
Cari amici,
colgo l'occasione di una notizia riportata oggi dal giornale l'Unione Sarda per parlarVi di un interessante fatto nuovo che mi ha piacevolmente sorpreso: un vecchio agricoltore della Marmilla ha messo a dimora nel suo terreno una pianta di antichissima origine sudamericana.
La Marmilla è terra di millenaria vocazione agricola. Un tempo ricco granaio dei romani le sue terre sono oggi, purtroppo, in gran parte abbandonate in quanto prive di quelle nuove tecniche di coltivazione capaci di restituirle economicità e reddito.
Da Gonnoscodina però è arrivata, proprio in questi giorni, una buona notizia. Beppe Meloni, noto giornalista attivo sull’Unione Sarda riporta, oggi Martedì 12 Aprile, una notizia apparentemente di secondo piano ma da leggere, invece, con attenzione.
Nel pezzo si legge che tziu Delfino Porcu, agricoltore di 74 anni che si guadagna da vivere lavorando in campagna, uomo saggio e ricco di un annoso bagaglio di esperienza, saperi e conoscenze, ha messo in atto nella sua campagna un esperimento che si è rivelato abbastanza interessante. 
La sua curiosità lo ha portato ad uscire dal ‘solito’, a sperimentare nuove coltivazioni di sementi la cui peculiarità è riuscito a scoprire attratto dalle letture sugli indiani d’America. La sua curiosità gli ha fatto scoprire la serietà e capacità degli antichi indiani agricoltori che coglievano le erbe medicamentose conosciute con grande rispetto, utilizzandole solo quando della stessa pianta ne erano presenti almeno due esemplari per tutelare la specie; cosi come ha scoperto la produzione di cereali dotati di alto potere energetico, come la kiwicha, o amaranto ( Amaranthus caudatus L.), una dicotiledone annuale della famiglia delle amarantacee, originaria della regione delle Ande e coltivata fino ad altezze superiori ai 3.500 metri. 

La coltivazione di questa pianta è di origine antichissima: semi di kiwicha sono stati rinvenuti in tombe pre -incaiche di oltre 4.000 anni fa. Un popolo nobile, quello andino, somigliante a quello dei nostri avi, che ha tramandato nei millenni la ricchezza delle conoscenze fondate sull’uso attento dei prodotti della terra.
Le sue curiose letture lo hanno portato a scoprire che questo cereale, la kiwicha, è oggi al centro di un grande progetto denominato "Progetto Amaranto”, nato per sostenere l’agricoltura autoctona, come alternativa alla fame nella provincia ‘Salta’, nella zona nord-occidentale dell’ Argentina . In questo povero ed affamato angolo del mondo, dove viene realizzato questo progetto, vivono 1.780 famiglie (10.000 abitanti circa) costituite soprattutto da piccoli coltivatori di razza meticcia-indigena che vivono in assoluta precarietà. La realizzazione di questo progetto creerà, forse, data la sua semplicità, un buon rimedio alimentaqre in una popolazione che manca anche dell’essenziale.

Ora, dopo avervi parlato di un uomo intelligente, è giusto che conosciate meglio questa straordinaria e bellissima pianta: l’Amaranto o kiwicha.
L’Amaranto (Amaranthus caudatus L.), è una dicotiledone annuale della famiglia delle amarantacee. E’ una pianta brevidiurna, rustica, che può raggiungere i 2,5 metri di altezza a maturità. Originariamente coltivata in giardino per la bellezza delle sue infiorescenze rosse ( il rosso amaranto è una varietà del colore rosso), ha limitate esigenze climatiche, resiste alla siccità (cresce anche in presenza di solo 200 mm di pioggia), al calore (ottimo di temperatura: 21-28°C) e al freddo (resiste fino a 4°C). Preferisce i suoli sciolti, sabbiosi, con elevato contenuto di humus.
La semina, manuale o meccanica, avviene a partire da Settembre. La raccolta dei semi è manuale e l’essicazione avviene al sole.Lunga è la tradizione che considera l’amaranto una pianta sacra.

Nel periodo ’600-’800 l’amaranto veniva utilizzato per ornare vestiti e abiti, in quanto si pensava fosse in grado di donare benessere fisico. Il fiore di amaranto è simbolo dell’immortalità nella cultura occidentale. La sua bellezza eterna fu contrapposta a quella fugace delle rose dallo scrittore greco Esopo (ca 620 a.C.- ca 560 a.C.) nel breve componimento intitolato ‘La Rosa e l’Amaranto’, inserito nella raccolta di 358 ‘Favole’ a scopo morale.
Nel XXI libro del trattato botanico enciclopedico ‘Naturalis historia’, lo scrittore naturalista romano Plinio il Vecchio (23-79) spiegò di avere osservato che l’amaranto davvero aveva la peculiarità di non morire mai: raccolto per l'essicazione, riprendeva vita miracolosamente appena a contatto dell’acqua, anche se i fiori erano ormai diventati appassiti. L’immortalità dell’amaranto fu citata anche nel libro III del poema epico in versi sciolti ‘Paradiso perduto’ (‘Paradise Lost’) pubblicato nel 1667 dallo scrittore e poeta inglese John Milton (1608-1674). Per questo motivo, i Greci utilizzarono questi fiori sacri nei riti funebri, per ornare le tombe e le immagini degli dèi.
Nella mitologia greca, Amaranto, re dell’isola di Eubea e cacciatore amato dalla dea della caccia Artemide, fu da questa tramutato in fiore dopo essere annegato a causa di un’onda gigantesca scatenata contro di lui dal dio Poseidone, offeso dal suo sminuire di valore il mare. Nell’ellenismo pagano, la pianta di amaranto – così particolare per le infiorescenze a ricchi grappoli o a pennacchi e le foglie a pigmento dal rosso al porpora, al violaceo e al dorato – fu infatti sacra al Tempio di Artemide, ad Efeso, in Turchia, e gradite alle dee ghirlande di questi fiori.
Presso gli antichi Greci, l’amaranto rappresentò anche i sentimenti profondi e immutabili nel tempo, come quelli dell'amicizia e della stima reciproca, ma ricorsero a questa pianta pure per ricercare protezione e benvolere. I Romani la ritenevano capace di tenere lontana ogni invidia e sventura, di favorire le guarigioni – ponendo i fiori di amaranto sul capo come un cerchietto – e di annientare le emozioni negative come il mal d’amore.
Nei secoli XVII-XIX, si credeva che l’amaranto portato addosso sulle vesti inducesse benessere al corpo.



E’ diventato un popolare snack – a volte con l’aggiunta di riso soffiato – venduto dapprima in Messico, poi in Nord America e in parte dell’Europa mentre, nel nord dell’India, è un prodotto similare il ‘laddoos’ a base di ‘rajeera’ (amaranto) e miele.
Gli Aztechi consumavano anche l’amaranto fresco e la farina dei semi cucinata in ‘tortilla’. Durante la colonizzazione spagnola (1519), tutti i rituali religiosi indigeni e la coltivazione della pianta furono vietati come sacrileghi dai missionari cattolici europei. Così l’amaranto rimase coltivato soltanto in piccole aree remote delle Ande e del Messico; nell’800, venne modestamente utilizzato in Asia come fosse un cereale e in Africa come verdura a foglia mentre, a scopo ornamentale, come pianta cespugliosa da giardino, era già impiantato in Europa dopo il ‘700.


Le piante di amaranto rappresentano un foraggio di alta qualità per l’alimentazione animale e sono trasformabili in compostaggio fertilizzante per i terreni. I semi di amaranto, che si raccolgono scuotendo le cime delle piante più datate, si possono consumare crudi da freschi oppure essiccati e cucinati (dopo una brevissima tostatura, anche insieme a cereali integrali) come addensanti (zuppe, stufati) dal sapore delicato leggermente dolciastro, soffiati (merendine, croccanti), ridotti in fiocchi (muesli, pappe), macinati a farina (crepes, pasta o, mescolata a quella di altri cereali dato che non lievita per tortillas e prodotti da forno come focacce, pane, dolci, ecc.). In Nepal, i semi di amaranto sono cucinati in brodo (‘sattoo’) o macinati in farina per preparare i ‘chapati’.
In Messico, la popolare bevanda calda ‘atole’ è a base di farina di amaranto, latte, zucchero, cannella e vaniglia. In Perù, dalla fermentazione dei semi si ricava la birra; i fiori servono come colorante alimentare – già utilizzato dagli amerindi Hopi – e, per tradizione, per arrossare le gote alle donne prima di ballare nelle feste di Carnevale. Dal punto di vista nutrizionale, i semi di amaranto coltivato sono un concentrato di nutrienti, una fonte vegetale eccezionalmente costituita da proteine complete fino al 16%-20% per l’elevato valore biologico di lisina (6,2%) – aminoacido essenziale di cui sono carenti tutti i cereali – e di metionina (2,3%), ma anche di minerali dietetici (calcio, ferro, fosforo, magnesio, manganese, rame, ecc.) oltre a fibre grezze (circa 8%), amido, lipidi (6%-10%) ad alto grado di insaturazione come l’acido linoleico e lo squalene, vitamine A e C a livelli significativi.
Il consumo di semi di amaranto, privi di glutine e altamente digeribili, è indicato nell'alimentazione delle persone affette da celiachia, da problemi digestivi e intestinali, e di bambini in fase di svezzamento, di convalescenti e di anziani; sono inoltre sono stati rilevati buoni benefici nelle persone affette da artrite, diabete, gotta e reumatismi, oltre che durante la gravidanza, ma non è ancora diventato un alimento tradizionale in Occidente. Sono in corso studi di genetica, di etnobotanica e di agronomia per sviluppare l’amaranto nell'agricoltura moderna come pianta di grande valore economico e potenziale ‘raccolto del futuro’ a buon mercato, capace di migliorare la nutrizione e la sicurezza alimentare e di favorire lo sviluppo rurale in modo sostenibile tra i popoli indigeni delle aree rurali aride subtropicali e tropicali. In questo senso giocano a favore di questa coltura l'elevato valore nutritivo globale, la rapida crescita, l'alto tasso di produttività, l’efficienza idrica, la facile raccolta dei nutrienti semi commestibili, che richiedono una scarsa quantità di combustibile per la cottura.
Credo che basti, come informazione, per conoscere questa pianta straordinaria che io personalmente conoscevo solo per averla vista nei negozi di fiori, col suo bel pennacchio rosso…amaranto!
Grazie alla curiosità di un saggio contadino ora, anche in Sardegna, chi vuole può conoscere meglio e "coltivare" questa pianta dalle innumerevoli virtù. Dipende solo da noi studiare come utilizzarla.
Seguiamo chi…ci ha tracciato la strada!
Grazie Tziu Delfino Porcu!
Grazie a Voi tutti dell’attenzione.
Mario
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