possesso del proprio involucro corporale accompagnate e sorrette dai propri angeli custodi. 

Secondo alcune ricerche sviluppatesi negli ultimi vent’anni, le visioni di coloro che avvicinatisi alle frontiere della morte sono ” ritornati alla vita” rassomigliano in modo impressionante al dipinto di Bosch. Tra i primi a raccoglierle in modo sistematico e a pubblicare un libro intitolato ” Life after life”, libro tradotto in tutto il mondo, è stato un medico americano Raymond Moody. L’interesse di Moody sull’argomento nacque quando, ancora studente, un suo insegnante George Ricthie gli raccontò l’incredibile ” avventura” capitatagli alcuni  anni addietro. Considerato clinicamente morto Richtie aveva avuto la sensazione di separarsi dal proprio corpo, di avviarsi nel famoso tunnel in fondo al quale brillava una luce che si era rivelata essere un‘ entità. L’entità gli aveva trasmesso un enorme beatitudine, gli aveva tuttavia comunicato che, non essendo la sua ora ancora venuta, sarebbe ritornato sulla terra e avrebbe ripreso a vivere. E così infatti avvenne.
Cari amici, chi, come me, è  credente in Dio è certo che la fine del nostro corpo è solo un ‘passaggio’ dalla vita terrena alla vita senza fine della nostra anima, che, se meritevole, troverà gioia e pace eterna insieme a Dio, puro Spirito, vera Entità luminosa che guida anche il nostro cammino terreno. Sono stato sfiorato dalla morte ma, certamente, la mia ora non era, e non è,  ancora giunta: il mio cammino, il mio compito su questa terra, credo sia ancora pieno di impegni, che mi auguro di portare tutti a termine. Io ne sono pienamente convinto e ringrazio il Signore per la Sua bontà. Cercherò di fare la mia parte sempre, finché Lui vorrà.
Grazie cari amici della Vostra simpatica ed affettuosa attenzione.
Mario


giovedì, gennaio 03, 2013

AMARE. COSA DISTINGUE L’AMICIZIA DALL’INNAMORAMENTO E DALL’AMORE?


Oristano 3 Gennaio 2013
Cari amici,
L'amicizia e l'amore sono manifestazioni  importantissime per la vita umana. Possiamo sostenere che nessun essere umano può farne a meno, perché non è stato creato per vivere “solo”, ma per crescere e svilupparsi insieme ad altri, in una Comunità. L’ultima mia riflessione dell’anno appena trascorso è stata dedicata all’Amicizia,  quell’amore universale che nella forma più nobile costituisce il miglior modo di vivere e di relazionarsi con gli altri. Amicizia, cari amici, che nella semplicità del suo termine contiene un’infinità di significati, di sfumature e di varianti. Nella riflessione prima citata, però, è mancato lo spazio ed il tempo per esaminare a fondo una delle variabili dell’amicizia, certamente la più importante: l’innamoramento tra due persone che porta all’amore.  Scrive Francesco Alberoni nel suo libro “L’amicizia” che se è facile distinguere l’amicizia dalle relazioni sociali più superficiali, dai rapporti utilitaristici e da quelli fondati sui ruoli professionali, “Il vero problema, quello che, finora, non è stato ancora affrontato, è come distinguerla dalle altre forme di amore fra persone”. In sintesi, in che cosa differisce l'amicizia dall'innamoramento e dall’amore? Tralasciando le manifestazioni classiche che riguardano l'amore materno, quello paterno, quello filiale e l'affetto tra fratelli, è necessario capire che cosa differenzia, in modo sostanziale, l’amicizia dall’innamoramento e dall’amore, che nasce  tra persone prima estranee, non legate da vincoli di sangue e di parentela, e che interessa non solo la sfera dei sentimenti ma coinvolge la fisicità dell’essere umano, investe il suo “ corpo”, dando vita all’amore fisico, all’eros. Bisogno naturale quest’ultimo, iscritto nel nostro di DNA, per garantire la riproduzione, la perpetuazione della nostra specie.

Sia l’amicizia che l’innamoramento sono entrambe forme di amore. La differenza tra le due forme, però, è sostanziale e per conoscerla è necessario partire dal reale significato del termine “amare”. Amare è un termine a largo spettro che , in verità, significa rispettare, comprendere, ascoltare, perdonare, sostenere, accettare, incoraggiare, aiutare, pazientare e molto altro. Tutti termini questi  che ritroviamo inossidabili nella vera amicizia ma non sempre nell’innamoramento. Per comprendere meglio il problema e le relative differenze, esaminiamo e mettiamo a confronto le situazioni che i due tipi di amore creano, partendo dalle origini, dalla nascita di questi sentimenti.
Primo: l’amicizia e l’amore seguono, fin dal loro nascere, sentieri e percorsi diversi.  L’amicizia nasce, si perfeziona e cresce con la frequentazione e si intensifica attraverso una “filigrana d’incontri”, raggiungendo livelli di ampia intensità. L’innamoramento, invece, nasce all’improvviso, è un fatto repentino, quasi istantaneo. Nella sua immediatezza non ci sono, come nell’amicizia, gradi di intensità misurabili: moltissimo, molto, abbastanza, un poco. Se dico «sono innamorato», dico tutto, o lo sono o non lo sono, senza possibili misurazioni. “L'innamoramento segue la legge del tutto o del nulla”, come sostiene Alberoni nel libro prima citato.
Secondo: a differenza dell’amicizia, che per esistere ha bisogno di reciprocità (l’amicizia deve necessariamente essere duplice: non si può essere amico di uno che non ti considera a sua volta amico), l’innamoramento e l’amore possono esistere anche solo da una parte. Si può essere innamorati di una persona che non ci ama, che non ci corrisponde, che magari ci inganna, di cui non sappiamo se sia buona o cattiva, se di animo nobile o meschino.
Terzo: se l’amicizia è l’esempio dell’uguaglianza, della giustizia, della reciprocità,  l’amore, invece, è spesso esempio di ingiustizia: si ama anche se non si corrisposti, si ama anche chi ci manifesta indifferenza, chi ci è ostile. “Questa è l'ingiustizia dell'amore che non conosce merito e demerito, e non premia i buoni e non punisce i malvagi. L'amore è sublime e miserabile, eroico e stupido, mai giusto”, sostiene con forza Alberoni.
Quarto: l’amicizia è amore ideale, universale, pura espressione dello spirito, mentre l’innamoramento privilegia la relazione erotica, quella fisica, che a differenza dell’amicizia, presenta fin dal suo sorgere manifestazioni esclusive di possesso e quindi egoistiche. L’innamoramento è un sentimento totalizzante che esclude tutti gli altri, è rivolto ad una sola persona, non è amore universale. Alberoni paragona l’innamoramento ad una folgorazione, ad una conversione, simile a quella religiosa o politica. Conversione che, escludendo tutti gli altri, mette a fuoco solo i due soggetti, creando tra loro uno stato di ‘elevazione’ che porta ad una costante necessità di verifica, con la conseguenza di un costante monitoraggio che crea un’altalena di  “tormenti ed estasi”.

Per definire ancora meglio il significato dell’essere innamorati mi piace qui riportare la definizione data da un giovane che, in preda alla sua prima esperienza amorosa, cosi definisce il suo stato: “Io non conosco da molto l'Amore e forse non so neanche cosa sia, ma so cosa si prova quando si è innamorati. E' svegliarsi la mattina con in mente quella persona, mettersi un bracciale o una collana che ti ricordano quella persona, è guardare continuamente l'orologio e contare i minuti che mancano per incontrare quella persona, è ascoltare canzoni d'amore mentre pensi a quella persona, sentire da tutte le parti quel suo profumo come se ce l'avessi addosso, perché quella persona è sempre nella tua mente…”.
Questa affermazione mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei 15 - 16 anni, quando sbocciò il mio primo innamoramento improvviso e il grande libro della vita non mi aveva rivelato che le sue prime pagine! E’ un ricordo, quello che sto per riportare, molto “intimo”, così personale, che lo avevo celato in uno “file nascosto”, rimasto nell’ombra dei miei ricordi segreti per molti anni. Spero che la sua lettura possa servire ai giovani di oggi per una piccola riflessione. Questo” flash”  è intitolato Angela, anche se il nome, per ragioni comprensibili di privacy, è di fantasia. Ho celato, per gli stessi motivi,  anche circostanze nomi ed ambienti capaci, se messi insieme, di svelarne l’identità. Eccolo.


ANGELA.

Sono sempre stato curioso, fin dalla mia prima infanzia Che mi fermassi ad osservare un paesaggio, un’auto o un animale poco importava. Le persone, in particolare, amavo osservarle attentamente, guardandole negli occhi, cercando di capire dallo sguardo i loro pensieri o le loro intenzioni. I miei occhi curiosi non smettevano mai di scrutare, di indagare, e, nel tempo, questo è stato un esercizio che non ho mai abbandonato.
Avevo i miei 15 anni quando i miei occhi curiosi si posarono per la prima volta su Angela. Io abitavo a Bauladu e studiavo ad Oristano all’Istituto Tecnico per ragionieri e raggiungevo la città con il pullman della ditta Frau di Sedilo, che quotidianamente svolgeva il servizio di collegamento con Oristano e raccoglieva gli studenti dei paesi vicini. Il mezzo non era certo lussuoso, anzi rattoppato in più parti, ed era spesso soggetto ad impreviste soste per strada. Angela saliva con la sorella di qualche anno più grande mentre Lei era mia coetanea. Fisicamente erano molto diverse: la maggiore con i capelli chiari e le lentiggini, Angela bruna, capelli neri un po’ ricci e con un dolce e curioso sorriso sempre stampato sul viso. Fare conoscenza, amicizia, con le persone dell’altro sesso, soprattutto se non si frequentava la stessa scuola o la stessa classe, era allora ben più difficile di oggi: la rigida educazione non consentiva certo il cameratismo odierno. Le due sorelle appena salite sull’automezzo cercavano possibilmente di sedersi insieme, nei sedili a due posti del pullman, salvo i giorni di particolare affluenza, quando il mezzo all’arrivo risultava già quasi totalmente occupato.

Una mattina capitò che uno dei pochi posti ancora liberi fosse quello a fianco a me. Angela, salutando con un cenno si accomodò al mio fianco, sistemando i libri ai piedi del sedile. Era la prima volta che succedeva di averla al mio fianco e dentro di me, quasi all’improvviso, si scatenò un turbamento che riuscivo a fatica a controllare. Non fu facile avviare un minimo di conversazione ma, superato il momento iniziale, la nostra conoscenza iniziò a farsi strada. Io mentre parlava la osservavo con  grande attenzione. I miei occhi mettevano a fuoco i suoi capelli, i suoi occhi il suo viso, quasi volessero memorizzare tutto di Lei con la maggior dovizia di particolari. Quando Lei mi guardava cercavo di darmi un contegno ma, osservato, sentivo il mio viso diventare di fuoco per l’emozione. Arrivati ad Oristano non ci fu possibilità di fare strada insieme perché la sorella, appena scesi dal pullman, la prese in consegna e, insieme, si diressero a scuola.
Una giornata come quella non l’avevo mai vissuta prima e fu per me come un “colpo di fulmine”. Mentre mi dirigevo a scuola Angela continuava a ronzarmi nella mente, la sua figura e le sue parole continuavano a rimbalzarmi addosso. Come guardando un film risentivo la sua voce, rivedevo il suo viso, il suo sorriso, la sentivo insomma ancora a fianco a me, con il suo gioioso profumo giovanile. Ero come stordito. Quel giorno non riuscii a seguire le lezioni come al solito perché mentre il professore spiegava io anziché ascoltarlo continuavo a pensare ad Angela.
La gran parte degli studenti pendolari al termine delle lezioni raggiungeva la stazione ferroviaria o la Piazza Roma, dove, all’altezza della Chiesa di S. Sebastiano, era ubicato lo spazio di sosta dei pullman, Li si fermava anche il pullman della Frau che poi, alle 14,00, ripartiva per riportarci a casa. I vari passeggeri attendevano la partenza del pullman seduti sul muretto che reggeva il terrapieno dove si sviluppava la scalinata della Chiesa e consentiva di sostare comodamente come su una rudimentale panchina. Io quel giorno riuscii a fare poca conversazione con gli altri miei compagni: aspettavo con ansia l’arrivo di Angela, non vedevo l’ora di ritrovarla. Lei arrivò con la sorella poco prima della partenza del pullman e, una volta a bordo, si sedettero, come al solito, l’una a fianco all’altra. Io, salito dopo di Loro, presi posto un po’ più indietro, ma dall’altra parte del corridoio centrale. Avevo cosi la possibilità di osservarla durante il viaggio senza  essere notato. Mi accorgevo che anche Lei, ogni tanto, volgeva indietro la testa cercando fugacemente il mio sguardo. Io ero molto in agitazione e credo di non averle tolto gli occhi di dosso per tutta la durata del viaggio. Arrivata a destinazione Lei si voltò dandomi un rapido cenno di saluto con un leggero sorriso e scese dopo la sorella dal mezzo che lentamente si riavviò per proseguire il viaggio.

Arrivato a casa mi accorsi di non aver fame: avevo un vuoto nello stomaco che mi impediva quasi di mangiare. Mia madre, molto attenta, cercò di interrogarmi per capire il mio atteggiamento inusuale, pensando che avessi preso l’influenza o che, magari, avessi combinato qualche marachella a scuola. Nervosamente cercai di tranquillizzarla. La sera studiai poco e la notte non dormii. C’era qualcosa che mi turbava in maniera strana, qualcosa che non avevo mai provato prima. Il turbamento aumentò l’indomani andando a scuola. Le sorelle, salite come al solito nel pullman, presero posto l’una a fianco all’altra. Angela mi salutò solo con un sorriso e, con mio grande disappunto, si accomodò a fianco alla sorella; non ci furono ulteriori chiacchierate né il giorno né nei giorni successivi. 
I giorni passavano ed il mio turbamento anziché diminuire aumentava. Ormai non ce la facevo più e avevo assoluto bisogno di stare con Lei, di parlarle. Con discrezione scoprii che anche Lei aveva un rientro settimanale ‘pomeridiano’ per l’ora di Educazione Fisica e, manco a farlo apposta, nello stesso giorno che l’avevo io! Era questa un’occasione che non potevo perdere perché nel pomeriggio del rientro Angela non avrebbe avuto appresso la sorella, che, come guardiano, era incorruttibile. Studiai un modo per incontrarla cercando di far apparire l’incontro come dovuto al caso. Mi appostai vicino alla sua scuola e ne aspettai l’uscita. La individuai subito appena si affacciò fuori dal fabbricato ed il cuore si mise a battere cosi forte che sembrava che i suoi martellamenti si potessero sentire anche all’esterno! Facendo finta di essere li per caso, pur con un’ansia terribile che cercavo di mascherare, la salutai con un ciao ed un sorriso contratto. Le dissi tutto d’un fiato che ero in giro perché avevo il rientro per l’ora di Educazione fisica e Lei mi rispose che si tratteneva per lo stesso motivo. Le lezioni di “ginnastica” si svolgevano tutte nel campo Tharros, anche se in zone e con docenti diversi. Azzardai a chiederle se potevamo passare insieme le ore che ci separavano dalle lezioni e lei con un cenno mi disse di si.


La giornata era fresca (erano gli inizi della primavera) ma abbastanza soleggiata e ci avviammo lentamente verso i giardinetti di Piazza S. Martino. Non parlammo molto durante il viaggio. Camminavamo fianco a fianco, a passo lento, ognuno con il suo fagotto di libri sotto braccio, scambiandoci di tanto in tanto sguardi furtivi. Se i nostri occhi si incontravano nessuno dei due resisteva allo sguardo che, dopo pochi istanti, rapidamente cambiava direzione. Camminando affiancati a volte capitava che le nostre mani si sfiorassero, ma nessuno prendeva iniziative, come ad esempio prenderci per mano. C’era, però, da parte di entrambi, una misteriosa attrazione: eravamo come imbrigliati in una tela di ragno, dalla quale non riuscivamo a staccarci. Avrei voluto dirle tante cose ma al minimo tentativo di aprire bocca non uscivano le parole che avrei voluto ma solo pochi monosillabi confusi. Arrivati in Piazza S. Martino imboccammo il vialetto dei giardinetti e lo percorremmo fino a metà, dove al centro vi era una piccola piazzetta formata da due emicicli divisi dal sentiero centrale. Ai bordi della piccola piazza vi erano delle panchine in ferro alle cui spalle alti e folti alberi  creavano una piacevole ed ombreggiata zona di sosta. Ci sedemmo quasi senza parlare. Sistemammo i libri e ci sedemmo, fianco a fianco, su una panchina. Scartammo lentamente il pacchetto contenente la colazione e iniziammo, in religioso silenzio, a consumarla quasi assorti in chissà quali pensieri. L’atmosfera era quasi irreale. Nel piccolo spiazzo eravamo soli ed il turbamento di entrambi era cosi evidente che si toccava con mano. Al termine della frugale colazione andammo alla vicina fontanella a lavarci le mani e bere un po’ d’acqua, poi, lentamente, tornammo alla panchina passeggiando fianco a fianco. I nostri corpi si sfioravano in continuazione e le mani si trovavano cosi vicine che sembravano quasi cercarsi, ma nessuno dei due osava ancora azzardare un contatto, anche se da entrambi desiderato. Ci sedemmo di nuovo riprendendo il posto occupato in precedenza. Lei aveva messo in borsa un settimanale e, apertala, lo mise sulle ginocchia e iniziò a sfogliarlo; io ne approfittai per avvicinarmi ancora di più cosi da poter  leggere insieme a Lei. I nostri visi, apparentemente interessati dal giornale, erano cosi vicini che quasi si toccavano: ne sentivamo entrambi il calore. Nell’apparente interesse alle lettura ci osservavamo entrambi con la coda dell’occhio mentre i nostri respiri aumentavano di intensità. Poche le frasi che scambiammo, riferite ai fatti evidenziati dal giornale; lo sfogliavamo lentamente e nel voltare le pagine, diverse volte, le nostre mani si toccarono delicatamente ma una forza misteriosa bloccava il sicuro desiderio di stringerle insieme, di creare una maggiore intimità. La magica atmosfera finì quando arrivò l’ora di andare a lezione presso il vicino campo Tharros.

Non sono mai stato un grande atleta ma quel giorno il Prof. Baroli mi richiamò all’ordine più di una volta. Mentalmente ero assente, come colpito da un virus influenzale che ti appanna la testa, provavo una sensazione assolutamente nuova, mai provata prima. Bene o male terminai gli esercizi e, alla fine dell’ora, mi rivestii in fretta e mi avviai all’uscita. Attesi Angela fuori dal cancello del campo per riprendere insieme la via del rientro. Mancava ancora parecchio tempo all’ora di partenza del pullman e anziché avviarci direttamente verso Piazza Roma decidemmo di fare un giro più largo. Agli inizi della primavera le giornate sono ancora abbastanza corte e dopo le 17,00 la giornata è già parzialmente avvolta dal buio. Camminavamo lentamente, quasi assorti nei nostri pensieri, nella zona del centro storico; imboccammo la via che porta al monastero di S. Chiara. La penombra della sera ci avvolgeva come un caldo mantello; in giro poca gente frettolosa, mentre le luci delle strade erano ancora spente. Turbati, quasi assorti nei nostri pensieri, comminavamo vicinissimi: sentivo il suo respiro, mentre il cuore mi batteva forte in gola. Quando le nostre mani per l’ennesima volta si sfiorarono ebbi il coraggio di prendere la sua nella mia, stringendola forte: Lei non la ritrasse, anzi ricambiò la stretta. Senza dire nulla continuammo a camminare con le mani intrecciate. Le nostre mani, quasi felici di stare insieme, si cercavano, si stringevano, si carezzavano, quasi avessero atteso da molto tempo quel momento. Il turbamento che ormai ci avvolgeva era palpabile: incapaci entrambi di parlare, quasi bloccati da una forza misteriosa, con il cuore in gola che ci martellava, sospesi in un mondo irreale. Le nostre mani si stringevano cosi forte, rinserrate l’una nell’altra, come fossero diventate una cosa sola. Imboccammo il vicoletto dietro la Chiesa ed io, dopo aver deglutito con forza, presi tutto il  coraggio che mi era rimasto e  mi fermai abbracciandola stretta; la avvolgevo con forza nel mio abbraccio, senza profferire parola. Lei non solo non si ritrasse ma, quasi spossata, si abbandonò appoggiando la testa sulla mia spalla. Incapaci entrambi di parlare restammo abbracciati a lungo, quasi che i nostri corpi avessero da tempo desiderato quel contatto, con i nostri volti roventi a contatto l’uno dell’altra, in un’atmosfera magica, irreale, fuori dal tempo. Solo i nostri occhi, che ogni tanto si incrociavano, parlavano e si dicevano tutto. Non ci eravamo ancora baciati, quasi che avessimo paura di farlo; ci baciammo solo quando la tensione si era un po’ allentata: le nostre labbra si toccarono delicatamente, quasi solo sfiorandosi, e poi un nuovo lunghissimo abbraccio. In questa atmosfera irreale il tempo non esisteva. Forse in certi momenti assume una dimensione particolare, tutta sua: senza rendercene conto il tempo era volato via e, con disperazione, ci accorgemmo che ormai il pullman che doveva riportarci a casa era già partito. Fummo presi entrambi da un panico angosciante pensando alle conseguenze.



Le conseguenze ci furono, eccome, ed anche abbastanza tragiche! Esse ruppero per sempre un incantesimo appena iniziato che, forse, avrebbe fatto prendere alla mia vita ed alla sua un altro percorso. Prendemmo con angoscia il pullman successivo e arrivammo a casa con ore di ritardo. Sia a casa mia che a casa sua si vivevano momenti di grande agitazione. I mezzi di comunicazione, allora, erano scarsi e non era facile avvisare di un disguido o di un ritardo. Io arrivato a casa riuscii a giustificarmi in modo abbastanza plausibile ma Lei no. Arrivata a casa fu sottoposta ad un lungo interrogatorio e dopo un martellante “terzo grado” da parte del padre disse la verità, raccontando della serata trascorsa insieme. Non finì li. L’indomani pomeriggio il padre, ancora furente, venne a Bauladu per fare ai miei genitori una filippica nei miei confronti. Minacciò che qualsiasi cosa fosse successa alla figlia la responsabilità sarebbe stata la mia. I miei restarono molto turbati, anche se io li rassicurai sulla mia onestà. 
Dall'indomani nei miei confronti la sua famiglia mise in atto un “fuoco di sbarramento” a tutto campo perché non la rivedessi più. Il controllo della sorella divenne più pressante e costante, esteso anche al giorno del rientro pomeridiano. Per giorni si incontrarono furtivamente solo i nostri sguardi: la sorella più grande, guardiano severo, limitava totalmente i suoi movimenti evitandole qualsiasi contatto con me. Furono giorni terribili ma in quei tempi ribellarsi era impossibile, come cercare soluzioni diverse. Lentamente ma inesorabilmente i giorni passavano e col passare del tempo anche gli ardori più forti sono destinati ad affievolirsi. Anche se di malavoglia, mi tuffai nello studio e,  alla fine dell’anno scolastico fui promosso con profitto. Angela, però, non era scomparsa dalla mia mente perché, anche se ad intermittenza, continuava a martellarmi dentro con forza, creandomi un gran vuoto dentro e rattristandomi fino alle lacrime. Arrivò finalmente l’estate e l’assenza dell’impegno scolastico, la compagnia degli amici, la voglia estiva di mare e di sole, mitigarono il mio dolore e, lentamente, fecero sbiadire il suo ricordo dalla mia mente. A settembre al rientro a scuola, come per incanto, vederla non mi fece venire quel gran tuffo al cuore che in precedenza avevo ben conosciuto. Anche Lei, credo, aveva metabolizzato ed assorbito quell’indimenticabile momento magico, archiviandolo tra i “ricordi” del passato. A 15 o 16 anni è facile dimenticare ed imboccare altre vie, altri sentieri, prendere nuove direzioni. Così fu.

La mia vita e la sua presero strade diverse che mai più si incrociarono. Per molti anni non seppi più nulla di Lei. Quando capitò di incontrarci di nuovo di anni ne erano passati tanti: eravamo entrambi sposati e con responsabilità di famiglia e di lavoro, che poco spazio lasciavano ai ricordi. Ne io ne Lei, però, avevamo dimenticato quel momento magico che, anche solo per un attimo, aveva illuminato la nostra vita come un fulmine a ciel sereno. Il cuore, cari amici, può accantonare, spesso a malincuore, ma mai dimenticare. Quando i nostri occhi si incontrarono per salutarci un bagliore improvviso, come di fuoco, un bagliore che io ben conoscevo, ci illuminò e ci scosse, anche se per un solo istante. Un istante nel quale si può ripercorrere una vita intera, vissuta o sognata.
Mario