lunedì, agosto 16, 2010

LA SARTIGLIETTA ESTIVA 2010: UN MODO INTELLIGENTE DI FESTEGGIARE IL FERRAGOSTO ORISTANESE.











Oristano 16 Agosto 2010
Cari amici,
ieri, domenica 15 Agosto ho accompagnato mio figlio Santino a fare un servizio fotografico alla manifestazione estiva, organizzata dalla Pro Loco di Oristano, chiamata “ Sartiglietta estiva”.
La manifestazione consente di propagandare la Sartiglia ( il notissimo Carnevale Oristanese ), ai numerosi turisti che in questo periodo affollano le nostre spiagge, in particolare Torregrande.
E’ proprio sul lungomare di Torregrande che, ormai da oltre 30 anni, si svolge con l’utilizzo dei giovani mini cavalieri del Giara Club, preparati da Antonio Casu, questa Sartiglietta estiva.
Pur conoscendo bene la Sartiglia, per averla vista ripetutamente per oltre quarant’anni, compresa quella del Lunedi riservata ai ragazzi, non avevo mai partecipato a questa edizione estiva. Non che la considerassi, come fanno molti, una dissacrazione dello spettacolo carnevalesco, ma, come spesso succede, non avevo mai voluto abbandonare il mio riposo estivo al mare di Funtana Meiga per andare a Torregrande a vederla.
Quest’anno, invece, per accontentare Santino, l’ho fatto e Vi posso assicurare che ne è valsa davvero la pena!
La Sartiglia, l’ho sempre sostenuto, è una manifestazione meravigliosa, vissuta dai protagonisti con grande passione, direi quasi con dedizione e trasporto, tutto l’anno. Pensavo, però, che questo spirito, questo amore per una antica tradizione che si ripete da oltre 500 anni, fosse una prerogativa degli adulti, non anche dei bambini. Mi sono, però, dovuto ricredere!
Ecco a Voi la cronaca di una giornata davvero speciale.
Sono arrivato presto a Torregrande, oltre un’ora prima della manifestazione, e mi sono fermato nel piccolo Anfiteatro di fronte alla Chiesa Sella Maris, la Parrochia del borgo, dove i partecipanti si erano dati appuntamento; da dove sarebbe partito il corteo verso il lungomare dove si sarebbe svolta la Sartiglia.
Qualcuno era già arrivato, tra i quali Pacifico Tratzi, mio ex collega bancario che da anni allena i giovani tamburini della Pro Loco di Oristano. Mentre conversavo piacevolmente con lui iniziano ad arrivare, accompagnati dai loro genitori, i giovani tamburini, già vestiti di tutto punto per la manifestazione e con tamburo e bacchette impugnate da manine nervose. A seguire i giovani cavalieri con i loro piccoli destrieri, i trombettieri ed infine la giovane “ Componidori” Valentina Rais, di 12 anni, accompagnata dai suoi due aiutanti: Chiara Aru, su Segundu e Antonio Deidda, su Terzu, entrambi di 11 anni. A farle compagnia, tutte intorno, le sue damigelle d’onore: sa massaia manna e is massaieddas, che portavano con Loro tutto il materiale necessario alla trasformazione del Cavaliere in Componidori, ovvero da uomo in semidio, figura androgina che per un giorno, attraverso la Vestizione, diventa il sovrano assoluto del Torneo.
Seguivo questo andirivieni con attenzione. Non mi sfuggiva la grande tensione che permeava tutti questi partecipanti. Nessuno di Loro, protagonisti o comprimari, si muoveva con superficialità: in tutti vi era una tensione ed un profondo senso del ruolo. Ho scambiato qualche parola con Valentina che si preparava al Suo ruolo di Capocorsa: era talmente conscia dell’importanza della Sua prestazione che sembrava non avere i suoi 12 anni ma molti di più! Era, la Sua, la tensione di una persona matura, che si preparava a compiere un Rito Sacro!
La stessa forte tensione attanagliava tutti. Il Presidente della Pro Loco Giorgio Colombino, accompagnato dalla moglie Bastianina, sovraintendeva a tutti i particolari, coadiuvato dai vari componenti del Consiglio, a partire dalla Vice Presidente Bianca Muscas. Nessuno sembrava essere solo spettatore.
Con l’arrivo di tutti i partecipanti, verso le 19,30, il corteo inizia a muoversi, con un bel seguito di pubblico, in gran parte turisti.
Accompagnato dal rullare dei tamburi e dagli squilli delle trombe il corteo imbocca il lungomare tra due ali di folla. Il sole è ancora alto nel cielo e la gente, assiepata dietro le transenne, applaude i giovani partecipanti, mentre i lampi delle macchine fotografiche scattano in continuazione.
Alla fine del viale, in prossimità di Villa Baldino, era stato predisposto il palco per la vestizione, i sostegni del nastro che regge la stella e le varie tribune per le Autorità e gli spettatori paganti.
La cerimonia della vestizione è stata per me una cosa davvero straordinaria! La tensione di tutti i partecipanti al rito si toccava con mano. Valentina siede nello scranno a Lei riservato al centro del palco: serissima, con gli occhi lucidi e le mani sulle ginocchia, sembra attendere quasi un evento ultraterreno. Intorno a Lei “ Sa Massaia manna” e "is Massaieddas" con i cesti di vimini contenenti tutti i capi che avrebbe dovuto indossare: la camicia bianca, il colletto, i panni che preparano il viso a sostenere la maschiera, il velo, su Coiettu ( il corpetto di cuoio con lunghe falde al ginocchio), i nastri, rigorosamente verdi, la maschera, il velo, il cappello ed i guanti.
Il rituale inizia con la vestizione della camicia bianca a cui segue la sistemazione del colletto legato con il nastro verde ( colore scelto dalla Pro Loco per la Sartiglia dei ragazzi ); la vestizione continua facendo indossare su Coiettu , fermato in vita dal grosso cinturone di cuoio. Sempre a sedere sullo scranno su Componidori viene ora “bardato” con una serie di nastri verdi che gli chiudono le ampie maniche della veste bianca ai polsi e stringono in alto le braccia. Inizia subito dopo la posa dei fazzoletti ai lati del viso e sul capo che vengono cuciti con cura: hanno il compito di reggere perfettamente la maschera ed evitare qualsiasi spostamento inopportuno durante il torneo. Prima della posa della maschera sul viso, il Presidente porge al Capocorsa un vassoio con i bicchieri per un brindisi augurale: in questo caso, però, pur nel rispetto del rituale del brindisi, si è proceduto ad alzare i calici non con la famosa Vernaccia ma con una più adatta bibita analcolica!
La posa sul viso della maschera è il vero momento della trasformazione dell’umano in divino: su Componidori, ora, non è più uno di noi ma ha assunto un’altra dimensione, una dimensione che incarna quella forza superiore, quel divino tanto misterioso e invisibile.
Sembra strano, credo che lo faccia a tutti, ma un attimo dopo la posa della maschera sul viso de su Componidori, non pensiamo più alla carnale figura che c’è dietro, giovane o adulto che sia, maschio o femmina, ma da quel momento quella maschera racchiude un personaggio unico, che non è uno di noi, è semplicemente il divino su Componidori, il Capo indiscusso del Torneo.
La vestizione viene portata a compimento con la posa del velo che viene strettamente cucito intorno alla maschera ed a seguire il cappello, chiuso sotto il mento sempre da un bel nastro verde, dalla camelia appuntata sul petto a sinistra, e dai guanti sempre rigorosamente bianchi.
La vestizione ora è completata: su Componidori è pronto a guidare la corsa. Il suo cavallo è pronto: viene portato davanti al palco ed Egli dovrà salirci sopra senza mettere i piedi per terra. La tradizione vuole che lui, ora non più uomo terreno, possa toccare la nuda terra, sarebbe di cattivo auspicio per Oristano e le sue campagne ed il futuro raccolto. Egli resterà per tutta la durata del torneo, sia durante la corsa alla stella che durante le pariglie, sopra il suo cavallo, da cui dirige, giudice unico, lo svolgersi della competizione, assegnando a suo insindacabile giudizio la spada e su stoccu ai cavalieri che si cimenteranno alla corsa alla stella e stabilendo l’ordine e le modalità di partecipazione delle pariglie.
Valentina è stata bravissima. Salita sul suo bel cavallino della Giara e scortata dai suoi fedelissimi, su seguntu e su terzu, ha prima benedetto la folla con il bel mazzo di viole e pervinche, noto come sa Pippia de Maju, i componenti del suo Gremio, la Pro Loco, poi il pubblico che ha risposto con un grande applauso. Poco dopo ha dato inizio al torneo.
Ricevute le spade dal Presidente Colombino ne ha consegnato una al suo secondo, Chiara, e con lei ha incrociato, in segno ben augurante, tre volte le spade sotto la stella, chiedendo con quel rito l’aiuto divino.
Poi ha per prima tentato la sorte alla stella con la spada: non è stata baciata dalla sorte, ha solo colpito ma non infilzato la stella. Poco importa, su segundi e su terzu, invece, hanno colto il bersaglio infilzando perfettamente la stella e portato a casa entrambi il premio riservato, la stella d’argento, consegnata a su segundu dal Presidente Giorgio Colombino e a su terzu dall’Assessore alla cultura della Provincia Serafino Corrias.
A seguire tutta una serie di stelle colte, accompagnate con grande entusiasmo del grande pubblico assiepato dietro le transenne e nelle tribune. Hanno colto la stella Francesco Salis, Stefano Casu, Salvatore Carrus, Nanni Cabitza e Antonio Deidda. A premiare i cavalieri vincenti La Vice Presidente Bianca Muscas, il Questore Dr. Pinto, il Presidente del Coni Gabriele Schintu ed altre Autorità. Lo spettacolo dato dai mini cavalieri è stato,davvero, fantastico!
Terminata la gara con la spada su Componidori le ha riconsegnate al Presidente ed ha ricevuto su Stoccu per un ulteriore tentativo, che è riservato, come tradizione, solo al Capocorsa ed eventualmente ai suoi aiutanti.
Anche la prova con su stoccu non è stata favorevole a Valentina, che ha comunque diretto in modo magistrale la Corsa, ma ha premiato, ancora una volta su terzu, Antonio Deidda, che a 11 anni ha dimostrato di essere già un cavaliere bravissimo! Con quel secondo centro ha ottenuto la stella d’oro. Complimenti Antonio, diventerai un grande sartigliante e sicuramente farai Su componidori!
Valentina ha affascinato tutti con una splendida "Arremada", la benedizione finale che viene eseguita da su Componidori completamente supino sul cavallo.
Le bellissime e spericolate pariglie hanno chiuso una splendida manifestazione.
Posso dirvi, in tutta franchezza, che mai avrei pensato che una Sartiglia estiva, quasi giocosa e per alcuni solo una parodia di quella vera, fosse, invece, un interessante spettacolo vero, pieno di entusiasmo partecipativo e sicuramente vera palestra per i giovanissimi che l’hanno vissuta con una intensità ed un impegno non comuni.
Con questi presupposti, grazie all’impegno della Pro Loco e del suo Presidente Colombino che l’ha inventata oltre 30 anni fa, di Antonio Casu e del suo ormai famoso Giara Club, e di tutti gli amici che la propagandano, la Sartiglia avrà sempre un grande vivaio a cui attingere e, soprattutto vedrà il perpetuarsi di una tradizione che dura da oltre 500 anni e che è fatta di amore per Oristano e le sue nobili tradizioni.
Senza dimenticare che è un veicolo speciale per la promozione turistica della nostra Provincia, che può calamitare quel flusso turistico che da sempre desideriamo. Grazie a tutti quelli che la sostengono.
Grazie dell’attenzione.
Mario

martedì, agosto 03, 2010

LA " FESTHA MANNA " DI SASSARI: LA SFILATA DEI CANDELIERI ( FARADDA DI LI CANDARERI ).

Oristano 3 Agosto 2010

Cari amici,
tra pochi giorni Sassari sarà in festa!
Da molti secoli nella città turritana si svolge il 14 di Agosto una processione in onore della Vergine Assunta , capace di unire tutti i sassaresi in modo unico.
Ho voluto ricordare agli amici del mio blog la storia di questa interessantissima manifestazione.
Eccola.















La Sfilata dei Candelieri (Faradda di li candareri) è la grande festa della città di Sassari, una spettacolare e suggestiva processione che si svolge, ogni anno, da oltre 500 anni, il 14 agosto.

La manifestazione è cosi "particolare" che si è sentito il bisogno di tramandarla e perpetuarla, chiedendo all' UNESCO di includerla nel grande patrimonio dell'Umanità.
Ebbene, dopo il Canto a tenore anche la Faradda di li candareri entrerà a far parte del Patrimonio immateriale dell’Unesco.

La "Festa Grande" di Sassari, la cosi detta Festha Manna, potrebbe essere inclusa entro breve tempo nell’elenco delle manifestazioni culturali considerate patrimonio dell’umanità.
La notizia che il riconoscimento è in corso è stata data dal primo cittadino, il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau, durante una conferenza stampa per la presentazione della manifestazione. L’iter è iniziato con l’arrivo a Sassari del responsabile del settore Beni immateriali dell’Unesco, Sergio Vassari: nei giorni scorsi una troupe specializzata ha raccolto dati, documenti e interviste con storici, studiosi e organizzatori della festa più importante del capoluogo sassarese. La vasta documentazione sarà analizzata dalla commissione Unesco che dovrà decidere se la la storica discesa dei Candelieri in onore della Madonna dell’Assunta, merita di essere iscritta nel Grande Libro, diventando Patrimonio dell’Umanità, vero patrimonio culturale di tutti, quindi immortale.


I grandi ceri di legno che il 14 agosto, da secoli, sfilano al ritmo dei tamburi per le vie della città, diventerebbero, quindi, patrimonio dell’umanità. I sassaresi ne saranno ancora più fieri!


Ma come è nata questa grande festa popolare che ogni anno calamita un numero impressionante di persone, non solo di Sassari e della Sardegna, ma anche provenienti da ogni parte del mondo?
Ecco una sua breve storia.


La "Festha Manna", come affermano con orgoglio i sassaresi, trae le sue origini dalle tradizioni pisane: La città di Sassari, infatti, fin dal secolo XI intratteneva con la città toscana dei rapporti economici molto stretti e ospitava entro le sue mura una cospicua colonia di pisani, che vi restarono fino al 1284 (anno nel quale, in seguito alla disfatta della Meloria, i pisani furono costretti da Genova ad abbandonare la città). Il quartiere ancora oggi denominato Santa Maria di Pisa, lo dimostra in modo concreto. Questo legame con le tradizioni pisane è confermato anche dall’analogia con un'altra processione sarda, quella dei Candelieri di Iglesias, che è testimoniata da documenti trecenteschi. In effetti, feste simili, caratterizzate dall'offerta di ceri alla "Madonna di mezzo agosto", sono attestate durante il Medioevo in numerose città della Toscana.
Questa festa a Pisa, per esempio, come si rileva da dagli Statuti della Repubblica, era dettagliatamente regolamentata e l’oblazione dei candeli prevedeva un disciplinare su come le offerte della cera in onore dell’Assunta di Mezzo Agosto dovevano essere effettuate. Questa festa divenne nel tempo, a pieno titolo, una tradizione anche sassarese, che fu conservata anche dopo l’esodo dei toscani.

Originariamente la festa prevedeva l’offerta alla chiesa madre di Santa Maria di Pisa di un certo quantitativo di cera vergine destinata alle funzioni liturgiche. Questo obbligo successivamente si estese anche alle colonie pisane insediate in Sardegna.


Erano le corporazioni cittadine delle arti e dei mestieri a prendere su di sé questo compito in nome del popolo. La cera veniva trasportata verso la Cattedrale per mezzo di un corteo religioso. Nelle città toscane essa veniva modellata artisticamente fino a formare costruzioni particolari (a Lucca), oppure veniva utilizzata per abbellire delle imponenti colonne di legno e di carta (così per la festa di San Giovanni Battista a Firenze). A Pisa la cera offerta veniva mostrata al pubblico sotto forma di immagini di santi e altri ornamenti posti su un’impalcatura di legno a forma di tabernacolo e condotta in spalla da alcuni portatori per mezzo di alcune stanghe. Tali macchine, oltre a costituire un omaggio alla Vergine, miravano a suscitare l’ammirazione del pubblico.

Il tabernacolo aveva un peso prescritto minuziosamente dagli Statuti cittadini e veniva addobbato con stendardi e bandiere; esso inoltre doveva essere accompagnato col suono di alcuni musicanti. In un secondo tempo, le macchine a forma di tabernacolo furono sostituite dalle colonne di legno munite di capitello, il cui trasporto era più pratico e facile. In questo caso si deve immaginare che i ceri venissero fissati al di sopra del capitello, come scrive lo storico Vittorio Angius. Questa innovazione inoltre consentiva ai portatori di sollevare verso l’alto la colonna e di muoverla danzando al ritmo della musica.


La cerimonia dunque si trapiantò saldamente anche a Sassari, e sebbene non sia stato tramandato nessun documento scritto sulla disciplina dei Candelieri sassaresi, la festa della città turritana sembra ricalcare fedelmente ancora oggi le norme degli Statuti di Pisa scritti ben sette secoli fa. L’unico grande cambiamento riguarda proprio la cera, che ormai da qualche secolo non abbellisce più le colonne ed è scomparsa anche dalla memoria popolare. Peraltro la carenza di documentazione (l’archivio pubblico della città fu bruciato dai francesi nel 1527) non consente di affermare nulla di preciso. La festa, forse, nel tempo perse smalto e fu anche sospesa o abbandonata.


Il primo cenno storico delle ripresa della processione dei Candelieri si trova in un documento del 1504. Secondo le indagini compiute dallo storico sassarese Enrico Costa, però, l’istituzione della festa avvenne nel 1528, come voto alla Madonna per ottenere la cessazione di una pestilenza. L’epidemia cessò esattamente la vigilia di ferragosto. E fu così che, da allora, la popolazione sciolse il suo voto alla Madonna, ripristinando con grande partecipazione di popolo l’antica tradizione pisana. Un’ordinanza del 1531 disciplinava dettagliatamente lo svolgimento della festa e l’ingresso nella chiesa degli otto Candelieri appartenenti alle principali corporazioni cittadine:

Agricoltori (Massai), Mercanti, Sarti, Calzolai, Muratori e Falegnami, Pastori, Ortolani e Carrettieri.

Il voto alla Madonna venne rinnovato solennemente in diverse occasioni, durante nuove ondate di peste, tanto che lo storico Pasquale Tola collocava l’istituzione della festa nel 1580 e “la rinnovazione del voto nel 1652”.

Oggi, come ieri, protagonisti assoluti del rito religioso sono i Gremi, i rappresentanti delle antiche corporazioni di arti e mestieri della città. Sono loro che, a ritmo di tamburo e piffero, portano in spalla i pesanti candelieri, percorrendo le principali strade del centro storico, tra due ali di folla. Terminata la discesa, nel cuore della città vecchia, il corteo raggiunge la chiesa di Santa Maria di Betlem dove si volge il rito religioso, seguito da musiche e spettacoli fino a notte fonda.
Gli otto ceri, che avevano un peso di 40 libbre ciascuno, venivano collocati alla vigilia della festa dell’Assunzione attorno al catafalco della Vergine dormiente, come a formare una corona. La spesa per la fabbricazione dei candaleros era a carico della città; questo impegno era assolto dagli obreros, che venivano nominati ogni anno.
La processione venne a perdere col tempo l’austerità della originaria processione religiosa. Nel 1694 il Viceré spagnolo, particolarmente attento a contenere le spese pubbliche, cercò di sopprimere la festa, che riteneva troppo costosa per le finanze del Comune, ma la cittadinanza sassarese conservò la sua manifestazione con la motivazione che non si doveva rompere il voto stretto con la Madonna.
Nel XVII secolo l’offerta votiva comprendeva ancora il cero e il Candeliere; all’inizio del secolo successivo, però, le corporazioni sassaresi portavano in processione soltanto i fusti, privi di cera. L’offerta diventava così soltanto simbolica.
Nel 1718 il Consiglio Comunale impose di sostituire le colonne con un cero di cinque libbre, ma l’ordinanza non fu accolta dal popolo e quindi non fu rispettata neppure dai Gremi. A metà dell’Ottocento il Consiglio Comunale di Sassari, insieme all’Arcivescovo Varesini, fecero un nuovo tentativo per sopprimere la sfilata dei Candelieri di legno, considerandola una festa chiassosa e ormai troppo laica, e imposero di sostituire le colonne con dei ceri portati a mano e con le croci parrocchiali. Questa innovazione non fu tollerata e per quattro anni il rito non venne più celebrato. Nel 1856, in seguito ad una nuova epidemia di colera, fu ristabilita la vecchia tradizione.

Dall’epoca della colonia pisana fino ad oggi, la festa dei Candelieri ha conservato molta parte del suo aspetto antico, ma si è anche arricchita di nuovi elementi, fastosità, libertà e spirito goliardico che ne hanno fatto evolvere la fisionomia.


Alcuni Gremi, come quello dei Mercanti, perso il loro interesse per la manifestazione, vennero sciolti. Il Gremio dei Pastori scomparve in seguito al venir meno della sua importanza economica e del suo prestigio sociale; ai carrettieri fu pignorato il Candeliere a causa di un debito insoluto. Nella manifestazione subentrarono, per contro, altre corporazioni, come quella dei Contadini (1937), dei Viandanti (1941) dei Piccapietre (1955), dei Fabbri (2007).

Nel 1979 è nato l’Intergremio, associazione che riunisce i Gremi di Candeliere e che si impegna a tutelare e custodire la tradizione della grande festa cittadina.


Tra pochi giorni l’antico voto all’Assunta verrà rinnovato. Il 14 di Agosto gran parte dei sardi ed una miriade di turisti, provenienti da tutto il mondo, raggiungeranno Sassari, dove per un giorno tutto si ferma: è FESTHA MANNA !
Ecco alcune foto che testimoniano la bellezza della manifestazione e la grande partecipazione popolare.

Mario.























lunedì, luglio 12, 2010

IL SINIS E LA LAVANDA: UNA NUOVA PROVENZA?



ORISTANO 12 LUGLIO 2010






Cari amici,
la lettura odierna del quotidiano L’Unione Sarda mi ha invogliato a scrivere questa riflessione su un arbusto meraviglioso che cresce anche in Sardegna: la Lavanda.
Molto diffusa in Europa, la lavanda ha in Provenza, soprattutto, una coltivazione intensiva praticata per ricavarne essenze utilissime alla nostra salute.
Prima di raccontarVi la bella avventura oggi riportata ne L’Unione Sarda, ecco una breve introduzione per ricordare a tutti Voi cos’è la Lavanda.

NOME SCIENTIFICO: Lavandula officinalis; lFAMIGLIA: Labiate.
DESCRIZIONE: La Lavandula officinalis, la vera lavanda, è un piccolo arbusto sempreverde e rustico, a portamento eretto, che a maturità può essere alto oltre un metro e spesso necessita di sostegni. Coltivata per il delizioso profumo delle sue spighe fiorifere, ma decorativa anche per le fitte foglie argentee, la lavanda, cresce spontanea nelle zone collinari, mentre al di sotto dei 500 metri è diffusa la Lavandula spica, o spigo, che teme il freddo e fiorisce circa un mese dopo. FUSTO: I fusti della lavanda, elegantemente contorti, e legnosi dal secondo anno di coltivazione, tendono a scortecciarsi sui rami più vecchi e a prostrarsi.
FOGLIE: Le foglie sono opposte, lineari, ricoperte da una fine peluria che assume sfumature argentee sulle foglie vecchie, quasi bianche su quelle giovani; anch'esse sono deliziosamente profumate, più o meno intensamente a seconda delle varietà.
FIORI: colorazione dal blu intenso al rosa.
HABITAT: Il clima temperato è gradito alla lavanda, per cui la si trova allo stato spontaneo in molte zone del Mediterraneo; il terreno ideale per la sua coltivazione è asciutto e leggero, calcareo, non compatto.
COLTIVAZIONE: Coltivare la lavanda non presenta difficoltà: l'unica attenzione va posta nel drenaggio, che deve essere ottimo in quanto le radici di queste piante temono i ristagni d'acqua. La coltivazione su terreni scoscesi è ideale sia perché il decorso dell'acqua piovana è favorito, sia perché le radici della lavanda contribuiscono a tenere fermi i terreni che hanno tendenza a franare. La lavanda può essere coltivata anche in vaso, purché all'aperto.
ESPOSIZIONE: Tutte le varietà di lavanda amano il sole, una posizione aperta risulterà utile per prevenire le infezioni da funghi.
RIPRODUZIONE: Il metodo più semplice e diffuso di moltiplicazione consiste nel far radicare talee di rametti semilegnosi, lunghi una quindicina di centimetri, staccati nei periodi dell'anno in cui la temperatura è stabilmente mite da piante giovani, preferibilmente al secondo anno d'impianto.
CRESCITA: Per mantenere in forma i cespi occorre potare le piante energicamente alla fine della fioritura ed eventualmente in modo più leggero a primavera per eliminare i rami rovinati dalla neve o dal gelo e favorire l'emissione di nuovi getti.
RACCOLTA: L'epoca della raccolta è in relazione alla varietà, coltivata, all'esposizione e all'altitudine; quel che si deve tenere presente è che i fiori, una volta recisi, devono essere sottoposti subito alla lavorazione se si intende ricavarne l'essenza. E' importante raccogliere i fiori quando non sono ancora completamente schiusi, nelle ore centrali di giornate asciutte. CONSERVAZIONE: I fiori di lavanda essiccati all'ombra si conservano poi in scatole di latta a chiusura ermetica; se vengono posti in sacchetti di tela fine e messi in armadi o cassetti profumano gradevolmente la biancheria.
PROPRIETA'.
BELLEZZA: Chi desidera un'acqua di lavanda fatta in casa deve porre 30 grammi di fiori appena raccolti in mezzo litro d'alcool a 32°e lasciarli macerare per un mese, quindi filtrare il tutto.
SALUTE: Il profumo della lavanda attira le api, che producono un ottimo miele aromatico, mentre non piace alle zanzare che ne vengono infastidite: è consigliabile dunque, nelle afose sere estive, frizionarsi con acqua di lavanda per rinfrescarsi e nello stesso tempo evitare fastidiose punture. L'infuso di fiori di lavanda (10 grammi di fiori posti per tre minuti in infusione in una tazza da 200 millilitri) allevia le emicranie originate da digestione lenta, ha inoltre azione rilassante e antisettica per cui giova in caso di laringiti, alitosi e flatulenze.
CURIOSITA': La derivazione etimologica del nome non lascia dubbi e ricorda l'uso che i Romani facevano di questa pianta: la usavano per profumare l'acqua dei bagni e come detergente.

Detto questo torniamo all’articolo di oggi dal titolo “ Nel Sinis, dove cresce la lavanda”.
Patrizia Mocci, brava giornalista de l’U.S., ha intervistato Elvio Sulas, pensionato di Riola, che da due anni ha messo su una bella scommessa: produrre, con tremila piantine di Lavanda, un pregiato olio curativo.
Il Sinis è terra davvero incantevole. Tutti la apprezzarono ed amarono a partire dai popoli nuragici, se è vero, come è vero, che quei lontani popoli oltre che i Nuraghi ed i bronzetti, ben più noti, costruirono le enormi statue note come “ I giganti di Mont’e Prama”, che speriamo di vedere presto rimessi in sesto, dato che giacciono da oltre un trentennio nei meandri della Soprintendenza, in un restauro che sembra non avere mai fine. Su questo argomento tornerò presto su questo Blog.
Successivamente in tanti si insediarono in questi luoghi: forse per il particolare porto naturale riparato, forse per la ricchezza dei suoi stagni, ma dai Fenici,ai Punici, dai Romani fino ad arrivare agli Spagnoli, tutti trovarono nel Sinis l’oro che non era solo quello che oggi chiamiamo oro di Cabras, ovvero la vera bottarga di muggine.
Nel Sinis, tra le tante specie particolari, a partire dall’elicriso, c’è anche la lavanda, che cresce spontaneamente in cespugli profumati che inondano di preziosi effluvi l’aria intrisa di maestrale. Nessuno, però, prima di Sulas aveva pensato di mettere su una piantagione di Lavanda. Mi ha colpito quest’idea: sfruttando abilmente le qualità sia del terreno che dei luoghi mettere su una piccola piantagione di lavanda!
Elvio Sulas, fratello di un mio collega ( Giovanni) ancora in servizio in Banca, giovane pensionato di 60 anni con forti passioni come l’archeologia e l ‘agricoltura, ha avuto la splendida idea di trasformare un fazzoletto di terra in una piccola fabbrica agricola. Bella idea! Il sole estivo ha già portato a maturazione le oltre tremila piante di lavanda messe a dimora ed è già iniziata la raccolta dei fiori. Sarà un distillatore a trasformare questi fiori profumati e colorati in olio essenziale dalle mille proprietà curative.
L’olio essenziale di lavanda, come suggerisce lo stesso Sulas a chi acquista il suo prodotto, è considerato “…tra i più versatili e utili in numerosissimi casi e non dovrebbe mai mancare tra i rimedi naturali della Vostra casa…”. Esso risulta utile, continua Sulas, per esempio per curare la depressione, la tensione e l’ansia; è, inoltre, un buon rimedio per il raffreddore, per problemi respiratori e per purificare l’aria delle stanze ove soggiorna un ammalato. Benefico in caso di infiammazioni, torcicollo, mal di testa, scottature solari, ustioni, punture d’insetto, abrasioni, graffi o acne. Utile anche per alleviare lo stress, distendere i nervi e rimediare pelli danneggiate o secche. Come prodotto per la cura della persona aiuta chi ha i capelli grassi, con colorito spento o con forfora; ravviva pure la profumazione dei fiori secchi. Che dire di più? Pensate che allevia anche le irritazioni e le infiammazioni dell’apparato respiratorio! Più miracoloso di cosi!
In un momento di vera crisi sono le persone intelligenti quello che sfruttano abilmente le nicchie di mercato. Sulas lo ha fatto. Potrebbe essere un buon esempio per i giovani che, costretti dalle variabili internazionali, frutto di una “ Globalizzazione” i cui effetti ancora non sono del tutto noti, potrebbero trovare sollievo a quel dolce/amaro "far niente" che li costringe, nuovi bamboccioni, a stare a casa a carico dei genitori.

Meditate gente, meditate!

Mario














lunedì, luglio 05, 2010

GIUSTIZIA RIPARATIVA: RICETTA MODERNA IN SALSA ANTICA.


ORISTANO 5 GIUGNO 2010

Cari amici,

quella che trovate appresso è una delle mie ultime fatiche universitarie: la tesina finale dell'esame di " Psicologia Giuridica", sostenuto con la Prof. Patrizia Patrizi. E' proprio grazie e Lei ed alla Sua "insistenza" che, uscendo dagli schemi comuni, ho affrontato il tema della Giustizia riparativa, paragonandola e confrontandola con le antiche Norme del nostro " CODICE BARBARICINO".
La saggezza del popolo sardo, che ancora qualcuno si ostina a mettere in discussione, risulta ben evidente rileggendo attentamente quell'antico codice orale, messo per iscritto da Antonio Pigliaru, e che è stato sicuramente alla base delle successive leggi, a partire dalla " Carta de Logu".

Grazie dell'attenzione e...buona lettura.

Mario.