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venerdì, aprile 29, 2011

Turras e Talleris: gli scambi senza danaro nel dopoguerra, il “baratto” … di necessità.



Oristano 29 Aprile 2011

Cari amici,
è da un pezzo che volevo riportare qualche altra storiella ricavata dai miei ricordi giovanili. Gli impegni, però, non mancano e i tempi si allungano. Ieri incontrando un'amica, fedele lettrice di questo blog, sono stato un pò...richiamato all'ordine e sollecitato a scrivere. Che dire? Le promesse si mantengono!
Ecco per Voi un'altro dei miei ricordi. Spero Vi faccia almeno riflettere.

Mario.

In questi tempi di mercati globali, commercio elettronico, piazze d’affari virtuali, in un’economia senza frontiere e barriere, il termine “Baratto” sembra riferirsi ai tempi della Bibbia. Invece il mercato che utilizzava, come strumento di scambio il baratto, è cosi recente che anche io, che non sono Matusalemme, ho potuto viverlo e toccarlo con mano.
La ripresa economica stentava a ripartire, dopo l’ultima sanguinosa guerra che aveva ulteriormente impoverito soprattutto le popolazioni del Sud. La circolazione monetaria era modestissima e gli unici che maneggiavano il poco danaro disponibile erano i proprietari terrieri e gli impiegati, soprattutto quelli delle pubblica amministrazione. Le famiglie del ceto operaio, che si mantenevano con il modesto lavoro dei campi o dell’artigianato, erano spesso costrette a ricorrere allo scambio in natura: lavoro contro generi di prima necessità. Il capofamiglia, i figli in età di lavoro così come la moglie, se prestava servizio presso una famiglia benestante, venivano remunerati per il lavoro prestato in natura: grano, orzo, latte, formaggi, olio, vino e quant’altro potesse essere utile per sopravvivere. A questi introiti alimentari, forniti in cambio delle prestazioni lavorative, si aggiungeva quanto era possibile ricavare dalle coltivazioni casalinghe: la lavorazione dell’orto, l’allevamento degli animali da cortile e le giornaliere “uscite in campagna”, per reperire ulteriori prodotti commestibili costituiti da frutta e verdure. La carne, consumata normalmente una volta la settimana, era fornita dal maiale allevato in casa e dagli altri animali da cortile: galline, tacchini, conigli e quant’altro. La mancanza di determinati prodotti importanti, non reperibili localmente, veniva soddisfatta non con l’acquisto in denaro, che non si possedeva, ma con una ulteriore forma di scambio: si cedeva una quantità di un prodotto per “permutarlo” con un altro. Sempre di baratto si trattava ma di uno scambio di “merci contro merci”; si scambiava quanto prodotto in eccedenza rispetto al fabbisogno familiare: grano in cambio di olio, vino in cambio di formaggio, cereali vari in cambio di noci, castagne, nocciole e cosi via.
Questo antico mercato, che risale ad epoche lontanissime, era ancora in auge quando io ero ragazzo. C’è da dire che questo “baratto” non era limitato all’economia del paese. L’interscambio aveva dimensioni più vaste e coinvolgeva l’economia di più province. Normalmente al termine dell’inverno, in primavera, o dopo l’estate, in autunno, non pochi commercianti dei paesi dell’interno scendevano dalla montagna, a dorso di cavallo e con un seguito di muli per il trasporto della mercanzia; provenivano da Desulo, Tonara, Aritzo, Fonni, Gavoi, per citare i più attivi, ed erano diretti verso i paesi delle pianure del Campidano, per barattare i prodotti tipici della montagna, noci, nocciole, castagne, formaggio, miele, con i cereali seminati in pianura e non reperibili nei paesi di montagna: grano, orzo, avena, ceci, piselli fave, etc.. Con i loro muli carichi di derrate alimentari portavano a valle anche i prodotti dell’artigianato tipico barbaricino: strumenti per la lavorazione della farina e del pane ( turras, talleris, culleras e paias de forru[i] ), setacci, e recipienti realizzati con legno, ferro e rame: dai campanacci per il bestiame ai grandi recipienti per fare il formaggio ( is craddaxius ). Le lavorazioni artigiane riguardavano anche strumenti per il gioco. Far divertire i bambini era importante in un’epoca dove l’assenza di giocattoli era pressoché assoluta, se escludiamo le rarissime bambole di porcellana per le bambine più abbienti. Per le altre vi erano solo pupazzi fatti di stracci. Al loro arrivo la curiosità era grande, per scoprire eventuali nuove lavorazioni a noi dedicate. Per noi ragazzi nei sacchi si potevano trovare, tutti realizzati in legni duri (in prevalenza olivastro, quercia o ginepro), trottole, raganelle, matraccas, dadi marchiati a fuoco e un particolare dado (Su poni), con quattro facce laterali e due lati, quello superiore e quello inferiore uno a punta per la rotazione e uno con il manico. Ai lati quattro lettere:
P; M; T; N[ii]. Questo strumento veniva utilizzato nelle notti invernali per giocare ad una specie di Poker: Ognuno conferiva una “posta”, normalmente una noce o una mandorla e faceva girare velocemente il dado. Se alla fine la faccia del dado rivolta verso l’alto indicava P, il giocatore doveva aggiungere un’altra posta; se la faccia indica M aveva, invece, guadagnato la metà del monte delle poste; se indicava N non aggiungeva e non prendeva; se indicava, invece, T si portava a casa tutto il monte delle poste sul tavolo. Il gioco, pur semplice, era molto divertente!
L’arrivo dei venditori, che viaggiavano sempre in gruppo per farsi compagnia durante le notti trascorse all’addiaccio durante il viaggio, era quasi una festa; un mercato con colori e profumi insoliti, che durava diversi giorni. Se le amicizie erano già consolidate la prima visita dei commercianti “forestieri” era riservata agli “amici”, che li accoglievano e li ospitavano.
Il primo giorno giravano a cavallo tutto il paese dando il ”bando” del loro arrivo e comunicando dove avrebbero potuto visionare i prodotti portati al seguito. Non erano tanto i prodotti alimentari (noci, castagne, nocciole, etc.) ad essere reclamizzati nel bando quanto, invece, i prodotti dell’artigianato, quelli che probabilmente attiravano la gente in piazza. Questo bando era costituito da una nenia, recitata in modo quasi “gridato” che reclamizzava i prodotti in vendita. La ricordo ancora sia nell’intonazione che nelle parole: “ E si ettada su bandu”! Tenimos turras, talleris, pajias de forru e culleras!
Normalmente il “mercato” era la piazza principale, dove in ampie stuoie venivano appoggiati i sacchi contenenti i prodotti della montagna e tutto intorno, ai lati, gli attrezzi prima descritti. A fianco i recipienti per il calcolo delle quantità, le “misure” in litri (in sardo questo recipiente è detto sa mialla ) normalmente realizzate in sughero. Il baratto aveva precise tabelle di conversione: due misure di grano per tre misure di castagne fresche, e cosi via. Anche i manufatti avevano un corrispettivo in “misure” di grano o di altri cereali. La nostra curiosità era alle stelle; in tanti volevamo provare i nuovi prodotti destinati al gioco, soprattutto trottole, e strumenti alquanto rumorosi come le raganelle.
Per diversi giorni tutte le mattine il mercato era attivo ed era una vera festa. La sera si visitavano le famiglie importanti, quelle alle quali, in cambio della futura amicizia, erano riservati prezzi particolari che oggi definiremo “saldi”. Recarsi al loro domicilio era un atto di omaggio che presupponeva non solo riguardo ma anche ricerca di amicizia e protezione. Era proprio in queste sedi che si realizzavano gli affari più importanti: esaurita tutta la merce portata in vendita si poteva, così, fare rientro a casa dal lungo viaggio, con buone prospettive per il futuro.
La loro partenza era un po’, per noi ragazzi, la fine della festa: tutto tornava alla normalità ed al tran tran quotidiano. Non mancavano i motivi di discussione e di contesa. I confronti tra le vecchie e le nuove trottole, che con grande fatica eravamo riusciti a farci comprare, scatenavano anche baraonde e bisticci anche seri. Tutto, però, tornava presto alla normalità.
Rivisti con gli occhi di oggi questi tempi sembrano davvero lontanissimi. La globalizzazione selvaggia, alla quale bene o mali ci siamo abituati (o sarebbe meglio dire ci hanno abituati) fa di questo “baratto”, di questi scambi in natura, un antico mercato primordiale: ci sembra di parlare dei tempi dell’arca di Noè, di tornare indietro di millenni, non di solo cinquant’anni fa!
Ciao a tutti.
Mario








[i] La traduzione di questi termini è il seguente: “Turra” è l’ampia scodella con manico che si usava per prelevare il grano o la farina dai sacchi; “Talleri” è l’ampio ripiano tondo di legno usato per impastare la farina; “cullera”, cucchiao, sempre di legno, è altro strumento più piccolo della “turra”, sempre usato nei lavori di panificazione; “paia de forru”, pala da forno era una ampia pala in legno, sagomata in tondo con un lungo manico usata per mettere al forno il pane, i dolci o altri prodotti da infornare.

[ii] Le trottole erano allora uno dei giochi più diffusi; le raganelle erano realizzate con un rocchetto dentato che girava dentro un contenitore di legno con una lamella che alla rotazione emetteva uno scoppiettante rumore; la “matracca” era una tavola quadrata di piccolo formato con un intaglio per la presa con la mano (simile ad un tagliere) ed una maniglia di ferro fermata da due occhielli. Il veloce movimento della mano faceva sbattere la maniglia sul legno, creando un rumore cupo, sordo. Era utilizzata anche nella settimana Santa per le processioni del Gesù morto, dato il particolare rumore. I dadi erano identici a quelli di oggi, oppure con la numerazione romana da uno a sei. Il dado speciale ( su poni) aveva, invece, incise a fuoco nelle quattro facce laterali, P – M – T – N -; questi simboli indicavano per il giocatore che lo lanciava l’esito, il risultato della giocata: P= aggiungi la posta; M= hai vinto la metà del monte premi; T= hai vinto l’intero monte premi; N= significava, invece, gioco neutro, senza perdite e senza vincite.


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