mercoledì, aprile 02, 2025

LA CURIOSA STORIA DE “I GIORNI DELLA VECCHIA”, GLI ULTIMI TRE DEL MESE DI MARZO. UNA CREDENZA LEGATA AD UNA LEGGENDA: IL MITO DI DEMETRA E PERSEFONE.


Oristano 2 aprile 2025

Cari amici,

Siamo appena entrati nel mese di aprile, sinonimo di “Primavera”, anche se, ufficialmente, questa ha inizio nel precedente mese di marzo. Marzo, a differenze del mese che lo precede, Febbraio, che ne conta 28, ha 31 giorni, tre in più, quindi, di febbraio. Ebbene, a dare una curiosa giustificazione a questi tre giorni in più ci ha pensato una curiosa, antica leggenda, frutto della credenza popolare, che li ha definiti i “Giorni della Vecchia”. Una credenza nata nella civiltà contadina, derivata però da quel ricorrente fenomeno meteorologico che vede, a fine marzo, un  improvviso e inaspettato ritorno del freddo, nonostante la primavera sia ufficialmente arrivata.

Amici lettori, è questo un fenomeno meteorologico che si ripete di frequente, se pensiamo che anche quest’anno a fine marzo in diverse regioni italiane abbiamo assistito a precipitazioni e a un sensibile abbassamento delle temperature, che ci hanno ricordato che l’inverno non aveva ancora detto la sua ultima parola. Ma torniamo alla saggia credenza in capo alla civiltà contadina, che nel tempo ha costruito questa curiosa leggenda dei Giorni della Vecchia, noti anche come "giorni imprestati".

La leggenda, alquanto diffusa, narra di una vecchia pastorella che, ingannata dal clima mite di fine marzo, che allora aveva 28 giorni come febbraio, credendo che l’inverno fosse ormai alle spalle e che la primavera avesse già spazzato via freddo e pioggia, negli ultimi giorni, rivolta a marzo, esclamò: “Ciao marzo, oramai non ho più paura di te, sei andato via portandoti appresso freddo e pioggia; era ora! Io, che ho pane, vino e legna a sufficienza nel camino, ti saluto: Ciao!” Marzo, sentendosi deriso e offeso da tanta arroganza, decise di vendicarsi. Chiese in prestito ad aprile tre giorni e scatenò un ritorno improvviso del freddo che colse impreparata la povera vecchia arrogante. Il gelo fu così intenso che la vecchietta, che aveva già esaurito le sue scorte invernali, ne rimase vittima.

Cosa ci insegna questa leggenda? Che non dobbiamo mai sfidare le forze della natura, governate da forze così potenti ed a noi precluse, tanto che i popoli antichi non solo non le sfidavano ma le veneravano! La mitologia, così presente negli antichi popoli, in particolare quello greco, in passato aveva ampie e salde radici. Erano gli dei dell'Olimpo a governare la terra ed i suoi abitanti. Anche la figura della Vecchia, presente in questa leggenda nostrana, possiamo dire che possa essere collegata in qualche modo al passato mitologico ed alle forze della natura, rappresentate dagli antichi dei.

Si, amici, la nostra leggenda è di certo strettamente legata alla mitologia greca, e in particolare a Demetra e Persefone. Ecco la storia. Demetra, dea dell'agricoltura e della fertilità, aveva una figlia, Persefone. Quando Persefone fu rapita da Ade, dio degli inferi, Demetra, addolorata, smise di curare la terra, causando carestia e gelo. Secondo il mito, Persefone mangiò sei semi di melograno negli inferi, cosa che la costrinse a trascorrere sei mesi con Ade e sei mesi con Demetra. Questo antico mito spiega così il ciclo dell'alternarsi delle stagioni: la terra è fertile quando Demetra sta con la figlia Persefone, mentre e sterile quando Persefone è lontana con Ade.

Un mito, questo, creato dagli antichi per evidenziare in modo chiaro il ricorrente ciclo delle stagioni, che si alternano in continuazione: "morte e rinascita", sono le caratteristiche del passaggio dall’inverno alla primavera. Quando Persefone è negli inferi, Demetra è in lutto e la terra è sterile (inverno), quando Persefone torna dalla madre, la natura rifiorisce (primavera). Amici, i Giorni della Vecchia possono, quindi, essere visti come gli ultimi momenti di dolore di Demetra prima del ritorno della figlia, un’ultima manifestazione dell’inverno prima della rinascita primaverile. Indubbiamente una leggenda affascinante, che manifesta il profondo attaccamento e rispetto che l’uomo del passato aveva per la natura ed i suoi cicli.

Amici, la cosa curiosa, oltre che affascinante, è che, spesso, gli ultimi 3 giorni di marzo erano e sono ancora davvero “invernali”! Sono, infatti, frequentemente caratterizzati da un repentino abbassamento della temperatura e da piogge, ovvero da condizioni climatiche instabili. Secondo alcuni meteorologi, questo fenomeno potrebbe essere spiegato con il contrasto tra le masse d’aria calda che iniziano a risalire dal Mediterraneo e gli ultimi fronti freddi provenienti dal Nord Europa. La battaglia tra queste masse d’aria genera spesso instabilità atmosferica e sbalzi termici significativi.

Cari amici lettori, una cosa è certa: tradizioni e credenze popolari come quella dei Giorni della Vecchia ci dimostrano come i nostri antenati fossero attenti osservatori dei cicli naturali. In un’epoca in cui non esistevano previsioni meteorologiche scientifiche, le Comunità rurali avevano sviluppato un complesso sistema di osservazioni, cosa che permetteva loro di interpretare per bene i segnali della natura. Oggi gli strumenti li abbiamo, ma questa antica saggezza popolare ci ammonisce e ci ricorda quanto sia importante mantenere un profondo legame con i ritmi naturali che governano il nostro pianeta. Se vogliamo lasciare un mondo vivibile alle nuove generazioni, rispettiamo sempre il nostro pianeta!

A domani.

Mario

martedì, aprile 01, 2025

LA GRANDE RESPONSABILITÀ DI ESSERE GENITORI: IL DIFFICILE RAPPORTO CON I FIGLI. COS'È LA “PARENTIFICAZIONE” E COME EVITARLA.


Oristano 1° aprile 2025

Cari amici,

Inizio le riflessioni di aprile toccando un problema che riguarda proprio tutti: l'educazione delle nuove generazioni. Non passa giorno senza assistere ad episodi di bullismo, che arrivano anche a far rischiare la vita! Perchè tutto questo? Cosa non funziona in particolare nelle famiglie? Che il compito educativo in capo ai genitori sia un peso enorme, che diventa ogni giorno più pesante e difficile, e di certo non sono io il primo a dirlo. Allevare e crescere nel modo giusto i figli, ovvero assicurare loro una crescita sicura ed equilibrata, è un compito davvero difficile, che, purtroppo, non si impara sui libri o sui manuali, ma necessita di una saggia inventiva quotidiana. Vivere l’esperienza della genitorialità in modo appagante e positivo, non è facile, per cui risulta necessario porsi degli obiettivi ben precisi, seppure difficili da raggiungere.

Accantonata ormai da tempo la figura autoritaria del GENITORE PATRIARCA (o matriarca, a seconda dei casi), la necessaria educazione del bambino, che in tempi brevi diventa adolescente, non deve mai sfuggire di mano; educare, anche dimenticando i metodi forti di una volta, non significa tollerare tutto, far passare ogni manchevolezza, ovvero spalancare le porte della liceità su tutto! Nessun genitore deve mai permettere ogni capriccio, andando a braccetto coi figli, come se fossero dei veri e propri compagni di merenda! Nel difficile periodo dell’adolescenza, tollerare concessioni fuori luogo è un pericoloso percorso che può rivelarsi denso di pericoli e incognite.

Eppure questa irrituale amicizia, instaurata tra genitori e figli, esiste eccome, e viene definita dai sociologi “PARENTIFICAZIONE”, un termine con il quale viene definito quel «pericoloso squilibrio generazionale, ovvero la pericolosa inversione del consolidato ruolo genitore-figlio». L’amicizia paritaria tra genitori e figli è alquanto pericolosa, come afferma la dottoressa Claudia Denti, laureata in Scienze dell’Educazione, che, insieme a Severino Cirillo, ha scritto il libro “Impara a dire no” (Rizzoli, 17 euro), La Denti ha anche fondato Genitore informato (genitoreinformato.com), un canale di riferimento per mamme e papà italiani.

Amici, la tendenza a trattare bambini e adolescenti alla pari, caricandoli di responsabilità inadatte alla loro età, può davvero fare danni importanti. Capita, ad esempio, quando il papà o la mamma si confidano con il figlio (o la figlia) come se avessero di fronte un coetaneo, rivelandogli senza alcuna cautela problematiche serie, come difficoltà personali, lavorative o economiche. Oppure quando i genitori parlano tra loro di argomenti molto preoccupanti senza curarsi che bimbi e ragazzini stiano ascoltando. Il giovane “parentificato”, al quale manca la maturità per comprendere il contesto, e quindi reggere il peso dei problemi e dei ragionamenti “da grandi”, si sentirà confuso, profondamente preoccupato, entrando in preda all’ansia. Ma non solo.

I genitori che instaurano con i figli ancora adolescenti un rapporto paritario non si possono poi aspettare che questi rispettino le regole da loro imposte, né che li considerino un porto sicuro, a cui tornare nei momenti di crisi. «Questo non vuol dire precisa ancora la Dr.ssa Denti - che non si possa passare del tempo con i ragazzi all’insegna della complicità, anzi: andare ai concerti insieme, viaggiare, uscire a cena… Sono tutte esperienze che rinsaldano il legame. Ma dev’essere sempre chiaro chi è l’adulto e chi no, chi guida e chi viene guidato». La stessa attenzione va posta quando bisogna affrontare questioni che minacciano la serenità familiare.

Anche il professor Paolo Crepet, che di genitorialità è un grande esperto, ha avuto modo di affermare: “Genitori amici dei figli? Non solo è sbagliato, ma non è onesto. Perché sappiamo benissimo che non è e non può essere così, ma ci fa comodo pensarlo”. Quanto al difficile ruolo genitoriale, uno degli aspetti chiave è la cura e la protezione dei figli: fornire loro un ambiente sicuro e protetto, il giusto sostegno emotivo e affettivo, ascoltando le loro preoccupazioni e incoraggiandoli  nelle sfide della vita, non significa, però, impostare con loro una relazione amichevole, cosa pericolosa, che farebbe perdere loro la necessaria autorità.

Cari amici genitori, come educare correttamente i figli, non lo troviamo scritto in nessun manuale! Educarli con responsabilità significa esercitare nel modo migliore il nostro compito: un compito arduo, che deve essere “AUTOREVOLE” e MAI autoritario, TENERO,  ma non arrendevole, insomma una giusta via di mezzo! È la stessa Dr.ssa Denti a dire che «Essere genitori è il mestiere più difficile del mondo». E aggiunge: «Questo dato di fatto è il presupposto del metodo educativo UMAMI - acronimo di umanità, maturità, autenticità, meraviglia e indipendenza - che ho ideato insieme a Severino Cirillo, e che mette al centro non i figli ma i genitori. Il consiglio numero uno? Informarsi, tenersi aggiornati sul tema genitorialità, ricordarsi che mamma e papà perfetti non esistono. E non vergognarsi nel caso in cui emerga la necessità di chiedere una consulenza a uno specialista, per sé o per i propri ragazzi».

A domani cari amici lettori.

Mario

lunedì, marzo 31, 2025

PAGARE IN CONTANTI O CON LA CARTA DI CREDITO? I MOLTI DUBBI ED IL SERIO PERICOLO CREATO DALL’ELIMINAZIONE DELLE BANCONOTE E DELLE MONETE.


Oristano 31 marzo 2025

Cari amici,

Chiudo i post di questo mese di marzo riflettendo con Voi di un problema di cui molto si discute e che, personalmente, ritengo di grande importanza: pagare in contanti o con la carta di credito, in quanto il futuro della circolazione delle banconote e delle monete è alquanto denso di incognite. Per lungo tempo i Paesi scandinavi come la Svezia e la Norvegia hanno martellato i propri cittadini invitandoli ad abbandonare l’uso del contanti, elogiando, finanche in modo esagerato, l’utilizzo delle carte elettroniche! Paesi così innovatori tanto da essere diventati i campioni mondiali della «Cashless society», ovvero praticamente senza contanti. Basti pensare che, secondo l’ultimo rapporto della Banca centrale svedese (pubblicato dal Guardian), il denaro contante in circolazione rispetto al PIL era arrivato ad essere ai livelli più bassi al mondo!

Fino ad oggi, infatti, in questi Paesi nordici solo un acquisto su dieci viene effettuato in contanti, mentre il resto avviene con l’uso delle carte di pagamento e con il sistema mobile Swish, introdotto nel 2012 da un gruppo di sei banche. Innovazione alquanto anticipata e rischiosa, tanto che ora è arrivato un importante ripensamento da parte delle autorità monetarie. Si, la veloce marcia indietro, intrapresa dalle autorità monetarie, risulta che sia stata presa a seguito dei potenti attacchi informatici portati avanti da abilissimi hacker, che, giorno dopo giorno, stavano rendendo i pagamenti virtuali ad alto rischio. Una saggia decisione, che può essere considerata una vera e propria “Marcia indietro”, con il conseguente invito ai cittadini a non abbandonare del tutto le banconote.

Amici, indubbiamente la precedente decisione di non stampare più carta moneta, utilizzando come sostituto le carte di credito, fu presa in modo alquanto frettoloso, da parte dei Paesi scandinavi, Svezia e Norvegia! Una decisione presa senza tenere in debito conto i possibili rischi conseguenti. Si sarebbe dovuto considerare, infatti, non solo il problema prima accennato, quello dei possibili Cyberattacchi, ma anche quelli, potenzialmente ancora più pericolosi, derivanti da un possibile blackout della rete elettronica, alquanto vulnerabile in momenti come quelli attuali, dove le guerre in corso si combattono non solo con le armi ma anche con attacchi informatici, che possono risultare delle guerre anche più pericolose di quelle combattute sulla terraferma.

Il repentino cambio di visione effettuato dalle autorità di questi due Paesi, circa il futuro della circolazione monetaria, ha indotto i governi ad allertare, in forma ufficiale, i propri cittadini, invitandoli a tenere sempre disponibile una scorta di contanti, da utilizzare come riserva di sicurezza, nel caso di crisi o di una possibile guerra. Indubbiamente una retromarcia alquanto imbarazzante, per questi governanti che per anni hanno catechizzato la popolazione ribadendo che la modernità era costituita solo dal digitale! Poi, fortunatamente, i grandi sogni da loro cullati sono crollati, e la nebbia si è diradata, riportando tutti alla dura realtà che stiamo vivendo.

Amici, viviamo un momento storico di emergenza, che, seppure vede nell’elettronica e nei collegamenti Web la strada del futuro, non si deve mai dimenticare che basta un nonnulla per bloccare i velocissimi collegamenti, e a quel punto, praticamente tutto si ferma! Quando il «bip-bip» dei POS smette di funzionare, quando la carta di credito diventa solo un pezzo di plastica senza valore, se non hai in tasca le banconote non sei più nessuno! Non hai denaro, non puoi viaggiare su un mezzo pubblico, non puoi comprare al supermercato, in farmacia, o noleggiare un’auto! Per tutto servono le BANCONOTE!

La fretta è sempre stata cattiva consigliera! Tutti dovremmo ricordare che un vecchio proverbio ci ammoniva dicendo che “Sbagliando si impara”, e anche un altro, sulla stessa lunghezza d’onda, recitava che “La gatta frettolosa ha partorito i gattini ciechi”. Andare avanti senza tenere conto dei rischi può costare caro, soprattutto quando le nostre decisioni coinvolgono e ricadono sugli altri. Ora, in Svezia il Ministro della Difesa ha inviato una brochure a tutte le famiglie del Paese con il titolo "Se arriva una crisi o una guerra"; lì i cittadini sono invitati a conservare una scorta minima di contanti, con cui potersi garantire il sostentamento almeno per una settimana. Anche la Banca centrale ha ribadito l’importanza di avere la possibilità di poter effettuare pagamenti anche in situazioni di emergenza.

Cari amici, che il progresso sia importante e debba continuare è una realtà ineludibile! Ma è necessario avanzare verso il nuovo, sempre "Cum iudicio", ovvero, come in questo caso, verso un futuro più digitale, ma con un’avanzamento che tenga sempre conto dei rischi che si vanno a correre. Il consiglio, dunque, è sempre quello di procedere con la giusta lentezza, magari affiancando le due possibilità, il vecchio e il nuovo, e sempre mai sottovalutando i rischi. Altrimenti, come è dimostrato dalla recente “marcia indietro” fatta dai governi svedese e norvegese, devi tornare indietro facendo una bella magra figura! Il contante, amici, resta per ora un elemento cruciale per la resilienza economica e la sicurezza dei popoli.

A domani.

Mario

domenica, marzo 30, 2025

LA DIFFICILE SOPRAVVIVENZA DELL'ANTICA LINGUA FISCHIATA. IN EUROPA RESISTE CON DIFFICOLTÀ SOLO LA LINGUA FISCHIATA DI EUBEA.


Oristano 30 marzo 2025

Cari amici,

Che la comunicazione, nei millenni che furono, fosse fatta non solo di parole ma anche di gesti e suoni vocali come il fischio, è cosa già ben nota e appurata. Questi lontani "Modi di comunicare" che poi, col passare del tempo si sono evoluti con la parola, lentamente si persero, tramandando solo qualche modesto residuo della "lingua fischiata", sopravvissuta in pochissimi luoghi. Su questo blog ho già avuto occasione di parlare dell’antica lingua fischiata (l'ho fatto nel settembre del 2023), parlando del curioso “linguaggio comunicativo fischiato” ancora oggi praticato nella più piccola delle isole Canarie, “La Gomera”, soprannominata “Isla Magica. Questo modo di comunicare con i fischi anziché con le parole, è oggi considerato un linguaggio quasi unico al mondo; è chiamata “SILBO”, e chi di Voi lettori è particolarmente curioso può andare a leggere quanto scrissi su questo blog l'11 settembre 2023, cliccando sul seguente link https://amicomario.blogspot.com/2023/09/il-particolare-antico-sistema-di.html.

Ebbene, seppure, come detto prima, siano dei linguaggi arcaici, praticamente destinati all’estinzione, si è di recente scoperto che anche in Europa, precisamente nel VILLAGGIO DI ANTIÀ, un piccolo borgo incastonato tra i monti interni dell’isola di Eubea, si utilizza ancora una lingua fischiata. Antià è un paesino certamente destinato all’estinzione (come diversi nostri piccoli centri sardi…), in quanto anch’esso vittima di un progressivo e apparentemente irreversibile spopolamento.

L’isola di Eubèa, chiamata dai veneziani Negroponte è un'isola Greca, con una superficie di 3658 km², e conta poco più di 200mila abitanti, con capoluogo Calcide. Situata nel mar Egeo, dista dalla terraferma solo 40 m. ed è adiacente a parte della costa sud-orientale della penisola. La particolare “lingua fischiata” parlata nel villaggio di Antià, è chiamata SFYRIÀ ed è una lingua esclusivamente basata sui fischi. È un linguaggio antichissimo, di tradizione ancestrale plurimillenaria, ed è molto probabile che possa estinguersi presto, seguendo la stessa sorte del villaggio di Antià.

Amici, come accennato in premessa, le lingue fischiate sono un’antichissima forma particolare di comunicazione umana, in cui il linguaggio fisico/verbale viene convertito in fischi modulati. Questi sistemi linguistici si sono sviluppati in Comunità isolate, spesso in ambienti montuosi o boschivi, dove il suono del fischio può viaggiare più facilmente e a distanze maggiori rispetto alla voce parlata. Purtroppo la modernità le sta cancellando, e i pochi retaggi arcaici stanno per diventare solo un ricordo. Oggi in tutto il mondo (dato UNESCO del 2018) sembra che sopravvivano pochissimi di questi linguaggi (circa 70) basati sul fischio.

Dai numerosi studi effettuati su questi antichi linguaggi, si è arrivati a stabilire che risalgono ad un’epoca molto remota. Erodoto nel V secolo a.C. descriveva alcune tribù etiopiche, soffermandosi sul loro modo “da pipistrelli” di comunicare. Esploratori del passato hanno riportato nei loro resoconti lo strano linguaggio tradizionale dei Guanci, gli autoctoni delle isole Canarie. Questi erano in grado di comunicare fra di loro a chilometri di distanza intonando dei portentosi fischi. Piccola curiosità (da me già segnalata sul blog precedente prima citato): sull’isola di La Gomera qualcuno pratica ancora il Silbo Gomero, la lingua fischiata delle Canarie, patrimonio immateriale dell’umanità secondo l’UNESCO.

In Europa, oggi, l’unica lingua basata sui fischi ancora esistente dovrebbe essere solo lo Sfyrià (dal verbo sfyrìzo, che significa fischiare) dell’isola di Eubea. Fino a qualche decennio fa ne esisteva anche una praticata sul versante francese dei Pirenei, andata, purtroppo, estinta. Lo Sfyrià è conosciuto solo da una manciata di anziani residenti nel villaggio di Antià. Per secoli i pastori di questo luogo hanno comunicato da valle a valle utilizzando il fischio modulato; tuttavia, ad oggi non si ha contezza di un’origine certa e documentata di questo particolare sistema idiomatico. Si ragiona per supposizioni, alcune delle quali molto affascinanti.

Si dice ad esempio che lo Sfyrià sia stato importato dalle truppe persiane rifugiatesi sulle alture doliche dopo la disfatta di Salamina del 480 a.C. Un’altra ipotesi interessante – che ci riguarda più da vicino in quanto italiani – vede i pastori del Negroponte inventare la lingua fischiata nel Basso Medioevo per avvertirsi al passaggio dei predoni siciliani o veneziani. Perciò la comunicazione per fischi trarrebbe origine da una necessità di carattere difensivo.

Nel mondo la scoperta dell’esistenza dello Sfyrià è abbastanza recente. Era il 1969, quando un aereo privato si schiantò sulle vette dietro Antià. Buona parte dell’equipaggio si salvò, ma ci furono dei dispersi: uno di questi era il pilota. Così i colleghi alla ricerca dell’uomo sentirono numerosi scambi di fischi echeggiare fra le montagne. Erano i pastori che, allertati dall’incidente, comunicavano tra di loro sul da farsi. I sopravvissuti raccontarono alle emittenti l’episodio e così si sparse la voce sulla misteriosa lingua fischiata nell’isola di Eubea.

Cari amici, purtroppo questa lingua fischiata non sopravviverà a lungo. Attualmente, si stima che meno di dieci persone siano ancora in grado di utilizzarla fluentemente, rendendola una delle lingue più rare e in pericolo del mondo. Negli ultimi anni, linguisti e ricercatori hanno studiato lo Sfyrià nel tentativo di preservarlo. Sono stati organizzati documentari e progetti per sensibilizzare l’opinione pubblica, e alcune scuole locali stanno cercando di insegnarlo alle nuove generazioni. Il pericolo, però, rimane: senza un numero sufficiente di parlanti attivi, il rischio di estinzione resta molto elevato.

A domani amici lettori.

Mario

sabato, marzo 29, 2025

IL RECENTE RITROVAMENTO DI UN “PESCE REMO” ARENATO SU UNA SPIAGGIA MESSICANA, HA RIPORTATO IN MENTE L'ANTICA LEGGENDA DEL “PESCE DELL'APOCALISSE"..


Oristano 29 marzo 2025

Cari amici,

Di recente un esemplare di PESCE REMO (pesce che abita in profondità negli abissi marini) si è arenato su una spiaggia in Messico, creando un certo panico. L’evento, seppure raro, non è la prima volta che accade, ma da sempre, secondo consolidate credenze popolari, il rinvenimento di uno di questi pesci risulta essere un presagio di sventura! Proprio la rarità di questi eventi, ed il fatto che raramente questi pesci di profondità risalgono in superficie, ha alimentato nei secoli la nascita di fosche leggende.

Il PESCE REMO, il cui nome scientifico è  Regalecus glesne, appartiene all'ordine dei lampridiformi e vive tra i 200 e i 1000 metri di profondità. È un pesce dal corpo privo di squame, di forma alquanto allungata e con una pinna dorsale di colore rosso e due lunghe pinne pelviche simili, che danno l’idea di “remi”, da cui,, infatti, deriva il suo nome. Quanto alla lunghezza, il pesce remo raggiunge generalmente i 3 metri, anche se furono rinvenuti esemplari anche superiori (fino a 11 metri), per una peso massimo documentato di circa 200 kg.

Considerato che è un pesce si muove e vive nelle profondità degli abissi marini, la sua presenza ha sempre intimorito l’uomo, che, lo ha sempre considerato alquanto misterioso, sia per la sua forma che per la sua livrea, oltre che per la sua lunghezza. Questa sua vita nelle profondità oceaniche lo ha sempre tenuto relegato negli abissi, per cui l’eccezionale sua risalita in superficie ha sempre intimorito l’uomo fin dai tempi più remoti. Ogni suo avvistamento, non solo creava timore, ma veniva considerato presagio di catastrofi e sventure, facendo nascere, come detto prima, leggende e superstizioni.

Eppure questo particolare, pesce degli abissi non è un predatore. Secondo quanto afferma il  Florida Museum of Natural History, il pesce remo si nutre di plancton, piccoli crostacei, molluschi e pesci, e non rappresenta proprio alcun pericolo né per animali più grandi, né per l’uomo. Vive tranquillo in tutti i mari e gli oceani, e nuota ondulando la sua lunga pinna dorsale. Occasionalmente alcuni esemplari sono arrivati a riva, trascinati, come spiegano gli esperti, dalle tempeste, oppure molto indeboliti, trovandosi feriti o vicini alla morte; la loro presenza a riva perciò, per la paura creata, potrebbe aver fatto nascere, in antichità, storie e leggende su questi pesci, definiti mostri dell’apocalisse.

In Giappone, per esempio, Paese alquanto ricco di racconti popolari, da secoli il pesce remo è conosciuto come Ryūgū no tsukai, che tradotto significa "il messaggero del palazzo del drago marino". I Ryūgū no tsukai, infatti, sono delle creature leggendarie giapponesi, descritte come enormi pesci con testa umana, corna, lunghi capelli e talvolta barba. Si racconta che possano raggiungere dai 5 ai 18 metri di lunghezza, e che alcuni emanino una luce visibile da lontano; dalle descrizioni somigliano in modo sorprendente ai pesci remo, il che suggerisce che siano stati proprio questi ultimi a ispirare i racconti popolari.

Secondo la tradizione giapponese, i Ryūgū no tsukai, sono messaggeri e servitori di Ryūjin, il dio del mare, inviati per avvertire l'umanità di imminenti calamità naturali, come tsunami e terremoti. Queste leggende nacquero nel XIX secolo e si diffusero in tutto il Giappone. Oggi, il termine Ryūgū no tsukai è usato per indicare proprio il pesce remo, in quanto esemplari arenati sulle spiagge giapponesi furono scambiati per creature mitologiche. Un avvistamento avvenuto in Giappone nel 2011, precedente al devastante terremoto e tsunami di Fukushima, ha alimentato e rafforzato questa credenza popolare.

Amici, le credenze popolari si consolidano passando da una generazione all’altra, e, seppure non vi siano prove certe che esista un legame tra le grandi catastrofi naturali e l'arrivo in superficie di queste creature tanto mitizzate, sotto certi aspetti i numerosi studi posti in essere, di cui uno in particolare effettuato nel 2019, hanno ipotizzato, secondo alcuni ricercatori, che alla base dello strano comportamento dei pesci remo che decidono di risalire dagli abissi in superficie, ci potrebbero essere proprio dei cambiamenti climatici.

Come ha avuto modo di spiegare al New York Post Hiroyuki Motomura, professore di ittiologia all'Università di Kagoshima, “Il collegamento alle segnalazioni di attività sismica risale a molti, molti anni fa, ma non esiste alcuna prova scientifica di un collegamento; quindi, non credo che le persone debbano preoccuparsi. Questi pesci tendono a risalire in superficie quando le loro condizioni fisiche sono scarse, menomate, risalendo grazie alle correnti d'acqua, motivo per cui sono spesso morti quando vengono trovati”.

Cari amici, mi è già capitato di dirlo altre volte, anche qui su questo blog, che alla base delle vecchie leggende c’è sempre stata un parvenza originaria di verità. Credo pertanto che, seppure la scienza non ha ancora trovato prove concrete della correlazione tra la risalita in superficie dei pesci remo e certe catastrofi naturali, una certa, possibile, correlazione potrebbe davvero esserci!

A domani.

Mario

venerdì, marzo 28, 2025

LE NUOVE AUTO E LA CRESCENTE ELETTRONICA IN DOTAZIONE. SIAMO SICURI CHE SERVA A ELIMINARE I PERICOLI, MIGLIORANDO L’ATTENZIONE, OPPURE A CREARE L'EFFETTO CONTRARIO?


Oristano 28 marzo 2025

Cari amici,

Ogni giorno che passa ci accorgiamo che andando in concessionaria a visionare una possibile auto nuova, questa è sempre più ricca di dotazioni elettroniche. Le case automobilistiche ci bombardano, convincendoci che sono utilissime, ci supportano nella guida, rimuovendo o almeno diminuendo i pericoli che incontriamo durante la guida; questa certezza, però, questa possibile aumentata sicurezza, non convince! Un recente studio francese ha dimostrato che l’utilizzo dei moderni sistemi di supporto montati a bordo delle nuove auto, in realtà distraggono chi è alla guida, diminuendone l'attenzione, cosa che comporta, invece, un maggior rischio di incidenti.

Seppure questa possa apparire una diagnosi sconcertante, viene rimarcato che la ripetuta serie di messaggi, forniti in automatico dalle dotazioni elettroniche, crea troppe, pericolose, distrazioni a chi è impegnato alla guida. Si, amici, in una vettura moderna ci sono molte più distrazioni, rispetto al passato. I tasti fisici sono quasi scomparsi e i sistemi multimediali sono zeppi di funzioni vocali: fare telefonate, leggere messaggi, selezionare una destinazione, avvisi di errato funzionamento, di supero della velocità e quant’altro.

In realtà, quando siamo impegnati alla guida non dovremmo essere mai distratti da nulla, mentre invece veniamo bombardati da messaggi che, di continuo, ci assillano. Il nostro cervello, ogni volta che spostiamo la nostra attenzione dalla guida per ascoltare i messaggi perde la concentrazione! Quante volte al termine di una telefonata in vivavoce ci rendiamo conto di non ricordare la strada che stiamo percorrendo? Questo perché una parte del nostro cervello era stata distratta, e la guida era andata “in automatico”, concentrandosi più sulla conversazione e meno sulla strada.

Questa pericolosa distrazione è confermata da un recente studio condotto dall’Assurance Prévention, l’associazione degli assicuratori francesi, che ha condotto un test su 27 soggetti volontari - conducenti abituali - che hanno completato ciascuno 3 viaggi di oltre 100 km su un simulatore (foto qui a lato) capace di replicare la guida in autostrada. In alcuni tratti di questi tragitti gli automobilisti guidavano secondo le loro abitudini, mentre su altri sono stati imposti degli elementi distraenti (visivi, uditivi, fisici e cognitivi) provenienti dai loro smartphone oppure dal sistema multimediale dell'auto. Un sistema di tracciamento oculare ha permesso di seguire il movimento degli occhi, fornendo un’analisi dettagliata delle conseguenze causate dai comportamenti, come inviare un messaggio, sbirciare le notifiche o chiamare mentre si è al volante.

L’ultima ricerca su Science Direct non fa altro che confermare quello che molti automobilisti sospettavano: i sistemi di assistenza alla guida non sempre ci rendono più sicuri: anzi, a volte ci fanno finire dritti contro il paradosso della modernità! Più tecnologia, più distrazione, più incidenti. Il cruise control aumenta il rischio di schianti dell’8%, quello adattivo del 12%. Perché? Perché appena l’auto fa (quasi) tutto da sola, noi spegniamo il cervello! Se accendiamo il regolatore di velocità, in apparenza ci rilassiamo e la nostra attenzione evapora: telefono, messaggi, forse un’occhiata al panorama. La macchina va da sola, no? Ma proprio No! I sistemi di Livello 2 non sostituiscono il guidatore, al massimo lo coccolano! E il rischio è proprio quello: ci rilassiamo, abbassiamo la guardia, e quando c’è da reagire il nostro cervello è rimasto in modalità “riposo assistito”.

Ma non basta: c’è dell’altro! Le nuove auto fornite di A.I. sono quasi convinte che al volante ci sia un incapace, da aiutare! Frenate automatiche improvvise, allarmi che squillano come un centro scommesse sotto Natale, vibrazioni che scattano per un’innocua strisciata sulla linea di mezzeria. Ogni manovra diventa un test fatto a principianti: sterzi troppo? Bip! Ti avvicini a un’altra macchina? Bip! Ti gratti un occhio? Bip! L’auto non ti assiste, ti sorveglia! Eppure, qualche ADAS utile c’è: il Lane Keep Assist riduce gli incidenti del 19,7%, la frenata automatica del 10,7%. Il problema, allora, qual è? Trovare un equilibrio tra sicurezza e libertà di guida!

Cari amici, indubbiamente l’elettronica non è né un bene assoluto e neppure un male assoluto!  È l’esagerazione che crea situazioni che, poi, diventano difficili da controllare, da gestire. Se mettersi al volante oggi significa sentirsi sgridare in continuazione dall’Intelligenza Artificiale, se guidare diventa una battaglia contro allarmi e blocchi elettronici, il rischio non è solo l’incidente: ma la triste fine del piacere di uscire in macchina, magari per fare una gita rilassante! Alla fine, magari, torniamo a casa più stressati di prima!

A domani.

Mario