sabato, luglio 21, 2007

PROGETTO " DALLA SCUOLA ALL'IMPRESA"










UN PROGETTO...FANTASTICO!!


DALLA SCUOLA ALL'IMPRESA:


UN AIUTO PER PASSARE DALLA TEORIA ALLA PRATICA.







SCUOLA D’IMPRESA:
IN AULA CON I MANAGER

UN PERCORSO GUIDATO DALLA SCUOLA ALLA PROFESSIONE




ABSTRACT

Dalla Scuola all'Impresa è un progetto che prevede la realizzazione di corsi para-universitari di preparazione al lavoro; è rivolto, per il primo anno di attivazione, ai laureandi e neolaureati della scuola specialistica della Facoltà di Scienze Politiche di Sassari, ma facilmente espandibile ad altre Facoltà, come Economia e Giurisprudenza.
Per quanto riguarda il corso, piano formativo non sarà basato su vere e proprie lezioni teoriche, ma si avvalerà di nuovi metodi di insegnamento. Il mondo del lavoro, infatti, entrerà nelle aule universitarie attraverso le esperienze e le conoscenze maturate dai docenti, al fine di rendere più vicina e meno complessa la realtà occupazionale.
Oltre al metodo, anche la figura del docente non sarà tradizionale; infatti questo ruolo sarà ricoperto da manager e professionisti provenienti dai numerosi Enti e Aziende aderenti all'iniziativa.
Gli insegnamenti avranno una natura multidisciplinare, soddisfacendo quindi un'esigenza comune a tutti i giovani neolaureati: comprendere e saper tradurre i meccanismi che lo inseriranno nella vita lavorativa. Il progetto servirà dunque ad unire il passato percorso di studi alla futura occupazione.





IL CONTESTO OPERATIVO DEL PROGETTO



La nostra proposta è nata dall'analisi del territorio sardo. In particolare abbiamo constatato che uno dei problemi di cui maggiormente soffre la regione Sardegna è la disoccupazione. Il progetto focalizza l'attenzione in maniera specifica sulla situazione lavorativa dei giovani laureati che difficilmente, terminato l'iter universitario, riescono a trovare piena occupazione.
La Sardegna, come illustra il grafico che segue, è tra le regioni con il tasso più basso di laureati inseriti nei settori lavorativi di indirizzo.

Per ovviare a ciò, considerando l'audacia del progetto, abbiamo ritenuto importante, per il primo anno di realizzazione, restringere il campo d'intervento del progetto al solo Ateneo di Sassari e in particolare alla Facoltà di Scienze Politiche. Questa scelta non è casuale, infatti, come risulta dal secondo grafico, la Facoltà di Scienze Politiche si posiziona, rispetto agli altri corsi di laurea, tra le ultime in relazione ai laureati che trovano un'occupazione consona all'indirizzo di studi appena concluso.

In relazione al progetto, i corsi saranno rivolti ai giovani laureandi e neolaureati in Editoria Comunicazione multimediale e Giornalismo, Scienze dell'Amministrazione e Scienze Politiche.
Dopo un riscontro positivo la proposta potrà essere sviluppata, allargando l'invito di adesione alle Facoltà di Economia e Giurisprudenza, sempre di questo Ateneo.



IDEA PROGETTO



Questa proposta nasce da un’esigenza elementare, in gran parte ancora oggi, in Sardegna, insoddisfatta: costruire un percorso guidato che raccordi il mondo dell'istruzione al mondo del lavoro. Ecco la ragione del nostro progetto: siamo fermamente convinti che la preparazione universitaria –tendenzialmente teorica–, non sia sufficiente per garantire allo studente il diretto ingresso nel mondo del lavoro; è necessario che, per raggiungere tale obiettivo, alla teoria si accompagni la pratica.
Va chiarito, fin da subito, che questo progetto non intende sostituirsi alle indispensabili lezioni didattiche tradizionali o agli stage e tirocini già previsti dallo statuto universitario, ma bensì intende diventare un'integrazione formativa per lo studente, poiché è perfettamente compatibile con la didattica esistente.
Il nostro progetto, che può essere definito anche “progetto cerniera”, nasce proprio da questo convincimento. Terminati gli studi universitari il giovane neolaureato ha una percezione di distacco e di lontananza dal mondo del lavoro, poiché Università in generale non prevede, un sostegno post-laurea che agevoli l'ingresso dell'ex studente nel mondo lavorativo.
Gli unici strumenti atti a questo scopo sono oggi lo stage e il tirocinio, i quali però, non aggiungono molto alla preparazione del soggetto, infatti è riscontrato che:
· Pochissime aziende hanno la possibilità di seguire lo stagista nel periodo di formazione;
· Le aziende, nonostante aderiscano ai progetti universitari di stage, spesso lo fanno senza un vero e proprio interesse, poiché, trattandosi nella gran parte dei casi di aziende pubbliche, lo stage non è mai finalizzato ad eventuali assunzioni.
· Gli stagisti, poco seguiti, impiegano gran parte del loro tempo in azienda, svolgendo lavori di routine poco qualificanti.
Considerato ciò, il nostro progetto intende supplire a questa mancanza avvicinando le Aziende all'Università, ovvero, portando i manager in aula.
I manager-docenti:
· saranno per la maggior parte appartenenti alla “Associazione Amici del Banco”,
· saranno affiancati da altri manager provenienti da aziende commerciali, industriali e di servizi, che apporteranno ulteriori conoscenze ed esperienze lavorative, maturate in altri contesti (la loro nomina verrà garantita da: Camera di Commercio, API Sarda e Associazione degli Industriali),
· saranno rigorosamente selezionati in base alle varie discipline ed alle conoscenze professionali possedute,
· metteranno a disposizione degli allievi, sotto forma di lezione didattica, le loro esperienze maturate nei differenti settori lavorativi,
· faciliteranno l'inserimento degli studenti nella realtà lavorativa, eliminando la percezione di distacco verso il mondo del lavoro.

I partecipanti al corso:
· saranno organizzati per gruppi per facilitare il processo di apprendimento,
· sotto la guida del manager di turno, si cimenteranno in varie simulazioni lavorative cercando di esprimersi autonomamente e di operare come nella vita lavorativa reale,
· acquisiranno le tecniche operative di un reale ufficio di marketing, di un ufficio legale, di un ufficio del personale, di un ufficio di relazioni con il pubblico, di un ufficio amministrativo, etc.

Le lezioni:
· si terranno in parte nelle aule messe a disposizione dalla Facoltà e in parte presso le Aziende di settore che aderiscono all'iniziativa,
· saranno obbligatorie per tutti i partecipanti,
· saranno suddivise per ambiti di competenza dei manager,
· prevederanno delucidazioni sulle vie d'accesso al mondo del lavoro come: tipologie di assunzioni, di contratti, accesso ai concorsi, normative etc.,
· comprenderanno simulazioni di vita lavorativa,
· forniranno ai corsisti gli atteggiamenti comportamentali da assumere nelle diverse circostanze lavorative in cui potranno trovarsi,
· offriranno chiarimenti di natura pratica, legislativa ed economica delle Aziende.



Alle lezioni in aula si affiancheranno le visite guidate all'interno di aziende, come centri operativi bancari, industriali e commerciali, dove gli studenti potranno apprenderne il funzionamento ed interagire con gli addetti ed i responsabili degli uffici visitati.




OBIETTIVI



Dalla Scuola all'Impresa è un progetto che intende perseguire diversi obiettivi contemporaneamente. Il loro raggiungimento dipenderà non solo dalla buona riuscita del progetto, ma anche, e soprattutto, dalle sinergie messe in campo per ottenerli.
Con questo lavoro intendiamo:
· Raccordare Università e Lavoro ;
· Fornire ai neolaureati gli strumenti che gli permetteranno un più agevole ingresso nella realtà lavorativa;
· Cambiare la percezione di distacco dei neolaureati dal mondo del lavoro;
· Creare una rete di collegamenti, di aperture, di conoscenze tra i vari Enti ed Aziende coinvolte nel progetto ed i corsisti;
· Dare ai neolaureati l'opportunità di conoscere e, non da meno, farsi conoscere dalle aziende interessate al progetto, le quali d'altro canto, avranno visione delle future risorse umane disponibili nel territorio;
· Arricchire la proposta formativa della Facoltà di Scienze Politiche, nonché dell'Ateneo di Sassari;
· Dare valore aggiunto alle opportunità di stage e tirocini;
· Incrementare il numero delle aziende aperte agli stage;
· Motivare i corsisti nel perseguimento delle proprie ambizioni;
· Coadiuvare i servizi offerti dal Centro Orientamento dell'Università.






PARTECIPANTI AL PROGETTO



Associazione proponente

Il soggetto proponente ed attuatore del progetto è L’Associazione Amici del Banco. L’associazione, che raggruppa i funzionari a riposo del “gruppo Banco di Sardegna” (Banco di Sardegna S.p.A., Banca di Sassari S.p.A., SardaLeasing S.p.A., ed altre minori del gruppo) mette a disposizione i propri funzionari e dirigenti, disponibili ad assumere il ruolo di docenti-manager. Questi sono stati scelti, oltre che per la loro capacità di dialogo con i giovani, soprattutto per l'esperienza lavorativa utile al corso, infatti sono: responsabili di uffici legali, direttori di dipendenze, responsabili di uffici del personale, di uffici commerciali, di uffici amministrativi, di marketing e di comunicazione.
Tutti i soggetti coinvolti ai lavori occuperanno un ruolo attivo nel progetto e beneficeranno dei suoi vantaggi.

I partner coinvolti

- Fondazione Banco di Sardegna – Sponsor/finanziatore del progetto;
- Associazione Amici del Banco – Soggetto proponente ed attuatore;
- Università degli Studi di Sassari – Partner principale del progetto;
- Banco di Sardegna S.p.A. – Partner ;
- Camera di Commercio, Industria Agricoltura e Artigianato di Sassari – Partner;
- Associazione degli Industriali della Provincia di Sassari (detta anche del “Nord Sardegna”) – Partner;
- API Sarda, struttura provinciale di Sassari – PartnerSoggetto proponente ed attuatore (capofila)

L’Associazione Amici del Banco svolge il ruolo principale nel progetto in quanto è sia proponente che l'attuatore dell'iniziativa.
L’associazione, nata senza finalità di lucro, persegue finalità di promozione sociale ai sensi della legge 7 dicembre 2000, n. 383. Costituita per consolidare i vincoli di amicizia tra i propri soci (in gran parte funzionari e dipendenti del gruppo Banco di Sardegna) nasce con scopi prevalentemente culturali atti a “mettere a disposizione delle istituzioni scolastiche e universitarie, mediante apposite intese organizzative promosse dall’associazione il ricco e composito patrimonio professionale e culturale dei dipendenti in pensione del Banco..” (cit. art. 2 dello Statuto). La sede legale di questa associazione è a Sassari in Via Molescott,16. Opera in tutto il territorio nazionale, ed in Sardegna ha una sezione operativa in ciascuna delle quattro province storiche: Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano.
Il suo ruolo è quello di “motore” dell’intera operazione. In diretto contatto con il Banco di Sardegna S.p.A., l'associazione è in grado non solo di fornire i manager/docenti ma anche di concordare visite guidate a strutture operative dell’azienda bancaria.

Università degli Studi di Sassari, partner principale del progetto. Al suo interno la Facoltà di Scienze Politiche è il partner principale del progetto.
Il suo ruolo nella realizzazione del progetto è indispensabile. In accordo con il soggetto proponente avrà il compito di concordare modalità e tempi di realizzazione del progetto all’interno della propria struttura.
Si occuperà della divulgazione del progetto agli studenti attraverso:
· il servizio Tutor presente all'interno della Facoltà ;
· il Centro Orientamento dell'Università di Sassari (sito in piazza Duomo,12), che si occuperà di segnalare il corso Dalla Scuola all'Impresa ai laureati degli anni precedenti tramite e-mail circolare;
· news informative, nel portale internet dell'Università (http://www.uniss.it/);
· manifesti, forniti dall'Associazione del Banco, che dovranno essere affissi alle bacheche e nei punti strategici più facilmente visibili dall'utenza.Banco di Sardegna S.P.A.




Partner

Il Banco di Sardegna S.P.A. è la struttura bancaria operativa del “Gruppo Banco di Sardegna”. Fino al 2001 le sue azioni sono appartenente per il 100% alla “Fondazione Banco di Sardegna”, la quale ha successivamente modificato il suo assetto societario cedendo la maggioranza del capitale sociale (51%) alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna.




Partner



La Fondazione Banco, oltre a sponsorizzare e finanziare il progetto, consente, anche, di ottimizzare le lezioni teoriche dei docenti-manager con visite guidate nelle sue strutture, infatti, il contatto dei giovani laureati o laureandi con i manager operativi nelle dipendenze consente di avere una percezione migliore delle realtà operative.




Partner



Camera di Commercio, Industria, Agricoltura e Artigianato di Sassari.
Altro partner nel progetto è la Camera di Commercio di Sassari. Le Camere di Commercio sono enti autonomi di diritto pubblico aventi sede nel capoluogo di ciascuna provincia. La Camera di Commercio appartiene alla categoria degli enti locali non territoriali, in quanto il territorio non ne è elemento costitutivo ma rappresenta solo l’ambito spaziale di delimitazione delle sue funzioni, ed è altresì dotata di autarchia, ovvero della capacità di porre in essere atti amministrativi aventi gli stessi caratteri e la stessa efficacia di quelli dello Stato. La sua autonomia è riconosciuta dalla legge di riordino n. 580 del 1993.
Il suo ruolo è quello di coinvolgere tutte le aziende associate all'iniziativa e porre le basi di contatto con i soggetti migliori partecipanti al corso.




Partner



Associazione Industriali della Provincia di Sassari.
Altro partner importante del progetto è l’Associazione Industriali del Nord Sardegna. L’associazione ha sede a Sassari in “Villa Mimosa”, via IV novembre. L’associazione raggruppa e rappresenta le aziende industriali del Nord Sardegna.
Il suo ruolo nel progetto è quello di raccordare le aziende con i giovani laureati e laureandi per un utilizzo nelle strutture aziendali: tra i suoi scopi, infatti, c'è quello di “promuovere la formazione e la cultura imprenditoriale e professionale...”. Oltre alla funzione di raccordo l’associazione prevederà degli stage in aziende socie per i migliori partecipanti al corso.




Partner



API SARDA, Associazione Piccole e Medie Imprese della Provincia di Sassari.
L’API Sarda sostiene gli interessi delle piccole e medie imprese, le rappresenta nelle sedi in cui si definiscono le dinamiche di formazione delle leggi e delle politiche economiche, promuovendo il coinvolgimento delle stesse in progetti di sviluppo sulla base dei bisogni che il territorio manifesta. L’API sarda ha sede a Sassari in piazza d’Italia, 34.
Il suo ruolo all’interno del progetto è similare a quello svolto dall’Associazione degli Industriali. Anche questa struttura, oltre che propagandare presso le aziende associate l’iniziativa, potrà monitorare i risultati e stabilire, per i migliori partecipanti, stage o altre forme di collaborazione con i neo laureati.




Fondazione Banco di Sardegna – Sassari, Sponsor/finanziatore del progetto

La Fondazione, originariamente “proprietaria” del 100% delle azioni della neonata SPA bancaria, è oggi, dopo la necessaria vendita del pacchetto di maggioranza (51%), titolare del restante pacchetto azionario, pari al 49%. L’aver voluto individuare lo sponsor-finanziatore nella Fondazione Banco di Sardegna non è casuale. La Fondazione trae origine dal conferimento dell’azienda Banco di Sardegna, costituito con legge 11.4.1953 nel Banco di Sardegna S.p.A., ai sensi della legge 30.7.1990 n. 218 e del decreto legislativo 20.11.1990 n.356. Questa proprietà consente alla Fondazione l’incasso annuale della quota parte degli utili dell’azienda bancaria. Recita lo Statuto all’art.4: “..La Fondazione persegue esclusivamente scopi d’utilità sociale di promozione dello sviluppo economico della Sardegna, intervenendo nei seguenti settori rilevanti: ricerca scientifica e formazione, arte, conservazione e valorizzazione dei beni e delle attività culturali e dei beni ambientali, sanità ed assistenza alle categorie sociali deboli..”. Questa funzione è esercitata attraverso la “ assegnazione di contributi o finanziamenti a progetti e iniziative altrui, oppure mediante la promozione di propri progetti o proprie iniziative anche in collaborazione con altri soggetti”, come indicato all’art. 5 dello Statuto.
Il suo ruolo all’interno del progetto si svolge armonicamente con gli altri partner, in particolare con l’Associazione Amici del Banco. Il suo compito, quindi, non è solo quello di finanziare economicamente l’iniziativa ma anche quello di creare intorno al suo polo bancario quelle attenzioni strategiche date da una vasta clientela potenziale, domani in grado di mantenere la redditività dell’azienda Banco di Sardegna e delle collegate.







RISULTATI ATTESI



· Partecipazione all'iniziativa, quantificata per la prima edizione, in un numero compreso tra 60/100 unità. Questo dato si considera approssimato per difetto, considerato l’insufficienza di iniziative similari in proporzione e al numero dei potenziali iscritti.
· Adesione di un numero compreso tra le 20 e le 50 aziende, in considerazione dei dati e delle ricerche dei partner Confindustria e Api Sarda.
· La continuità del progetto nei cicli successivi con relativi miglioramenti;
· L’estensione di tale format alle altre facoltà dell’Ateneo sassarese, nonché la sua esportazione agli altri Atenei regionali.
-Estensione del progetto ad altre aree.

Il corso presenta delle peculiarità specifiche studiate per estendere, fin dalla II edizione, il format ad altre facoltà con indirizzo giuridico, economico e politico-sociale dell'Ateneo sassarese;
Inoltre il progetto è perfettamente replicabile con gli stessi partner istituzionali presenti nella provincia, quindi sarebbe facilmente esportabile non solo al livello regionale ma anche a livello nazionale.
Questa sua flessibilità è data dalle sue caratteristiche semplici ma allo stesso tempo importanti che rispondono pienamente all’esigenza diffusa di raccordare studio e professione.










PROGETTAZIONE DELL'EVENTO



Il corso, della durata prevista tra i tre e i quattro mesi, si svolgerà presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Sassari, ipoteticamente, tra marzo e giugno 2008.
Per la sua realizzazione sono necessari, esaurita la fase di predisposizione del lavoro tra i partecipanti, una serie di adempimenti che si possono, in sintesi, cosi riepilogare:
· disponibilità di almeno 3 o 4 aule, per un periodo di mesi quattro;
· disponibilità di 10-15 manager per ricoprire il ruolo docente;
· preparazione del materiale didattico necessario;
· diffusione (comunicazione) dell’evento;
· predisposizione degli strumenti di verifica.








AZIONI E TEMPI DI REALIZZAZIONE




Attivazione di una rete di contatto con gli enti di riferimento al fine di proporre il progetto e portare alle eventuali adesioni e suggerimenti. Settembre 2007- Novembre 2007

Assemblaggio e organizzazione dei corsi rendendo operanti i contatti tra Facoltà e Amici del Banco: Novembre2007-Dicembre 2007

Promozione dell’iniziativa : mass media, cartellonistica: Dicembre 2007- Febbraio 2007

Incontro-evento: Febbraio 2008

Raccolta iscrizioni e inizio corsi:Febbraio 2008- Marzo 2008




Svolgimento corsi ,attivazione monitoraggio: Marzo 2008-Maggio 2008

Avviamento delle visite guidatenelle aziende aderenti: Maggio 2008-Giugno 2008

Relazione di fine corso: Giugno 2008.





METODI DI VERIFICA



Per verificare la funzionalità ed il gradimento del corso saranno attivate, in itinere, delle azioni di monitoraggio al fine di apportare miglioramenti alla didattica a alle risorse attivate. Queste dovranno, in particolare, accertare:
- La validità del metodo didattico seguito;
- L’interesse dei partecipanti al corso, verificabile con le percentuali di presenza alle singole lezioni;
- l'adesione e l'interesse delle singole aziende.
L’Università, mediante la distribuzione di questionari ai partecipanti, accerterà sia la partecipazione, che il gradimento del corso.
L’esito sarà portato a conoscenza dei partner e delle aziende coinvolte nel progetto. La partecipazione e il gradimento al corso saranno fondamentali per l’accreditamento del format e la sua validità. L’istituzione del “forum”, presente nell’apposito sito della Facoltà, inoltre consentirà di testare il gradimento del corso e di accogliere suggerimenti, per il costante miglioramento sia della didattica che delle fasi operative. Anche l’utilizzo più o meno intenso del Blog del corso, darà un feed-back importante.










PIANO DI COMUNICAZIONE



Essendo nuovo per il contesto prescelto, il progetto ha necessità di essere ampiamente propagandato.
Per quanto riguarda il coinvolgimento delle aziende ci sarà una capillare diffusione dell'iniziativa portata avanti dai partner-sostenitori. Camera di Commercio, API Sarda e Associazione degli Industriali si occuperanno, infatti, di diffondere il progetto all’interno della propria struttura. Inoltre le aziende, attraverso le newsletter mensili, saranno costantemente aggiornate e potranno, attraverso i “forum” attivati nei siti di riferimento, partecipare con suggerimenti e proposte.
Per quanto riguarda invece il coinvolgimento dei corsisti particolarmente importante sarà il ruolo dell’Ateneo. Uno degli strumenti di comunicazione sarà l’istituzione di un TUTOR del Corso, che avrà il compito principale di informare i partecipanti sulle modalità del corso.
Un altro supporto d'informazione è il Centro Orientamento dell'Università, che si occuperà di integrare il corso Dalla Scuola all'Impresa tra le sue proposte formative post-laurea.
Inoltre è prevista una campagna di sensibilizzazione ed informazione su tutto il territorio interessato: il nord Sardegna.
A questo scopo il progetto prevede:
- l'affissione di cartellonistica (allegato A) mirata ad incentivare l’adesione degli studenti. Tale supporto comunicativo, consistente in due diversi manifesti, sarà diffuso strategicamente nella Facoltà di Scienze Politiche, per la città di Sassari e nei centri importanti della Provincia, ;
- gli annunci promozionali, da diffondere attraverso TV e radio locali, saranno programmati nell’imminenza dell'inizio delle lezioni. L’ampiezza degli spazi in radio e TV sarà necessariamente compatibile con l’importo del finanziamento disponibile;
- la realizzazione di un sito internet, al quale gli studenti potranno accedere tramite un apposito link inserito nel sito della Facoltà: http://www.uniss.it/
- la creazione di un Blog del corso, realizzato dagli studenti e dal “Tutor di riferimento”, che consentirà una costante comunicazione tra studenti e partner del progetto, nonché con le aziende partecipanti. Il Blog conterrà i link utili al progetto.
- un incontro-evento, da realizzarsi nel mese precedente l'inizio dei corsi, è previsto fra studenti, Enti e associazioni coinvolte, in cui saranno spiegate le definite caratteristiche dell'iniziativa, con la presentazione dei docenti-manager e dei soggetti ed Enti aderenti.



PIANO FINANZIARIO



Il progetto, pur nella sua apparente complessità non prevede costi proibitivi. L’idea di coinvolgere strutture che, per loro natura, svolgono un ruolo istituzionale funzionale all’istruzione ed alla cultura, agevola costi e difficoltà operative. La Fondazione Banco di Sardegna, come detto, ha fra i suoi compiti principali quello di operare in campo culturale e didattico; L’Associazione Amici del Banco ha anch’essa scopi culturali e non-profit, in particolare quella di mettere a disposizione delle Istituzioni scolastiche e Universitarie il proprio patrimonio di conoscenze professionali e culturali che svolge in stretta collaborazione con la Fondazione Banco.
I costi del progetto sono stati quantificati in Euro 100.000,oo (centomila), cosi suddivisi:

Rimborso all’Università di Sassari..................................................... € 30.000,oo;




Rimborso spese all’Associazione Amici del Banco per l’utilizzo dei propri soci/docenti per quattro mesi (20 gg al mese per 4 ore al giorno) e circa 400 ore di lezione.................................................................................................... .€ 30.000,oo;




Spese di pubblicità murale (in tre periodi).........................................€ 20.000,oo;




Spese di pubblicità in radio e TV locali (tre periodi).........................€ 20.000,oo;




Totale..................................................................................................... €100.000,oo


IL GRUPPO DI LAVORO:

Stefano Chessa, Alessandro Kamel Hassan, Francesca Pala, Mario Virdis.

Allegato A (Manifesto 1)
Allegato B (Manifesto2)






venerdì, maggio 18, 2007

"ROTARY SHARES": L'AMICIZIA ROTARIANA E' SOPRATUTTO CONDIVISIONE






Oristano 14 MAGGIO 2007 -articolo per Voce del Rotary


50^ ASSEMBLEA DISTRETTUALE – ROMA 12 e 13 MAGGIO 2007
RIFLESSIONI DI UN PRESIDENTE…RIPETENTE



Credo molto nell’amicizia. Sono entrato nel Rotary con la convinzione che l’amicizia e l’etica sono e saranno sempre i pilastri basilari della nostra associazione. La definizione che esprime meglio il mio concetto di amicizia è quella data da J.M. Reismann: “…amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati…”. Questa amicizia presuppone già di per se uno scambio, una condivisione.
Uno dei modi eccellenti, poi, per rafforzare l’amicizia è quello di frequentarsi, mettere insieme le proprie conoscenze ed esperienze, affinando, incontro dopo incontro, la conoscenza l’uno dell’altro o dell’altra. Francesco Alberoni, a questo proposito, dà una ulteriore particolare definizione dell’ amicizia, definendola “una filigrana di incontri”, che “si rinnova ad ogni nuovo incontro migliorandosi e completandosi”.
La mia partecipazione alla 50^ Assemblea del nostro Distretto è stata, quest’anno, in qualità di Presidente Incoming del mio club, quello di Oristano. Questo incarico, che mi accingo a portare avanti per la terza volta, destava una certa curiosità: in una squadra che si preparava ad apprendere i segreti del comando, della leadership, ero un presidente..ripetente! Mi sentivo, quasi un alunno che non aveva superato gli esami e giocoforza doveva ripetere.
Leggevo negli occhi dei tanti amici che mi salutavano e mi abbracciavano affettuosamente sensazioni diverse. In alcuni era semplice curiosità, in altri stupore, in altri ancora comprensione, per il peso che la responsabilità comporta. In tutti, invece, una certezza: se il club tornava su un vecchio presidente attraversava un momento poco favorevole: mancava, quindi, di quell’armonia necessaria al suo buon funzionamento. Detto con una sola parola mancava, all’interno del nostro club, l’armonia e la responsabilità della condivisione.
Si, cari amici, il Rotary è condivisione! Il motto del prossimo anno rotariano “ Rotary Shares”, vuole ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, che il Rotary è condivisione. Questo significa non solo condividere la nostra esperienza, la nostra capacità, il nostro sapere mettendolo al servizio degli altri, ma anche condividere, all’interno del nostro club, il carico degli impegni di servizio: nessuno, salvo particolari motivi temporali o logistici, può declinare la chiamata alle varie cariche necessarie per il buon funzionamento del suo club.
Perché questo avvenga c’è innanzitutto il bisogno, la necessità, di una oculata scelta dei nuovi soci. Il candidato socio non deve essere solo un professionista, un imprenditore di fama, ai vertici della sua categoria, ma soprattutto deve possedere quello che comunemente viene definito “spirito rotariano”. Il suo modo di vivere, di operare nella sua azienda e nella società, deve già essere improntato ai principi che ispirano il Rotary. In sintesi deve essere già un rotariano in pectore. In tutti i nostri club la scelta di un nuovo socio dovrebbe partire non dalla fama raggiunta nella professione dal candidato, ma della sua disponibilità al servizio, dall’attenzione agli altri, dalla sua capacità e disponibilità al lavoro di squadra, in sintesi dalla sua capacità di condivisione.
Un sentito grazie al Presidente Eletto Wilkinson che ha voluto dare al suo anno una connotazione forte di condivisione (in inglese to share ha un significato ancora più marcato di dividere con gli altri, distribuire) del nostro grande patrimonio rotariano.
Ho apprezzato molto l’interpretazione che ne ha fatto il nostro Governatore Franco Arzano nella sua relazione programmatica e che voglio riportare: “…Ciò che accomuna i rotariani di tutto il mondo è infatti la volontà di condividere: condividere il loro tempo, le loro capacità, la loro esperienza e le loro risorse finanziarie: il tutto per realizzare progetti che, affrontando un ampio spettro di problematiche sociali ed umanitarie, mettono a fattore comune la loro comprensione, il loro entusiasmo e la loro dedizione per assistere i più bisognosi e fare del mondo un posto migliore….”.
La condivisione del tempo e delle capacità di ciascuno di noi significa non solo dare risposte all’esterno, ma anche assumersi tutte le responsabilità ed i ruoli che la nostra Organizzazione comporta.
Grazie dell’attenzione.
Mario Virdis

mailto:virdismario@tiscali.it




venerdì, maggio 11, 2007

GLI ARTIGLI DEL MINOTAURO DELLA GLOBALIZZAZIONE








UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SASSARI
FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE
CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN EDITORIA, COMUNICAZIONE MULTIMEDIALE E GIORNALISMO




IL LABIRINTO DEL TERZO MILLENNIO: DEDALO, TESEO E IL FILO DI ARIANNA CONTRO IL MINOTAURO DELLA GLOBALIZZAZIONE





SAGGIO DI MARIO VIRDIS, matricola 30019800
Esame di: PROBLEMI DELLA GLOBALIZZAZIONE
DOCENTE PROF. GUNTER BECHTLE

INDICE

In copertina e nelle pagine interne:
Labirinti a confronto: Ieri e…oggi!
- Indice………………………………………………………………………pag. 2
- Premessa …………………………………………………………………. pag. 3
- La globalizzazione………………...…… .. .……………………..………. pag. 5
- Intervista a U.Beck di Danilo Zolo….….…………………………………pag. 9
- Conclusioni……. ……………………………..………………………..….pag. 14
- Bibliografia…………………………………………… …………………..pag. 15
- Note………………………………………………………………………...pag. 16





















PREMESSA

Non sono uno che solitamente la notte sogna. Inoltre, se anche fosse, al risveglio il ricordo del sogno è svanito. L’altra notte, complice il primo caldo estivo, ho sognato e stranamente ricordo perfettamente tutto; forse perché era un sogno-incubo. Mi trovavo in una città sconosciuta. Correvo a perdifiato inseguito da non so bene chi e perché. La città era affollata ma nessuno badava a me ed alla mia angoscia. Sempre di corsa imboccai uno stretto viale alberato che finiva in una piccola radura circolare con delle panchine e degli alberi alti, potati geometricamente. Mi fermai a riprendere fiato; dalla radura partivano diversi sentieri, stretti e limitati da arbusti verdissimi. Con il cuore in gola (calavano le prime ombre della sera), ero indeciso sul sentiero da prendere; sentivo dietro di me rumori e voci: forse erano quelle dei miei inseguitori. Ripresi la mia corsa scegliendo a caso uno dei sentieri che, però, subito dopo si sdoppiava: dovevo decidere quale prendere. Non c’era tempo da perdere, ne presi uno, sempre di corsa. Il cuore martellava dentro il mio petto, ma non mollai. Arrivai ad un’altra radura con altre panchine ma non potevo fermarmi. Le ombre cupe della sera cominciavano ad avvolgere la vegetazione e la mia paura aumentava, perché dalla radura partivano altri sentieri: ero disperato. Iniziai a piangere con la convinzione di essere perduto. Le voci ed i rumori diventavano sempre più presenti: i miei inseguitori si avvicinavano, sentivo anche un abbaiare furioso. Che fare? Nascondersi? Impossibile! Lottare? Ero stanco e disarmato e gli altri chissà quanti erano! Dovevo riprendere a tutti i costi la corsa, tentare il tutto per tutto, ma le mie gambe si rifiutavano di camminare, erano diventate come di piombo. Gli inseguitori erano vicini ed io nulla potevo contro questo nemico che ancora non conoscevo. Era arrivata la fine? A denti stretti ripresi con uno sforzo sovrumano la corsa: ormai era buio. Il sentiero scelto era in discesa, cercai di correre, forse anche con gli occhi chiusi. Calpestavo il sentiero con il passo ormai pesante per la fatica, finche i miei piedi non sentirono più la ghiaia del terreno: stavo precipitando nel vuoto! Una terribile sensazione di angoscia accompagnata dalla paura della morte. All’improvviso il risveglio, grondante di sudore, con il cuore che batteva ancora all’impazzata: fortunatamente era solo un sogno!
Impiegai del tempo a riprendermi. Era ancora presto e restai un po’ a letto. Le immagini del sogno scorrevano lentamente come nel rivedere un film. Ad occhi chiusi cercai di capire se era solo frutto di un incubo, causato da una cena abbondante, oppure se nell’inconscio avevo dato corpo alle mie paure, alle mie ansie, alle mie inquietudini.
Vi erano tanti simboli che, messi insieme, potevano dare una risposta ai miei dubbi. La mia corsa trafelata era forse una fuga da qualcosa che non accettavo? I pericoli indefiniti dai quali cercavo di fuggire erano, forse, i nuovi rischi, le nuove incertezze che quotidianamente ci angosciano? Credo proprio di si. Io che ho vissuto, in parte, la prima modernità (sono nato nel 1945 ed ho conosciuto sia il “fordismo” che il “post-fordismo”) subisco più degli altri, più giovani, gli effetti della rivoluzione in atto: uno “tsunami” che, pur in assenza di guerre e sangue, ha spazzato via un castello di certezze. Nel sogno la città sconosciuta, dove correvo, era animata da una triste moltitudine anonima che non si curava degli altri: nessuno si preoccupava delle mie paure, l’egoismo aveva ucciso la solidarietà; il sorriso e la fiducia erano stati spazzati via dall’indifferenza e dall’individualismo. La mia fuga nel sogno finisce, poi, nel “labirinto”. Anche in passato il labirinto ha rappresentato per l’uomo la difficoltà a trovare soluzione ai suoi mali. Nel mio sogno quale il reale significato del labirinto? Era la materializzazione delle mie difficoltà a trovare soluzioni nuove, strade nuove, alla mia vita? Forse. Infine il mio volo nel vuoto: credo che rappresentasse l’assenza di soluzioni ai problemi. Il futuro nella società globale del rischio fa, davvero, tanta paura. Credo a tanti, non solo a me. Ma la speranza non può e non deve mancare.











LA GLOBALIZZAZIONE


La globalizzazione è un termine complesso, che all’origine indicava non tanto l’attuale fenomeno di mondializzazione dei processi ( economici, politici, culturali, etc.) quanto, come definisce il dizionario della lingua italiana (Devoto – Oli ediz. 1987), quel “ processo di percezione e acquisizione prima sincretica e poi analitica, tipico della psiche del fanciullo”. Globalizzazione, quindi, come processo di percezione ed acquisizione di un nuovo modo, oserei dire “rivoluzionario” , di trasformazione socio-economica.
Ma come è arrivato il mondo a questa rivoluzione silenziosa, senza spargimento di sangue, che per impatto deflagrante può essere paragonata alla Rivoluzione Francese ed alla Rivoluzione industriale ottocentesca? Vediamo di capirne il perché.
La crescita socio-economica dell’uomo è un cammino senza fine. Nessun traguardo è visto come punto d’arrivo, semmai come punto di partenza per nuove conquiste.

1.1 IL RISCHIO COME IPOTESI DI LAVORO

Che cos’è il Rischio? L’eventualità che si verifichi qualcosa di negativo, o la possibilità di esporre qualcosa di positivo ad un danno, è definita come rischio. [i]
Luhmann ci fa sapere che l’origine della parola è sconosciuta (1991). Come si può notare, il rischio è un concetto che associa due elementi fondamentali: il primo è la probabilità che un determinato evento si verifichi, l’altro elemento è la conseguenza dell’evento.Con il passare dei secoli, il termine, da una valenza neutra, ha però assunto una connotazione via via più oppositiva.
Nella società contemporanea, la parola rischio identifica situazioni ed eventi ai quali sono associati elementi negativi capaci di compromettere più o meno gravemente la stabilità, la sicurezza o l’incolumità di un oggetto o di una persona. Il rischio, allora, esprime il prodotto della probabilità che un evento dannoso possa verificarsi per l’intensità delle conseguenze dannose stesse.
Ad oggi, l’uomo occidentale ha raccolto con successo un numero crescente di sfide settoriali per aumentare la sua sicurezza e il suo benessere. Ma ha prodotto situazioni inedite dagli sviluppi difficilmente prevedibili, che possono fungere da moltiplicatori esponenziali di rischio. Infatti, anche se certi importanti risultati sono stati ottenuti grazie ai processi posti in atto dalla civiltà occidentale, la vita umana sulla Terra non è in assoluto diventata meno fragile e precaria di un tempo. I successi ci sono, ma sono stati ottenuti a prezzo di crescenti squilibri, e non è dimostrato che mutamenti di aspetti circoscritti della vita, favorevoli all’uomo, non producano opposti effetti d’insieme. Più che di successi propriamente detti, si tratta di trasformazioni strutturali della società contemporanea, e cioè un travaso, un passaggio, dai rischi esterni (i pericoli) ai rischi prodotti.
A confermare questi assunti ci vengono in aiuto alcuni autori. Giddens afferma che i pericoli sono considerati eventi non determinati dalle scelte individuali ma da fattori per così dire esterni (Giddens,1990), indipendenti, dalla volontà degli uomini e sono propri della società industriale[ii].
Secondo il sociologo tedesco Ulrich Beck, caratteristica delle società contemporanee[iii] è l’attenuarsi dei problemi di disuguaglianza inerenti la mera distribuzione delle risorse e delle opportunità. Tuttavia, i sistemi sociali contemporanei, sembrano caratterizzati da situazioni segnate da vulnerabilità diffusa. Egli giunge a questa conclusione analizzando due periodi storici consecutivi che, tipizzandoli, definisce rispettivamente come prima modernità e seconda modernità. La prima modernità è un’epoca «caratterizzata da modelli di vita collettivi, piena occupazione, Stato nazione e Stato sociale, rimozione e sfruttamento della natura» (Beck, 1999, trad. it. 2000, p. 27). Le premesse che stanno alla base di questo modello riguardano essenzialmente la negazione di determinati diritti fondamentali, un sistema corporativistico chiuso e classista e un’organizzazione locale delle economie dei singoli paesi.
E’ l’epoca della società industriale.
La seconda modernità, invece, è «caratterizzata da crisi ecologiche, diminuzione del lavoro salariato, individualizzazione, globalizzazione e rivoluzione dei ruoli tra uomo e donna» (ibidem, p. 27). Individualizzazione intesa come “flessibilità e soggettivizzazione del lavoro”, come viene definita da Gunter Becthle [iv]. Ecco la sua definizione di uomo flessibile:
“…occorre creare l’uomo flessibile, che sia all’altezza della forza rivoluzionaria del capitalismo digitale di oggi. La parola flessibilità si basa sul suo carattere ambiguo, sfruttabile in favore di tanti interessi diversi.. La stessa terminologia mostra la molteplicità di definizioni e interpretazioni che possono essere fornite al riguardo: flessibilità, significa malleabile,arrendevole, elastico, duttile, piegabile e cosi via. Eppure la flessibilità può essere letta secondo altre chiavi di lettura, in particolare se la si concepisce come una forma di potere. Questo potere diventa legittimo attraverso un processo di comunicazione, che porta l’individuo a percepire se stesso in maniera autonoma, in modo da contribuire alla flessibilità del sistema. Ciò che viene comunicato sono le capacità del singolo che hanno carattere generico, astratto, extra-funzionale, come affermato dai sociologi del lavoro. L’individuo deve avere la capacità di assumersi responsabilità, con lo scopo di prevedere errori, di intuire uno sviluppo non programmato. In fondo si tratta di un processo di razionalizzazione, in cui gli interessati appaiono come gli attori principali. Si può affermare che la flessibilità parte da un mutamento che ha coinvolto il paradigma fordista, caratterizzato dalla relativa rigidità organizzativa, a favore di una relativa elasticità dei vari modelli post-fordisti….”.
Alla schiera di “colletti bianchi” e “tute blu” si sostituisce, oggi, il “jolly”, individuo capace, multiforme, un “global player” capace, formato, informato e individualista. E’ lui il nuovo “superman” capace di giocare in tutti i ruoli e di arrivare alla meta. Non più organizzazione piramidale ma orizzontale, non più rendite di posizione, ma obiettivi e risultati nuovi, ogni giorno.Ne consegue che va in crisi il modello della piena occupazione e con esso lo Stato Sociale, vi è un affrancamento dalle forme e dalle attribuzioni dei ruoli tradizionali, ci si allarga verso mercati globali, esponendosi a rischi globali. Finisce la «sicurezza un tempo associata allo status, alla gerarchia, alla burocrazia, alle carriere preordinate e alle occupazioni fisse» (Bauman, 2002, trad. it. 2003., corsivo mio). E’ l’epoca della società postindustriale.

1.2 ANALISI DELLA GLOBALIZZAZIONE

Globalizzazione e rischio sono, dunque, strettamente collegati. Come strettamente legati sono economia, politica, cultura. La globalizzazione, pur riguardando in primis il processo di accumulazione del capitale non si limita a questo campo. Gli attori principali sono le multinazionali degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Unione Europea, che hanno operato ed operano in maniera transnazionale e trasversale sul mercato per ottenere maggiori profitti su scala mondiale. Questa politica del guadagno ad ogni costo, del raggiungimento del massimo risultato con il minimo sforzo ha necessità, per autoalimentarsi, per il conseguimento del risultato, di influenzare e di condizionare le politiche degli Stati. Non solo. Il potente condizionamento, anch’esso “globale” non si limita alla politica ma avvolge, in una spirale da “boa conscrictor” ogni altro aspetto della società: famiglia, cultura, lavoro. L’organizzazione del lavoro, come intesa fin’ora, dovrà essere totalmente ripensata in quanto lo Stato, limitato entro i propri confini, non può più dettare regole ad imprese che ormai operano fuori dai suoi confini, in ambiti ben più ampi, con la conseguenza di aggirare con la loro influenza ogni barriera. Lo Stato, al contrario, viene spinto a diventare minimale, rispetto al potere economico, sempre più ampio, che le multinazionali hanno acquisito grazie alle possibilità di produrre ovunque nel mondo, dove la manodopera costa meno. E’ un ritorno allo schiavismo del passato che riporta alla mente le tristezze dei campi di cotone americani dei secoli scorsi. Il potere dei singoli Stati è ogni giorno falcidiato dalle sempre minori entrate fiscali, stante la continua de-localizzazione delle sedi fiscali delle potenti società. E’ la fine delle molte certezze, conquistate a caro prezzo, di tutte quelle garanzie sociali che prima lo stato poteva assicurare con le precedenti entrate; è la fine del Welfare State, ormai troppo costoso da mantenere.
Globalizzazione non è un termine che viaggia da solo: altre denominazioni gli sono vicine e rappresentano dei punti di vista diversi che spesso vengono usati in maniera impropria. Sono almeno tre i termini che ruotano con sfumature diverse ma che sinonimi non sono: globalismo, globalità e globalizzazione.
Globalismo è la corrente che crede che la globalizzazione abbia una dimensione solamente economica, impossibile da influenzare, e che il mercato si regoli da sé nel miglior modo possibile: pertanto lo stato deve diventare minimale, e lasciare che l'economia e la società si autoregolino da sé. Ne deriva il Globalismo opposto, che pur restando convinto del predominio del mercato, vuole sottrarvisi con barriere protezionistiche: nere (per motivi economici), verdi (poiché lo stato è la sola istituzione a garantire il rispetto dell'ambiente e pertanto va protetto), rosse (motivate dal bisogno di dimostrare la bontà delle affermazioni di Marx: il mercato schiaccerà la società). La Globalità è la percezione di vivere in una società globale. Dando per scontata la fine dell'equazione “cultura = stato” – tipica della prima modernità – che vedeva più società separate dai confini, si pone ora una società globale in cui coesistano più culture, a formarne una sola. La seconda modernità inoltre vede lo stato e le istituzioni classiche inadeguate a contrastare la potenza degli attori transnazionali. La Globalizzazione è il processo irreversibile per cui gli stati (attori nazionali) perdono importanza rispetto ad attori transnazionali. Attori internazionali sono invece quelli limitati ad una sola parte del globo. La società non è più limitata in uno stato, ma al globo.



INTERVISTA A ULRICH BECK DI DANILO ZOLO[v]

Ulrich Beck nel suo libro Società del Rischio, apparso in Germania nel 1986, aveva già ben identificato le rilevanti differenze fra la prima e la seconda modernità. Nel suo successivo libro Was ist Globalisierung?, uscito nel 1999 ed edito in Italia dall’editore romano Carocci, continua l’analisi sui successivi sviluppi della globalizzazione. Intervistato dal giurista italiano Prof. Danilo Zolo alla fine del 1999 all’atto dell’uscita in Italia del libro, ha ulteriormente chiarito il suo concetto sulla società globale del rischio.
Ho estrapolato dalla lunga intervista le più importanti risposte che tendevano a mettere in luce il pensiero di Beck sullo stato attuale del fenomeno e, soprattutto sulla sua futura evoluzione. Ecco le risposte più significative ed in sintesi il nocciolo delle domande.
Alla domanda di Danilo Zolo sulla sua ipotesi di profonda continuità tra i suoi libri precedenti e l’ultimo scritto ha risposto:
“…È vero. Nel mio libro Società del rischio, che è apparso in Germania nel 1986, avevo proposto la distinzione fra una prima e una seconda modernità. Avevo caratterizzato la prima modernità nei seguenti termini: una società statale e nazionale, strutture collettive, pieno impiego, rapida industrializzazione, uno sfruttamento della natura non 'visibile'. Il modello della prima modernità -- che potremmo anche chiamare semplice o industriale -- ha profonde radici storiche. Si è affermato nella società europea, attraverso varie rivoluzioni politiche ed industriali, a partire dal Settecento. Oggi, alla fine del millennio, ci troviamo di fronte a ciò che io chiamo 'modernizzazione della modernizzazione' o 'seconda modernità' od anche 'modernità riflessiva'. Si tratta di un processo nel quale vengono poste in questione e divengono oggetto di 'riflessione' le fondamentali assunzioni, le insufficienze e le antinomie della prima modernità. E a tutto ciò sono collegati problemi cruciali della politica moderna. La modernità illuministica deve affrontare la sfida di cinque processi: la globalizzazione, l'individualizzazione, la disoccupazione, la sottoccupazione, la rivoluzione dei generi e, last but not least, i rischi globali della crisi ecologica e della turbolenza dei mercati finanziari. Penso che si stiano affermando un nuovo tipo di capitalismo e un nuovo stile di vita, molto diversi dalle fasi precedenti dello sviluppo sociale. Ed è per queste ragioni che abbiamo urgente bisogno di nuovi quadri di riferimento sia sul piano sociologico che su quello politico…”.

Alla successiva domanda sulle sue opinioni ottimistiche o pessimistiche, sui dilemmi, insomma, della globalizzazione, Beck risponde:
“..No, non parlerei di ottimismo ... Come si può essere ottimisti di fronte all'attuale situazione del mondo? Ma d'altra parte, come si fa ad essere soltanto pessimisti? Il mondo che ci sta di fronte è carico di paradossi che non possono non renderci perplessi. Dobbiamo liberarci da alcune certezze antropologiche del passato e nello stesso tempo tentare di costruire, in mezzo ad una quantità di contraddizioni e di rotture, linee di coerenza e di continuità. Speranza e disperazione non possono non intrecciarsi nella nostra esperienza. Guardiamo ad esempio all'Europa. Un secolo buio, nel quale abbiamo avuto due sanguinose guerre mondiali, l'Olocausto, il fascismo e l'imperialismo comunista è finalmente al tramonto e sta lasciando il posto alla prospettiva di un'Europa democratica da costruire nei prossimi anni. Non sono queste ragioni sufficienti per essere ottimisti e pessimisti nello stesso tempo?..”.

Ad un certo punto dell’intervista Zolo chiede a Beck: “…quali argomenti opponi a chi sostiene che i processi di globalizzazione tendono a gerarchizzare ulteriormente i rapporti internazionali ponendo al vertice del potere e della ricchezza un direttorio di potenze industriali, anzitutto gli Stati Uniti, l'Unione Europea e il Giappone…”.

Risponde Beck:
“…C'è una forte tendenza a porre il segno di equazione fra globalizzazione e americanizzazione o persino fra globalizzazione e nuovo imperialismo. Ma questa non è tutta la verità. Ci sono prove evidenti che la globalizzazione diviene sempre più un fenomeno decentrato, non controllato e non controllabile da un singolo paese o da un gruppo di paesi. In realtà le conseguenze della globalizzazione colpiscono o possono colpire gli Stati Uniti come la Francia, l'Italia, la Germania o i paesi asiatici. Questo è vero per lo meno per i rischi finanziari, per i mezzi di comunicazione e per gli squilibri ecologici (il riscaldamento dell'atmosfera, ad esempio). Lo Stato nazionale è sottoposto a sfide in modo eguale nell'America del Sud come in Asia, in Europa o nell'Anerica settentrionale. Ci sono persino fenomeni di 'colonizzazione inversa’. Accade cioè che dei paesi non occidentali modellino forme di sviluppo in occidente. Si pensi alla 'latinizzazione' di alcune grandi città statunitensi, all'emergenza in India e in Malesia di un settore di alta tecnologia senza radici territoriali e orientato al mercato globale, oppure all'acquisto da parte del Portogallo di una grande quantità di prodotti musicali e televisivi del Brasile. Ma, naturalmente, ci sono dei vincitori e dei perdenti nel gioco della globalizzazione. Una minoranza diventa sempre più ricca e una maggioranza crescente diviene sempre più povera. La quota della ricchezza globale che è andata al 5% più povero della popolazione mondiale è passata negli ultimi dieci anni dal 2,3% all'1,4%. Nello stesso periodo la quota accaparrata dal 5% più ricco della popolazione mondiale è cresciuta dal 70% all'85%. Come ha scritto recentemente un autore inglese, piuttosto che di 'villaggio globale' (global village) è il caso di parlare di 'saccheggio globale' (global pillage)…”.

Altro punto importante dell’intervista è quello relativo alla funzione, attuale e futura, degli Stati nazionali.
Chiede Danilo Zolo: “…. Ma non pensi che ci siano aspetti della globalizzazione che i paesi della 'periferia' del mondo dovrebbero tentare di contrastare, anche con mezzi politici, per resistere alla forza omologatrice del mercato e dei suoi correlati ideologici? L'idea di nazione e di Stato nazionale può essere davvero considerata come un oscurantistico relitto del passato? Non è forse vero che l'intera tradizione della democrazia rappresentativa, del rule of law e della stessa dottrina dei diritti dell'uomo sono indissociabili dalla vicenda storica dello Stato nazionale sovrano?…”.
Risponde Beck:
“… Lo Stato nazionale si sta trasformando, certo, non si può dire che sia avviato all'estinzione. Può persino rinforzarsi, come ho sostenuto nel mio libro, divenendo uno Stato cooperativo, uno Stato transnazionale o cosmopolitico. Ma non sarà più, comunque, uno Stato nazionale nel vecchio senso. Per realizzare il suo 'interesse nazionale' lo Stato della seconda modernità deve attivarsi simultaneamente a vari livelli locali e transnazionali ed entro istituzioni molto lontane dai suoi confini. Uno Stato, ad esempio, può persino usare l'Europa come un pretesto per non prendere decisioni locali o per dare attuazione a livello europeo a decisioni per le quali il governo nazionale non disporrebbe del sostegno della maggioranza interna. Attori globali come le imprese multinazionali dispongono di un grande potere nell'ambito degli affari di uno Stato nazionale poiché possono aumentare o ridurre l'offerta di posti di lavoro. Ma un nuovo protezionismo regionale potrebbe ciononostante rivelarsi efficace. Nel mio libro ho proposto un esperimento mentale: proviamo ad immaginare un mondo nel quale i costi dell'informazione e del trasporto oltre le frontiere nazionali aumentino in misura significativa. Le economie regionali ed i mercati regionali -- quelli dell'Unione europea, ad esempio -- ne avrebbero certamente dei vantaggi…”.


“E’ ipotizzabile una democrazia oltre lo Stato-Nazione ?” Chiede Zolo. Ecco domanda e risposta.
D..Z. “…Sono d'accordo con te. Aggiungerei soltanto che l'enfasi globalista sottovaluta il fatto che lo Stato nazionale sembra destinato non solo a conservare a lungo molte delle sue funzioni tradizionali, ma anche ad assumere funzioni nuove che non potranno essere assorbite da strutture di aggregazione regionale o globale. Solo uno Stato nazionale democratico sembra in grado di garantire un buon rapporto fra estensione geopolitica e lealtà dei cittadini e già per questo svolge secondo me una funzione non facilmente surrogabile, anche nei confronti degli eccessi delle rivendicazioni etniche. E forse non andrebbe dimenticato, come ha sottolineato Paul Hirst, che le persone sono molto meno mobili del denaro, delle merci e delle idee, per non dire dei contenuti della comunicazione elettronica: le persone sono molto più 'nazionalizzate' e sarà comunque al loro radicamento nazionale e territoriale che si dovrà fare appello anche in futuro per dare legittimità alle istituzioni sovranazionali…”.
U.B. Attorno a questo punto si è sviluppata la più importante controversia nell'ambito della teoria politica contemporanea: è possibile una democrazia oltre l'ambito dello Stato nazionale? Oppure lo Stato nazionale va considerato come il solo ambito istituzionale entro il quale può realizzarsi lo Stato di diritto e quindi la tutela dei diritti dell'uomo? Ci può essere una legittimazione democratica ottenuta attraverso procedure transnazionali? Secondo me, almeno per quanto riguarda l'ambito europeo, questa discussione ha un valore puramente teorico. È una pura illusione pensare che sia possibile riportare indietro l'orologio della storia e tornare in Europa ai tempi della democrazia nazionale. Non ci sarà democrazia in Europa se non sarà una democrazia rafforzata sul piano transnazionale. La democrazia è stata inventata oltre mille anni fa in ambito locale. Poi, nel corso della prima modernità, ha assunto una dimensione nazionale. Ora e nel prossimo futuro la democrazia deve essere reinventata a livello transnazionale. È questo il senso del progetto democratico per l'Europa...”.

Molto interessante l’esame del “globalismo economico”: ecco il confronto.
D.Z. Il 'globalismo economico' è, nel tuo lessico teorico, cosa ben diversa dalla globalizzazione. È l'ideologia ultra-libertaria -- tu parli addirittura di 'metafisica del mercato globale' -- che cerca di nascondere i rischi che in particolare i processi di globalizzazione economico-finaziaria comportano. Il pericolo di gran lunga più grave, tu sostieni, viene dai settori più forti dell'economia globalizzata: viene cioè dalla capacità che le grandi imprese industriali e finanziarie hanno di sottrarsi ai vincoli della solidarietà nazionale, in particolare all'imposizione fiscale. La struttura delle grandi corporations è tale che esse possono scegliere a piacere e cambiare velocemente le sedi geografiche o funzionali dei propri fattori di produzione, ottenendone grandi vantaggi e sottraendosi alle regole poste dagli organi statali. Quali contromisure sono secondo te possibili, al di fuori dell'idea del 'governo mondiale' e dello 'Stato mondiale' che anche tu mi pare consideri come una prospettiva non realizzabile?
U.B. Non dobbiamo illuderci: un capitalismo che fosse concentrato esclusivamente sulla proprietà e sul profitto, che voltasse le spalle ai lavoratori, al Welfare State e alla democrazia finirebbe alla lunga per autodistruggersi. Perciò oggi non c'è soltanto il rischio che milioni di persone restino senza lavoro. E non è a repentaglio soltanto il Welfare State. La libertà politica e la democrazia sono a rischio! Dobbiamo domandarci: qual è il contributo che l'economia globale e le corporations multinazionali offrono per sostenere la democrazia a livello nazionale o cosmopolitico? Noi dobbiamo fare in modo che l'economia si faccia responsabile del futuro della democrazia rinforzando, ad esempio, la politica transnazionale in Europa. Ma dobbiamo anche tentare di rinforzare le organizzazioni transnazionali dei consumatori e, in generale, la cosidetta global civil society.

D.Z. Lo sviluppo delle tecnologie elettroniche -- automazione, informatica, telematica -- aumenta la produttività delle imprese multinazionali che tendono a disfarsi sempre più della forza-lavoro che non sia altamente qualificata. Sta affermandosi un capitalismo globale che è in grado di sottrarsi in larga parte ai costi del lavoro e in prospettiva al lavoro stesso. È questa la tenaglia che anche nei paesi industriali sta stritolando le nuove generazioni, sempre più colpite dalla inoccupazione e dalla disoccupazione. Ma ad essere minacciati più in generale sono tutti i cittadini che non appartengano alla minoranza di coloro che sono in grado di svolgere mansioni tecnologicamente sofisticate. La maggioranza dei cittadini, anche quando trovano lavoro, sono costretti dalla logica della 'flessibilità' ad accettare occupazioni precarie e poco retribuite e che spesso da sole non bastano a garantire loro una sussistenza dignitosa.
U.B. Questo è assolutamente vero. Dobbiamo riconoscere che persino nei cosidetti paesi del pieno impiego come gli Stati Uniti e l'Inghilterra fra un terzo e la metà delle persone che lavorano sono oggi 'lavoratori flessibili', secondo i molti e molto ambigui significati del termine. Accade qualcosa di simile a ciò che è accaduto a proposito del cosidetto 'modello familiare normale'. Ciò che un tempo era tipico sta diventanto un fenomeno minoritario. Ed è per questo che dobbiamo ripensare e riformare il Welfare State sulla base di questa mutazione morfologica del lavoro e della vita privata.
D.Z. Ma è davvero possibile riformare il Welfare State? Siamo ancora in tempo per farlo? Nel tuo libro sottolinei il fatto che mentre crescono i profitti delle grandi imprese stanno esaurendosi nei paesi occidentali le risorse finanziarie tradizionalmente destinate alle pensioni, ai servizi sociali e all'assistenza degli anziani. Si esauriscono perchè le grandi imprese sono in grado di sottrarsi non soltanto ai costi del lavoro ma anche ai vincoli dell'imposizione fiscale. Ciò provoca naturalmente una crisi dei bilanci statali che possono far conto sempre meno delle entrate fiscali legate alle attività produttive. Non è dunque soltanto il lavoro che viene a mancare: vengono a mancare le risorse pubbliche. Non c'è allora il rischio che ogni forma di Welfare State sia ormai destinata all'estinzione e che i difensori dei diritti sociali nei paesi occidentali si stiano battendo per una causa ormai persa per sempre?
U.B. No, io non lo penso. In Europa oggi abbiamo, in modo inaspettato, una larga maggioranza di governi orientati a sinistra, incluse l'Italia, la Germanua, la Gran Bretagna e la Francia. Il dibattito attorno alla 'Terza via' riguarda sostanzialmente la riforma del Welfare State nell'era della globalizzazione. Nel suo libro, The Third Way, Antony Giddens traccia le linee di una società di positive welfare e di strategie di investimento. Questo è l'inizio della discussione sulle strutture di un'Europa sociale e democratica che si continuerà sicuramente nei prossimi anni.
Le ultime domande hanno interessato la previsione degli scenari futuri: Zolo chiede a Beck le sue ipotesi sull’avvenire dell’ordine politico mondiale. Ecco le domande con le relative risposte.
D.Z. Resta tuttavia aperto, secondo me, il tema delle forme e delle istituzioni della politica transnazionale: un tema che nel tuo libro non affronti in modo esplicito, salvo l'assunzione del processo di integrazione europea come un importante punto di riferimento pratico e teorico. Ma i fenomeni di integrazione regionale oggi in atto in alcune delle aree più ricche del pianeta sembrano difficilmente esportabili a livello globale. Possono anzi essere visti come un rafforzamento della logica paricolaristica della sovranità statale, anziché come un passo innanzi verso l'auspicato traguardo di una governance democratica del mondo. La formazione di un 'super-Stato europeo', e cioè di una entità politico-economico-militare dotata di poteri eccezionalmente elevati, è una prospettiva rassicurante ai fini di una attenuazione dei rischi della globalizzazione economica?
U.B. Non credo in un superstato europeo. Anche questo sarebbe un modello di modernizzazione di carattere lineare, anziché riflessivo. L'Europa è un eldorado di differenze e personalmente penso che dovrebbe restare tale anche nell'era della globalizzazione. Ma nello stesso tempo l'Europa è il laboratorio dove sperimentare una società ed una politica cosmopolitica. L'adozione della moneta unica ci spinge in questa direzione. Quanto più l'Euro avrà successo tanto più urgentemente l'Europa avrà bisogno di un'anima democratica. Una volta realizzata l'unione monetaria l'Europa deve irrobustirsi grazie a nuove idee politiche e a dibattiti, istituzioni e associazioni civili che travalichino le frontiere degli Stati membri. Soltanto un'Europa intellettualmente vitale è in grado di rielaborare la vecchia idea europea di democrazia per la nuova era globale.
D.Z. Consentimi in conclusione qualche domanda relativa alle funzioni che secondo te il diritto internazionale può svolgere per contenere le spinte eversive della globalizzazione economica e per garantire un nuovo ordine mondiale. Nel tuo libro citi Zum ewigen Frieden di Kant e a tratti sembri simpatizzare con l'deale di un 'diritto cosmopolitico' e di un 'pacifismo giuridico'. Ti chiedo: pensi, assieme a Kelsen e ai suoi epigoni, che il diritto e le istituzioni internazionali siano lo strumento principale per garantire l'ordine mondiale e in particolare una pace stabile ed universale? Condividi, in altre parole, le tesi kelseniane di Peace trough Law?
U.B. Le condivido senz'altro. All'alba della seconda modernità dobbiamo chiederci: chi sono, sul piano intellettuale, i padri fondatori della società globale cosmopolitica? Per me, fra gli altri, sono di grande attualità Kant e Kelsen ma anche, per esempio, Nietzsche, Hannah Arendt e Montaigne.
D.Z. E qual è secondo te il probabile destino delle Nazioni Unite? La globalizzazione ne favorisce, o ne richiede, un rafforzamento o è destinata a travolgerle? Sono in grado non solo di garantire la pace fra gli Stati, ma di contrastare la diffusione della produzione delle armi da guerra e di vincere la sfida delle grandi organizzazioni criminali -- commercio delle armi, delle droghe, delle donne e degli emigranti -- che ormai hanno assunto dimensioni globali?
U.B. La democrazia transnazionale dovrà tenere conto di alcuni fondamentali cambiamenti intervenuti nell'organizzazione transnazionale del crimine e della violenza. Le distinzioni classiche fra 'guerra' e 'pace', 'interno' ed 'esterno', 'società civile' e 'barbarie' -- distinzioni associate all'autonomia dello Stato nazionale -- sono ormai superate. Nello stesso tempo è possibile identificare nuove tendenze civili che potrebbero fornire le basi per una pace stabile. Le Nazioni Unite devono sicuramente essere rafforzate. Ma il fenomeno della globalizzazione del crimine e della violenza richiede anche una risposta da parte di una struttura di cooperazione di tipo statale.
D.Z. C'è chi ha parlato recentemente di una global expasion of judicial power. Che cosa pensi in particolare a proposito dei nuovi Tribunali penali internazionali: quelli già operanti per la ex-Jugoslavia e per il Ruanda e quello, permanente e universale, il cui statuto è stato approvato a Roma nel giugno scorso? Ritieni che possano offrire un contributo significativo al mantenimento della pace e alla tutela dei diritti dell'uomo? Pensi anche tu, come Jürgen Habermas, che l'obbiettivo ultimo debba essere una giurisdizione penale universale e, al suo servizio, una forza di polizia sovranazionale?
U.B. Naturalmente, una corte internazionale sarebbe, nel lungo periodo, una grande conquista a favore di un ordine cosmopolitico. Si tratta di un progetto totalmente irrealizzabile? Io penso di no. È un progetto altrettanto irrealistico quanto lo fu la richiesta di democrazia 150 anni fa nella chiesa di San Paolo a Francoforte (durante la rivoluzione tedesca). Ma io spero che in questo caso si faccia più in fretta.














CONCLUSIONI
La mia convinzione personale non è ne di pessimismo esagerato ma neanche di ottimismo. La globalizzazione va vissuta come una delle tante tempeste che l’umanità ha saputo superare, anche quando per farlo ha versato lacrime e sangue. Lo Stato-Nazione, a mio avviso, non scomparirà. Il suo ruolo futuro sarà certamente molto diverso, ma resterà una sostituibile interfaccia trai suoi cittadini ed altre autorità sopranazionali, sulla falsariga dell’Unione Europea. Nuovi equilibri regoleranno la globalizzazione economica per evitare un Far West che riporterebbe l’uomo indietro di secoli. Il nuovo Stato in questa nuova organizzazione mondiale sarà sempre insostituibile. Il cittadino avrà sempre bisogno dello Stato: come l’uomo, che ha avuto, ha ed avrà bisogno della famiglia. Certo, sarà uno Stato diverso che subirà una sua evoluzione, con modifiche anche sostanziali, come è già successo alla famiglia: da famiglia patriarcale a famiglia allargata.
Anche la precarietà troverà nuovi equilibri e riacquisterà nuove certezze: lo stato sociale nazionale, attraverso altre vie, ne sono sicuro, riprenderà il suo cammino.
Mi piace chiudere questo saggio con le parole di Ulrich Beck, prese dall’articolo pubblicato su “Repubblica” del 22 marzo di quest’anno dal titolo “ La povertà globalizzata”:
“…Il welfare state nazionale, che tenta da solo di venire a capo della sua povertà “nazionale”, assomiglia all’ubriaco che in una notte buia cerca il portafoglio perduto sotto un cono di luce di un lampione. Alla domanda: '' ha perduto qui il suo portafoglio?'' risponde: ''No, ma alla luce del lampione posso almeno cercarlo''.
Speriamo, cessata la sbornia, di aver ritrovato il nostro portafoglio.


Mario Virdis
virdismario@tiscali.it


BIBLIOGRAFIA

G.Bechtle, Potere e soggetto LED – Mi. 2005
U.Beck, Che cos’è la globalizzazione Carocci, Roma 1997
U.Beck, Lo sguardo cosmopolita Carocci Roma 2005
U.Beck Vivere nella società del rischio globale in
Lectio doctoralis, Univ. Macerata ,2006
K.Polany, La grande trasformazione, le origini economiche
e politiche della nostra epoca Einaudi, 1974
D.Held –A.Mc Grew, Globalismo e antiglobalismo Il Mulino, 2003
D.Held, Governare la globalizzazione Il Mulino Bo, 2005
J.Stiglitz, La globalizzazione che funziona Einaudi, To 2006
J.Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori Einaudi 2002
E.Kapstein, Governare la ricchezza.Il lavoro nell’economia Globale Carocci 2003
M. Castells, La nascita della società in rete Università Bocconi
Danilo Zolo Una discussione sulla società globale del rischio
(intervista a Ulrich Beck da Reset, 1999, 5 ) www.tsd.unifi.it


Bibliografia dalla rete:

- http://www.google.it/
- http://www.wikipedia/
- http://www.tsd.unifi.it/












Note
[i] Nuovissimo Dardano. Dizionario della lingua italiana, Roma, Armando Curcio Editore, 1982.

[ii] La società industriale può essere fatta risalire al periodo che va dall’inizio della rivoluzione industriale al 1956 che viene indicato come anno di nascita della società postindustriale in quanto, per la prima volta, i colletti bianchi superarono numericamente i colletti blu negli Stati Uniti (cfr. Bell, D., The Corning ofPost-Industrial Society: A Venture in Social Forecastìng, New York, 1973).

[iii] In realtà Beck si riferisce ai sistemi sociali occidentali ed in particolar modo alla realtà tedesca. Per le critiche al suo modello si veda “Postfazione. Ritorno alla società del rischio” in Beck, 1986.
[iv] Gunther Bechtle, “Potere e soggetto, il dibattito sul post-fordismo” – Ediz Universitarie LED 2005
[v] Danilo Zolo (Rijeka, 1936) è professore di Filosofia del diritto e di Filosofia del diritto internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Firenze. È stato Visiting Fellow nelle università di Cambridge, Pittsburgh, Harvard e Princeton. Nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni presso università dell'Argentina, del Brasile, della Colombia e del Messico. Coordina il sito web Jura Gentium, Center for Philosophy of International Law and Global Politics. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology, Boston, Kluwer, 1989; Democracy and Complexity, Cambridge, Polity Press, 1992 (ed. it.: Il principato democratico, Milano, Feltrinelli, 1992); Cosmopolis, Milano, Feltrinelli, 1995 (ed. ing. ampliata: Cambridge, Polity Press, 1997); I signori della pace, Roma, Carocci, 1998; Invoking Humanity: War, Law and Global Order, London, Continuum, 2002; Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Roma-Bari, Laterza, 2003; La giustizia dei vincitori, Roma-Bari, Laterza, 2006. Con Pietro Costa ha curato il volume Lo Stato di diritto, Milano, Feltrinelli, 2002; con Franco Cassano, L'alternativa mediterranea, Milano, Feltrinelli, 2007. E-mail: zolo@tsd.unifi.it

lunedì, aprile 23, 2007

IL SISTEMA BANCARIO SARDO: IERI, OGGI ...DOMANI !








UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SASSARI
FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN EDITORIA, COMUNICAZIONE MULTIMEDIALE E GIORNALISMO


IL SISTEMA CREDITIZIO SARDO: DAI MONTI FRUMENTARI ALLA BANCA UNIVERSALE




TESINA DI MARIO VIRDIS, matricola 30019800
Esame di: STORIA ECONOMICA DELLA SARDEGNA
DOCENTE PROF. GIUSEPPE DONEDDU

INDICE


- Indice……………………………………………………………………..pag. 2
- Premessa ………………………………………………………………… pag. 3
- Capitolo Primo Le origini dei Monti…… .. .……………………..………pag. 5
- Capitolo Secondo Dai Monti alle Casse…………………………………..pag. 8
- Capitolo Terzo Dalle Casse al Banco di Sardegna.………………………pag. 13
- CONCLUSIONI ……………………………..………………………..….pag. 16
- Allegato A………………………………………………………………….pag. 18
- Bibliografia…………………………………………… …………………..pag. 19








PREMESSA

La Sardegna ha sempre pagato a caro prezzo il suo splendido isolamento. La causa principale è la sua posizione al centro del Mediterraneo, lontana dalla terraferma e dai più importanti centri commerciali e culturali. Nel Seicento, durante la dominazione spagnola, la scarsa popolazione viveva miseramente di agricoltura e pastorizia. L’agricoltura, con produzione prevalentemente granaria, praticata negli spazi pianeggianti del Campidano e della Marmilla, veniva condotta con metodi arcaici; la pastorizia, limitata al pascolo brado di ovini e caprini, praticata nelle zone interne. La Spagna fin dalla prima metà del Seicento cercò di introdurre i primi miglioramenti produttivi. Nel 1612 l’inviato della Corona, tale Martin Carrillo, visitatore (una sorta di ispettore) del Re di Spagna Filippo III, nella sua relazione al sovrano mise in luce una realtà fatta di fame e arretratezza. I contadini sardi, costantemente taglieggiati dalla rapace burocrazia regia, diretta dal viceré, non erano mai stati incoraggiati a migliorare la qualità e la quantità dei raccolti cerealicoli. Per tentare un certo miglioramento, nel 1624, il Parlamento riunito a Cagliari votò per la nomina in ogni villaggio del “Padre Censore”, un esperto agricolo locale, capace di indirizzare e coordinare l’attività agricola. A lui doveva far capo un grande magazzino dove far convergere le riserve comunitarie del grano, necessario per far fronte non solo ai bisogni della comunità, ma anche per anticipare le sementi ai coltivatori in difficoltà. Era il primo segno, il primo passo, per la costituzione anche in Sardegna dei Monti frumentari, già sperimentati in altre parti del regno.
Il vessatorio sistema feudale allora imperante era però nella sua fase discendente e non tardò ad estinguersi, spazzato via, quasi dappertutto, dalla Rivoluzione francese. In Sardegna, invece, resistette più a lungo. L’isola, poco abitata ed economicamente isolata, nel 1720 passò ai Savoia come Regno di Sardegna. Il 9 agosto del 1720 gli Stamenti sardi (quello militare, l’ecclesiastico e il reale) del Parlamento, prestando giuramento di fedeltà al nuovo viceré, il barone di Saint Remy , gli consegnarono una Sardegna popolata da appena 300 mila abitanti. Cagliari, capitale del regno, contava appena 16 mila anime e Sassari, capitale del capo di sopra, 13 mila. L’isola, oltre che spopolata era culturalmente arretrata e con un’economia di sopravvivenza. La società sarda, prevalentemente agro-pastorale, continuava a restare oppressa dai soprusi dei feudatari e taglieggiata dai tributi e dalle decime del clero.
In totale abbandono l’Isola era priva anche delle più elementari infrastrutture, a partire dal sistema viario, con strade pessime ed insicure, che potevano garantire ben pochi commerci. Le coste, circondate in parte da stagni malsani infestati dalle zanzare (Anopheles Labranchiae), erano poco abitate a causa dei frequenti cicli di febbri malariche che colpivano la popolazione, e dalle ricorrenti carestie. Le poche ricchezze dei proprietari della terra (feudatari e clero) derivavano soprattutto dall’allevamento del bestiame, praticato all’interno dell’Isola.
Una prima riforma radicale della gestione della terra venne attuata dai Savoia solo nel 1820. Con l’Editto delle Chiudende, emanato il 6 ottobre 1820 venne avviato un processo di privatizzazione della terra che, nonostante le buone intenzioni, finì per favorire i ceti più abbienti e, soprattutto, più spregiudicati. L’accaparramento consentì di ampliare ulteriormente le già vaste proprietà in mano ai latifondisti e conseguentemente di aumentare le rendite derivanti dagli aumentati canoni di affitto. Sedici anni dopo, nel 1836, solo dopo lunghe trattative e non poche difficoltà si giunse alla stesura della legge per l’abolizione del feudalesimo. L’operazione, stante le pressioni dei possessori della terra, fu conclusa ad alto prezzo e con il sistema del riscatto. Questa soluzione, che comportò costi pesantissimi per il Governo Centrale, fu, però, volturata a cascata, sui Comuni, depauperando ulteriormente le già magre risorse. Altri provvedimenti, adottati nello stesso periodo, riguardarono l’agricoltura, l’allentamento delle barriere commerciali, la riforma delle leggi civili e penali e la costruzione delle prime importanti infrastrutture. Saranno le strade le prime ad essere migliorate, a partire dalla Cagliari-Sassari, che porta ancora il nome di Carlo Felice. Seguirono, poi, l’istituzione del primo riparto catastale, la redazione di complete rilevazioni geografiche e l’effettuazione del primo censimento. Tutti questi atti, che modificarono profondamente i rapporti sociali ed economici della società sarda, costituirono un primo segnale di cambiamento: fu un ufficializzare, anche in Sardegna, il passaggio al post-feudalesimo.
Nel prossimo capitolo, partendo dalle fonti storiche più note, vengono esaminate le strade che il Sistema creditizio sardo ha percorso fino ai nostri giorni.



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CA PITOLO PRIMO
LE ORIGINI DEI MONTI

L’idea di modernizzare il settore agricolo con l’istituzione del “Padre Censore”, di marca spagnola, non fu l’unica via tentata per cercare di dare ordine ad un’agricoltura primordiale. Se sugli effetti derivanti dall’azione di miglioramento intrapresa dalla Corona di Spagna non si hanno riscontri certi, ( la richiesta di istituzione del Padre Censore fu accolta dal sovrano, a titolo sperimentale, per dieci anni), meglio documentata risulta, invece, l’azione già intrapresa dalla Chiesa nella stessa direzione.
Il Pontefice Leone X fin dal 1515 con la bolla “Inter multiplices” cercò di regolamentare il funzionamento dei “Montes Pietatis”. In Sardegna assai ben documentata è l’azione intrapresa dai vescovi di Ales. All’atto della nomina, infatti, il Papa invitava i Vescovi ad attivarsi fortemente per la costituzione, anche in Sardegna, dei Monti di Pietà ( procurandi erectionem Montis Pietatis).
Nella diocesi di Ales uno dei primi che si impegnò in questo senso fu il vescovo Michele Beltran (1638-1641). Il problema più grave che dovette affrontare fu quello dell’usura. I contadini dovevano necessariamente ricorrere alle anticipazioni nel periodo della semina, quando pur di procurarsi le sementi dovevano ipotecare gran parte del futuro raccolto, rischiando quasi sempre la miseria. Fu promossa, perciò, la fondazione in ogni villaggio, da parte del parroco, di un Monte di Pietà. Il Monte prevedeva il prestito, senza interesse, delle sementi. Il patrimonio granario del Monte era alimentato da una parte col grano versato dai membri della Comunità e dall’altra con il lavoro gratuito prestato in alcune occasioni dell’anno.
L’azione benefica intrapresa dal vescovo Beltran, che non aveva potuto completare il suo lavoro a causa della prematura morte, fu proseguita dai successori, soprattutto dal vescovo Francesco Masones y Nin (1693-1704), il quale divenuto poi arcivescovo di Oristano la applicò anche nella nuova Sede. Ma la figura di vescovo di Ales più legata alla diffusione dei Monti di Pietà fu quella del sassarese Giuseppe Maria Pilo (1760-1786) che si adoperò con passione ed energia al miglioramento delle miserevoli condizioni dei contadini. Il suo episcopato fu contemporaneo alla riforma avviata dal governo sabaudo sotto la guida del Ministro Giovanni Battista Lorenzo Bogino. Pilo offrì la sua collaborazione al ministro ricevendone in cambio attestazioni di grandissima stima. Il vescovo Pilo oltre che curare, in modo particolare, l’elevazione morale e culturale del clero diocesano, si prodigò con estrema dedizione nei confronti di tutto il popolo della sua diocesi. In una Sardegna piegata dalla carestia e dalla moria di bestiame, nell’inverno del 1779, non esitò ad aprire le porte dell’episcopio per accogliere le turbe degli affamati e a vendere persino l’argenteria del palazzo, diventando povero tra i poveri.
Scrive Manlio Brigaglia nel recente libro, edito dal Banco di Sardegna, “ La terra, il lavoro, il grano”:
“ Nella lunga storia dei Monti frumentari in Sardegna c’è anche la data di nascita. E’ il 4 settembre 1767: un pregone del viceré des Haydes dà una nuova organizzazione, più razionale e più rigorosa, a una istituzione destinata a coprire l’isola con una struttura efficiente e capillare al servizio dell’agricoltura. Una istituzione come quella dei Monti, in realtà, esisteva già dal periodo spagnolo. Un documento inedito, esposto nella mostra che il Banco di Sardegna ha dedicato, nel corso del 2001 e del 2002 al tema della terra, del lavoro e del grano in Sardegna, individua in Terralba e nel 1651 il luogo e la data di nascita del primo pòsito sardo. Dai pòsitos del Seicento nascono, con un rinnovato slancio, i Monti frumentari del Settecento...”.
La felice alleanza tra il vescovo Pilo e il ministro Bogino riuscì, in una regione ad economia quasi esclusivamente agricola, ad avviare quel processo di sviluppo e modernizzazione ormai indifferibile. La garanzia di buon funzionamento la garantì la Chiesa: il Monte era amministrato da una Giunta diocesana presieduta dal Vescovo; a sua volta il Monte faceva capo a una Giunta generale con a capo un Censore generale. Uno dei più famosi Censori generali fu Giuseppe Cossu, sassarese, che intelligentemente scrisse una serie di piccoli “catechismi agrari” in sardo, proprio per aiutare i contadini dei villaggi ad essere cittadini attivi della Comunità, sposando il grande progetto del Bogino.
In pochi anni i Monti si moltiplicarono. Accanto a loro nacquero, nell’agosto del 1780, i Monti nummari (dal latino nummus, moneta), il cui compito principale era quello di prestare non sementi ma denaro, necessario per l’acquisto del bestiame da lavoro e dei mezzi agricoli. La preziosissima funzione dei Monti si svolse in crescendo fino agli inizi dell’Ottocento. Fra il 1800 e il 1812, invece, i fondi dei Monti vennero, in gran parte, rastrellati dal governo per pagare i prestiti accesi dallo Stato. Nonostante le difficoltà create da questi espropri, che sottrassero la necessaria liquidità, che andavano di pari passo con amministrazioni poco trasparenti, la funzione dei Monti proseguì, tra alti e bassi, fino al 1845. L’agricoltura non poteva farne a meno essendo questi gli unici istituti che praticavano in Sardegna il credito agrario.
Gli anni successivi al 1845, complice la legge del 1851 emanata per riorganizzare l’intero sistema dei Monti, segnarono la fine di questo importante strumento. La legge in parola, nata per riorganizzare l’intero sistema dei Monti, abolì il Censorato generale e le Giunte, smontando il complesso sistema che per un secolo aveva svolto un ruolo centrale nelle comunità rurali sarde. Altre strutture creditizie si apprestavano ad entrare in lizza. Le prime ad entrare in funzione in Sardegna furono le Casse di risparmio di Cagliari e di Alghero, che accelerarono il processo di disfacimento delle vecchie strutture.
Il sistema creditizio sardo stava cambiando pelle e si accingeva a percorrere vie nuove.

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CA PITOLO SECONDO

DAI MONTI ALLE CASSE

In relazione alla discussa ristrutturazione dei Monti, scrive G.Toniolo ne “La storia del Banco di Sardegna”:
“..Il nuovo ordinamento sopprimeva la struttura piramidale congiunta di laici ed ecclesiastici (Amministrazione locale-Giunta diocesana-Censorato generale) e la sostituiva unicamente con Commissioni locali, presiedute da Sindaco e nominate dal Prefetto, , in base a una lista, comprendente il triplo dei nominativi, formata dal Consiglio comunale….”.
Il contributo portato dalle modifiche non apportò miglioramenti sostanziali. L’ammontare della produzione cerealicola dell’Isola, che già alla fine del Settecento era attestata in circa un milione di quintali, fu di fatto superata solo negli anni Settanta del nuovo secolo, principalmente grazie all’uso dei concimi chimici, come sostiene lo stesso Toniolo che, nel libro citato, cosi continua:
“.. Il processo di annullamento della funzione economica svolta dai Monti venne accelerato nel corso della seconda metà del XIX secolo dalla sovrapposizione di fenomeni diversi: la volontà politica di favorire una riallocazione del patrimonio immobiliare su cui i Comuni esercitavano diritto di usi civici (ci si riferisce ai progetti di abolizione degli ademprivii discussi nel 1857-59 e nel 1863-65), l’affermarsi, nel corso dei primi anni Settanta, di nuovi intermediari creditizi, che esercitavano credito agrario e fondiario, il riordino giuridico degli istituti di assistenza, cui i Monti vennero spesso assimilati, sebbene in modo non giuridicamente fondato...”.
La chiusura ufficiale dei Monti fu stabilita con la Legge sulle Opere Pie del 1862. Questa norma, che riordinava il comparto degli Istituti di assistenza, autorizzava le amministrazioni comunali a dichiarare lo scioglimento dei Monti, destinandone i patrimoni ad opere di pubblica utilità. La mano pubblica calò, come una mannaia, sui Monti. La verifica, effettuata nel 1861 prima e nel 1875 poi, accertò che solo nella provincia di Sassari furono chiusi 78 Monti nel 1861 e 84 nel 1875. Nel sud dell’Isola, invece, complice la convinzione che essi potessero svolgere ancora una funzione di migliore tutela della popolazione rurale, tardarono ad estinguersi. Nel 1897 erano attivi in provincia di Cagliari 167 Monti contro uno solo in provincia di Sassari. La capacità dei Monti di assicurare un intervento di credito in natura, stante i nuovi tempi, si era ormai esaurita.
Gli ultimi anni del secolo furono caratterizzati, in Sardegna, dalla radicale trasformazione del sistema economico fino ad allora ancora allo stato primordiale e basato sull’uso collettivo della terra. La società isolana abbandonava una delle sue più antiche consuetudini, il possesso comune del territorio, per uniformarsi ai nuovi canoni giuridici e produttivi propri della società civile contemporanea, fondata sulla tutela e valorizzazione della proprietà individuale.
Nell’isola questo processo di trasformazione (già avviato nella penisola fin dal 1819) fu avviato lentamente e conobbe una certa accelerazione solo dopo l’unificazione. La rottura dei vecchi meccanismi del passato non fu ne facile ne indolore. Il risultato fu l’alienazione dei beni ademprivili, la costruzione delle reti di comunicazione e le fondamentali opere di bonifica. Questi importanti miglioramenti necessitavano, però, di strumenti finanziari e creditizi diversi dai Monti, stante anche il miglioramento degli scambi commerciali non solo con la penisola ma anche con l’estero.
Il ventennio che va dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta risultò caratterizzato dalla crescita della produzione agraria e del miglioramento delle esportazioni di bestiame bovino e di alimenti e manufatti pre-industriali (farina, berretti di lana, pellame), principalmente verso i mercati francesi. Nel successivo quindicennio , dalla metà degli anni Ottanta alla fine del secolo, si ebbe, invece, un crollo delle tradizionali attività produttive e un aumento, invece, della pastorizia: la consistenza del bestiame ovino passò da 800 mila a 2 milioni di capi.
Per venire incontro alle nuove necessità creditizie e grazie alla legge nazionale che autorizzava la formazione di società ed istituti di credito agrario (in Sardegna la legge era diventata operativa solo nel 1869), la Cassa di Risparmio di Cagliari costituì l’apposita sezione di credito agrario. Era solo il primo passo. La febbre del cambiamento fece nascere, anche nell’Isola, una miriade di istituti bancari, che troppo numerosi per le esigenze della fragile economia del territorio ebbero vita breve.
Nacquero il Banco di Cagliari, il Banco di Sassari, la Banca Agricola Sarda, la Banca Agricola Industriale Arborense, il Credito Agricolo Industriale Sardo, la Banca Agricola di Gallura. In pochi anni (il massimo sviluppo fu nel 1883), la gran parte delle nuove strutture creditizie, fragili e poco capaci, vennero travolte da una crisi bancaria che iniziò nel 1887.
E’ utile segnalare che il credito all’agricoltura non fu, in Sardegna, appannaggio solo delle banche sarde ma anche di diversi Istituti a caratura nazionale. Tra i più attivi la Cassa di Risparmio del Banco di Napoli ( autorizzata all’esercizio del credito agrario dalla legge n. 334 del 7.7.1901). Questo istituto esercitò il credito agrario in Sardegna tramite le Casse Rurali. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni venti del Novecento l’Isola acquisì un sistema sufficientemente organico e stabile di istituzioni mirate a concedere credito all’agricoltura. Vennero istituite, in primo luogo, le due Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari, attraverso la trasformazione delle due sezioni della Cassa Ademprivile della Sardegna. Questa Cassa non era nata come struttura creditizia. Il suo compito istituzionale era quello di gestire ed amministrare i terreni di origine feudale degli “Ademprivi”, ovvero di proprietà pubblica. Compito originario della Cassa era quello dell’appoderamento delle terre e della successiva concessione in enfiteusi. I terreni non adatti alla coltivazione venivano rimboschiti tramite l’amministrazione forestale. La trasformazione in Enti finanziari diede nuova veste e soprattutto nuove funzioni alla vecchia struttura. Il nuovo compito creditizio si esplicò attraverso intermediari ben noti: i Monti di Soccorso. Era questa la riscoperta di una struttura consolidata che riprendeva vigore attraverso la nuova linfa dei finanziamenti accordati alle Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari. Il 1924 fu il momento più importante del nuovo corso. Fu questo, infatti, l’anno che vide la trasformazione dei Monti di Soccorso in Casse Comunali di Credito Agrario. Le strutture, cosi rinnovate, avranno vita lunga: resteranno vitali ed operative fino agli anni Novanta del secolo appena trascorso, fuse per incorporazione nel Banco di Sardegna, del quale diventarono sportelli diretti (Agenzie).
Pochi anni dopo, nel 1927, una legge nazionale sul credito agrario istituì una nuova struttura unificata per il credito agrario nell’Isola. Nacque, con questa legge, l’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, ICAS, frutto della fusione delle due Casse provinciali di Cagliari e Sassari. Compito del nuovo Ente, che nacque con un capitale di 22 milioni di lire, era quello di: “..coordinare, indirizzare ed integrare l’azione creditizia degli enti ed istituti locali a favore dell’agricoltura...”.
L’ ICAS, come comunemente venne chiamato, iniziò ad operare nel 1928, quando si riunì per la prima volta il collegio commissariale appena nominato dal ministro dell’Economia nazionale. Il 6 novembre il Consiglio di Amministrazione deliberò la pianta organica, strutturata in più livelli alla cui base erano, oltre le sedi di Cagliari e Sassari, le sette filiali di Oristano, Sanluri, Ozieri, Thiesi, Bosa, Isili e Lanusei, che governavano territorialmente le Casse Comunali di Credito Agrario. Il contributo dell’ICAS alla maturazione del sistema creditizio sardo fu determinante. Il compito principale fu quello di organizzare tecnicamente la rete capillare della Casse Agrarie. Fra i compiti più importanti la preparazione del personale, una gestione meno approssimativa del credito, e la creazione di una mentalità “bancaria”, prima inesistente. La crescita dell’ICAS non tardò a venire. Nel 1945 il personale era costituito da 185 unità che diventarono 260 nel 1952. Nell’allegato, riprodotto da un “Regolamento” dell’epoca, viene evidenziata la situazione e la distribuzione del personale negli anni 1945 e 1952.
Negli anni Venti la popolazione della Sardegna era cresciuta di soli 6.ooo abitanti, rispetto agli 853.ooo censiti nel 1911. Questo fatto non era solo da addebitarsi al diminuito tasso di natalità, ma anche ai grandi vuoti creati prima dalla Grande guerra e dopo dalla epidemia di “spagnola”. Inoltre, in quegli anni, la mortalità per malaria raggiunse una media del 97,5 per mille, contro una media nazionale del 12 per mille. L’agricoltura, che aveva conosciuto un periodo di artificiale floridezza durante la guerra, pagava il prezzo della limitatezza delle zone coltivate, aggravata da una frammentazione della proprietà fondiaria. Le leggi Serpieri del 1924 e la successiva del 1933 sulla bonifica integrale sembravano il mezzo più adatto a risolvere, in parte, una deficienza strutturale. Vennero avviati, con questa legge, interventi di bonifica importanti. La Società Bonifiche Sarde a Terralba bonificò a prezzo di grandi sacrifici una superficie di oltre 18.ooo ettari; l’Ente Colonizzazione Ferrarese nella Nurra algherese bonificò nel 1934 circa 12.ooo ettari; infine una superficie più modesta fu bonificata a Sanluri dall’Opera Nazionale Combattenti. Di queste opere, realizzate dal regime fascista nel periodo di massima autarchia per trovare soluzione alle sanzioni che continuavano ad affamare la popolazione, quella che raggiunse appieno lo scopo e anzi superò le previsioni iniziali fu la bonifica del terralbese. La nuova città di Arborea (battezzata originariamente “Villaggio Mussolinia”) che sorse a fianco dell’antica Terralba, sulla grande pianura fertile appena bonificata, popolata dalle laboriose popolazioni venete immigrate, raggiunse in breve tempo livelli di eccellenza. Anche oggi il suo territorio con colture, allevamenti e industrie di trasformazione di prim’ordine, è uno dei pochi esempi in Sardegna di agricoltura/allevamento di livello europeo.
Nel 1944 con l’istituzione dell’Alto Commissariato per la Sardegna, iniziò un percorso che porterà l’Isola sulla strada per l’attuazione dell’autonomia. Il successivo provvedimento legislativo stanziò a favore dell’economia sarda 150 milioni di lire per la creazione di un Banco di Sardegna (non quello attuale che nascerà, invece, dieci anni dopo). Negli anni dal 1947 al 1950 l’Ente regionale per la lotta antianofelica (ERLAS), utilizzando un consistente contributo finanziario e scientifico della Rockfeller Foundation, con l’impiego di oltre 35.ooo operai portò a compimento un’opera straordinaria: quella di debellare la malaria da tutto il territorio dell’Isola. La vittoria sulla malaria, che aveva afflitto l’isola per millenni, fu certamente uno degli eventi più importanti del secolo scorso. I futuri investimenti sia agricoli che imprenditoriali successivi, furono possibili solo in una Sardegna liberata da simile flagello.
Nel 1946 il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica portò alla Sardegna non solo la nuova Costituzione repubblicana, che entrò in vigore il primo gennaio del 1948, ma anche, all’interno dell’organizzazione dello Stato, un nuovo status giuridico: quello di Regione autonoma. La nostra autonomia, sancita dall’art.116 della Costituzione e dalla legge costituzionale del 26 febbraio del 1948 che approvò lo Statuto speciale, nacque in maniera abbastanza travagliata. A differenza degli Statuti delle altre Regioni autonome quello sardo risentì, però, della nostra immaturità politica. Mentre quello siciliano fu concepito, strutturato e studiato dai siciliani per i siciliani, quello sardo, complice la nostra proverbiale litigiosità e diffidenza, venne preparato “per i sardi” dal Parlamento nazionale.
Nell’autonomia delegata dallo Statuto diverse furono le competenze legislative riservate alla Regione, tra cui quella sul Credito Agrario. La “delega” sul credito agrario pur semplice nell’apparenza si rivelò di difficile applicazione e armonizzazione con le leggi nazionali. Fiumi di inchiostro sono stati già versati sulla diversa interpretazione delle competenze delegate. Fra i tanti che scrissero ( e ancora scrivono..) mi limito a ricordare le dotte disquisizioni di Francesco Cossiga, che negli anni Cinquanta (era allora assistente di Diritto Costituzionale nell’Università di Sassari) scrisse numerose “Osservazioni”, e le altrettanto puntigliose precisazioni di Giuseppe Guarino, che sull’argomento, spesso, arrivava a conclusioni molto diverse da quelle del nostro Presidente emerito.
In questi primi anni di vita repubblicana le forze politiche sarde, con l’intento di mettere al passo la Sardegna con il resto dell’Italia, iniziarono a rivendicare un “Piano di Rinascita “ economica e sociale, previsto, tra l’altro, dall’art.13 dello Statuto.
Nel 1962, con la legge n.588 dell’11 giugno, denominata “ Piano straordinario per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna”, venivano stanziati 400 miliardi da spendersi in 10 anni. Qualche anno prima, nel 1953, con la legge n. 298 dell’11 aprile, era stato istituito il Credito Industriale Sardo, CIS, e riformati e riordinati l’Isveimer e l’Irfis; la stessa legge stabiliva la costituzione del Banco di Sardegna, Istituto di Credito di Diritto Pubblico, attraverso la fusione per incorporazione dell’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, ICAS ( di cui ereditava il patrimonio e l’organizzazione) e dell’omonimo Banco di Sardegna di Cagliari, prima menzionato, istituito nel 1944 e mai diventato operativo per mancanza di dotazione di capitale.
Con il nuovo Banco di Sardegna iniziò per il sistema creditizio sardo una trasformazione epocale.

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CA PITOLO TERZO

DALLE CASSE AL BANCO DI SARDEGNA

Nel 1955, con decreto del ministro del Tesoro, veniva approvato lo Statuto del nuovo Banco. La continuità da ICAS a Banco di Sardegna fu totale. Della dotazione patrimoniale iniziale di 710 milioni ben 560 milioni furono conferiti dall’ICAS. Il personale confluì tutto nel Banco, a partire dal mitico direttore generale Oreste Pieroni, figura di spicco e pubblico amministratore della Sassari dell’epoca. Sotto la sua guida iniziò la modernizzazione della struttura ereditata. Alle due sedi ed alle sette filiali ereditate dall’ICAS altre se ne aggiunsero in poco tempo (nel 1956 erano già operative le nuove filiali di Ales, Iglesias, Senorbì, Nuoro, Cuglieri, Macomer, Siniscola, Alghero, Nulvi, Olbia, Pattada e Tempio. Fu, inoltre, riorganizzata la rete territoriale delle Casse Comunali di Credito Agrario e si aprirono filiali nella penisola: a Roma, Genova e Milano. Altro importante legame con la struttura politica dell’Isola fu l’acquisizione del servizio della tesoreria regionale. Gli anni Sessanta furono, per la precaria economia dell’Isola, gli “ anni della rinascita”. La Sardegna avviò un processo di industrializzazione massiccio. Pur apparendo, sulla carta, un piano capace di avviare l’Isola ad una parificazione con le altre regioni, si rivelò, invece, incapace di integrarsi nel nostro sistema economico e quindi controproducente. I massicci investimenti destinati alle nuove imprese chimiche, minerarie, metallurgiche e delle costruzioni furono sostenuti, soprattutto, dal Credito Industriale Sardo, da diverse banche nazionali ed anche dal nuovo Banco di Sardegna. La chimica e la petrolchimica, tuttavia, non furono i settori privilegiati dal Banco. Il credito all’agricoltura continuò a rimanere il suo punto di forza, retaggio ereditato dall’ICAS, ma soprattutto erogato dalla miriade di microsportelli delle Casse Comunali di Credito Agrario. La neonata Sezione Speciale di Credito Agrario, si impegnò in un grande disegno di riordino fondiario, finalizzato ad incrementare dimensioni e redditività delle aziende agricole.
Per agevolare questo tentativo di riordino fondiario il Banco venne autorizzato anche ad assumere partecipazioni dirette in società agricole, industriali e commerciali. Per il sostegno al settore edile e del mercato immobiliare il Banco istituì anche una Sezione Speciale per il Credito Fondiario ed una Sezione per il Credito alle Opere Pubbliche.
La Sardegna, ora, iniziava a crescere. Se negli anni Cinquanta i redditi sardi avevano subito una regressione relativa, rispetto agli andamenti nazionali, tra il 1963 e il 1970 il reddito lordo pro capite regionale crebbe ad un tasso del 5,7 per cento, contro il 5,2 del Mezzogiorno e il 4,3 dell’intero paese. Anche la crescita del Banco fu notevole: il valore dei depositi e dei conti correnti passò da 39 miliardi di lire nel 1960 ai 145,7 miliardi nel 1967. La crescita risultava superiore a quella delle altre banche attive nella regione. Gli investimenti in credito agrario alla fine degli anni Sessanta erano complessivamente di 76,346 miliardi di lire (49,745 MD di crediti di esercizio e 26,601 MD di crediti di miglioramento). I crediti ordinari ( si definiscono crediti ordinari quelli destinati a tutte le attività commerciali e industriali non collegati al credito agrario) quantitativamente, tra il 1960 ed il 1969, crebbero in misura costante: in un decennio passarono dai 16 miliardi di lire del 1961 ai 144 miliardi del 1969.
Gli anni Settanta, complice anche lo shock petrolifero mondiale che si ripercosse sulle industrie chimiche e petrolchimiche presenti nell’isola, evidenziarono le prime difficoltà. Agli affanni delle industrie si aggiunse la netta diminuzione dei contributi statali a cui l’isola si era abituata col piano di rinascita. Il Banco, ormai diventato l’istituto di credito più importante dell’isola, applicò, prudentemente, la strategia del rafforzamento patrimoniale e della razionalizzazione distributiva. In sei anni raddoppiò i fondi patrimoniali di garanzia e razionalizzò la rete degli sportelli anche con l’apertura di nuove dipendenze nella penisola. Agli inizi degli anni Novanta, completata la trasformazione delle Casse Comunali di Credito Agrario in dipendenze dirette del Banco, diede attuazione all’importante legge “ Amato-Carli” ( legge n. 218 del luglio del 1990), che imponeva agli Istituti di credito di diritto pubblico ed alle Casse di risparmio di trasformarsi in Società per Azioni.
Modificato e adeguato lo Statuto alla nuova situazione, nel luglio del 1992, il Banco di Sardegna abbandonò la qualifica di “Istituto di credito di Diritto Pubblico” per assumere quella di “Società per Azioni”. Il patrimonio (le azioni) furono conferite alla Fondazione Banco di Sardegna, ente di nuova costituzione. Le finalità del nuovo Ente (la Fondazione), secondo lo Statuto, sono quelle di interesse pubblico e di utilità sociale. Tra le sovvenzioni annuali correnti quelle a favore delle Università di Cagliari e di Sassari.
La legge Amato-Carli, prevedeva anche che le Fondazioni cedessero, gradualmente, il capitale di controllo delle rispettive imprese bancarie, per non vincolarne la libertà di mercato. La Fondazione del Banco scelse sul mercato il “Gruppo” della Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER). In due tranches il 51% del capitale sociale (azioni ordinarie) fu ceduto, con conseguente ingresso del Banco di Sardegna s.p.a. nel Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna.
All’interno del “gruppo BPER”, che è costituito dalla capogruppo e da 13 altre banche, il Banco ha mantenuto le caratteristiche della sub-holding, ovvero una autonomia patrimoniale e gestionale separata, rispetto alla capogruppo, considerato il modello federale in atto. Questo modello consente al Banco di svolgere, come prima, un ruolo di presidio e di valorizzazione del territorio operativo che era e rimane prevalentemente sardo.
L’attività del Banco, infatti, continua a svolgersi in larga misura nell’Isola dove, pur in condizioni di sempre maggiore concorrenza, ha ulteriormente accresciuto le sue già elevate quote di mercato: la sua struttura nell’Isola rappresenta il 58% degli sportelli bancari con una rete che, a fine del 2002, era di 375 sportelli, a cui si debbono aggiungere i 16 operativi nella penisola, distribuiti tra Lazio, Lombardia, Toscana, Liguria ed Emilia Romagna. L’integrazione con il resto del “Gruppo BPER” è in costante crescita, soprattutto attraverso l’utilizzo dei nuovi strumenti telematici che consentono transazioni in tempo reale in tutto il mondo.
Il lungo cammino delle Istituzioni creditizie sarde ha fatto già un buon tratto di strada: dai Monti frumentari alla Banca Universale (oggi comunemente definita “Banca on line”).

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CONCLUSIONI
Il sistema creditizio sardo ha faticato più di altri a raggiungere gli attuali livelli. Alla base, forse, ci sono gli stessi motivi che hanno fatto uscire in ritardo l’Isola dal feudalesimo: la mancanza di fiducia. La diffidenza dei sardi, frutto dei lunghi periodi di dominazione straniera, unita all’isolamento geografico, non ha mai agevolato e incentivato gli scambi commerciali e culturali con gli altri popoli. La cultura imposta dai dominatori ha creato sudditanza e quindi diffidenza. Millenni di dominazione hanno rafforzato l’individualismo a scapito dell’associazionismo. Tutto questo ha nel tempo frenato sia la crescita interna che l’interscambio con l’esterno. Ma questo modo di essere, oggi, ha ancora senso o valore? Le nostre diffidenze prima o poi dovranno prima allentarsi e poi cadere. L’individualismo dovrà lasciare spazio alla condivisione, il gioco individuale al gioco di squadra. Oggi la fiducia, come sostengono i nuovo manuali di sociologia ( Giddens, Luhmann), non può più essere limitata dalla conoscenza “personale”, accordata solo dopo aver vinto la diffidenza, ma estesa, aperta, rivolta a tutta un serie di strutture invisibili ma sperimentate e capaci. E’ la fiducia nei sistemi esperti. E’ il mondo della globalizzazione che lo richiede, quello in cui viviamo, e che detta le nuove regole a cui nessuno può sottrarsi.
Qualcuno ha ricordato la preoccupazione dei sardi quando nel lontano 1844-45 si passò dai vecchi sistemi di misurazione in uso nella regione al sistema metrico decimale. La stessa preoccupazione si è ripetuta nel 2002, anno di introduzione dell’Euro. E’ la “paura del nuovo”, la paura dell’ignoto, che ieri ci ha impedito di partecipare a pieno titolo ai progressi dell’economia ed anche oggi può limitarci. La Sardegna non può continuare ad arroccarsi nel suo lungo isolamento. Il sistema produttivo sardo deve uscire dal guscio, confrontarsi e competere con quello del resto del mondo. Tramontata la grande industria, sogno di riscatto degli anni Sessanta, cadute le forti agevolazioni pubbliche, il cui spreco fa ancora gridare allo scandalo, gli imprenditori sardi devono lottare con le proprie forze per proiettarsi all’esterno per far crescere le loro aziende. Solo la consapevolezza che il ricco mercato dell’Unione Europea è non solo vicino ma anche a portata di mano può stimolare la competizione. Il futuro per le aziende sarde è fatto di non solo di produzioni di qualità a costi competitivi, ma anche (direi soprattutto) di analisi di mercato, promozione e marketing. Altra risorsa di cui l’Isola può avvantaggiarsi è la valorizzazione del suo territorio, sfruttandone turisticamente le risorse naturali sotto alcuni aspetti uniche. La sua posizione al centro del Mediterraneo, il clima particolarmente adatto all’industria delle vacanze, la bassa densità abitativa, unita alla bellezza delle coste ed alle caratteristiche uniche possedute ( archeologia, bio-diversità, natura incontaminata etc.), possono trasformare in risorsa quello che in passato era un grosso handicap. Per fare questo è importante che i sardi, i giovani soprattutto, raggiungano gli stessi livelli sociali e culturali del resto dell’Europa. Solo a parità di condizioni, conoscenze e cultura il confronto sarà ad armi pari. La nostra sfida potrà essere vincente solo se saremo capaci di fare quel salto di qualità che i nuovi mercati impongono. Fare mercato oggi in Sardegna significa valorizzare le risorse locali, produrre in modo non frammentario i prodotti che il vasto mercato richiede; tradotto in pratica significa immettere sul mercato vino, latte, formaggi e tante altre nostre produzioni con le caratteristiche di “alta qualità” (incrementare l’industria agro-alimentare, soprattutto sul biologico, è ancora un sogno). Competere nel mercato globale non significa lavorare solo prodotti “standardizzati”, ma anche valorizzare le produzioni di nicchia, ricche di saperi (e sapori) locali, la cui identità e unicità possono avere notevoli potenzialità. Per fare tutto questo anche la mano pubblica ha il suo compito. A differenza del passato non più contributi concessi a pioggia, che si disperdono in mille rivoli, ma progetti mirati sulle infrastrutture e sui servizi ed agevolazioni che richiamino nell’Isola investimenti importanti che affianchino l’imprenditoria locale. Sarà in grado la Sardegna di vincere la sfida? Credo che sia il sogno di tutti.
Se cosi fosse i sardi potrebbero sorridere al ricordo dell’antico detto li definiva: pocos, locos y mal unidos.


Mario Virdis




BIBLIOGRAFIA

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- A. Giddens, Identità e società moderna – Il Mulino 1990
- N. Luhmann, La fiducia – Il Mulino 1990
- R. Ragionieri, O.Schmidt, Culture e conflitti nel Mediterraneo – Asterios 2003
- La Costituzione Italiana e Lo Statuto Speciale della Sardegna – ediz. R.A.S. 1998
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- John A. Logan, Il Progetto Sardegna, un esperimento di eradicazione del vettore indigeno della malaria – Baltimore, The Johns Hopkins Press- 1953
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- Enciclopedia Wikipedia, - sito web wikiedia
- http://www.regione.sardegna.it/
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- http://www.google.it/