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domenica, novembre 03, 2013

L'ANTICO RITO SARDO DI RICORDARE I DEFUNTI: "IS ANIMAS DE SU PRUGADORIU".



Oristano 3 Novembre 2013
Cari amici,
quand’ero ragazzo il ricordo del defunti era festeggiato in modo semplice e austero insieme: un rito molto diverso da quello di oggi, con feste che non ricalcano la nostra tradizione ma quella di altri popoli.
Per Voi uno dei miei racconti: non è proprio autobiografico, essendo arricchito con buona fantasia. Eccolo.


ANTONEDDU E “IS ANIMAS DE SU PRUGADORIU”.

Seduto vicino al camino Antoneddu osservava le leggere fiammelle che con piccoli lampi di luce si levavano verso l’alto, creando quel bagliore e quel movimento che faceva piacevolmente compagnia. L’uomo, con le spalle appoggiate allo schienale della sedia, sentiva i passi veloci della mamma che, in un andirivieni lesto e nervoso, riapparecchiava la tavola. Zia Efisina, la mamma, dopo cena aveva sparecchiato, “fatto i piatti” e rimesso la cucina in ordine, ma non si era seduta anche Lei al camino come suo solito. L’indomani era il 2 di novembre, festa del ricordo dei defunti, e la sua mente era rivolta al passato: a quelli che non c’erano più. Mentre si muoveva avanti e indietro, per “apparecchiare nel modo migliore la tavola”, si rivide bambina, mentre si muoveva curiosa in mezzo ai grandi, ed i genitori preparavano la grande tavola imbandita per ricordare e onorare le anime di quelli che non c’erano più: Is animas de su prugadoriu.

Antoneddu seguiva con lo sguardo la mamma, cercando di capire se poteva ancora aiutarla a preparare quel rito che si ripeteva da generazioni. Nei giorni precedenti tutto era stato predisposto per bene. Un sacco del grano migliore era stato fatto macinare nel piccolo mulino del paese, appositamente per preparare il pane della festa. Ci aveva pensato Antoneddu, che aveva anche provveduto a sgusciare le mandorle che Zia Efisina, con le amiche, aveva poi fatto scottare in acqua calda per togliere la pellicina scura e prepararle per confezionare i dolci della festa: papassini, gateau, amaretti e pardule  al formaggio fresco. Era stato spillato dalla botte anche un po’ del vino migliore, messo in alcune bottiglie ben tappate e tenute al fresco in cantina, insieme ad una piccola forma di formaggio. Quella sera, prima di cena era stato preparato anche il bollito (un misto di carne di vitella, agnello e maiale), che era stato lasciato in pentola, sopra i fornelli a carbone della cucina, a raffreddare lentamente.

Zia Efisia, mentre Antoneddu con gli occhi semichiusi sembrava osservare il lento bagliore delle fiamme del camino, dopo aver verificato che il grande tavolo di cucina fosse perfettamente pulito, lo ricoprì con la tovaglia di lino, quella delle grandi occasioni, destinata alle feste più importanti. La sistemò per bene, in modo che cadesse nello stesso modo ai quattro lati. Dopo aver passato a lungo le mani sulla tovaglia, quasi volesse togliere anche le pieghe più minute, andò a prendere dalla credenza i piatti. Scelse quelli con il bordino dorato, ricordo del suo matrimonio (glieli aveva regalati la madrina di battesimo), che venivano usati solo per gli ospiti importanti che raramente capitava di ospitare. Li portò a tavola e poi, lentamente, iniziò a sistemarli in buon ordine. Anche le posate andò a prenderle dall’armadio buono, quello che conteneva le cose che non venivano usate correntemente. Sistemò per bene i tovaglioli, le posate ed i bicchieri: anche questi ultimi erano quelli della festa, quelli in vetro sottile che sembrava cristallo!

Dopo aver osservato se tutto era stato messo in buon ordine scese in cantina a prendere il vino e la forma di formaggio che collocò su un piatto, mettendo il tutto a tavola. Aggiunse anche una brocca d’acqua poi andò a prendere il pane. Nella cameretta a fianco alla cucina e destinata alle provviste, il pane, cotto nel forno a legna il giorno prima, era stato messo a sfreddare e riposare sopra un ampio contenitore di vimini (su carrigu), coperto da uno spesso telo di lino. Alzato il telo, prima di prenderne alcune forme, zia Efisina si fece il segno della croce e, tenendo in mano uno dei pani, osservò che era ben cotto ed emanava un buon profumo. Ricoprì nuovamente il recipiente e portò il pane a tavola. Soddisfatta del lavoro diede, poi, uno sguardo d’insieme per rendersi conto se tutto era stato collocato a dovere: mancavano ancora la pentola con la carne in brodo e i dolci.

La pentola era ancora sui fornelli ormai spenti, a due passi dal tavolo ed a fianco al camino, mentre i dolci erano ancora nella stanzetta delle provviste. Preso dall’armadio un ampio vassoio lo ricoprì con un piccolo telo di lino e iniziò a posarvi, uno ad uno, i dolci della festa. Alternando i vari tipi, riempì il vassoio, portandolo poi in cucina e collocandolo nella parte centrale del tavolo. Preso, poi, un poggia pentole vi collocò sopra il recipiente con la carne in brodo, appoggiando sopra il coperchio il mestolo; coprì, infine, il tutto con una tovaglietta di lino. Accertato che tutto fosse al suo posto, dopo un’ultima occhiata di controllo, si fece il segno della croce e, data la buona notte al figlio, si ritirò per andare a dormire.

Antoneddu, rimasto solo in cucina, diede uno sguardo compiaciuto alla bella tavola imbandita e, commosso, pensò con devozione e amore a quanto lavorava la mamma: in piedi dall’alba fino a sera inoltrata, senza mai lamentarsi, senza mai uno scatto d’ira o una parola poco gentile. Lei era davvero un angelo, che Dio aveva mandato sulla terra solo per lui. Socchiusi gli occhi si rivide bambino in occasioni simili a quella che ora, da grande, riviveva. L’arrivo della festa dei defunti  era vissuta dai bambini del vicinato con grande gioia e “tutti insieme”! Fin dai giorni precedenti la festa erano tutti in grande agitazione: entravano in fibrillazione per fare squadra e preparare le visite a tutte le case, in cerca di prelibati dolcetti, noci, nocciole, mandorle e quant’altro servisse a dare gioia e dolcezza e “riempire quella pancia” che durante il resto dell’anno non era spesso appagata  secondo i loro desideri!

Antoneddu, sempre ad occhi socchiusi e ammaliato dalle mobili lingue del fuoco, quasi come in un sogno si rivide bambino, insieme alla sua squadra. Ecco Gianni, Nando, Osvaldo, Chicco, Pietro, Antonio, Benigno, Carlo e poi gli altri…tutti a correre in gruppo nelle stradine in terra battuta, entrando dentro le case, il cui uscio era sempre aperto, e porgendo con occhi imploranti  il sacco semivuoto! Il più temerario, e poi gli altri in coro, pronunciavano a voce alta la fatidica frase “po is animas de su prugadoriu”, mentre quello che teneva alzato il sacco aperto, aspettava con ansia che una mano amica mettesse dentro un pugno di noci, di mandorle un paio di papassini o qualche mela, pera o melagrana. Qualcosa finiva sempre dentro il sacco e alla fine del giro era grande festa: ci si spartiva il frutto della ricerca, dividendo tutto, con gioia e grande senso di comunione e amicizia.

I tempi cambiavano, pensò Antoneddu. La fratellanza che aveva conosciuto da piccolo ormai non esisteva più. Rivedendo le scene del passato si rese conto che certe belle tradizioni iniziavano a sfibrarsi e, forse, anche a morire. Ormai i ragazzi che praticavano questo rito quasi non esistevano più: la modernità, col suo nuovo finto benessere, aveva iniziato a soppiantare tante tradizioni, a cancellare quei riti di aggregazione e di solidarietà tra generazioni, che erano stati una grande forza del passato, quel collante dello stare insieme in modo solidale. Costumi che avevano tenuto insieme le generazioni, dandosi l’aiuto reciproco, e alimentato l’armonia della vita in Comunità. La modernità aveva già iniziato a distruggere la solidarietà, inculcando nelle generazioni future l’individualismo, l’egoismo e l’arrivismo, cancellando quel benefico “stare insieme” dove tutti dividevano quel poco che avevano.

Mentre Antoneddu continuava la sua riflessione, il fuoco terminò di lanciare le sue fiammelle: ormai era quasi spento e un sottile brivido di freddo lo assalì. Pensò che l’ora era tarda e la stanchezza del giorno si faceva sentire, richiamando il sonno. Si chinò per coprire il restante fuoco sotto una leggera coltre di cenere e, alzatosi, si avviò alla sua camera per mettersi a letto. Prima di spegnere la luce della cucina diede un ultimo sguardo alla bella tavola apparecchiata. Li rivide tutti, seduti uno a fianco all’altro: il babbo, il nonno, la nonna, gli zii e le zie; erano felici di ritrovarsi, insieme tra di Loro e con Lui e la mamma, per festeggiare “tutti insieme” un giorno di comunione, uniti dall’amore e dalla solidarietà.

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Grazie a tutti dell'attenzione!
Mario


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